parte istituzionale

Corso 2002-2003

invito alla lettura


Peter Burke
Il mito del Rinascimento

 

Estratto da Il Rinascimento,
il Mulino editore, Bologna 1990 pagg. 7-14

 

Quarta di copertina
Dal XV secolo in poi il Rinascimento non ha cessato di essere oggetto di mitizzazione, di nostalgia e distorsione storiografica, da parte non solo di scrittori e artisti ma anche degli storici stessi, come Michelet e Burckhardt, o di critici come Ruskin, i quali nel contempo hanno contribuito al diffondersi del luogo comune di un Medioevo "oscuro". Nella sua fine lettura Peter Burke da un lato esplora il formarsi di questa idea di "miracolo culturale", dall'altro la corregge e delinea un profilo in cui il Rinascimento si definisce, senza pregiudizi per le realizzazioni medievali, o per quelle extraeuropee, come concetto organizzatore nel vasto complesso di mutamenti che hanno portato la cultura occidentale ad entrare nella modernità.

"Quando sente pronunciare la parola Rinascimento scriveva lo storico olandese Johann Huizinga - il sognatore della bellezza antica vede porpora e oro". Più precisamente egli, o ella, vede con gli occhi della mente La nascita di Venere di Botticelli, il David di Michelangelo, Monna Lisa di Leonardo, Erasmo, i castelli della Loira, e la Faerie Queene, tutti insieme raccolti nel quadro composito di un'età aurea della creatività e della cultura.


Quest'immagine, del Rinascimento - con la R maiuiscola - risale alla metà del XIX secolo, allo storico francese Jules Michelet (che ne era innamorato), al critico John Ruskin e all'architetto A.W. Pugin (che non condividevano questo sentimento), al poeta Robert Browning e alla scrittrice George Eliot (il cui sentimento era ambivalente), e, soprattutto, allo studioso svizzero Jakob Burckhardt. Fu proprio Burckhardt, nella celebre opera La civiltà del Rinascimento in Italia (1860), a presentare una definizione del periodo articolata sulla base di due concetti, "individualismo" e "modernità". "Nel Medioevo - secondo Burckhardt - i due lati della coscienza [...] se ne stavano come avvolti in un velo comune, sotto al quale o languivano in un lento torpore o si muovevano in un mondo di puri sogni [...] L'uomo non aveva valore se non come membro di una famiglia, di un popolo, di un partito, di una corporazione, di cui quasi interamente viveva la vita". L'Italia del Rinascimento, tuttavia, "è la prima a squarciare questo velo [...] l'uomo si trasforma nell'individuo, e come tale si afferma". Rinascimento significava modernità e gli italiani, scriveva Burckhardt, erano "i figli primogeniti della presente Europa". Petrarca, che visse nel XIV secolo, era "uno dei primi uomini autenticamente moderni". Il grande rinnovamento delle arti e delle idee ebbe inizio in Italia, e in una fase successiva i nuovi atteggiamenti intellettuali e le nuove forme artistiche si diffusero nel resto d'Europa.


Quest'idea del Rinascimento è un mito. Il termine "mito" è ovviamente ambiguo, ed in questo contesto èdeliberatamente usato in due differenti accezioni. Quando gli storici di professione parlano di "miti", essi fanno generalmente riferimento ad affermazioni relative al passato che possono essere dimostrate false o comunque fuorvianti. Nel caso dell'interpretazione del Rinascimento offerta da Burckhardt, sono messi in discussione i contrasti drammatici tra Rinascimento e Medioevo e tra Italia e resto dell'Europa che da essa risultano. Tali contrasti sono ritenuti un'esagerazione, che ignora - a differenza degli storici - le numerose innovazioni che furono compiute nel corso del Medioevo, la sopravvivenza di atteggiamenti tradizionali fino al XVI secolo, o anche oltre, e l'interesse italiano per la pittura e la musica dei Paesi Bassi.
La seconda accezione del termine "mito" ha una valenza più specificamente letteraria. Un mito è un racconto simbolico i cui protagonisti sono personaggi che hanno caratteri più ampi, o più netti, rispetto alla vita reale; un racconto con una morale, ed in particolare un racconto sul passato che è svolto al fine di spiegare o giustificare una determinata situazione presente. Il Rinascimento di Burckhardt è un mito anche in questo senso. I personaggi del suo racconto, sia che si tratti di eroi come Leon Battista Alberti o Michelangelo, o di furfanti come i Borgia, hanno caratteristiche amplificate rispetto alla vita reale. Il racconto stesso spiega ed insieme giustifica il mondo moderno. E un racconto simbolico nel senso che descrive il mutamento culturale utilizzando le metafore del risveglio e della rinascita, le quali non sono semplicemente decorative ma essenziali nell'interpretazione di Burckhardt. Queste metafore non erano nuove al tempo di Burckhardt. Dalla metà del XIV secolo in poi un numero crescente di studiosi, scrittori e artisti, in Italia e altrove, si trovò ad utilizzare l'immagine del rinnovamento per esprimere la coscienza di vivere in un'età nuova, un'età di rigenerazione, rinnovamento, restaurazione, rievocazione, rinascita, risveglio, o ritorno alla luce dopo quelli che per la prima volta furono definiti "i tempi oscuri".
Metafore che neppure a quel tempo costituivano una novità. Virgilio dipinge un quadro vivido del ritorno di un'età aurea nella sua Quarta Egloga, così come l'idea della rinascita è chiaramente espressa nel Vangelo di S. Giovanni: "Se un uomo non è rinato dall'acqua e dallo Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio". Se c'era qualcosa di peculiare relativamente all'uso di queste metafore nel periodo 1300-1600, che è quello che maggiormente a noi interessa, ciò consisteva nella loro applicazione ad un movimento intellettuale o artistico piuttosto che politico o religioso. Nel 1436, per esempio, Leonardo Bruni descriveva Petrarca come "il primo, il quale ebbe tanta grazia d'ingegno, che riconobbe, e rievocò in luce l'antica leggiadria dello stile perduto, e spento". Erasmo diceva a papa Leone X che "la nostra promette di diventare un'età aurea", grazie alla rinascita della cultura e della religiosità, mentre il Vasari organizzava le sue Vite di pittori, scultori e architetti intorno all'idea di un rinnovamento delle arti svoltosi in tre fasi, a partire dagli inizi, all'epoca di Giotto, per giungere ai vertici di Leonardo, di Raffaello e soprattutto del maestro dello stesso Vasari, Michelangelo.
Come tutti gli autoritratti, anche quello degli intellettuali ed artisti del Rinascimento era al tempo stesso rivelatore e fuorviante. Al pari di altri figli ribelli nei confronti della generazione dei loro padri, questi uomini dovevano molto a quel "Medioevo" da essi tanto frequentemente denigrato. Essi sopravvalutavano la loro distanza dal passato recente, mentre la sottovalutavano in relazione al passato remoto, a quell'antichità che tanto ammiravano. La rappresentazione in termini di rinascita che essi offrivano di se stessi era un mito, nel senso che presentava un'immagine fuorviante del passato; era un sogno, la concretizzazione di un desiderio; era una riproposizione o una rappresentazione dell'antico mito dell'eterno ritorno.
L'errore di Burckhardt fu di accogliere la valutazione che gli intellettuali e gli artisti del periodo offrivano di se stessi, di accettare questo racconto della rinascita in base al suo valore apparente e di elaborarlo in un libro. Alle vecchie formule della restaurazione delle arti e del rifiorire dell'antichità classica, egli ne aggiunse di nuove come quelle connesse con individualismo, realismo e modernità. L'adagio "prima di studiare i fatti bisogna studiare lo storico che li espone" costituisce un consiglio molto opportuno nel caso di Burckhardt. La sua attrazione per questo periodo e per questa immagine era dovuta a motivazioni personali. Burckhardt vedeva l'Italia, passata e presente, come evasione dalla nativa Svizzera che giudicava noiosa e soffocante. In giovinezza si era talvolta firmato, italianizzando il proprio nome, come "Giacomo Burcardo", esprimendo in tal modo la sua volontà di identificazione con l'Italia. Egli definiva se stesso come "un buon uomo privato"' nel momento in cui caratterizzava il Rinascimento come un'età di individualismo. Queste ragioni personali ovviamente non spiegano il successo della nuova definizione, il crescente interesse per il Rinascimento nel tardo '800 (tra intellettuali come Walter Pater, Robert Browning e John Addington Symonds, in Inghilterra, e loro simili all'estero). Per comprendere questo successo abbiamo bisogno di richiamare alla mente il culto quasi religioso che alle arti era reso in templi di recente costruzione chiamati "musei", ed anche l'interesse per il "realismo" e l'"individualismo" da parte di artisti e scrittori del XIX secolo. Al pari di Erasmo e di Vasari, esse proiettavano i loro ideali nel passato, creando il proprio mito di un'età aurea, di un miracolo culturale.


Il mito ottocentesco del Rinascimento è ancora preso sul serio da molti. Per compagnie televisive e agenzie di viaggi organizzati è ancora una buona fonte di introiti. Gli storici di professione, tuttavia, hanno mostrato insofferenza verso questa versione del Rinascimento, anche se continuano ad ammirare Michelangelo - percitarne uno - e a provare attrazione per questo periodo e i suoi fermenti. Il fatto è che il grande edificio costruito da Burckhardt e dai suoi contemporanei non ha resistito alla prova del tempo. Più precisamente, esso è stato minato dalle ricerche specialistiche dei medie-visti. Le loro argomentazioni, che si basano su innumerevoli elementi specifici, presentano due orientamenti fondamentali.
In primo luogo, troviamo argomenti volti a dimostrare che i cosiddetti "uomini del Rinascimento" in realtà appartenevano a maggior diritto al Medioevo. Erano -più tradizionali nel comportamento, nei giudizi e negli ideali, di quanto saremmo indotti a pensare; più tradizionali, inoltre, rispetto a quanto fossero propensi a giudicare se stessi. Un'analisi critica induce a ritenere che anche Petrarca, "uno dei primi uomini autenticamente moderni", secondo Burckhardt, e figura che ritroveremo in queste pagine in ragione della sua creatività come poeta ed insieme come studioso, avesse molti atteggiamenti in comune con i secoli che descriveva come "oscuri". Due dei più importanti libri scritti nell'Italia del XVI secolo, il Cortegiano ed il Principe, sono risultati essere più vicini al Medioevo di quanto non sembri. Il Cortegiano del Castiglione attinge a tradizioni medievali di comportamento e di amore cortese e, allo stesso tempo, a testi classici come il Simposio di Platone e il De Officiis di Cicerone". Anche il Principe di Machiavelli, che trasforma deliberatamente il volto della prudenza convenzionale ponendo l'accento sulla "fortuna", appartiene in un certo senso ad un genere medievale, quello dei cosiddetti "specula", o libri di consigli ai governanti.
In secondo luogo, i medievisti hanno accumulato prove per dimostrare che il Rinascimento non fu un evento eccezionale, come ritenevano Burckhardt e i suoi contemporanei, e che sarebbe più opportuno utilizzare questo termine al plurale. Ci furono varie "rinascenze" nel corso del Medioevo, particolarmente nel XII secolo e all'epoca di Carlo Magno. In entrambi i casi si trattò di una combinazione di realizzazioni letterarie ed artistiche con un risveglio di interesse per la cultura classica, e in entrambi i casi i contemporanei descrissero la loro epoca come un era di restaurazione, rinascita o "rinnovamento".


Alcuni ingegni audaci, in particolare Arnold Toynbee nel suo Study of History, si sono spinti ancora più avanti in questa direzione ed hanno scoperto rinascenze al di fuori dell'Europa occidentale, a Bisanzio, nel mondo islamico, o addirittura in Estremo Oriente. "Nell'usare la parola Rinascimento come nome proprio - scriveva Toynbee - ci siamo lasciati indurre nell'errore di attribuire un carattere eccezionale ad un evento che in realtà non fu altro che un esempio particolare di un fenomeno storico ricorrente". L'espressione "non fu altro che" riduce un fenomeno complesso ad uno dei suoi connotati, la rinascita dell'antichità, e corre il rischio di attribuire uguale significato a movimenti più o meno originali ed importanti nelle diverse culture. Toynbee, tuttavia, ha sicuramente ragione nel cercare di collocare il Rinascimento nella storia mondiale, e di richiamare l'attenzione non solo sulle rinascite di "Ellenismo" (termine con il quale intende la tradizione classica) al di fuori dell'Europa occidentale, ma anche sulle rinascite di tradizioni indigene "morte" in Cina e Giappone. Ciascuna rinascita ha le sue caratteristiche peculiari, al pari di una singola persona; ma tutte le rinascite sono in un certo senso parte della stessa "famiglia".
Lo studio di Toynbee solleva un'altra questione che, dai tempi della sua pubblicazione, è diventata sempre più rilevante. Viviamo in un'età di diffusa insofferenza, se non di rifiuto, nei confronti della cosiddetta "Alta Letteratura" - i Greci, i Romani, il Rinascimento, l'Età delle Scoperte, la Rivoluzione Scientifica, l'Illuminismo, e così via, come momenti fondamentali dello sviluppo della cultura occidentale - un tipo di narrazione che può essere usata per legittimare pretese di superiorità da parte di élite occidentali. Gli intellettuali, in occidente così come nei paesi in via di sviluppo, sono sempre meno disposti ad accettare l'idea che un'unica "grande tradizione" (great tradition) monopolizzi la legittimità culturale, o l'idea che la storia mondiale si riduca ad un dramma con un unico intreccio.


A cosa ci porta tutto questo? Ci fu realmente un Rinascimento? Se descrivessimo il "Rinascimento" in termini di porpora e oro, come un miracolo culturale isolato, o come l'emergere improvviso della modernità, la mia risposta sarebbe "no". Architetti rinascimentali produssero capolavori, ma lo stesso fecero capomastri gotici. L'Italia del XVI secolo ebbe il suo Raffaello, ma il Giappone del XVIII secolo ebbe il suo Hokusai. Machiavelli fu un pensatore acuto ed originale, ma tale fu anche lo storico Ibn Khaldun che visse in Africa settentrionale nel XIV secolo.
Se tuttavia il termine è usato, senza pregiudizi nei confronti delle realizzazioni dell'epoca medievale, o di quelle del mondo extraeuropeo, per far riferimento ad un particolare complesso di mutamenti nella cultura occidentale, allora esso può essere inteso come un concetto organizzatore che ha ancora la sua validità. Descrivere ed interpretare questo complesso di mutamenti è l'obiettivo delle pagine che seguono.



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