parte introduttiva

Corso 2004-2005

invito alla lettura


Pierre Chaunu
Economia, vita culturale, inizio dello sviluppo

 

Pierre Chaunu,
La civiltà dell'Europa dei lumi,
pp. 275-308,

Il Mulino, 1987

www.mulino.it  

1. Tirare le somme
2. Progressi della produzione
3. Jethro Tull
4. Duhamel du Monceau
5. La rivoluzione inglese
6. Macchine e motori
7. Innovazioni idrauliche
8. Mentalità e tecnologia
9. Il decollo
10. Le comunicazioni
11. Est e Ovest
12. L'Europa é ricca
13. Alimentazione
14. Vestiario e altri fattori
15. Statistiche edilizie
16. Investimenti redditizi
17. Lumi e città

 

Tirare le somme
Ritorno sull'economia. L'ottimismo e l'umanesimo dei lumi sono in certa misura governati dalla presa di coscienza progressiva delle modifiche ambientali. Ora, tali modifiche sono prima di tutto di natura economica. In nessun campo la storiografia ha lavorato tanto e con così buoni risultati. Sono state pubblicate centinaia di monografie, che convergono verso le stesse conclusioni. Ora non è più il momento delle monografie né dello studio delle crisi. La messe di informazioni è rigogliosa e consente di tirare le somme. La storia ha ora dinanzi a sé un compito più grande. Le amministrazioni dell'ultimo secolo dell'Ancien Régime ci hanno lasciato materiali grezzi (registri parrocchiali, movimento dei porti, concessioni, imposte ad valorem) o elenchi di statistica preelaborati che consentono, a prezzo di un grosso sforzo, di passare dall'aneddotica del frammento, magari rappresentativa, al continuo. La storia si è dedicata al grande problema dello sviluppo. Due studi possono servire come esempio: quello di Phyllis Deane e di W.A. Cole sullo sviluppo dell'economia britannica, e la storia quantitativa dell'economia francese diretta da J. Marczewski e da J. Markovitch. Più di recente l'Histoire économique et sociale de la France di Ernest Labrousse e di Pierre Léon ha recato una impressionante quantità di elementi nuovi. Jean Meyer ha appena offerto una valutazione del fattore «Stato» che farà scuola.
Questi studi sullo sviluppo degli «spazi nazionali» sono necessariamente a grandi linee. Ad essi si aggiungono ormai studi settoriali. Due di essi hanno ricostruito l'evoluzione dell'agricoltura (sulla base delle decime) e quelle dell'edilizia. Il settore agricolo resta il settore chiave. Esso forma più dell'80% all'inizio, dal 70 al 75% alla fine, del prodotto nazionale lordo. L'agricoltura trascina tutto il resto con la sua massa se non con il suo dinamismo; inoltre essa sola rende possibile il raddoppio della popolazione; senza di lei l'Europa non avrebbe avuto, alla fine del secolo, qualche decina di milioni di sopravvissuti in più, che modificano non solo le cose ma le idee, che determinano qua e là manifestazioni di euforia, presto attenuate dall'abitudine e dagli avvenimenti quando, con il successo, sorgono le vere difficoltà di fine secolo. Una di queste indagini è dedicata all'edilizia, sin verso il 1880, in Francia e sul continente.
Ma veniamo all'agricoltura. Lo studioso olandese Slicher van Bath ha raccolto ben 11.462 dati concernenti i rendimenti in tutta l'Europa, dall'inizio del IX secolo all'inizio del XIX. Se ne trae la forte impressione di un incremento della produttività nel XVIII secolo dovuta a una migliore utilizzazione della semente come è confermato da Meuvret. Un altro indicatore è costituito dalle decime. Le loro serie disegnano una oscillazione secolare che ricalca i ritmi della congiuntura economica e della popolazione. L'analisi delle serie decimali lascerebbe supporre una grande stabilità dei rendimenti. Le variazioni sarebbero dovute essenzialmente all'incremento o al decremento delle superfici coltivate. Lo sviluppo del XVIII secolo sarebbe, in questa prospettiva, meno ottimistico, più quantitativo che qualitativo. Le valutazioni di J.-C. Toutain e di J. Marczewski tuttavia indicano, in Francia, per i cereali panificabili, uno sviluppo della produzione dai 59,1 milioni di quintali nel 1701-1710 ai 94,5 milioni nel 1803-1812, un aumento molto più rilevante di quello della popolazione. E. Le Roy Ladurie ha dimostrato perché non si poteva fare molto affidamento su questi dati. La produzione agricola in Europa continua in gran parte a sfuggirci. Vi è stato un progresso nell'utilizzazione delle sementi: la documentazione di Slicher van Bath è inconfutabile. Tale progresso, essenzialmente qualitativo, è stato più rapido all'Ovest che all'Est.
Tra la prima e la seconda metà del XVIII secolo esiste un netto contrasto. Il progresso all'inizio è lento, tanto che alcuni, hanno potuto negarlo; è rapido alla fine; più nessuno ormai lo contesta.
L'incremento della produzione è dovuto, nella prima metà del XVIII secolo, essenzialmente ai dissodamenti (soprattutto nell'Europa orientale), ma in misura crescente, e in Inghilterra quasi esclusivamente, ai progressi tecnologici. Progresso lento all'inizio, rapido alla fine, legato, a est soprattutto, all'aumento delle superfici coltivate e, in Inghilterra, ai miglioramenti tecnologici. In Francia vi è una situazione intermedia. La diffusione del progresso tecnico nell'agricoltura è opera di un piccolo numero di imprese pilota di tipo capitalista, dotate di capitali e, ancor più, di quel know how caro agli economisti anglosassoni. Nell'agricoltura questo è inscindibile da una osservazione più attenta delle condizioni di sviluppo delle piante. A titolo di esempio (ma è un esempio significativo) nei settori d'avanguardia della agricoltura inglese si hanno i primi tentativi di selezione della semente, e un po' dappertutto si impara a conservarla meglio.
L'Inghilterra ha realizzato, nel XVIII secolo, una rivoluzione agricola strettamente legata alla rivoluzione industriale, nata dallo sforzo intelligente di un piccolo numero di imprenditori sollecitati da un importante mercato urbano (a Londra è concentrato dal 15 al 20% della popolazione inglese), dimostrazione di quanto può fare sul piano tecnico, il vero empirismo, cioè un'attenzione intelligente alle cose e la volontà di cambiarle, per uno scopo modesto e preciso: ottenere un miglioramento. La rivoluzione inglese (la parola è tradizionale ma non è eccessiva) è contagiosa. Essa agisce con l'esempio e conquista, settore per settore, tutta l'Europa, a cominciare dalla Francia. La rottura con la rotazione triennale ne costituisce la caratteristica essenziale: la sostituzione del trifoglio al maggese restituisce l'azoto al suolo (si ignora il processo fisico-chimico, ma si constata un miglioramento anziché l'esaurimento previsto), l'introduzione delle piante sarchiate all'interno della rotazione, le famose rape (i turnips portati da Townshend dall'Hannover), contribuiscono alla pulizia in profondità della terra. Questa caratteristica merita di essere sottolineata; la rivoluzione inglese sul piano agricolo non è dovuta a invenzioni, è più economica che strettamente tecnica; il turnip e la barbabietola da zucchero vengono dalla Germania, la prima idea della rotazione continua, dalla Fiandra, il bestiame selezionato dal continente. Ma i gentiluomini inglesi del XVIII secolo, mossi dal desiderio di guadagno ed educati dalla tradizione empirista britannica, mettono in moto la massa critica di trasformazioni che provoca il decollo dell'agricoltura, un take off interamente dovuto a un insieme impressionante di piccole e poco numerose grandi innovazioni tecniche, che ottiene un progresso quasi unicamente imputabile (in ciò consta la rivoluzione) a un aumento della produzione per ettaro e pro capite.

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Progressi della produzione
Per comprendere la portata di questo raddoppio secolare, senza precedenti e senza equivalenti, bisogna tener conto del fatto che alla fine del XVIII secolo appena più della terza parte della popolazione attiva è occupata nel settore agricolo. L'Inghilterra raggiunge, verso il 1780, una densità di 50 abitanti per kmq. Per la prima volta un uomo è in grado di nutrirne tre altri, un lavoratore della terra riesce a fornire cibo a dodici o quindici suoi simili! Ma il grano è solo un aspetto del problema, i progressi dell'allevamento sono ancora più rapidi e più significativi. La produzione della carne di montone e della lana aumenta più velocemente della produzione cerealicola, la produzione della carne bovina più lentamente. Nel settore laniero, per esempio, dove i dati sono o più attendibili o meglio delineati, da un valore di 40 milioni di lire nel 1695, si passa a 57 nel 1741 e a 94 milioni nel 1805. Stupefacente Inghilterra! Un muro è stato superato. A partire da quel momento sono possibili lo sviluppo sostenuto e l'esplosione demografica, dunque la sola vera ricchezza, quella della moltiplicazione delle anime, delle coscienze, delle intelligenze. Come è potuto avvenire il miracolo?
Più che di innovazione in senso stretto, in un primo tempo sembra essersi trattato di diffusione, di trasmissione delle conoscenze. Si prendano le rape. Gli agronomi e i grandi proprietari inglesi sono stati indotti a utilizzarle dall'esempio fiammingo. Ma è stato necessario circa un mezzo secolo di fecondi tentativi: «né Googe (1571) né Richard Weston (dopo il 1645), avevano avuto il minimo successo. Solo molto più tardi essi sono stati considerati dei precursori» (D. Faucher). Arthur Young si compiaceva di affermare che Richard Weston «era stato un benefattore più grande di Newton». La grande rivoluzione, se si accetta la sua tesi, deve essere cercata nel prato artificiale, questo fornitore d'azoto al suolo e di nutrimento agli animali, questo doppio produttore di proteine, dunque. La nuova tecnica ha progredito lentamente nell'Inghilterra del XVII secolo, poi è esplosa nel XVIII. Se l'Inghilterra è il motore dell'Europa agricola, il Norfolk ne è il modello, come ha ripetuto Arthur Young. Nel 1794 il Norfolk esportava più grano di tutto il resto dell'Inghilterra. Verso la metà del XVIII secolo anche il continente, dopo l'Inghilterra, scopre il Norfolk. La prima descrizione entusiasta di questo tipo di agricoltura si legge, in Francia, nell'Encyclopédie (1754). Essa era state preceduta, come osserva A.J. Bourde, da formazioni sparse. Le trasformazioni del Norfolk pilota si spiegano con un lungo passato. Le ragioni profonde di questa importante mutazione tecnologica sono di ordine sociale. È impossibile non accennare alla famosa questione delle enclosures. Il diritto di recintare, che si accompagna a una suddivisione dei terreni comunali, segna la fine di un'età agricola, l'età dell'openfield e della rotazione triennale, che era stata la grande conquista, nell'Europa occidentale, del Medio Evo costruttore di cattedrali. Il primo timido avvio delle enclosures si colloca tradizionalmente nel XVI secolo. Esso è strettamente legato a una rivoluzione per metà sociale e per metà religiosa che porta a una diminuizione del peso del regime signorile. Il movimento prosegue sin verso il 1580, poi ricomincia all'inizio del XVIII secolo. Nel 1850 il paesaggio agrario inglese era ormai completamente cambiato. Per questa trasformazione, che è una condizione imprescindibile del progresso tecnico, la classe dei grandi proprietari beneficia, grazie al Parlamento, dell'appoggio dello Stato. Si consideri la curva dei bills of enclosure: 3 atti in dodici anni sotto la regina Anna; uno all'anno dal 1714 al 1720; 33 dal 1720 al 1730; 35 dal 1730 al 1740; 38 dal 1740 al 1750; ma 156 dal 1750 al 1760; 424 dal 1760 al 1770; 642 dal 1770 al 1780; 287 dal 1780 al 1790; 506 dal 1790 al 1800; 906 dal 1800 al 1810.
Scomparsa della yeomanry, crescita di una classe di affittuari capitalisti che, accanto ai grandi proprietari, sono estremamente attenti al progresso tecnico, fonte di profitto. Come nel resto dell'Inghilterra, nel Norfolk, verso la metà del XVI secolo, i proprietari nobili avevano ricevuto per le loro terre una rendita in denaro. Questa evoluzione favorisce l'individualismo agrario; suscita il desiderio di ottenere produzioni commerciabili, le money crops; si rompono così le costrizioni comunitarie. Le enclosures cominciarono qui prima che altrove. Sin dal XVI secolo il Norfolk lavorava per l'approvvigionamento di Londra. I miglioramenti tecnologici importanti si pongono tra il 1660 e il 1680. Ecco la marnatura e la concimazione sistematica con letame ben conservato, che mantiene il proprio potere fertilizzante; ecco l'inserimento nelle rotazioni di colture suscettibili di assicurare una abbondante alimentazione al bestiame durante l'inverno, grazie a un sistema di grandi proprietà e di grandi aziende; il Norfolk abbandona precocemente la rotazione triennale. A questa situazione privilegiata vengono ad aggiungersi le influenze esterne, legate a un intenso sistema di comunicazioni marittime. Le Fiandre e l'Olanda avevano realizzato delle trasformazioni locali senza mai ottenere un effetto generalizzato di trasmissione. Queste esperienze conosciute, imitate e reinterpretate in Inghilterra si allargano a macchia d'olio in un'Europa privilegiata che costeggia il mare del Nord, Norfolk, Suffolk, Kent, Fiandre, Olanda, ma anche Hannover, organicamente legato all'Inghilterra dall'avvento della dinastia di Hannover nel 1714.
Da lì Charles Townshend diffonde il turnip che, con il trifoglio e il prato artificiale, è il vangelo della nuova agronomia. Townshend viene imitato da taluni grandi proprietari che la contea ebbe la fortuna di possedere e i cui nomi sono divenuti simboli del successo agricolo dell'Europa dei lumi (A. Bourde). Dal 1776 al 1842 Cook di Holkham, con una serie di sperimentazioni e di prove fortunate, riesce a trasformare tutto un distretto in una specie di azienda pilota. Le «assemblee agricole che teneva in occasione della tosatura delle sue greggi, e che talvolta riunivano più di seicento invitati venuti da tutta l'Europa», acquisirono fama internazionale. Ciò avvenne, in particolare, nel 1874. Fenomeno esemplare di propagazione del sapere: Cook di Holkham ma anche Arthur Young, William Marshall, Sir John Sinclair, Nathaniel Kent completano questa aristocrazia della rivoluzione agricola pilota del Norfolk.

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Jethro Tull
Il ciclo del Norfolk, empirico e sperimentale, legato a condizioni favorevoli e allo spirito d'impresa e di sperimentazione di una élite intelligente di gentlemen farmers, attenti al miglioramento delle rotazioni, sarà spazzato via, all'inizio del XIX secolo, dalla combinazione tra macchinismo e chimica agricola che era stata proposta da Jethro Tull. Jethro Tull (1674- 1741) rappresenta l'altro aspetto di un medesimo movimento di trasformazione. E poichè nessuno è profeta in patria, Jethro Tull, più astratto, ispirato da un modello mediterraneo, più teorico, prescientifico, sedusse i Francesi. Egli pubblicò le sue idee in un libro apparso a Londra nel 1731 (ried. 1733, 1751): The horsehoeing husbandry. Questo Locke dell'agronomia stava per incontrare il suo Conte nella persona del più grande agronomo del continente, Duhamel du Monceau che contribuì al suo successo europeo pubblicandone il trattato con un titolo che è un omaggio: Traité de la culture des terres suivant les principes de M. Tull, Anglais, Paris, 6 volumi (numerose riedizioni). «Nato nel 1680 [secondo altre fonti 1674], Tull cominciò, secondo Marshall, le sue esperienze d'agricoltura nel 1699. Come era d'uso per i rampolli della classe abbiente, fece il "grand tour" e studiò l'agricoltura e le diverse produzioni dei paesi che visitò» (A.J. Bourde). Il suo sguardo è mediterraneo, ciò che spiega il suo successo in Francia e sul continente. Townshend era un puro sperimentatore, Tull cerca, con l'aiuto della filosofia meccanicista, di comprendere «l'anatomia e la fisiologia delle radici e delle foglie [...] e il loro modo di nutrirsi». Egli insiste sull'importanza del grano e delle nuove piante, barbabietole, rape, lupinella, erba medica. Tull rifiuta il letame, del quale non comprende la funzione; per lui tutto dipende dall'acqua che le piante vanno a cercare nel terreno, dunque la chiave della nuova agricoltura risiede nell'aratura profonda e ripetuta. Conseguenza logica di una scienza che è quella, purtroppo incompleta, dei migliori studi di botanica e di fisiologia vegetale di fine Seicento, dei Grew, Bradley, Woodward. Tull auspica e ottiene una coltivazione permanente della terra e preconizza la massima meccanizzazione dei lavori, appassionato com'era delle primissime macchine che cominciano a inserirsi nel processo della produzione industriale del suo tempo in Inghilterra. A Tull sono mancati due elementi, una biologia fisico-chimica delle piante e della terra, e il macchinismo spinto dei secoli XIX e XX.
La vera soluzione risiede nell'associazione, e quindi nel superamento dei metodi erroneamente contrapposti del Norfolk e di Tull, cioè nell'associazione dell'empirismo e della scienza, dell'induzione e della deduzione, delle rotazioni e della macchina. La vera soluzione è più tarda, ottocentesca, ma tutti i suoi elementi sono già presenti nell'Inghilterra del XVIII secolo. Quest'ultima ha ottenuto molto più del raddoppio della produzione; il raddoppio a parità di superficie e di mano d'opera, dunque il primo raddoppio secolare della produttività, e ciò nel settore primario dell'economia. Questa vittoria, che è una vittoria della vita è dovuta, al 50% almeno, al ritorno dello spirito sulle cose; un buon esempio del pragmatismo dei lumi.
La Francia, le cui prestazioni tecniche sono mediocri, (prendiamo il caso della patata: Parmentier ottiene alla fine del XVIII secolo una diffusione paragonabile a quella raggiunta in Inghilterra e in Irlanda alla fine del XVII secolo), ha svolto un ruolo di intermediaria nella diffusione sul continente della tecnologia e della agronomia britannica, non senza imprimerle un aspetto sistematico consono al suo carattere. Attorno al 1750 si ha una svolta nella produzione libraria. Colpisce l'esiguo numero di opere di agronomia edite nel XVI e nel XVII secolo (di qui il successo di Olivier de Serres). Eppure è nella prima metà del XVIII secolo che si elabora una filosofia sistematica sorta da una affrettata riflessione sull'agricoltura: la fisiocrazia che è una delle grandi correnti del pensiero settecentesco. L'Essai physique sur l'économie animale di Quesnay è apparso nel 1736, la Philosophie rurale ou Economie générale et politique de l'agriculture di Mirabeau viene stampata ad Amsterdam nel 1763. Voltaire, al quale nulla sfugge ha notato il cambiamento di interessi proprio della metà del secolo. «Verso il 1750 [...] la nazione, sazia di versi, di commedie, di opere, di romanzi [...] di dispute filosofiche, si mise a discutere sui grani». La Francia non è la sola nazione raggiunta dal fenomeno, anche l'Inghilterra, l'Italia, la Svizzera, i paesi di lingua tedesca partecipano a questa fioritura. Una bibliografia enumera ventisei titoli nel XVI secolo, milleduecento per il XVIII. Naturalmente, come osserva beffardo Voltaire, «tutti li leggono ad eccezione dei contadini». «Ma "tutti" erano i borghesi proprietari, i nobili rovinati [...] o quella nobiltà istruita che si prende cura delle sue proprietà» (D. Faucher). E le accademie agrarie servono da cinghie di trasmissione.

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Duhamel du Monceau
La svolta del 1750 è segnata, in Francia, dalla personalità e dall'opera esemplare di Duhamel du Monceau. Questo Townshend francese è un alto funzionario, un erudito, uno scrittore. Nato a Parigi nel 1700, da famiglia agiata, possedeva «denaro, terre nel Gatinais, a Denainvilliers» (A.J. Bourde). Studia al collegio di Harcourt, coltiva un interesse per la scienza della natura, mantiene il celibato che assicura la libertà mentale, collabora strettamente col fratello, Alexandre Duhamel de Denainvilliers, celibe come lui, e con tutti i dotti del suo tempo. «L'ambizione di Duhamel [dice Condorcet, fu di] rendersi interprete delle scienze presso il popolo» (A.J. Bourde). Sotto la sua penna ricorre eccessivamente una parola: umanità. «È fuori di dubbio che Duhamel che d'altronde fu conservatore in campo sociale e politico, ebbe sempre a cuore la sorte degli individui più attivi, più laboriosi, più intelligenti fra gli operai, gli artigiani e gli artisti. Lo dichiara espressamente Condorcet quando descrive la sua attività negli stabilimenti artigianali che contribuì a fondare». Duhamel entrò all'Accademia delle scienze nel 1728. Le sue opere (più di cento volumi) furono tradotte in tutte le lingue; era membro corrispondente di quasi tutte le società scientifiche d'Europa. Vi fu un momento, nel 1739, in cui si pensò di metterlo a capo del Jardin du Roi. Gli fu preferito Buffon, dopo un'esitazione onorevole. In compenso Maurepas lo nomina ispettore generale della Marina. Tra le numerose scoperte di una vita dedicata alla ricerca, una, apparentemente modesta, è di importanza capitale: essa riguarda la conservazione dei grani. Sin dal 1734 e 1748 egli stese le prime note sugli effetti dell'aerazione. Questo scienziato modesto e utile è un testimone a favore del pragmatismo dei lumi. È un anello essenziale nella trasmissione del progresso tecnico.
Più che un problema puramente scientifico o addirittura tecnico, la lenta preparazione della rivoluzione chiave, la rivoluzione agricola, è un problema di diffusione, di abbattimento delle barriere. Tra la comparsa delle innovazioni agricole dell'VIII secolo e la loro diffusione nel XIII, erano passati quattro secoli. Nel Settecento, tra le prime esperienze serie e la loro diffusione è trascorso solo un secolo. Questa rapidità nella propagazione è la felice conseguenza del moltiplicatore dei lumi. A maggior ragione anche la rivoluzione industriale è la conseguenza del moltiplicatore. Dalla sua comprensione dipende in parte una sana valutazione delle politiche da applicare nel nostro tempo ai problemi del recupero e dello sviluppo armonizzati. Tutto ciò si gioca in Inghilterra e di là si irradia sul continente. Il quadro costruito da Deane e Cole, condensato di anni di sforzi, di migliaia di calcoli spossanti, parla a favore della precocità statistica dell'Inghilterra.
Niente di simile è avvenuto in passato. L'Inghilterra della seconda metà del XVIII secolo appartiene già al futuro. Soprattutto a partire dal 1780 le cifre indicano un indiscutibile take off. Nonostante il quasi raddoppio della popolazione, e il popolamento delle frontiere lontane, si ha una moltiplicazione del prodotto per 2,5 e del reddito per 1,6. Tutte le testimonianze sono concordanti; David S. Landes ne ha raccolto di recente un convincente florilegio; non è solo un'Inghilterra privilegiata che progredisce ma anche una Inghilterra profonda, a eccezione di un 30-35% di reietti nella loro stessa patria: il livello di vita dell'Inghilterra è diverso da quello del continente. Un'Inghilterra che mangia carne, beve troppi alcolici, si riscalda già con il carbon fossile, in case di mattoni, coperte da tetti non di paglia: un paesaggio nuovo scaccia l'antico. Le necessità di questo primo mercato interno di massa contribuiscono, quanto e più che i mercati esteri, a determinare lo sviluppo dell'economia britannica. Il decollo dell'Inghilterra ha un valore che supera il caso inglese poiché, per un effetto di trascinamento, interessa l'Europa continentale, le ex colonie inglesi d'America, poi i processi concatenati di settori geografici sempre più larghi, dopo aver preparato la sostituzione di altri settori geografici trainanti. Non possiamo riprendere qui tutta la storia dell'esemplare sviluppo inglese del XVIII secolo. Dopo Mantoux, si sono precisate due certezze. Il vantaggio inglese è antichissimo, risale almeno al XVI secolo; le lunghe serie di Colyton lo dimostrano. Una speranza di vita insolitamente lunga, quindici anni più che sul continente alla fine del XVI secolo, ammesso che Colyton sia rappresentativa di tutta l'Inghilterra. La demografia conferma ciò che le lunghe elaborazioni degli economisti ci hanno insegnato. Tra l'Inghilterra e i settori più favoriti del continente, principalmente la Francia, il solco continua ad approfondirsi, come F. Crouzet ha dimostrato chiaramente. In una parola, alla rivoluzione industriale del XVIII secolo abbiamo sostituito una visione più complessa. Una lentissima progressione dal 1550 al 1780 colloca l'Inghilterra di un 15 o 20% al di sopra dei settori più avanzati del continente; la vera e propria rivoluzione esplode tra il 1780 e il 1830.

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La rivoluzione inglese
Un dibattito sulla rivoluzione inglese è sempre aperto. Vi sono quasi altrettante risposte quanti sono gli economisti e gli storici. Deane e Cole sono fautori della complessità; al termine di uno dei più riusciti sforzi della storia quantitativa, tre fattori predominano ai loro occhi: «popolazione, raccolti e commercio marittimo». Dei due primi si è già parlato; la funzione del grande commercio coloniale ha potuto essere misurata; America del Nord e Indie occidentali svolgono un ruolo di punta dopo il 1763; l'Inghilterra decolla veramente solo dopo il 1780. La guerra d'Indipendenza americana non le fa perdere i mercati delle antiche colonie, che restano in una stretta dipendenza economica. «Popolazione, raccolti, commercio marittimo»; saranno tentati di scrivere «invenzione» umana e «frontiera» tecnologica. «Nessun paese, tra il 1780 e il 1800 è stato come la Gran Bretagna una fucina di invenzioni così coerente e così autonoma» (M. Daumas). La frontiera tecnologica dell'Europa è all'80% inglese. Questo ruolo d'avanguardia si spiega facilmente. L'Europa dei lumi non si identifica forse con l'Inghilterra? Ancor più e ancor meglio che con la Francia? L'orizzonte 1780 è stato più precoce, più rivoluzionario, più profondo oltre Manica. Infine l'empirismo, nel pensiero inglese, prevale sull'apriorismo razionalista; l'empirismo è eminentemente pratico. Fa avanzare in modo naturale, una «frontiera» di trasformazione tecnologica. Maurice Daumas insiste: espansione del macchinismo più che rivoluzione industriale dal 1760 al 1830; in Inghilterra prima, poi in Francia, nei Paesi Bassi, in Germania; in seguito si ha l'avanzata rapida, sostenuta, accelerata di una frontiera tecnologica, in stretto rapporto con la rapidità delle comunicazioni, con l'effetto di trascinamento, con l'osservazione, con la volontà di ottenere miglioramenti modesti, precisi, concreti, con una certa agiatezza, con l'interesse dei capitali per questa nuova frontiera. Progresso scientifico all'epoca della filosofia meccanicista e progresso tecnico partecipano forse di uno stesso clima mentale collettivo, ma il progresso tecnico, sino al 1830, non deve praticamente niente alla scienza; la scienza è tributaria della tecnica più di quanto la tecnica lo sia della scienza. È questo il giudizio di Daumas, che parla di una accelerazione del processo tradizionale. Si consideri l'industria tessile: «Se si riprende la storia delle invenzioni alle quali si deve la sua meccanizzazione, si osserva che talvolta è trascorso un secolo e mezzo tra la prima progettazione delle macchine e la loro utilizzazione industriale».
L'industria tessile è alla base di tutto. Nel 1906 Mantoux ne ha scritto la storia. Il punto di partenza risale agli ultimi anni del XVI secolo, a quel telaio per tessere le calze (stocking-frame) inventato nel 1598 da un laureato dell'università di Cambridge, William Lee. Il XVII secolo non ha sfruttato l'invenzione, ha innovato ben poco nel campo della seta. Ciò che manca sono le strutture capitaliste e il clima mentale creato dalla lenta discesa sociale della filosofia meccanicista... Tutto ruota, ricordiamolo, attorno al cotone. L'interesse dei produttori lanieri è all'erta, ottiene dal Parlamento la proibizione dell'importazione delle tele indiane. Da questo fatto deriva tutta una serie di risposte, delle quali lane e cotone beneficiano entrambi. A innescare il processo che determine la masse critica di trasformazione è nel 1733 John Kay, con la sue navetta volante (fly-shuttle). Questa invenzione, «che deve essere ritenuta la origine di tutte le altre, è un semplice perfezionamento dell'antico telaio per tessere» (P. Mantoux). Come ottenere pezze più larghe? L'aumento di produttività era notevole ma non era voluto. Ormai manca il filo. Ecco l'inizio di un squilibrio fecondo. John Wyatt e Lewis Paul si dedicano al problema del filo. Un brevetto, si noti, viene registrato il 24 giugno 1738. La soluzione è la spinning-jenny, di Hargreaves, una macchina facile da usare e che corrisponde bene allo stadio intermedio del processo di concentrazione, lo stadio del mercante imprenditore che conserva le vecchie strutture del sistema domestico mentre realizza un minimo di concentrazione a livello della ripartizione della materia prima, dell'acquisto e della costruzione delle macchine, e della vendita del prodotto finito. La jenny è del 1765, la water-frame di Arkwright è del 1767. Ora, fu Arkwright a colpire la fantasia dei contemporanei, forse perché fece fortuna, ma soprattutto perché la sua grossa macchina, tecnologicamente meno riuscita di quella di Hargreaves, preannuncia l'ultimo stadio della concentrazione, il sistema di fabbrica. A partire da quel momento, tutto è possibile: dal 1775 al 1785 il ritmo si accelera, la rivoluzione tecnica nel settore tessile è cominciata.
«Quando l'invenzione sembra aver rapidamente successo, come nel caso del water-frame di Arkwright e della jenny di Hargreaves si trovano degli antecedenti che risalgono all'ultimo quarto del XVII secolo». L'ultimo quarto del XVII secolo, cioè il nostro orizzonte 1680; tutto lo spessore del tempo dei lumi per le due macchine che, fra tutte, sono tradizionalmente considerate le più rappresentative della rivoluzione industriale. Per il coke metallurgico si riscontra la stessa evoluzione a partire dagli anni 1600: lenta all'inizio, poi rapida, dal 1780 alla metà del XVIII secolo. «Nella storia delle tecniche l'invenzione solo raramente si riduce a un unico avvenimento dovato a un solo personaggio». Arkwright, Hargreaves, Newcomen e Watt sono punti di riferimento comodi ed è giusto rendere loro omaggio, come a Jenner, questo inventore di uomini, il più grande degli empirici dallo sguardo attento alla vita e alle cose. «È un'operazione complessa che, prima di sfociare nelle invenzioni industriali, beneficia di un'esperienza talvolta plurisecolare accumulata di generazione in generazione... Essa assume una forma compiùta solo quando l'epoca lo consente. Per questo è necessario che un certo numero di fattori concorrano a renderla al tempo stesso possibile e utile» (M. Daumas). Il ritmo si accelera a mano a mano che ci si avvicina al periodo contemporaneo. L'accelerazione è decisiva nel XVIII secolo. Non abbastanza, tuttavia, pensa Daumas, perché si possa parlare di rivoluzione.

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Macchine e motori
Parliamo adesso di un problema cruciale, l'energia, il motore. Tra i tentativi di Savery e di Newcomen e la macchina di Watt, tra la macchina atmosferica e la macchina a vapore, viene superata una soglia decisiva; ma come? L'Europa, nel XVIII secolo, non si riduce solo al motore umano. In ciò si distingue dal resto del mondo, dalle altre civiltà e culture. L'Europa carnivora, lo abbiamo detto, ricorre in modo massiccio all'energia muscolare umana. Verso la metà del XVIII secolo si può valutare il bestiame europeo a 14 milioni di cavalli e 24 milioni di buoi (F. Braudel), il che significa un'energia animale pari a 10 milioni di cavalli vapore. Di fronte a questo potenziale l'energia muscolare umana (di 50 milioni di lavoratori, calcolati con molta larghezza su 100 milioni di abitanti) rappresenta un po' meno di un milione di cavalli-vapore (900.000). Si aggiungono il «legname, che equivale, forse a 10 milioni di cavalli, poi le ruote idrauliche, tra un milione e mezzo e tre milioni di cavalli [...] infine la vela, 233.000 cavalli al massimo, senza contare la flotta da guerra». Da queste cifre possono essere tratte due lezioni. Se si sommano energia muscolare, energia animale, legno combustibile, ruote idrauliche, forza eolica, mulini e vele, si constata non senza sorpresa che, a metà del XVIII secolo, ogni abitante in media dispone già, in Europa, di un'energia venticinque volte maggiore di quella che possono procurargli i suoi muscoli. L'Europeo dispone già di una forza motrice cinque volte superiore al Cinese - l'uomo delle altre civiltà - e dieci volte maggiore di quella degli uomini primitivi. Ma questa forza è insufficiente. Soprattutto essa entra in concorrenza con la vita umana. L'energia animale e il legno (all'85-90%) contendono la terra al nutrimento dell'uomo. Ecco perché il ricorso al carbon fossile è di capitale importanza. Liegi e Newcastle trionfano, grazie al mare che risolve il problema dei trasporti: «30.000 tonnellate annue nel 1503-1564, 500.000 tonnellate nel 1658-1659». A partire dal 1700 l'energia tratta del carbon fossile fornisce, grazie alla macchina atmosferica di Newcomen, con una dispersione straordinaria e rendimenti minimi (1%), un piccolo apporto di energia nobile, meccanica. «La produzione [di Newcastle] verso il 1800 si avvicina probabilmente ai 2 milioni». La produzione inglese raggiunge allora gli 11 milioni di tonnellate. Dal 1780 nelle officine prende le mosse la vera rivoluzione energetica.
Ma, prima di arrivare a Watt, l'innovazione nel campo dell'energia riguarda il perfezionamento degli utensili tradizionali, 20 milioni di cavalli attribuibili a fonti muscolari e vegetali tratti direttamente dai cicli dell'ossigeno e dell'azoto, un motore biologico concorrenziale e pericoloso. Il contributo del carbon fossile reca un primo e modesto alleggerimento. D'altra parse ruote idrauliche e mulini a vento annunciano, da secoli, uno sfondamento tecnologico. Il problema capitale è quello del materiale. Il mulino a vento, sino a metà del XVIII secolo, ha organi di trasmissione interamente in legno: un sensibile miglioramento si ha verso il 1750, miglioramento dovuto all'introduzione del metallo. «John Smeaton fu forse il primo a usare la ghisa per consolidare e rafforzare le classiche strutture in legno» (M. Daumas e B. Gille). Il metallo riduce gli attriti: a metà Settecento il rendimento di un mulino con ingranaggio in legno non superava il 39%; Edmund Lee ancora un Inglese, «introduce il timone» che consente di utilizzare sempre al massimo la forza del vento. La diffusione del timone fu frenata, tuttavia, dalla difficoltà incontrata nel realizzare su scala industriale un meccanismo metallico robusto e a buon mercato.

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Innovazioni idrauliche
Molto più importante è il motore idraulico che procurò l'energia necessaria, sin dalla prima fase, alle manifatture inglesi. Sino al 1830 in Inghilterra, al 1860 in Francia, l'energia idraulica è in prima fila. Curiosamente si trovano associate ad essa, come regolatrici e come ausiliarie, le macchine a vapore: quando l'altezza della caduta era insufficiente, si usarono le macchine di Newcomen per riportare l'acqua dal livello inferiore a quello superiore del condotto. In tali condizioni ha importanza capitale il miglioramento del disegno delle pale e nella trasmissione. Un leggero aumento di produttività era moltiplicato dall'ampiezza dell'impianto. Mariotte, Newton e soprattutto Daniel Bernoulli (nel 1727) si interessarono al problema delle pale. Il perfezionamento principale non è dovuto al lavoro teorico degli scienziati, ma ai tentativi sistematici, a esperimenti su modelli ridotti: John Smeaton nuovamente, nel 1762 e nel 1763, e Borda, per la Francia, nel 1767. All'inglese Smeaton - fra molti miglioramenti rimasti anonimi - si deve l'aumento regolare dei rendimenti dei motori idraulici tra il 1750 e il 1780; esso consente e rende indispensabile, al tempo stesso, il passaggio dal «mercante manufatturiero» al factory system. In Germania alla metà del secolo, in questo con la collaborazione di uno scienziato, il grande Eulero, appaiono le turbine ad acqua, il cui progresso è ostacolato dalle difficoltà concrete di resistenza dei materiali. Il miglioramento del mulino a vento e della ruota idraulica libera a breve termine molta più energia. Lo sfondamento tecnologico si pone, tuttavia, a livello della macchina a vapore. Questa realtà inglese aveva colpito Marx ed Engels.
Furono necessari per questi risultati un secolo di tentativi e l'ostinazione di realizzatori geniali, in primo luogo Newcomen - poi Worcester, Denis Papin e Savery, al suo nome è legata la prima tappa. Newcomen nacque a Darmouth, nel Devon, nel 1663 e morì a Londra nel 1729. Fu certamente in rapporto con Robert Hooke, il segretario della Royal Society. Anche a questo stadio la scienza... la filosofia meccanicista non è del tutto assente. Ma Newcomen è quasi al cento per cento un operatore manuale, un meccanico che sa leggere, contare, un acculturato della alfabetizzazione sistematica dell'Europa protestante. Quando comincia con successo, i suoi primi esperimenti nel 1703, esercita la professione di «chincagliere e mercante di utensili, o meglio, di fabbro nella sua città natale». Il principio è semplice: la forza espansiva del vapore viene comunicata a un pistone verticale. «Il raffreddamento del vapore e la sua condensazione consentono alla pressione atmosferica che si esercita attraverso l'apertura superiore del tubo di respingere il pistone verso il basso». Per tre quarti di secolo, il miglioramento della prima macchina di Newcomen (chiusura automatica dei rubinetti in sostituzione del bambino preposto a questo lavoro, ecc.), è continuo, ma il principio resta lo stesso e il rendimento è molto scarso, nell'ordine dell'1%. Watt è già in qualche modo un'altra cosa. James Watt (1738-1819) è un empirista, quasi un meccanico (era addetto alla preparazione degli apparecchi scientifici all'università di Glasgow), che fu educato e che visse in un ambiente intellettuale, diciamo che il suo senso d'osservazione, il suo empirismo si nutrono a contatto della scienza teorica. Non vi è alcun dubbio che Watt era un uomo colto. [Il progresso da Newcomen a Watt è sensibile]. Ci si può domandare se non lo sia divenuto a causa del successo della sua prima macchina a vapore, grazie al quale acquisì una posizione sociale che lo mise in rapporto con gli amici di Birmingham, sempre citati; ma tale successo non poté essere unicamente conseguenza delle conoscenze acquisite a contatto con i professori dell'università di Glasgow (M. Daumas).

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Mentalità e tecnologia
E tuttavia una atmosfera mentale è un tutto unico. La filosofia meccanicista non interviene direttamente, bensì indirettamente, con le abitudini di pensiero che essa forma. «James Watt era nipote di un matematico e figlio di un notaio di Greenock, in Scozia [un dissidente presbiteriano]. Di salute delicata ricevette la prima istruzione in famiglia e imparò a eseguire lavori di falegnameria che gli consentirono di acquisire una grande abilità manuale. [Questa associazione del lavoro manuale e mentale è una caratteristica degli ambienti di tradizione puritana]. Aveva ripreso i suoi studi quando le difficoltà lo obbligarono a cercarsi un mestiere». Inizialmente svolse un lavoro manuale a Londra, presso un fabbricante di strumenti nautici, prima di essere assunto come tecnico all'università. Questa iniziazione alla tecnologia scientifica del suo tempo ha il suo valore. L'ambiente nel quale Watt visse «poté aiutarlo ad acquisire abitudini intellettuali rigorose, metodi di giudizio pragmatici, qualità che gli saranno particolarmente utili» Se si guardano per contro le conoscenze scientifiche del periodo 1750-1770, non troviamo niente che possa servire. Watt si trovava presso a poco nella condizione di Papin, Savery e Newcomen, dopo i lavori di Otto von Guericke e la scoperta del vuoto. Ma è diversa la sua attitudine, legata a un'atmosfera di rigore e favorita dalla disponibiltà di capitali, da una prodigiosa forza di concentrazione: «Watt è stato l'uomo di un solo problema». Quale via più economica di questo spreco prodigioso? È ciò che separa Smeaton da Watt. «Se le conoscenze scientifiche fossero state in grado di aiutare questa creazione, forse Smeaton sarebbe stato l'uomo del condensatore» Come per il motore a scoppio, la scoperta di Watt fu dovuta a qualità mentali delle quali beneficiò la filosofia meccanicista e alle quali essa contribuì, ma senza l'aiuto diretto della scienza. Al contrario la termodinamica nacque dalla generalizzazione della macchina di Watt e non viceversa. 1769: primo brevetto; 1780 Watt e Boulton, quaranta macchine vendute. Cinquant'anni furono necessari per conquistare l'Inghilterra, e ottanta per superare sul continente, l'energia idraulica. La storia di Watt e Boulton è appassionante, nella misura in cui mostra, in azione, lo spirito e i mezzi, il genio inventore di macchine, i mezzi e le ingiunzioni del capitalismo. Tutta la miscela detonante della pragmatica e unica Inghilterra di fine Settecento, generosa di uomini, parsimoniosa davanti alla morte, rispettosa della distinzione fra il cielo e la terra, dedita a condurre ogni cosa a buon fine, in cui l'attesa del regno di Dio, con Wesley, è occupata dall'attivismo pratico di un Dissent efficace.
In un primo tempo il «fronte tecnologico» è unico. Copre tutti i settori. La scoperta isolata, troppo in anticipo, rimane senza effetto, è messa in disparte per tempi migliori. Senza l'alesa trice di Wilkinson, la macchina a condensazione di Watt è irrealizzabile, priva com'è di sufficiente tenuta stagna tra il pistone e il cilindro. Vaucanson in Francia fa prodigi, ma i suoi prodigi non hanno alcuna possibilità di applicazione pratica. È la punizione per la precocità del suo genio. Si potrebbe ripetere lo stesso discorso per i telai e per i fusi; i risultati sarebbero analoghi. Si consideri ancora la metallurgia che si base sulla materia prima più essenziale, il ferro, poi l'acciaio. Un prima, limitata rivoluzione industriale è forse stata bloccata nel XV secolo dalla mancanza di ferro. La meccanica del primo Settecento è ancora una meccanica imperniata sul legno, materiale fragile, ingombrante, che moltiplica gli attriti. Si pensi ai mulini. Seguire la storia del ferro significa dunque seguire la storia del mutamento industriale. Un economista polacco, Stefan Kurowski, ha sostenuto persino «che tutte le pulsazioni della vita economica si colgono attraverso il caso privilegiato dell'industria metallurgica: essa riassume in sé tutte le innovazioni, le annuncia tutte» (citato da F. Braudel). La produzione di ferro nel mondo nel 1800 era, secondo Fernand Braudel, molto inferiore a 2 milioni di tonnellate. Verso il 1525 la produzione di ferro in Europa ammonta a circa 100.000 tonnellate. La Germania viene in testa (30.000 t), la Spagna è in seconda posizione, la Francia al terzo posto e l'Inghilterra al quarto (6.000 t). L'Inghilterra avrebbe raggiunto le 75.000 tonnellate verso il 1640, quando il legno cominciava a scarseggiare. Verso il 1760 la prodozione europea, Russia compresa, poteva oscillare tra le 145.000 e le 180.000 tonnellate. Verso il 1720 la produzione di ferro britannica è valutata da Deane e Cole a 25.000 tonnellate; poi resta stazionaria, se addirittura non diminuisce, fin verso il 1750. Anche per effetto della carenza di combustibile. L'industria meccanica britannica importa il ferro grezzo dalla Svezia per le qualità superiori e dalla Russia per quelle meno pregiate. A partire dal 1760 la soluzione tecnica è in vista, e inizia lo sviluppo. Tra il 1757 e il 1788 il tasso di sviluppo per decennio è del 40%, esso supera il 100% tra il 1788 e il 1806; 68.000 tonnellate nel 1788, 125.400 nel 1796, 250.000 nel 1806, 325.000 nel 1818, 678.000 nel 1830. Il decollo della siderurgia rappresenta bene il decollo dell'industria britannica, con le sue due soglie: 1760, primo avvio, 1780, balzo in avanti. È negli anni che precedono e che seguono la rivoluzione del 1789 che la Francia, nonostante gli sforzi di Calonne, ha perso la partita.

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Il decollo
Lo sviluppo dell'economia britannica diventa allora irresistibile. Il carbone, semplice accessorio, segue il movimento: 5 milioni di tonnellate nel 1760, 10 milioni l'anno alla fine del 1780, 11 milioni almeno nel 1800. Nel 1805 la produzione di ferro raggiunge il 5,9% del prodotto nazionale lordo, una percentuale da XX secolo. La produzione si adegua, bene o male, ai bisogni. È necessario ricordare che le prime rotaie sono di legno, poi di legno rivestito di metallo, poi di ghisa, e solo molto più tardi di acciaio?
In nessun altro settore, forse, le difficoltà da vincere sono state così grosse. Anche perché sono subentrate delle scappatoie e altre risorse geografiche. Dal 1680 al 1760 il ferro fu una produzione tipica dei lontani confini pionieristici forestali. Il ferro straniero era giunto a rappresentare circa il 60% del consumo inglese (B. Gille). Tra i primi esperimenti di fusione con il carbon fossile, sostituto economico del legno (seconda metà del XVI secolo), e gli sforzi coronati da successo di Abraham Darby (1678-1711), è trascorso un secolo e mezzo; ancora cinquant'anni sono necessari per il perfezionamento e la diffusione della nuova tecnica. Il procedimento assume un carattere rivoluzionario solo in Inghilterra e non prima del decennio 1780. L'approccio è sempre quello, un empirismo influenzato molto indirettamente dalla atmosfera mentale meccanicista. L'uso del metallo consente di fabbricare viti, ruote dentate, ingranaggi, la cui domanda non cessa di aumentare. È forse qui che lo spirito scientifico meccanicista fa la sua prima irruzione, a causa anche dei progressi della geometria e della meccanica di precisione. L'industria meccanica costituisce il primo settore tecnologico influenzato dall'evoluzione della scienza; è vero però che tutti gli altri settori dipendono da esso. «Le difficoltà, constata M. Daumas, che i creatori della macchina a vapore e delle prime macchine utensili dovettero superare, fecero loro comprendere che solo l'elaborazione di una teoria delle macchine, allora inesistente, sarebbe stata suscettibile di suggerire soluzioni generali. La nozione di macchina era ancora estremamente confusa. La capacità di inventare le macchine, di costruirle e perfezionarle era una vera arte nel senso antico del termine, impregnato di empirismo. Non era stato tentato alcuno studio analitico e comparativo delle diverse parti meccaniche, né poteva esserlo prima che alcuni elementi teorici ne fornissero le basi fondamentali». Solo dopo il 1780 comincia a essere elaborato un abbozzo di teoria scientifica della macchina industriale, ciò che non sminuisce affatto il merito di coloro che applicarono la loro intelligenza al lavoro manuale.

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Le comunicazioni
Resta da accennare alle comunicazioni. Tutto dipende da questo moltiplicatore delle conoscenze e dell'ambiente. È naturale che le comunicazioni abbiano beneficiato delle conseguenze del pragmatismo dei lumi. Il XIX secolo si identifica con la ferrovia e col telegrafo elettrico; il XVIII con la strada lastricata, con il ponte, con la carrozza dalle ruote cerchiate, dalle buone sospensioni e dagli attriti ridotti, con i canali e, alla fine, con il telegrafo di Chappe, nato dalla necessità politico-militare di una trasmissione rapida delle notizie e degli ordini. Non si è in grado di costruire una strada ferrata prima degli ultimi anni del XVIII secolo. Aumento di velocità, minima usura dei carriaggi, riduzione dell'energia necessaria agli spostamenti: tutto considerato, l'aumento di produttività può esprimersi, nei casi estremi, in un rapporto da 1 a 10. Abbiamo indicato altrove alcune conseguenze per quanto riguarda i prezzi in Borgogna. La rivolazione stradale si opera in due tempi. La prima fase è quella del pavé du Roi, nella Francia degli anni 1760 e 1770. Fra i collaboratori di Turgot vi sono alcuni innovatori, in primo luogo l'ingegnere capo Pierre Trésaguet: lo sforzo compiuto è certo enorme, ma non nasce ancora da una riflessione metodica ed efficace sull'arte di ottenere strade resistenti al tempo e all'usura. A Trésaguet va il merito di essersi accorto della debolezza della tecnica antica. «Allorché si cercava di costruire una strada solida [il primo "selciato del re" è contemporaneo a questa tecnica], si disponeva uno strato di pietre, ammassate senza ordine, di spessore variabile, che formava una superficie molto convessa e irregolare e priva di coesione» (M. Daumas e B. Gille); la carreggiata mal drenata si disgregava rapidamente sotto l'effetto delle ruote e delle gelate. Ben presto una simile strada offriva una resistenza enorme alla circolazione e questa resistenza a sua volta aumentava gli effetti distruttori del passaggio.
Il principale merito di una soluzione innovatrice e rivoluzionaria spetta a due britannici, John Loudon McAdam (1756-1836) e Thomas Telford (1757-1834). Mc Adam espose le sue idee nel Present State of Road-making. Per ottenere una superficie liscia, solida e scorrevole, senza rischi di disgregazione, si devono usare pietre grossolanamente squadrate e scelte in strati di spessori diversi, affinché la pressione dei carriaggi rafforzi la coesione della strada anziché distruggerla. In una parola, duemila e cinquecento anni dopo la sua scoperta, il principio della chiave di volta viene applicato alla strada. Il cantoniere intento a spaccare pietre sul ciglio della strada è un'immagine simbolica: indica l'ingresso della riflessione nei settori più umili della vita. Trésaguet aveva intuito il principio, applicazioni limitate ne esistevano in Francia, in Svizzera e in Svezia, ma la sua generalizzazione, il suo perfezionamento e la sua moltiplicazione sono dovute a Mc Adam e a Telford, negli anni 1780 e 1790. Telford rafforza la tecnica di Mc Adam-Trésaguet con uno studio sistematico sulla trazione dei cavalli. La Hire aveva notato, nel 1699, che la forza del cavallo decresce nei pendii in proporzione molto maggiore di quella dell'uomo (un cavallo equivale a sette uomini in pianura, a meno di tre su un medio pendio di montagna). Telford ne trae le conseguenze novant'anni dopo: non deve esservi alcun pendio superiore al 3% su una strada media, al 2,5% su un'arteria principale. Il miglioramento delle costruzioni stradali e l'urbanizzazione comportano una profonda modifica delle vetture destinate al trasporto degli uomini. Il periodo 1780-1800 si segnala, ancora una volta, come il periodo rivoluzionario della velocità e delle comunicazioni. Sorgono i primi ponti di ferro, larghi ponti dai piloni robusti e spaziati, come quelli di Bayeux e Tours (1764-1777), di Hupeau e Perronet a Nantes (1757-1765). Ma tutto è da fare, l'investimento necessario è pari a quello della ferrovia ai suoi primordi. Rouen, terza città del regno, rimasta priva del suo ponte di pietre nel XVI secolo a causa dell'evoluzione climatica che accelerò la corrente, si contenta sino all'inizio del XIX secolo di un ponte di barche.
Il telegrafo di Chappe sta alla trasmissione elettrica del pensiero come la ferrovia alla strada ferrata. L'invenzione di Chappe (1763-1805), realizzata per la prima volta nel 1793, non ha in sé nulla di rivoluzionario; tecnicamente era possibile da un secolo. Presupponeva tuttavia una potenza, una volontà e un bisogno dello Stato, e inoltre la fabbricazione a buon mercato di lenti e obiettivi acromatici. Conseguenza normale: uno spazio economico più omogeneo; il processo iniziato dall'inizio del XVI secolo. Si veda l'immenso lavoro di F. Braudel e F.C. Spooner. Possiamo misurare l'omogeneizzazione dello spazio europeo attraverso l'uniformazione dei prezzi. Lasciamo stare l'attenuarsi delle oscillazioni cicliche e la lenta riduzione del periodo. Questi fattori hanno anche una incidenza demografica e una incidenza sullo sviluppo, giacché incoraggiano una rotazione più rapida dei capitali e dei nessi speculazione-investimento.
Torniamo alla geografia e al grano, che è il miglior indicatore. Vi sono state a lungo tre Europe: a sud, un'Europa che fu a lungo l'Europa cara, nella misura in cui era l'Europa sviluppata. A est e a nord un'Europa dei bassi prezzi e non ancora satura. Fra le due, una Europa intermedia. Il fatto principale non è più costituito, in queste condizioni, dai ritmi prevedibili, dalle fluttuazioni secolari, ma dalla fantastica apertura iniziale del ventaglio dei prezzi e dalla sua progressiva chiusura. Tra Valenza, polo peninsulare del Mediterraneo caro, e Lwow, centro medievale della Polonia a buon mercato, il rapporto dei prezzi dei cereali (espressi in grammi d'argento) nel corso del decennio 1440-1449, si situa nella relazione quasi incredibile di uno a sette (da 6 a 43 gr d'argento l'ettolitro). Alla fine del XVI secolo, quando il Sud è a 100, il Nord è a 76 e la Polonia a 25. Il 1650-1659 segna il primo cambiamento importante. La zona degli alti prezzi mediterranei è adesso raggiunta dalla costa dell'Atlantico e della Manica. Tra il 1690-1699 si delinea il primo orizzonte dei lumi. L'Europa cara, l'Europa economicamente dominante si confonde ora con l'Inghilterra, i Paesi Bassi (Olanda), la metà settentrionale della Francia incentrata su Parigi. Il Mediterraneo retrocede alla seconda posizione. L'Europa orientale resta meno cara (Lwow, 44, 31 gr; Lublino, 40, 13 gr; Varsavia, 25, 24 gr/hl). «I nuovi ricchi del XVII secolo mangiano pane che costa caro». Nel 1740-1749 la nuova geografia dei prezzi si consolida. Un'Europa cara, corrisponde all'Europa ricca, lungo le coste dell'Atlantico, della Manica e del mare del Nord. Un'Europa dal pane a buon mercato che è l'Europa orientale. Un'Europa dai prezzi intermedi che è il settore regredito del Mediterraneo. Al limite si tende verso una bipolarizzazione semplice tra il settore atlantico caro e un settore a buon mercato che comprende il Mediterraneo e l'Europa centro-orientale. Tra i poli dei prezzi alti e dei prezzi bassi la differenza è passata da 7,5/1 a 2/1 appena. Certamente il grano non è tutto. A partire dal 1760-1780 il decollo della Gran Bretagna crea nuove disparità. L'omogeneizzazione di uno spazio economico, a lungo profondamente disarticolato, è significativo tuttavia della ricaduta dei lumi sugli esseri umani e sulle cose.

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Est e Ovest
Le ripercussioni economiche delle idee sono legate a una certa struttura sociale. È la materia di un libro. E questo libro esiste. Il decollo inglese del XVIII secolo è tuttavia inscindibile da una plasticità sociale anteriore ai lumi, e che i lumi hanno semmai contribuito a rafforzare dopo averne tratto ispirazione. I maestri dell'orizzonte 80 si sono impadroniti con gioia della parentesi cartesiana. Al limite, che cosa ne hanno fatto? Ben poco! La risposta è grossolanamente vera, semplicistica e ingiusta. È tuttavia questione di luogo e di tempo.
All'Est il pensiero dei lumi ha colonizzato lo Stato; diciamo che ha tenuto conto dello Stato e che lo ha reso più efficace. L'illuminismo ha dato un obiettivo alle strutture tradizionali dello Stato, al vertice di una società di tipo feudale, signorile, patriarcale, compartimentata, segnata da pesantissimi rapporti dominazione: il recupero del terreno perduto. Qui la conservazione, là il rafforzamento delle strutture nobiliari della società sono apparsi la condizione di efficacia, al primo stadio, della rivoluzione tecnologica, ambizione del despota illuminato. A dire il vero questi non ha scelta. Il dispotismo illuminato, a breve termine, consolida le strutture sociali esistenti. Diffondendo i mezzi di conoscenza e in primo luogo un livello molto elementare e molto parziale di alfabetizzazione, accrescendo la produzione e il livello delle comunicazioni, esso prepara la modifica a lungo termine dei rapporti sociali.
All'Ovest la situazione è completamente diversa. Due casi, due varianti principali, Inghilterra e Francia. La plasticità della società inglese è unica in Europa. In effetti la rivoluzione sociale è ormai dimenticata. Questa rivoluzione compiuta, per l'essenziale, nel XVI secolo, fa parte delle lunghe condizioni preparatorie del take off inglese. La gentry britannica distoglieva il proprio interesse dalla rendita e lo indirizzava al profitto. Abbiamo visto la parte da essa avuta nel modello di trasformazione agricola del Norfolk. La rivoluzione politica è avvenuta nel 1688-1689; una parte dei dottrinari proponevano in Francia, nella campagna politica del 1829-1830, il modello della Glorious Revolution. Locke ha giustificato, a cose fatte, il new deal del 1689. L'élite si confonde, con poche differenze, con la classe dirigente, il sistema è abbastanza agile per risolvere, con adattamenti successivi, le nascenti contraddizioni. La fortuna dell'Inghilterra è dovuta a questo fatto. Per la realizzazione dello sviluppo accelerato è meno pericoloso avere l'inevitabile fermento sociale dietro di sé che davanti a sé, verso il 1650 piuttosto che nel 1793. L'impatto dei radicali dell'utilitarismo, Jeremy Bentham (1748-1832) in particolare, è scarso. Lungi dal ricusare il gioco politico e sociale inglese, essi sognano solo di accelerarne una proiezione tendenziale e semplificatrice.
Ben diverso il caso francese: l'élite non si confonde qui con la classe dirigente. La società francese ha compiuto tre esperienze negative, le riforme della nobiltà degli anni 1670-1680, la Reggenza, il fallimento del colpo di Stato Maupeou (1774). Il ripiegamento della nobiltà sulla rendita, il mantenimento di una piccola conduzione contadina portavano alla scissione artificiale della élite. La nobiltà parte all'assalto dello Stato, ma consuma la propria sconfitta sul piano economico. Contro il suo ingiustificabile privilegio si polarizzano le rivendicazioni dei plebei ricchi e illuminati. Dopo il reinsediamento dei parlamenti, del controllo della casta sul potere legislativo e regolamentare dello Stato, ogni adattamento è impossibile. Le contraddizioni non possono mancare di esplodere al primo incidente. La via francese e la via inglese, che avevano seguito un trend parallelo (con la Francia più indietro) a partire dal 1530, si sono divaricate attorno al 1680 con le catastrofiche riforme che rafforzano in Francia la rigidità sociale. Il pensiero dei lumi si è dimostrato molto sprovveduto, e al limite poco lucido, davanti alla complessità della società francese. In definitiva ha avuto poca influenza su di questa. È stato capace di provocare la Rivoluzione, non di evitarla. Schematicamente l'illuminismo è, in un primo tempo, molto conservatore, perfino reazionario. In un secondo tempo, a partire dal 1750, oscilla tra due posizioni irrealistiche, da un lato la formula orientale del dispotismo illuminato, dall'altro le utopie egualitarie. Voltaire alle prese col cavaliere di Rohan, la futura Mme Roland relegata in cucina sono rivelatori della scandalosa pesantezza dei rapporti sociali. La storia intellettuale e la storia sociale faticano a mantenere lo stesso ritmo.

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L'Europa é ricca
Ma il quadro della vita (l'alimentazione, l'alloggio, il vestiario) è tutto in movimento; un cambiamento profondo che rispetta il quadro tradizionale abbastanza da non poter essere considerato rivoluzionario, per essere vissuto come un reale miglioramento. Nato in parte dall'esperienza di un progresso, nel suo ritorno sulle cose, il pensiero dei lumi contribuisce al progresso della vita materiale. Naturalmente, vi è un certo calo, a partire dal 1550, nel consumo della carne. Questa oscillazione non elimina però la preminenza dell'Europa in rapporto al resto del mondo. Bisogna valutare bene l'evoluzione del XVIII secolo: essa non esplode come una rivoluzione, ma è un'accelerazione decisiva in un processo multisecolare. L'Europa alimentare, l'Europa dei giardini, si è arricchita di un lungo confronto tra Nord e sud, che Emmanuel Le Roy Ladurie ha seguito nella lunga durata per quanto riguarda la Linguadoca. L'Europa ricca, l'Europa popolata ha ricevuto questa ricompensa della istituzione di un accenno di economia-mondo, che ne fa un luogo di confluenza. Ora, il progresso dell'agricoltura è legato anche al rinnovamento delle sementi, all'estensione del campo delle comunicazioni. Si pensi al grano della Linguadoca. Nel XVIII secolo, grazie all'estensione della rete degli scambi, nuovi arrivi si registrano direttamente dal Levante e dal serbatoio da poco scoperto del mar Nero. «È così che una parte dei grani importati dal Levante, attraverso Marsiglia e Sète, dopo l'inverno del 1709, fu seminata nei territori francesi. In seguito si incontreranno ancora tra le vecchie popolazioni cerealicole del Midi un grano di Marianopoli, che cresce presso Avignone, un grano villoso e barbato di Creta, uno Smirne o grano d'Egitto, e naturalmente dopo il 1820 [...] i celebri tipi di Odessa e Taganrog» (E. Le Roy Ladurie). Questo piccolo brandello di una immensa storia che presiede al sapore del pane quotidiano dimostra l'accelerazione settecentesca del processo di arricchimento, in Europa, della riserva generica a servizio della tavola.
Lo stesso avviene per la vite, per l'olivo, per il bestiame; e che dire della diffusione massiccia del mais, che si espande dalle basi iberiche e italiane conquistate nel XVI secolo, e che nel XVIII secolo esplode nel Sud-Ovest della Francia? Che dire dei progressi del riso a Valenza e nella pianura padana, o della patata che dale isole britanniche e da alcuni punti privilegiati del nord parte alla conquista del continente profondo nei due ultimi decenni del XVIII secolo e nella prima metà del XIX? Lo stesso avviene, ancor più sorprendentemente, per l'orticoltura francese: tra il XVI e l'inizio del XIX secolo, diciamo che la gamma dei prodotti è aumentata nel rapporto di 1 a 4. Una moltiplicazione per quattro in tre secoli, e forse un approssimativo raddoppio nel XVIII. L'esempio della Linguadoca vale, forse, per quasi tutta l'Europa densa e numerosa. Benefici della comunicazione e ritorno sulle cose del pragmatismo attivo dei lumi. Ma, come sempre, non vi è rivoluzione, vi è invece lo sfruttamento di tutte le capacità potenziali delle vecchie strutture. I lumi significano proprio questo: lo sfruttamento di tutte le virtualità di un mondo vecchissimo, prima della tormenta che, a partire dalla piccola Inghilterra, sconvolge e rivoluziona un orizzonte 1780 che resiste fino al 1830 o al 1840 a seconda dei casi, e fino al 1860 nella maggior parte del continente conservatore della lunga durata.

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Alimentazione
Ma torniamo agli studi quantitativi sull'alimentazione, di cui cominciamo a disporre. Prendiamo il caso parigino. Si può tentare un calcolo serio e globale, partendo dalla statistica un po' sottovalutante e parsimoniosa delle entrate. Non bisogna lasciarsi influenzare troppo dal bilancio energetico al tempo stesso confortevole e modesto, al livello delle 2.000 calorie pro capite, una media che comprende uomini, donne, bambini, poveri e ricchi. Il solo errore possibile è quello della sottovalutazione. Si tratta infatti di un minimo dal quale vanno dedotte, a colpo sicuro, 3.500 calorie per il lavoratore manuale maschio. Ora, ciò che colpisce, è la qualità già elevata dell'alimentazione, con un eccesso di vino, per fortuna un vino leggero, e soprattutto una notevole ricchezza di proteine animali. «A Parigi [...], verso il 1780 [...] i cereali costituiscono solo il 50% del totale» (F. Braudel). L'India e la Cina devono ancora percorrere molta strada per raggiungere il livello alimentare dei parigini più poveri alla fine dell'Ancien Régime. Il pane continua a essere consumato in modo massiccio in campagna; ma questo nutrimento, ricco in rapporto alle antiche farinate, povero in confronto alle nuove raffinatezze, ha perso il suo monopolio in città. Lo ha perso a Londra, salvata dal suo tentativo di suicidio collettivo col gin (1730-1740), lo ha perso a Parigi, ma non ancora a Berlino. A Berlino, secondo W. Abel (citato da Braudel), il pane rappresenta, per una famiglia di un muratore composta di cinque persone, molto più del 50% della spesa alimentare (l'alimentazione rappresenta il 72,7% della spesa, il pane il 44,2 del totale) contro solamente il 17% del bilancio parigino. E che pane! bigio da una parte, bianco dall'altra; si comprende lo stupore dei granatieri di Pomerania nel 1792, del quale Goethe ci ha lasciato un divertito resoconto.
Nel XVIII secolo l'uomo è partito, in Occidente, alla conquista del superfluo. Il lusso è il grande incentivo. «L'uomo è una creatura di desideri e non di bisogni». Una vera e propria rivoluzione (una volta tanto la parola non è eccessiva) si attua sulla tavola e sulla disposizione della tavola dei ricchi, ma anche delle persone agiate, nell'Europa fortunata; verso il 1720-1730 qui, verso il 1740-1750 là. In Francia, prima di tutto, «la grande cucina francese si afferma solo in seguito, dopo il disarmo della "artiglieria da gola" perpetrato dalla Reggenza e dal buon gusto contagioso del Reggente» (F. Braudel). Il 1750 rappresenta una seconda tappa, sociale questa volta: la si misura più tardi ancora, nel 1746, quando appare infine la Cuisinière bourgeoise di Menon (F.Braudel). «Ci si nutre in modo raffinato, sostiene un Parigino nel 1782, solo da un mezzo secolo a questa parte». Dal 1730 dunque, la stessa tappa che è contrassegnata da una nuova attenzione alle modeste attrattive della vita quotidiana. 1730: ecco le divine tisane. In Russia il tè è conosciuto forse dal 1567, ma la sua generalizzazione presuppone le rotte marittime, gli indiamen inglesi in navigazione intorno al 1730. Non bisogna lasciarsi impressionare dalla civiltà del samovar: tra la Russia e l'Inghilterra vi è un divario quantitativo che va a tutto vantaggio del mare e della lunga, secolare educazione alla libertà. «Alla fine del XVIII secolo, la Russia non importa nemmeno 500 tonnellate di tè. Siamo lontani dalle 7.000 tonnellate consumate in Occidente». Il tè fa la sua comparsa episodicamente e senza successo nel seguito di Séguier (1635-1636), alla ricerca dell'elisir di lunga vita. «Samuel Pepys ne bevette per la prima volta a casa sua il 28 maggio 1667». Il 1720-1730 segna anche qui una svolta. Nella lotta alla morte, il tè è un'arma importante, grazie alla bollitura dell'acqua. Il caffè è più antico, ma la sua diffusione è contemporanea a quella del tè. La voga del caffè è stato un incentivo importante per l'espansione europea negli altri continenti. «Se, a partire dalla metà del XVIII secolo, il consumo è tanto aumentato, e non solo a Parigi e in Francia, è perché l'Europa ha organizzato da sé la produzione. Sin quando il mercato mondiale si approvvigionava presso i produttori di caffè dei dintorni di Moka, in Arabia, le importazioni europee erano state forzatamente limitate. Ora la produzione di caffè si era insediata a Giava sin dal 1713, nell'isola Bourbon (La Réunion) dal 1716, nell'isola di Caienna dal 1722 (ha dunque attraversato l'Atlantico); nel 1723-30 alla Martinica; nel 1730 alla Giamaica; nel 1731 a Santo Domingo. Le date non sono quelle della produzione poiché è stato necessario attendere che le piantagioni aumentassero, si moltiplicassero». (F. Braudel).

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Vestiario e altri fattori
Quanto al vestiario l'Europa settecentesca continua a vivere su due piani: un mondo popolare dalle fluttuazioni lente, un mondo ricco che segue la moda. La legge enunciata da F. Braudel, che esistono due ritmi sociali dell'abbigliamento, continua ad applicarsi all'Europa dei lumi. Ma con una differenza: la moda, al vertice è più volubile, più nervosa, e l'abbigliamento popolare, nell'Europa numerosa e fortunata dell'ovest non è più del tutto immobile. Il popolo di Londra e di Parigi comincia persino a obbedire a mode di breve durata. È generale l'evoluzione verso indumenti più morbidi, meno pesanti, che lasciano più libertà al corpo; significativa è la fortuna delle tele indiane. Le belle seminude dell'epoca del Direttorio non fanno che spingere all'estremo, e forse all'assurdo, la tendenza affermatasi con l'arrivo delle indiane. Prova tangibile della promozione del corpo, della promozione della sessualità. Siamo di fronte a una conseguenza quasi caricaturale dei lumi. Come sottovalutare questa valorizzazione del movimento nel modo di vestire? «In effetti l'avvenire apparteneva alle società abbastanza fatue, ma abbastanza ricche e fantasiose da preoccuparsi di cambiare i colori, i materiali, le forme delle vesti, e anche l'ordine delle categorie sociali e la carta del mondo [...]. Tutto è strettamente collegato» (F. Braudel). Taluni popoli africani hanno pagato con una esportazione di uomini il lusso delle stoffe di colore che la loro industria non sapeva produrre, ma che essi desideravano. Schiavi in cambio di hanbels, schiavi per le piantagioni d'America, schiavi per le piantagioni di canna da zucchero, questa grande conquista del lusso quotidiano, schiavi per l'industria tintoria... E il cerchio si chiude.
Ma il lusso nel vestire porta con sé anche modeste vittorie dell'igiene. La diminuzione dei bagni pubblici, che si attribuisce all'azione della sifilide e all'ascesi propagata dalle riforme della Chiesa, è cosa antica, l'immersione nella sporcizia diminuisce solo lentamente. Parigi ha i suoi bagni, la civiltà urbana riscopre lentamente le virtù dell'igiene corporale. Il principale progresso è dovuto alla generalizzazione della biancheria. È una battaglia iniziata nel XVI secolo, ma vinta definitivamente solo nel XVIII, nella massa della popolazione. La camicia e le mutande, due strumenti modesti della vittoria sulla morte, sono l'effetto benefico di una nuova considerazione del corpo. In Francia le mutande prevalgono sui pantaloni foderati verso il 1770, nell'esercito prussiano verso il 1860. Sfasamento geografico-cronologico abituale da ovest verso est.

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Statistiche edilizie
Resta la casa. Nel XVIII secolo si è costruito molto. Perché la popolazione è raddoppiata, perché l'habitat è migliorato, perché il volume della popolazione urbana è quadruplicato. La casa di pietra dura in media duecentocinquant'anni. L'edilizia resta, nel XVIII secolo, la prima delle attività non agricole: forse, globalmente viene prima dell'industria tessile. La casa è un importante fattore economico, ma è ancor più la sede privilegiata della vita, carica di un contenuto affettivo, legame tra le generazioni. Ci piacerebbe poter studiare l'edilizia nella sua globalità, compresa quella che assicura un tetto agli umili e che fa parte dell'apparato produttivo. La negligenza della storia economica quantitativa rispetto all'edilizia ha cause documentarie: dipende dalle strutture dell'elaborazione statistica. Nell'apparato produttivo sfugge la frangia che non entra nel circuito di scambio; la si può valutare, ma solo eccezionalmente si arriva a misurarla. Nel XVIII secolo sussiste un'antichissima divisione fra il Mediterraneo e il resto d'Europa. Il bacino del Mediterraneo ha conservato a lungo un immenso vantaggio nel campo delle costruzioni. Roma fu sempre attratta dalla pietra; la vittoria della pietra sul legno ha richiesto duemila anni. La casa pesante, la casa, diciamo, dli 400-500 tonnellate, ha prevalso in lenta progressione. Sul Baltico, in Polonia, in Russia, in Scandinavia, la pietra non si è mai imposta fuori dai quartieri residenziali della città, nel XVIII secolo. L'America settentrionale deve più alla vera europa del nord che all'Inghilterra: la soluzione americana, la lodge cabin, si ispira a un modello scandinavo. L'habitat tradizionale è l'abitazione pesante, in pietra, la soluzione mediterranea trapiantata per motivi più psicologici che tecnici. L'habitat tradizionale ha il suo culmine nel XVIII secolo. In tutto il settore europeo dove domina la pietra, là dove la guerra non ha provocato danni, una parte delle abitazioni contadine risalgono al XVIII secolo. Una volta ancora questo secolo ci appare sotto la sua vera luce, come l'apogeo di una civiltà che noi chiamiamo, in mancanza di meglio, tradizionale. E tuttavia, in alcuni settori diseredati, sussiste un habitat più povero e più antico: capanne, buchi coperti, tuguri. Questo è l'habitat dell'anno mille; i briganti del 1789, i pretesi stregoni dell'ordinanza del 1670 sono usciti, in gran parte, da questo mondo marginale.
L'habitat tradizionale può definirsi per il peso, il costo, la durata, le condizioni termiche. È una soluzione mediterranea, assurda là dove il legno abbonda. Ma l'abitazione subisce altre leggi oltre a quelle tecniche ed economiche. La casa è un luogo di confluenze psicologiche. La mutazione dei livelli di vita, dunque il progresso tecnico, comincia al vertice, inizialmente per imitazione, per la diffusione secolare dei modelli aristocratici. Il modello mediterraneo così si impone molto al di là dei limiti collegati agli imperativi dell'ambiente. La casa tradizionale obbedisce ai bisogni psicologici di durata, di solidità, di protezione. Ecco perché nel XVIII secolo coesistono la pietra tipica della maggior parte delle campagne del Bacino parigino e le impiallacciature, il legno, il gesso della costruzione urbana, a Parigi, ad Amiens, a Rouen. In città si fanno costruzioni più leggere che in campagna, probabilmente perché il costo esorbitante dei trasporti rende indispensabile il massimo ricorso ai trasporti per via fluviale, dunque al legno, ma anche perché l'affollamento delle costruzioni in città compensa abbondantemente, dal punto di vista psicologico, la leggerezza. La città inganna: la città francese nasconde il suo legno dietro la superficie di rivestimenti che danno l'apparenza della pietra. L'Europa intermedia, ancora nel XVIII secolo, si dà un volto mediterraneo con una pesantezza posticcia, ha vergogna di dire che usa il legno, che è privilegio del Nord. Il Nord tuttavia ha bisogno di scaldarsi: il legno è un buon isolante; la casa di legno, meno costosa, cede il posto a soluzioni migliori per risolvere i problemi di riscaldamento. La stufa in ceramica, una prerogativa del Nord, si diffonde nel XVII secolo e trionfa nel XVIII. Essa troneggia all'interno di case costruite in legno nella parti essenziali. Una casa di legno non può accontentarsi di un caminetto mediocre, mentre la casa di pietra concentra le sue possibilità sotto il profilo termico nello spessore dei muri. La casa tradizionale di pietra, principalmente il tipo completo, il più vicino al modello mediterraneo, costituisce un investimento enorme. In Europa esso ha finito per imporsi su più di 4 milioni di kmq.

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Investimenti redditizi
Questa abitazione dura, all'incirca, da due o tre secoli. La sostituzione della sua massa a un infra-habitat, del quale solo l'archeologia delle civiltà materiale può darci le chiavi, avviene a tappe. L'ultima tappa è stata superata nel corso del XVIII secolo. Pierre Denis Boudriot ha calcolato che, in media, bisogna smuovere 41 tonnellate di materiale (fondamenta comprese) per alloggiate un Parigino tra il 1750 e il 1770. L'abitazione tradizionale è fatta per durare: rappresenta il massimo dell'investimento iniziale per il minimo di manutenzione. Lo sforzo muscolare richiesto è atroce, logora prematuramente i corpi. Esso spiega la massa enorme degli addetti all'edilizia. Se attribuiamo una durata media di duecentocinquant'anni alla casa tradizionale, con uno sforzo di manutenzione per due terzi di secolo pari alla metà dello sforzo iniziale di costruzione, arriviamo - nell'ipotesi di una popolazione stagnante, di un livello di vita stabile e di una copertura pesante di tipo tradizionale - a un investimento annuo pari allo 0,4% per la costruzione e allo 0,2% per la manutenzione, una volta assicurata la copertura; lo 0,6% del capitale immobiliare è sufficiente alla manutenzione e alla sostituzione. Nell'ipotesi di un aumento della popolazione dello 0,5% annuo, conviene aggiungere lo 0,5%; l'investimento annuo, in questo caso, raggiunge l'1,1% del capitale immobiliare. Con il 2% divengono possibili un miglioramento dell'habitat e un'urbanizzazione accelerata. In tutti i casi il margine economico, rappresentato dall'edilizia è enorme. L'edilizia obbedisce alle tendenze di lungo periodo della demografia e delle sussistenze, ma è testimone di una ipersensibilità alla congiuntura breve, alla congiuntura ciclica, alla congiuntura drammatica interdecennale. Dato che con l'1% del capitale immobiliare vengono facilmente assicurati la manutenzione, la sostituzione, lo sviluppo delle costruzioni, si comprende perché si può arrestare la costruzione delle case senza alcun inconveniente, meglio di qualsiasi altra produzione. L'assenza di originalità a lungo termine della congiuntura dell'edilizia non è in nessun modo in contraddizione con l'ipersensibilità a breve termine dell'industria dell'edilizia. L'edilizia è vittima della disoccupazione stagionale e congiunturale. L'edilizia, settore tradizionale della produzione, costituisce tuttavia, alla fine del XVIII secolo e nel XIX, un'area di tensioni e di conflitti, un settore di punta della contestazione. È difficile valutare esattamente ciò che ha rappresentato per il settore sud dell'Europa occidentale, la soluzione della casa pesante. I motivi sono psicologici. La soluzione ha vantaggi e inconvenienti; è espressione di uno spazio prematuramente chiuso. Le grandi ondate del progresso materiale, il XVIII secolo dunque, hanno difficoltà a investire. Due investimenti sono comunque possibili: negli uomini e nelle case... Sostituire alla tana dell'anno mille la casa di tipo tradizionale è ancora la soluzione ideale per conservare in un'enorme riserva di pietra il fragile surplus della produzione dei grandi periodi di sviluppo; la soluzione della casa pesante risponde forse alle difficoltà di capitalizzare il surplus della produzione. La casa pesante consente un permanente risparmio sulle spese di manutenzione e di riscaldamento. Costa di più all'inizio, dieci volte di più, ma è meno costosa da mantenere. L'isba è utilizzabile per trenta, quarant'anni in media. Non è certo che, a lungo termine, la casa tradizionale in pietra costituisca una soluzione più costosa; probabilmente è più economica. Il vantaggio principale deriva forse dall'isolamento termico: l'efficacia dei muri è proporzionale alla loro massa. Il muro restituisce il calore d'inverno, la frescura d'estate; combatte l'effetto contrastante dell'aerazione. II muro spesso si è diffuso nel bacino del Mediterraneo come protezione dal calore, in una zona priva di legno. Al nord è il legno a proteggere contro il freddo. Ma la casa pesante non è priva di inconvenienti. Essa rende permanenti soluzioni di comodo. La riserva termica bloccherà a lungo il progresso tecnico nei mezzi di riscaldamento. La casa pesante tende a perpetuare le soluzioni antiche. Essa protegge contro la dilapidazione del capitale ma con i suoi alti costi ne limita la mobilità. Nel XVIII secolo, tuttavia, la moltiplicazione dei granai di pietra assicura una migliore conservazione dei raccolti. Ma la loro durata troppo lunga è il principale difetto. In periodo di scarsa plasticità tecnica, il peso delle costruzioni agisce da freno, è un ostacolo alla mobilità indispensabile al progresso.
Bisognerà pure dedicarsi, un giorno, allo studio sistematico dei progressi tecnici nell'edilizia. Là dove sono state studiate, le innovazioni del XVIII secolo vanno nel senso di una migliore tenuta, di una maggiore durata, di una migliore protezione termica e di un minor costo di manutenzione; tali migliorie portano il segno dell'arricchimento, rafforzano la scelta a favore della durata, implicita nell'habitat pesante tradizionale, la scelta a favore della capitalizzazione iniziale, della permanenza. Una scelta che corrisponde alla famiglia coniugale eccezionalmente stabile della cristianità latina. Ma la cosa più importante è l'aumento della produttività. Tutto, nella casa tradizionale può ricondursi al trasporto: un grande progresso è legato al fondamentale miglioramento delle strade nella seconda metà del XVIII secolo. L'edilizia del XVIII secolo migliora di qualità. Le case costruite nel XVIII secolo sono ancora in piedi e, nel complesso, resistono bene. L'edilizia del XVIII secolo ha beneficiato del miglioramento dei trasporti, dell'alto livello della costruzione. Si costruisce di più e meglio. La diffusione delle case di pietra fa scomparire quasi dappertutto, tranne che per i più indigenti, l'infra-habitat dell'anno mille. La frontiera della casa pesante si sposta verso nord. Prendiamo il caso di Pietroburgo: una città di pietra si sostituisce a quella di legno all'estremo nord, dove dominano l'isba e l'archetipo scandinavo della lodge cabin nord-americana. Nelle campagne dell'Europa occidentale sorgono belle abitazioni destinate all'èlite del mondo rurale, con larghe finestre, un primo piano, almeno due stanze con camino su quattro; un modello rettangolare, sensibile alla ricerca di un equilibrio sulla base dell'estetica classica. Vi è anche un progresso dei materiali: uso dei mattoni unitamente alla pietra; copertura dei tetti con tegole o ardesia anziché con paglia; sostituzione di un mattone più cotto e della pietra al mattone crudo e al semplice fango; vittoria della malta fatta con calce e sabbia sulla malta di paglia e argilla; progresso delle costruzioni in linea orizzontale e verticale, dunque progresso dell'equilibrio; diminuzione delle flessioni, causa di usura; al tempo stesso la casa più alta è più aerata e meglio illuminata. Il XVIII secolo non innova, ma diffonde massicciamente soluzioni intellettualmente possibili, effettivamente desiderate ed economicamente realizzabili dagli strati sociali che prima non potevano aspirarvi.Il XVIII secolo dà l'impressione, inoltre, di essersi trovato pronto all'appuntamento di un grande rinnovamento dell'habitat esistente. Un'edilizia sommaria e di cattiva qualità, che datava dalla ricostruzione del XVI secolo, è ormai decrepita; due secoli dopo, a metà del XVIII secolo, un habitat improvvisamente sentito come vetusto ha smesso, ancor più bruscamente, di corrispondere ai bisogni e ai gusti della società tradizionale, padrona infine di tutti i propri mezzi; l'edilizia si fa uniforme, la divaricazione fra i diversi tipi di abitazione tende a ridursi.
Possiamo tentare di decifrare l'influenza di questo manto nuovo di pietra di cui l'Europa si è vestita nel XVIII secolo? Non è irragionevole pensare che tra il 60 e il 70% delle case europee del XVIII secolo, avessero meno di cinquant'anni, sotto l'azione di tutti i fattori ricordati. Un habitat rinnovato alla fine del periodo dei lumi, ben adattato ai generi di vita debolmente evoluti del XVIII secolo, un habitat fatto meglio per durare più di quello che sostituisce, un habitat costruito per tre secoli e più. L'Europa occidentale si è dotata, nel XVIII secolo, di un ricchissimo capitale immobiliare. Quale può essere l'influenza di questa eredità sulle precondizioni del take off nel XVIII secolo? Un elevato livello dell'edilizia e dei lavori pubblici nel senso più lato. Se l'edilizia ha potuto svolgere, in un determinato momento; un ruolo di traino, ciò è avvenuto nel XVIII secolo. Una parte dei capitali accumulati in questo periodo, in proporzione a quella mai raggiunta in precedenza, è stata investita sotto questa forma. L'altro livello di attività edilizia, protrattosi per circa un secolo, ha preparato l'economia ad altri sforzi permettendo al tempo stesso una prima accumulazione del capitale. All'inizio del XIX secolo altri settori dell'economia ne prendono il posto. L'edilizia cresce più lentamente. Il decollo necessita di un più elevato volume di capitali. È stato possibile ammassare gli operai di Lilla e d'altri luoghi nei sotterranei e nei granai di immobili costruiti per la maggior parte nel XVIII secolo. I grossi investimenti immobiliari del Settecento hanno consentito, all'inizio del XIX, un minore sforzo relativo per quanto riguarda le costruzioni. Il XVIII secolo ha lasciato in eredità al primo XIX secolo questa utile anticipazione. Le case del XVIII secolo hanno consentito di utilizzare altrove, e meglio, la massa sempre insufficiente dei capitali indispensabili alle necessità continuamente crescenti dello sviluppo accelerato. Ma non si tratta sol o di questo. La bella casa settecentesca, l'habitat tradizionale giunto al suo punto di equilibrio e di perfezione, si impone dappertutto dove la pietra costituisce il quadro duraturo della vita II XVIII secolo ci ha lasciato le strutture materiali dei nostri focolari, un modello duraturo che la rivoluzione industriale trasforma solo in modo impercettibile. Oltre alle strutture materiali vi è uno stile di vita familiare, una sensibilità degli atteggiamenti e dei gesti che permangono. Il patrimonio immobiliare del XVIII secolo, dopo aver fornito una condizione favorevole allo sviluppo economico, ha contribuito ad attenuare, dappertutto dove domina l'edilizia di pietra, a diluire nel tempo una parte delle onde affettive della tumultuosa rivoluzione economica, tecnica e mentale del XIX secolo. La generazione della rivoluzione industriale ha vissuto parte della sua vita in un quadro settecentesco. L'eredità del XVIII secolo ha costituito un legame concreto tra un prima e un poi difficilmente conciliabili, ha preservato un elemento di continuità nell'epoca del cambiamento. La casa settecentesca resta la migliore ambasciatrice della civiltà tradizionale che si spegne in Europa negli anni Sessanta del XX secolo.

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Lumi e città
Sono le città il laboratorio privilegiato dell'Europa dei lumi. La crescita urbana è dunque un elemento di capitale importanza. Si può parlare di urbanesimo, nel XVIII secolo, sopra la soglia dei 2.000 abitanti. La Fiandra e il Brabante hanno ormai varcato la percentuale senza precedenti del 50% di popolazione urbana. Per la Spagna occidentale, la media oscilla tra il 20 e il 25% verso il 1780-1790, ed è del 16% per la Francia rimasta rurale. L'Inghilterra è già al 30% all'inizio del XVIII secolo. Quando sfiora il 40% di popolazione non rurale, una regione intera passa automaticamente nella categoria delle economie urbane. Nel 1796, l'Overijssel ha superato questa soglia (45,6% di cittadini quando la Russia è al 4%). È in città, quasi esclusivamente, che è stata elaborata l'estetica dei lumi, diciamo più semplicemente un quadro di bellezza che rende la vita più umana, un po' più degna di essere vissuta, da parte di un numero crescente di persone sopravvissute alla morte precoce. È qui che si è tentati di cogliere il ritorno del pensiero sulle cose e sulla vita. Una civiltà si rivela nelle forme che essa crea, nei colori e nei suoni. Ciò è tanto più vero, nel XVIII secolo, in quanto la ricerca estetica non è affatto il privilegio di pochi. L'anima dei lumi, l'anima dell'Europa laica, così inafferrabile, così difficile da cogliere, quest'anima possiamo forse incontrarla adesso.

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