La Montagna: i Giacobini. Dal movimento dei " club " al pensiero di Ro- bespierre e di Saint-Just.

E un luogo comune della storia della Rivoluzione l'assiduita di Robespierre alle sedute dei Giacobini. Ma il fatto ha un valore che trascende il piano psicologico e aneddotico per rivelare un motivo profondo delle idee politiche che piu propriamente soglion definirsi giacobine e che trovarono le loro formulazioni piu esplicite nei discorsi e negli scritti di Robespierre stes so e di Saint-Just. Piu che una vera e propria differenza di estrazione so ciale, almeno nelle persone dei capi, sono l'impegno democratico, il contatto con le classi popolari, con le sezioni parigine, la frequenza continua alle riunioni del club dei Giacobini, sempre piu ponentesi a intermediario fra le esigenze popolari e la condotta della classe politica, e quindi la partecipa zione piu o meno diretta alle " giornate " insurrezionali e la sollecitudine per l'adozione di provvedimenti economici a vantaggio dei meno abbienti, a di stinguere i robespierristi, oltre che dai Girondini, dal resto della Conven zione e della stessa Montagna.
Attraverso queste varie forme di contatto, mentre da un lato i Giacobini, che all'inizio erano un club di opinione, nella sua organizzazione simile ai Foglianti e ad altre associazioni dell'etite politica, divennero una grossa organizzazione di base irradiata in tutto il paese, e nella sua sede centrale parigina in continuo ricambio di petizioni e risposte con la folla della capi tale, d'altro lato i capi convenzionali che piu si mantennero legati ai Gia cobini accentuarono la loro sensibilita alle esigenze sociali della Rivoluzione, impressero alla loro azione quel timbro di democrazia radicale, spesso egualitaria, che caratterizzera il governo del " grande Comitato di Salute pubblica ".
E percio prevalentemente nei discorsi ai Giacobini e alla Convenzione, spesso in piu o meno diretto dialogo con le masse tumultuanti dei petition- naires, che va ricercato l'articolarsi del pensiero politico di Robespierre (1758-1794) e di Saint-Just (1768-1794", anche se il primo, dopo i gia significativi discorsi alla Costituente, affido molte delle sue idee dell'epoca della Legislativa e poi della Convenzione a due fogli periodici, il " Defenseur de la Constitution " (maggio-agosto 1792) e le " Lettres a ses commettans " ( ottobre 1792-aprile 1793), e il secondo ci ha lasciato un vero e proprio scritto di teoria politica nei suoi Fragments d'institutions republicaines.
Certo, quindi, anche per Robespierre il condizionamento operato dalle esigenze della lotta politica contingente nello sviluppo del suo pensiero e sensibile. I suoi grandi temi durante la Costituente sono la richiesta del suffragio universale per la nuova Costituzione e l'ostilita alla guerra, peri- colosa ai principi e alla sicurezza della Rivoluzione. La concezione rousseauiana della sovranita popolare porto fin dall'inizio il deputato del Terzo Stato di Arras a circondare di limitazioni e di garanzie l'istituto della rappresentanza: temporanea, soggetta a continui controlli del popolo sovrano, che, sempre buono e incorruttibile, deve vegliare contro la corruttibilita dei suoi mandatari, deve assicurarne l'indipendenza da inganni e costrizioni. La presa di posizione contro la limitazione del suffragio, in particolare contro il marco d'argento richiesto per la eliggibilita alla Legislativa, e netta, irreducibile, nei discorsi di Robespierre del 22 ottobre 1789, 25 gennaio 1790, 25 maggio 1791. " Tutti i cittadini, di qualunque condizione essi siano, hanno diritto di rappresentanza " aveva dichiarato alla Costituente il 22 ottobre 1789: " Nulla e piu conforme alla vostra Dichiarazione dei diritti, di fronte alla quale deve scomparire ogni privilegio, ogni distinzione, ogni eccezione. La Costituzione stabilisce che la sovranita risiede nel popolo. Ogni individuo ha pertanto diritto di concorrere alla formazione della legge cui e sottoposto e all'amministrazione della cosa pubblica che e sua, altrimenti non sara vero che tutti gli uomini sono eguali nei diritti, che ogni uomo e un cittadino ". Poi, nel discorso dell'aprile 1791, che, non essendo riuscito a pronunziarlo davanti all' Assemblea, fece stampare e invio a varie societa giacobine della provincia e municipalita democratiche, l'attacco specifico e martellante alle norme censitarie delle " tre giornate di lavoro " (per essere " cittadini attivi " ) e del " marco d'argento " (per l'eleggibilita alla Legislativa): " La legge e forse l'espressione della volonta generale, quando il maggior numero di coloro per i quali essa e fatta non possono concorrere, in nessun modo, alla sua formazione? No. Tuttavia proibire a coloro che non pagano un tributo uguale a tre giornate di lavoro il diritto stesso di scegliere gli elettori destinati a nominare i membri dell'assemblea legislativa, che cos'altro e se non rendere la maggior parte dei Francesi assolutamente estranei alla formazione della legge? ...Si, a dispetto di tutta la vostra prevenzione a favore delle virtu che darebbe la ricchezza, oso credere che ne trovereste altrettante nella classe dei cittadini meno agiati che in quella dei piu opulenti. Credete forse veramente che una vita dura e laboriosa generi piu
vizi che la mollezza, il lusso e l'ambizione? E avete meno fiducia nella probita dei nostri artigiani e dei nostri contadini, i quali secondo la vostra ta riffa non saranno quasi mai cittadini attivi, che in quella dei trafficanti, dei cortigiani, di coloro che chiamavate gran signori e che, in base alla stessa tariffa, lo sarebbero seicento volte? Voglio una volta per sempre vendicare coloro che chiamate popolo da queste sacrileghe calunnie... Quale amico della liberta e dell'umanita non si e disperato nel vedere, nelle prime assem blee elettorali, formate sotto gli auspici della nuova Costituzione, la rappre sentanza nazionale ridotta, per cosi dire, a un pugno d'individui? ...O Ari stide, la Grecia ti ha soprannominato giusto e ti ha fatto arbitro del suo de stino: la Francia rigenerata non vedrebbe in te che un uomo da niente, che non paga un marco d'argento... Fate bene attenzione: coloro che vi hanno scelto, coloro in funzione dei quali voi esistete, non erano certo contribuenti per un marco d'argento, per tre, per dieci giornate d'imposte dirette; erano tutti i Francesi, cioe tutti gli uomini nati e domiciliati in Francia, o natura lizzati, paganti una qualsiasi imposta. Lo stesso dispotismo non aveva osato imporre altre condizioni ai cittadini che convocava ".
Il pensiero di Robespierre puo apparire talvolta dottrinario, ferreamente ancorato ai principi rousseauiani. Ancora nel discorso alla Costituente del 10 agosto 1791 la sua opposizione al veto sospensivo, che nella Costituzione si vuole attribuire al re, si parte esplicitamente dal principio della volonta generale non delegabile, secondo le celebri formulazioni del Contrat social : " Jean- Jacques Rousseau ha detto che il potere legislativo costituiva l'es senza della sovranita, perche esso era la volonta generale, che e la fonte di tutti i poteri delegati: ed e in questo senso che Rousseau ha detto che quan do una nazione delegava i suoi poteri ai suoi rappresentanti, la nazione non era piu libera e non esisteva piu. Notate ora come vi si fa delegare il potere legislativo: a chi? Non a rappresentanti eletti periodicamente e per breve durata, ma a un funzionario pubblico ereditario, al re ".
Peraltro, questa coerenza ai principi non e affatto incompatibile col piu acuto realismo politico, quando si tratta di delineare i contorni dell'azione che deve far trionfare la Rivoluzione. E quel senso della rottura rivoluzio naria, imponente tutto un corso nuovo di idee e di atti, che Robespierre possedette in misura eminente e impresse con energia inesauribile nella po litica giacobina. La guerra, che elementi della Corte e Girondini presentano come necessaria gia sulla fine del '91, e proprio sotto quel riguardo anti tetica agl'interessi della Rivoluzione: " La Corte e il ministero vogliono la guerra e l'esecuzione del piano che propongono; la nazione non rifiuta affatto la guerra se essa e necessaria per conquistare la liberta; ma essa vuole la liberta e la pace, se e possibile, e respinge ogni progetto di guerra che sarebbe proposto per annientare la liberta e la Costituzione, anche sotto il pretesto di difenderle " (discorso ai Giacobini, del 18 dicembre 1791 ). Tanto piu la Rivoluzione, specie dopo il 10 agosto e la caduta della monarchia, non puo sottoporsi a criteri, norme, valutazioni aventi radice in una legalita ormai rovesciata. Sotto questo aspetto, anche a proposito dei massacri di settembre e degli arresti di sospetti che il Comune di Parigi continua a compiere, occorre rivendicare apertamente l'illegalita irreversibile di tutta la Rivoluzione: " Degli arresti illegali! E dunque col codice penale alla mano che bisogna valutare le precauzioni salutari che esige la salute pubblica nei tempi di crisi, portati dall'impotenza stessa delle leggi? ...Cittadini, volevate forse una rivoluzione senza rivoluzione? Cos'e questo spirito di persecuzione che e venuto a revisionare, per dir cosi, quella che ha spezzato le nostre catene? Ma come si puo sottoporre a un giudizio certo gli effetti che possono produrre questi grandi movimenti? Chi puo segnare, in anticipo, il punto preciso dove devono frangersi le onde dell'insurrezione popolare? A queste condizioni, qual popolo potrebbe mai scuotere il giogo del dispotismo? " (discorso alla Convenzione, del 6 novembre 1792). Ci si puo chiedere se questo irreducibile rivoluzionarismo non ha esso stesso qualcosa di astratto, se non difetta di proposte concrete sul piano politico-istituzionale come su quello economico-sociale. Quel che di vero c'e in questo rilievo appare specie ove si pensi alle difficolta che Robespierre incontrera nel tradurre in atto il governo rivoluzionario, alle incertezze che egli e i suoi amici riveleranno nel delineare un sistema politico e sociale, al di la delle immediate esigenze della lotta contro i nemici esterni e interni della Francia rivoluzionaria. D'altronde, non si deve chiedere alle idee politiche e sociali di un uomo calato nell'azione, in un momento di crisi rivoluzionaria, quel che esse non potevano essere. Ovvie ormai le contraddizioni fra i postulati egualitari della politica robespierrista e l'opera concreta in 'tale direzione del Comitato di Salute Pubblica, le debolezze nell'applicazione del maximum delle sussistenze e l'introduzione del maximum dei salari, che venivano a dar soddisfazione alla borghesia mercantile e manifatturiera e ai contadini proprietari contro le necessita di vita dei sanculotti. Ma questa e appunto la tragedia dell'ideale di democrazia sociale che i robespierristi elaborarono e strenuamente difesero fino alla catastrofe di Termidoro: l'ideale di " una societa di piccoli produttori indipendenti, contadini e artigiani, proprietario ciascuno del suo campicello, del suo negozio o della sua botteguccia, e capace di mantenere la propria famiglia senza ricorrere al lavoro salariato... Ideale adatto alla Francia popolare di questa fine del secolo XVIII, conforme alle aspirazioni del piccolo contadino e del giornaliero agricolo, dell'artigiano e del compagnon come del bottegaio " 8. Era una via di mezzo, fondata essenzialmente sulla fede nelle idee di sovranita e felicita popolare e nell'efficacia degli appelli alla virtu, che non poteva reggersi di fronte alla pressione delle reali contraddizioni economiche, che doveva essere come schiacciata dal premere delle opposte forze contrastanti, da destra e da sinistra, aprendo la via al trionfo delle forze economicamente in ascesa, la borghesia degli affari e del nascente capitale: un trionfo facilitato del resto dalle repressioni degli stessi robespierristi contro il movimento sanculotto.
Cio non toglie che: nei limiti di questa concezione di una democrazia egualitaria non socialista, fondata sulla volonta generale, sulla virtu e sul terrore, le idee di Robespierre conservino fino all 'ultimo il loro vigore e la loro coerenza, pur se la prospettiva da esse tracciata corrispondeva ovvia mente a una delle alternative che il moto rivoluzionario proponeva, e la cui vittoria doveva risultare effimera, legata alle esigenze della difesa della Ri voluzione nel momento del suo maggior pericolo, destinata a tramontare appena l'attenuarsi della minaccia esterna ridette fiato ai ceti moderati, pro fittatori sul piano economico della caduta dell' ancien regime. li discorso sulla questione delle " sussistenze " pronunziato da Robespierre nella seduta della Convenzione del 2 dicembre 1792 aveva posto in termini lucidamente razionali la linea di una democrazia radicale, dove la volonta politica dello Stato regola e limita nell'interesse generale il diritto di proprieta: " Qual e il primo oggetto della societa? e mantenere i diritti imprescrittibili dell'uomo. Qual e il primo di questi diritti? quello d'esistere. La prima legge sociale e dunque quella che garantisce a tutti i membri della societa i mezzi di esistere; tutte le altre sono subordinate a quella... e in primo luogo per vivere che si hanno delle proprieta... Senza dubbio, se tutti gli uomini fossero giusti e virtuosi... si potrebbe non riconoscere altra legge che la liberta piu illimitata; ma, se e vero che l'avarizia puo speculare sulla miseria e la stessa tirannia sulla disperazione del popolo... perche le leggi non dovrebbero reprimere questi abusi? Perche non dovrebbero arrestare la mano omicida del monopolista, come quella del comune assassino ? Perche non dovrebbero occuparsi dell'esistenza del popolo dopo essersi per tanto tempo occupate dei godimenti dei grandi e della potenza dei despoti? ".
E una visione sociale che s'iscrive esattamente nella dottrina rousseauiana del diritto naturale dei popoli, dell'interesse generale, che solo la sovranita popolare puo perseguire. Nelle contingenze della Rivoluzione, che per tanta parte si era ispirata a quei principi, la formulazione rigorosa di questi sembra corrispondere spesso anche alle esigenze concrete dell'azione politica. La condanna e l'esecuzione del re, tratto tipicamente di realismo politico, puo acquistare nelle parole di Robespierre il valore di un ripristino del diritto naturale del popolo sovrano: " Quando una nazione e stata forzata a ricorrere al diritto dell'insurrezione, essa rientra nello stato di natura nei confronti del tiranno. Come potrebbe costui invocare il patto sociale? Egli l'ha annientato. I popoli non giudicano al modo delle corti giudiziarie, non emettono sentenze; essi lanciano la folgore; non condannano i re, li risprofondano nel nulla " (discorso alla Convenzione, del 3 dicembre 1792, sul giudizio di Luigi XVI). Lo stesso Terrore, che in fondo Robespierre con sidero sempre un ripiego giustificato dallo stato di necessita della Rivolu zione, trova la sua collocazione nell'ambito della " salute pubblica ", del diritto supremo di difesa di una comunita democratica: " La prima fra tutte le leggi ", scriveva nelle " Lettres a ses commettans " (ser. I, n. Il, del 28 dicembre 1792), " e la salute pubblica. lo ho sempre avuto per principio che un popolo, il quale si slancia verso la liberta, dev'essere inesorabile verso i cospiratori; che in tal caso la debolezza e crudele, l'indulgenza e barbara, e che una giusta severita e imperiosamente ordinata dall'umanita stessa ". E ancora, come conseguenza necessaria, quel centralismo, quella posizione eccezionale di Parigi come centro motore e baluardo della Rivoluzione, che fin dagl'inizi della Convenzione provoco la rottura fra Montagnardi e Girondini, e che, nelle idee di Robespierre, appare, oltre e piu che un espediente politico, la rivendicazione di una specifica caratterizzazione po polare, della necessaria concentrazione democratica del moto rivoluzionario: " Declamate pure ", scriveva, rivolto ai Girondini, in un'altra delle sue Lettres (ser. II, n. 1, verso il 5 gennaio 1793 ), " ben alto contro il pubblico che vi circonda, al fine di essere ascoltati da tutta la Francia; ripetete alla tribuna ridicole commedie, combinate col piano d'intrigo e di calunnia che seguite nei vostri dipartimenti... impiegate pure gli scagnozzi e i mezzi che Lafayette vi ha lasciato in eredita, per strappare il popolo di Parigi alla profonda tranquillita ch'esso si ostina a conservare, malgrado i vostri sforzi e la sua miseria: la nazione restera unita, per vincere e per godere della vittoria... I Gensonne, i Vergniaud, i Brissot, i Guadet passeranno; Parigi restera. Parigi sara ancora il baluardo della liberta, il flagello dei tiranni, la disperazione degl'intriganti, la gloria della repubblica e l'ornamento del mondo ".
Da questo impianto, d'inesorabile coerenza ai principi e insieme d'in stancabile volonta di realizzazione politica, discendono le posizioni ideali e pratiche dell'ultimo Robespierre, l'uomo di governo che guido la Francia rivoluzionaria alla vittoria nell'anno del " grande Comitato " e del " grande Terrore ": l'esaltazione della virtu e dell'energia patriottica come indi spensabili moventi morali della rottura rivoluzionaria; la guerra rivoluzio naria come difesa della liberta del popolo francese e stimolo, ma non impo sizione, per gli altri popoli a conquistare la propria liberta; l'accentuazione del contenuto sociale della democrazia egualitaria, come atto di giustizia punitiva verso l'aristocrazia ribelle alla patria e distributiva verso le classi inferiori della popolazione, finora escluse dalla dignita di cittadini; l'orga nizzazione di un governo efficace e onnipresente, concentrato e autoritario, ma sempre investito del mandato e della fiducia popolari; infine la stessa sublimazione dell'amore per la Rivoluzione in una sorta di nuova religiosita, che avrebbe dovuto animare tutto il popolo.
Ancora, in alcune frasi di Robespierre, il vivo concentrato di queste idee direttrici: " Cittadini ", aveva detto alla Convenzione il 27 marzo 1793, " solo l'energia repubblicana e le virtu possono salvare lo Stato. Da dove vengono i nostri pericoli? Non solo dagli aristocratici dichiarati, che abbiamo vinto e respinto ben lontano dal nostro territorio; ma da questa moltitudine di uomini deboli, ipocriti, che nascondono il loro attaccamento ai principi nobiliari sotto un aspetto di moderazione e di patriottismo... i nostri pericoli vengono dall'impunita accordata a tutti i funzionari pubblici prevaricatori, a tutti i capi dei nostri eserciti, di fronte ai quali si son visti piegare gli stessi rappresentanti del popolo francese ". La virtu diviene cosi il principio di una discriminante politica e sociale, quel principio che per portare alle accentuazioni egualitarie del governo giacobino del '93-'94 deve espungere dal potere coloro che, come i Girondini, appaiono ormai solo i difensori di un ordine corrotto di disuguaglianza e d'ingiustizia. Gia nella presentazione della sua Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, il 24 aprile 1793, Robespierre aveva detto alla Convenzione: " La proprieta e il diritto che ha ogni cittadino di godere e disporre della porzione dei beni che gli e garantita dalla legge... Esso non puo pregiudicare ne alla sicurezza, ne alla liberta, ne all'esistenza, ne alla proprieta dei suoi simili ". La seduta dei Giacobini dell'8 maggio. 1793 vedeva una ulteriore precisazione del contenuto politico-sociale di questa discriminante etica: " Colui che non e per il popolo e contro il popolo, colui che ha delle culottes dorate e il nemico di tutti i sanculotti. Esistono solo due partiti, quello degli uomini corrotti e quello degli uomini virtuosi. Non distinguete gli uomini in base alla loro fortuna e al loro stato, ma in base al loro carattere. Vi sono soltanto due classi d'uomini: gli amici della liberta e dell'uguaglianza, i difensori degli oppressi, gli amici dell'indigenza, e i fautori dell'opulenza ingiusta e del- l'aristocrazia tirannica ". E puo certo rilevarsi un elemento di confusione e di approssimativita in questa commistione di giudizio morale e classificazione sociale, in questa proposta politica che si alimenta di un continuo richiamo a principi dottrinari ed etici. Peraltro proprio da queste premesse, che possono sembrare astratte ai nostri occhi, derivano in Robespierre i lineamenti di quel governo rivoluzionario, quel potere eccezionale adatto al momento eccezionale della grande crisi seguita alla condanna del re e alle sconfitte e al tradimento di Dumouriez nella primavera del 1793, che doveva condurre la Rivoluzione alla salvezza dall'attacco esterno, anche se per sboccare all'interno nell'involuzione moderata e nella dittatura militare. " Dare al governo la forza necessaria perche i cittadini rispettino sempre i diritti dei cittadini, e fare in modo che il governo non possa mai violarli esso stesso: ecco, a mio parere, il doppio problema che il legislatore deve cercare di risolvere ". Ma queste formulazioni, espresse da Robespierre alla Convenzione il 10 maggio 1793, durante la discussione del progetto di Costituzione, diverranno inattuali per il loro stesso autore, insieme alle successive proposte di decentramento amministrativo e giudiziario, di pubblicita delle sedute di tutti i corpi, di rispetto assoluto dei diritti e liberta individuali, di continuo controllo del popolo sui suoi rappresentanti e di questi sull'esecutivo ecc. ecc., che egli aveva allora avanzato, quando, liquidata l'opposizione girondina e assunto il potere dalla Montagna, si trattera di organizzare il governo di salute pubblica. Allora, i principi del governo rivoluzionario potranno discendere direttamente dall'impero della virtu democratica, senza la mediazione difficile di un testo costituzionale. E la virtu che garantisce l'investitura della sovranita popolare all'esercizio del potere da parte della Convenzione e dei Comitati: " Se non ci fosse [nella Convenzione] una ragione pubblica che e quella del popolo, io me ne resterei seppellito nel fondo della mia casa "; " La patria e perduta, se il governo non gode di una fiducia illimitata e non e composto di patrioti che la meritano ". Solo questa virtu, " principio fondamentale del governo democratico o popolare ", la virtu che e " l'amore della patria e delle sue leggi... la magnanima dedizione che annulla tutti gl'interessi privati nell'interesse generale ", consente al governo rivoluzionario di " agire come la folgore ", di adoperare " la forza coattiva " contro i nemici del popolo, di esercitare la dittatura rivoluzionaria e il Ter rore, senza venir meno al principio della sovranita popolare, senza cessare di esserne il mandatario ( discorsi alla Convenzione, del 25 settembre e 25 dicembre 1793 e del 5 febbraio 1794, sui principi del governo rivoluzio nario e sulla morale politica che deve guidare l'assemblea).
Anche la guerra, che aveva costituito il motivo fondamentale dell'avvento del potere dei Comitati, diviene rivoluzionaria: ma anche qui Robespierre, lungi dal concepire la marcia degli eserciti della Rivoluzione come una conquista o l'imposizione armata di un sistema, intende ricollegare le loro fortune alla possibilita offerta ai popoli di conquistarsi la liberta: " si puo aiutarla, ma mai fondarla con l'impiego di una forza estranea ", aveva gia detto nell'aprile 1791 alla Costituente, a proposito della questione di Avignone. E sempre, nell'enunciazione dei principi e nell'azione del governo, Robespierre terra fermo a questa visione di una giustificazione democratica, di esempio alla liberta, che deve animare la guerra degli eserciti rivoluzionari, imponendole pero precisi limiti, fra cui ad esempio quello di non avanzare oltre le rive del Reno, perche l'opera di difesa e di proselitismo della liberta rischierebbe allora di trasformarsi in impresa di conquista. Dopo la presa di Charleroi e la vittoria di Jourdan a Fleurus (25-26 giugno 1794 ), ancora al vertice della popolarita e della potenza, l'" incorruttibile " esprimeva nei riguardi della guerra le perplessita e i timori che tanto l'avevano agitato tra la fine del 1791 e l'aprile 1792, e vi collegava un'ulteriore giustificazione del governo rivoluzionario: " La vittoria non fa che armare l'ambizione, risvegliare l'orgoglio e scavare con le sue mani brillanti la tomba della Repubblica. Che importa che i nostri eserciti scaccino davanti a se i satelliti armati dei re, se noi indietreggiamo davanti ai vizi distruttori della liberta pubblica... Lasciate cadere un momento le redini della Rivoluzione e vedrete il dispotismo militare impadronirsene e i capi delle fazioni rovesciare la rappresentanza nazionale avvilita ".
Ormai Robespierre sognava di concludere la Rivoluzione, vittoriosa e pacifica, assisa, dopo il celebre suo rapporto del 18 floreale (7 maggio 1794 ), sul culto dell'Essere Supremo, che avrebbe dovuto conciliare i Francesi nella fraternita e nell'eguaglianza, protraendo le loro speranze e i loro entusiasmi oltre la vita terrena: " Se l'esistenza di Dio, se l'immortalita dell'anima non fossero che sogni, esse sarebbero ancora la piu bella fra le concezioni dello spirito umano ".
Era, in termini di deismo rousseauiano, il sogno che con maggiore inci denza politica Robespierre aveva espresso a coronamento di un altro suo celebre rapporto, quello del 17 piovoso anno II (5 febbraio 1794 ), " sui principi di morale politica che devono guidare la Convenzione ": " Noi vo gliamo esaudire i voti della natura, compiere i destini dell'umanita, mante nere le promesse della filosofia, assolvere la Provvidenza dal lungo regno del delitto e della tirannia. Che la Francia, gia illustre tra i paesi schiavi, oscurando la gloria di tutti i popoli liberi che sono esistiti, possa diventare il modello delle nazioni, il terrore degli oppressori, la consolazione degli oppressi, l'ornamento dell'universo, e che ci sia concesso, suggellando la nostra opera col nostro sangue, di vedere almeno spuntare l'aurora della felicita universale ". Ma erano ormai sogni politico-umanitari, cui l'inflessione religiosa del culto dell'Essere Supremo non poteva certo dare quella concretezza di sintesi fra teoria e azione pratica, che nel momento cruciale della primavera- estate 1793 avevano permesso a Robespierre di dar vita all'opera grandiosa del Comitato di Salute Pubblica. L'egualitarismo, i principi di democrazia popolare di origine rousseauiana avevano conosciuto, attraverso le idee versate senza sosta da Robespierre nelle assemblee della Convenzione e dei Giacobini, il loro grande momento quando il pericolo esterno, l'entusiasmo per la condanna del rappresentante dell'antico potere assoluto, il dinamismo delle folle parigine erano pervenuti a costituire un blocco unitario delle forze e tendenze rivoluzionarie, dalla media e piccola borghesia ai contadini e ai lavoratori sanculotti. Ma proprio il pensiero di Robespierre, che dall'epoca della Costituente ai mesi della grande lotta di salute pubblica aveva pur dato tante prove di intuito realistico, non poteva individuare i moventi e contrasti di forze sociali, non poteva conoscere gl'ingranaggi e gl'intralci della complessa vicenda economica, che covavano sotto l' ardore unitario della Convenzione montagnarda. Quando, cessato l'immediato pericolo e diminuita la tensione rivoluzionaria, contrasti e intralci affiorarono con virulenza, nelle gravi condizioni economiche in cui lo sforzo di guerra e la necessita di requisizioni e calmieri avevano posto la Francia, non fu possibile alla linea mediana di Robespierre di prevalere, pur dopo la condanna a morte dei capi degli " arrabbiati " e degl' " indulgenti ". Il fondamento popolare, democratico, che aveva sempre animato il suo concetto della Rivoluzione, di fatto gli era venuto meno, quando alle sue parole egualitarie si era accompagnata un'azione repressiva contro le esasperate richieste dei sanculotti; ne l'apostolo della virtu e del terrore poteva intendersi con i corrotti e gli opportunisti, con i profittatori economici, con gli esponenti della nuova " opulenza ingiusta " prosperata attraverso le stesse drammatiche scosse della Rivoluzione. La mancanza di una coerente base sociale della sua azione corrispose all'incertezza e alle oscillazioni, alla genericita e agli schematismi delle sue idee economiche e del suo programma politico. E il 9 termidoro non fu solo la catastrofe dell'Incorruttibile e dei suoi fidi, fu anche il segno del limite che ineriva al suo pensiero e a tutto quello che da esso derivo sotto il nome di "giacobino".
A questo indirizzo di pensiero politico Louis-Antoine Saint-Just aveva portato il contributo della sua lucida razionalita, della sua sensibilita per il problema delle istituzioni. Forse ancor piu acutamente di Robespierre stesso egli aveva delineato, in occasione del processo e della condanna del re, il punto di vista giacobino, secondo cui si trattava di questione politica, da decidersi politicamente ad opera dei rappresentanti della nazione, e non di una causa giudiziaria. cui applicare i criteri giuridici tradizionali: " Gli stessi uomini che stanno per giudicare Luigi ", aveva detto nel discorso alla Con venzione del 13 novembre 1792, " hanno una repubblica da fondare: con loro che danno tanta importanza al giusto castigo di un re non fonderanno mai una repubblica... Non si puo regnare in modo innocente: e follia troppo evidente. Ogni re e un ribelle e un usurpatore ". E, parlando, il 15 gennaio 1793 contro " l'appello al popolo ", ribadiva: " Se io non derivassi dal po polo il diritto di condannare il tiranno, lo avrei dalla natura ".
Apparira quindi conforme alle inclinazioni intellettuali e sentimentali di questo giovane rivoluzionario di origine contadina (pur se il nonno era di venuto regisseur, cioe amministratore, della terra e signoria di Morsain e il padre fu capitano di cavalleria) il fatto che la sua opera nell'anno eroico del
terrore e della virtu si sia svolta oltre che nella concreta attivita di governo, quale membro del Comitato di Salute Pubblica, come rappresentante in mis sione presso le armate ecc., essenzialmente in due direzioni: la proposta e la difesa di leggi indirizzate ad accentuare i motivi di egualitarismo e di giu stizia sociale della Rivoluzione e la delineazione delle istituzioni e norme che avrebbero dovuto regolare la vita della repubblica di contadini e artigiani piccoli borghesi, che l'ala piu democratica, filo-sanculotta, dei giacobini sognava. Certamente, valla pena di leggere integralmente i primi capoversi delle lnstitutions republicaines, per aver ben presente quanto la cultura classica e lo spirito stesso del secolo dei lumi influenzassero Saint- Just nella sua fiducia nell'efficacia assoluta delle istituzioni e delle leggi a realizzare gli scopi etico-politici della convivenza sociale: " Le istituzioni costituiscono per il governo di un popolo libero la garanzia contro la corruzione dei costumi e per il popolo e i cittadini la garanzia contro la corruzione del governo. Fine delle istituzioni e di ispirare ai cittadini e agli stessi fanciulli una resistenza legale e agevole all'ingiustizia; di forzare i magistrati e la gioventu alla virtu; di dare agli uomini il coraggio e la frugalita; di renderli giusti e sensibili; di legarli per mezzo di rapporti generali; di armonizzare questi rapporti assoggettando il meno possibile i rapporti domestici e la vita privata del popolo alle leggi dell'autorita; di portare l'unione nelle famiglie, l'amicizia tra i cittadini; di mettere l'interesse pubblico al posto di tutti gli altri interessi; di soffocare le passioni criminose; di fare della natura e del l'innocenza la passione di ogni cuore, e di formare una patria. Le istituzioni sono la garanzia della liberta pubblica; esse moralizzano il governo e lo stato civile; reprimono le rivalita, che producono a loro volta le fazioni; stabiliscono la delicata distinzione tra la verita e l'ipocrisia, l'innocenza e la colpa; instaurano il regno della giustizia".
Peraltro questa razionalistica fede nella legge e nel suo effetto di plasmare la societa, dalla morale privata ai rapporti pubblici, mostra fin dall'inizio il suo radicarsi in un preciso ordine d'idee e in una determinata situazione politico-sociale: i principi della democrazia nelle sue varie espressioni storiche e le esigenze delle classi piu povere che cercano di portare avanti la Rivoluzione. Non a caso i nomi dei grandi uomini morti per il bene dei popoli, che aleggiano nelle pagine di Saint- Just, sono quelli di Scipione, dei Gracchi, di Demostene, di Algernon Sidney, di Barneveldt, di Franklin e, soprattutto, di Chalier e di Marat, recenti vittime della cospirazione con-trorivoluzionaria. Non a caso, mentre fin dall'inizio si afferma che la dipen denza dalle leggi deve importare per i Francesi la disponibilita dei " mezzi per soddisfare le elementari necessita di vita " , poi nel presumibile corso logico dei Frammenti l'insistenza sui motivi morali e politici, sulla pu rificazione dei costumi, sulla pace e la fratellanza fra gli uomini, sul ripudio della schiavitu popolare provocata da ogni tipo di monarchia, sulla virtu come principio del governo repubblicano, sulla giustizia e sulla forza che devono caratterizzare un governo uscito dal popolo ecc., sfocia nella celebre denunzia che conclude il frammento III: " La rivoluzione si e congelata; tutti i principi si sono indeboliti; non rimangono che dei berretti rossi por tati dall'intrigo" per esprimere infine (frammento IV) le precise rivendicazioni economico-sociali, che Saint-Just teorizza sulla base delle aspirazioni immediate dei sanculotti: " Dubito che la liberta si possa consolidare finche resta possibile sollevare i diseredati contro il nuovo ordine di cose. E dubito che non vi possano piu essere diseredati, se non si fa in modo che ognuno abbia delle terre... Un diseredato sta al di sopra dei governi e delle potenze della terra: egli deve parlar loro da padrone... Occorre una dottrina che traduca in realta questi principi e assicuri l'agiatezza al popolo intero. L'opulenza e un'infamia: essa consiste nel nutrire tanto meno figli naturali o adottivi quanto piu rendite si hanno. Bisogna togliere dalla circolazione gli assegnati, mettendo un'imposta su tutti coloro che hanno diretto gli affari e lavorato al soldo del Tesoro pubblico. Bisogna distruggere la mendicita mediante la distribuzione dei beni nazionali ai poveri " .
Nella sua opera di convenzionale e di membro del governo rivoluzionario Saint-Just cerco di dare a questi principi formulazioni decisive, praticamente attuabili. Nell'aprile del 1793 si adopero con i suoi discorsi e con i suoi rap porti all'assemblea perche la Costituzione repubblicana s'imperniasse sull'ef fettiva sovranita della " volonta generale "; a tal fine, in polemica con i Gi rondini, sostenne che, a differenza dei membri dell'assemblea legislativa, i ministri non dovevano formare un consiglio eletto dal voto popolare, ma essere semplici funzionari esecutivi dipendenti della nomina e dal controllo dei rappresentanti del popolo. Poi, nei celebri rapporti per i decreti dell'8 e del 13 ventoso anno II (26 febbraio e 3 marzo 1794 ), cerco di tradurre in disposizioni di legge le intenzioni piu avanzate dei Giacobini in materia so ciale, proponendo la distribuzione gratuita dei beni dei " sospetti " ai poveri (ma solo parzialmente la Convenzione accetto le sue idee, e comunque il decreto del 13 sui " mezzi per indennizzare tutti gli sventurati con i beni dei nemici della Repubblica " non ebbe pratica attuazione). Ma lo sforzo di Saint-Just per conciliare le sollecitazioni sociali in favore dei sanculotti con i limiti di difesa della proprieta privata saldamente radicati nel pensiero e nell'opera politica dei Giacobini trascende il mero espediente oratorio, rivelando nel grado piu alto e puro la tensione che costitui la grandezza e in sieme l'insanabile contraddizione interna dei " principi del governo rivolu zionario " dell'anno II: " La forza delle cose ci conduce forse a risultati ai quali non avevamo affatto pensato. L 'opulenza e nelle mani di un numero piuttosto grande di nemici della Rivoluzione; e il bisogno mette il popolo lavoratore alle dipendenze dei suoi nemici. Concepite forse che uno Stato possa esistere se i rapporti civili fanno capo a coloro che sono contrari alla forma di governo? Quelli che fanno le rivoluzioni a mezzo non hanno fatto altro che scavarsi la tomba... Abolite la mendicita che disonora uno Stato li bero; le proprieta dei patriotti sono sacre, ma i beni dei cospiratori sono la'per tutti gl'infelici. Gl'infelici sono le vere potenze della terra; essi hanno il diritto di parlare da padroni ai governi che li trascurano... Immolate dun que l'ingiustizia e il delitto, se non volete che sian questi a immolare voi " 8. Naturalmente era un po come eludere in termini etico-pclitici, di efficacia comunque contingente, il problema di fondo di una societa in piena tra sformazione. Ma, sulla bocca di colui che nello slancio fervido di una straor dinaria giovinezza tracciava nelle sue carte il disegno delle istituzioni per la repubblica della virtu e insieme plasmava al fronte gli eserciti e i generali della vittoria rivoluzionaria, queste parole sono una suggestiva testimonian za di quell'incontro fra l'idealismo piu radicale e il realismo piu concreto, che in certi suoi momenti la Rivoluzione francese seppe suscitare.

 

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