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1. Definizioni e profilo storico dello svolgimento del termine - 2. Lo S. moderno -3. Dallo S. di polizia allo S. costituzionale democratico.


1. Con il termine S. si definisce usualmente l'organizzazione politico-giuridica di un gruppo sociale su di un territorio, organizzazione caratterizzata da proprie finalità, contraddistinta dal monopolio del potere coattivo legittimo e sviluppatasi nel corso di un preciso periodo storico. Su quest' ultimo punto occorre fare subito una precisazione, per sgombrare il campo da possibili equivoci. L'evoluzione linguistica contemporanea tende ad associare al termine S. l'idea di "regime", riferendolo sempre più indistintamente a qualunque forma storica di "sistema politico". Lo stesso lessico giuridico favorisce questo impiego, attagliando per esempio l'espressione S. al soggetto di diritto internazionale che compenetri al proprio interno tre fattori costitutivi (territorio, popolo e governo). Una simile tendenza registra un più complesso problema teorico: se inteso difatti in senso generale e per così dire "materiale" - con riferimento cioè al complesso di strutture istituzionali attraverso le quali viene esercitato il potere politico - lo S. richiama una nozione "anacronica", riferibile a una realtà perenne. In un senso che si potrebbe dire "formale", invece, lo S. è una forma politica "transeunte", giacché indica un particolare sistema di potere, definibile storicamente nel suo punto approssimativo di nascita e nelle sue fasi di trasformazione.
La parola S. deriva dal lat. status, a sua volta da stare (radice indogermanica sta) col significato di "rimaner dritto", "essere immobile". Risultati significativi di progressive astrazioni sono, per esempio, i verbi statuere, constituere, instituere (da cui i sostantivi statutum, constitutio, institutio). In ambito romano, però, quel che noi oggi definiamo "sistema politico" è denotato con l'espressione respublica. Ciò non toglie che il vocabolo status presenti solidi legami con quest'ultima formula: la ricerca lessicale ha infatti condotto all'individuazione di due espressioni (status republicae e status civitatis) destinate ad aver corso per secoli nel mondo occidentale. In questo caso, l'impiego fraseologico di status sembra valesse per il concorso di condizioni e di forme in grado di rendere possibile un assetto politico stabile. L'endiadi status republicae non si scinde dunque per lungo tempo; e se il termine status - preso in sé - pare eclissarsi temporaneamente intorno al secolo settimo, per definire il "sistema politico" restano in vigore fino al Medioevo vocaboli quali regnum, imperium e, appunto, respublica o civitas.
Tra 1100 e 1300 si può registrare - in connessione diretta con le vicende e le trasformazioni politico-sociali - una importante fase di avvicinamento a una figura statuale delineata più precisamente e storicamente definibile. La svolta decisiva in tal senso viene solitamente individuata nel Quattrocento italiano. In particolare, l'attenzione si è concentrata sul contributo di Niccolò Machiavelli. E infatti opinione diffusa che proprio a partire dalle opere dallo scrittore fiorentino si avvii l'impiego della nozione di S. in un accezione che poi sembrerà squisitamente moderna. Anche nella terminologia adottata da Machiavelli, peraltro, si riscontrano molte delle ambiguità comuni agli autori dell'epoca. Al termine status rintracciabile negli scritti machiavelliani è stato così di volta in volta attribuito il significato di "regime", di "comunità", di "società politica sovrana"; o ancora, in maniera forse più corretta, di "insieme delle persone esercenti il potere", di "équipe dominante", di "gruppo degli aiutanti fidati del Principe". Al di là di tali oscillazioni interpretative, il grande merito di Machiavelli consiste probabilmente nell'aver sciolto l'endiade status republicae, sancendo la vittoria e concetto di S., divenuto progressivamente prioritario rispetto a quello di "repubblica". S. diviene allora una nozione-cardine articolata in più specie: principati, regni e repubbliche; appaiono come casi particolari della più generale forma statuale. Le opere cinquecentesche di Francesco Guicciardini mostrano difatti - e non a caso - che a quel punto la parola e il concetto di S. sono entrati a pieno titolo e ormai definitivamente nell'impianto teorico giuridico e politico.

2. Ci si può a questo punto domandare se esista una ragione per la quale si abbandona l'antica espressione respublica e la si Sostituisce con il termine S. È certamente possibile delineare una storia dei processi di formazione dello S. in Europa risalendo - come nel caso del modello multidimensionale elaborato da Stein Rokkan - alla caduta dell'Impero romano d'occidente e prendendo in considerazione le variabili (economiche, territoriali, culturali) che influiscono sulle vicende successive alla frammentazione dell'impero. L'indagine storico-politica ha però usualmente risposto a quell'interrogativo individuando proprio tra Quattrocento e Cinquecento la data di nascita del Sistema statuale strettamente inteso, che si è definito con l'espressione "S. moderno". Grandi processi di trasformazione politica raggiungono infatti il proprio apice negli anni in cui risorge il termine S. Centralizzazione, razionalizzazione, burocratizzazione, assunzione da parte del potere centrale del monopolio della forza legittima e - se è possibile avvalersi di tale espressione in anticipo sull'evoluzione storica - democratizzazione: tutti questi fenomeni connotano l'entità politica che va prendendo sempre più nitidamente forma a partire dal secolo XV. Sono fenomeni che trasformano l'apparato feudale del Medioevo e che appaiono collegati circolarmente fra loro da un singolare vincolo finanziario-militare. Il lento sviluppo di un'economia monetaria consente agli strati inferiori della piramide feudale di ottenere l'esenzione dalle prestazioni in armi dietro pagamento di somme Sostitutive, con le quali il signore sostenta un esercito via via destinato a divenire stanziale. Se L'estendersi di tale pratica da un lato favorisce la nascita di un "centro" detentore del potere coercitivo, dall'altro richiede la razionalizzazione di un efficiente apparato di esazione delle imposte. Trova qui le sue radici il sistema amministrativo-burocratico, per l'appunto, "moderno". All'aumentare - in numero ed estensione - delle funzioni svolte dallo S., cresce la necessità di fonti di finanziamento e sempre maggior voce in campo politico vengono ad assumere i etti sui quali ripercuote la potestà fiscale. Si sviluppano così i primi embrioni di "rappresentanza", che forniranno attraverso gli istituti parlamentari la base per il sorgere dei sistemi costituzionali e democratici.
Proprio nel trasformarsi delle funzioni statuali si sono non per caso intravisti gli stadi evolutivi che hanno condotto all'affermarsi dello S. moderno. Da una prima fase detta dello "S. per ceti" (nella quale il potere è diviso fra il Principe e i Corpi), il secolo XVI marca il passaggio a un sistema di specializzazione delle funzioni: l'azione politica al Principe e quella economica ai Corpi. A partire da questo momento la scuola cosiddetta della "Ragion di S." esalterà sempre più le ragioni della figura astratta dello S., mentre Les six Iivres de la République di Jean Bodin (1576) attribuiranno allo S. stesso il carattere che risulterà essenziale per distinguerlo dagli altri organismi sociali: la sovranità, vale a dire la proprietà di non riconoscersi inferiore ad alcun altro potere. In quest'ottica la volontà sovrana non può essere che unica: l'associazione inscindibile di "unità" e "sovranità" presuppone allora la soluzione politica dello "S. assoluto" che conduce alfine al suo apice il processo di centralizzazione politica e instaura un diverso modello di vita associata rispetto al policentrismo dell'antica società per ceti.
Si può ora comprende re come nell'espressione S. moderno l'aggettivo possa in certo senso essere considerato pleonastico, giacché sulla base dell'elaborazione teorica cinquecentesca e seicentesca la nozione stessa di S. già si precisa con i tratti (razionalità, unità, centralità) propri in generale della "modernità".

3. Ciò nondimeno, si è assunta come punto d'osservazione la figura dello S. moderno per scandire gli spazi dell'evoluzione politica e istituzionale europea. Si è allora individuato, a cavallo tra Seicento e Settecento, uno "S. di polizia", così definito retrospettivamente con iniziale intenzione peggiorativa dagli storici costituzionali tedeschi dell'Ottocento. In realtà, l'organizzazione dei poteri del PoIizei staat se depurata delle valenze negative attribuite in quella ideologica al concetto di "polizia", era finalizzata all'instaurazione e al mantenimento dell'ordine: un ordine vincolante per lo stesso Sovrano e informato al principio del Wohlfahrt, del "benessere" di tutti i sudditi.
Non è difficile allora constatare come siano proprio queste finalità a gettare le prime fondamenta per il cosiddetto "S. costituzionale", contrassegnato sul finire del Settecento e nel corso dell'Ottocento dall'accelerazione dei processi di burocratizzazione e di razionalizzazione. La razionalità (considerata da molti storici punto costante di riferimento dell'intera evoluzione dello S. moderno) diventa infatti in questa fase storica fattore prioritario e, nella scia tanto del pensiero illuminista quanto delle elaborazioni teorico-ideologiche della Rivoluzione francese, tende a informare il sistema politico in chiave essenzialmente giuridico-istituzionale. Lo "S. costituzionale" si autorappresenta in tal senso come esito di un secolare processo dominato da una logica di crescente razionalità nella soluzione delle questioni politiche: esso vorrebbe incarnare "il" modello politico capace di normazione obbiettiva, in contrapposizione ai regimi precedenti marcati indelebilmente dall'arbitrio. Ma l'idea di "razionalità" fatica a esaurirsi, come implicherebbe per certi versi la dottrina costituzionale, nel primato di una fonte di diritto. Acquista così sempre maggior rilievo l'elemento amministrativo, assunto non per caso come precipuo oggetto d'analisi dallo storicismo tedesco moderno, che attraverso la riflessione weberiana marca tra Ottocento e Novecento il passaggio dalla storiografia alla sociologia.
L'ininterrotto ampliarsi delle funzioni statuali gioca in tal senso un ruolo fondamentale: in particolare è formidabile l'accelerazione del processo di intervento dello S. nell'ambito economico e sociale verificatasi con le politiche belliche della prima metà del Novecento e in corrispondenza della grande crisi del 1929.
Per definire un tale nuovo modello di organizzazione del rapporto fra S. e società si è coniata l'espressione "S. sociale" (o Welfare State); espressione che, se appare per così dire "spuria" e caratterizzata da un germe dl contraddittorietà interna nella coesistenza dell'elemento "statuale" e di quello "sociale", risponde peraltro alla necessità di comprendere con un unico concetto ambiti politici e logiche d'azione diverse tra loro (soprattutto con riferimento alle società cosiddette keynesiane organizzatesi fra gli anni Trenta e gli anni Sessanta). Lo "S. sociale" può essere considerato in prima approssimazione un sistema tendente a garantire come diritti politici dei cittadini standard minimi delle componenti fondamentali del benessere (reddito, alimentazione, salute, educazione, abitazione, ecc.): l'esempio più vicino a una tale definizione viene di consueto individuato nella politica sanitaria e dell'istruzione condotta in Gran Bretagna all'indomani della seconda guerra mondiale. Proprio l'intervento dello S. in campo sociale e la mobilitazione delle grandi masse conseguenti alle vicende belliche (nonché l'adozione delle politiche economiche keynesiane) marcano infatti indelebilmente le nuove modalità di formazione della volontà politica: questi fattori, cui consegue l'allargamento della partecipazione popolare ai processi elettivi, fondano per molti aspetti il modello statuale novecentesco, parlamentare, rappresentativo e democratico. A segnalare la ricezione dell'eredità settecentesca e ottocentesca all'interno di tale nuovo modello, si parla in proposito per l'appunto di "S. costituzionale democratico". La compenetrazione dell'idea di "S. costituzionale" con quella di "S. democratico" - soprattutto in quanto entrambe rinvianti alla figura dello "S. di diritto" - sembra in qualche modo sovrapporre le immagini dello "S. equilibrio" di tradizione anglosassone (modello britannico e statunitense) e dello "S. progetto" di stampo continentale (in particolare ispirato dall'ingegneria costituzionale della Rivoluzione francese). In tal senso si può auspicare una storia dello "S. moderno" come "S. di diritto", come storia degli ordinamenti normativi nei quali si è manifestata la ricerca di comuni pratiche istituzionali e, si potrebbe aggiungere, politiche. La nozione di S. sembrerebbe presentare in tal modo confini meno rigidi e parrebbe potersi rivestire allo stesso tempo, senza eccessive contraddizioni, delle qualifiche di "anacronica" e di "transeunte".
Forse partendo da posizioni non troppo distanti da quelle appena accennate, e fondandosi sulle basi del dibattito storiografico articolato attorno al tema del "disciplinamento sociale", le recenti piste di ricerca sociologica si sono non a caso aperte con maggior attenzione e assiduità al tema dello S., segno, questo, che si e forse percepito all'interno delle scienze politiche e sociali la disponibilità di strumenti utili a superare le ormai stantie polemiche e incertezze sulla "socializzazione dello S." o sulla "statalizzazione della società".


(P. Colombo)
In: Politica, vocabolario a cura di Lorenzo Ornaghi, Milano, ed. Jaca Book, 1996






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