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 Il voto di aprile?

Il voto di aprileLa storia è finita, il futuro è a portata di mano

Sulla vicenda elettorale ecco alcune riflessioni e forse una voce fuori dal coro.
Abbandoniamo le emozioni del passato per osservare le novità del presente. Usciamo dai luoghi comuni e dal pensiero debole che ci imprigiona, per fare un passo più in là.

Innanzi tutto va detto con chiarezza che questo voto è storico, democratico, innovativo. Come auspicato e richiesto dal coro universale che da trent’anni invoca “governabilità” (e paradossalmente da parte del ceto politico), il voto di aprile è stato un processo dal basso di modernizzazione reale, una discontinuità. Ne è il risultato quello che viene superficialmente definito un processo di “semplificazione”. È verosimile ritenere che d’ora in poi non sarà più possibile, né utile una riforma della legge elettorale, che la strada verso il bipartitismo è in qualche modo aperta e rispettosa della democrazia moderna e che forse il dibattito politico potrebbe anche divenire fruibile ai singoli cittadini. Si dice, con un certo disagio, che abbiamo “importato il modello della democrazia americana”: è la ragionevole e attesa conclusione di un cammino lento e faticoso di importazione della modernità. Abbiamo importato tutto dagli USA nel corso di un secolo, tutto ciò che chiamiamo modernizzazione, innovazione e cioè discontinuità. Perché stupirsi?

Una avvertenza però: “semplificazione” e discontinuità non si conciliano: il voto, in realtà, fa emergere la complessità dei moderni sistemi di democrazia reale, e questi sistemi premiano la capacità di raccogliere, rappresentare e tutelare interessi reali a medio termine indipendentemente da derive storiche, identità tradizionali, apparati ideologici che vincolano il futuro a lungo termine. Ha vinto chi ha saputo indicarli e rappresentarli al meglio.

La storia è finita e il futuro è a portata di mano. E, in termini temporali, questo futuro è quello della politica in una democrazia: l’arco della legislatura, l’unico futuro possibile.

Gli elettori (la parola Paese è finalmente da archiviare insieme a quella di interesse generale) hanno scelto, sulla base dell’offerta elettorale, per se stessi e per il loro futuro reale (quello a breve se non immediato) così come è stato proposto dai leader dei due schieramenti reali.

I due programmi dei leader, sostanzialmente simili “ideologicamente”, promettevano un più elevato standard di materiale benessere a breve termine (i cinque anni della possibile legislatura). Meno tasse, più soldi e sicurezza per tutti, garanzia indifferenziata delle posizioni acquisite di chi ha lavoro, lavoro per chi non ce lo ha. Su queste basi si è raccolto il consenso. I temi etici, scomparsi dal dibattito politico, hanno fatto la piccola fortuna dell’Italia dei valori che ha raccolto un pugno di nostalgici dell’Antico regime. La più elevata materializzazione di questi interessi a breve ha fatto poi la fortuna delle Leghe: interessi veri, soldi e controllo dei soldi a livello territoriale. Il catalogo dei programmi e dell’offerta politica è questo. Consenso e semplificazione per ottenerlo: la varianti tra i due leader sono state lo stile retorico e il canone narrativo scelto di volta in volta (il dramma epico, la commedia dell’arte, quella brillante o dell’assurdo, la farsa). Nulla di più.

Gli osservatori più attenti (a cominciare dal Sole24ore che i conti li ha fatti davvero) hanno posto in evidenza che nessuna di queste offerte è realistica. Proprio per essere sul termine di cinque anni, e tenuto conto della situazione economica nazionale e internazionale, nessuno dei programmi ha le coperture che lo rende credibile e davvero attuabile. Quel che in realtà ci aspetta non è un futuro di crescente benessere, sono anni di lacrime e sangue, di disordine nella crescita, di conflitto/resistenza nel mantenimento delle posizioni sociali acquisite.

È questa evidenza che consente di andare oltre gli stretti confini dell’analisi tradizionale del voto ancora una volta proposta in politichese: pesi e contrappesi, previsioni di alleanze e rotture, recriminazioni, riforme istituzionali e interventi verbali sui costi della politica (di cui non si parlerà più), ricorso ai sondaggi, teatrini e disfide televisive di personaggi in cerca di visibilità e di sopravvivenza. Andiamo oltre dunque, un poco più in profondità e con qualche interrogativo.

La classe politica e dirigente del paese è in grado di cogliere il fatto nuovo (la vera innovazione di questo voto) e cioè che la “semplificazione” comporta una emergenza delle nuove forme di complessità? Governo e opposizione hanno davvero gli strumenti per leggere e governare il futuro a breve-medio termine? Esiste una cultura del presente capace di progetto, fattibilità, esecuzione degli interventi di politica economica e sociale sul breve termine? Oltre allo spettacolo comiziale e mediatico, oltre le emozioni del momento, quale livello di competenza “professionale” mette in campo la classe politica e quella dirigente? E ancora, e soprattutto: gli elettori sono disponibili ad accogliere il processo di innovazione a cui hanno dato vita e adeguarsi alle discontinuità del presente rispetto al passato?

Per rispondere a queste domande è necessario chiarire in premessa che la semplificazione del sistema politico-parlamentare rende visibile un alto livello di complessità il quale, a sua volta, è il risultato di un processo di inabissamento del cittadino come soggetto politico e della teoria unificata del potere che lo ha generato in seno alla cultura europea (secoli XVI-XVIII). Questa deriva storica si spiega per effetto dell’ insorgere, nel tempo presente, di nuovi modelli di socialità e sistemi di regole mutevoli, momentanei e in rapida, continua successione (comunità, gruppi, reti, ecc.). è ciò che chiamiamo mondializzazione e globalizzazione non solo e non tanto dell’economia, ma delle relazioni di potere e di interesse tra i viventi nella loro mobilità (fisica, culturale, sociale, etnica) ormai senza confini.

Per comprendere invece il senso di queste domande occorre riflettere sul fatto che il “nuovo” non si insedia né trova le sue radici nel “vecchio”. La discontinuità che si è verificata nel sistema politico italiano per effetto del voto è un reale processo di innovazione, una sorta di inatteso trapianto. E a questo punto ci si deve domandare se di questa discontinuità, di questa innovazione, ne siano davvero consapevoli gli attori (elettori ed eletti) dell’azione sociale in atto. Guardando da fuori e da lontano viene alla mente un trend di tutto il nostro Paese. L’unità nazionale fu un processo innovativo realizzato mediante il trapianto di un pensiero politico (quello del moderno stato nazionale) venuto da oltre i confini: da un’Europa da tempo matura. C’è voluto un secolo per realizzare davvero il processo unitario. Il via alla vera industrializzazione è stato realizzato nel secondo dopo guerra con mezzo secolo di ritardo rispetto ai paesi giuda della modernizzazione e mediante un trapianto di programmi d’oltre oceano. In trent’anni ci siamo bene o male messi alla pari. Ora questa discontinuità che abbozza un nuovo sistema politico apre la via a un nuovo corso della convivenza nazionale nel quale la democrazia cessa di essere uno slogan, una bandiera, un simbolo e può divenire una normale pratica di vita attraverso la costruzione di partiti davvero democratici in grado di tutelare la pluralità infinita di interessi legittimi, ambizioni legittime, aspettative legittime. La velocità del tempo della politica dovrebbe fare il resto.

Insomma Hitler e Mussolini sono morti, Marx è morto, Freud è morto, forse anche Dio è morto e il futuro è a portata di mano.

Roberto Moro



 
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