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Gravi conseguenze della lotta
civile
Le guerre di religione della seconda metà del sedicesimo
secolo furono per la Francia assai più disastrose che non le campagne
d'Italia che le avevano precedute. La politica che aveva ispirato
queste ultime era stata poco saggia, ostacolando, tra l'altro, l'opera
di esplorazione dei marinai bretoni e normanni nel Nuovo Mondo e dissipando
vite e ricchezze senza che le ambizioni francesi fossero minimamente
soddisfatte. Ma le guerre di religione minacciarono addirittura di
spezzare l'unità della Francia, conquistata già con tanta fatica,
provocando mali ben superiori alle perdite subite in battaglia. Si
combatteva tra città e città, tra villaggio e villaggio, tra famiglia
e famiglia: assalti armati e assassinii erano incidenti quotidiani.
Si commettevan delitti per fanatismo religioso, a soddisfazione di
vendette private, o anche, come accade in tutte le epoche in cui la
peste dello spionaggio infetta la compagine politica, per insensato
terrore. La moralità del santo ugonotto era impegnata in una lotta
condotta in larga parte coi metodi degli sparatori irlandesi. I savi
francesi umanisti si tenevano in disparte, come Montaigne, nei cui
Saggi, pubblicati durante la selvaggia tirannide della lega cattolica,
troviamo un evangelo di epicureismo illuminato e di caritatevole scetticismo.
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La situazione del 1559
Ecco, a grandi linee, la situazione francese alla morte
di Enrico II, nel 1559: la propaganda ginevrina o ugonotta aveva fatto
grandi progressi, trovando fautori nell'esercito e nel parlamento
di Parigi, assicurandosi in molte città del contado un numeroso seguito
di devoti aderenti. Diverse persecuzioni non erano riuscite a soffocare
il movimento. Benché la morte sul rogo fosse il premio dell'eresia
e, sotto il regno di Enrico II, ottantotto umili protestanti la subissero,
la nuova fede continuava a creare proseliti. Piccole Bibbie e libri
di salmi francesi circolavano clandestinamente ed erano letti nel
segreto delle riunioni familiari. Maestri, preparati alla scuola vivificatrice
di Ginevra, viaggiavano ovunque incoraggiando all'eroismo e alla resistenza.
Né gli ugonotti francesi ignoravano il destino dei loro correligionari
in altri paesi: sapevano che le donne protestanti erano bruciate vive
nei Paesi Bassi, che in Inghilterra la regina Maria mandava al rogo
anche gli arcivescovi, che Giovanni Knox aveva innalzato tra gli scozzesi
la bandiera di Ginevra. Le congregazioni dei fedeli erano unite in
una confraternita di martirio. Un gruppo di eretici, ancora imperfettamente
organizzato ma ansioso e ardente, e reso più forte dal senso della
solidarietà con le comunità protestanti dagli altri paesi, si opponeva
al debole e squattrinato governo francese.
Contro questa incombente minaccia all'antica fede si schieravano l'antica
tradizione cattolica della monarchia francese, la forza disciplinata
della chiesa romana, le furie superstiziose del popolino di Parigi
e sempre, nello sfondo, la potenza della Spagna, grande sul mare,
dominatrice in Italia e nei Paesi Bassi, e legata alla casa d'Austria
da intimi rapporti familiari.
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Caterina de' Medici
Se, in circostanze simili, si fosse trovato sul trono
francese un re vigoroso, saggio e tollerante, che sapesse e volesse
giovarsi del forte sentimento favorevole all'indipendenza gallicana
prevalente in tanti prelati della chiesa francese, e disposto, come
Enrico VIII, a essere unico indiscusso padrone in casa propria, una
lunga serie di guai sarebbe stata forse risparmiata al paese. Ma in
questo momento critico il governo della Francia toccò successivamente
a tre dei più deboli sovrani che mai salissero su un trono europeo.
Dei figli di Enrico II e Caterina de' Medici, il maggiore, Francesco
II, fu un malato cronico; il secondo, Carlo IX, una vittima del proprio
sistema nervoso, se non addirittura un pazzo; il terzo, Enrico III,
un degenerato. Chi governava realmente era la madre, cui nuoceva il
doppio fatto d'essere donna e straniera.
La posizione di questa colta e cinica dama italiana della classe media,
improvvisamente chiamata a governare la Francia tra le feroci rivalità
che straziavano la corte e il paese, era singolarmente difficile.
Una politica di audacia, quale avrebbe potuto affascinare un re indigeno,
era inattuabile da una straniera; una politica di entusiasmo tale
da conquistare la cordiale adesione di cattolici e ugonotti era contraria
al suo temperamento indifferente e fondamentalmente laico. Circondata
da ogni genere d'insidie, e in una situazione che esigeva la massima
vigilanza, ella decise di conservare l'apparenza della monarchia per
i suoi figli e la sostanza del potere per sé, col metodo che più le
pareva adatto a tal fine, e cioè una pace religiosa fondata sul compromesso.
La sua figura morale suscitò i più opposti giudizi. A uno storico
ella appare «particolarmente notevole per il suo affetto materno».
Per altri ella è la suprema incarnazione dell'abilità e malvagità
umana. Forse, tra i suoi critici meno caritatevoli, il più vicino
al segno fu il suo figliolo minore, nel definire la madre col nome
di Madame la Serpente. Sprezzante della verità, ghiottona,
inesorabile e spregiudicata nelle vendette private, era una vera italiana
del suo tempo: sua grande virtù politica la fredda tenacia con cui
lottò per raggiungere un equilibrio pacifico tra due partiti fanatici.
Ma benché la tolleranza s'accordasse col suo spirito e col suo carattere,
non fu mai per lei un ferreo principio. E a un certo punto questa
donna grassa, amabile, attiva, di gusto artistico raffinato e genuino,
amante di quadri, di gioielli e di buoni libri, che mai perdonava
o dimenticava una offesa, e che, prima tra i governanti francesi,
organizzò l'immoralità come strumento di potenza, abbandonò la sua
politica d'indulgenza e collaborò alla preparazione del massacro di
San Bartolomeo.
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I Guisa, gli ugonotti e i Politici
Più importanti della regina italiana e dei suoi sciagurati
figli, erano certi grandi gruppi aristocratici che ambiziosamente
tendevano a dominare il re e in conseguenza il governo. Uno di questi
gruppi era decisamente cattolico e l'altro decisamente protestante,
mentre il terzo rappresentava una posizione intermedia, opponendosi
ai capi cattolici nella politica e ai protestanti nella fede religiosa.
Il gruppo cattolico era il partito dei Guisa, di cui erano a capo
Francesco, duca di Guisa, idoleggiato dalla Francia per la sua difesa
di Metz e la presa di Calais e, dal lato ecclesiastico, suo fratello
Carlo di Lorena, cardinale arcivescovo di Reims, che ben volentieri
si sarebbe acconciato a essere il primo patriarca di una chiesa gallicana
indipendente, ma che, vista impossibile la cosa, fu, al concilio di
Trento, l'avvocato più abile e più violento delle supreme pretese
papali. Il partito dei Guisa poteva vantare perciò il primo soldato
e il principale ecclesiastico del regno: né a ciò si limitava la sua
potenza: una sorella di Francesco di Guisa aveva sposato il re di
Scozia; una sua nipote sedeva sul trono di Francia. Questi intimi
legami con due teste coronate, quindici vescovati nella famiglia,
e grandi proprietà lungo la frontiera orientale del regno, facevano
dei Guisa, i rappresentanti del più potente gruppo d'interessi cattolici
del paese. La Spagna e Roma, con le quali erano legati, contavano
soprattutto su questa potente famiglia per la difesa del cattolicesimo
in Francia.
Capi del partito ugonotto erano invece i principi di Borbone, Antonio,
re di Navarra, e suo fratello Luigi, duca di Condé, governatore della
Piccardia e Protettore generale della chiesa di Francia. Non si può
certo sostenere che questi due grandi nobili fossero profondamente
credenti nella fede ugonotta; ma la loro potenza nell'ovest e nel
sud-ovest della Francia, come pure in Normandia, era considerevole
e attirò nel conflitto gran parte dei piccoli nobili e dei gentiluomini
di campagna di queste regioni.
Un terzo gruppo, guidato originariamente dal veterano statista Anne,
duca di Montmorency, e forte specialmente nella Francia centrale,
era formato dai Politici, uomini che, sebbene aderissero all'antica
fede, amando poco la regina madre e i Guisa, avevano assunto una posizione
intermedia tra i gruppi estremi. Il Montmorency era decisamente cattolico,
ma i suoi tre nipoti, i fratelli Chatillon, seguirono una linea diversa,
unendosi agli ugonotti, e uno di essi, Gaspard di Coligny, ammiraglio
di Francia, uomo di coraggio indomabile e di profonde convinzioni
religiose, divenne il primo generale protestante e perciò principale
bersaglio della vendetta cattolica.
Nell'appassionato fermento dell'epoca, i più futili incidenti potevano
provocare la guerra. L'esecuzione in Parigi di un avvocato calvinista
provocò nel sottosuolo protestante, probabilmente non senza un certo
incoraggiamento da parte del Condé e forse anche di Elisabetta d'Inghilterra,
una congiura per impadronirsi del re e dei Guisa ad Amboise. La congiura
fu scoperta, i cospiratori crudelmente puniti, e i Guisa, sentendosi
sempre più forti, osarono addirittura arrestare il Condé e condannarlo
a morte. Ma la fortuna mutò bruscamente. Il 5 dicembre 1560 moriva
il giovane re. Prima al culmine della fortuna, i Guisa si trovarono
ora privi di ogni efficacia a corte, mentre i loro nemici prendevano
il loro posto. La regina madre divenne reggente per suo figlio Carlo,
minorenne, e con l'aiuto del cancelliere l'Hôpital, uno dei pochi
grandi statisti dell'epoca, iniziò una politica di amnistia e conciliazione.
Il Condé fu liberato, i calvinisti amnistiati, e il re di Navarra
ammesso al Consiglio come luogotenente generale del regno. Caterina
e il suo saggio consigliere tentarono ora un esperimento che, se l'opinione
pubblica fosse stata un po' meno accesa, avrebbe potuto porre le basi
di una pace provvisoria.
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Il compromesso iniziale
e massacro di Vassy
Dopo la brusca interruzione di un colloquio tra i principali
teologi delle chiese rivali, invariabile conclusione di simili dibattiti,
fu pubblicato, nel gennaio del 1562, un editto che legalizzava, con
condizioni discrete, la pubblica celebrazione dei riti ugonotti. Ma
l'opinione pubblica era ormai troppo tesa. Si distrussero immagini,
si abbatterono chiese, si attaccarono da una parte i preti, dall'altra
i predicatori; e finalmente, quando un gruppo di ugonotti celebranti
il loro culto fu massacrato a Vassy dalle truppe dei Guisa, la guerra
civile, da tanto tempo tenuta in freno, scoppiò improvvisamente.
Caratteristica di tale contesa fu non soltanto il fatto che suoi strumenti
fossero in gran parte mercenari stranieri dell'epoca, esisteva ancora
come sostrato, il senso di un'unità francese, tesoro da non sperperarsi
leggermente. A tali ragioni deve attribuirsi il fatto che sette guerre
fossero necessarie prima che si placasse in Francia la contesa tra
cattolici e ugonotti.
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Mercenari e appello alle
potenze straniere
Entrambi i partiti non si fecero scrupolo di ricorrere
all'aiuto straniero. I cattolici si rivolsero alla Spagna, gli ugonotti
all'Inghilterra, giungendo al punto, durante la prima guerra, di dare
agl'inglesi il possesso di Le Havre e di prometter loro Calais. Ma
un'alleanza protestante non fu mai raggiunta. L'abisso tra luterani
tedeschi e ugonotti francesi rimase incolmabile. E i luterani tedeschi
che combatterono nelle guerre francesi si trovavano in massima parte
non nelle file degli ugonotti, ma dei cattolici.
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Vittorie cattoliche a Dreux,
Jarnac, Moncontour
Durante la prima guerra tutto pareva presagire un trionfo
cattolico: l'appoggio del re e della regina, l'aiuto di Parigi, la
collaborazione di un potente gruppo di mercenari spagnoli e tedeschi,
la presa di Rouen, e finalmente una vittoria cattolica a Dreux nella
Normandia sulle truppe del Coligny e del Condé. Ma tutti i vantaggi
scomparvero di colpo quando Francesco di Guisa cadde, per mano di
un assassino, dinanzi alle mura di Orléans.
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Coligny e le fortune ugonotte,
1569
Poco tuttavia giovò agli ugonotti tale assassinio, ché
il delitto, attribuito al Coligny, fornì alla famiglia dell'ucciso
un motivo di vendetta assai più forte delle convinzioni religiose.
Nei quattro anni di pace inquieta che seguirono, Caterina e i suoi
figli fecero il giro delle provincie. Un incontro a Baiona (maggio
del 1565) tra Caterina e sua figlia, la regina Isabella di Spagna,
accompagnata dal duca d'Alba, insospettì il partito degli ugonotti.
Certo Caterina tendeva anzitutto a combinare un matrimonio tra l'altra
sua figlia Margherita e Don Carlos, figlio di Filippo III di Spagna;
ma si discussero anche argomenti diversi, e soprattutto l'alleanza
della Francia e della Spagna contro i Paesi Bassi. Ciò era più che
sufficiente a risvegliar le paure del Coligny, lo spirito più attivo
del partito degli ugonotti; e quando si vide Alba marciare verso i
Paesi Bassi lungo la frontiera orientale della Francia con un forte
esercito spagnolo accompagnato da un corpo di osservazione francese,
l'ammiraglio sentì ch'era giunto il momento di liberare la corte dalle
reti spagnole. Ma il tentativo di far prigioniero Carlo IX provocò,
fallendo, un nuovo scoppio di ostilità.
Le due guerre seguenti che, divise soltanto dalla breve pace di Longjumeau,
nel 1568, posson quasi essere considerate come un solo seguito di
operazioni, sono memorabili per tre ragioni: la Rochelle s'impose
per la prima volta come grande fortezza protestante sul mare, capace
di sostenere vittoriosamente un assedio; ed Enrico di Navarra, figlio
del re Antonio, destinato a diventare più tardi re Enrico IV di Francia,
si rivelò come capo protestante. Ma la più straordinaria circostanza
di questo periodo fu la vittoria finale del Coligny, seguita a una
serie quasi ininterrotta di vittorie cattoliche, dopo che il Condé
era stato preso e ucciso a Jarnac e circa 6.000 ugonotti eran caduti
sul campo sanguinoso di Moncontour. Con una brillante ritirata dalla
Loira al sud e radunando un nuovo esercito, lo straordinario veterano
marciò su Parigi e, trovando la corte indifesa, confuse i nemici,
s'impose al re e assunse la direzione della politica francese.
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Pace di St Germain 1570
Carlo IX, allevato da una nutrice protestante, era disposto
a venire a patti. E la pace di St. Germain (agosto 1570) riconobbe
più ampiamente di quanto non fosse stato fatto prima d'allora, l'importanza
del partito degli ugonotti come rappresentante di sostanziali e distinti
interessi in Francia. Si permise come prima ai grandi nobili di tenere
nei loro castelli le funzioni ugonotte per quanti desiderassero assistervi.
Il culto protestante fu mantenuto in tutte le città in cui già era
praticato e in due città per ogni distretto amministrativo della Francia.
Si crearono difese contro l'oppressione giudiziaria. Quattro cittadelle
di grande importanza militare, La Rochelle, Montauban, Cognac, e la
Charité, furono garantite al partito per due anni, come pegno dell'adempimento
del trattato.
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Ambiziosa politica antispagnola
del Coligny
Ecco aprirsi così agli ugonotti una nuova prospettiva. Finora,
soprattutto per la pressione dei Guisa, la monarchia francese s'era
sempre rivolta alla Spagna come a possibile alleata nella difesa della
causa cattolica. Il Coligny preparò una completa rivoluzione diplomatica,
cercando di rafforzare i suoi correligionari di Francia col suscitare
nei Paesi Bassi una guerra nazionale contro la Spagna. A tale scopo
lavorò a una grande confederazione che, diretta dalla Francia, ma
aiutata dall'Inghilterra, dall'Olanda, da Venezia e dalla Toscana,
e possibilmente anche dai turchi, imponesse la pace all'interno e
aggiungesse le Fiandre e l'Artois ai dominii della corona francese.
Un trattato di alleanza difensiva con l'Inghilterra, firmato a Blois
il 19 aprile 1572, fu la prima pietra posta a base del nuovo edificio
diplomatico.
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Enrico di Navarra
Tra le varie imprese di questo periodo di supremazia ugonotta,
una era destinata a influire enormemente sulla situazione interna
francese: il matrimonio tra Margherita di Valois, sorella del re,
ed Enrico di Navarra (18 agosto 1572). Il bearnese, piccolo uomo rozzo
dal naso a uncino, figlio di un cavaliere dei Pirenei e di un'ugonotta
fanatica, fu scovato nella sua remota provincia e introdotto, col
matrimonio, nella famiglia reale e cattolica di Francia. Fu un matrimonio
misto, il primo del genere, cordialmente detestato da tutti i buoni
cattolici. Dove, ci si chiedeva, sarebbe andata a finire la Francia
col suo re scervellato e il suo generale ugonotto? Mirava forse a
una guerra colla massima potenza cattolica europea? A una politica
intesa a porre la Francia sotto un re protestante? Caterina intuiva
rapidamente i cambiamenti d'umore del paese; sapeva che, se anche
un terzo della nobiltà era di fede ugonotta, la gran maggioranza del
popolo francese rimaneva tuttavia fedele all'antica dottrina. Temeva
la guerra, temeva la potenza della Spagna, temeva l'efficacia del
Coligny su suo figlio, temeva, rimanendo inattiva, che i Guisa si
muovessero, impadronendosi della Francia, ed era troppo intelligente
per illudersi che una guerra mossa con l'intento di conquistare alla
Francia un pollice del territorio delle Fiandre, potesse essere ben
vista dal governo inglese. Decise perciò di far uccidere il Coligny.
Ma, il tentativo falli: l'ammiraglio fu ferito da uno scherano cattolico
ma non gravemente (22 agosto 1572), e la posizione della regina madre
divenne critica. Parigi era piena di gentiluomini ugonotti, attirati
alla capitale dal matrimonio principesco e furiosi per il subdolo
attentato al loro grande e venerato capo. Per timore di peggio, la
regina decise di colpire di nuovo, e non il Coligny soltanto questa
volta, ma tutti i capi protestanti, nel segreto della notte. Il debole
re, ingannato con la storiella di una congiura di ugonotti, fu facilmente
convinto a dare il proprio consenso.
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Assassinio dei Guisa
I Guisa erano ansiosi di vendetta e, dietro i Guisa e
i loro bravi, si celavano le furie dormenti della cattolica
Parigi. All'alba del 24 agosto (giorno di san Bartolomeo), le campane
del palazzo di giustizia diedero il segnale del massacro.
L'orgia di carneficina che seguì, non in Parigi soltanto, dove furono
uccisi circa tre o quattro mila ugonotti, ma in tutte le provincie,
superò le più feroci speranze della corte. Non fu necessario incoraggiamento
alcuno per convincere i parigini, al cui commercio assai nuocevano
le discordie religiose, a massacrare gli ugonotti e mutilarne i cadaveri.
Non solamente i capi furono uccisi, ma anche i seguaci e i gregari,
e l'esempio fu allegramente seguito nelle provincie. La testa del
Coligny fu mandata al papa, che rispose col dono della rosa aurea
al re: anzi, alla notizia del felice sterminio di tanti eretici, il
pontefice fece coniare una medaglia e Filippo di Spagna ordinò un
Te Deum. Mai si era sognato un simile trionfo cattolico. Il Coligny
era morto, il Condé ed Enrico di Navarra si trovavano nelle mani del
re, e migliaia di cadaveri di ugonotti stavano a dimostrare la forza
dell'ortodossia cattolica della Francia.
I cospiratori che prepararono il massacro di San Bartolomeo agirono
certo in un momento di panico, ma il timore che un re troppo compromesso
con gli ugonotti potesse essere rovesciato da un partito di cattolici
fanatici, guidato dai Guisa e rafforzato dalla plebe di Parigi, non
era certo infondato; e sotto Enrico III, successo nel 1574 a suo fratello,
tale pericolo per poco non divenne realtà. Anziché distruggere gli
ugonotti, il massacro di San Bartolomeo era stato il primo atto di
una quarta guerra. Dalla loro capitale occidentale de La Rochelle,
gli ugonotti, ora aiutati da molti Politici, cui si unì per un certo
tempo lo stesso Monsieur, fratello minore del re, sfidavano la potenza
dei realisti e rappresentavano un pericolo per l'unità della Francia.
Ai Cattolici, e più particolarmente ai cattolici democratici di Parigi,
questa ostinazione fiera e tenace, cosi dannosa agli affari, così
antipatriottica (poiché gli ugonotti agivano d'accordo con l'Inghilterra),
appariva intollerabile. I fanatici volevano la guerra fino all'ultimo
sangue, mentre invece re e la regina madre continuavano a seguire
la solita politica della loro casa offrendo in ogni occasione pace
o tregua ai ribelli, dominati ancora dall'assurda idea che in uno
stato cattolico potesse trovar posto anche il libero culto pubblico
degli ugonotti.
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Resistenza della Lega
Il trattato del 14 maggio 1576 parve ai cattolici poco
migliore di una capitolazione. Si formò allora un'unione cattolica,
nota comunemente sotto il nome di Lega, sotto il patronato del papa
e del re di Spagna, con lo scopo di rafforzare la spina dorsale dell'ortodossia
romana in Francia.
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Trionfo di Enrico di Navarra
Nel 1584 moriva Monsieur, figliuolo minore di Caterina
e unico fratello sopravvissuto a Enrico; e poiché il re era senza
figli prossimo erede al trono appariva ormai Enrico di Navarra. «Meglio
una repubblica che un re ugonotto» era il motto dei membri della
Lega di Parigi. Contro i Guisa, sostenuti ora da questo sentimento
di furore appassionato, Enrico III fu per molti anni impotente. Tirò
avanti, protetto da assassinii, circondato da una rete di congiure,
mentre la vera autorità sulla Francia cattolica era esercitata dalla
Lega. La sua debolezza apparve evidente il giorno delle Barricate
(12 maggio 1588), quando, Parigi, obbediente al cenno di Enrico, duca
di Guisa, impedì alle truppe reali di entrare nella città; e di nuovo
quando gli Stati Generali, riunitisi a Blois per iniziativa dei Gesuiti,
approvarono una serie di disposizioni che, attuate, avrebbero prosciugato
il tesoro e tolto al governo anche l'ultima parvenza di autorità.
Da queste umilianti condizioni lo sciagurato re, il peggior governante
della peggior dinastia che mai governasse, cercò salvezza con l'assassinio.
Avvicinandosi il Natale del 1588, il duca di Guisa e suo fratello,
il cardinale di Lorena, caddero trafitti nel castello di Blois dai
sicari guasconi del re.
La vecchia regina madre giaceva sul suo letto di morte, quando il
figliuolo favorito le portò la notizia. «Ora sono veramente il
re di Francia», disse, a quanto si riferisce, «ho ucciso
il re di Parigi. «Dio lo voglia», fu la risposta; «ma
sei sicuro delle altre città?».
Ed eccoci all'ultimo atto del lungo dramma. Mentre la Lega cattolica
deponeva Enrico dal trono e cercava di governare la capitale e il
paese, i pensieri d'un numero sempre maggiore di francesi, né ugonotti
né leghisti, si volgevano a Enrico di Navarra, cui legalmente spettava
la successione. Il giovane meridionale aveva rivelato notevoli qualità
militari, dimostrando a Coutras che un esercito ugonotto, ben guidato,
poteva battere in battaglia aperta le truppe cattoliche della Corona.
Il suo buon umore, la sua rozza astuzia, i suoi numerosi atti di bravura
lo rendevano popolare tra i semplici. Era un protestante, ma era un
uomo, mentre il re suo cugino, che portava una collana di perle e
gli orecchini, pur essendo cattolico, era un vanesio inconcludente.
Era interesse comune dei due cugini attaccare la Lega cattolica che
aveva deposto l'uno e dichiarato l'altro indegno della successione.
Ma mentre i loro eserciti si trovavano fuori di Parigi, la mano di
un giacobino fanatico, Jacques Clement, colpiva il re (1° agosto
1589), ponendo termine alla lunga dinastia dei Valois in Francia e
aprendo la via a una lotta diretta tra i Navarra e la Lega.
Il comitato dei sedici che dominava Parigi a nome della Lega, sotto
la direzione del duca di Mayenn, fratello minore di Enrico di Guisa,
governò, come il comitato di salute pubblica del 1794, col sistema
del terrore. I suoi difensori dicono che salvò la Francia al cattolicesimo,
meglio adatto al suo popolo che non il protestantesimo, e che i suoi
delitti furono tali da disgustare il paese della repubblica per ben
duecento anni. Durante il suo governo violento e impopolare rinacque
in Francia la convinzione che la restaurazione della monarchia ereditaria
sarebbe stata il miglior rimedio alle discordie interne. Non si volle
accettare un'Infanta dalla Spagna, né un nobiluomo francese eletto
dagli Stati Generali. Il meglio dell'aristocrazia francese si radunò
intorno al principe borbone. Ma il fanatismo era così tenace che,
anche quando Enrico ebbe abiurato la fede protestante nella chiesa
di. St. Denis (25 luglio 1593), dovette rimanere ben otto mesi fuori
dalle mura di Parigi, prima di poter sopraffare la resistenza della
città.
Il nuovo sovrano possedeva una virtù più preziosa di tutte le eleganti
qualità dei Valois: si preoccupava del popolo francese e desiderava
renderlo prosperoso e felice. Le memorie del suo abile ministro ugonotto,
Sully, benché non degne di fede in molti punti, dimostrano tuttavia
che, sotto Enrico IV, il governo della Francia s'inspirava all'idea
del bene pubblico. Domare l'anarchia, promuovere l'agricoltura e il
commercio, ridar pace a un paese ridotto alla più nera miseria da
trent'anni di guerra civile, ecco alcuni degli scopi che la monarchia
francese perseguiva ora risolutamente. Molto si fece, con grandi opere
pubbliche, per la bonifica delle paludi e il miglioramento delle strade.
Si aumentarono i redditi, si diminuirono i debiti. Avendo trovato
il paese sotto il peso di un grande deficit, Sully lo lasciò finanziariamente
solvibile.
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Editto di Nantes, 1598
Ma, prima di poter bene applicare questi provvedimenti,
Enrico fu costretto a risolvere i due urgenti problemi rappresentati
dagli spagnoli e dagli ugonotti. Con l'aiuto della regina Elisabetta,
cacciò un esercito spagnolo da Amiens e costrinse la Spagna (Trattato
di Vervins, 1598) ad abbandonare tutte le posizioni - Calais e Blavet
nella Bretagna - che, come alleata della Lega cattolica, aveva occupato
sul territorio francese. Assai più difficile il problema rappresentato
dagli ugonotti. Questi uomini ferrei, che da più di trent'anni resistevano
alla corona francese ed erano in grado, in qualsiasi momento, di mettere
in campo un esercito di 25.000 uomini, non potevano essere facilmente
sottomessi e pretendevano di trattare col sovrano alla pari. Il famoso
accordo, noto sotto il nome di Editto di Nantes, non fu un atto di
grazia reale, e meno che mai una dichiarazione filosofica di tolleranza,
bensì un trattato raggiunto soltanto dopo ardui e lunghi negoziati
e accettato con riluttanza, come una necessità imposta da fatti sgradevoli
e ineluttabili. Tale editto dava agli ugonotti libertà di culto nei
castelli dei nobili e in certi luoghi speciali, uguaglianza di diritti
civili, protezione giudiziaria è per loro maggior garanzia, il diritto
di tener guarnigioni in più di cento città fortificate, tra cui grandi
centri nazionali come La Rochelle, Saumur e Montpellier a spese della
finanza francese. In una parola, permetteva a un piccolo stato ugonotto,
con il suo esercito, le sue fortezze, il suo governo civile, di vivere
nel cuore della Francia.
L'Editto di Nantes è notevole nella storia della civiltà come primo
pubblico riconoscimento del fatto che nello stesso stato possano coesistere
più comunità religiose. Assai prima che fosse riconosciuta in Inghilterra
o in Germania, la tolleranza religiosa, entrò, in virtù di questo
famoso documento, a far parte della legge costituzionale di Francia.
Il forte braccio dell'ugonotto aveva strappato all'avversario cattolico
concessioni su cui nessun fautore della Chiesa romana avrebbe mai
accettato di discutere.
Nel brillante periodo della storia francese che seguì, la monarchia
fu esaltata e consolidata, il campo dell'industria e del commercio
notevolmente ampliato, e la vita della chiesa cattolica stimolata
e arricchita dalla sfida e dalla sovrapposizione della fede ugonotta.
Ma la cieca intolleranza e l'ambizione guerresca erano destinate a
render vani tali vantaggi. Scaligero, il grande filologo classico,
disse di Enrico che, nonostante il suo spirito e la sua acuta intuizione
della natura umana, era incapace di fissare il suo pensiero sull'avvenire
per un quarto d'ora di seguito. Uno statista più previdente avrebbe
cercato di governare con l'aiuto degli Stati Generali, si sarebbe
rifiutato di richiamare i gesuiti banditi dalla Francia nel 1594 come
corruttori della gioventù, disturbatori dell'ordine pubblico e nemici
del re e dello stato, e avrebbe decisamente rinunciato all'idea di
un'ambiziosa guerra coll'estero. Enrico IV, continuamente minacciato
dal pugnale dei sicari, viveva invece alla giornata sulle improvvisazioni
del suo ingegno vivace. Nonostante la sua promessa formale, fidando
nella saggezza dei consiglieri, rifiutò di convocare gli Stati Generali
e di dividere coi sudditi la responsabilità morale del governo. In
religione fu tollerante alla maniera di Caterina de'Medici; il che
non gl'impedì di richiamare i gesuiti, la cui intollerante potenza
a corte e sull'educazione francese avrebbe provocato la espulsione
degli ugonotti e l'annullamento dell'Editto di Nantes, ch'era stato
la sua impresa migliore.
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Politica estera di
Enrico e sua morte prematura
Nella politica estera, ondeggiò per qualche tempo - dopo
la pace di Vervins nel 1598 - tra l'idea di una solida pace con la
Spagna, cementata da matrimoni reali, e di un attacco agli Asburgo;
ma alla fine volse i suoi pensieri alla guerra e a una politica, simile
a quella seguita dal Coligny circa cinquant'anni prima, di un grande
attacco contro gli Absburgo cattolici, coll'aiuto dei protestanti
della Germania e dei Paesi Bassi, allo scopo di conquistare i Paesi
Bassi spagnoli, e di estendere la frontiera francese sino al Reno.
La questione se il ducato di Clèves-Julich, situato sulla frontiera
orientale della Francia, dovesse far parte del blocco cattolico o
del protestante, offrì il pretesto per l'azione. Senza un'adeguata
preparazione diplomatica, e soprattutto spinto alla scelta del momento
dalla sua passione per la duchessa di Condé che il marito aveva richiamata
alla corte austriaca di Bruxelles, egli stava per iniziare la sua
grande impresa anticattolica quando cadde sotto il coltello del cattolico
fanatico Ravaillac. Neanche il ritorno dei gesuiti era stato sufficiente
a disarmare lo spirito della Lega.
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Le guerre di religione
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