Georges Lefebvre
Quando gli accadde di pronunciarsi sinteticamente sul significato
complessivo della Rivoluzione francese, nonché sul ruolo svolto
all'interno di essa da talune figure-chiave, Georges Lefebvre (1874-1959)
non mancò di indulgere a formule semplificatorie. Scrisse,
per esempio, che "la Rivoluzione non è altro che il coronamento
di una lunga evoluzione economica e sociale che ha fatto della borghesia
la padrona del mondo"; scrisse anche che mediante l'abolizione
del feudalesimo effettuato dalla borghesia la Rivoluzione "sgombrò
il campo al capitalismo"; di Robespierre parlò, in un
discorso tenuto ad Arras nel 1933, come di un " apostolo della
democrazia sociale", in ciò allineandosi alle posizioni
di un filorobespierrista intransigente come Albert Mathiez. Queste
convinzioni Lefebvre le ribadì in più circostanze. Polemizzando
nel 1956 con Alfred Cobban, rivendicò il carattere borghese-capitalistico
della Rivoluzione, e nel 1958 (un anno prima della morte) esaltò
in Robespierre "l'intrepido difensore della Rivoluzione del 1789
che distrusse in Francia il dornnio dell'aristocrazia, l'irremovibile
e incorruttibile capo della Resistenza rivoluzionaria", Aggiungiamo
che alla Rivoluzione guardò sempre con reverenza ed ammirazione,
sottolineandone i valori di libertà e di eguaglianza (soprattutto
di eguaglianza) nel quadro di un fervido patriottismo repubblicano
riconducibile agli ideali dei primi decenni della Terza Repubblica.
Grazie alle convinzioni cui abbiamo accennato, Lefebvre da un lato
si inseriva nel filone politico-storiografico che potremmo chiamare
democratico-socialista, dall'altro, ricollegandosi in particolare
al Jaurès dell'Histoire socialiste de la Revolution francaise
(1901-904), evidenziava l'aspetto borghese-capitalistico della Rivoluzione
e fissava così il quadro di riferimento di quella che soprattutto
nel secondo dopoguerra si sarebbe configurata come l'interpretazione
marxista della Rivoluzione francese. Interpretazione, per la verità,
che più correttamente dovremmo definire marxista-giacobina,
dato il forte accento posto sulla dittatura giacobina dell'anno il
in base ad un orientamento che, ben al di là degli addetti
ai lavori storiografici, e col proposito di attualizzare il passato
in funzione democratico-antifascista, aveva trovato un appassionato
banditore, a partire dal 1934-35 (il 1935 è l'anno della svolta
dell'Internazionale comunista a favore della politica di fronte popolare),
in primo luogo nel Partito comunista francese. In primo luogo, abbiamo
detto, non esclusivamente; e in Lefebvre, che rimase sempre un socialista
e non aderì mai al Pcf (al quale, peraltro, nel secondo dopoguerra
si avvicinò notevolmente), esistono tracce dell' atmosfera
della seconda metà degli anni trenta. "Sanculotti e Giacobini
- scrisse in La Revolution francaise del 1951 - formavano quel che
oggi chiameremmo un "fronte popolare"". Né si
può dimenticare il vibrante appello lanciato alla "gioventù
del 1939" perché difendesse la libertà e la dignità
dell'uomo ispirandosi alla Dichiarazione dei diritti del 1789, "tradizione
gloriosa" attraverso la quale parlavano con loro "che avevano
combattuto a Valmy, a Jemappes, a Fleurus, al grido di Viva la Nazione".
Questo appello aveva come bersaglio polemico il nazismo e il fascismo,
e chiudeva con nobile enfasi un libro di altissimo valore storiografico,
Quatre-vingt-neuf (nella traduzione italiana l'appello di cui s'è
detto non figura), scritto in occasione del 1500 anniversario della
Rivoluzione francese e in seguito mandato al macero dal governo di
Vichy. Ricordiamo inoltre che Richard Cobb riferisce di aver assistito
nel 1937 alle lezioni sul governo rivoluzionario che Lefebvre teneva,
"in una Sorbona sovraffollata e delirante per l'entusiasmo"
ad un pubblico "prevalentemente front populaire ".
Se ci fermassimo a questo punto, non renderemmo davvero giustizia
all'opera storiografica di Lefebvre. Per coglierne la grandezza, infatti,
bisogna andare oltre le formule, le definizioni, gli slanci oratori
(peraltro molto rari), e addentrarci nelle pagine di libri e saggi
che testimoniano di un non mai sopito assillo problematico, di una
straordinaria ampiezza di prospettive, di una multiforme ricchezza
non solo di risultati, ma anche di indicazioni e spunti ancora oggi
preziosi. Ecco allora che la Rivoluzione borghese-capitalistica perde
la sua solenne monoliticità per far posto a " un fatto
complesso": "non c'è una sola rivoluzione, ce ne
sono parecchie". Parecchi i soggetti sociali che condussero ognuno
la propria rivoluzione (e Lefebvre sottolineò in particolare
l'autonomia della "rivoluzione contadina"); diverse le fasi
del processo rivoluzionario; succedersi, nel 1789, di tre distinte
rivoluzioni (borghese, popolare, contadina), precedute, nel 1787-88,
dalla "rivoluzione aristocratica" (quella guidata dai parlamenti)
sulla cui importanza nell'avviare la dinamica rivoluzionaria Lefebvre
non si stancò mai di insistere. Delle origini della Rivoluzione
propose un'interpretazione multicausale che è agli antipodi
dello schematismo in chiave di inevitabile trionfo della borghesia.
Deciso il rifiuto di ragionare in termini di fatalità:
"L'ascesa d'una classe rivoluzionaria non è necessariamente
l'unica causa del suo trionfo, né èfa~Le che questo
trionfo si abbia, o comunque, che assuma una forma violenta"
(La Révolution francaise et les paysans, 1933). Capitalismo?
Ma la Francia dell'89 che Lefebvre di fatto presentava era un paese
di piccola produzione in cui "l'industria rimaneva in sottordine",
e in cui i diversi gruppi che componevano un'eterogenea borghesia
avevano ben poco di capitalistico; né la situazione era molto
cambiata alla fine del decennio rivoluzionario. Relativamente a Robespierre,
è innegabile che Lefebvre ne fu sempre un ammiratore, tanto
da tenerne nel suo studio un piccolo busto. Ma egli fece molto, con
rigore d'indagine ed equilibrio di giudizio, per ridimensionare la
visione agiografica che dell'Incorruttibile aveva avuto Mathiez; né
egli passò sotto silenzio i limiti della politica sociale di
colui che aveva definito nel citato discorso del 1933 "apostolo
della democrazia sociale". Del governo dittatoriale dell'anno
il sottolineò lo sforzo gigantesco per respingere l'invasore
e domare la controrivoluzione interna. Sempre lo considerò
una soluzione transitoria alla quale - in una forma o nell'altra -
ricorrono gli Stati quando si sentono in pericolo, un temporaneo e
necessario sacrificio della libertà per "assicurare la
salvezza della comunità". Non si trattava, ai suoi occhi,
di un modello di cui auspicare l'applicazione; anzi, in una conferenza
del '39 deplorò che "certi governi autoritari" impiegassero
non un "espediente temporaneo", bensì "un sistema
permanente d'assolutismo giustificato da un'ideologia", e mostrò
di rendersi ben conto dei drammatici problemi insiti in qualsiasi
regime autoritario che pur si voglia cronologicamente circoscritto
e si giustifichi in nome di circostanze eccezionali ("c'è
una tragica contraddizione - disse tra l'altro - nel sospendere la
libertà per meglio difenderla; coloro che governano non s'adattano
che troppo facilmente a un governo che li rende onnipotenti, e non
hanno la minima fretta di mettervi fine"). In tale prospettiva
non trascurò di accennare criticamente - sempre nella citata
conferenza del '39 - all'Unione sovietica, dove la dittatura, ad onta
della Costituzione del '36, "rischiava di durare a lungo".
Entusiasta del Terrore non fu di certo, segnalandone gli arbitri e
gli eccessi che "lo estesero oltre misura e l'insozzarono";
e quando si trovò di fronte alla legge del 22 pratile, che
inaugurava il Grande Terrore, da un lato delineò il clima di
paura e di "volontà punitiva" in cui quella legge
era nata, dall'altro scrisse che "il Terrore non aveva bisogno
di essere esteso così".
Non è dunque possibile imprigionare Lefebvre nel comodo cliché
del miope e acritico incensatore della Rivoluzione. Se di questa diede
sempre un giudizio positivo, non ne nascose gli aspetti meno gloriosi
ed esaltanti. Si leggano, per esempio, le pagine conclusive di Les
paysans du Nord pendant la Revolution francaise (1924). Non si può
dire fossero celebrative quelle pagine in cui si sottolineavano le
nuove sofferenze e i nuovi pesi imposti ai contadini dalla Rivoluzione,
specialmente nel periodo repubblicano: "Oppresso dalla disoccupazione
e dalla carestia, [il contadino] si tirò indietro; tutti quelli
che, nel corso della crisi, non avevano acquistato un po' di terra,
sopportarono in pura perdita le sue [della Rivoluzione] onerose conseguenze,
e la Repubblica rimase per loro una parola priva di senso che essi
tuttavia associavano alla miseria e al servizio militare. ... Con
la Repubblica, l'opera politica della Rivoluzione si trovò
condannata". Epopea fu senza dubbio la Rivoluzione, "il
cui nome non appare prossimo a spegnersi sulle labbra degli uomini";
anche alle sue "tragiche vicissitudini" Lefebvre alludeva
al termine del manuale di storia rivoluzionaria del 1951. Occorre
inoltre rilevare che se agli storici-panegiristi della Rivoluzione
èstata rivolta l'accusa di accettare per buona l'immagine -
accreditata dai rivoluzionari stessi - di una Rivoluzione come totale
rinnovamento e ricominciamento, nessuno fu più alieno di Lefebvre
dal compiere una siralle operazione. Vedremo in seguito come egli
si preoccupasse di porre l'accento sulla continuità della storia
rurale francese. Notiamo, per ora, che il manuale del '~i si apriva
più con l'immagine della Rivoluzione-continuità che
con quella della Rivoluzione-rinnovamento: "Per le sue origini,
la Rivoluzione del 1789 si radica nel più profondo della storia
della nazione francese; per il suo risaltato essenziale ne rese più
rapida l'evoluzione, ma non ne modificò il senso". Sono
parole che rimandano all'altissima considerazione in cui Lefebvre
teneva Tocqueville, al quale nel 1929, con un giudizio che ebbe più
volte occasione di ripetere, riconosceva il merito di aver composto
"un libro magnifico", " il più bello che sia
stato scritto sulla Rivoluzione" (e sua è l'Introduction
all'edizione di L 'Ancien Régime et la Révolution pubblicata
nel 1952-53 quale tomo Il delle ~uvr~s compiètes di Tocqueville)
Tale apprezzamento derivava anche, e direi soprattutto, dal fatto
che Tocqueville aveva offerto uno splendido modello di storia sintetico-interpretativa:
"Tocqueville non intendeva comporre un racconto. ... Con ciò
si è acquistato un merito eminente tra gli storici. Non che
si debbano dimenticare i meriti, d'altronde diseguali, dei suoi predecessori
... Ma chi contesterà che questi, senza disdegnare la ricerca
esplicativa, si attengono essenzialmente al racconto? Tocqueville
porta la sintesi a quel livello superiore in cui si cancella il disordine
degli avvenimenti e i tratti generali dell'evoluzione risaltano in
piena luce". Par di sentire il più autorevole degli attuali
storici revisionisti, Francois Furei, grande estimatore di Tocqueville:
con la differenza che mentre Furet disprezza in sommo grado coloro
che ha chiamato gli "storici del racconto", da lui identificati
con i panegiristi della Rivoluzione, Lefebvre non condivise mai il
disdegno per la storia-racconto che già i fondatori delle "Annales
" ostentavano. Fedeltà dunque, da parte di Lefebvre, alla
storia-racconto, ma al tempo stesso capacità di guardare al
di là di essa, com'è testimoniato anche dalla profonda
ammirazione per la Sociéte'féodile di Bloch e dalla
preferenza, emersa soprattutto negli ultimi anni di vita, per una
storia-sintesi che, mettendo a frutto puntuali ricerche in vari campi,
arrivasse " a estrarre... un certo numero di tratti generali"
riguardo a "un certo numero di regioni" e a "un periodo
sufficientemente delimitato".
L'uomo che spese l'intera esistenza a interrogarsi sulla Rivoluzione
francese era nato a Lilla, nella Fiandra Vallona, da una famiglia
di modeste condizioni. Il padre era contabile in una ditta commerciale;
il nonno era stato prima contadino-tessitore, poi, emigrato a Roubaix
durante la Restaurazione, era diventato cardatore; il fratello del
nonno, anch'egli tessitore, aveva combattuto come volontario contro
l'esercito del duca di York nella campagna del 1793-94. A queste origini
popolari (di cui andava fiero) e alle tradizioni democratiche della
sua regione natale ("dove Jules Guesde - tenne a ricordare nel
1947 - fondava il Partito operaio francese sulla base del marxismo")
Lefebvre dovette la simpatia per i lavoratori e la povera gente, la
capacità di comprenderne la mentalità e i bisogni; e
proprio il "fremito d'umana simpatia" che animava il suo
atteggiamento verso i contadini rilevò Marc Bloch recensendo
nel 1932 le Questions agraires au temps de la Terreur. Altra eredità
che lo segnò come uomo e come studioso fu quella della scuola
laica, la "cara scuola laica" i cui maestri - disse in un'allocuzione
del 1946 alla Sorbona - "ci insegnavano la Repubblica con semplicità,
come oggetto naturale di adesione da parte di ogni uomo degno di questo
nome. Essi ci insegnavano lo spirito civico, quella virtù che
Robespierre, dopo Montesquieu e Rousseau, le aveva assegnato come
baluardo". Frequentò il liceo nell'ambito dell'Enseignement
spécial creato da Vietor Duruy, un tipo di scuola che preparava
alle professioni del commercio e dell'industria e dove avevano molto
spazio, a scapito del latino, le lingue straniere, la matematica,
le scienze naturali, l'economia e il diritto. I successivi orientamenti
del Lefebvre storico risentirono senza dubbio di questa esperienza
liceale, cui seguì l'università, dove fu allievo del
medievista Charles Petit-Dutaillis, su sollecitazione del quale tradusse
- e fu una delle sue rare incursioni in un territorio diverso da quello
della Rivoluzione francese - la Constitutionai History of England
di William Stubbs (i tre volumi della traduzione uscirono il primo
nel 1907, il secondo nel 1923, il terzo nel 1927; nel terzo volume
Lefebvre inserì uno studio sul parlamento inglese nei secoli
XIII e XIV). L'agrégation in storia-geografia contribuì
ulteriormente a tracciare al futuro storico il cammino da seguire.
Vennero poi i lunghi anni d'insegnamento nei licei di provincia e
nei licei parigini, e infine, dopo la pubblicazione avvenuta nel 1924,
quando Lefebvre aveva cinquant'anni, della thèse de dociorat
sui contadini del Nord, l'approdo all'insegnamento universitario,
prima a Clermont-Ferrand, poi a Strasburgo. Professore a Strasburgo
tra il 1928 e il 1935, Lefebvre passò nello stesso '35 alla
Sorbona, dove nel '37 fu chiamato a succedere a Philippe Sagnac nella
prestigiosa cattedra di Storia della Rivoluzione francese, il cui
primo titolare era stato Alphonse Aulard. Nel 1932, alla morte di
Albert Mathiez, era diventato presidente della Société
des études robespierristes e nello stesso anno aveva assunto
la direzione delle "Annales historiques de la Révolution
francaise", che di quella società erano - e sono - l'organo.
Durante la sua permanenza a Strasburgo aveva frequentato Marc Bloch
e Lucien Febvre, fondatori, nel 1929, delle "Annales d'histoire
économique et sociale". Alle "Annales" Lefebvre
collaborò solo saltuariamente, né egli fu mai completamente
allineato alle posizioni di Bloch e Febvre: alla storia politica rimase
costantemente legato, né svalutò mai - come già
abbiamo avuto modo di accennare -la storia-racconto; forse anche il
suo esplicito richiamo a Marx valse a mantenere riserve da ambo le
parti. Eppure il suo apporto al rinnovamento storiografico promosso
dai fondatori delle "Annales" fu essenziale. Anch'egli mise
in primo piano la storia economica e sociale, anch'egli si occupò
di storia delle mentalità; anch'egli fece appello ad altre
discipline (la geografia, la sociologia, la psicologia, la demografia,
la lessicografia), battendosi per un allargamento di orizzonti che
si muoveva in direzione della storia totale. Non per questo si stancò
di tessere le lodi dell'erudizione, praticandola lui stesso in sede
di ricerca e pubblicando (o facendo pubblicare) un gran numero di
documenti. Non stupisce quindi che, come ha ricordato Richard Cobb,
avesse un'opinione poco lusinghiera della storiografia sovietica,
incline agli apriorismi e alle generalizzazioni, e che quando nel
1956 intervenne nel dibattito, in corso da alcuni anni, sulla transizione
dal feudalesimo al capitalismo (dibattito in verità un pò
troppo impigliato nell'esegesi dei sacri testi marxiani), osservasse
che era "inutile e pericoloso" continua-re a discutere "in
termini astratti", e che era ormai tempo di ricorrere "all'erudizione
e alle sue regole". Erudizione, per Lefebvre, non significava
soltanto utilizzazione dei documenti "qualitativi" di tipo
tradizionale "criticati con una minuzia scrupolosa, con una logica
implacabile, con una diffidenza sistematica" (come ha scritto
M. Reinhard); significava anche esplorazione "della lunga serie
.... documenti identici" (Labrousse 1960). Il motto lefebvriano
"non c'è storia senza erudizione" si coniugava dunque
all'altro "non basta descrivere, bisogna anche contare".
Di qui l'ammirazione per Simiand e Labrousse, i cui lavori su prezzi,
salari e redditi furono oggetto, nel 1937, di un saggio memorabile.
Ma per fare storia sul serio (e storia sul serio facevano, secondo
Lefebvre, Simiand e Labrousse) bisognava "pensare per problemi".
Fecondo, da questo punto di vista, fu il contatto di Lefebvre con
l'opera di Marx. Ne scaturì un marxismo (se tale si può
chiamare) duttile e tutto calato nella ricerca. Nessuna concessione
ad uno schematico economicismo. La stessa espressione "materialismo
storico " (che, diceva, "non ho mai trovato in Marx")
non gli piaceva, in quanto la riteneva riduttiva rispetto alla complessità
del reale. E mentre salutava in Jaurès il maestro che aveva
restituito alla storia "la sua infrastruttura sociale ed economica",
lo elogiava per aver corretto "ciò che un sedicente marxismo
aveva d'intemperante. La vita intellettuale e spirituale aveva una
sua autonomia, benché non fosse priva di rapporti con l'economico
e il sociale; la classe dominante non agiva sempre e solo in base
ad interessi egoistici; l'uomo, nella sua specificità e singolarità,
non doveva essere in alcun modo trascurato. Era, quest'ultimo, un
punto che stava particolarmente a cuore a Lefebvre. Nel citato saggio
del '37 si rammaricava dell'"assenza dell'uomo, o se si preferisce
dell'individuo", nel pur lodatissimo libro di Simiand, e nel
1955 scrisse che "Marx trovava ridicolo che, essendo la storia
fatta dall'uomo, si potesse mettere in dubbio che l'uomo vi partecipasse".
Occorre anche ricordare che degli individui d'eccezione (Mirabeau,
Robespierre, soprattutto Napoleone, al quale dedicò nel 1935
un importante volume) sottolineò sempre il fondamentale ruolo
storico. Aggiungiamo che secondo Lefebvre non c'era necessariamente
connessione tra marxismo come " filosofia della storia"
e marxismo come credo politico: "Si può essere marxisti
nel senso filosofico del termine e non esserlo affatto dal punto di
vista politico: sono due cose diverse". Il marxismo, per lui,
fu in primo luogo un metodo.
Gli orientamenti cui sopra ci siamo riferiti Lefebvre li mise al servizio
di un lavoro storiografico interamente dedicato - salvo rarissime
eccezioni - alla Rivoluzione francese, che fu, si può ben dire,
la vera esclusiva passione della sua vita. Passione che però
non lo indusse mai a confondere storia e propaganda, dato che dell'indipendenza
e dell'imparzialità dello storico egli aveva troppo alta e
severa idea per prestarsi a indebite commistioni, Alla sua attività
di studioso si consacrò con totale ascetico fervore, arrivando
a sostenere - lui che si sposò, infelicemente, per due volte
- che gli storici avrebbero fatto meglio a non sposarsi. La prospettiva
che adottò fu quella "dal basso" inaugurata da Jaurès,
l'unico maestro che ammettesse di aver avuto. Storia economica e sociale,
storia che studiava la Rivoluzione non più (o non soltanto)
attraverso le Assemblee, i club, i comitati, ma si volgeva alle classi
subalterne per rivelarne condizioni di vita, bisogni, aspirazioni,
lotte. Lefebvre si discostava così dalla storiografia essenzialmente
politica di un Aulard e di un Mathìez. Una posizione centrale
assegnò al mondo delle campagne, di cui già avevano
trattato studiosi ai quali non mancò di rendere omaggio: i
russi Kareev, Lucvickij e Kovalevskij, il francese Sagnac, il tedesco
Minzes; senza parlare, naturalmente, dello stesso Jaurès. Lefebvre
non era dunque il primo ad affrontare l'argomento. Ma quando nel 1924
apparve - stampato a spese dell'autore in 300 esemplari - il suo gran
libro Les paysans du Nord pendant la Revolution francaise, la storiografia
sui contadini subì una svolta decisiva, sf che egli va considerato
non tanto un geniale continuatore, quanto piuttosto un autentico capostipite.
Aveva scelto il dipartimento del Nord, che oltre ad essere quello
di cui era originario, era anche quello che presentava, a proposito
della proprietà fondiaria e dei contadini, una varietà
che lo rendeva idoneo a fungere da significativo campione - pur senza
che l'autore indulgesse a frettolose generalizzazioni - della realtà
rurale francese della fine del Settecento. Per di più il dipartimento
del Nord, zona di frontiera, aveva sperimentato direttamente la guerra
e l'invasione, e persino un temporaneo ristabilimento dell'Antico
Regime, il che ne accentuava i motivi d'interesse. Fondato su un lavoro
di ricerca durato vent'anni nel quale Henri Pirenne ravvisò
con ammirato stupore "un'energia e una perseveranza spinte ai
limiti delle forze umane", il libro di Lefebvre coglieva in una
realtà circoscritta problemi d'indole più vasta, tali
da definire la prospettiva entro cui si sarebbero collocati i successivi
studiosi di storia agraria, quale che fosse l'ambito territoriale
da essi preso in esame. Diversità geografica tra le tre regioni
del dipartimento; ripartizione della proprietà fra i gruppi
sociali all'interno delle tre regioni, e, all'interno di queste, in
ogni singolo gruppo; andamento demografico; modalità di conduzione
della terra; consistenza dei diritti feudali; stratificazione del
mondo contadino; differenze di interessi e di obiettivi tra le componenti
della comunità rurale; e poi aspirazioni, lotte, reazioni dinanzi
ai provvedimenti delle autorità centrali e locali. Questi alcuni
degli elementi che componevano un panorama straordinariamente complesso,
la cui analiticità da pittore fiammingo innovava radicalmente
rispetto ai pur coraggiosi abbozzi tracciati dai predecessori. C'era,
in quel panorama, la "borghesia rurale", cioè l'esiguo
strato dei coltivatori agiati; ma c'erano soprattutto i piccoli e
piccolissimi proprietari, e accanto ad essi il proletariato rurale,
cioè i contadini privi di terra costretti a lavorare come braccianti.
Stilla paysannene più povera Lefebvre si soffermava a lungo
mostrandone la fame di terra, l'attaccamento agli usi collettivi,
l'aspirazione all'indipendenza economica (forse più ancora
che alla proprietà i contadini agognavano a contratti d'affitto
e patti mezzadrili che non fossero iugulatori). Ciò che caratterizzava
e unificava tali atteggiamenti era una profonda ostilità al
capitalismo, ostilità che qualche anno più tardi Lefebvre
avrebbe attribuito all'intera "rivoluzione contadina" svoltasi
su scala nazionale. Questo anticapitalismo Lefebvre voleva comprenderlo
e farlo comprendere mettendosi dal punto di vista dei contadini, e
perciò evitava di giudicarlo con gli astratti parametri di
una "razionalità" e "modernità"
cui sarebbe stato desiderabile che i contadini stessi si fossero attenuti.
Emergeva dunque, nel libro del '24, una precisa attenzione alla "mentalità",
attenzione, del resto, che già s'era profilata - come ha giustamente
notato Louis Trénard - in scritti precedenti (quali La sociét
épopulaire de Bourbon, saggio pubblicato nel 1913 sulla "
Revue du Nord", e la lunga introduzione ai Documents ~lat:fs
a l'histoire des subsistances dans la dis~ct ae ~ pendant la Rev'oluttan,
1788-an Iv, 1914-192 i). L'indagine si estendeva anche alla vita materiale,
alla scuola, all'atteggiamento verso la Chiesa; e se si trattava più
di scorci che di ricostruzioni compiute, inequivocabile era il tentativo
di superare, mantenendo un solido ancoraggio alla storia economica,
le angustie settoriali: l'esigenza di una storia totale era posta
con chiarezza.
Dopo Lei paysans du No il discorso sui contadini fu continuato da
Lefebvre in una serie di saggi di grande importanza (si possono leggere
nelle Etudei sur la Revolution francaise) nei quali le ulteriori instancabili
ricerche erudite s'accompagnavano ad un'inquieta problematica circa
il significato della "rivoluzione contadina" in rapporto
alla Rivoluzione francese e alla storia agraria francese. Che la rivoluzione
contadina dovesse considerarsi autonoma "quanto alla sua origine,
ai suoi modi, alle sue crisi e alle sue tendenze " era una convinzione
che Lefebvre aveva maturato ben prima che la enunciasse nel saggio
La Revolution francaise et lei paysans del 1933. Tale convinzione
rimase per lui un punto fermo. Ma su altri punti i suoi giudizi appaiono
tormentati e oscillanti. Se parlò di continuità della
storia agraria francese, questa continuità si presentava sotto
un duplice aspetto. Da un lato era all'insegna di un capitalismo che
esisteva, seppure in misura limitata, prima della Rivoluzione, e che
con la Rivoluzione si rafforzò e si estese; rimase il proletariato
rurale, rimase la piccolissima proprietà. "Non si può
dire - leggiamo nel citato saggio del '933 - che la Rivoluzione deviasse
il corso della storia agraria della Francia. L'Antico Regime l'aveva
messa sulla via del capitalismo; la Rivoluzione adempf bruscamente
il compito ch'esso aveva intrapreso". Dall'altro lato, però,
la continuità si configurava come permanenza dell'" autonomia
del piccolo produttore rurale che è alla base della nostra
democrazia politica", sf che Lefebvre potè ripetutamente
affermare che la Rivoluzione aveva realizzato " una transazione
tra la borghesia e la democrazia rurale", e che, proprio in seguito
a tale transazione (o "compromesso"), "l'evoluzione
capitalistica " fu "molto lenta" e "molto imperfetta".
Insomma, nel secondo caso si tendeva a sottolineare il parziale successo
della rivoluzione contadina nel frenare il di-spiegarsi del capitalismo;
nel primo caso, invece, ciò che balzava in primo piano era,
per usare la celebre espressione di Gramsci a proposito del nostro
Risorgimento, una " rivoluzione agraria mancata". A null'
altro che a una "nvoluzione agraria mancata" si riferiva
Lefebvre quando parlava senza mezzi termini di "échec"
della Rivoluzione francese nelle campagne. Né si possono trascurare
frasi come le seguenti: "Le vendite dello Stato ~ui l'accenno
era alla vendita dei beni nazionali, oggetto di un saggio del 1928]
hanno avvantaggiato soprattutto la borghesia"; "la Rivoluzione
non ha per nulla soddisfatto l'immensa maggioranza dei nostri contadini.
Non è affatto nel senso da questi desiderato che essa risolse
l'insieme dei problemi che la loro condizione poneva"; e se c'è
stato compromesso, continuava, tra contadini e borghesia, "ciò
che [i primi] hanno guadagnato è forse più difficile
da individuare di ciò che non hanno ottenuto"; "
nessun dubbio è possibile: ai desideri dell'immensa maggioranza
dei contadini la Rivoluzione non ha avuto alcun riguardo". Si
tenga inoltre presente che nemmeno ai Montagnardi, e nemmeno al gruppo
robespierrista, Lefebvre riconobbe il merito, differenziandosi da
Jaurès e da Mathiez, di aver elaborato una politica agraria
idonea ad avviare a soluzione la questione contadina (Qteest:ons agraires
au temps de la Terieur, 1932 e 1934). Dinanzi a giudizi del genere,
vien da chiedersi di quale compromesso Lefebvre potesse continuare
a parlare. Eppure a questa idea egli non rinunciò mai, giungendo
a scrivere che se nel 1789 si fosse realizzato un accordo (che non
pareva impossibile) tra borghesia e aristocrazia, i progressi del
capitalismo in Francia sarebbero stati molto più rapidi, e
i contadini francesi non sarebbero sfuggiti alla brutale proletarizzazione
che toccò in sorte ai contadini d'Oltremanica. Cioè
la Rivoluzione sarebbe stata più capitalistica se fosse stata
meno borghese e più aristocratica, e se i borghesi non fossero
stati costretti a fare concessioni alla paysanne. Affermazioni stupefacenti
sotto la penna di chi considerò sempre borghese-capitalistica
la Rivoluzione francese. Non siamo lontani dalla tesi della Rivoluzione
francese come "rivoluzione conservatrice" (nel senso di
anticapitalistica) che Alfred Coban, il padre della storiografia revisionista,
avrebbe sostenuto nel celebre saggio The Myth of the French Rer'o'ution
(I95~) attirandosi proprio da Lefebvre una polemica risposta.
Nel 1932 Lefebvre pubblicava un piccolo grande libro decisamente ~
stato sul versante di quella storia della mentalità per la
quale già aveva mostrato interesse in Les paysans du Nord.
Si trattava di La grande peu de 1789, un'opera da leggersi in stretta
connessione col magistrale saggio Foules révolutionnares, che
- uscito nel '34 ma presentato due anni prima Sotto forma di comunicazione
alla Semaine organizzata dal Centre de synthèse - costituiva,
di quell'opera, il quadro teorico-metodologico, quadro la cui esigenza
s'era venuta manifestando nel vivo delle ricerche di stoda rivoluzionaria
condotte dall'autore. Gli studi di Lefebvre sulla inentalit~ popolare
durante la Rivoluzione (occorre citare anche il saggio Le du com'e
de Dampierre, 1941, splendido esempio di rivisitazione dell'ev'énementie~
hanno avuto una degna posterità in quelli di Cobb e Rudé
(senza dimenticare il libro di Soboul sui sanculotti), ma non hanno
dato origine a un vero e proprio filone. E oggi men che mai ci si
può attendere un articolato impegno in questo settore, dato
che generalmente si preferisce saltare a piè pari le lucide
analisi di Lefebvre e inveire contro il popolo-bestia feroce riciclando
disinvoltamente Hippolyte Taine. Lungi dall'inveire o dal celebrare,
Lefebvre si sforzava di capire dall'interno la logica delle folle
in azione, il "contenuto mentale" di queste stesse folle
nelle sue radici e nella sua dinamica. Giungeva così a formulare
principi metodologici che nulla hanno perduto della loro validità,
Invitava, per esempio, a tener conto non soltanto di ciò che
era accaduto durante la Rivoluzione, ma anche di ciò che chi
vi prese parte credeva fosse accaduto o stesse per accadere:
"Non basta - scriveva a proposito degli avvenimenti dell'89 -
raccontare come sono realmente andate le cose, alla corte o al castello;
bisogna anche, e soprattutto, esporre in che modo i rivoluzionari
hanno creduto che sarebbero andate o fossero andate, e questo è
uno studio di mentalità collettiva" (Foules révo'utionnaires
ci t.). Occorreva spogliarsi di ogni boria razionalistica, mettendosi
al posto di chi era attraversato da miti e paure. "Mi sono messo
dal punto di vista dell'opinione popolare ... - avvertiva Lefebvre
nell'Avant-propos alla Grande peur. - Senza dubbio si troverà
legittimo che, cercando di spiegare la grande paura, abbia tentato
di mettermi tra coloro che l'hanno provata". Distaccandosi da
una prospettiva grossolanamente deterministica, egli criticava, in
Foules révolutionnaires, gli storici che avevano studiato la
grande paura (ma la critica aveva una portata più generale)
concentrandosi sulle " condizioni della vita economica, sociale
e politica che, secondo loro, sono all'origine del movimento rivoluzionario".
Studio indispensabile, questo, ma non sufficiente. E l'elemento soggettivo,
le rappresentazioni mentali assurgevano in Lefebvre a temi privilegiati,
rendendo ragione della sproporzione tra cause e effetti: "Tra
queste cause e questi effetti s'interpone il formarsi della mentalità
collettiva: è questa che stabilisce il vero rapporto causale
e, si può ben dirlo, essa sola permette di ben comprendere
l'effetto, poiché questo appare, a volte, sproporzionato rispetto
alla causa, come troppo spesso la definisce lo storico". Altro
che banale precettistica marxista. Qui lo storico di razza guardava
al reale in tutta la sua intricata e multiforme complessità.
Così, se Lefebvre esaminava le difficoltà economiche
in cui si dibattevano i contadmi nei primi mesi dell'89 a seguito
di una sfavorevole congiuntura, egli metteva in risalto la speranza
millenaristica suscitata dalla "buona novella" della Rivoluzione
(della convocazione degli Stati generali, precisava qualche anno più
tardi), l'inquietudine di vederla frustrata, la convinzione maturata
su questo terreno e alimentata dall'eco degli avvenimenti di Versailles
e Parigi del maggio-luglio 1789 - dell'esistenza di un complotto aristocratico,
infine, dopo il 14 luglio, la certezza che i "briganti",
strumento di tale complotto (in realtà si trattava di vagabondi
e mendicanti cresciuti di numero per la forte disoccupazione), fossero
all'opera per terrorizzare i contadini e ribadirne le catene (e la
certezza che i briganti stessero per arrivare - non dunque la sola
paura o la sola probabilità che arrivassero - era ciò
che propriamente costituiva la grande paura, che l'autore distingueva,
come fenomeno dotato di tratti peculiari e collocabile cronologicamente
tra la fine di luglio e i primi di agosto dell'89, dai moti antisignorili)
- "Speranza" e " inquietudine " come moventi dell'
azione rivoluzionaria popolare assumevano un ruolo centrale sia nel
libro del '32 sia nel saggio del '34; e sulla presenza, lungo l'intera
Rivoluzione, dell'idea (o mito) del complotto Lefebvre continuerà
in seguito a richiamare l'attenzione, associando strettamente la paura
che l'accompagnava alla "reazione difensiva" e alla "volontà
punitiva". Bisogna altresì ricordare le penetranti osservazioni
sull'immagine positiva ("ottimistica") e negativa ("pessimistica")
che la "classe oppressa" si faceva rispettivamente di se
stessa e degli avversari; sui meneurs (agitatori), una questione -
diceva Lefebvre - "che da sola meriterebbe uno studio particolare";
sull'idea di "una giustizia popolare" sommariamente organizzata
e, in mancanza, ancora più sommariamente applicata"; sull'autoadorazione
da parte della "società nuova che nasce o sta per nascere",
autoadorazione in cui Lefebvre scorgeva l'origine, almeno parziale,
dei culti rivoluzionari, di cui s'era occupato, sotto l'influenza
di Durkheim, Albert Mathiez. Erano, questi, altrettanti campi d'indagine
cui Lefebvre invitava a dedicarsi, e che dopo di lui non sono stati
gran che coltivati. Lefebvre procedeva con strenua pacata lucidità,
e se da un lato faceva giustizia della genericità e del partito
preso negativo di un Taine e di un Le Bon, dall'altro utilizzava e
rielaborava, ne citasse o no i nomi, autori come Emile Durkheim e
Charles Blondel, Georges Duma' e Henri Delacroix, Marc Bloch e Maurice
Halbwachs. Bloch - non di mentichiamolo - non soltanto aveva pubblicato
nel 1924 il suo gran libro Les rois thaumatu~es sulla credenza popolare
che attribuiva ai re di Francia e d'Inghilterra il potere di guarire
gli scrofolosi, ma era anche autore di un saggio (i 921) sulle "
false notizie " circolanti durante la Prima guerra mondiale.
"E . . - che cos'è la grande paura, - scriveva Lefebvre,
- se non una gigantesca "falsa notizia"? L'oggetto di questo
libro è di spiegare perchè essa sia apparsa verosimile".
Quanto a Halbwachs, autore tra l'altro di Iis cad~s sociaux ~ la mémoi~
(i 925) e dell'Anaiyse aes mobiles domin~~~~ o~entent l'activité
des jndividus dans la vie sociale (I 938), Lefebvre Io ir~ zionava,
ringraziandolo, come uno studioso col quale aveva discusso il gio
sulle folle rivoluzionarie e dalle cui "riflessioni" aveva
tratto "grande profitto".
Solo qualche accenno (rapido e senza dubbio inadeguato) è qui
possibile fare ad altre testimonianze della vastità degli interessi
di Lefebvre e della sua capacità di individuare nodi problematici
fondamentali. Dopo essersi a lungo occupati dei contadini, si volse
alla borghesia nel quadro di un grande progetto inteso a studiare,
mediante la mobilitazione di équipe di ricercatori e sulla
base di approcci interdisciplinari, le strutture sociali. Del suo
sforzo di precisare e caratterizzare le componenti della borghesia
settecentesca sono un documento insigne le postume E~s oriéanaises
(196 I -62). Fautore di una storia economica largamente aperta al
sociale, colse subito la novità di La crtse de l'économiefran~ise
a' ~fin de l'Ancien Régime et au début de ~ Ré?~olution
(i 944) di Ernest Labrousse, libro che permetteva di superare le tesi
contrapposte della Rivoluzione francese come " rivoluzione della
miseria" (Michelet) o come " rivoluzione delle prosperità"
~aurès). E del contributo di Labrousse egli tenne conto in
La Revolution francaise (1951), manuale di alta divulgazione in cui
confluivano cinquant'anni di ricerche e di meditazioni e che sostituiva
il manuale del '30 scritto in collaborazione con Guyot e Sagnac. Dedicò
anche (1935) un ponderoso volume a Napoleone, nel quale vide sempre
uno degli esempi più probanti del ruolo storico delle grandi
personalità, e la cui opera considerò sempre il prolungamento
di quella della Rivoluzione. Non a caso, di colui che " annientò
l'Antico Regime dovunque ebbe il tempo per farlo "teneva un piccolo
busto nel suo studio, accanto a quello di Robespierre.
Negli ultimi anni della sua vita esortò incessantemente, quasi
ossessivamente, a studiare le profondità biologiche degli esseri
umani, nella speranza di giungere, per questa via, a spiegarne il
comportamento. Non si possono ignorare i pericoli deterministici insiti
in questa prospettiva. La quale, peraltro, indicava nuovi suggestivi
orizzonti da esplorare e attestava ancora una volta l'incontentabilità
di uno storico che sino alla fine dei suoi giorni non si stancò
di formulare, come ha scritto Ernest Labrousse, "un immenso insieme
di ipotesi".