UTILITARISMO:
1. Precedenti storici e U. "classico" - 2. L'U. contemporaneo come teoria etica.
1. Il termine U., (ing. utilitarianism, ted. utilitadsmus, fr utilitarisme) indica una dottrina etica che afferma la coincidenza del bene con l'utile.
Per quanto sia possibile rintracciare precorrimenti storici di tale dottrina in certe correnti della filosofia antica (in esponenti della Sofistica, nelle cosiddette scuole socratiche minori, e soprattutto nell'Epicureismo), bisogna dire che l'U. come teoria della moralità personale e come teoria della scelta politico-sociale non data oltre gli ultimi decenni del secolo XVIII. Il principio utilitarista fondamentale potrebbe essere inteso come un'applicazione del cosiddetto "rasoio di Ockham" (frustra fit per plura quod fieri potest per pauciora). alle questioni etico-morali. Infatti, tale principio intende affermare che una qualsiasi azione, stato del mondo, stato mentale deve essere perseguito o respinto a seconda della sua tendenza ad aumentare o diminuire il piacere e/o la felicità delle parti il cui interesse è in questione; altre considerazioni esplicative, per esempio basate sul dovere o sull'etica supererogatoria, non sono, almeno inizialmente, ammesse.
Nella sua prima formulazione teoricamente compiuta (Bentham), l'U. è fortemente apparentato al clima filosofico positivistico, ritenendo possibile dare una descrizione in termini matematici dei piaceri che differirebbero quantitativamente, quindi, solo per intensità e durata. Questo aspetto ingenuamente matematizzante è, tuttavia, la parte più transeunte dell'U. che invece, in specie nei paesi di tradizioni anglosassoni, ha mostrato grande vitalità teorica. Questo è accaduto perché si tratta di una dottrina rilevante non soltanto per l'etica, ma anche per il diritto, l'economia, e in generale per l'intervento politico-sociale (non a caso, l'U. ha avuto anche ambizioni di intervenire nei processi di riforma sociale). Infatti, per l'U., forse più che per altre dottrine etiche, è difficile distinguere le due modalità di applicazione che valgono in generale per le dottrine etiche, di essere cioè dottrine descrittive e normative. Da un lato, l'U. è una teoria descrittiva della morale, che si presenta come una ricostruzione dei diversi elementi dell'universo morale (comportamenti, azioni, usi linguistici). Dall'altro, l'U. prescrive che da questo punto di vista, l'U. mostra spesso una tendenza monistica, poiché sia l'agire prudenziale, sia quello morale, sia quello etico-sociale vengono spiegati come diverse manifestazioni del perseguimento dell'utile. Il criterio corretto di valutazione etico-morale è un'analisi delle conseguenze che le azioni hanno per i decisori. Si tratta dunque di una dottrina consequenzialista che ci richiede di considerare il benessere che le azioni comportano (welfarism), informazione che a propria volta viene dedotta dalle preferenze degli individui. Gli individui sono visti come sedi di utilità, laddove quest'ultima viene definita come il perseguimento di un qualche stato di piacere o come l'allontanamento da un qualche stato di dolore. LU. adotta dunque l'artificio di considerare le preferenze delle persone come tutte sullo stesso piano. Per giungere al risultato finale maggiormente atteso, non si deve far altro che sommare le utilità individuali (ordinamento-somma). Il consequenzialismo e l'artificio della somma delle utilità ha come risultato che ciò che è pertinente nella valutazione di uno stato del mondo (pubblico o privato) è unicamente l'informazione sul vettore di utilità complessivo risultante dall'ordinamento-somma. Viene quindi esclusa ogni altra informazione relativa ai decisori, che non sia riducibile alle loro preferenze. In virtù di ciò, l'U. è stato accusato di non tener conto della differenza e della separazione delle persone.
2. In effetti, gli strumenti che permettono all'U. di proporsi come teoria etica, come spiegazione di ciò che gli uomini fanno e dovrebbero fare, comportano una forte restrizione sul pacchetto informativo da considerare. Questi strumenti sono sostanzialmente tre: la riduzione, l'idealizzazione, l'astrazione. La riduzione è la considerazione degli interessi come preferenze, aggregate forse secondo un diverso grado di intensità, ma schematizzabili in linea di principio tutte allo stesso modo. E' da notare che il concetto di preferenza non coincide del tutto con quello di desiderio. Vi sono, infatti, secondo li utilitaristi delle preferenze razionali da perseguire che ben difficilmente sarebbero assimilabili al desiderio attuale (per esempio, i diritti). Né l'insistenza sulle preferenze implica che l'individuo non possa assumere una distanza critica rispetto ad alcune di esse, rifiutandole dopo accurato e imparziale esame. Ciò spiega come l'U. possa ammettere una estensione notevole di ciò che una preferenza è e, nel contempo, vincolare la disponibilità ad ammettere le preferenze ad altri criteri. Ciò sposta il discorso verso l'idealizzazione. Secondo alcuni utilitaristi (Hare, Harsanyi), è d'obbligo sì accettare il principio della cosiddetta "autonomia della preferenza", vale a dire che per valutare ciò che è bene per un individuo siamo costretti a considerare i suoi desideri e le sue volizioni, ma nello stesso tempo si distingue fra le preferenze "reali" e le preferenze "vere" o "perfettamente prudenti". Queste ultime sarebbero le preferenze che l'agente avrebbe se fosse perfettamente informato, disponesse dell'informazione fattualmente rilevante al caso in questione, e fosse in uno stato particolarmente favorevole alla decisione razionale. Quest'ultimo requisito comporta un'opzione a favore della coerenza delle preferenze fra di loro, non soltanto dal lato dell'individuo, ma dal lato anche della loro manifestazione sociale. Vanno infatti escluse tutte quelle preferenze che hanno una portata chiaramente antisociale (sadismo, invidia, malvagità ecc.).
Il terzo requisito messo in luce da critici-interpreti dell'U. (Williams, Sen) riguarda l'astrazione. Le preferenze devono essere considerate come presenti nell'individuo, ma quando esse sono "vere", devono poter essere riferite a un "osservatore ideale" che si suppone spogliato di interessi meramente egoisti (Sidgwick). Tale osservatore dovrebbe avere un atteggiamento simpatetico e di benevola simpatia cosa è bene fare, verso il genere umano. È stato notato che questo è un requisito che riguarda l'informazione disponibile sulle preferenze e più precisamente la loro localizzazione, poiché in tal modo l'informazione viene pensata come non contestualizzabile nel mondo reale e come trascendente tale mondo. Ciò ci riporta a quel requisito di impersonalità che alcuni hanno giudicato eccessivo nell'U. Tale caratteristica è tanto più evidente in quelle filosofie che hanno tentato di conciliare U. e kantismo (Hare), basandosi appunto sui requisiti dell'universalizzabilità e dell'imparzialità come bisogna agire.

(P. Marrone)


In: Politica, vocabolario a cura di Lorenzo Ornaghi, Milano, ed. Jaca
Book, 1996

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