Alphonse de Lamartine
Alphonse de Lamartine (1790-I 869), uno dei più
importanti poeti romantici e personaggio politico di primo piano,
diede un contributo rilevante, grazie alle sue eccezionali doti letterarie
e al suo notevole ruolo politico, alla storiografia e alla tradizione
della Rivoluzione francese. Durante la monarchia di Luglio sia nei
suoi scritti sia nei suoi discorsi politici egli sviluppò e
pubblicizzò idee sulla politica e sulla società francesi
che si ispiravano in parte alla storia e ai principî della Rivoluzione.
Il suo interesse per quest'ultima lo spinse a raccontare gli avvenimenti
della Rivoluzione, dall'inizio dell'aprile 1791 alla fine del luglio
1794, nella Histoire des Girondins, pubblicata in otto volumi tra
il marzo e il giugno 1847. Quest'opera, che dava un'immagine favorevole
di Robespierre e della dittatura giacobina, ebbe subito un successo
sensazionale e, secondo molti tra gli storici sia contemporanei sia
successivi, contribuì al rovesciamento del re Luigi Filippo
nella rivoluzione del febbraio 1848. In qualità di eminente
membro del governo dal 24 febbraio al 24 giugno 1848, Lamartine si
batté per promuovere gli ideali della Rivoluzione del 1789,
pur cercando di evitarne gli errori. Questo esperimento fallì
con l'insurrezione popolare nota come le "Giornate di giugno",
che distrussero la sua reputazione politica e lo spinsero a tentar
di giustificare il suo ruolo governativo e a pubblicare ulteriori
studi storici sulla Rivoluzione. Nell'opera più importante
fra questi l'Histoire des Constituants (1855), una narrazione in quattro
volumi degli avvenimenti dal maggio 1789 all'aprile 1791, egli elaborò
un'interpretazione più conservatrice, pur continuando ad elogiare
i traguardi e i risultati del 1789.
Prima della rivoluzione del luglio 1830 Lamartine si era identificato
con la monarchia della Restaurazione, arruolandosi nella guardia del
corpo reale, prestando servizio nel corpo diplomatico e scrivendo
poesie che celebravano temi monarchici. Dalla fine degli anni venti
aveva però cominciato a sviluppare idee politiche liberali
e nell'agosto 1829 aveva rifiutato di servire il governo reazionario
presieduto dal principe di Polignac. Così, mentre da un lato
manteneva il legame sentimentale con la dinastia borbonica e rassegnava
formalmente le dimissioni dal corpo diplomatico (settembre 1830),
dall'altro rifiutava di seguire l'emigrazione interna dei legittimisti.
Accettò al contrario il regime orleanista e, dopo il 1830,
si accinse a realizzare le sue antiche ambizioni pubblicando un manifesto
del suo credo politico, Sur la politique rationnelle (1831), e facendosi
eleggere alla Camera dei Deputati (1833). Nello scritto citato Lamartine
affermava che la politica doveva essere basata sui principi morali
cristiani di carità e umanità, nonché sui principi
rivoluzionari di libertà, uguaglianza, fraternità e
democrazia. Era contrario perciò a ogni condanna di carattere
politico da parte del potere esecutivo, oltre che a ogni violenza
popolare da parte di masse rivoluzionarie; e in diversi scritti e
discorsi sostenne un gran numero di cause progressiste e umanitarie.
Tuttavia, le sue speranze di ottenere la nomina a un importante incarico
ministeriale o l'elezione a presidente della Camera dei Deputati furono
ripetutamente deluse; divenne sempre più disincantato nei confronti
della politica governativa, soprattutto dopo il 1840, quando iniziò
il lungo governo conservatore di Guizot. Questo lo incoraggiò,
nel gennaio 1843, a passare all'opposizione parlamentare e, nel giugno
dello stesso anno, a intraprendere la sua grande opera storica sulla
Rivoluzione francese, l'Histoire des Girondins.
L'Histoire des Girondins fu scritta per motivi politici e con l'intenzione
di comunicare un messaggio politico. Lamartine voleva dimostrare la
fondatezza del proprio diritto a essere considerato un'importante
figura politica scrivendo una storia della Rivoluzione francese che
sarebbe stata letta da un grande pubblico e che avrebbe affrontato
con simpatia sia la Rivoluzione sia la controrivoluzione. Così
facendo, non solo avrebbe affermato le proprie qualità di leader
politico nell'evenienza di una futura crisi governativa, ma avrebbe
anche ricordato ai propri concittadini il loro passato rivoluzionario
e mostrato la lezione che da quel passato si poteva apprendere. Così
scelse di trattare nella Histoire des Girondins quel periodo estremamente
critico della Rivoluzione francese, dall'aprile 1791 al luglio 1794,
che aveva visto la transizione dalla monarchia costituzionale alla
repubblica, lo scoppio della guerra civile e con le potenze straniere,
il regno del Terrore e della dittatura giacobina, l'ascesa e la caduta
di Robespierre.
Nella Histoire des Girondins Lamartine definisce essenzialmente la
Rivoluzione francese come l'evoluzione di un nuovo concetto, quello
di democrazia e, più tardi, di governo democratico. La sua
tesi è che tale concetto aveva un'origine cristiana ed era
stato formulato da Fénelon, Montesquieu, Rousseau, Voltaire
e altri loro discepoli, e che, sebbene questi pensatori attaccassero
le forme esteriori del cristianesimo, ne adottavano però gli
insegnamenti e i principî. Le loro idee, ampiamente diffuse
in Francia e in Europa grazie all'invenzione della stampa, avevano
creato nell'opinione pubblica un clima che aveva reso possibile la
Rivoluzione francese. La Rivoluzione aveva quindi uno stretto legame
con il cristianesimo, era fondamentalmente un movimento spirituale
e realizzava un ideale divino e universale. Questo ideale significava
il riconoscimento di tre sovranità morali: la sovranità
della legge sulla forza fisica, la sovranità dei Lumi sul pregiudizio,
e quella dei popoli sui governi. Tutto ciò a sua volta implicava
rispettivamente: una rivoluzione nel sistema giuridico che portò
all'uguaglianza; una rivoluzione nelle idee che sostituì la
ragione dell'autoritarismo; e una rivoluzione nella politica che condusse
al governo del popolo.
La spiegazione di Lamartine dello scoppio della Rivoluzione francese
per quanto riguardava le idee e l'influenza dell'Illuminismo era del
tutto tradizionale, anche se ignorava la tesi elaborata da Thiers,
Mignet, Thierry e Guizot secondo la quale la Rivoluzione francese
era stata causata dalla lotta di classe tra l'aristocrazia e la borghesia,
in cui la borghesia, nel 1789, aveva trionfato. Nell'accentuare il
debito della Rivoluzione francese nei confronti del cristianesimo
Lamartine non era senza precedenti: Buchez e Roux, nella Histoire
parlementaire della Révolution francaise (1834-38), che Lamartine
aveva ampiamente consultato, sostenevano che il cristianesimo aveva
fornito un'ispirazione alla Rivoluzione, magari nel 1793 più
che nel 1789; Quinet, in una serie di lezioni tenute al Collège
de France nel 1845 e in pubblicazioni successive, affermava che la
Rivoluzione francese aveva rielaborato dottrine cristiane che la Chiesa
cattolica aveva corrotto ma che il protestantesimo aveva contribuito
a mantenere in vita; e Michelet, la cui Histoire de la Révolution
cominciò ad uscire nel 1847, dichiarava che la Rivoluzione
francese e il cristianesimo avevano in comune la preoccupazione per
l'uguaglianza e la fraternità, anche se riteneva che gli ideali
della Rivoluzione avessero reso superfluo il cristianesimo. L'interpretazione
di Lamartine accresceva il prestigio dei principî del 1789 e
ne sottolineava la forza ideale in netto contrasto con la presunta
ideologia materialistica dell'arricchirsi appoggiata dalla monarchia
di Luglio. Al tempo stesso, il suo collegamento tra ideologia rivoluzionaria
del 1789 e cristianesimo, sebbene non fosse né originale né
unico, colpì molti contemporanei per il suo carattere blasfemo.
Mentre, per Lamartine, gli ideali della Rivoluzione del 1789 erano
di ispirazione divina, l'attuazione di essi era l'opera di imperfetti
esseri umani, le cui debolezze morali e errori politici ebbero conseguenze
disastrose.
La Costituzione civile del clero (1790) preparò il seme dei
futuri conflitti impedendo una netta separazione tra Chiesa cattolica
e Stato; la Costituzione del 1791 si rivelò impraticabile poiché
manteneva la monarchia mentre la Francia aveva bisogno di una repubblica;
i Girondini, infine, avevano irresponsabilmente gettato l'Europa in
una guerra disumana che distrusse la democrazia in Francia e profanò
gli ideali della Rivoluzione agli occhi degli stranieri. Pare che
all'inizio Lamartine avesse ammirato i Girondini, ma nel corso dell'opera
il suo punto di vista divenne sempre più critico, sino a considerarli
un'oligarchia corrotta e assetata di potere che egli paragonava ai
facoltosi sostenitori del governo Guizot; i Girondini non erano degni
di attenzione se non per la grandiosità e l'eroismo della loro
morte. I sostenitori della monarchia costituzionale, come Toulongeon,
Madame de Staël, Mignet e Thiers, tendevano ad argomentare che
i Girondini erano stati costretti dalle circostanze ad accettare la
repubblica, oltre che dai propri errori e debolezze, e che in seguito
avrebbero tentato più volte di salvare la vita a Luigi XVI.
Gli ammiratori della fase giacobina della Rivoluzione, invece, condannavano
i Girondini come controrivolunari (Buchez e Roux, Tissot), o li bollavano
come repubblicani falliti (Michelet, Louis Blanc).
Sul tema della violenza politica, l'esecuzione di Luigi XVI e il Terrore,
Lamartine era in certo modo ambiguo. Egli sembra accettare la violenza
politica dei primi anni della Rivoluzione come incresciosa ma necessaria,
e perciò giustificabile. Tuttavia i massacri nelle prigioni
parigine del settembre 1792 sono da lui fermamente condannati. Mentre
le prime sollevazioni rivoluzionarie vengono descritte come movimenti
popolari spontanei, Lamartine fa uso della tesi della cospirazione
per spiegare ogni altra grande giornata rivoluzionaria a Parigi, tra
il 1792 e il 1794.
In modo particolare il settembre 1792 viene addebitato ad azioni criminali
di singoli individui più che al repubblicanesimo. Lamartine
ritiene che Luigi XVI fosse probabilmente colpevole di avere violato
fa Costituzione, ma è del parere che la nazione non aveva il
diritto di processare il re, che avrebbe dovuto essere deposto e esiliato
invece che giustiziato. Provvedimenti illiberali come le leggi contro
gli émigrés vengono giustificati da Lamartine, ma il
Terrore - sostiene - non era necessario e si poneva anzi in antitesi
con l'umanità e la libertà. Tuttavia, egli offre una
spiegazione generale delle origini del Terrore: descrive numerose
esecuzioni e massacri fin nei minimi dettagli e conclude affermando
che le vittime della Rivoluzione morirono per il futuro, poiché
il loro sangue era stato versato per la causa di verità eterne.
Molti contemporanei erano contrari al repubblicanesimo poiché
lo collegavano alla violenza politica e al Terrore; Lamartine pertanto,
giustificando la violenza politica in determinate circostanze e cercando
di dare una ragione del Terrore, assumeva una posizione notevolmente
radicale, temperata in qualche misura dalla sua condanna dell'esecuzione
di Luigi XVI e dallo sforzo di assolvere la Rivoluzione dalla responsabilità
di eccessi come quello dei massacri di settembre. In ciò si
differenziava non solo dagli storici monarchici e conservatori, ma
anche da quegli storici repubblicani che erano pronti a giustificare
il Terrore sulla scorta delle passate esperienze politiche, delle
necessità rivoluzionarie e delle circostanze estreme degli
anni 1793-94.
Il ritratto che Lamartine fa di Robespierre è un misto di elogi
e accuse. Robespierre è lodato per il suo idealismo, la sua
indipendenza politica e la sua opposizione alla politica di guerra
dei Girondini, ma Lamartine lo accusa di aver insistito sulla pena
di morte per Luigi XVI, di aver tollerato il Terrore e di essersi
preoccupato troppo della sua popolarità e della sua posizione
politica. Nel complesso però è un ritratto estremamente
favorevole. C'è una netta distinzione, ad esempio, tra Robespierre
e un personaggio come Marat, che viene dipinto come un mostro sanguinano,
e si cerca anche di dimostrare che Robespierre voleva moderare il
Terrore a partire dal giugno 1794: in generale l'ideologia giacobina
di Robespierre è trattata con una forte partecipazione. Secondo
Lamartine, Robespierre, ispirato dagli insegnamenti del cristianesimo
e dagli scritti di Rousseau, cercò di mettere in pratica i
principî di libertà, uguaglianza e fraternità
attraverso gli strumenti della democrazia politica, di una più
equa distribuzione delle ricchezze e di un sistema generale di istruzione
elementare. Tali obiettivi potevano forse essere utopici ma erano
ispirati dal più puro degli ideali. Robespierre falli non a
causa dei suoi principî ma perché era troppo preoccupato
della sua popolarità, il che lo indusse a sacrificare Danton
alla ghigliottina e persino a far di se stesso una divinità.
Per i conservatori Robespierre rimase lo spauracchio rivoluzionario
per eccellenza, l'artefice del Terrore e il tiranno del Comitato di
salute pubblica, ma, nel 1847, un'interpretazione di Robespierre simile
a quella di Lamartine era già stata avanzata da Buchez e Roux,
da Tissot, Cabet, Louis Blanc e Alphonse Esquiros.
Dopo essere stati pubblicati tra il 18 marzo e il 7 giugno 1847 gli
Otto volumi della Histoire des Girondins divennero immediatamente
un bestseller, Lamartine aveva fatto uso delle tecniche letterarie
romantiche arricchendo di una gran quantità di vividi dettagli
personaggi come Maria Antonietta e Carlotta Corday, concentrando l'attenzione
sugli episodi più drammatici della sua storia, e scrivendo
in uno stile calcolato per ottenere il massimo impatto emotivo sui
suoi lettori. Inoltre aveva deliberatamente avanzato interpretazioni
controverse e si era assicurato una grande pubblicità attraverso
grandi inserzioni sui giornali e ampi estratti in anteprima che dovevano
essere pubblicati sui più importanti quotidiani parigini. Altri
fattori contribuirono poi a creare nell'opinione pubblica un clima
favorevole alla vendita della Histoire des Girondins: l'impopolarità
di Guizot, la simultanea pubblicazione delle storie della Rivoluzione
francese di Louis Blanc e Michelet, una serie di scandali che coinvolsero
esponenti dell'élite orleanista, e infine l'ampio movimento
per riformare la Costituzione noto come "campagna dei banchetti
riformisti".
La "campagna dei banchetti riformisti" provocò una
crisi politica che portò al rovesciamento di Luigi Filippo
e della monarchia di Luglio con la Rivoluzione del febbraio 1848.
Nel governo provvisorio che assunse in seguito il potere Lamartine
occupò una posizione di primo piano. Deciso a mettere in pratica
i principî umanitari e liberali del 1789 e ad evitare che si
ripetessero il Terrore e la dittatura giacobina, egli appoggiò
misure quali l'abolizione della pena capitale per reati politici,
la proibizione della schiavitù nelle colonie e nei domini francesi
d'oltremare, e la rapida convocazione di un parlamento nazionale eletto
per suffragio maschile. Tuttavia l'insuccesso nel risolvere il problema
della disoccupazione a Parigi e l'elezione di un parlamento dominato
dai conservatori portò allo scoppio di una insurrezione dei
lavoratori parigini il 24 giugno 1848. Quel giorno Lamartine e i suoi
colleghi di governo si dimisero e da quel momento il suo ruolo nella
politica francese si ridimensionò. Desideroso di difendere
la sua esperienza politica oltre che di ristabilire le proprie finanze,
egli scrisse una Histoire de la Révolution de 1848 (1849) in
due volumi e numerose altre pubblicazioni tra cui l'Histoire des Constituants,
che comparve nella sua forma definitiva in quattro volumi nel 1855.
Quest'ultima opera inizia con l'apertura degli Stati generali nel
maggio 1789 e termina con la morte e i funerali di Mirabeau nell'aprile
1791. Come nell'Histoire des Girondins, lo scoppio della Rivoluzione
francese è spiegato sulla base delle idee e dell'influenza
dell'illuminismo, mentre i problemi politici e finanziari della Corona
sono considerati di minima importanza e non vi è alcuna vera
e propria discussione dei fattori economici. La nazione francese che
visse il 14 luglio 1789 è rappresentata come unita nello stesso
fervore rivoluzionario, ma in seguito - sostiene Lamartine - il movimento
rivoluzionario cessò di essere il rappresentante unanime e
spontaneo della volontà popolare e divenne invece il risultato
della cospirazione e della sedizione, man mano che la direzione del
movimento passava dai philosophes ai capi delle fazioni. Nella Histoire
des Girondins Lamartine era pronto a giustificare l'assalto al Palazzo
delle Tuileries (10 agosto 1792) e persino l'espulsione dei Girondini
dalla Convenzione (31 maggio - 2 giugno 1793), ma l'Histoire des Constìtuants
non approva più nessuna violenza popolare dopo il 14 luglio
1789, cosicché, per esempio, giudica criticamente sia la "grande
paura" del 1789 che le Giornate d'ottobre. Ugualmente, mentre
nella prima opera è Robespierre, il repubblicano incorruttibile,
la figura di spicco, nella seconda questa parte è assegnata
a Mirabeau, difensore della monarchia costituzionale. Tuttavia per
Lamartine neppure Mirabeau, come Robespierre, riuscì a conseguire
il successo politico a causa dei suoi errori e dei suoi difetti. Lamartine
elogia molti dei risultati raggiunti dall'Assemblea costituente; in
modo particolare il trasferimento della sovranità dal re al
popolo, la fine dei privilegi aristocratici, la restituzione allo
Stato delle proprietà ecclesiastiche, la riorganizzazione del
sistema giudiziario ed amministrativo, l'instaurazione della libertà
di parola e di stampa e l'apertura delle carriere pubbliche ai giovani
talenti.
Accusa però l'Assemblea costituente di aver commesso tre errori
disastrosi: la creazione di una Chiesa di Stato istituzionale, l'incorporazione
della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino nella Costituzione
del 1791 e il mantenimento della monarchia. Così, pur conservando
la sua fiducia nella Rivoluzione del 1789 e la sua fedeltà
al repubblicanesimo, Lamartine aveva evidentemente perso la sua relativa
ammirazione per la fase radicale della Rivoluzione ed era diventato
molto più critico della violenza popolare. Ciò rifletteva
chiaramente la sua reazione agli eventi del 1848 in Francia e la sua
recente decisione di distanziarsi dal repubblicanesimo di sinistra.
Anche se la Histoire des Girondins, in particolare, attirò
immediatamente un enorme interesse e conseguì vendite spettacolari,
la reputazione di Lamartine come storico della Rivoluzione francese
non ha superato l'esame del tempo. Gli storici accademici diffidano
della sua imprecisa preparazione e del suo atteggiamento romantico,
mentre la sua consistente galleria di eroi politici minati da difetti
e la sua abitudine a pronunciare giudizi politici circostanziati non
gli hanno guadagnato un seguito di rilievo. Ciononostante, Lamartine
rese un importante servigio a molti suoi contemporanei restituendo
vitalità alla storia della Rivoluzione francese e rammentando
loro una cosa molto importante: che nella storia delle rivoluzioni
raramente è dato trovare eroi senza difetti, e raramente i
giudizi politici assoluti rispecchiano fedelmente la realtà.