Georges Lefebvre


Quando gli accadde di pronunciarsi sinteticamente sul significato complessivo della Rivoluzione francese, nonché sul ruolo svolto all'interno di essa da talune figure-chiave, Georges Lefebvre (1874-1959) non mancò di indulgere a formule semplificatorie. Scrisse, per esempio, che "la Rivoluzione non è altro che il coronamento di una lunga evoluzione economica e sociale che ha fatto della borghesia la padrona del mondo"; scrisse anche che mediante l'abolizione del feudalesimo effettuato dalla borghesia la Rivoluzione "sgombrò il campo al capitalismo"; di Robespierre parlò, in un discorso tenuto ad Arras nel 1933, come di un " apostolo della democrazia sociale", in ciò allineandosi alle posizioni di un filorobespierrista intransigente come Albert Mathiez. Queste convinzioni Lefebvre le ribadì in più circostanze. Polemizzando nel 1956 con Alfred Cobban, rivendicò il carattere borghese-capitalistico della Rivoluzione, e nel 1958 (un anno prima della morte) esaltò in Robespierre "l'intrepido difensore della Rivoluzione del 1789 che distrusse in Francia il dornnio dell'aristocrazia, l'irremovibile e incorruttibile capo della Resistenza rivoluzionaria", Aggiungiamo che alla Rivoluzione guardò sempre con reverenza ed ammirazione, sottolineandone i valori di libertà e di eguaglianza (soprattutto di eguaglianza) nel quadro di un fervido patriottismo repubblicano riconducibile agli ideali dei primi decenni della Terza Repubblica. Grazie alle convinzioni cui abbiamo accennato, Lefebvre da un lato si inseriva nel filone politico-storiografico che potremmo chiamare democratico-socialista, dall'altro, ricollegandosi in particolare al Jaurès dell'Histoire socialiste de la Revolution francaise (1901-904), evidenziava l'aspetto borghese-capitalistico della Rivoluzione e fissava così il quadro di riferimento di quella che soprattutto nel secondo dopoguerra si sarebbe configurata come l'interpretazione marxista della Rivoluzione francese. Interpretazione, per la verità, che più correttamente dovremmo definire marxista-giacobina, dato il forte accento posto sulla dittatura giacobina dell'anno il in base ad un orientamento che, ben al di là degli addetti ai lavori storiografici, e col proposito di attualizzare il passato in funzione democratico-antifascista, aveva trovato un appassionato banditore, a partire dal 1934-35 (il 1935 è l'anno della svolta dell'Internazionale comunista a favore della politica di fronte popolare), in primo luogo nel Partito comunista francese. In primo luogo, abbiamo detto, non esclusivamente; e in Lefebvre, che rimase sempre un socialista e non aderì mai al Pcf (al quale, peraltro, nel secondo dopoguerra si avvicinò notevolmente), esistono tracce dell' atmosfera della seconda metà degli anni trenta. "Sanculotti e Giacobini - scrisse in La Revolution francaise del 1951 - formavano quel che oggi chiameremmo un "fronte popolare"". Né si può dimenticare il vibrante appello lanciato alla "gioventù del 1939" perché difendesse la libertà e la dignità dell'uomo ispirandosi alla Dichiarazione dei diritti del 1789, "tradizione gloriosa" attraverso la quale parlavano con loro "che avevano combattuto a Valmy, a Jemappes, a Fleurus, al grido di Viva la Nazione". Questo appello aveva come bersaglio polemico il nazismo e il fascismo, e chiudeva con nobile enfasi un libro di altissimo valore storiografico, Quatre-vingt-neuf (nella traduzione italiana l'appello di cui s'è detto non figura), scritto in occasione del 1500 anniversario della Rivoluzione francese e in seguito mandato al macero dal governo di Vichy. Ricordiamo inoltre che Richard Cobb riferisce di aver assistito nel 1937 alle lezioni sul governo rivoluzionario che Lefebvre teneva, "in una Sorbona sovraffollata e delirante per l'entusiasmo" ad un pubblico "prevalentemente front populaire ".
Se ci fermassimo a questo punto, non renderemmo davvero giustizia all'opera storiografica di Lefebvre. Per coglierne la grandezza, infatti, bisogna andare oltre le formule, le definizioni, gli slanci oratori (peraltro molto rari), e addentrarci nelle pagine di libri e saggi che testimoniano di un non mai sopito assillo problematico, di una straordinaria ampiezza di prospettive, di una multiforme ricchezza non solo di risultati, ma anche di indicazioni e spunti ancora oggi preziosi. Ecco allora che la Rivoluzione borghese-capitalistica perde la sua solenne monoliticità per far posto a " un fatto complesso": "non c'è una sola rivoluzione, ce ne sono parecchie". Parecchi i soggetti sociali che condussero ognuno la propria rivoluzione (e Lefebvre sottolineò in particolare l'autonomia della "rivoluzione contadina"); diverse le fasi del processo rivoluzionario; succedersi, nel 1789, di tre distinte rivoluzioni (borghese, popolare, contadina), precedute, nel 1787-88, dalla "rivoluzione aristocratica" (quella guidata dai parlamenti) sulla cui importanza nell'avviare la dinamica rivoluzionaria Lefebvre non si stancò mai di insistere. Delle origini della Rivoluzione propose un'interpretazione multicausale che è agli antipodi dello schematismo in chiave di inevitabile trionfo della borghesia. Deciso il rifiuto di ragionare in termini di fatalità:
"L'ascesa d'una classe rivoluzionaria non è necessariamente l'unica causa del suo trionfo, né èfa~Le che questo trionfo si abbia, o comunque, che assuma una forma violenta" (La Révolution francaise et les paysans, 1933). Capitalismo? Ma la Francia dell'89 che Lefebvre di fatto presentava era un paese di piccola produzione in cui "l'industria rimaneva in sottordine", e in cui i diversi gruppi che componevano un'eterogenea borghesia avevano ben poco di capitalistico; né la situazione era molto cambiata alla fine del decennio rivoluzionario. Relativamente a Robespierre, è innegabile che Lefebvre ne fu sempre un ammiratore, tanto da tenerne nel suo studio un piccolo busto. Ma egli fece molto, con rigore d'indagine ed equilibrio di giudizio, per ridimensionare la visione agiografica che dell'Incorruttibile aveva avuto Mathiez; né egli passò sotto silenzio i limiti della politica sociale di colui che aveva definito nel citato discorso del 1933 "apostolo della democrazia sociale". Del governo dittatoriale dell'anno il sottolineò lo sforzo gigantesco per respingere l'invasore e domare la controrivoluzione interna. Sempre lo considerò una soluzione transitoria alla quale - in una forma o nell'altra - ricorrono gli Stati quando si sentono in pericolo, un temporaneo e necessario sacrificio della libertà per "assicurare la salvezza della comunità". Non si trattava, ai suoi occhi, di un modello di cui auspicare l'applicazione; anzi, in una conferenza del '39 deplorò che "certi governi autoritari" impiegassero non un "espediente temporaneo", bensì "un sistema permanente d'assolutismo giustificato da un'ideologia", e mostrò di rendersi ben conto dei drammatici problemi insiti in qualsiasi regime autoritario che pur si voglia cronologicamente circoscritto e si giustifichi in nome di circostanze eccezionali ("c'è una tragica contraddizione - disse tra l'altro - nel sospendere la libertà per meglio difenderla; coloro che governano non s'adattano che troppo facilmente a un governo che li rende onnipotenti, e non hanno la minima fretta di mettervi fine"). In tale prospettiva non trascurò di accennare criticamente - sempre nella citata conferenza del '39 - all'Unione sovietica, dove la dittatura, ad onta della Costituzione del '36, "rischiava di durare a lungo". Entusiasta del Terrore non fu di certo, segnalandone gli arbitri e gli eccessi che "lo estesero oltre misura e l'insozzarono"; e quando si trovò di fronte alla legge del 22 pratile, che inaugurava il Grande Terrore, da un lato delineò il clima di paura e di "volontà punitiva" in cui quella legge era nata, dall'altro scrisse che "il Terrore non aveva bisogno di essere esteso così".
Non è dunque possibile imprigionare Lefebvre nel comodo cliché del miope e acritico incensatore della Rivoluzione. Se di questa diede sempre un giudizio positivo, non ne nascose gli aspetti meno gloriosi ed esaltanti. Si leggano, per esempio, le pagine conclusive di Les paysans du Nord pendant la Revolution francaise (1924). Non si può dire fossero celebrative quelle pagine in cui si sottolineavano le nuove sofferenze e i nuovi pesi imposti ai contadini dalla Rivoluzione, specialmente nel periodo repubblicano: "Oppresso dalla disoccupazione e dalla carestia, [il contadino] si tirò indietro; tutti quelli che, nel corso della crisi, non avevano acquistato un po' di terra, sopportarono in pura perdita le sue [della Rivoluzione] onerose conseguenze, e la Repubblica rimase per loro una parola priva di senso che essi tuttavia associavano alla miseria e al servizio militare. ... Con la Repubblica, l'opera politica della Rivoluzione si trovò condannata". Epopea fu senza dubbio la Rivoluzione, "il cui nome non appare prossimo a spegnersi sulle labbra degli uomini"; anche alle sue "tragiche vicissitudini" Lefebvre alludeva al termine del manuale di storia rivoluzionaria del 1951. Occorre inoltre rilevare che se agli storici-panegiristi della Rivoluzione èstata rivolta l'accusa di accettare per buona l'immagine - accreditata dai rivoluzionari stessi - di una Rivoluzione come totale rinnovamento e ricominciamento, nessuno fu più alieno di Lefebvre dal compiere una siralle operazione. Vedremo in seguito come egli si preoccupasse di porre l'accento sulla continuità della storia rurale francese. Notiamo, per ora, che il manuale del '~i si apriva più con l'immagine della Rivoluzione-continuità che con quella della Rivoluzione-rinnovamento: "Per le sue origini, la Rivoluzione del 1789 si radica nel più profondo della storia della nazione francese; per il suo risaltato essenziale ne rese più rapida l'evoluzione, ma non ne modificò il senso". Sono parole che rimandano all'altissima considerazione in cui Lefebvre teneva Tocqueville, al quale nel 1929, con un giudizio che ebbe più volte occasione di ripetere, riconosceva il merito di aver composto "un libro magnifico", " il più bello che sia stato scritto sulla Rivoluzione" (e sua è l'Introduction all'edizione di L 'Ancien Régime et la Révolution pubblicata nel 1952-53 quale tomo Il delle ~uvr~s compiètes di Tocqueville) Tale apprezzamento derivava anche, e direi soprattutto, dal fatto che Tocqueville aveva offerto uno splendido modello di storia sintetico-interpretativa: "Tocqueville non intendeva comporre un racconto. ... Con ciò si è acquistato un merito eminente tra gli storici. Non che si debbano dimenticare i meriti, d'altronde diseguali, dei suoi predecessori ... Ma chi contesterà che questi, senza disdegnare la ricerca esplicativa, si attengono essenzialmente al racconto? Tocqueville porta la sintesi a quel livello superiore in cui si cancella il disordine degli avvenimenti e i tratti generali dell'evoluzione risaltano in piena luce". Par di sentire il più autorevole degli attuali storici revisionisti, Francois Furei, grande estimatore di Tocqueville: con la differenza che mentre Furet disprezza in sommo grado coloro che ha chiamato gli "storici del racconto", da lui identificati con i panegiristi della Rivoluzione, Lefebvre non condivise mai il disdegno per la storia-racconto che già i fondatori delle "Annales " ostentavano. Fedeltà dunque, da parte di Lefebvre, alla storia-racconto, ma al tempo stesso capacità di guardare al di là di essa, com'è testimoniato anche dalla profonda ammirazione per la Sociéte'féodile di Bloch e dalla preferenza, emersa soprattutto negli ultimi anni di vita, per una storia-sintesi che, mettendo a frutto puntuali ricerche in vari campi, arrivasse " a estrarre... un certo numero di tratti generali" riguardo a "un certo numero di regioni" e a "un periodo sufficientemente delimitato".
L'uomo che spese l'intera esistenza a interrogarsi sulla Rivoluzione francese era nato a Lilla, nella Fiandra Vallona, da una famiglia di modeste condizioni. Il padre era contabile in una ditta commerciale; il nonno era stato prima contadino-tessitore, poi, emigrato a Roubaix durante la Restaurazione, era diventato cardatore; il fratello del nonno, anch'egli tessitore, aveva combattuto come volontario contro l'esercito del duca di York nella campagna del 1793-94. A queste origini popolari (di cui andava fiero) e alle tradizioni democratiche della sua regione natale ("dove Jules Guesde - tenne a ricordare nel 1947 - fondava il Partito operaio francese sulla base del marxismo") Lefebvre dovette la simpatia per i lavoratori e la povera gente, la capacità di comprenderne la mentalità e i bisogni; e proprio il "fremito d'umana simpatia" che animava il suo atteggiamento verso i contadini rilevò Marc Bloch recensendo nel 1932 le Questions agraires au temps de la Terreur. Altra eredità che lo segnò come uomo e come studioso fu quella della scuola laica, la "cara scuola laica" i cui maestri - disse in un'allocuzione del 1946 alla Sorbona - "ci insegnavano la Repubblica con semplicità, come oggetto naturale di adesione da parte di ogni uomo degno di questo nome. Essi ci insegnavano lo spirito civico, quella virtù che Robespierre, dopo Montesquieu e Rousseau, le aveva assegnato come baluardo". Frequentò il liceo nell'ambito dell'Enseignement spécial creato da Vietor Duruy, un tipo di scuola che preparava alle professioni del commercio e dell'industria e dove avevano molto spazio, a scapito del latino, le lingue straniere, la matematica, le scienze naturali, l'economia e il diritto. I successivi orientamenti del Lefebvre storico risentirono senza dubbio di questa esperienza liceale, cui seguì l'università, dove fu allievo del medievista Charles Petit-Dutaillis, su sollecitazione del quale tradusse - e fu una delle sue rare incursioni in un territorio diverso da quello della Rivoluzione francese - la Constitutionai History of England di William Stubbs (i tre volumi della traduzione uscirono il primo nel 1907, il secondo nel 1923, il terzo nel 1927; nel terzo volume Lefebvre inserì uno studio sul parlamento inglese nei secoli XIII e XIV). L'agrégation in storia-geografia contribuì ulteriormente a tracciare al futuro storico il cammino da seguire. Vennero poi i lunghi anni d'insegnamento nei licei di provincia e nei licei parigini, e infine, dopo la pubblicazione avvenuta nel 1924, quando Lefebvre aveva cinquant'anni, della thèse de dociorat sui contadini del Nord, l'approdo all'insegnamento universitario, prima a Clermont-Ferrand, poi a Strasburgo. Professore a Strasburgo tra il 1928 e il 1935, Lefebvre passò nello stesso '35 alla Sorbona, dove nel '37 fu chiamato a succedere a Philippe Sagnac nella prestigiosa cattedra di Storia della Rivoluzione francese, il cui primo titolare era stato Alphonse Aulard. Nel 1932, alla morte di Albert Mathiez, era diventato presidente della Société des études robespierristes e nello stesso anno aveva assunto la direzione delle "Annales historiques de la Révolution francaise", che di quella società erano - e sono - l'organo. Durante la sua permanenza a Strasburgo aveva frequentato Marc Bloch e Lucien Febvre, fondatori, nel 1929, delle "Annales d'histoire économique et sociale". Alle "Annales" Lefebvre collaborò solo saltuariamente, né egli fu mai completamente allineato alle posizioni di Bloch e Febvre: alla storia politica rimase costantemente legato, né svalutò mai - come già abbiamo avuto modo di accennare -la storia-racconto; forse anche il suo esplicito richiamo a Marx valse a mantenere riserve da ambo le parti. Eppure il suo apporto al rinnovamento storiografico promosso dai fondatori delle "Annales" fu essenziale. Anch'egli mise in primo piano la storia economica e sociale, anch'egli si occupò di storia delle mentalità; anch'egli fece appello ad altre discipline (la geografia, la sociologia, la psicologia, la demografia, la lessicografia), battendosi per un allargamento di orizzonti che si muoveva in direzione della storia totale. Non per questo si stancò di tessere le lodi dell'erudizione, praticandola lui stesso in sede di ricerca e pubblicando (o facendo pubblicare) un gran numero di documenti. Non stupisce quindi che, come ha ricordato Richard Cobb, avesse un'opinione poco lusinghiera della storiografia sovietica, incline agli apriorismi e alle generalizzazioni, e che quando nel 1956 intervenne nel dibattito, in corso da alcuni anni, sulla transizione dal feudalesimo al capitalismo (dibattito in verità un pò troppo impigliato nell'esegesi dei sacri testi marxiani), osservasse che era "inutile e pericoloso" continua-re a discutere "in termini astratti", e che era ormai tempo di ricorrere "all'erudizione e alle sue regole". Erudizione, per Lefebvre, non significava soltanto utilizzazione dei documenti "qualitativi" di tipo tradizionale "criticati con una minuzia scrupolosa, con una logica implacabile, con una diffidenza sistematica" (come ha scritto M. Reinhard); significava anche esplorazione "della lunga serie .... documenti identici" (Labrousse 1960). Il motto lefebvriano "non c'è storia senza erudizione" si coniugava dunque all'altro "non basta descrivere, bisogna anche contare". Di qui l'ammirazione per Simiand e Labrousse, i cui lavori su prezzi, salari e redditi furono oggetto, nel 1937, di un saggio memorabile. Ma per fare storia sul serio (e storia sul serio facevano, secondo Lefebvre, Simiand e Labrousse) bisognava "pensare per problemi". Fecondo, da questo punto di vista, fu il contatto di Lefebvre con l'opera di Marx. Ne scaturì un marxismo (se tale si può chiamare) duttile e tutto calato nella ricerca. Nessuna concessione ad uno schematico economicismo. La stessa espressione "materialismo storico " (che, diceva, "non ho mai trovato in Marx") non gli piaceva, in quanto la riteneva riduttiva rispetto alla complessità del reale. E mentre salutava in Jaurès il maestro che aveva restituito alla storia "la sua infrastruttura sociale ed economica", lo elogiava per aver corretto "ciò che un sedicente marxismo aveva d'intemperante. La vita intellettuale e spirituale aveva una sua autonomia, benché non fosse priva di rapporti con l'economico e il sociale; la classe dominante non agiva sempre e solo in base ad interessi egoistici; l'uomo, nella sua specificità e singolarità, non doveva essere in alcun modo trascurato. Era, quest'ultimo, un punto che stava particolarmente a cuore a Lefebvre. Nel citato saggio del '37 si rammaricava dell'"assenza dell'uomo, o se si preferisce dell'individuo", nel pur lodatissimo libro di Simiand, e nel 1955 scrisse che "Marx trovava ridicolo che, essendo la storia fatta dall'uomo, si potesse mettere in dubbio che l'uomo vi partecipasse". Occorre anche ricordare che degli individui d'eccezione (Mirabeau, Robespierre, soprattutto Napoleone, al quale dedicò nel 1935 un importante volume) sottolineò sempre il fondamentale ruolo storico. Aggiungiamo che secondo Lefebvre non c'era necessariamente connessione tra marxismo come " filosofia della storia" e marxismo come credo politico: "Si può essere marxisti nel senso filosofico del termine e non esserlo affatto dal punto di vista politico: sono due cose diverse". Il marxismo, per lui, fu in primo luogo un metodo.
Gli orientamenti cui sopra ci siamo riferiti Lefebvre li mise al servizio di un lavoro storiografico interamente dedicato - salvo rarissime eccezioni - alla Rivoluzione francese, che fu, si può ben dire, la vera esclusiva passione della sua vita. Passione che però non lo indusse mai a confondere storia e propaganda, dato che dell'indipendenza e dell'imparzialità dello storico egli aveva troppo alta e severa idea per prestarsi a indebite commistioni, Alla sua attività di studioso si consacrò con totale ascetico fervore, arrivando a sostenere - lui che si sposò, infelicemente, per due volte - che gli storici avrebbero fatto meglio a non sposarsi. La prospettiva che adottò fu quella "dal basso" inaugurata da Jaurès, l'unico maestro che ammettesse di aver avuto. Storia economica e sociale, storia che studiava la Rivoluzione non più (o non soltanto) attraverso le Assemblee, i club, i comitati, ma si volgeva alle classi subalterne per rivelarne condizioni di vita, bisogni, aspirazioni, lotte. Lefebvre si discostava così dalla storiografia essenzialmente politica di un Aulard e di un Mathìez. Una posizione centrale assegnò al mondo delle campagne, di cui già avevano trattato studiosi ai quali non mancò di rendere omaggio: i russi Kareev, Lucvickij e Kovalevskij, il francese Sagnac, il tedesco Minzes; senza parlare, naturalmente, dello stesso Jaurès. Lefebvre non era dunque il primo ad affrontare l'argomento. Ma quando nel 1924 apparve - stampato a spese dell'autore in 300 esemplari - il suo gran libro Les paysans du Nord pendant la Revolution francaise, la storiografia sui contadini subì una svolta decisiva, sf che egli va considerato non tanto un geniale continuatore, quanto piuttosto un autentico capostipite. Aveva scelto il dipartimento del Nord, che oltre ad essere quello di cui era originario, era anche quello che presentava, a proposito della proprietà fondiaria e dei contadini, una varietà che lo rendeva idoneo a fungere da significativo campione - pur senza che l'autore indulgesse a frettolose generalizzazioni - della realtà rurale francese della fine del Settecento. Per di più il dipartimento del Nord, zona di frontiera, aveva sperimentato direttamente la guerra e l'invasione, e persino un temporaneo ristabilimento dell'Antico Regime, il che ne accentuava i motivi d'interesse. Fondato su un lavoro di ricerca durato vent'anni nel quale Henri Pirenne ravvisò con ammirato stupore "un'energia e una perseveranza spinte ai limiti delle forze umane", il libro di Lefebvre coglieva in una realtà circoscritta problemi d'indole più vasta, tali da definire la prospettiva entro cui si sarebbero collocati i successivi studiosi di storia agraria, quale che fosse l'ambito territoriale da essi preso in esame. Diversità geografica tra le tre regioni del dipartimento; ripartizione della proprietà fra i gruppi sociali all'interno delle tre regioni, e, all'interno di queste, in ogni singolo gruppo; andamento demografico; modalità di conduzione della terra; consistenza dei diritti feudali; stratificazione del mondo contadino; differenze di interessi e di obiettivi tra le componenti della comunità rurale; e poi aspirazioni, lotte, reazioni dinanzi ai provvedimenti delle autorità centrali e locali. Questi alcuni degli elementi che componevano un panorama straordinariamente complesso, la cui analiticità da pittore fiammingo innovava radicalmente rispetto ai pur coraggiosi abbozzi tracciati dai predecessori. C'era, in quel panorama, la "borghesia rurale", cioè l'esiguo strato dei coltivatori agiati; ma c'erano soprattutto i piccoli e piccolissimi proprietari, e accanto ad essi il proletariato rurale, cioè i contadini privi di terra costretti a lavorare come braccianti. Stilla paysannene più povera Lefebvre si soffermava a lungo mostrandone la fame di terra, l'attaccamento agli usi collettivi, l'aspirazione all'indipendenza economica (forse più ancora che alla proprietà i contadini agognavano a contratti d'affitto e patti mezzadrili che non fossero iugulatori). Ciò che caratterizzava e unificava tali atteggiamenti era una profonda ostilità al capitalismo, ostilità che qualche anno più tardi Lefebvre avrebbe attribuito all'intera "rivoluzione contadina" svoltasi su scala nazionale. Questo anticapitalismo Lefebvre voleva comprenderlo e farlo comprendere mettendosi dal punto di vista dei contadini, e perciò evitava di giudicarlo con gli astratti parametri di una "razionalità" e "modernità" cui sarebbe stato desiderabile che i contadini stessi si fossero attenuti. Emergeva dunque, nel libro del '24, una precisa attenzione alla "mentalità", attenzione, del resto, che già s'era profilata - come ha giustamente notato Louis Trénard - in scritti precedenti (quali La sociét épopulaire de Bourbon, saggio pubblicato nel 1913 sulla " Revue du Nord", e la lunga introduzione ai Documents ~lat:fs a l'histoire des subsistances dans la dis~ct ae ~ pendant la Rev'oluttan, 1788-an Iv, 1914-192 i). L'indagine si estendeva anche alla vita materiale, alla scuola, all'atteggiamento verso la Chiesa; e se si trattava più di scorci che di ricostruzioni compiute, inequivocabile era il tentativo di superare, mantenendo un solido ancoraggio alla storia economica, le angustie settoriali: l'esigenza di una storia totale era posta con chiarezza.
Dopo Lei paysans du No il discorso sui contadini fu continuato da Lefebvre in una serie di saggi di grande importanza (si possono leggere nelle Etudei sur la Revolution francaise) nei quali le ulteriori instancabili ricerche erudite s'accompagnavano ad un'inquieta problematica circa il significato della "rivoluzione contadina" in rapporto alla Rivoluzione francese e alla storia agraria francese. Che la rivoluzione contadina dovesse considerarsi autonoma "quanto alla sua origine, ai suoi modi, alle sue crisi e alle sue tendenze " era una convinzione che Lefebvre aveva maturato ben prima che la enunciasse nel saggio La Revolution francaise et lei paysans del 1933. Tale convinzione rimase per lui un punto fermo. Ma su altri punti i suoi giudizi appaiono tormentati e oscillanti. Se parlò di continuità della storia agraria francese, questa continuità si presentava sotto un duplice aspetto. Da un lato era all'insegna di un capitalismo che esisteva, seppure in misura limitata, prima della Rivoluzione, e che con la Rivoluzione si rafforzò e si estese; rimase il proletariato rurale, rimase la piccolissima proprietà. "Non si può dire - leggiamo nel citato saggio del '933 - che la Rivoluzione deviasse il corso della storia agraria della Francia. L'Antico Regime l'aveva messa sulla via del capitalismo; la Rivoluzione adempf bruscamente il compito ch'esso aveva intrapreso". Dall'altro lato, però, la continuità si configurava come permanenza dell'" autonomia del piccolo produttore rurale che è alla base della nostra democrazia politica", sf che Lefebvre potè ripetutamente affermare che la Rivoluzione aveva realizzato " una transazione tra la borghesia e la democrazia rurale", e che, proprio in seguito a tale transazione (o "compromesso"), "l'evoluzione capitalistica " fu "molto lenta" e "molto imperfetta". Insomma, nel secondo caso si tendeva a sottolineare il parziale successo della rivoluzione contadina nel frenare il di-spiegarsi del capitalismo; nel primo caso, invece, ciò che balzava in primo piano era, per usare la celebre espressione di Gramsci a proposito del nostro Risorgimento, una " rivoluzione agraria mancata". A null' altro che a una "nvoluzione agraria mancata" si riferiva Lefebvre quando parlava senza mezzi termini di "échec" della Rivoluzione francese nelle campagne. Né si possono trascurare frasi come le seguenti: "Le vendite dello Stato ~ui l'accenno era alla vendita dei beni nazionali, oggetto di un saggio del 1928] hanno avvantaggiato soprattutto la borghesia"; "la Rivoluzione non ha per nulla soddisfatto l'immensa maggioranza dei nostri contadini. Non è affatto nel senso da questi desiderato che essa risolse l'insieme dei problemi che la loro condizione poneva"; e se c'è stato compromesso, continuava, tra contadini e borghesia, "ciò che [i primi] hanno guadagnato è forse più difficile da individuare di ciò che non hanno ottenuto"; " nessun dubbio è possibile: ai desideri dell'immensa maggioranza dei contadini la Rivoluzione non ha avuto alcun riguardo". Si tenga inoltre presente che nemmeno ai Montagnardi, e nemmeno al gruppo robespierrista, Lefebvre riconobbe il merito, differenziandosi da Jaurès e da Mathiez, di aver elaborato una politica agraria idonea ad avviare a soluzione la questione contadina (Qteest:ons agraires au temps de la Terieur, 1932 e 1934). Dinanzi a giudizi del genere, vien da chiedersi di quale compromesso Lefebvre potesse continuare a parlare. Eppure a questa idea egli non rinunciò mai, giungendo a scrivere che se nel 1789 si fosse realizzato un accordo (che non pareva impossibile) tra borghesia e aristocrazia, i progressi del capitalismo in Francia sarebbero stati molto più rapidi, e i contadini francesi non sarebbero sfuggiti alla brutale proletarizzazione che toccò in sorte ai contadini d'Oltremanica. Cioè la Rivoluzione sarebbe stata più capitalistica se fosse stata meno borghese e più aristocratica, e se i borghesi non fossero stati costretti a fare concessioni alla paysanne. Affermazioni stupefacenti sotto la penna di chi considerò sempre borghese-capitalistica la Rivoluzione francese. Non siamo lontani dalla tesi della Rivoluzione francese come "rivoluzione conservatrice" (nel senso di anticapitalistica) che Alfred Coban, il padre della storiografia revisionista, avrebbe sostenuto nel celebre saggio The Myth of the French Rer'o'ution (I95~) attirandosi proprio da Lefebvre una polemica risposta.
Nel 1932 Lefebvre pubblicava un piccolo grande libro decisamente ~ stato sul versante di quella storia della mentalità per la quale già aveva mostrato interesse in Les paysans du Nord. Si trattava di La grande peu de 1789, un'opera da leggersi in stretta connessione col magistrale saggio Foules révolutionnares, che - uscito nel '34 ma presentato due anni prima Sotto forma di comunicazione alla Semaine organizzata dal Centre de synthèse - costituiva, di quell'opera, il quadro teorico-metodologico, quadro la cui esigenza s'era venuta manifestando nel vivo delle ricerche di stoda rivoluzionaria condotte dall'autore. Gli studi di Lefebvre sulla inentalit~ popolare durante la Rivoluzione (occorre citare anche il saggio Le du com'e de Dampierre, 1941, splendido esempio di rivisitazione dell'ev'énementie~ hanno avuto una degna posterità in quelli di Cobb e Rudé (senza dimenticare il libro di Soboul sui sanculotti), ma non hanno dato origine a un vero e proprio filone. E oggi men che mai ci si può attendere un articolato impegno in questo settore, dato che generalmente si preferisce saltare a piè pari le lucide analisi di Lefebvre e inveire contro il popolo-bestia feroce riciclando disinvoltamente Hippolyte Taine. Lungi dall'inveire o dal celebrare, Lefebvre si sforzava di capire dall'interno la logica delle folle in azione, il "contenuto mentale" di queste stesse folle nelle sue radici e nella sua dinamica. Giungeva così a formulare principi metodologici che nulla hanno perduto della loro validità, Invitava, per esempio, a tener conto non soltanto di ciò che era accaduto durante la Rivoluzione, ma anche di ciò che chi vi prese parte credeva fosse accaduto o stesse per accadere:
"Non basta - scriveva a proposito degli avvenimenti dell'89 - raccontare come sono realmente andate le cose, alla corte o al castello; bisogna anche, e soprattutto, esporre in che modo i rivoluzionari hanno creduto che sarebbero andate o fossero andate, e questo è uno studio di mentalità collettiva" (Foules révo'utionnaires ci t.). Occorreva spogliarsi di ogni boria razionalistica, mettendosi al posto di chi era attraversato da miti e paure. "Mi sono messo dal punto di vista dell'opinione popolare ... - avvertiva Lefebvre nell'Avant-propos alla Grande peur. - Senza dubbio si troverà legittimo che, cercando di spiegare la grande paura, abbia tentato di mettermi tra coloro che l'hanno provata". Distaccandosi da una prospettiva grossolanamente deterministica, egli criticava, in Foules révolutionnaires, gli storici che avevano studiato la grande paura (ma la critica aveva una portata più generale) concentrandosi sulle " condizioni della vita economica, sociale e politica che, secondo loro, sono all'origine del movimento rivoluzionario". Studio indispensabile, questo, ma non sufficiente. E l'elemento soggettivo, le rappresentazioni mentali assurgevano in Lefebvre a temi privilegiati, rendendo ragione della sproporzione tra cause e effetti: "Tra queste cause e questi effetti s'interpone il formarsi della mentalità collettiva: è questa che stabilisce il vero rapporto causale e, si può ben dirlo, essa sola permette di ben comprendere l'effetto, poiché questo appare, a volte, sproporzionato rispetto alla causa, come troppo spesso la definisce lo storico". Altro che banale precettistica marxista. Qui lo storico di razza guardava al reale in tutta la sua intricata e multiforme complessità. Così, se Lefebvre esaminava le difficoltà economiche in cui si dibattevano i contadmi nei primi mesi dell'89 a seguito di una sfavorevole congiuntura, egli metteva in risalto la speranza millenaristica suscitata dalla "buona novella" della Rivoluzione (della convocazione degli Stati generali, precisava qualche anno più tardi), l'inquietudine di vederla frustrata, la convinzione maturata su questo terreno e alimentata dall'eco degli avvenimenti di Versailles e Parigi del maggio-luglio 1789 - dell'esistenza di un complotto aristocratico, infine, dopo il 14 luglio, la certezza che i "briganti", strumento di tale complotto (in realtà si trattava di vagabondi e mendicanti cresciuti di numero per la forte disoccupazione), fossero all'opera per terrorizzare i contadini e ribadirne le catene (e la certezza che i briganti stessero per arrivare - non dunque la sola paura o la sola probabilità che arrivassero - era ciò che propriamente costituiva la grande paura, che l'autore distingueva, come fenomeno dotato di tratti peculiari e collocabile cronologicamente tra la fine di luglio e i primi di agosto dell'89, dai moti antisignorili) - "Speranza" e " inquietudine " come moventi dell' azione rivoluzionaria popolare assumevano un ruolo centrale sia nel libro del '32 sia nel saggio del '34; e sulla presenza, lungo l'intera Rivoluzione, dell'idea (o mito) del complotto Lefebvre continuerà in seguito a richiamare l'attenzione, associando strettamente la paura che l'accompagnava alla "reazione difensiva" e alla "volontà punitiva". Bisogna altresì ricordare le penetranti osservazioni sull'immagine positiva ("ottimistica") e negativa ("pessimistica") che la "classe oppressa" si faceva rispettivamente di se stessa e degli avversari; sui meneurs (agitatori), una questione - diceva Lefebvre - "che da sola meriterebbe uno studio particolare"; sull'idea di "una giustizia popolare" sommariamente organizzata e, in mancanza, ancora più sommariamente applicata"; sull'autoadorazione da parte della "società nuova che nasce o sta per nascere", autoadorazione in cui Lefebvre scorgeva l'origine, almeno parziale, dei culti rivoluzionari, di cui s'era occupato, sotto l'influenza di Durkheim, Albert Mathiez. Erano, questi, altrettanti campi d'indagine cui Lefebvre invitava a dedicarsi, e che dopo di lui non sono stati gran che coltivati. Lefebvre procedeva con strenua pacata lucidità, e se da un lato faceva giustizia della genericità e del partito preso negativo di un Taine e di un Le Bon, dall'altro utilizzava e rielaborava, ne citasse o no i nomi, autori come Emile Durkheim e Charles Blondel, Georges Duma' e Henri Delacroix, Marc Bloch e Maurice Halbwachs. Bloch - non di mentichiamolo - non soltanto aveva pubblicato nel 1924 il suo gran libro Les rois thaumatu~es sulla credenza popolare che attribuiva ai re di Francia e d'Inghilterra il potere di guarire gli scrofolosi, ma era anche autore di un saggio (i 921) sulle " false notizie " circolanti durante la Prima guerra mondiale. "E . . - che cos'è la grande paura, - scriveva Lefebvre, - se non una gigantesca "falsa notizia"? L'oggetto di questo libro è di spiegare perchè essa sia apparsa verosimile". Quanto a Halbwachs, autore tra l'altro di Iis cad~s sociaux ~ la mémoi~ (i 925) e dell'Anaiyse aes mobiles domin~~~~ o~entent l'activité des jndividus dans la vie sociale (I 938), Lefebvre Io ir~ zionava, ringraziandolo, come uno studioso col quale aveva discusso il gio sulle folle rivoluzionarie e dalle cui "riflessioni" aveva tratto "grande profitto".
Solo qualche accenno (rapido e senza dubbio inadeguato) è qui possibile fare ad altre testimonianze della vastità degli interessi di Lefebvre e della sua capacità di individuare nodi problematici fondamentali. Dopo essersi a lungo occupati dei contadini, si volse alla borghesia nel quadro di un grande progetto inteso a studiare, mediante la mobilitazione di équipe di ricercatori e sulla base di approcci interdisciplinari, le strutture sociali. Del suo sforzo di precisare e caratterizzare le componenti della borghesia settecentesca sono un documento insigne le postume E~s oriéanaises (196 I -62). Fautore di una storia economica largamente aperta al sociale, colse subito la novità di La crtse de l'économiefran~ise a' ~fin de l'Ancien Régime et au début de ~ Ré?~olution (i 944) di Ernest Labrousse, libro che permetteva di superare le tesi contrapposte della Rivoluzione francese come " rivoluzione della miseria" (Michelet) o come " rivoluzione delle prosperità" ~aurès). E del contributo di Labrousse egli tenne conto in La Revolution francaise (1951), manuale di alta divulgazione in cui confluivano cinquant'anni di ricerche e di meditazioni e che sostituiva il manuale del '30 scritto in collaborazione con Guyot e Sagnac. Dedicò anche (1935) un ponderoso volume a Napoleone, nel quale vide sempre uno degli esempi più probanti del ruolo storico delle grandi personalità, e la cui opera considerò sempre il prolungamento di quella della Rivoluzione. Non a caso, di colui che " annientò l'Antico Regime dovunque ebbe il tempo per farlo "teneva un piccolo busto nel suo studio, accanto a quello di Robespierre.
Negli ultimi anni della sua vita esortò incessantemente, quasi ossessivamente, a studiare le profondità biologiche degli esseri umani, nella speranza di giungere, per questa via, a spiegarne il comportamento. Non si possono ignorare i pericoli deterministici insiti in questa prospettiva. La quale, peraltro, indicava nuovi suggestivi orizzonti da esplorare e attestava ancora una volta l'incontentabilità di uno storico che sino alla fine dei suoi giorni non si stancò di formulare, come ha scritto Ernest Labrousse, "un immenso insieme di ipotesi".

 

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