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Debolezza italiana
Accolite di mercenari disgregati, coacervi di effettivi instabili e non
devoti agli Stati cui prestano il loro servizio, ancor meno entusiasti
nel combattimento a causa del gioco complicato della politica e della
diplomazia italiane che li sballottano da una lega all'altra nell'ambito
dell'incessante rimescolamento d'alleati e di nemici, niente affatto propizi
agli odi accaniti, inoltre mal dotati di fanteria ed artiglieria, questi
eserciti della fine del XV secolo non possono che opporre debole resistenza
alle armate moralmente e tecnicamente più preparate che s'accingono a
fare della penisola il campo di battaglia d'Europa. Carlo VIII, per primo
- in viaggio verso Napoli che rivendica in virtù della parentela con i
Valois e gli Angiò, precedenti sovrani del reame - può, conforme all'espressione
resa celebre dal Machiavelli, «pigliare la Italia col gesso». Alla fine
d'un'autentica passeggiata militare di sei mesi, punteggiata di tappe
a Milano, Firenze e Roma, le truppe francesi entrano nel febbraio 1495
senza colpo ferire in Napoli, abbandonata dal sovrano in fuga. Ed anche
quando la coalizione generale degli Stati italiani, Spagna e Impero lo
costringeranno a lasciare la presa e ritornare in Francia, Carlo VIII
supererà senza eccessiva difficoltà lo sbarramento di truppe italiane
ammassate a Fornovo per impedirgli la ritirata (luglio 1495). Avranno
un bel cantare vittoria nella penisola ed acclamare il marchese di Mantova,
comandante in capo della coalizione, quale liberatore di tutta l'Italia;
in realtà gli Italiani vengono meno al loro obiettivo, che era di inibire
il passaggio ai Francesi. Fornovo sarà giustamente giudicata dal Machiavelli
quale primo di una serie di fallimenti che durante i successivi decenni
stigmatizzano lo sfacelo politico-militare italiano e mettono la penisola
in balìa delle potenze straniere. Il collasso non è così brutale come
lo fanno ritenere le pagine appassionate di un Machiavelli o di un Guicciardini.
Gli Stati della Chiesa, durante il pontificato dei Borgia ed ancor più
sotto quello bellicoso di Giulio II, conserveranno a lungo un esercito
temibile. Venezia, soprattutto, che annovera più di quarantamila uomini
in armi, dei quali circa i due terzi sono fanti, rappresenta una potenza
militare che Francesi e Spagnoli son lungi dal sottovalutare, anche perché,
grazie al suo arsenale fra i principali dell'epoca, essa possiede un'artiglieria
allarmante. Tuttavia il fatto nuovo e irreversibile che si verifica dopo
il 1494 è la presenza costante, incrementantesi e finalmente determinante
delle grandi potenze finitime (Francia, Spagna e Impero) in tutti i conflitti
della penisola. Nel 1499 Luigi XII, succeduto nell'anno precedente a Carlo
VIII sul trono di Francia, ritorna nel Milanese grazie alla complicità
interessata di Venezia e spodesta Ludovico il Moro. È con l'aiuto delle
truppe francesi che, nello stesso tempo, Cesare Borgia si lancia alla
conquista delle signorie dell'Italia centrale. Nel 1501 Luigi XII aggiunge
a quella del Milanese la conquista del regno di Napoli, donde verrà cacciato
nel 1503 dagli Spagnoli; ma il trattato di Lione, nell'anno 1504, consacrerà
la divisione dell'Italia in due zone d'influenza, spagnola al sud e francese
al nord. Più tardi, incitati dal papa Giulio II, Francia, Spagna e Impero
prendono parte in modo preponderante alla guerra contro Venezia (1509).
In seguito la Lega Santa, che scaccerà provvisoriamente i francesi dal
Milanese dopo la battaglia di Ravenna (1512), raggruppa ancora una volta
meno Italiani (la Chiesa e Venezia) che stranieri (Spagna, Svizzera, Inghilterra).
Nello stesso anno è un esercito spagnolo che riconduce i Medici a Firenze.
Nel 1515, dopo la vittoria francese di Marignano, Francia e Spagna si
trovano nuovamente di fronte, e il trattato di Noyon conferma ancor più
la divisione dell'Italia in due zone d'influenza. Questo equilibrio di
forze straniere nella penisola sarà ancora spezzato dopo l'avvento di
Carlo V a capo dell'Impero (1519), e Francesi e Imperiali riprenderanno
le ostilità nel Milanese. Successivamente, dopo Pavia (1525), il Sacco
di Roma (1527) e l'assedio di Firenze (1529-30), gli Imperiali esercitano
sull'Italia un'egemonia che le guerre franco-imperiali dei posteriori
decenni lasceranno invariata, e verrà definitivamente sancita mediante
il trattato di Cateau-Cambrésis del 1559.
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Declino progressivo degli Stati italiani
La partecipazione degli Stati italiani a tutti questi conflitti, di cui
la penisola è la posta, continua a diminuire. Il regno di Napoli, il ducato
di Milano e Genova diventano l'uno dopo l'altro fortificazioni straniere.
Qualche Stato minore, come la piccola repubblica di Lucca, tenta con maggiore
o minore successo di mantenere una prudente neutralità. Soltanto qualche
grande Stato sopravvissuto si sforza di conservare la propria indipendenza,
proseguendo assieme ai nuovi alleati europei la tradizionale politica
di destreggiamento. Venezia, dopo la sconfitta del 1509, che pone definitivamente
termine alle sue antiche ambizioni egemoniche continentali, ripiega su
una politica difensiva e cerca le alleanze più adatte alla salvaguardia
della propria integrità territoriale: le pretese francesi la spingono
inizialmente verso la Lega Santa (1511), poi l'accrescersi del pericolo
imperiale la riporta per circa dodici anni, a partire dal 1515, nell'orbita
di Francesco I, ma il fallimento della Lega di Cognac (1526) l'obbligherà
a rappacificarsi con l'imperatore e a sottoscrivere con lui un compromesso
che presenta bene o male la propria indipendenza a prezzo della rinuncia
a qualsiasi intervento negli affari della penisola. La Chiesa, più d'ogni
altro Stato, durante il primo quarto del XVI secolo, sembra conservare
ancora un importante posto nei destini dell'Italia, ma il Sacco di Roma
del 1527 la getta a sua volta praticamente sotto l'arbitrio di Carlo V.
Con Roma, Firenze, le cui sorti sono legate a quelle dei papi Medici in
seguito al rovesciamento della repubblica filofrancese operato dagli Spagnoli
nel 1512, oscillerà nell'orbita imperiale, dopo la nuova breve parentesi
repubblicana degli anni 1527-1530. Insomma gli imbrogli politico-diplomatici,
le leghe e i rovesciamenti d'alleanze, che perseverano fino al 1530 circa,
possono illudere che tutto continui come prima e le potenze europee si
sono soltanto sostituite ad altri alleati nel secolare gioco della politica
italiana, ma la sempre più schiacciante preponderanza degli eserciti stranieri
indica sufficientemente a chi ormai giova simile gioco. Dai primi anni
del secolo, e comunque dopo la disfatta veneziana del 1509, le armate
degli Stati italiani figurano soltanto quale forza sussidiaria a vantaggio
dell'una o l'altra delle grandi potenze che si disputano l'egemonia nella
penisola. In assenza del principe unificatore sognato dal Machiavelli,
non soltanto non può esistere un esercito italiano ma neppure delle armate
autonome, proprio allorché, probabilmente, i soldati italiani sono più
numerosi di quanto mai lo siano stati. Infatti ce ne sono dovunque e d'ogni
grado, nelle truppe degli Stati italiani come in quelle di Francesco I
e di Carlo V, sì che ogni battaglia risulta in larga misura un combattimento
fratricida; come nel secolo precedente, ma con la differenza che l'entrata
in lizza dei paesi stranieri ha reso i combattimenti più accaniti e sanguinosi
delle tenzoni poco micidiali disputate prima del 1494. Non è raro che
persone dello stesso paese, amici o parenti, si trovino nell'uno e nell'altro
degli eserciti antagonisti; e la vita del tempo formicola di situazioni
assurde, eccitatrici di ilarità se non testimoniassero dolorosamente la
disgregazione generale che corrompe l'Italia. La secolare rivalità delle
due maggiori famiglie romane, Colonna e Orsini, induce questi ultimi a
militare nell'esercito francese, mentre i Colonna forniscono alla Spagna
e poi all'Impero alcuni dei loro migliori capitani. Si può immaginare
in quale delicata situazione si trovino i papi, costretti a reclutare
altrove condottieri e soldati, mentre i propri sudditi combattono a favore
di potenze straniere, alcune delle quali in stato di belligeranza con
la Chiesa. E se molte donne attendono passivamente che i propri mariti
o familiari fra loro nemici cessino di dilaniarsi, altre non si peritano
d'intervenire. Così nel 1512, mentre Francesco Gonzaga, marchese di Mantova,
si trova alla testa di truppe pontificie assoldate nella Lega Santa contro
la Francia e il suo alleato duca di Ferrara, Isabella d'Este, marchesa
di Mantova e sorella del principe di Ferrara, ordina di lasciar transitare
nel territorio di Mantova le truppe francesi (nemiche di suo marito) che
accorrono in soccorso del proprio fratello. La solidarietà verso la propria
famiglia originaria prevale sui suoi doveri di consorte! Assai più tardi,
durante il Sacco di Roma, Isabella, che in quel momento soggiorna nella
città, si troverà nuovamente in una situazione delicata. Sentendosi al
sicuro nel palazzo dei Colonna (notoriamente filoimperiali), ove si è
stabilita mentre il proprio figlio Ferrante Gonzaga fa parte dei capitani
dell'esercito assalitore, accoglie una gran folla di dame, ambasciatori,
preti, mercanti in cerca di rifugio dalle soldatesche che saccheggiano
Roma. Ma gli imperiali, senza alcun riguardo verso alleati e nemici, esigono
un riscatto; perciò la marchesa deve interporsi fra i vincitori e i suoi
protetti negoziando il «riscatto» di questi ultimi all'astronomica
somma di 52.000 ducati, dei quali 10.000, a detta del Guicciardini, passeranno
nelle casse di suo figlio. Dal fatto al sospetto d'aver accordato a quegli
infelici ospiti un asilo non disinteressato corre soltanto un passo, che
molti contemporanei non hanno esitato a compiere; senza dubbio a torto
poiché simile accusa mal s'attaglia alla statura morale della celebre
marchesa, la cui disgrazia costituisce l'emblematica conseguenza dello
sconvolgimento generale italiano.
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L'arte militare nel Machiavelli
Machiavelli non è soltanto uno degli uomini che hanno diagnosticato con
maggiore acume le cause della decadenza militare italiana, ha pure, limitatamente
alle sue possibilità, tentato ostinatamente di recarvi rimedio. Conscio
della preponderante responsabilità imputabile al colpevole disinteresse
dei principi italiani del XV secolo verso i problemi militari, ha preposto
nel suo trattato, dedicato al giovane Lorenzo de' Medici, un modello di
principe condottiero che non «debbe pertanto mai levare el pensiero
da questo esercizio della guerra, e nella pace vi si debbe più esercitare
che nella guerra»; un principe capace di raddrizzare l'Italia avvilita
e liberarla dai barbari. Secondo la sua abitudine di paragonare le storie
antiche con l'«esperienza delle cose moderne», il Machiavelli
si è inoltre preoccupato, anzitutto ne Il principe e con maggior
concretezza nel trattato dell'Arte della guerra, di definire una tattica
utile a contrastare sia la temibile cavalleria francese che le terribili
fanterie svizzera e spagnola. A suo giudizio infatti le battaglie dell'epoca
impongono una triplice constatazione: la cavalleria francese è avversata
dai quadrati di picche della fanteria svizzera (e di quella germanica
mutuante la tattica svizzera), ma la pesante fanteria svizzera è a sua
volta inferiore agli agili fanti spagnoli, armati di rotelle, corte lance
e spade, che s'insinuano fra le numerosissime picche, inutili nel combattimento
corpo a corpo; ma questa agilità che consente alla fanteria spagnola di
prevalere sulla svizzera, diventa irrimediabilmente svantaggiosa a cospetto
della potente cavalleria francese, della quale non riesce a sopportare
l'urto. Sulla scorta di questo triplice postulato, occorre trovare un
altro tipo di fanteria accumulante i vantaggi di quella svizzera e di
quella spagnola senza trarne danno: una fanteria «la quale resista
a' cavalli e non abbia paura de' fanti: il che farà la generazione delle
armi e la variazione delli ordini». Illustrando questi precetti
generali nella sua Arte della guerra, il Machiavelli suggerisce la seguente
ripartizione di un esercito di seimila fanti: mille soldati armati di
schioppetti; duemila armati come i germanici di picche, con l'incarico
specifico di far fronte alla cavalleria nemica; infine tremila armati
alla romana di scudi e spade con il compito di «fare spalle alle
picche per vincere la giornata». Circa la distribuzione ideale di
questa fanteria, a suo giudizio capace di superare ogni altra della sua
epoca, egli attinge l'idea da una celebre pagina dell'VIII libro della
Storia romana ove Tito Livio descrive la composizione e le manovre dell'esercito
romano durante la guerra contro i Latini del 338 a.C.. Ogni legione romana,
ricorda il Machiavelli, era distribuita su tre file: davanti c'erano gli
hastati, quindi i principes e infine i triarii. Inoltre
da un lato e dall'altro della prima fila erano collocati i veliti,
dotati di armi leggere, e i cavalieri che occupavano le estreme ali. I
primi ad ingaggiare battaglia erano i veliti, che allo scopo si
trasferivano davanti alla prima linea e, concluso il loro compito, si
ritiravano rapidamente usufruendo dei due passaggi lasciati sgomberi fra
il grosso della truppa e i cavalieri delle due ali. Soltanto allora gli
hastati della prima fila si lanciavano alla carica e, se avevano
la peggio, ripiegavano negli spazi lasciati liberi a tale scopo fra i
principes, formando con questi una seconda linea d'assalto. Se
la seconda fila così combinata cedeva a sua volta davanti al nemico, aveva
ancora la possibilità di ripiegare negli spazi predisposti onde accoglierli
fra i ranghi dei triarii, veterani agguerriti che trascinavano
la linea compatta formatasi attorno ad essi nell'ultimo assalto. Ciò che
convince il Machiavelli di questa disposizione e tattica romana è la possibilità
d'attuare una battaglia tre volte rinnovata, costringendo il nemico a
un'improbabile triplice vittoria, e la regola d'oro che gli sembrava derivarne:
moltiplicare le occasioni di vittoria tramite l'allineamento delle truppe
in modo da consentire loro assalti successivi. Così come la legione romana
si suddivideva in dieci coorti, il battaglione di seimila uomini, unità
di base dell'esercito machiavellico, è spartito in dieci più piccole unità
dette battaglie. La struttura di ogni battaglia, forte di quattrocentocinquanta
uomini, può variare, ma la più efficace, a giudizio del Machiavelli, comporta
cinque file di venti armati di picche, quindici formate da venti scudati
forniti di spada e scudo, e cinquanta veliti armati alla leggera
e distribuiti lungo i fianchi e a tergo. Le dieci battaglie sono ripartite
a loro volta in tre schiere: cinque in prima linea, tre nella seconda
e due nella terza. I quattromilacinquecento uomini in tal modo distribuiti
sono protetti ai fianchi da picchieri straordinari, a loro volta spalleggiati
da cinquecento «veliti straordinari». Questi ultimi millecinquecento
uomini mobili possono essere dislocati in modo diverso a seconda del numero
dei battaglioni simultaneamente ingaggiati nella battaglia: per esempio
su un solo lato, allorché due battaglioni combattono affiancati. La fanteria
così organizzata rappresenta «il nerbo e la forza dell'armata»
machiavellica. La cavalleria e l'artiglieria invece, senza essere trascurate,
non svolgono che un compito modesto: centocinquanta cavalieri armati di
lancia e centocinquanta leggeri soltanto verrebbero aggiunti ad ogni battaglione
di seimila uomini. Circa l'artiglieria, dieci cannoni pesanti bastano
ad un esercito per assediare una città, ed un numero indefinito ma non
eccessivo di pezzi leggeri da collocare davanti all'armata, oppure sui
fianchi, se il terreno offre luoghi sicuri per ripararli dagli assalti
nemici. L'attacco prototipo si svolge nell'ordine seguente: anzitutto
una scarica d'artiglieria, quindi un assalto congiunto di cavalleria leggera
e veliti straordinari, destinato a neutralizzare l'artiglieria
nemica; poi, mentre cavalieri e veliti straordinari si ritirano
lungo i fianchi, attaccano le battaglie della prima linea, affiancate
dai loro veliti armati d'archibugio; dopo il primo impatto, allorché
il groviglio del combattimento rende inutili le picche, i picchieri ripiegano
lentamente fra gli scudati, che aggrediscono il nemico con la spada. Se
questo assalto viene respinto, la prima fila, come accadeva nelle legioni
romane, ripiega negli spazi della seconda e intraprende con essa un secondo
attacco. Infine le prime due file ripiegate fra la terza possono, se necessario,
formare un ultimo fronte compatto contro il nemico.
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Critiche all'«arte»
Non sono mancate critiche alla dotta «arte militare» architettata
dal Machiavelli. Gli specialisti si sono spesso beffati della precisione
e dell'eccessiva complicazione delle manovre immaginate dall'autore de
Il principe sulle scorte d'una poco attendibile pagina di Tito
Livio, ove lo storico presentava quale tattica normalmente impiegata dai
Romani ciò che era forse soltanto un'esercitazione di piazza d'armi praticamente
irrealizzabile in una battaglia. A proposito, si è spesso rispiattellato
il celebre aneddoto di Matteo Bandello, narrante come il Machiavelli,
in un giorno dell'estate 1526, aveva malauguratamente tentato di tradurre
in pratica le proprie teorie. Il novelliere scrive al condottiero Giovanni
dalle Bande Nere: «Egli vi deveria sovvenir di quel giorno quando
il nostro ingegnoso messer Niccolò Machiavelli sotto Milano volle far
quell'ordinanza di fanti di cui egli molto innanzi nel suo libro de l'arte
militare diffusamente aveva trattato [...] Messer Niccolò quel dì ci tenne
al sole più di due ore a bada per ordinar tre mila fanti secondo quell'ordine
che aveva scritto [...] Ora veggendo voi che messer Niccolò non era per
fornirla così tosto, mi diceste: - Bandello, io vo' cavar tutti noi di
fastidio e che andiamo a desinare. - E detto alora al Machiavelli che
si ritirasse e lasciasse far a voi, in un batter d'occhio con l'aita dei
tamburini ordinaste quella gente in vari modi e forme con ammirazione
grandissima di chi vi si ritrovò». È stato inoltre rimproverato
spesso al Machiavelli di non aver attribuito sufficiente importanza alle
armi da fuoco, e specialmente all'artiglieria, senza considerare che queste
armi non sostituiscono le altre nelle battaglie se non durante gli anni
che seguono la redazione dell'Arte della guerra (1520). Se nella battaglia
di Ravenna del 1512 lo spostamento laterale dei cannoni del duca di Ferrara
consente di prendere il nemico sotto un tiro incrociato di grande efficacia
tattica, tale manovra rimane assolutamente eccezionale e ancora per lungo
tempo i pezzi d'artiglieria leggera non serviranno, esattamente come nelle
battaglie immaginate dal Machiavelli, che a una prima salva poco micidiale.
In quanto alle armi da fuoco individuali che, nell'Arte della guerra,
sono alternate alle balestre quale corredo di qualche centinaio di veliti
e qualche decina di cavalieri leggeri, esse non s'impongono che assai
lentamente a partire dal 1520. Invero, anche astenendosi dal partecipare
ai rimproveri ingiustificati, è ugualmente palese che la lezione di tattica
offerta dal Machiavelli nelle sue opere appare piuttosto una geniale quanto
astratta costruzione della mente che insegnamento applicabile nella pratica
della guerra. V'è tuttavia un settore ove egli ha potuto offrire l'avvio
alla realizzazione delle sue teorie, quello del reclutamento.
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Il reclutamento delle milizie fiorentine
Allorché il Machiavelli scongiura principi e repubbliche d'evitare sia
l'impiego di truppe mercenarie che il pernicioso ricorso ad eserciti alleati
onde conservare la propria indipendenza, e raccomanda loro insistentemente
di organizzare un'armata reclutata esclusivamente fra i propri sudditi,
si riferisce all'esperienza, essendo stato incaricato, a partire dal 1506,
dell'arruolamento d'una milizia fiorentina. Indubbiamente l'idea non è
nuova in quell'epoca, neppure a Firenze dove un partigiano del Savonarola
aveva, già alla fine del XV secolo, proposto di creare un esercito formato
da campagnoli e cittadini. Inoltre i Fiorentini, in occasione della guerra
di Pisa del 1499, e Cesare Borgia sul territorio sottomesso alla sua autorità
nel 1501, avevano arruolato contadini. Tuttavia quegli uomini erano stati
non tanto autentici combattenti quanto zappatori armati di pale e zappe,
incaricati tutt'al più di fare la guardia a qualche villaggio o postazione
alle spalle delle linee. La novità della riforma cui è legato il nome
del Machiavelli consiste invece nel reclutamento non più di qualche reparto
soltanto, bensì di una milizia nazionale permanente d'autentici combattenti.
All'inizio del 1506 lo stesso Machiavelli è incaricato d'arruolare contadini
della campagna fiorentina e, durante lo stesso anno, è invitato a redigere
molti decreti fra cui quello ufficiale che promulgava la creazione d'una
fanteria d'almeno diecimila uomini scelti fra i contadini del territorio
fra 15 e 50 anni d'età. Sono previste esercitazioni nei giorni festivi,
una rassegna pressappoco ogni mese in ciascun distretto e, due volte all'anno,
rassegne più importanti. Se i sottufficiali subalterni sono reclutati
fra i soldati del luogo, i conestabili invece non devono mai essere compatrioti
dei loro uomini e cambiano destinazione ogni anno, onde evitare che abbiano
ad acquistare troppo ascendente sulle loro truppe col pericolo di diventare
nocivi all'ordine costituito. Analoghe disposizioni verranno assunte sei
anni dopo, nella primavera del 1512, quando sarà anche deciso di arruolare
un corpo di cavalleria dotato di cinquecento uomini; con la differenza
che la legge del 1512 prevede la possibilità d'ingaggiare condottieri
stranieri quali capi degli squadroni, mentre i conestabili della fanteria
devono essere assolutamente sudditi fiorentini. La pietosa fuga di queste
milizie davanti agli Spagnoli nell'estate del 1512, e la caduta della
repubblica che ne segue, gettano discredito su un metodo di reclutamento
che già annoverava molti avversari. Alcuni denunciano da questo momento
alcune gravi tare della milizia machiavellica: anzitutto l'assenza di
professionalità dei soldati domenicali di cui è composta, e ancora la
mancanza d'entusiasmo causa l'arruolamento forzato. Il Machiavelli, nei
suoi scritti posteriori al 1512 (Il principe, Discorsi sulla
prima deca di Tito Livio, L'arte della guerra, Le brevi proposte circa
il modo di ricostituire la milizia fiorentina, redatte verso il 1522 in
onore del cardinale de' Medici), rimane tuttavia fermo nelle sue convinzioni
anti-mercenarie, persuaso che le cause della disfatta delle sue milizie
non debbano ricercarsi nell'inesperienza o nella deficienza di combattività
bensì nell'insufficienza di cultura militare loro inculcata. Tuttavia,
malgrado sia cosciente dell'importanza del morale delle truppe in una
battaglia ed insista sulle caratteristiche di trascinatori d'uomini che
devono possedere i sottufficiali, nonché sul ruolo benefico che devono
svolgere la religione e i giuramenti individuali sopra il Vangelo durante
la preparazione etica dei soldati, il Machiavelli elude l'autentico problema
proposto dal reclutamento, vantando un poco convincente compromesso, a
metà strada fra l'arruolamento volontario e quello obbligatorio, fondato
sul rispetto che il sovrano ispira al soldato. Qui risiede senza dubbio
il punto debole della sua dottrina e della pratica che suggerisce. Gli
si rimprovererà, molti secoli dopo la sua morte e alquanto anacronisticamente,
d'aver adottato un sistema di reclutamento discriminatorio, consacrando
di fatto la separazione fra la borghesia fiorentina, nella quale sono
scelti i cavalieri, e i contadini fanti. Tuttavia il fatto più grave non
consiste in questa selezione mutuata dagli antichi Romani che confidavano
nella resistenza dei contadini per formare la fanteria e reclutavano la
cavalleria fra i cittadini abbastanza ricchi da potersi pagare cavallo
ed equipaggiamento, bensì nell'arruolamento (forzato, checché ne dica
il Machiavelli) dei contadini in sé, ossia di gente che, nella realtà
del tempo e in Italia più che altrove, formava la categoria degli emarginati
dalla vita politica e sociale. Come si può chiedere a degli oppressi di
arrischiare la vita per una patria che ignorano, in nome d'un bene collettivo
al quale sono completamente estranei? La soluzione preconizzata dal Machiavelli
per salvare la penisola non sarà valida che molti secoli più tardi, in
paesi ove il popolo avrà, o crederà d'avere, motivi per combattere. Essa
è prematura nell'Italia del Rinascimento, condannata dalle sue divisioni
politiche più che dalla debolezza delle armi a soccombere agli eserciti
«barbari» che si affrontano sul suo suolo.
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