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Roberto Moro
La battaglia di Bagdad:

la fine dell'impero e la Terza Guerra Mondiale
Ipotesi per un
modello sul dopo Saddam
Facciamo chiarezza. Andiamo per un attimo oltre l’alluvione
mediatica, oltre le liturgie insopportabili e ossessive di spettacolarizzazione
dell’evento, oltre i luoghi comuni di questa tragedia che di classico
non ha nulla, se non il copione mal recitato di “guerra e pace”.
All’indomani dell’11 settembre scrivevo (e spiegavo ai miei
studenti) che Bush si configurava come il liquidatore dell’impero
americano ( http://www.lastoria.org/moroguerrasanta-f.htm
): la breve storia che ci porta fin qui e i fatti che corrono sotto
i nostri occhi confermano, credo, il mio punto di vista. Il modello
di simulazione relativo all’andamento della guerra d’Iraq
realizzato con Lamberto Aliberti e Maspa Italia nell’imminenza
del conflitto, basato su questa ipotesi e ripreso in questi giorni da
alcune testate (Ansa, ADN Kronos, Diario, Galileo, Manifesto), forniva
dati di previsione del tutto in controtendenza rispetto alle declamazioni
e ai convincimenti della vigilia (http://www.lastoria.org/iraq/Le_tre_guerre_Iraq.htm):
lo svolgersi del conflitto conferma, per quanto riguarda la sua durata
e il numero delle vittime, l’insieme di opzioni offerte dalla
simulazione. Il modello gira e funziona. Una riflessione e un approfondimento,
a questo punto, si impongono.
La fine dell’impero.
L’impero americano conclude il XX secolo, ma certo non caratterizza
il Terzo Millennio. E’ nel corso del Novecento che gli USA si
configurano come potenza mondiale per effetto della loro specificità
nazionale che fu un vero e proprio modello di civiltà, un modello
culturale (economico, politico e sociale insieme) che affondava le sue
radici nel passato della modernità e nelle tradizioni del Nuovo
Mondo: l’utopia dei Padri Pellegrini e il mito della frontiera,
quello dell’individualismo solidaristico, del progresso come motore
della libertà e, insomma, l’american way of live, la democrazia
in America come l’aveva celebrata Tocqueville. Gli storici se
ne occupano proprio perché questa mitografia appartiene al passato:
finito lì.
Ogni assimilazione della vocazione egemonica degli USA di Bush a paradigmi
o metafore storiche imperiali come l’Impero Romano (o quello mongolo
di Tamerlano) è semplicemente un non senso e un errore di prospettiva
buono per spettacoli di intrattenimento televisivo, rotocalchi dozzinali
e chiacchiere da bar. L’Impero Romano (come quelli di Serse e
Alessandro o di Maometto e Carlo Magno, di Gengis Kan o il Sacro Romano
Impero e così via) fu il risultato di un pensiero e di un sentire
politico originale, esclusivo e innovativo del quale non vi è
traccia in questo avvio del XXI secolo. A sentire e a leggere i discorsi
di Bush (e mi chiedo chi mai possa scriverli) quel che si coglie è
solo la povertà culturale, l’approssimazione teorica, i
luoghi comuni parrocchiali degni di una catechesi infantile. Il mito
del terrorismo è fragile, la dottrina degli stati canaglia grossolana,
quella della guerra preventiva non convince nessuno. Il percorso logico
è tortuoso e approssimativo, il consenso non c’è.
Se poi dalle omelie del Presidente si scende alle esternazioni dello
staff, dei membri del governo e dei quadri dirigenti, questa povertà
diviene miseria, impaccio linguistico, inefficienza diplomatica, incapacità
di gestire i media e le pubbliche relazioni. Nei fatti, piaccia o non
piaccia, per la bocca di Bush la superpotenza mondiale, l’impero
del Terzo Millennio si confronta con (e si fa misurare da) Osama Bin
Laden, Saddam Hussein, il Mullah Omar, un centinaio di capitribù
e capi mafia in Somalia e in Indonesia. Contro questi fantasmi di un
popolo miserabile di psicopatici si dispiega la superpotenza mondiale
in un paradossale gioco di specchi che lascia interdetti e che neppure
i media riescono a comunicare. L’Impero planetario di tutto un
secolo a venire sarebbe questo? Ma vogliamo scherzare!
Più che un disegno strategico di egemonia universale, una strategia
di ampio respiro per il controllo e la scrittura della storia futura,
si ha l’impressione di un completo inabissamento della politica
a tutto vantaggio di un istinto primordiale, una vocazione messianica
a buon prezzo volta a mascherare, senza successo, interessi di bottega,
piccoli affari di famiglia, tangenti su appalti, licenze, commesse.
Il sentire politico americano, e la dottrina Bush che lo interpreta
e ne fa il motore, appaiono il residuale storico del XIX secolo, così
come lo sono le aberranti istanze ideologiche degli interlocutori-avversari
che di volta in volta il Nuovo Mondo si sceglie. Con questi apparati
teorici residuali e con queste strategie di basso profilo l’Impero
del nuovo millennio dovrebbe misurarsi, su scala planetaria, con gli
arsenali ideologici e culturali del Vecchio Mondo, l’Europa, l’India,
la Cina, l’Islam così criticamente impegnati ad affrontare
la nuova fase della modernità (o postmodernità o modernità
radicale, chiamatela come volete). Ma vogliamo scherzare?
Alla luce di queste riflessioni, e se si vuol guardare più in
là, il conflitto iracheno, più che indicatore di una strategia
di espansione imperiale, appare un atto di intimidazione planetaria,
un regolamento di conti tra gruppi di interesse e di potere trasversali
e multinazionali che nulla hanno a che vedere con gli interessi nazionali
degli Usa o dell’Occidente e tanto meno con quelli di una pace
duratura. Al contrario, questi gruppi di interesse trasversali che mettono
a profitto la crisi delle istituzioni statuali del nostro tempo e agiscono
sul duplice fronte della legalità e dell’illegalità,
necessariamente intrattengono rapporti con le organizzazioni criminali
e talvolta con esse si confondono.
Le ipotesi del modello sul terrorismo internazionale ormai esteso alla
guerra in corso partono da questo assunto; e il modello sembra funzionare.
La battaglia irachena…
A fronte delle strategie gestionali dei vertici statunitensi che hanno
di volta in volta fissato e previsto la durata del conflitto in pochi
giorni, qualche settimana, qualche mese fino alla sorprendente affermazione
del Presidente che “la guerra durerà quel che durerà”,
il modello lavora su tre ipotesi di possibile resa dell’Iraq (la
vittoria, se la vogliamo chiamare così, da parte americana essendo
scontata) in relazione alla conquista del territorio (il quale è
però un composto di superficie e popolazione): che il paese si
arrenda alla perdita di controllo del 60% del suo territorio (in questo
caso la guerra durerebbe 7 settimane); o dell’80% (la durata sarebbe
allora di 13 settimane); o del 95% (45 settimane). Il numero delle vittime
civili e militari ovviamente varia di conseguenza. Per quel che si può
capire, dopo le prime due settimane di guerra gli “alleati”
controllano circa il 10/15% del territorio iracheno: altre 5 settimane
paiono dunque necessarie per conseguire il controllo del 60% se si tien
conto del mutarsi delle condizioni climatiche e del riassetto logistico
per rendere operative le nuove ondate di rinforzi. Purtroppo anche in
tema di vittime il modello appare preciso.
L’analisi non ha ancora inserito nel modello la variabile dell’opinione
pubblica mondiale come vincolo all’azione degli “alleati”,
la quale sicuramente influisce vieppiù sulle strategie e tattiche
del conflitto, ma è il tema della “resa” irachena
(e quindi della vittoria USA) a dare un senso agli eventi ai quali stiamo
assistendo.
Tra le novità e specificità di questo conflitto vi è
il fatto che il casus belli non è né la guerra tradizionale
tra nazioni per conflitti economico-territoriali, né la liberazione
di un paese occupato da forze nemiche (come lo fu il Kuwait), ma dalle
forze del male e cioè il regime che lo governa, e l’obiettivo
strategico, di conseguenza, è l’eliminazione fisica di
Saddam e del suo apparato di governo e cioè dello stato, poiché
il regime con esso si identifica. Al pari di Mussolini e del Partito
Fascista o di Hitler e del nazionalsocialismo, Saddam e il partito Bahat
sono, nel bene e nel male, lo stato. Dopo vent’anni di governo
assoluto e tirannico, privo di ogni opposizione interna, Saddam è
l’Iraq e l’Iraq è Saddam. Ciò spiega il grado
di resistenza delle forze (regolari e volontarie) del paese, che riequilibra
parzialmente l’impressionante divario tecnologico e logistico.
Spiega anche la più che prevedibile difficoltà da parte
degli “alleati” di ottenere un sostegno della popolazione
e spiega infine l’errore strategico e tattico di aver programmato
una guerra di liberazione (con l’obiettivo, se non altro dichiarato,
di risparmiare la popolazione civile beneficiaria dell’intervento),
rispetto a una guerra di conquista e occupazione volta alla effettiva
distruzione dell’avversario. Vi è da chiedersi come mai
questi essenziali elementi di analisi non siano stati presi in considerazione
dai modelli strategici USA e questo la dice lunga sulle prospettive
di sviluppo dell’Impero americano nel XX secolo. Quel che più
conta però è che la strategia americana si è condizionata
da sé a una “resa” del nemico che coincide con la
eliminazione fisica di Saddam e quindi dell’unica autorità
legittimata a firmare la resa stessa. Ciò rende forse inevitabile
per gli “alleati” la presa di Bagdad e il controllo reale
della totalità del territorio di uno stato che solo Saddam e
il suo regime potevano controllare.
Implementare il modello su questi temi che riguardano il dopo Saddam
significa in certo modo offrire lo scenario della Terza Guerra Mondiale.
… e la Terza guerra mondiale.
Le ipotesi possibili sulla resa-fine del conflitto sono tre. 1. Saddam
cade prigioniero, 2. viene ucciso, 3. fugge ed entra in clandestinità
(l’ipotesi dell’esilio, se è coatto, rientra nell’ipotesi
1.; se è accordato diplomaticamente nella 2.). La prima ipotesi
è possibile ma assai improbabile: che legittimità avrebbero
gli “alleati” di giudicarlo e magari condannarlo a morte
(procedura tuttora in essere negli USA)? Quale capo di stato arabo accetterebbe
un processo o una condanna di Saddam? La seconda ipotesi pone il problema
di sapere come verrà ucciso. Se verrà ucciso per incidente
bellico, morirà con l’onore delle armi e potrebbe divenire
un martire dell’Islam; lo stesso e anche peggio se fosse ucciso
in uno scontro a fuoco con le truppe USA. La soluzione più probabile
è che cada per mano di insorti e oppositori e di sicari dei medesimi,
ma in questo caso potrebbero aprirsi faide e vendette di medio, lungo
termine tra opposte fazioni all’interno dell’Iraq stesso.
Quanto alla terza ipotesi, possibile e probabile visto il contesto politico
articolato del mondo islamico e la sua alta temperatura ideologico-settaria,
apre la strada al problema di fondo: quante sono le reali possibilità
e probabilità dell’Impero americano di espandersi nell’area
medio orientale e ridisegnare autonomamente la geopolitica a livello
planetario, in presenza della pluralità di forze che attualmente
la determinano? Quante le possibilità di reggere la pressione
degli stati confinanti? Quante le possibilità di dare vita a
un processo di sviluppo e modernizzazione (quello di democratizzazione
diamolo per archiviato) che destabilizzerebbe i regimi dell’Islam?
Quante le possibilità, dopo un conflitto come quello in corso,
di assicurare consenso a un governo in presenza degli orfani (e certo
saranno migliaia) del precedente regime? E così via.
Lo scenario si allarga a quell’immenso vuoto geopolitico che chiamiamo
Islam e che costituisce ormai un possente magnete della politica mondiale,
e certo l’implementazione del modello in questa visione prospettica
potrà offrire nuovi spunti di riflessione. Per cominciare, uno
lo propongo subito: immaginiamoci che i cinesi aggrediscano e occupino
la Svizzera per ripulirla dai riciclatori di danaro sporco; quale sarebbe
la reazione dei paesi dell’area?
Roberto Moro
Università degli studi di Milano
www.lastoria.org
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