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Estratto da Il Rinascimento,
il Mulino editore, Bologna 1990 pagg. 7-14
Quarta di copertina
Dal XV secolo in poi il Rinascimento non ha cessato di essere oggetto
di mitizzazione, di nostalgia e distorsione storiografica, da parte non
solo di scrittori e artisti ma anche degli storici stessi, come Michelet
e Burckhardt, o di critici come Ruskin, i quali nel contempo hanno contribuito
al diffondersi del luogo comune di un Medioevo "oscuro". Nella sua fine
lettura Peter Burke da un lato esplora il formarsi di questa idea di "miracolo
culturale", dall'altro la corregge e delinea un profilo in cui il Rinascimento
si definisce, senza pregiudizi per le realizzazioni medievali, o per quelle
extraeuropee, come concetto organizzatore nel vasto complesso di mutamenti
che hanno portato la cultura occidentale ad entrare nella modernità.
"Quando sente pronunciare la parola Rinascimento scriveva lo storico olandese
Johann Huizinga - il sognatore della bellezza antica vede porpora e oro".
Più precisamente egli, o ella, vede con gli occhi della mente La nascita
di Venere di Botticelli, il David di Michelangelo, Monna
Lisa di Leonardo, Erasmo, i castelli della Loira, e la Faerie Queene,
tutti insieme raccolti nel quadro composito di un'età aurea della creatività
e della cultura.
Quest'immagine, del Rinascimento - con la R maiuiscola - risale alla metà
del XIX secolo, allo storico francese Jules Michelet (che ne era innamorato),
al critico John Ruskin e all'architetto A.W. Pugin (che non condividevano
questo sentimento), al poeta Robert Browning e alla scrittrice George
Eliot (il cui sentimento era ambivalente), e, soprattutto, allo studioso
svizzero Jakob Burckhardt. Fu proprio Burckhardt, nella celebre opera
La civiltà del Rinascimento in Italia (1860), a presentare una
definizione del periodo articolata sulla base di due concetti, "individualismo"
e "modernità". "Nel Medioevo - secondo Burckhardt - i due lati della coscienza
[...] se ne stavano come avvolti in un velo comune, sotto al quale o languivano
in un lento torpore o si muovevano in un mondo di puri sogni [...] L'uomo
non aveva valore se non come membro di una famiglia, di un popolo, di
un partito, di una corporazione, di cui quasi interamente viveva la vita".
L'Italia del Rinascimento, tuttavia, "è la prima a squarciare questo velo
[...] l'uomo si trasforma nell'individuo, e come tale si afferma".
Rinascimento significava modernità e gli italiani, scriveva Burckhardt,
erano "i figli primogeniti della presente Europa". Petrarca, che visse
nel XIV secolo, era "uno dei primi uomini autenticamente moderni". Il
grande rinnovamento delle arti e delle idee ebbe inizio in Italia, e in
una fase successiva i nuovi atteggiamenti intellettuali e le nuove forme
artistiche si diffusero nel resto d'Europa.
Quest'idea del Rinascimento è un mito. Il termine "mito" è ovviamente
ambiguo, ed in questo contesto èdeliberatamente usato in due differenti
accezioni. Quando gli storici di professione parlano di "miti", essi fanno
generalmente riferimento ad affermazioni relative al passato che possono
essere dimostrate false o comunque fuorvianti. Nel caso dell'interpretazione
del Rinascimento offerta da Burckhardt, sono messi in discussione i contrasti
drammatici tra Rinascimento e Medioevo e tra Italia e resto dell'Europa
che da essa risultano. Tali contrasti sono ritenuti un'esagerazione, che
ignora - a differenza degli storici - le numerose innovazioni che furono
compiute nel corso del Medioevo, la sopravvivenza di atteggiamenti tradizionali
fino al XVI secolo, o anche oltre, e l'interesse italiano per la pittura
e la musica dei Paesi Bassi.
La seconda accezione del termine "mito" ha una valenza più specificamente
letteraria. Un mito è un racconto simbolico i cui protagonisti sono personaggi
che hanno caratteri più ampi, o più netti, rispetto alla vita reale; un
racconto con una morale, ed in particolare un racconto sul passato che
è svolto al fine di spiegare o giustificare una determinata situazione
presente. Il Rinascimento di Burckhardt è un mito anche in questo senso.
I personaggi del suo racconto, sia che si tratti di eroi come Leon Battista
Alberti o Michelangelo, o di furfanti come i Borgia, hanno caratteristiche
amplificate rispetto alla vita reale. Il racconto stesso spiega ed insieme
giustifica il mondo moderno. E un racconto simbolico nel senso che descrive
il mutamento culturale utilizzando le metafore del risveglio e della rinascita,
le quali non sono semplicemente decorative ma essenziali nell'interpretazione
di Burckhardt. Queste metafore non erano nuove al tempo di Burckhardt.
Dalla metà del XIV secolo in poi un numero crescente di studiosi, scrittori
e artisti, in Italia e altrove, si trovò ad utilizzare l'immagine del
rinnovamento per esprimere la coscienza di vivere in un'età nuova, un'età
di rigenerazione, rinnovamento, restaurazione, rievocazione, rinascita,
risveglio, o ritorno alla luce dopo quelli che per la prima volta furono
definiti "i tempi oscuri".
Metafore che neppure a quel tempo costituivano una novità. Virgilio dipinge
un quadro vivido del ritorno di un'età aurea nella sua Quarta Egloga,
così come l'idea della rinascita è chiaramente espressa nel Vangelo di
S. Giovanni: "Se un uomo non è rinato dall'acqua e dallo Spirito Santo,
non può entrare nel regno di Dio". Se c'era qualcosa di peculiare relativamente
all'uso di queste metafore nel periodo 1300-1600, che è quello che maggiormente
a noi interessa, ciò consisteva nella loro applicazione ad un movimento
intellettuale o artistico piuttosto che politico o religioso. Nel 1436,
per esempio, Leonardo Bruni descriveva Petrarca come "il primo, il quale
ebbe tanta grazia d'ingegno, che riconobbe, e rievocò in luce l'antica
leggiadria dello stile perduto, e spento". Erasmo diceva a papa Leone
X che "la nostra promette di diventare un'età aurea", grazie alla rinascita
della cultura e della religiosità, mentre il Vasari organizzava le sue
Vite di pittori, scultori e architetti intorno all'idea di un
rinnovamento delle arti svoltosi in tre fasi, a partire dagli inizi, all'epoca
di Giotto, per giungere ai vertici di Leonardo, di Raffaello e soprattutto
del maestro dello stesso Vasari, Michelangelo.
Come tutti gli autoritratti, anche quello degli intellettuali ed artisti
del Rinascimento era al tempo stesso rivelatore e fuorviante. Al pari
di altri figli ribelli nei confronti della generazione dei loro padri,
questi uomini dovevano molto a quel "Medioevo" da essi tanto frequentemente
denigrato. Essi sopravvalutavano la loro distanza dal passato recente,
mentre la sottovalutavano in relazione al passato remoto, a quell'antichità
che tanto ammiravano. La rappresentazione in termini di rinascita che
essi offrivano di se stessi era un mito, nel senso che presentava un'immagine
fuorviante del passato; era un sogno, la concretizzazione di un desiderio;
era una riproposizione o una rappresentazione dell'antico mito dell'eterno
ritorno.
L'errore di Burckhardt fu di accogliere la valutazione che gli intellettuali
e gli artisti del periodo offrivano di se stessi, di accettare questo
racconto della rinascita in base al suo valore apparente e di elaborarlo
in un libro. Alle vecchie formule della restaurazione delle arti e del
rifiorire dell'antichità classica, egli ne aggiunse di nuove come quelle
connesse con individualismo, realismo e modernità. L'adagio "prima di
studiare i fatti bisogna studiare lo storico che li espone" costituisce
un consiglio molto opportuno nel caso di Burckhardt. La sua attrazione
per questo periodo e per questa immagine era dovuta a motivazioni personali.
Burckhardt vedeva l'Italia, passata e presente, come evasione dalla nativa
Svizzera che giudicava noiosa e soffocante. In giovinezza si era talvolta
firmato, italianizzando il proprio nome, come "Giacomo Burcardo", esprimendo
in tal modo la sua volontà di identificazione con l'Italia. Egli definiva
se stesso come "un buon uomo privato"' nel momento in cui caratterizzava
il Rinascimento come un'età di individualismo. Queste ragioni personali
ovviamente non spiegano il successo della nuova definizione, il crescente
interesse per il Rinascimento nel tardo '800 (tra intellettuali come Walter
Pater, Robert Browning e John Addington Symonds, in Inghilterra, e loro
simili all'estero). Per comprendere questo successo abbiamo bisogno di
richiamare alla mente il culto quasi religioso che alle arti era reso
in templi di recente costruzione chiamati "musei", ed anche l'interesse
per il "realismo" e l'"individualismo" da parte di artisti e scrittori
del XIX secolo. Al pari di Erasmo e di Vasari, esse proiettavano i loro
ideali nel passato, creando il proprio mito di un'età aurea, di un miracolo
culturale.
Il mito ottocentesco del Rinascimento è ancora preso sul serio da molti.
Per compagnie televisive e agenzie di viaggi organizzati è ancora una
buona fonte di introiti. Gli storici di professione, tuttavia, hanno mostrato
insofferenza verso questa versione del Rinascimento, anche se continuano
ad ammirare Michelangelo - percitarne uno - e a provare attrazione per
questo periodo e i suoi fermenti. Il fatto è che il grande edificio costruito
da Burckhardt e dai suoi contemporanei non ha resistito alla prova del
tempo. Più precisamente, esso è stato minato dalle ricerche specialistiche
dei medie-visti. Le loro argomentazioni, che si basano su innumerevoli
elementi specifici, presentano due orientamenti fondamentali.
In primo luogo, troviamo argomenti volti a dimostrare che i cosiddetti
"uomini del Rinascimento" in realtà appartenevano a maggior diritto al
Medioevo. Erano -più tradizionali nel comportamento, nei giudizi e negli
ideali, di quanto saremmo indotti a pensare; più tradizionali, inoltre,
rispetto a quanto fossero propensi a giudicare se stessi. Un'analisi critica
induce a ritenere che anche Petrarca, "uno dei primi uomini autenticamente
moderni", secondo Burckhardt, e figura che ritroveremo in queste pagine
in ragione della sua creatività come poeta ed insieme come studioso, avesse
molti atteggiamenti in comune con i secoli che descriveva come "oscuri".
Due dei più importanti libri scritti nell'Italia del XVI secolo, il Cortegiano
ed il Principe, sono risultati essere più vicini al Medioevo
di quanto non sembri. Il Cortegiano del Castiglione attinge a
tradizioni medievali di comportamento e di amore cortese e, allo stesso
tempo, a testi classici come il Simposio di Platone e il De
Officiis di Cicerone". Anche il Principe di Machiavelli,
che trasforma deliberatamente il volto della prudenza convenzionale ponendo
l'accento sulla "fortuna", appartiene in un certo senso ad un genere medievale,
quello dei cosiddetti "specula", o libri di consigli ai governanti.
In secondo luogo, i medievisti hanno accumulato prove per dimostrare che
il Rinascimento non fu un evento eccezionale, come ritenevano Burckhardt
e i suoi contemporanei, e che sarebbe più opportuno utilizzare questo
termine al plurale. Ci furono varie "rinascenze" nel corso del Medioevo,
particolarmente nel XII secolo e all'epoca di Carlo Magno. In entrambi
i casi si trattò di una combinazione di realizzazioni letterarie ed artistiche
con un risveglio di interesse per la cultura classica, e in entrambi i
casi i contemporanei descrissero la loro epoca come un era di restaurazione,
rinascita o "rinnovamento".
Alcuni ingegni audaci, in particolare Arnold Toynbee nel suo Study
of History, si sono spinti ancora più avanti in questa direzione
ed hanno scoperto rinascenze al di fuori dell'Europa occidentale, a Bisanzio,
nel mondo islamico, o addirittura in Estremo Oriente. "Nell'usare la parola
Rinascimento come nome proprio - scriveva Toynbee - ci siamo lasciati
indurre nell'errore di attribuire un carattere eccezionale ad un evento
che in realtà non fu altro che un esempio particolare di un fenomeno storico
ricorrente". L'espressione "non fu altro che" riduce un fenomeno complesso
ad uno dei suoi connotati, la rinascita dell'antichità, e corre il rischio
di attribuire uguale significato a movimenti più o meno originali ed importanti
nelle diverse culture. Toynbee, tuttavia, ha sicuramente ragione nel cercare
di collocare il Rinascimento nella storia mondiale, e di richiamare l'attenzione
non solo sulle rinascite di "Ellenismo" (termine con il quale intende
la tradizione classica) al di fuori dell'Europa occidentale, ma anche
sulle rinascite di tradizioni indigene "morte" in Cina e Giappone. Ciascuna
rinascita ha le sue caratteristiche peculiari, al pari di una singola
persona; ma tutte le rinascite sono in un certo senso parte della stessa
"famiglia".
Lo studio di Toynbee solleva un'altra questione che, dai tempi della sua
pubblicazione, è diventata sempre più rilevante. Viviamo in un'età di
diffusa insofferenza, se non di rifiuto, nei confronti della cosiddetta
"Alta Letteratura" - i Greci, i Romani, il Rinascimento, l'Età delle Scoperte,
la Rivoluzione Scientifica, l'Illuminismo, e così via, come momenti fondamentali
dello sviluppo della cultura occidentale - un tipo di narrazione che può
essere usata per legittimare pretese di superiorità da parte di élite
occidentali. Gli intellettuali, in occidente così come nei paesi in via
di sviluppo, sono sempre meno disposti ad accettare l'idea che un'unica
"grande tradizione" (great tradition) monopolizzi la legittimità
culturale, o l'idea che la storia mondiale si riduca ad un dramma con
un unico intreccio.
A cosa ci porta tutto questo? Ci fu realmente un Rinascimento? Se descrivessimo
il "Rinascimento" in termini di porpora e oro, come un miracolo culturale
isolato, o come l'emergere improvviso della modernità, la mia risposta
sarebbe "no". Architetti rinascimentali produssero capolavori, ma lo stesso
fecero capomastri gotici. L'Italia del XVI secolo ebbe il suo Raffaello,
ma il Giappone del XVIII secolo ebbe il suo Hokusai. Machiavelli fu un
pensatore acuto ed originale, ma tale fu anche lo storico Ibn Khaldun
che visse in Africa settentrionale nel XIV secolo.
Se tuttavia il termine è usato, senza pregiudizi nei confronti delle realizzazioni
dell'epoca medievale, o di quelle del mondo extraeuropeo, per far riferimento
ad un particolare complesso di mutamenti nella cultura occidentale, allora
esso può essere inteso come un concetto organizzatore che ha ancora la
sua validità. Descrivere ed interpretare questo complesso di mutamenti
è l'obiettivo delle pagine che seguono.
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