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Tirare le somme
Ritorno sull'economia. L'ottimismo e l'umanesimo dei lumi sono in certa
misura governati dalla presa di coscienza progressiva delle modifiche
ambientali. Ora, tali modifiche sono prima di tutto di natura economica.
In nessun campo la storiografia ha lavorato tanto e con così buoni
risultati. Sono state pubblicate centinaia di monografie, che convergono
verso le stesse conclusioni. Ora non è più il momento delle monografie
né dello studio delle crisi. La messe di informazioni è rigogliosa e consente
di tirare le somme. La storia ha ora dinanzi a sé un compito più grande.
Le amministrazioni dell'ultimo secolo dell'Ancien Régime ci hanno
lasciato materiali grezzi (registri parrocchiali, movimento dei porti,
concessioni, imposte ad valorem) o elenchi di statistica preelaborati
che consentono, a prezzo di un grosso sforzo, di passare dall'aneddotica
del frammento, magari rappresentativa, al continuo. La storia si è dedicata
al grande problema dello sviluppo. Due studi possono servire come esempio:
quello di Phyllis Deane e di W.A. Cole sullo sviluppo dell'economia britannica,
e la storia quantitativa dell'economia francese diretta da J. Marczewski
e da J. Markovitch. Più di recente l'Histoire économique et sociale
de la France di Ernest Labrousse e di Pierre Léon ha recato una impressionante
quantità di elementi nuovi. Jean Meyer ha appena offerto una valutazione
del fattore «Stato» che farà scuola.
Questi studi sullo sviluppo degli «spazi nazionali» sono necessariamente
a grandi linee. Ad essi si aggiungono ormai studi settoriali. Due di essi
hanno ricostruito l'evoluzione dell'agricoltura (sulla base delle decime)
e quelle dell'edilizia. Il settore agricolo resta il settore chiave.
Esso forma più dell'80% all'inizio, dal 70 al 75% alla fine, del prodotto
nazionale lordo. L'agricoltura trascina tutto il resto con la sua massa
se non con il suo dinamismo; inoltre essa sola rende possibile il raddoppio
della popolazione; senza di lei l'Europa non avrebbe avuto, alla fine
del secolo, qualche decina di milioni di sopravvissuti in più, che modificano
non solo le cose ma le idee, che determinano qua e là manifestazioni
di euforia, presto attenuate dall'abitudine e dagli avvenimenti quando,
con il successo, sorgono le vere difficoltà di fine secolo. Una di queste
indagini è dedicata all'edilizia, sin verso il 1880, in Francia e sul
continente.
Ma veniamo all'agricoltura. Lo studioso olandese Slicher van Bath ha raccolto
ben 11.462 dati concernenti i rendimenti in tutta l'Europa, dall'inizio
del IX secolo all'inizio del XIX. Se ne trae la forte impressione di un
incremento della produttività nel XVIII secolo dovuta a una migliore utilizzazione
della semente come è confermato da Meuvret. Un altro indicatore è costituito
dalle decime. Le loro serie disegnano una oscillazione secolare che ricalca
i ritmi della congiuntura economica e della popolazione. L'analisi delle
serie decimali lascerebbe supporre una grande stabilità dei rendimenti.
Le variazioni sarebbero dovute essenzialmente all'incremento o al decremento
delle superfici coltivate. Lo sviluppo del XVIII secolo sarebbe, in questa
prospettiva, meno ottimistico, più quantitativo che qualitativo. Le valutazioni
di J.-C. Toutain e di J. Marczewski tuttavia indicano, in Francia, per
i cereali panificabili, uno sviluppo della produzione dai 59,1 milioni
di quintali nel 1701-1710 ai 94,5 milioni nel 1803-1812, un aumento molto
più rilevante di quello della popolazione. E. Le Roy Ladurie ha dimostrato
perché non si poteva fare molto affidamento su questi dati. La produzione
agricola in Europa continua in gran parte a sfuggirci. Vi è stato un
progresso nell'utilizzazione delle sementi: la documentazione di Slicher
van Bath è inconfutabile. Tale progresso, essenzialmente qualitativo,
è stato più rapido all'Ovest che all'Est.
Tra la prima e la seconda metà del XVIII secolo esiste un netto contrasto.
Il progresso all'inizio è lento, tanto che alcuni, hanno potuto negarlo;
è rapido alla fine; più nessuno ormai lo contesta.
L'incremento della produzione è dovuto, nella prima metà del XVIII secolo,
essenzialmente ai dissodamenti (soprattutto nell'Europa orientale), ma
in misura crescente, e in Inghilterra quasi esclusivamente, ai progressi
tecnologici. Progresso lento all'inizio, rapido alla fine, legato,
a est soprattutto, all'aumento delle superfici coltivate e, in Inghilterra,
ai miglioramenti tecnologici. In Francia vi è una situazione intermedia.
La diffusione del progresso tecnico nell'agricoltura è opera di un piccolo
numero di imprese pilota di tipo capitalista, dotate di capitali e, ancor
più, di quel know how caro agli economisti anglosassoni. Nell'agricoltura
questo è inscindibile da una osservazione più attenta delle condizioni
di sviluppo delle piante. A titolo di esempio (ma è un esempio significativo)
nei settori d'avanguardia della agricoltura inglese si hanno i primi
tentativi di selezione della semente, e un po' dappertutto si impara
a conservarla meglio.
L'Inghilterra ha realizzato, nel XVIII secolo, una rivoluzione agricola
strettamente legata alla rivoluzione industriale, nata dallo sforzo intelligente
di un piccolo numero di imprenditori sollecitati da un importante mercato
urbano (a Londra è concentrato dal 15 al 20% della popolazione inglese),
dimostrazione di quanto può fare sul piano tecnico, il vero empirismo,
cioè un'attenzione intelligente alle cose e la volontà di cambiarle,
per uno scopo modesto e preciso: ottenere un miglioramento. La rivoluzione
inglese (la parola è tradizionale ma non è eccessiva) è contagiosa. Essa
agisce con l'esempio e conquista, settore per settore, tutta l'Europa,
a cominciare dalla Francia. La rottura con la rotazione triennale ne costituisce
la caratteristica essenziale: la sostituzione del trifoglio al maggese
restituisce l'azoto al suolo (si ignora il processo fisico-chimico, ma
si constata un miglioramento anziché l'esaurimento previsto), l'introduzione
delle piante sarchiate all'interno della rotazione, le famose rape (i
turnips portati da Townshend dall'Hannover), contribuiscono alla
pulizia in profondità della terra. Questa caratteristica merita di essere
sottolineata; la rivoluzione inglese sul piano agricolo non è dovuta
a invenzioni, è più economica che strettamente tecnica; il turnip
e la barbabietola da zucchero vengono dalla Germania, la prima idea della
rotazione continua, dalla Fiandra, il bestiame selezionato dal continente.
Ma i gentiluomini inglesi del XVIII secolo, mossi dal desiderio di guadagno
ed educati dalla tradizione empirista britannica, mettono in moto la massa
critica di trasformazioni che provoca il decollo dell'agricoltura, un
take off interamente dovuto a un insieme impressionante di piccole
e poco numerose grandi innovazioni tecniche, che ottiene un progresso
quasi unicamente imputabile (in ciò consta la rivoluzione) a un aumento
della produzione per ettaro e pro capite.
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Progressi della produzione
Per comprendere la portata di questo raddoppio secolare, senza precedenti
e senza equivalenti, bisogna tener conto del fatto che alla fine del
XVIII secolo appena più della terza parte della popolazione attiva è
occupata nel settore agricolo. L'Inghilterra raggiunge, verso il 1780,
una densità di 50 abitanti per kmq. Per la prima volta un uomo è in grado
di nutrirne tre altri, un lavoratore della terra riesce a fornire cibo
a dodici o quindici suoi simili! Ma il grano è solo un aspetto del problema,
i progressi dell'allevamento sono ancora più rapidi e più significativi.
La produzione della carne di montone e della lana aumenta più velocemente
della produzione cerealicola, la produzione della carne bovina più lentamente.
Nel settore laniero, per esempio, dove i dati sono o più attendibili o
meglio delineati, da un valore di 40 milioni di lire nel 1695, si passa
a 57 nel 1741 e a 94 milioni nel 1805. Stupefacente Inghilterra! Un muro
è stato superato. A partire da quel momento sono possibili lo sviluppo
sostenuto e l'esplosione demografica, dunque la sola vera ricchezza,
quella della moltiplicazione delle anime, delle coscienze, delle intelligenze.
Come è potuto avvenire il miracolo?
Più che di innovazione in senso stretto, in un primo tempo sembra essersi
trattato di diffusione, di trasmissione delle conoscenze. Si prendano
le rape. Gli agronomi e i grandi proprietari inglesi sono stati indotti
a utilizzarle dall'esempio fiammingo. Ma è stato necessario circa un mezzo
secolo di fecondi tentativi: «né Googe (1571) né Richard Weston
(dopo il 1645), avevano avuto il minimo successo. Solo molto più tardi
essi sono stati considerati dei precursori» (D. Faucher). Arthur
Young si compiaceva di affermare che Richard Weston «era stato
un benefattore più grande di Newton». La grande rivoluzione, se
si accetta la sua tesi, deve essere cercata nel prato artificiale, questo
fornitore d'azoto al suolo e di nutrimento agli animali, questo doppio
produttore di proteine, dunque. La nuova tecnica ha progredito lentamente
nell'Inghilterra del XVII secolo, poi è esplosa nel XVIII. Se l'Inghilterra
è il motore dell'Europa agricola, il Norfolk ne è il modello, come ha
ripetuto Arthur Young. Nel 1794 il Norfolk esportava più grano di tutto
il resto dell'Inghilterra. Verso la metà del XVIII secolo anche il continente,
dopo l'Inghilterra, scopre il Norfolk. La prima descrizione entusiasta
di questo tipo di agricoltura si legge, in Francia, nell'Encyclopédie
(1754). Essa era state preceduta, come osserva A.J. Bourde, da formazioni
sparse. Le trasformazioni del Norfolk pilota si spiegano con un lungo
passato. Le ragioni profonde di questa importante mutazione tecnologica
sono di ordine sociale. È impossibile non accennare alla famosa
questione delle enclosures. Il diritto di recintare, che si accompagna
a una suddivisione dei terreni comunali, segna la fine di un'età agricola,
l'età dell'openfield e della rotazione triennale, che era
stata la grande conquista, nell'Europa occidentale, del Medio Evo costruttore
di cattedrali. Il primo timido avvio delle enclosures si colloca
tradizionalmente nel XVI secolo. Esso è strettamente legato a una rivoluzione
per metà sociale e per metà religiosa che porta a una diminuizione del
peso del regime signorile. Il movimento prosegue sin verso il 1580, poi
ricomincia all'inizio del XVIII secolo. Nel 1850 il paesaggio agrario
inglese era ormai completamente cambiato. Per questa trasformazione, che
è una condizione imprescindibile del progresso tecnico, la classe dei
grandi proprietari beneficia, grazie al Parlamento, dell'appoggio dello
Stato. Si consideri la curva dei bills of enclosure: 3 atti in
dodici anni sotto la regina Anna; uno all'anno dal 1714 al 1720; 33 dal
1720 al 1730; 35 dal 1730 al 1740; 38 dal 1740 al 1750; ma 156 dal 1750
al 1760; 424 dal 1760 al 1770; 642 dal 1770 al 1780; 287 dal 1780 al 1790;
506 dal 1790 al 1800; 906 dal 1800 al 1810.
Scomparsa della yeomanry, crescita di una classe di affittuari
capitalisti che, accanto ai grandi proprietari, sono estremamente attenti
al progresso tecnico, fonte di profitto. Come nel resto dell'Inghilterra,
nel Norfolk, verso la metà del XVI secolo, i proprietari nobili avevano
ricevuto per le loro terre una rendita in denaro. Questa evoluzione favorisce
l'individualismo agrario; suscita il desiderio di ottenere produzioni
commerciabili, le money crops; si rompono così le costrizioni comunitarie.
Le enclosures cominciarono qui prima che altrove. Sin dal XVI secolo
il Norfolk lavorava per l'approvvigionamento di Londra. I miglioramenti
tecnologici importanti si pongono tra il 1660 e il 1680. Ecco la marnatura
e la concimazione sistematica con letame ben conservato, che mantiene
il proprio potere fertilizzante; ecco l'inserimento nelle rotazioni di
colture suscettibili di assicurare una abbondante alimentazione al bestiame
durante l'inverno, grazie a un sistema di grandi proprietà e di grandi
aziende; il Norfolk abbandona precocemente la rotazione triennale. A questa
situazione privilegiata vengono ad aggiungersi le influenze esterne, legate
a un intenso sistema di comunicazioni marittime. Le Fiandre e l'Olanda
avevano realizzato delle trasformazioni locali senza mai ottenere un
effetto generalizzato di trasmissione. Queste esperienze conosciute, imitate
e reinterpretate in Inghilterra si allargano a macchia d'olio in un'Europa
privilegiata che costeggia il mare del Nord, Norfolk, Suffolk, Kent, Fiandre,
Olanda, ma anche Hannover, organicamente legato all'Inghilterra dall'avvento
della dinastia di Hannover nel 1714.
Da lì Charles Townshend diffonde il turnip che, con il trifoglio
e il prato artificiale, è il vangelo della nuova agronomia. Townshend
viene imitato da taluni grandi proprietari che la contea ebbe la fortuna
di possedere e i cui nomi sono divenuti simboli del successo agricolo
dell'Europa dei lumi (A. Bourde). Dal 1776 al 1842 Cook di Holkham, con
una serie di sperimentazioni e di prove fortunate, riesce a trasformare
tutto un distretto in una specie di azienda pilota. Le «assemblee
agricole che teneva in occasione della tosatura delle sue greggi, e che
talvolta riunivano più di seicento invitati venuti da tutta l'Europa»,
acquisirono fama internazionale. Ciò avvenne, in particolare, nel
1874. Fenomeno esemplare di propagazione del sapere: Cook di Holkham ma
anche Arthur Young, William Marshall, Sir John Sinclair, Nathaniel Kent
completano questa aristocrazia della rivoluzione agricola pilota del Norfolk.
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Jethro Tull
Il ciclo del Norfolk, empirico e sperimentale, legato a condizioni favorevoli
e allo spirito d'impresa e di sperimentazione di una élite intelligente
di gentlemen farmers, attenti al miglioramento delle rotazioni,
sarà spazzato via, all'inizio del XIX secolo, dalla combinazione tra macchinismo
e chimica agricola che era stata proposta da Jethro Tull. Jethro Tull
(1674- 1741) rappresenta l'altro aspetto di un medesimo movimento di trasformazione.
E poichè nessuno è profeta in patria, Jethro Tull, più astratto, ispirato
da un modello mediterraneo, più teorico, prescientifico, sedusse i Francesi.
Egli pubblicò le sue idee in un libro apparso a Londra nel 1731
(ried. 1733, 1751): The horsehoeing husbandry. Questo Locke dell'agronomia
stava per incontrare il suo Conte nella persona del più grande agronomo
del continente, Duhamel du Monceau che contribuì al suo successo europeo
pubblicandone il trattato con un titolo che è un omaggio: Traité de
la culture des terres suivant les principes de M. Tull, Anglais, Paris,
6 volumi (numerose riedizioni). «Nato nel 1680 [secondo altre fonti
1674], Tull cominciò, secondo Marshall, le sue esperienze d'agricoltura
nel 1699. Come era d'uso per i rampolli della classe abbiente, fece il
"grand tour" e studiò l'agricoltura e le diverse produzioni
dei paesi che visitò» (A.J. Bourde). Il suo sguardo è mediterraneo,
ciò che spiega il suo successo in Francia e sul continente. Townshend
era un puro sperimentatore, Tull cerca, con l'aiuto della filosofia meccanicista,
di comprendere «l'anatomia e la fisiologia delle radici e delle
foglie [...] e il loro modo di nutrirsi». Egli insiste sull'importanza
del grano e delle nuove piante, barbabietole, rape, lupinella, erba medica.
Tull rifiuta il letame, del quale non comprende la funzione; per lui tutto
dipende dall'acqua che le piante vanno a cercare nel terreno, dunque la
chiave della nuova agricoltura risiede nell'aratura profonda e ripetuta.
Conseguenza logica di una scienza che è quella, purtroppo incompleta,
dei migliori studi di botanica e di fisiologia vegetale di fine Seicento,
dei Grew, Bradley, Woodward. Tull auspica e ottiene una coltivazione permanente
della terra e preconizza la massima meccanizzazione dei lavori, appassionato
com'era delle primissime macchine che cominciano a inserirsi nel processo
della produzione industriale del suo tempo in Inghilterra. A Tull sono
mancati due elementi, una biologia fisico-chimica delle piante e della
terra, e il macchinismo spinto dei secoli XIX e XX.
La vera soluzione risiede nell'associazione, e quindi nel superamento
dei metodi erroneamente contrapposti del Norfolk e di Tull, cioè nell'associazione
dell'empirismo e della scienza, dell'induzione e della deduzione, delle
rotazioni e della macchina. La vera soluzione è più tarda, ottocentesca,
ma tutti i suoi elementi sono già presenti nell'Inghilterra del XVIII
secolo. Quest'ultima ha ottenuto molto più del raddoppio della produzione;
il raddoppio a parità di superficie e di mano d'opera, dunque il primo
raddoppio secolare della produttività, e ciò nel settore primario dell'economia.
Questa vittoria, che è una vittoria della vita è dovuta, al 50% almeno,
al ritorno dello spirito sulle cose; un buon esempio del pragmatismo dei
lumi.
La Francia, le cui prestazioni tecniche sono mediocri, (prendiamo il
caso della patata: Parmentier ottiene alla fine del XVIII secolo una diffusione
paragonabile a quella raggiunta in Inghilterra e in Irlanda alla fine
del XVII secolo), ha svolto un ruolo di intermediaria nella diffusione
sul continente della tecnologia e della agronomia britannica, non senza
imprimerle un aspetto sistematico consono al suo carattere. Attorno al
1750 si ha una svolta nella produzione libraria. Colpisce l'esiguo numero
di opere di agronomia edite nel XVI e nel XVII secolo (di qui il successo
di Olivier de Serres). Eppure è nella prima metà del XVIII secolo che
si elabora una filosofia sistematica sorta da una affrettata riflessione
sull'agricoltura: la fisiocrazia che è una delle grandi correnti del pensiero
settecentesco. L'Essai physique sur l'économie animale
di Quesnay è apparso nel 1736, la Philosophie rurale ou Economie générale
et politique de l'agriculture di Mirabeau viene stampata ad Amsterdam
nel 1763. Voltaire, al quale nulla sfugge ha notato il cambiamento di
interessi proprio della metà del secolo. «Verso il 1750 [...] la
nazione, sazia di versi, di commedie, di opere, di romanzi [...] di dispute
filosofiche, si mise a discutere sui grani». La Francia non è la
sola nazione raggiunta dal fenomeno, anche l'Inghilterra, l'Italia, la
Svizzera, i paesi di lingua tedesca partecipano a questa fioritura. Una
bibliografia enumera ventisei titoli nel XVI secolo, milleduecento per
il XVIII. Naturalmente, come osserva beffardo Voltaire, «tutti li
leggono ad eccezione dei contadini». «Ma "tutti"
erano i borghesi proprietari, i nobili rovinati [...] o quella nobiltà
istruita che si prende cura delle sue proprietà» (D. Faucher). E
le accademie agrarie servono da cinghie di trasmissione.
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Duhamel du Monceau
La svolta del 1750 è segnata, in Francia, dalla personalità e dall'opera
esemplare di Duhamel du Monceau. Questo Townshend francese è un alto
funzionario, un erudito, uno scrittore. Nato a Parigi nel 1700, da famiglia
agiata, possedeva «denaro, terre nel Gatinais, a Denainvilliers»
(A.J. Bourde). Studia al collegio di Harcourt, coltiva un interesse per
la scienza della natura, mantiene il celibato che assicura la libertà
mentale, collabora strettamente col fratello, Alexandre Duhamel de Denainvilliers,
celibe come lui, e con tutti i dotti del suo tempo. «L'ambizione
di Duhamel [dice Condorcet, fu di] rendersi interprete delle scienze presso
il popolo» (A.J. Bourde). Sotto la sua penna ricorre eccessivamente
una parola: umanità. «È fuori di dubbio che Duhamel che d'altronde
fu conservatore in campo sociale e politico, ebbe sempre a cuore la sorte
degli individui più attivi, più laboriosi, più intelligenti fra gli operai,
gli artigiani e gli artisti. Lo dichiara espressamente Condorcet quando
descrive la sua attività negli stabilimenti artigianali che contribuì
a fondare». Duhamel entrò all'Accademia delle scienze nel 1728.
Le sue opere (più di cento volumi) furono tradotte in tutte le lingue;
era membro corrispondente di quasi tutte le società scientifiche d'Europa.
Vi fu un momento, nel 1739, in cui si pensò di metterlo a capo del Jardin
du Roi. Gli fu preferito Buffon, dopo un'esitazione onorevole. In
compenso Maurepas lo nomina ispettore generale della Marina. Tra le numerose
scoperte di una vita dedicata alla ricerca, una, apparentemente modesta,
è di importanza capitale: essa riguarda la conservazione dei grani. Sin
dal 1734 e 1748 egli stese le prime note sugli effetti dell'aerazione.
Questo scienziato modesto e utile è un testimone a favore del pragmatismo
dei lumi. È un anello essenziale nella trasmissione del progresso tecnico.
Più che un problema puramente scientifico o addirittura tecnico, la lenta
preparazione della rivoluzione chiave, la rivoluzione agricola, è un problema
di diffusione, di abbattimento delle barriere. Tra la comparsa delle innovazioni
agricole dell'VIII secolo e la loro diffusione nel XIII, erano passati
quattro secoli. Nel Settecento, tra le prime esperienze serie e la loro
diffusione è trascorso solo un secolo. Questa rapidità nella propagazione
è la felice conseguenza del moltiplicatore dei lumi. A maggior ragione
anche la rivoluzione industriale è la conseguenza del moltiplicatore.
Dalla sua comprensione dipende in parte una sana valutazione delle politiche
da applicare nel nostro tempo ai problemi del recupero e dello sviluppo
armonizzati. Tutto ciò si gioca in Inghilterra e di là si irradia
sul continente. Il quadro costruito da Deane e Cole, condensato di anni
di sforzi, di migliaia di calcoli spossanti, parla a favore della precocità
statistica dell'Inghilterra.
Niente di simile è avvenuto in passato. L'Inghilterra della seconda metà
del XVIII secolo appartiene già al futuro. Soprattutto a partire dal 1780
le cifre indicano un indiscutibile take off. Nonostante il quasi
raddoppio della popolazione, e il popolamento delle frontiere lontane,
si ha una moltiplicazione del prodotto per 2,5 e del reddito per 1,6.
Tutte le testimonianze sono concordanti; David S. Landes ne ha raccolto
di recente un convincente florilegio; non è solo un'Inghilterra privilegiata
che progredisce ma anche una Inghilterra profonda, a eccezione di un 30-35%
di reietti nella loro stessa patria: il livello di vita dell'Inghilterra
è diverso da quello del continente. Un'Inghilterra che mangia carne, beve
troppi alcolici, si riscalda già con il carbon fossile, in case di mattoni,
coperte da tetti non di paglia: un paesaggio nuovo scaccia l'antico. Le
necessità di questo primo mercato interno di massa contribuiscono, quanto
e più che i mercati esteri, a determinare lo sviluppo dell'economia britannica.
Il decollo dell'Inghilterra ha un valore che supera il caso inglese
poiché, per un effetto di trascinamento, interessa l'Europa continentale,
le ex colonie inglesi d'America, poi i processi concatenati di settori
geografici sempre più larghi, dopo aver preparato la sostituzione di altri
settori geografici trainanti. Non possiamo riprendere qui tutta la storia
dell'esemplare sviluppo inglese del XVIII secolo. Dopo Mantoux, si sono
precisate due certezze. Il vantaggio inglese è antichissimo, risale almeno
al XVI secolo; le lunghe serie di Colyton lo dimostrano. Una speranza
di vita insolitamente lunga, quindici anni più che sul continente alla
fine del XVI secolo, ammesso che Colyton sia rappresentativa di tutta
l'Inghilterra. La demografia conferma ciò che le lunghe elaborazioni degli
economisti ci hanno insegnato. Tra l'Inghilterra e i settori più favoriti
del continente, principalmente la Francia, il solco continua ad approfondirsi,
come F. Crouzet ha dimostrato chiaramente. In una parola, alla rivoluzione
industriale del XVIII secolo abbiamo sostituito una visione più complessa.
Una lentissima progressione dal 1550 al 1780 colloca l'Inghilterra di
un 15 o 20% al di sopra dei settori più avanzati del continente; la vera
e propria rivoluzione esplode tra il 1780 e il 1830.
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La rivoluzione inglese
Un dibattito sulla rivoluzione inglese è sempre aperto. Vi sono quasi
altrettante risposte quanti sono gli economisti e gli storici. Deane e
Cole sono fautori della complessità; al termine di uno dei più riusciti
sforzi della storia quantitativa, tre fattori predominano ai loro occhi:
«popolazione, raccolti e commercio marittimo». Dei due primi
si è già parlato; la funzione del grande commercio coloniale ha potuto
essere misurata; America del Nord e Indie occidentali svolgono un ruolo
di punta dopo il 1763; l'Inghilterra decolla veramente solo dopo il 1780.
La guerra d'Indipendenza americana non le fa perdere i mercati delle antiche
colonie, che restano in una stretta dipendenza economica. «Popolazione,
raccolti, commercio marittimo»; saranno tentati di scrivere «invenzione»
umana e «frontiera» tecnologica. «Nessun paese, tra
il 1780 e il 1800 è stato come la Gran Bretagna una fucina di invenzioni
così coerente e così autonoma» (M. Daumas). La frontiera
tecnologica dell'Europa è all'80% inglese. Questo ruolo d'avanguardia
si spiega facilmente. L'Europa dei lumi non si identifica forse con l'Inghilterra?
Ancor più e ancor meglio che con la Francia? L'orizzonte 1780 è stato
più precoce, più rivoluzionario, più profondo oltre Manica. Infine l'empirismo,
nel pensiero inglese, prevale sull'apriorismo razionalista; l'empirismo
è eminentemente pratico. Fa avanzare in modo naturale, una «frontiera»
di trasformazione tecnologica. Maurice Daumas insiste: espansione del
macchinismo più che rivoluzione industriale dal 1760 al 1830; in Inghilterra
prima, poi in Francia, nei Paesi Bassi, in Germania; in seguito si ha
l'avanzata rapida, sostenuta, accelerata di una frontiera tecnologica,
in stretto rapporto con la rapidità delle comunicazioni, con l'effetto
di trascinamento, con l'osservazione, con la volontà di ottenere miglioramenti
modesti, precisi, concreti, con una certa agiatezza, con l'interesse dei
capitali per questa nuova frontiera. Progresso scientifico all'epoca della
filosofia meccanicista e progresso tecnico partecipano forse di uno stesso
clima mentale collettivo, ma il progresso tecnico, sino al 1830, non deve
praticamente niente alla scienza; la scienza è tributaria della tecnica
più di quanto la tecnica lo sia della scienza. È questo il giudizio di
Daumas, che parla di una accelerazione del processo tradizionale. Si consideri
l'industria tessile: «Se si riprende la storia delle invenzioni
alle quali si deve la sua meccanizzazione, si osserva che talvolta è trascorso
un secolo e mezzo tra la prima progettazione delle macchine e la loro
utilizzazione industriale».
L'industria tessile è alla base di tutto. Nel 1906 Mantoux ne ha scritto
la storia. Il punto di partenza risale agli ultimi anni del XVI secolo,
a quel telaio per tessere le calze (stocking-frame) inventato nel
1598 da un laureato dell'università di Cambridge, William Lee. Il XVII
secolo non ha sfruttato l'invenzione, ha innovato ben poco nel campo della
seta. Ciò che manca sono le strutture capitaliste e il clima mentale creato
dalla lenta discesa sociale della filosofia meccanicista... Tutto ruota,
ricordiamolo, attorno al cotone. L'interesse dei produttori lanieri è
all'erta, ottiene dal Parlamento la proibizione dell'importazione delle
tele indiane. Da questo fatto deriva tutta una serie di risposte, delle
quali lane e cotone beneficiano entrambi. A innescare il processo che
determine la masse critica di trasformazione è nel 1733 John Kay, con
la sue navetta volante (fly-shuttle). Questa invenzione, «che
deve essere ritenuta la origine di tutte le altre, è un semplice perfezionamento
dell'antico telaio per tessere» (P. Mantoux). Come ottenere pezze
più larghe? L'aumento di produttività era notevole ma non era voluto.
Ormai manca il filo. Ecco l'inizio di un squilibrio fecondo. John Wyatt
e Lewis Paul si dedicano al problema del filo. Un brevetto, si noti, viene
registrato il 24 giugno 1738. La soluzione è la spinning-jenny,
di Hargreaves, una macchina facile da usare e che corrisponde bene allo
stadio intermedio del processo di concentrazione, lo stadio del mercante
imprenditore che conserva le vecchie strutture del sistema domestico mentre
realizza un minimo di concentrazione a livello della ripartizione della
materia prima, dell'acquisto e della costruzione delle macchine, e della
vendita del prodotto finito. La jenny è del 1765, la water-frame
di Arkwright è del 1767. Ora, fu Arkwright a colpire la fantasia dei contemporanei,
forse perché fece fortuna, ma soprattutto perché la sua grossa macchina,
tecnologicamente meno riuscita di quella di Hargreaves, preannuncia l'ultimo
stadio della concentrazione, il sistema di fabbrica. A partire da quel
momento, tutto è possibile: dal 1775 al 1785 il ritmo si accelera, la
rivoluzione tecnica nel settore tessile è cominciata.
«Quando l'invenzione sembra aver rapidamente successo, come nel
caso del water-frame di Arkwright e della jenny di Hargreaves
si trovano degli antecedenti che risalgono all'ultimo quarto del XVII
secolo». L'ultimo quarto del XVII secolo, cioè il nostro orizzonte
1680; tutto lo spessore del tempo dei lumi per le due macchine che, fra
tutte, sono tradizionalmente considerate le più rappresentative della
rivoluzione industriale. Per il coke metallurgico si riscontra
la stessa evoluzione a partire dagli anni 1600: lenta all'inizio, poi
rapida, dal 1780 alla metà del XVIII secolo. «Nella storia delle
tecniche l'invenzione solo raramente si riduce a un unico avvenimento
dovato a un solo personaggio». Arkwright, Hargreaves, Newcomen e
Watt sono punti di riferimento comodi ed è giusto rendere loro omaggio,
come a Jenner, questo inventore di uomini, il più grande degli empirici
dallo sguardo attento alla vita e alle cose. «È un'operazione complessa
che, prima di sfociare nelle invenzioni industriali, beneficia di un'esperienza
talvolta plurisecolare accumulata di generazione in generazione... Essa
assume una forma compiùta solo quando l'epoca lo consente. Per questo
è necessario che un certo numero di fattori concorrano a renderla al tempo
stesso possibile e utile» (M. Daumas). Il ritmo si accelera a mano
a mano che ci si avvicina al periodo contemporaneo. L'accelerazione è
decisiva nel XVIII secolo. Non abbastanza, tuttavia, pensa Daumas, perché
si possa parlare di rivoluzione.
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Macchine e motori
Parliamo adesso di un problema cruciale, l'energia, il motore. Tra i tentativi
di Savery e di Newcomen e la macchina di Watt, tra la macchina atmosferica
e la macchina a vapore, viene superata una soglia decisiva; ma come? L'Europa,
nel XVIII secolo, non si riduce solo al motore umano. In ciò si
distingue dal resto del mondo, dalle altre civiltà e culture. L'Europa
carnivora, lo abbiamo detto, ricorre in modo massiccio all'energia muscolare
umana. Verso la metà del XVIII secolo si può valutare il bestiame europeo
a 14 milioni di cavalli e 24 milioni di buoi (F. Braudel), il che significa
un'energia animale pari a 10 milioni di cavalli vapore. Di fronte a questo
potenziale l'energia muscolare umana (di 50 milioni di lavoratori, calcolati
con molta larghezza su 100 milioni di abitanti) rappresenta un po' meno
di un milione di cavalli-vapore (900.000). Si aggiungono il «legname,
che equivale, forse a 10 milioni di cavalli, poi le ruote idrauliche,
tra un milione e mezzo e tre milioni di cavalli [...] infine la vela,
233.000 cavalli al massimo, senza contare la flotta da guerra».
Da queste cifre possono essere tratte due lezioni. Se si sommano energia
muscolare, energia animale, legno combustibile, ruote idrauliche, forza
eolica, mulini e vele, si constata non senza sorpresa che, a metà del
XVIII secolo, ogni abitante in media dispone già, in Europa, di un'energia
venticinque volte maggiore di quella che possono procurargli i suoi muscoli.
L'Europeo dispone già di una forza motrice cinque volte superiore al Cinese
- l'uomo delle altre civiltà - e dieci volte maggiore di quella degli
uomini primitivi. Ma questa forza è insufficiente. Soprattutto essa entra
in concorrenza con la vita umana. L'energia animale e il legno (all'85-90%)
contendono la terra al nutrimento dell'uomo. Ecco perché il ricorso al
carbon fossile è di capitale importanza. Liegi e Newcastle trionfano,
grazie al mare che risolve il problema dei trasporti: «30.000 tonnellate
annue nel 1503-1564, 500.000 tonnellate nel 1658-1659». A partire
dal 1700 l'energia tratta del carbon fossile fornisce, grazie alla macchina
atmosferica di Newcomen, con una dispersione straordinaria e rendimenti
minimi (1%), un piccolo apporto di energia nobile, meccanica. «La
produzione [di Newcastle] verso il 1800 si avvicina probabilmente ai 2
milioni». La produzione inglese raggiunge allora gli 11 milioni
di tonnellate. Dal 1780 nelle officine prende le mosse la vera rivoluzione
energetica.
Ma, prima di arrivare a Watt, l'innovazione nel campo dell'energia riguarda
il perfezionamento degli utensili tradizionali, 20 milioni di cavalli
attribuibili a fonti muscolari e vegetali tratti direttamente dai cicli
dell'ossigeno e dell'azoto, un motore biologico concorrenziale e pericoloso.
Il contributo del carbon fossile reca un primo e modesto alleggerimento.
D'altra parse ruote idrauliche e mulini a vento annunciano, da secoli,
uno sfondamento tecnologico. Il problema capitale è quello del materiale.
Il mulino a vento, sino a metà del XVIII secolo, ha organi di trasmissione
interamente in legno: un sensibile miglioramento si ha verso il 1750,
miglioramento dovuto all'introduzione del metallo. «John Smeaton
fu forse il primo a usare la ghisa per consolidare e rafforzare le classiche
strutture in legno» (M. Daumas e B. Gille). Il metallo riduce gli
attriti: a metà Settecento il rendimento di un mulino con ingranaggio
in legno non superava il 39%; Edmund Lee ancora un Inglese, «introduce
il timone» che consente di utilizzare sempre al massimo la forza
del vento. La diffusione del timone fu frenata, tuttavia, dalla difficoltà
incontrata nel realizzare su scala industriale un meccanismo metallico
robusto e a buon mercato.
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Innovazioni idrauliche
Molto più importante è il motore idraulico che procurò l'energia necessaria,
sin dalla prima fase, alle manifatture inglesi. Sino al 1830 in Inghilterra,
al 1860 in Francia, l'energia idraulica è in prima fila. Curiosamente
si trovano associate ad essa, come regolatrici e come ausiliarie, le macchine
a vapore: quando l'altezza della caduta era insufficiente, si usarono
le macchine di Newcomen per riportare l'acqua dal livello inferiore a
quello superiore del condotto. In tali condizioni ha importanza capitale
il miglioramento del disegno delle pale e nella trasmissione. Un leggero
aumento di produttività era moltiplicato dall'ampiezza dell'impianto.
Mariotte, Newton e soprattutto Daniel Bernoulli (nel 1727) si interessarono
al problema delle pale. Il perfezionamento principale non è dovuto al
lavoro teorico degli scienziati, ma ai tentativi sistematici, a esperimenti
su modelli ridotti: John Smeaton nuovamente, nel 1762 e nel 1763, e Borda,
per la Francia, nel 1767. All'inglese Smeaton - fra molti miglioramenti
rimasti anonimi - si deve l'aumento regolare dei rendimenti dei motori
idraulici tra il 1750 e il 1780; esso consente e rende indispensabile,
al tempo stesso, il passaggio dal «mercante manufatturiero»
al factory system. In Germania alla metà del secolo, in questo
con la collaborazione di uno scienziato, il grande Eulero, appaiono le
turbine ad acqua, il cui progresso è ostacolato dalle difficoltà concrete
di resistenza dei materiali. Il miglioramento del mulino a vento e della
ruota idraulica libera a breve termine molta più energia. Lo sfondamento
tecnologico si pone, tuttavia, a livello della macchina a vapore. Questa
realtà inglese aveva colpito Marx ed Engels.
Furono necessari per questi risultati un secolo di tentativi e l'ostinazione
di realizzatori geniali, in primo luogo Newcomen - poi Worcester, Denis
Papin e Savery, al suo nome è legata la prima tappa. Newcomen nacque a
Darmouth, nel Devon, nel 1663 e morì a Londra nel 1729. Fu certamente
in rapporto con Robert Hooke, il segretario della Royal Society. Anche
a questo stadio la scienza... la filosofia meccanicista non è del tutto
assente. Ma Newcomen è quasi al cento per cento un operatore manuale,
un meccanico che sa leggere, contare, un acculturato della alfabetizzazione
sistematica dell'Europa protestante. Quando comincia con successo, i suoi
primi esperimenti nel 1703, esercita la professione di «chincagliere
e mercante di utensili, o meglio, di fabbro nella sua città natale».
Il principio è semplice: la forza espansiva del vapore viene comunicata
a un pistone verticale. «Il raffreddamento del vapore e la sua condensazione
consentono alla pressione atmosferica che si esercita attraverso l'apertura
superiore del tubo di respingere il pistone verso il basso». Per
tre quarti di secolo, il miglioramento della prima macchina di Newcomen
(chiusura automatica dei rubinetti in sostituzione del bambino preposto
a questo lavoro, ecc.), è continuo, ma il principio resta lo stesso e
il rendimento è molto scarso, nell'ordine dell'1%. Watt è già in qualche
modo un'altra cosa. James Watt (1738-1819) è un empirista, quasi un meccanico
(era addetto alla preparazione degli apparecchi scientifici all'università
di Glasgow), che fu educato e che visse in un ambiente intellettuale,
diciamo che il suo senso d'osservazione, il suo empirismo si nutrono a
contatto della scienza teorica. Non vi è alcun dubbio che Watt era un
uomo colto. [Il progresso da Newcomen a Watt è sensibile]. Ci si può domandare
se non lo sia divenuto a causa del successo della sua prima macchina a
vapore, grazie al quale acquisì una posizione sociale che lo mise in rapporto
con gli amici di Birmingham, sempre citati; ma tale successo non poté
essere unicamente conseguenza delle conoscenze acquisite a contatto con
i professori dell'università di Glasgow (M. Daumas).
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Mentalità e tecnologia
E tuttavia una atmosfera mentale è un tutto unico. La filosofia meccanicista
non interviene direttamente, bensì indirettamente, con le abitudini di
pensiero che essa forma. «James Watt era nipote di un matematico
e figlio di un notaio di Greenock, in Scozia [un dissidente presbiteriano].
Di salute delicata ricevette la prima istruzione in famiglia e imparò
a eseguire lavori di falegnameria che gli consentirono di acquisire una
grande abilità manuale. [Questa associazione del lavoro manuale e mentale
è una caratteristica degli ambienti di tradizione puritana]. Aveva ripreso
i suoi studi quando le difficoltà lo obbligarono a cercarsi un mestiere».
Inizialmente svolse un lavoro manuale a Londra, presso un fabbricante
di strumenti nautici, prima di essere assunto come tecnico all'università.
Questa iniziazione alla tecnologia scientifica del suo tempo ha il suo
valore. L'ambiente nel quale Watt visse «poté aiutarlo ad acquisire
abitudini intellettuali rigorose, metodi di giudizio pragmatici, qualità
che gli saranno particolarmente utili» Se si guardano per contro
le conoscenze scientifiche del periodo 1750-1770, non troviamo niente
che possa servire. Watt si trovava presso a poco nella condizione di Papin,
Savery e Newcomen, dopo i lavori di Otto von Guericke e la scoperta del
vuoto. Ma è diversa la sua attitudine, legata a un'atmosfera di rigore
e favorita dalla disponibiltà di capitali, da una prodigiosa forza di
concentrazione: «Watt è stato l'uomo di un solo problema».
Quale via più economica di questo spreco prodigioso? È ciò che
separa Smeaton da Watt. «Se le conoscenze scientifiche fossero state
in grado di aiutare questa creazione, forse Smeaton sarebbe stato l'uomo
del condensatore» Come per il motore a scoppio, la scoperta di Watt
fu dovuta a qualità mentali delle quali beneficiò la filosofia meccanicista
e alle quali essa contribuì, ma senza l'aiuto diretto della scienza. Al
contrario la termodinamica nacque dalla generalizzazione della macchina
di Watt e non viceversa. 1769: primo brevetto; 1780 Watt e Boulton, quaranta
macchine vendute. Cinquant'anni furono necessari per conquistare l'Inghilterra,
e ottanta per superare sul continente, l'energia idraulica. La storia
di Watt e Boulton è appassionante, nella misura in cui mostra, in azione,
lo spirito e i mezzi, il genio inventore di macchine, i mezzi e le ingiunzioni
del capitalismo. Tutta la miscela detonante della pragmatica e unica Inghilterra
di fine Settecento, generosa di uomini, parsimoniosa davanti alla morte,
rispettosa della distinzione fra il cielo e la terra, dedita a condurre
ogni cosa a buon fine, in cui l'attesa del regno di Dio, con Wesley, è
occupata dall'attivismo pratico di un Dissent efficace.
In un primo tempo il «fronte tecnologico» è unico. Copre tutti
i settori. La scoperta isolata, troppo in anticipo, rimane senza effetto,
è messa in disparte per tempi migliori. Senza l'alesa trice di Wilkinson,
la macchina a condensazione di Watt è irrealizzabile, priva com'è di sufficiente
tenuta stagna tra il pistone e il cilindro. Vaucanson in Francia fa prodigi,
ma i suoi prodigi non hanno alcuna possibilità di applicazione pratica.
È la punizione per la precocità del suo genio. Si potrebbe ripetere lo
stesso discorso per i telai e per i fusi; i risultati sarebbero analoghi.
Si consideri ancora la metallurgia che si base sulla materia prima più
essenziale, il ferro, poi l'acciaio. Un prima, limitata rivoluzione industriale
è forse stata bloccata nel XV secolo dalla mancanza di ferro. La meccanica
del primo Settecento è ancora una meccanica imperniata sul legno, materiale
fragile, ingombrante, che moltiplica gli attriti. Si pensi ai mulini.
Seguire la storia del ferro significa dunque seguire la storia del mutamento
industriale. Un economista polacco, Stefan Kurowski, ha sostenuto persino
«che tutte le pulsazioni della vita economica si colgono attraverso
il caso privilegiato dell'industria metallurgica: essa riassume in sé
tutte le innovazioni, le annuncia tutte» (citato da F. Braudel).
La produzione di ferro nel mondo nel 1800 era, secondo Fernand Braudel,
molto inferiore a 2 milioni di tonnellate. Verso il 1525 la produzione
di ferro in Europa ammonta a circa 100.000 tonnellate. La Germania viene
in testa (30.000 t), la Spagna è in seconda posizione, la Francia al terzo
posto e l'Inghilterra al quarto (6.000 t). L'Inghilterra avrebbe raggiunto
le 75.000 tonnellate verso il 1640, quando il legno cominciava a scarseggiare.
Verso il 1760 la prodozione europea, Russia compresa, poteva oscillare
tra le 145.000 e le 180.000 tonnellate. Verso il 1720 la produzione di
ferro britannica è valutata da Deane e Cole a 25.000 tonnellate; poi resta
stazionaria, se addirittura non diminuisce, fin verso il 1750. Anche per
effetto della carenza di combustibile. L'industria meccanica britannica
importa il ferro grezzo dalla Svezia per le qualità superiori e dalla
Russia per quelle meno pregiate. A partire dal 1760 la soluzione tecnica
è in vista, e inizia lo sviluppo. Tra il 1757 e il 1788 il tasso di sviluppo
per decennio è del 40%, esso supera il 100% tra il 1788 e il 1806; 68.000
tonnellate nel 1788, 125.400 nel 1796, 250.000 nel 1806, 325.000 nel 1818,
678.000 nel 1830. Il decollo della siderurgia rappresenta bene il decollo
dell'industria britannica, con le sue due soglie: 1760, primo avvio, 1780,
balzo in avanti. È negli anni che precedono e che seguono la rivoluzione
del 1789 che la Francia, nonostante gli sforzi di Calonne, ha perso la
partita.
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Il decollo
Lo sviluppo dell'economia britannica diventa allora irresistibile. Il
carbone, semplice accessorio, segue il movimento: 5 milioni di tonnellate
nel 1760, 10 milioni l'anno alla fine del 1780, 11 milioni almeno nel
1800. Nel 1805 la produzione di ferro raggiunge il 5,9% del prodotto nazionale
lordo, una percentuale da XX secolo. La produzione si adegua, bene o male,
ai bisogni. È necessario ricordare che le prime rotaie sono di legno,
poi di legno rivestito di metallo, poi di ghisa, e solo molto più tardi
di acciaio?
In nessun altro settore, forse, le difficoltà da vincere sono state così
grosse. Anche perché sono subentrate delle scappatoie e altre risorse
geografiche. Dal 1680 al 1760 il ferro fu una produzione tipica dei lontani
confini pionieristici forestali. Il ferro straniero era giunto a rappresentare
circa il 60% del consumo inglese (B. Gille). Tra i primi esperimenti di
fusione con il carbon fossile, sostituto economico del legno (seconda
metà del XVI secolo), e gli sforzi coronati da successo di Abraham Darby
(1678-1711), è trascorso un secolo e mezzo; ancora cinquant'anni sono
necessari per il perfezionamento e la diffusione della nuova tecnica.
Il procedimento assume un carattere rivoluzionario solo in Inghilterra
e non prima del decennio 1780. L'approccio è sempre quello, un empirismo
influenzato molto indirettamente dalla atmosfera mentale meccanicista.
L'uso del metallo consente di fabbricare viti, ruote dentate, ingranaggi,
la cui domanda non cessa di aumentare. È forse qui che lo spirito scientifico
meccanicista fa la sua prima irruzione, a causa anche dei progressi della
geometria e della meccanica di precisione. L'industria meccanica costituisce
il primo settore tecnologico influenzato dall'evoluzione della scienza;
è vero però che tutti gli altri settori dipendono da esso. «Le difficoltà,
constata M. Daumas, che i creatori della macchina a vapore e delle prime
macchine utensili dovettero superare, fecero loro comprendere che solo
l'elaborazione di una teoria delle macchine, allora inesistente, sarebbe
stata suscettibile di suggerire soluzioni generali. La nozione di macchina
era ancora estremamente confusa. La capacità di inventare le macchine,
di costruirle e perfezionarle era una vera arte nel senso antico del termine,
impregnato di empirismo. Non era stato tentato alcuno studio analitico
e comparativo delle diverse parti meccaniche, né poteva esserlo prima
che alcuni elementi teorici ne fornissero le basi fondamentali».
Solo dopo il 1780 comincia a essere elaborato un abbozzo di teoria scientifica
della macchina industriale, ciò che non sminuisce affatto il merito di
coloro che applicarono la loro intelligenza al lavoro manuale.
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Le comunicazioni
Resta da accennare alle comunicazioni. Tutto dipende da questo moltiplicatore
delle conoscenze e dell'ambiente. È naturale che le comunicazioni
abbiano beneficiato delle conseguenze del pragmatismo dei lumi. Il XIX
secolo si identifica con la ferrovia e col telegrafo elettrico; il XVIII
con la strada lastricata, con il ponte, con la carrozza dalle ruote cerchiate,
dalle buone sospensioni e dagli attriti ridotti, con i canali e, alla
fine, con il telegrafo di Chappe, nato dalla necessità politico-militare
di una trasmissione rapida delle notizie e degli ordini. Non si è in grado
di costruire una strada ferrata prima degli ultimi anni del XVIII secolo.
Aumento di velocità, minima usura dei carriaggi, riduzione dell'energia
necessaria agli spostamenti: tutto considerato, l'aumento di produttività
può esprimersi, nei casi estremi, in un rapporto da 1 a 10. Abbiamo indicato
altrove alcune conseguenze per quanto riguarda i prezzi in Borgogna. La
rivolazione stradale si opera in due tempi. La prima fase è quella del
pavé du Roi, nella Francia degli anni 1760 e 1770. Fra i collaboratori
di Turgot vi sono alcuni innovatori, in primo luogo l'ingegnere capo Pierre
Trésaguet: lo sforzo compiuto è certo enorme, ma non nasce ancora da una
riflessione metodica ed efficace sull'arte di ottenere strade resistenti
al tempo e all'usura. A Trésaguet va il merito di essersi accorto della
debolezza della tecnica antica. «Allorché si cercava di costruire
una strada solida [il primo "selciato del re" è contemporaneo
a questa tecnica], si disponeva uno strato di pietre, ammassate senza
ordine, di spessore variabile, che formava una superficie molto convessa
e irregolare e priva di coesione» (M. Daumas e B. Gille); la carreggiata
mal drenata si disgregava rapidamente sotto l'effetto delle ruote e delle
gelate. Ben presto una simile strada offriva una resistenza enorme alla
circolazione e questa resistenza a sua volta aumentava gli effetti distruttori
del passaggio.
Il principale merito di una soluzione innovatrice e rivoluzionaria spetta
a due britannici, John Loudon McAdam (1756-1836) e Thomas Telford (1757-1834).
Mc Adam espose le sue idee nel Present State of Road-making. Per
ottenere una superficie liscia, solida e scorrevole, senza rischi di disgregazione,
si devono usare pietre grossolanamente squadrate e scelte in strati di
spessori diversi, affinché la pressione dei carriaggi rafforzi la coesione
della strada anziché distruggerla. In una parola, duemila e cinquecento
anni dopo la sua scoperta, il principio della chiave di volta viene applicato
alla strada. Il cantoniere intento a spaccare pietre sul ciglio della
strada è un'immagine simbolica: indica l'ingresso della riflessione nei
settori più umili della vita. Trésaguet aveva intuito il principio,
applicazioni limitate ne esistevano in Francia, in Svizzera e in Svezia,
ma la sua generalizzazione, il suo perfezionamento e la sua moltiplicazione
sono dovute a Mc Adam e a Telford, negli anni 1780 e 1790. Telford rafforza
la tecnica di Mc Adam-Trésaguet con uno studio sistematico sulla trazione
dei cavalli. La Hire aveva notato, nel 1699, che la forza del cavallo
decresce nei pendii in proporzione molto maggiore di quella dell'uomo
(un cavallo equivale a sette uomini in pianura, a meno di tre su un medio
pendio di montagna). Telford ne trae le conseguenze novant'anni dopo:
non deve esservi alcun pendio superiore al 3% su una strada media, al
2,5% su un'arteria principale. Il miglioramento delle costruzioni stradali
e l'urbanizzazione comportano una profonda modifica delle vetture destinate
al trasporto degli uomini. Il periodo 1780-1800 si segnala, ancora una
volta, come il periodo rivoluzionario della velocità e delle comunicazioni.
Sorgono i primi ponti di ferro, larghi ponti dai piloni robusti e spaziati,
come quelli di Bayeux e Tours (1764-1777), di Hupeau e Perronet a Nantes
(1757-1765). Ma tutto è da fare, l'investimento necessario è pari a quello
della ferrovia ai suoi primordi. Rouen, terza città del regno, rimasta
priva del suo ponte di pietre nel XVI secolo a causa dell'evoluzione climatica
che accelerò la corrente, si contenta sino all'inizio del XIX secolo di
un ponte di barche.
Il telegrafo di Chappe sta alla trasmissione elettrica del pensiero come
la ferrovia alla strada ferrata. L'invenzione di Chappe (1763-1805), realizzata
per la prima volta nel 1793, non ha in sé nulla di rivoluzionario; tecnicamente
era possibile da un secolo. Presupponeva tuttavia una potenza, una volontà
e un bisogno dello Stato, e inoltre la fabbricazione a buon mercato di
lenti e obiettivi acromatici. Conseguenza normale: uno spazio economico
più omogeneo; il processo iniziato dall'inizio del XVI secolo. Si veda
l'immenso lavoro di F. Braudel e F.C. Spooner. Possiamo misurare l'omogeneizzazione
dello spazio europeo attraverso l'uniformazione dei prezzi. Lasciamo stare
l'attenuarsi delle oscillazioni cicliche e la lenta riduzione del periodo.
Questi fattori hanno anche una incidenza demografica e una incidenza sullo
sviluppo, giacché incoraggiano una rotazione più rapida dei capitali
e dei nessi speculazione-investimento.
Torniamo alla geografia e al grano, che è il miglior indicatore. Vi sono
state a lungo tre Europe: a sud, un'Europa che fu a lungo l'Europa cara,
nella misura in cui era l'Europa sviluppata. A est e a nord un'Europa
dei bassi prezzi e non ancora satura. Fra le due, una Europa intermedia.
Il fatto principale non è più costituito, in queste condizioni,
dai ritmi prevedibili, dalle fluttuazioni secolari, ma dalla fantastica
apertura iniziale del ventaglio dei prezzi e dalla sua progressiva chiusura.
Tra Valenza, polo peninsulare del Mediterraneo caro, e Lwow, centro medievale
della Polonia a buon mercato, il rapporto dei prezzi dei cereali (espressi
in grammi d'argento) nel corso del decennio 1440-1449, si situa nella
relazione quasi incredibile di uno a sette (da 6 a 43 gr d'argento l'ettolitro).
Alla fine del XVI secolo, quando il Sud è a 100, il Nord è a 76 e la Polonia
a 25. Il 1650-1659 segna il primo cambiamento importante. La zona degli
alti prezzi mediterranei è adesso raggiunta dalla costa dell'Atlantico
e della Manica. Tra il 1690-1699 si delinea il primo orizzonte dei lumi.
L'Europa cara, l'Europa economicamente dominante si confonde ora con l'Inghilterra,
i Paesi Bassi (Olanda), la metà settentrionale della Francia incentrata
su Parigi. Il Mediterraneo retrocede alla seconda posizione. L'Europa
orientale resta meno cara (Lwow, 44, 31 gr; Lublino, 40, 13 gr; Varsavia,
25, 24 gr/hl). «I nuovi ricchi del XVII secolo mangiano pane che
costa caro». Nel 1740-1749 la nuova geografia dei prezzi si consolida.
Un'Europa cara, corrisponde all'Europa ricca, lungo le coste dell'Atlantico,
della Manica e del mare del Nord. Un'Europa dal pane a buon mercato che
è l'Europa orientale. Un'Europa dai prezzi intermedi che è il settore
regredito del Mediterraneo. Al limite si tende verso una bipolarizzazione
semplice tra il settore atlantico caro e un settore a buon mercato che
comprende il Mediterraneo e l'Europa centro-orientale. Tra i poli dei
prezzi alti e dei prezzi bassi la differenza è passata da 7,5/1 a 2/1
appena. Certamente il grano non è tutto. A partire dal 1760-1780 il decollo
della Gran Bretagna crea nuove disparità. L'omogeneizzazione di uno spazio
economico, a lungo profondamente disarticolato, è significativo tuttavia
della ricaduta dei lumi sugli esseri umani e sulle cose.
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Est e Ovest
Le ripercussioni economiche delle idee sono legate a una certa struttura
sociale. È la materia di un libro. E questo libro esiste. Il decollo inglese
del XVIII secolo è tuttavia inscindibile da una plasticità sociale anteriore
ai lumi, e che i lumi hanno semmai contribuito a rafforzare dopo averne
tratto ispirazione. I maestri dell'orizzonte 80 si sono impadroniti con
gioia della parentesi cartesiana. Al limite, che cosa ne hanno fatto?
Ben poco! La risposta è grossolanamente vera, semplicistica e ingiusta.
È tuttavia questione di luogo e di tempo.
All'Est il pensiero dei lumi ha colonizzato lo Stato; diciamo che ha tenuto
conto dello Stato e che lo ha reso più efficace. L'illuminismo
ha dato un obiettivo alle strutture tradizionali dello Stato, al vertice
di una società di tipo feudale, signorile, patriarcale, compartimentata,
segnata da pesantissimi rapporti dominazione: il recupero del terreno
perduto. Qui la conservazione, là il rafforzamento delle strutture nobiliari
della società sono apparsi la condizione di efficacia, al primo stadio,
della rivoluzione tecnologica, ambizione del despota illuminato. A dire
il vero questi non ha scelta. Il dispotismo illuminato, a breve termine,
consolida le strutture sociali esistenti. Diffondendo i mezzi di conoscenza
e in primo luogo un livello molto elementare e molto parziale di alfabetizzazione,
accrescendo la produzione e il livello delle comunicazioni, esso prepara
la modifica a lungo termine dei rapporti sociali.
All'Ovest la situazione è completamente diversa. Due casi, due varianti
principali, Inghilterra e Francia. La plasticità della società inglese
è unica in Europa. In effetti la rivoluzione sociale è ormai dimenticata.
Questa rivoluzione compiuta, per l'essenziale, nel XVI secolo, fa parte
delle lunghe condizioni preparatorie del take off inglese. La gentry
britannica distoglieva il proprio interesse dalla rendita e lo indirizzava
al profitto. Abbiamo visto la parte da essa avuta nel modello di trasformazione
agricola del Norfolk. La rivoluzione politica è avvenuta nel 1688-1689;
una parte dei dottrinari proponevano in Francia, nella campagna politica
del 1829-1830, il modello della Glorious Revolution. Locke ha giustificato,
a cose fatte, il new deal del 1689. L'élite si confonde, con poche
differenze, con la classe dirigente, il sistema è abbastanza agile per
risolvere, con adattamenti successivi, le nascenti contraddizioni. La
fortuna dell'Inghilterra è dovuta a questo fatto. Per la realizzazione
dello sviluppo accelerato è meno pericoloso avere l'inevitabile fermento
sociale dietro di sé che davanti a sé, verso il 1650 piuttosto che nel
1793. L'impatto dei radicali dell'utilitarismo, Jeremy Bentham (1748-1832)
in particolare, è scarso. Lungi dal ricusare il gioco politico e sociale
inglese, essi sognano solo di accelerarne una proiezione tendenziale e
semplificatrice.
Ben diverso il caso francese: l'élite non si confonde qui con la classe
dirigente. La società francese ha compiuto tre esperienze negative, le
riforme della nobiltà degli anni 1670-1680, la Reggenza, il fallimento
del colpo di Stato Maupeou (1774). Il ripiegamento della nobiltà sulla
rendita, il mantenimento di una piccola conduzione contadina portavano
alla scissione artificiale della élite. La nobiltà parte all'assalto dello
Stato, ma consuma la propria sconfitta sul piano economico. Contro il
suo ingiustificabile privilegio si polarizzano le rivendicazioni dei plebei
ricchi e illuminati. Dopo il reinsediamento dei parlamenti, del controllo
della casta sul potere legislativo e regolamentare dello Stato, ogni adattamento
è impossibile. Le contraddizioni non possono mancare di esplodere al primo
incidente. La via francese e la via inglese, che avevano seguito un trend
parallelo (con la Francia più indietro) a partire dal 1530, si sono divaricate
attorno al 1680 con le catastrofiche riforme che rafforzano in Francia
la rigidità sociale. Il pensiero dei lumi si è dimostrato molto sprovveduto,
e al limite poco lucido, davanti alla complessità della società francese.
In definitiva ha avuto poca influenza su di questa. È stato capace di
provocare la Rivoluzione, non di evitarla. Schematicamente l'illuminismo
è, in un primo tempo, molto conservatore, perfino reazionario. In un secondo
tempo, a partire dal 1750, oscilla tra due posizioni irrealistiche, da
un lato la formula orientale del dispotismo illuminato, dall'altro le
utopie egualitarie. Voltaire alle prese col cavaliere di Rohan, la futura
Mme Roland relegata in cucina sono rivelatori della scandalosa pesantezza
dei rapporti sociali. La storia intellettuale e la storia sociale faticano
a mantenere lo stesso ritmo.
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L'Europa é ricca
Ma il quadro della vita (l'alimentazione, l'alloggio, il vestiario) è
tutto in movimento; un cambiamento profondo che rispetta il quadro tradizionale
abbastanza da non poter essere considerato rivoluzionario, per essere
vissuto come un reale miglioramento. Nato in parte dall'esperienza di
un progresso, nel suo ritorno sulle cose, il pensiero dei lumi contribuisce
al progresso della vita materiale. Naturalmente, vi è un certo calo, a
partire dal 1550, nel consumo della carne. Questa oscillazione non elimina
però la preminenza dell'Europa in rapporto al resto del mondo. Bisogna
valutare bene l'evoluzione del XVIII secolo: essa non esplode come una
rivoluzione, ma è un'accelerazione decisiva in un processo multisecolare.
L'Europa alimentare, l'Europa dei giardini, si è arricchita di un lungo
confronto tra Nord e sud, che Emmanuel Le Roy Ladurie ha seguito nella
lunga durata per quanto riguarda la Linguadoca. L'Europa ricca, l'Europa
popolata ha ricevuto questa ricompensa della istituzione di un accenno
di economia-mondo, che ne fa un luogo di confluenza. Ora, il progresso
dell'agricoltura è legato anche al rinnovamento delle sementi, all'estensione
del campo delle comunicazioni. Si pensi al grano della Linguadoca. Nel
XVIII secolo, grazie all'estensione della rete degli scambi, nuovi arrivi
si registrano direttamente dal Levante e dal serbatoio da poco scoperto
del mar Nero. «È così che una parte dei grani importati dal
Levante, attraverso Marsiglia e Sète, dopo l'inverno del 1709, fu seminata
nei territori francesi. In seguito si incontreranno ancora tra le vecchie
popolazioni cerealicole del Midi un grano di Marianopoli, che cresce presso
Avignone, un grano villoso e barbato di Creta, uno Smirne o grano d'Egitto,
e naturalmente dopo il 1820 [...] i celebri tipi di Odessa e Taganrog»
(E. Le Roy Ladurie). Questo piccolo brandello di una immensa storia che
presiede al sapore del pane quotidiano dimostra l'accelerazione settecentesca
del processo di arricchimento, in Europa, della riserva generica a servizio
della tavola.
Lo stesso avviene per la vite, per l'olivo, per il bestiame; e che dire
della diffusione massiccia del mais, che si espande dalle basi iberiche
e italiane conquistate nel XVI secolo, e che nel XVIII secolo esplode
nel Sud-Ovest della Francia? Che dire dei progressi del riso a Valenza
e nella pianura padana, o della patata che dale isole britanniche e da
alcuni punti privilegiati del nord parte alla conquista del continente
profondo nei due ultimi decenni del XVIII secolo e nella prima metà del
XIX? Lo stesso avviene, ancor più sorprendentemente, per l'orticoltura
francese: tra il XVI e l'inizio del XIX secolo, diciamo che la gamma dei
prodotti è aumentata nel rapporto di 1 a 4. Una moltiplicazione per quattro
in tre secoli, e forse un approssimativo raddoppio nel XVIII. L'esempio
della Linguadoca vale, forse, per quasi tutta l'Europa densa e numerosa.
Benefici della comunicazione e ritorno sulle cose del pragmatismo attivo
dei lumi. Ma, come sempre, non vi è rivoluzione, vi è invece lo sfruttamento
di tutte le capacità potenziali delle vecchie strutture. I lumi significano
proprio questo: lo sfruttamento di tutte le virtualità di un mondo vecchissimo,
prima della tormenta che, a partire dalla piccola Inghilterra, sconvolge
e rivoluziona un orizzonte 1780 che resiste fino al 1830 o al 1840 a seconda
dei casi, e fino al 1860 nella maggior parte del continente conservatore
della lunga durata.
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Alimentazione
Ma torniamo agli studi quantitativi sull'alimentazione, di cui cominciamo
a disporre. Prendiamo il caso parigino. Si può tentare un calcolo serio
e globale, partendo dalla statistica un po' sottovalutante e parsimoniosa
delle entrate. Non bisogna lasciarsi influenzare troppo dal bilancio energetico
al tempo stesso confortevole e modesto, al livello delle 2.000 calorie
pro capite, una media che comprende uomini, donne, bambini, poveri e ricchi.
Il solo errore possibile è quello della sottovalutazione. Si tratta infatti
di un minimo dal quale vanno dedotte, a colpo sicuro, 3.500 calorie per
il lavoratore manuale maschio. Ora, ciò che colpisce, è la qualità
già elevata dell'alimentazione, con un eccesso di vino, per fortuna un
vino leggero, e soprattutto una notevole ricchezza di proteine animali.
«A Parigi [...], verso il 1780 [...] i cereali costituiscono solo
il 50% del totale» (F. Braudel). L'India e la Cina devono ancora
percorrere molta strada per raggiungere il livello alimentare dei parigini
più poveri alla fine dell'Ancien Régime. Il pane continua a essere
consumato in modo massiccio in campagna; ma questo nutrimento, ricco in
rapporto alle antiche farinate, povero in confronto alle nuove raffinatezze,
ha perso il suo monopolio in città. Lo ha perso a Londra, salvata dal
suo tentativo di suicidio collettivo col gin (1730-1740), lo ha perso
a Parigi, ma non ancora a Berlino. A Berlino, secondo W. Abel (citato
da Braudel), il pane rappresenta, per una famiglia di un muratore composta
di cinque persone, molto più del 50% della spesa alimentare (l'alimentazione
rappresenta il 72,7% della spesa, il pane il 44,2 del totale) contro solamente
il 17% del bilancio parigino. E che pane! bigio da una parte, bianco dall'altra;
si comprende lo stupore dei granatieri di Pomerania nel 1792, del quale
Goethe ci ha lasciato un divertito resoconto.
Nel XVIII secolo l'uomo è partito, in Occidente, alla conquista del superfluo.
Il lusso è il grande incentivo. «L'uomo è una creatura di desideri
e non di bisogni». Una vera e propria rivoluzione (una volta tanto
la parola non è eccessiva) si attua sulla tavola e sulla disposizione
della tavola dei ricchi, ma anche delle persone agiate, nell'Europa fortunata;
verso il 1720-1730 qui, verso il 1740-1750 là. In Francia, prima di tutto,
«la grande cucina francese si afferma solo in seguito, dopo il disarmo
della "artiglieria da gola" perpetrato dalla Reggenza e dal
buon gusto contagioso del Reggente» (F. Braudel). Il 1750 rappresenta
una seconda tappa, sociale questa volta: la si misura più tardi ancora,
nel 1746, quando appare infine la Cuisinière bourgeoise di Menon
(F.Braudel). «Ci si nutre in modo raffinato, sostiene un Parigino
nel 1782, solo da un mezzo secolo a questa parte». Dal 1730 dunque,
la stessa tappa che è contrassegnata da una nuova attenzione alle modeste
attrattive della vita quotidiana. 1730: ecco le divine tisane. In Russia
il tè è conosciuto forse dal 1567, ma la sua generalizzazione presuppone
le rotte marittime, gli indiamen inglesi in navigazione intorno
al 1730. Non bisogna lasciarsi impressionare dalla civiltà del samovar:
tra la Russia e l'Inghilterra vi è un divario quantitativo che va a tutto
vantaggio del mare e della lunga, secolare educazione alla libertà. «Alla
fine del XVIII secolo, la Russia non importa nemmeno 500 tonnellate di
tè. Siamo lontani dalle 7.000 tonnellate consumate in Occidente».
Il tè fa la sua comparsa episodicamente e senza successo nel seguito di
Séguier (1635-1636), alla ricerca dell'elisir di lunga vita. «Samuel
Pepys ne bevette per la prima volta a casa sua il 28 maggio 1667».
Il 1720-1730 segna anche qui una svolta. Nella lotta alla morte, il tè
è un'arma importante, grazie alla bollitura dell'acqua. Il caffè è più
antico, ma la sua diffusione è contemporanea a quella del tè. La voga
del caffè è stato un incentivo importante per l'espansione europea negli
altri continenti. «Se, a partire dalla metà del XVIII secolo, il
consumo è tanto aumentato, e non solo a Parigi e in Francia, è perché
l'Europa ha organizzato da sé la produzione. Sin quando il mercato mondiale
si approvvigionava presso i produttori di caffè dei dintorni di Moka,
in Arabia, le importazioni europee erano state forzatamente limitate.
Ora la produzione di caffè si era insediata a Giava sin dal 1713, nell'isola
Bourbon (La Réunion) dal 1716, nell'isola di Caienna dal 1722 (ha dunque
attraversato l'Atlantico); nel 1723-30 alla Martinica; nel 1730 alla Giamaica;
nel 1731 a Santo Domingo. Le date non sono quelle della produzione poiché
è stato necessario attendere che le piantagioni aumentassero, si moltiplicassero».
(F. Braudel).
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Vestiario e altri fattori
Quanto al vestiario l'Europa settecentesca continua a vivere su due piani:
un mondo popolare dalle fluttuazioni lente, un mondo ricco che segue la
moda. La legge enunciata da F. Braudel, che esistono due ritmi sociali
dell'abbigliamento, continua ad applicarsi all'Europa dei lumi. Ma con
una differenza: la moda, al vertice è più volubile, più
nervosa, e l'abbigliamento popolare, nell'Europa numerosa e fortunata
dell'ovest non è più del tutto immobile. Il popolo di Londra e di Parigi
comincia persino a obbedire a mode di breve durata. È generale l'evoluzione
verso indumenti più morbidi, meno pesanti, che lasciano più libertà
al corpo; significativa è la fortuna delle tele indiane. Le belle seminude
dell'epoca del Direttorio non fanno che spingere all'estremo, e forse
all'assurdo, la tendenza affermatasi con l'arrivo delle indiane. Prova
tangibile della promozione del corpo, della promozione della sessualità.
Siamo di fronte a una conseguenza quasi caricaturale dei lumi. Come sottovalutare
questa valorizzazione del movimento nel modo di vestire? «In effetti
l'avvenire apparteneva alle società abbastanza fatue, ma abbastanza ricche
e fantasiose da preoccuparsi di cambiare i colori, i materiali, le forme
delle vesti, e anche l'ordine delle categorie sociali e la carta del mondo
[...]. Tutto è strettamente collegato» (F. Braudel). Taluni popoli
africani hanno pagato con una esportazione di uomini il lusso delle stoffe
di colore che la loro industria non sapeva produrre, ma che essi desideravano.
Schiavi in cambio di hanbels, schiavi per le piantagioni d'America,
schiavi per le piantagioni di canna da zucchero, questa grande conquista
del lusso quotidiano, schiavi per l'industria tintoria... E il cerchio
si chiude.
Ma il lusso nel vestire porta con sé anche modeste vittorie dell'igiene.
La diminuzione dei bagni pubblici, che si attribuisce all'azione della
sifilide e all'ascesi propagata dalle riforme della Chiesa, è cosa antica,
l'immersione nella sporcizia diminuisce solo lentamente. Parigi ha i suoi
bagni, la civiltà urbana riscopre lentamente le virtù dell'igiene corporale.
Il principale progresso è dovuto alla generalizzazione della biancheria.
È una battaglia iniziata nel XVI secolo, ma vinta definitivamente solo
nel XVIII, nella massa della popolazione. La camicia e le mutande, due
strumenti modesti della vittoria sulla morte, sono l'effetto benefico
di una nuova considerazione del corpo. In Francia le mutande prevalgono
sui pantaloni foderati verso il 1770, nell'esercito prussiano verso il
1860. Sfasamento geografico-cronologico abituale da ovest verso est.
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Statistiche edilizie
Resta la casa. Nel XVIII secolo si è costruito molto. Perché la popolazione
è raddoppiata, perché l'habitat è migliorato, perché il volume della popolazione
urbana è quadruplicato. La casa di pietra dura in media duecentocinquant'anni.
L'edilizia resta, nel XVIII secolo, la prima delle attività non agricole:
forse, globalmente viene prima dell'industria tessile. La casa è un importante
fattore economico, ma è ancor più la sede privilegiata della vita, carica
di un contenuto affettivo, legame tra le generazioni. Ci piacerebbe poter
studiare l'edilizia nella sua globalità, compresa quella che assicura
un tetto agli umili e che fa parte dell'apparato produttivo. La negligenza
della storia economica quantitativa rispetto all'edilizia ha cause documentarie:
dipende dalle strutture dell'elaborazione statistica. Nell'apparato produttivo
sfugge la frangia che non entra nel circuito di scambio; la si può valutare,
ma solo eccezionalmente si arriva a misurarla. Nel XVIII secolo sussiste
un'antichissima divisione fra il Mediterraneo e il resto d'Europa. Il
bacino del Mediterraneo ha conservato a lungo un immenso vantaggio nel
campo delle costruzioni. Roma fu sempre attratta dalla pietra; la vittoria
della pietra sul legno ha richiesto duemila anni. La casa pesante, la
casa, diciamo, dli 400-500 tonnellate, ha prevalso in lenta progressione.
Sul Baltico, in Polonia, in Russia, in Scandinavia, la pietra non si è
mai imposta fuori dai quartieri residenziali della città, nel XVIII secolo.
L'America settentrionale deve più alla vera europa del nord che all'Inghilterra:
la soluzione americana, la lodge cabin, si ispira a un modello
scandinavo. L'habitat tradizionale è l'abitazione pesante, in pietra,
la soluzione mediterranea trapiantata per motivi più psicologici che tecnici.
L'habitat tradizionale ha il suo culmine nel XVIII secolo. In tutto il
settore europeo dove domina la pietra, là dove la guerra non ha provocato
danni, una parte delle abitazioni contadine risalgono al XVIII secolo.
Una volta ancora questo secolo ci appare sotto la sua vera luce, come
l'apogeo di una civiltà che noi chiamiamo, in mancanza di meglio, tradizionale.
E tuttavia, in alcuni settori diseredati, sussiste un habitat più povero
e più antico: capanne, buchi coperti, tuguri. Questo è l'habitat dell'anno
mille; i briganti del 1789, i pretesi stregoni dell'ordinanza del 1670
sono usciti, in gran parte, da questo mondo marginale.
L'habitat tradizionale può definirsi per il peso, il costo, la durata,
le condizioni termiche. È una soluzione mediterranea, assurda là dove
il legno abbonda. Ma l'abitazione subisce altre leggi oltre a quelle tecniche
ed economiche. La casa è un luogo di confluenze psicologiche. La mutazione
dei livelli di vita, dunque il progresso tecnico, comincia al vertice,
inizialmente per imitazione, per la diffusione secolare dei modelli aristocratici.
Il modello mediterraneo così si impone molto al di là dei limiti collegati
agli imperativi dell'ambiente. La casa tradizionale obbedisce ai bisogni
psicologici di durata, di solidità, di protezione. Ecco perché nel XVIII
secolo coesistono la pietra tipica della maggior parte delle campagne
del Bacino parigino e le impiallacciature, il legno, il gesso della costruzione
urbana, a Parigi, ad Amiens, a Rouen. In città si fanno costruzioni più
leggere che in campagna, probabilmente perché il costo esorbitante dei
trasporti rende indispensabile il massimo ricorso ai trasporti per via
fluviale, dunque al legno, ma anche perché l'affollamento delle costruzioni
in città compensa abbondantemente, dal punto di vista psicologico, la
leggerezza. La città inganna: la città francese nasconde il suo legno
dietro la superficie di rivestimenti che danno l'apparenza della pietra.
L'Europa intermedia, ancora nel XVIII secolo, si dà un volto mediterraneo
con una pesantezza posticcia, ha vergogna di dire che usa il legno, che
è privilegio del Nord. Il Nord tuttavia ha bisogno di scaldarsi: il legno
è un buon isolante; la casa di legno, meno costosa, cede il posto a soluzioni
migliori per risolvere i problemi di riscaldamento. La stufa in ceramica,
una prerogativa del Nord, si diffonde nel XVII secolo e trionfa nel XVIII.
Essa troneggia all'interno di case costruite in legno nella parti essenziali.
Una casa di legno non può accontentarsi di un caminetto mediocre,
mentre la casa di pietra concentra le sue possibilità sotto il profilo
termico nello spessore dei muri. La casa tradizionale di pietra, principalmente
il tipo completo, il più vicino al modello mediterraneo, costituisce un
investimento enorme. In Europa esso ha finito per imporsi su più
di 4 milioni di kmq.
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Investimenti redditizi
Questa abitazione dura, all'incirca, da due o tre secoli. La sostituzione
della sua massa a un infra-habitat, del quale solo l'archeologia
delle civiltà materiale può darci le chiavi, avviene a tappe. L'ultima
tappa è stata superata nel corso del XVIII secolo. Pierre Denis Boudriot
ha calcolato che, in media, bisogna smuovere 41 tonnellate di materiale
(fondamenta comprese) per alloggiate un Parigino tra il 1750 e il 1770.
L'abitazione tradizionale è fatta per durare: rappresenta il massimo dell'investimento
iniziale per il minimo di manutenzione. Lo sforzo muscolare richiesto
è atroce, logora prematuramente i corpi. Esso spiega la massa enorme degli
addetti all'edilizia. Se attribuiamo una durata media di duecentocinquant'anni
alla casa tradizionale, con uno sforzo di manutenzione per due terzi di
secolo pari alla metà dello sforzo iniziale di costruzione, arriviamo
- nell'ipotesi di una popolazione stagnante, di un livello di vita stabile
e di una copertura pesante di tipo tradizionale - a un investimento annuo
pari allo 0,4% per la costruzione e allo 0,2% per la manutenzione, una
volta assicurata la copertura; lo 0,6% del capitale immobiliare è sufficiente
alla manutenzione e alla sostituzione. Nell'ipotesi di un aumento della
popolazione dello 0,5% annuo, conviene aggiungere lo 0,5%; l'investimento
annuo, in questo caso, raggiunge l'1,1% del capitale immobiliare. Con
il 2% divengono possibili un miglioramento dell'habitat e un'urbanizzazione
accelerata. In tutti i casi il margine economico, rappresentato dall'edilizia
è enorme. L'edilizia obbedisce alle tendenze di lungo periodo della demografia
e delle sussistenze, ma è testimone di una ipersensibilità alla congiuntura
breve, alla congiuntura ciclica, alla congiuntura drammatica interdecennale.
Dato che con l'1% del capitale immobiliare vengono facilmente assicurati
la manutenzione, la sostituzione, lo sviluppo delle costruzioni, si comprende
perché si può arrestare la costruzione delle case senza alcun inconveniente,
meglio di qualsiasi altra produzione. L'assenza di originalità a lungo
termine della congiuntura dell'edilizia non è in nessun modo in contraddizione
con l'ipersensibilità a breve termine dell'industria dell'edilizia. L'edilizia
è vittima della disoccupazione stagionale e congiunturale. L'edilizia,
settore tradizionale della produzione, costituisce tuttavia, alla fine
del XVIII secolo e nel XIX, un'area di tensioni e di conflitti, un settore
di punta della contestazione. È difficile valutare esattamente
ciò che ha rappresentato per il settore sud dell'Europa occidentale, la
soluzione della casa pesante. I motivi sono psicologici. La soluzione
ha vantaggi e inconvenienti; è espressione di uno spazio prematuramente
chiuso. Le grandi ondate del progresso materiale, il XVIII secolo dunque,
hanno difficoltà a investire. Due investimenti sono comunque possibili:
negli uomini e nelle case... Sostituire alla tana dell'anno mille la casa
di tipo tradizionale è ancora la soluzione ideale per conservare in un'enorme
riserva di pietra il fragile surplus della produzione dei grandi periodi
di sviluppo; la soluzione della casa pesante risponde forse alle difficoltà
di capitalizzare il surplus della produzione. La casa pesante consente
un permanente risparmio sulle spese di manutenzione e di riscaldamento.
Costa di più all'inizio, dieci volte di più, ma è meno costosa
da mantenere. L'isba è utilizzabile per trenta, quarant'anni in media.
Non è certo che, a lungo termine, la casa tradizionale in pietra costituisca
una soluzione più costosa; probabilmente è più economica.
Il vantaggio principale deriva forse dall'isolamento termico: l'efficacia
dei muri è proporzionale alla loro massa. Il muro restituisce il calore
d'inverno, la frescura d'estate; combatte l'effetto contrastante dell'aerazione.
II muro spesso si è diffuso nel bacino del Mediterraneo come protezione
dal calore, in una zona priva di legno. Al nord è il legno a proteggere
contro il freddo. Ma la casa pesante non è priva di inconvenienti. Essa
rende permanenti soluzioni di comodo. La riserva termica bloccherà a lungo
il progresso tecnico nei mezzi di riscaldamento. La casa pesante tende
a perpetuare le soluzioni antiche. Essa protegge contro la dilapidazione
del capitale ma con i suoi alti costi ne limita la mobilità. Nel XVIII
secolo, tuttavia, la moltiplicazione dei granai di pietra assicura una
migliore conservazione dei raccolti. Ma la loro durata troppo lunga è
il principale difetto. In periodo di scarsa plasticità tecnica, il peso
delle costruzioni agisce da freno, è un ostacolo alla mobilità indispensabile
al progresso.
Bisognerà pure dedicarsi, un giorno, allo studio sistematico dei progressi
tecnici nell'edilizia. Là dove sono state studiate, le innovazioni del
XVIII secolo vanno nel senso di una migliore tenuta, di una maggiore durata,
di una migliore protezione termica e di un minor costo di manutenzione;
tali migliorie portano il segno dell'arricchimento, rafforzano la scelta
a favore della durata, implicita nell'habitat pesante tradizionale, la
scelta a favore della capitalizzazione iniziale, della permanenza. Una
scelta che corrisponde alla famiglia coniugale eccezionalmente stabile
della cristianità latina. Ma la cosa più importante è l'aumento
della produttività. Tutto, nella casa tradizionale può ricondursi al trasporto:
un grande progresso è legato al fondamentale miglioramento delle strade
nella seconda metà del XVIII secolo. L'edilizia del XVIII secolo migliora
di qualità. Le case costruite nel XVIII secolo sono ancora in piedi e,
nel complesso, resistono bene. L'edilizia del XVIII secolo ha beneficiato
del miglioramento dei trasporti, dell'alto livello della costruzione.
Si costruisce di più e meglio. La diffusione delle case di pietra
fa scomparire quasi dappertutto, tranne che per i più indigenti,
l'infra-habitat dell'anno mille. La frontiera della casa pesante si sposta
verso nord. Prendiamo il caso di Pietroburgo: una città di pietra si sostituisce
a quella di legno all'estremo nord, dove dominano l'isba e l'archetipo
scandinavo della lodge cabin nord-americana. Nelle campagne dell'Europa
occidentale sorgono belle abitazioni destinate all'èlite del mondo rurale,
con larghe finestre, un primo piano, almeno due stanze con camino su quattro;
un modello rettangolare, sensibile alla ricerca di un equilibrio sulla
base dell'estetica classica. Vi è anche un progresso dei materiali: uso
dei mattoni unitamente alla pietra; copertura dei tetti con tegole o ardesia
anziché con paglia; sostituzione di un mattone più cotto e della pietra
al mattone crudo e al semplice fango; vittoria della malta fatta con calce
e sabbia sulla malta di paglia e argilla; progresso delle costruzioni
in linea orizzontale e verticale, dunque progresso dell'equilibrio; diminuzione
delle flessioni, causa di usura; al tempo stesso la casa più alta è più
aerata e meglio illuminata. Il XVIII secolo non innova, ma diffonde massicciamente
soluzioni intellettualmente possibili, effettivamente desiderate ed economicamente
realizzabili dagli strati sociali che prima non potevano aspirarvi.Il
XVIII secolo dà l'impressione, inoltre, di essersi trovato pronto all'appuntamento
di un grande rinnovamento dell'habitat esistente. Un'edilizia sommaria
e di cattiva qualità, che datava dalla ricostruzione del XVI secolo, è
ormai decrepita; due secoli dopo, a metà del XVIII secolo, un habitat
improvvisamente sentito come vetusto ha smesso, ancor più bruscamente,
di corrispondere ai bisogni e ai gusti della società tradizionale, padrona
infine di tutti i propri mezzi; l'edilizia si fa uniforme, la divaricazione
fra i diversi tipi di abitazione tende a ridursi.
Possiamo tentare di decifrare l'influenza di questo manto nuovo di pietra
di cui l'Europa si è vestita nel XVIII secolo? Non è irragionevole pensare
che tra il 60 e il 70% delle case europee del XVIII secolo, avessero meno
di cinquant'anni, sotto l'azione di tutti i fattori ricordati. Un habitat
rinnovato alla fine del periodo dei lumi, ben adattato ai generi di vita
debolmente evoluti del XVIII secolo, un habitat fatto meglio per durare
più di quello che sostituisce, un habitat costruito per tre secoli e più.
L'Europa occidentale si è dotata, nel XVIII secolo, di un ricchissimo
capitale immobiliare. Quale può essere l'influenza di questa eredità sulle
precondizioni del take off nel XVIII secolo? Un elevato livello
dell'edilizia e dei lavori pubblici nel senso più lato. Se l'edilizia
ha potuto svolgere, in un determinato momento; un ruolo di traino, ciò
è avvenuto nel XVIII secolo. Una parte dei capitali accumulati in questo
periodo, in proporzione a quella mai raggiunta in precedenza, è stata
investita sotto questa forma. L'altro livello di attività edilizia, protrattosi
per circa un secolo, ha preparato l'economia ad altri sforzi permettendo
al tempo stesso una prima accumulazione del capitale. All'inizio del XIX
secolo altri settori dell'economia ne prendono il posto. L'edilizia cresce
più lentamente. Il decollo necessita di un più elevato volume
di capitali. È stato possibile ammassare gli operai di Lilla e d'altri
luoghi nei sotterranei e nei granai di immobili costruiti per la maggior
parte nel XVIII secolo. I grossi investimenti immobiliari del Settecento
hanno consentito, all'inizio del XIX, un minore sforzo relativo per quanto
riguarda le costruzioni. Il XVIII secolo ha lasciato in eredità al primo
XIX secolo questa utile anticipazione. Le case del XVIII secolo hanno
consentito di utilizzare altrove, e meglio, la massa sempre insufficiente
dei capitali indispensabili alle necessità continuamente crescenti dello
sviluppo accelerato. Ma non si tratta sol o di questo. La bella casa settecentesca,
l'habitat tradizionale giunto al suo punto di equilibrio e di perfezione,
si impone dappertutto dove la pietra costituisce il quadro duraturo della
vita II XVIII secolo ci ha lasciato le strutture materiali dei nostri
focolari, un modello duraturo che la rivoluzione industriale trasforma
solo in modo impercettibile. Oltre alle strutture materiali vi è uno stile
di vita familiare, una sensibilità degli atteggiamenti e dei gesti che
permangono. Il patrimonio immobiliare del XVIII secolo, dopo aver fornito
una condizione favorevole allo sviluppo economico, ha contribuito ad attenuare,
dappertutto dove domina l'edilizia di pietra, a diluire nel tempo una
parte delle onde affettive della tumultuosa rivoluzione economica, tecnica
e mentale del XIX secolo. La generazione della rivoluzione industriale
ha vissuto parte della sua vita in un quadro settecentesco. L'eredità
del XVIII secolo ha costituito un legame concreto tra un prima e un poi
difficilmente conciliabili, ha preservato un elemento di continuità nell'epoca
del cambiamento. La casa settecentesca resta la migliore ambasciatrice
della civiltà tradizionale che si spegne in Europa negli anni Sessanta
del XX secolo.
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Lumi e città
Sono le città il laboratorio privilegiato dell'Europa dei lumi. La crescita
urbana è dunque un elemento di capitale importanza. Si può parlare di
urbanesimo, nel XVIII secolo, sopra la soglia dei 2.000 abitanti. La Fiandra
e il Brabante hanno ormai varcato la percentuale senza precedenti del
50% di popolazione urbana. Per la Spagna occidentale, la media oscilla
tra il 20 e il 25% verso il 1780-1790, ed è del 16% per la Francia rimasta
rurale. L'Inghilterra è già al 30% all'inizio del XVIII secolo. Quando
sfiora il 40% di popolazione non rurale, una regione intera passa automaticamente
nella categoria delle economie urbane. Nel 1796, l'Overijssel ha superato
questa soglia (45,6% di cittadini quando la Russia è al 4%). È in città,
quasi esclusivamente, che è stata elaborata l'estetica dei lumi, diciamo
più semplicemente un quadro di bellezza che rende la vita più umana, un
po' più degna di essere vissuta, da parte di un numero crescente di persone
sopravvissute alla morte precoce. È qui che si è tentati di cogliere il
ritorno del pensiero sulle cose e sulla vita. Una civiltà si rivela nelle
forme che essa crea, nei colori e nei suoni. Ciò è tanto più vero, nel
XVIII secolo, in quanto la ricerca estetica non è affatto il privilegio
di pochi. L'anima dei lumi, l'anima dell'Europa laica, così inafferrabile,
così difficile da cogliere, quest'anima possiamo forse incontrarla adesso.
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