|
Prestigio
dell'Inghilterra dopo il 1714
La rivoluzione inglese del 1688, seguita
e confermata dalla salita al trono della dinastia degli Hannover,
influì profondamente sul pensiero europeo. Lo spettacolo di una rivoluzione
incruenta, priva dei difetti stimati essenziali al governo popolare
dopo le disgraziate sollevazioni del 1648, di una rivoluzione apportatrice
di benefici evidenti come la tolleranza religiosa, la libertà di stampa
e il governo parlamentare, creò un sentimento universale di sorpresa
e d'ammirazione. Nonostante la rivoluzione, l'Inghilterra era più
forte e più ricca che mai. Per terra e per mare, era stata la forza
dominante della grande alleanza contro Luigi XIV. Aveva superato senza
sconvolgimenti interni la guerra e la pace e la delicata operazione
di un mutamento dinastico, rafforzando inoltre straordinariamente,
nel 1707, la sua posizione interna per mezzo dell'unione con la Scozia.
Torna all'indice
Locke, Voltaire,
Montesquieu.
Se mai filosofia fu giustificata dai fatti, questa fu proprio
la filosofia dei whig, sostrato della rivoluzione inglese,
ch'ebbe in Giovanni Locke il suo grande ostacolo. Tutta la quintessenza
del pensiero illuministico si trova negli scritti di questo calmo
e umano dottore di Oxon: il concetto che le idee non siano innate,
ma riflesse dall'esperienza dei sensi (Saggio sull'intelletto umano,
1690), la teoria che il governo civile si fondi sul consenso dei governati,
l'opinione che il diritto alla proprietà privata sia creato dal lavoro,
la dottrina della tolleranza religiosa e della educazione razionale
dei giovani. Da Locke e dal suo grande contemporaneo, lo scienziato
Isacco Newton, e anche, sebbene in grado minore, da Enrico St. John,
Lord Boligbroke, passò in Francia un buon nucleo di pensiero razionalistico,
e là fu raccolto, commentato e svolto, finché, alla sua luce, gran
parte delle istituzioni riconosciute del paese apparvero ormai logore,
superate e insostenibili.
L'uomo che più d'ogni altro contribuì a render popolari in Francia
le nuove idee inglesi fu uno scrittore attivo, vivace, longevo ed
efficace, destinato a divenire la più brillante figura d'Europa. Voltaire,
dolorante per la tirannide e la disuguaglianza prevalenti nel suo
paese, - era stato gettato nella Bastiglia senza processo perché aveva
osato sfidare un nobile, - venne in Inghilterra nel 1726 e vi rimase
sino al 1729. Lo spettacolo di questo popolo libero, vivace e colto
lo colpì profondamente. Fu presentato a Pope, lesse Addison e Swift,
Bacone e Locke, Newton e Shakespeare. Nelle sue Lettres sur les
anglais, pubblicate nel 1733, rivelò ai compatrioti questa società
felice e sorprendente, in cui ognuno poteva dire o pubblicare quel
che voleva, dove non esisteva né tortura né imprigionamento arbitrario,
dove era permesso vivere e prosperare a settari religiosi di tutti
i generi, e persino a una setta detta dei quaccheri, che osava addirittura
definire la guerra come anticristiana. «Un inglese», scrive
Voltaire «va in paradiso per la strada che più gli piace. Non
esistono tasse arbitrarie e, per di più, da alcune tasse non sono
esenti né nobili né preti. I contadini mangiano pane bianco e sono
ben vestiti, né si peritano di aumentare il loro raccolto per timore
che l'anno seguente le tasse vengan loro raddoppiate». Un po'
più tardi (1730-31), un altro grande francese venne in Inghilterra
a studiare questi interessanti isolani; e la relazione di Montesquieu
non fu meno entusiastica. «L'Inghilterra», scrive nelle
sue Note di viaggio, «è il paese più libero del mondo.
Non faccio eccezione per alcuna repubblica. E lo chiamo libero perché
il sovrano, la cui persona è controllata e limitata, non può infliggere
ad alcuno il minimo danno». Nell'Esprit des lois (1748),
una filosofia della storia che conquistò ampia popolarità ed esercitò
profonda efficacia, egli affermò (erroneamente) che il vero segreto
della libertà inglese consisteva nella separazione del potere giudiziario
dall'esecutivo e dal legislativo. [...]
Torna all'indice
I fisiocratici
Parte di questa letteratura entusiastica ebbe come oggetto la
critica dei principi economici che la Francia aveva ereditato da Colbert.
I fisiocratici credevano fermamente che, abbandonata a se stessa,
la natura potesse portare gli uomini a un livello di prosperità impensabile
sotto un regime di restrizioni locali o nazionali. Questa dottrina,
ch'ebbe grandissima efficacia, conteneva un profondo errore e un'importante
verità. Gli economisti francesi sostenevano che, essendo la terra
l'unica fonte di ricchezza, era perciò sufficiente, a soddisfar le
esigenze dello stato, un'unica tassa sui valori agricoli. E questo
è un errore: ché la terra è una soltanto delle molte fonti della ricchezza,
e un'unica tassa, per quanto equa, non potrà mai soddisfare i bisogni
legittimi di uno stato. Ma, in compenso, scoprirono un'importante
verità: e cioè che il commercio è uno scambio di beni e di servizi,
e che gli ostacoli, artificiosamente creati dagli stati al passaggio
della ricchezza da un luogo all'altro o da uno stato all'altro, sono
dannosi alla prosperità. In Francia, le dottrine dei fisiocratici
condussero, durante la rivoluzione, all'abolizione dei dazi doganali
interni, i cui dannosi effetti erano stati così minutamente descritti
dal nostro perspicace viaggiatore inglese, Arturo Young. In Inghilterra,
le loro dottrine, passando da Quesnay, medico di Luigi XV, al famoso
professore di Glasgow, Adamo Smith, ebbero risultati anche più importanti,
e tra questi infine l'adozione di quel sistema di libero commercio
che si dimostrò così utile nel secolo della nostra maggiore prosperità
e negli anni della nostra più difficile prova.
Ottimismo e razionalismo erano dunque gli elementi fondamentali della
letteratura, di cui abbiam parlato sin qui. Ma un'altra voce potente,
più efficace forse, a lungo andare, di ogni altra dell'epoca, suonava
con tono diverso. Gian Giacomo Rousseau di Ginevra (1712-78) non era
né un filosofo né un materialista, ma un visionario. Il suo intelletto,
limpidissimo, era tuttavia alimentato dalla fonte profonda dei suoi
istinti naturali e dei suoi sentimenti romantici. Non credeva che
il progresso, né la suddivisione del lavoro, né alcun metodo meccanico
o materiale potesse migliorare il destino dell'uomo: vedendo il mondo
pieno di crudeltà, miseria e rovina, e considerando la tanto vantata
civiltà europea come una massa di corruzione e tirannide, volle tracciare
lo schema di una società in cui l'uomo buono potesse vivere. Ecco
lo scopo del Contrat social (1762), che s'impose alla Francia
con la forza di un nuovo Evangelo.
Il semplicissimo rimedio del Rousseau contro i mali umani consiste
nell'applicazione, della virtù. Uno stato è buono quando ogni suo
membro (debitamente educato alla vita civile) accetti di conformare
la propria volontà al bene generale. Buona è soltanto quella società
di uomini virtuosi, in cui ciascuno sia disposto a trattare gli altri
come vorrebbe essere trattato e spontaneamente acconsenta a leggi
generali, create non per proteggere interessi particolari ma per il
benessere comune. Ecco l'essenza della dottrina politica di Rousseau:
lo stato buono non si fonda sulla forza né sull'avidità, ma sulla
volontà di bene di tutti i suoi membri.
Il libro ebbe un successo fantastico. Era breve, eloquente, affascinante.
Sin dalla prima fase: «L'uomo è nato libero, ma è dappertutto
in catene», suonava come sfida alla civiltà. Qual visione più
seducente, per i poveri e per i reietti, di una società fondata sulla
volontà generale? Quella sola frase fu sufficiente a scatenare vaste
correnti di sentimento rivoluzionario. Ma si dimenticò troppo sovente
che per Rousseau la sovranità della volontà generale altro non era
che il dominio della virtù stessa.
M.me de Staël disse di Rousseau che «infiammò tutto, ma
non scoperse nulla». La frase «infiammò tutto» illumina
una verità importante; poiché il Rousseau realmente suscitò in Francia
un grande incendio con l'ardore dei suoi sentimenti e dei suoi sogni.
Ma non mi pare ugualmente vero che non scoprisse nulla: ché, nella
società aristocratica del diciottesimo secolo, egli annunciò le virtù
dell'uomo comune, affermandolo capace di bastare a se stesso.
Torna all'indice
Il governo
inglese nel secolo diciottesimo
La costituzione inglese del secolo diciottesimo, benché assai
superiore a ogni altra del continente europeo, non era quel perfetto
modello di governo illuminato che il confidente entusiasmo dei filosofi
francesi credeva di scorgervi. Molti e gravi erano i suoi difetti.
Il suo sistema di tolleranza religiosa e il suo sistema di governo
parlamentare erano imperfetti entrambi. Ancora prevaleva la dottrina
che lo stato fosse una riserva chiusa anglicana che, pur permettendo
la pubblica professione del culto protestante, potesse escludere i
dissidenti da ogni collaborazione al potere e dalla responsabilità
del governo e anche dalle migliori possibilità educative. I possidenti
di campagna e il clero anglicano erano così tenacemente attaccati
alla propria superiorità che il parlamento fu chiuso ai dissenzienti
protestanti sino al 1828, e le università di Oxford e Cambridge sino
al 1871. I conservatori del regno della regina Anna volevano andare
anche più oltre. Con la Legge di Conformità Occasionale tentarono
di togliere ai dissidenti il privilegio di partecipare a una corporazione
cittadina, mentre, con la Legge dello Scisma, cercarono di distruggere
le loro scuole e rovinare i loro metodi educativi. Fortunatamente,
con la successione di Hannover, i whig capovolsero questa politica
perniciosa, respinsero la Legge sullo Scisma, e, promulgando la Legge
annuale di Indennità liberarono i dissidenti dalle multe legali in
cui sarebbero altrimenti incorsi assumendo uffici municipali.
E tuttavia, anche così limitati, i benefici della tolleranza religiosa
non si estendevano ai cattolici romani cui, in Inghilterra, fu proibito,
sino al 1779, di praticare pubblicamente il proprio culto, mentre
in Irlanda, dove avrebbero potuto suscitare disordini politici, furono
sottomessi a un sistema di particolari e crudeli esclusioni.
Durante il regno dei due primi Hannover, il governo inglese fu aristocratico.
Le grandi famiglie del partito dei whig dominavano la Camera
dei Lord e, attraverso le città a rappresentanza uninominale, la maggioranza
della Camera dei Comuni. I tory, probabilmente più numerosi,
sebbene meno ricchi, subirono per più di cinquant'anni gli svantaggi
che s'accompagnano all'opposizione parlamentare a causa della loro
compromettente alleanza con i giacobiti. Ma nel vero governo del paese,
ch'era locale e non parlamentare, nelle sessioni trimestrali e minori
dei giudici di pace, il possidente campagnolo del partito dei tory
poteva esercitare in pieno la sua funzione sociale e politica. Nell'applicazione
delle leggi sulla caccia, nell'impiccagione dei contrabbandieri e
nella punizione dei vagabondi, questi dilettanti non pagati trovarono
modo di soddisfare alla loro brama di collaborare utilmente e notevolmente
al bene pubblico, rimanendo così tranquilli e contenti, mentre, a
Santo Stefano, i magnati dei whig stavano al timone dello stato.
Per un caso, certo imprevisto ai tempi di Guglielmo III e Anna, il
supremo potere esecutivo passò, sotto i due primi re della casa di
Hannover, a un gabinetto composto di membri di un solo partito e responsabile
verso il parlamento. Giorgio I non sapeva parlare inglese e, quando
fallì il suo esperimento di dirigere in francese le discussioni politiche
dei suoi ministri, non intervenne più alle riunioni di gabinetto.
La lunga e saggia amministrazione di Sir Robert Walpole (1721-42)
consolidò il partito dei whig, confermò l'autorità del gabinetto
e rafforzò la posizione del primo ministro. Dopo questa importante
amministrazione, il vero principio di governo responsabile, e cioè
di un governo attuato da un gabinetto responsabile verso un parlamento,
a sua volta responsabile verso gli elettori, era ormai stabilito.
Torna all'indice
L'epoca di
Giorgio II
Al successo del governo di gabinetto contribuì anche un'altra
circostanza storica. Sia Guglielmo III che Anna erano naturalmente
più favorevoli a un governo misto che a un governo di partito; ché
il sovrano, scegliendo i propri consiglieri da entrambi i partiti,
dimostrava l'imparzialità ed esaltava la potenza della Corona; ma
questo esperimento di coalizione che le circostanze avevan resa possibile
sotto questi due sovrani, fu spezzata quando Giorgio I, salendo al
trono, seppe dai suoi amici whig che i tory cospiravano
coi giacobiti per cacciarlo dal paese. Da quel momento gabinetti e
maggioranze parlamentari whig furono all'ordine del giorno.
Prevalse l'usanza che i gabinetti avessero un unico colore politico
e che realmente governassero il paese. Fu un caso, ma un caso benefico.
E lo si vide durante i dieci anni di governo personale di Giorgio
II (1770-82), quando il governo di gabinetto si ridusse a un'ombra,
e l'Inghilterra subì il più grande rovescio politico della sua storia
perdendo le colonie americane.
Ma il parlamento britannico dell'epoca degli Hannover, dominato da
una facoltosa classe di proprietari terrieri, non era certo notevole
per filantropia e umanità. Le leggi penali rimaste nello statuto inglese
finché, nel secolo seguente, non furono riformate e soppresse per
gli sforzi di Romilly e dei suoi amici, erano vergognose per un popolo
fondamentalmente umano e bonario. Lo stato non faceva nulla per l'educazione
del popolo. Il governo municipale continuò a essere corrotto, medievale
e impopolare, fino alla grande epurazione attuata, nel 1835, con la
Legge delle Corporazioni municipali. Scopo principale della rivoluzione
gloriosa era stato proteggere le antiche usanze e gli statuti delle
città e le prerogative del parlamento dall'invadenza innovatrice e
autocratica di Giacomo II, e quindi essenzialmente conservatore. I
whig, esultanti per il successo della loro rivoluzione, erano
troppo pronti a credere di aver sistemato ogni cosa. Era un errore,
e il parlamento in particolare era ben lungi dall'essere perfetto;
ma i whig, idealizzando il parlamento, non riuscivano a comprendere
che una legislatura, eletta da possidenti con un reddito di 40 scellini
nelle contee e da piccole oligarchie nelle città, non era uno specchio
fedele e sufficiente degl'interessi e delle opinioni nazionali. Lo
stesso Burke, lo scrittore whig più ricco d'immaginazione,
non comprendeva la necessità di una riforma parlamentare: desiderava
veder ridotta la potenza della Corona sul parlamento, non ampliata
la superficie della rappresentanza parlamentare. Poco importava, nel
secolo diciottesimo, che la grande massa della classe media e i poveri
fossero esclusi dal sacro cerchio della costituzione parlamentare.
Altro guaio, non osservato dagli ammiratori francesi delle istituzioni
inglesi, era la corruzione parlamentare tollerata, nonostante le proteste
dell'opposizione, a Westminster e nei collegi elettorali. Elettori
ed eletti corrompevano e si lasciavan corrompere. È probabile
che i critici contemporanei esagerassero il malanno: ma certo questo
esisteva. La speranza che anche un piccolo numero di posti e di pensioni
possa toccare a quanti votano direttamente influisce di là dalla cerchia
di coloro che godono simili compensi. E tuttavia, nonostante questi
difetti, il paese prosperava ed era felice. La sonnolenta chiesa anglicana,
le dormigliose e incolte università, i rosei possidenti di campagna
cacciatori di volpi, e i legislatori di Westminster, gran bevitori
in stivaloni a risvolti, si adattavano perfettamente al lento passo
di quella vecchia società agricola. Tra le classi non esisteva un
abisso profondo, né il cervello dei parlamentari era tormentato da
difficili questioni economiche. Ancora la rivoluzione industriale
non aveva creato nell'Inghilterra settentrionale una popolazione nuova
di operai miserabili e malcontenti, uniti in grandi aggregati inorganici
di poco igieniche case. Le città erano piccole: vivo il gusto dei
giochi e dei divertimenti campagnoli. Un'atmosfera di benessere e
di stabilità pervadeva il paese, in cui spiccavano, caratteristiche,
le case di mattoni rossi dell'epoca giorgiana. In un certo senso,
quando non si tenga conto della terribile incursione di montanari
scozzesi del '45 che, riuscendo, avrebbe ricacciato tutto nel caos,
l'Inghilterra di Giorgio II poteva apparire, a quanti non fossero
oppressi dalla povertà, privilegiata per la sua felice e sicura pace
interna. Era una società singolarmente libera da dubbi inquietanti
e torturanti. Non era tormentata da problemi sociali né chiedeva al
parlamento vasti programmi, accontentandosi di una limitata produzione
annuale di piccola legislazione locale. Lo spirito romantico non era
ancor sorto in una società razionale, paga di chieder alla vita soltanto
ciò che la vita poteva dare, una società così stabile e armoniosa,
così poco superstiziosa e sensibile, così sicura di sé e apparentemente
così ben protetta dalle rovinose follie del fanatico, quale non s'era
più vista in Europa dall'epoca degli Antonini.
La letteratura politica inglese del secolo diciottesimo porta l'impronta
di questa felicità. Pur essendo coraggiosa e combattiva, non discute
le basi della società. Né Swift né Defoe, né Addison, né Steele, né
Bolingbroke, né Hanbury Williams instillarono nei loro compatrioti
l'idea che si vivesse in un regime intollerabilmente indegno e ingiusto.
In Inghilterra non vi erano altre discordie che le parlamentari, e
le dispute si svolgevano tra le cricche politiche su questioni di
particolari. Neanche il radicale Wilkes, che aprì nuovi campi di discussione
nel primo decennio del regno di Giorgio III, osò mettere in dubbio
la bellezza della rivoluzione gloriosa o il valore dei principi su
cui si fondava. Ben diversa la situazione in Francia, dove la persecuzione
di una chiesa intollerante, unita alla capricciosa e segreta tirannide
dello stato, provocava una letteratura violenta nel disprezzo e nella
derisione.
Torna all'indice
I disordini
in Francia
I problemi interni della Francia che, negli ultimi anni del regno
di Luigi XIV, avevano incominciato ad attirare l'attenzione dei filosofi,
erano anzitutto finanziari. Nessun governo francese aveva osato imporre
all'intero popolo francese un sistema di tasse uniforme ed equo. Ogni
governo, nei suoi sforzi per conquistarsi dei sostenitori dell'uno
o dell'altro partito, aveva concesso l'esenzione da certe tasse. I
nobili, il clero, gran parte della borghesia erano dispensati dalla
taille, o imposta sulla proprietà. Esenzioni simili godevano molte
provincie importanti, specialmente quelle da poco unite alla corona
francese. Tali privilegi erano andati tanto oltre, erano legati a
tanti pregiudizi di classe e a tante tradizioni di orgoglio e autonomia
provinciale, che sradicarli era straordinariamente difficile. Soltanto
un governo forte, sostenuto da una massa imponente di opinione popolare,
poteva vittoriosamente superare gl'interessi costituiti che si opponevano
alla loro abolizione. E la vecchia monarchia francese, nonostante
il suo immenso prestigio, era insufficiente a tale compito.
Due soluzioni erano possibili: il metodo della riforma costituzionale
e quello dell'azione autocratica. Ma il primo metodo era inapplicabile.
Un'assemblea legislativa responsabile di fronte agli elettori popolari
era completamente estranea alla tradizione francese. Nessuno statista
la propose; nessun re l'avrebbe accettata; nessun governo avrebbe
potuto attuarla senza violenti sconvolgimenti. Fu la nemesi della
lunga autocrazia di Luigi XIV che l'abitudine di pensare ai problemi
costituzionali fosse stata soppressa, cosicché quando, durante gli
ultimi giorni oscuri del suo vanaglorioso regno, Fénélon e altri incominciarono
a mettere in dubbio il valore dell'autocrazia, il loro pensiero ritornò
alla più antica costituzione aristocratica francese. Sognavano un
governo affidato a un gruppo di nobili, gingillandosi con l'idea di
risuscitare gli Stati Generali medievali, non più convocati dopo il
1614. Il ricordo di questa istituzione ingombrante e anacronistica,
senza organizzazione, autorità e connessione sociale, e priva di ogni
esperienza politica, ostacolava ogni via feconda di riforma costituzionale.
E quando furono convocati, nel 1789, non si ebbe in Francia il principio
di un nuovo governo, ma il segnale del caos.
D'altra parte, neanche all'autocrazia di tradizione più recente era
concessa una libera sfera d'azione. Il parlamento di Parigi, restaurato
da Filippo di Orléans (1715) nella sua antica posizione d'autorità
e sostenuto dai dodici parlamenti provinciali, disseminava sul sentiero
della riforma fiscale ostacoli insormontabili. I suoi giureconsulti
avevano orrore di ogni nuova tassa e di ogni nuova idea. Bruciavano
i libri filosofici e respingevano le proposte più ragionevoli per
ottener denaro dal pubblico. Ma, benché fautore dell'oscurantismo
nel pensiero e dei privilegi nella finanza, il parlamento godeva di
una popolarità straordinaria, essendo l'unico organo di opposizione
a una corte dissipata e screditata. Il cancelliere Maupeau dimostrò
un grande coraggio a sopprimerlo, nel 1771. Ma la prospettiva di una
riforma amministrativa radicale da intraprendersi dalla Corona si
era appena aperta che di nuovo si chiuse: nel 1774, il parlamento
fu restaurato da un nuovo re bramoso di conquistarsi l'amore dei sudditi.
Benché comprensibile, la compiacenza di Luigi XVI al sentimento popolare
fu disastrosa, poiché un'oligarchia privilegiata di giureconsulti
ereditari doveva necessariamente opporsi, con forte e testarda resistenza,
a ogni riforma comprensiva e razionale dello stato francese.
Torna all'indice
|
esercitazione
|
|
autovalutazione
|
home
page
www.lastoria.org
|