a
Nino Recupero per concludere una consuetudine di confronti
e scontri sul senso della nostra comune passione,
ai
dottorandi in Storia contemporanea e
ai
colleghi del Dipartimento di Storia della Società
e delle Istituzioni. |
|
La
storia non la fanno gli uomini, la fanno gli storici che la scrivono
e, con i loro racconti, umanizzano il tempo dilatandolo oltre i confini
del presente sino alle sue zone estreme nelle quali si cela il segreto
delle origini. Per questo la storiografia del secoli XV-XX è
una manifestazione originale ed esclusiva del pensiero mitico: un racconto
delle origini nel quale l’uomo non è un oggetto della creazione,
ma il soggetto di continui processi creativi del tempo e del suo stesso
tempo. La modernità è tutta qui, in questo Grande racconto
di un tempo tutto umano, fragile e caduco, che ha generato nell’uomo
europeo la consapevolezza di un destino di continua autoffarmazione
attraverso il suo tempo e la sua storia. Nessun altro sistema di pensiero
ha percorso un cammino tanto rischioso. Nessuna cultura ha conferito
alla creatività e all’immaginazione del pensiero mitico
il compito di umanizzare il tempo e di promuovere, nel tempo, l’espansione
della conoscenza dell’uomo e del mondo. Per questo il pensiero
storico è un’attività dell’immaginazione e
nella storia nessun dato è definitivo, nessuna testimonianza
certa. Instabile e indefinibile perché materia viva che si rigenera
da se, la storia è un linguaggio iscritto nel tempo i cui vocaboli
sono gli eventi.
Indice del testo
Premessa
Capitolo
I – Identità e complessità
Identità
e crisi di identità – una “storia” della
crisi – la storia della storia. Le dimensioni del tempo
– fine della storia e oltre – l’incidente inatteso
– sapere inutile e nuovi saperi – storia e storie
– nuovi orizzonti, nuovi territori – civiltà,
evoluzione dell’umanità, civiltà materiale
– aperture, complessità, profondità.
Capitolo
II – Tempo storico e percezione degli eventi
Tempo,
eventi, durata e storia degli eventi – evento, temporalità
e tempo umano – cronologia e cronosofia - l’evento
storico, le date, la cronologia – subeventi, particelle,
frattali e fisica degli eventi – teatri della memoria, spettacoli
e canonizzazione degli eventi – memoria, ricordi e percezione
degli eventi – memoria storica
Capitolo
III – Storia, modernità, comunicazione
Scienza,
leggi, spiegazione… - … e narrazione – mitografia
e storiografia – storia, politica, potere – storia
antica e moderna – storia moderna e contemporanea - per
concludere
Nota
conclusiva come introduzione al testo: Definizione,
caratteristiche e limiti della modernità
Autori
citati e testi di riferimento |
Premessa
“L’essere
umano deve viaggiare. Solo in terra straniera egli può
essere se stesso; a casa propria deve invece raccontare
il suo passato che, nel presente, si trasforma in una maschera
pesante e dissimulatrice”
Rahel
Vanhagen
“La
Storia si costituisce nell’atto della sua narrazione, che
ordina l’accadere degli eventi in una trama di senso. Il
reperimento di un senso traduce il tempo in storia, così
come il suo smarrimento dissolve la storia nel fluire insignificante
del tempo”
Umberto
Galimberti
“Riflettere
sulla forma grammaticale e sulla struttura del linguaggio
in cui viene costruita la storia, sui divari culturali dei
costrutti temporali, sulla psicologia della concezione temporale,
sui differenziali temporali e di contemporaneità
dei processi, sulle velocità storiche, è di
estrema importanza per la elaborazione di una metodologia
(auto)critica dell’analisi storica”
Rolf
Petri |
|
Le
pagine che seguono sono un approfondimento delle riflessioni appena
abbozzate in occasione del seminario di studi rivolto ai Dottorandi
di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Storia della Società
e delle Istituzioni (della Facoltà di Scienze politiche dell’Università
degli Studi di Milano) nel mese di giugno. Il tema proposto, e certo
non esaurito, era quello dell’identità dello storico nel
clima mutato del XXI secolo, un tema imponente per dimensioni, profondità
e coinvolgimento, ampiamente dibattuto sul versante della filosofia
della storia, della metodologia storica, della storia della storiografia
e dell’antropologia storica; un tema che pertanto può essere
affrontato (e certo non risolto) da una pluralità di approcci
disciplinari i quali, pur non consentendo un alto grado di sistematicità
e una omogeneità di linguaggio, rinviano subito al significato
di ciò che chiamiamo storia e al territorio che la ospita: il
tempo storico. Sollecitato da qualche lettura* e in virtù dell’esperienza
professionale di ricercatore, per questa strada mi sono avventurato
partendo da alcuni assunti che, per evidenza, fanno parte del comune
sentire e che pertanto pongo in premessa.
Per tempo storico intendo quella dimensione della temporalità
(non cosmica, non biologica e non psicologica) del tutto colonizzata
dal pensiero e dalla cultura, una dimensione che genera, ospita e ordina
gli eventi relativi alle vicende umane.
Per storia intendo quel sapere esclusivo del pensiero occidentale (da
Erodoto a noi) in merito al tempo umano (una cronosofia), un sapere
e un modo di pensare che, nel corso della modernità, ha assunto
un ruolo privilegiato nello sviluppo della conoscenza (quindi dell’identità)
umana e svolto una funzione di sintesi e organizzazione di tutti saperi.
Storia dunque al singolare e non “storie”, perché
l’uso del singolare collettivo è indicativo di un sapere
che si vuole unico, autonomo e assoluto. Poiché tuttavia la storia
è un prodotto culturale e immateriale dell’esperienza umanistica
moderna il concetto di storia coincide con quello di storiografia.
Per storiografia intendo l’azione di scrittura della storia con
la precisazione doverosa che questo termine appare ormai povero e debole
rispetto a ciò che intende rappresentare e cioè un formidabile
utensile per il governo e il controllo dello sviluppo dell’uomo
mediante la completa umanizzazione del tempo, degli eventi storici,
del loro significato, della loro struttura comunicativa, per il che
sarebbe forse più agevole ormai usare termini come cronosofia
o storiologia. Preso alla lettera esso designa la trincea comunicativa
nella quale gli storici si sono rinchiusi estraniandosi dal dibattito
sulla teoria della storiografia, sul senso e il fine del lavoro storico.
Poiché tuttavia è la storiografia a produrre e materializzare
la storia i due concetti infine coincidono.
Per modernità intendo infine quel particolare modello culturale,
elaborato in Europa nel corso dei secoli XIV-XIX (dal punto di vista
dell’antropologia e del pensiero politico dal 1486 al 1989), caratterizzato
dall’invenzione, costruzione ed emergenza del soggetto; un modello
nel quale la storiografia ha svolto un ruolo di fondazione, un corso
temporale che può ormai dirsi concluso e che per ciò stesso
suscita il problema di una ricollocazione o ridefinizione del sapere
storico e conseguentemente quello dell’identità dello storico.
Assunti, questi, da tempo generalmente condivisi e che portavano Henri
Marrou a dire ai suoi allievi, già nel 1939: “voi siete
giovani, ma la storia che scrivete non lo è più. Marciate
in retroguardia: la storia è una concezione stanca. Ci fu un
tempo non tanto lontano, in cui noi storici occupavamo i primi posti:
tutta la cultura era sospesa ai nostri decreti, ai nostri oracoli. Stava
a noi dire se si doveva credere in Dio, se l’Iliade era bella,
se la Boemia era una nazione, se il papa era infallibile, se Marx aveva
ragione…”. Così nel 1939. E noi? E ora?
La risposta a questi interrogativi, è ovvio, non è non
può essere definitiva. Innanzitutto la Storia è plurale
e le storie che gli storici costruiscono e raccontano sono fatte di
quella materia instabile e in continuo movimento della quale son fatti
gli esseri umani: il tempo. E il tempo è, per ora, indefinibile
nel suo essere e nella sua intima, invisibile materia; per contro il
tempo umano, del quale la storia si compone, è una sostanza instabile
e fragile.
Roberto Moro
Milano,
settembre 2003
* gli autori con i quali ho dialogato nel corso di questi anni e che
sorreggono le tesi e le ipotesi interpretative avanzate, sono generalmente
noti agli storici. Ne cito i nomi a titolo puramente orientativo senza
alcun riferimento alle opere perché sono scelti proprio in relazione
alle tesi complessive da essi sostenute e che appunto li caratterizzano
nel panorama del dibattito oggetto di questo intervento.
CAPITOLO
I - Identità e complessità |
“la
prima critica riguarda il racconto storico e il ruolo esplicativo
fondante che esso deteneva nella coscienza moderna. In effetti
la postmodernità si immagina libera da ogni fondazione
e si elabora mediante la mobilità delle interpretazioni
in virtù della compulsione ripetitiva delle forme e dei
temi nei confronti dei quali ogni origine è dimenticata”.
Danilo
Partuccelli |
1.Identità e crisi di identità
L’idea
di dedicare uno dei nostri periodici incontri alla riflessione comune
sull’identità dello storico contemporaneo e cioè
sulla definizione di un senso del suo ruolo pubblico e sociale (quindi
politico e morale) nonché di quello professionale in quanto attore
di un ordine del sapere un tempo centrale all’architettura culturale
del pensiero e dell’esperienza, mi pare del tutto appropriata
nell’ora di avvio del XXI secolo. Si tratta infatti, a mio parere
e almeno per un istante, di violare i reticolati del ghetto accademico-disciplinare
e guardare oltre i confini di quegli orti conchiusi e artificialmente
protetti che i processi di integrazione-frantumazione in atto rischiano
di rendere progressivamente sterili. Si tratta insomma di prendere atto
del fatto che le cose, così come stanno, non vanno del tutto
bene, che vi è disagio a praticare la Storia, a comunicarla e
soprattutto a guidare chi la pratica; e si tratta soprattutto di non
nasconderci il fatto che, al di là delle procedure e metodologie
consolidate di scomposizione, ricomposizione e narrazione del tempo,
l’universo che si offre all’osservazione dello storico appare
confuso, incerto e misterioso sino a svelare un “lontano abbandono
dell’essere” (Heidegger).
La nostra discussione dovrebbe proprio cominciare da qui: dal senso
di una progressiva lontananza dall’oggetto dei nostri studi e
dall’idea della crisi. Perché, questo è ovvio, interrogarsi
sull’identità implica automaticamente una crisi di identità,
quasi ne certifica la perdita (o il rischio di perderla) e, più
in generale, denuncia una incertezza del senso, che apre la porta al
vuoto e alla de-moralizzazione (Jonas). Sono questi peraltro gli stati
d’animo e il comune sentire che caratterizzano il nostro tempo,
quel nuovo corso della storia definito da molte voci “l’età
del vuoto” (Lipovetsky). Il Quarto regno, garante di un definitivo
potere dell’uomo, profetizzato da Daniele, sarebbe dunque infine
giunto per mostrarci un mondo (e un uomo) definitivamente realizzato
che coincide con il collasso temporale e con la dissoluzione dell’uomo
moderno (Cioran, Baudrillard, Tourenne, Morin, Giddens).
Da questo punto di vista, dal punto di vista della crisi di identità
culturale, la condizione dello storico contemporaneo (ma più
in generale dello storico e del sapere storico) ben poco diverge da
quella dei suoi colleghi umanisti (filosofi, antropologi, letterati,
linguisti, pedagogisti, ma anche economisti, sociologi, psicologi).
Naturalmente lo storico, manipolatore del tempo, più di ogni
altro si trova in prima linea, ma “l’età del presente”
(Kierkegaard) nella quale viviamo è per sua natura cosmopolita
e offre cittadinanza alla crisi di tutti i saperi umanistici vittime
del decomporsi dell’ordine enciclopedico e dello sfogliarsi dell’albero
del sapere nella sua, un tempo, robusta e rassicurante gerarchia.
2.
Una “storia” della crisi
Quel
che rende più forte il peso della crisi (cioè di incertezza
del senso e quindi di identità) nella percezione degli storici
e del sapere storico è forse il fatto che proprio gli storici
sanno o dovrebbero sapere che la cultura occidentale si confronta con
questa crisi di identità, questo abbandono, de-moralizzazione,
vuoto, dissoluzione temporale da ormai più di un secolo. Dagli
anni settanta dell’Ottocento e fino a tutti gli anni settanta
del Novecento, il tema della crisi è all’ordine del giorno
della cultura occidentale, ne fa il tono e persino la struttura profonda
che per questo ha tratti millenaristi e apocalittici. La crisi ha dunque
una sua storia e questa storia è quella della crisi della modernità.
Questa storia i contemporaneisti (per i quali il big bang principia
con la prima industrializzazione) forse non sono in grado di raccontarla
per intero, ma ne sono figli primogeniti e la percepiscono nel profondo
forse più di tutti gli umanisti di ogni ordine e grado. L’identità
dello storico deve perciò confrontarsi, in prima istanza e senza
mediazioni, con la storia della crisi della modernità o se si
preferisce dell’età contemporanea.
E’ una storia nota agli storici del pensiero e ormai raccontata
in mille versioni e varianti sulla quale è inutile, almeno tra
noi, spendere righe o parole. Ce ne stiamo occupando tutti, da attori
e testimoni, e personalmente mi sono esercitato in più occasioni
sull’argomento. Quel che mette conto di ricordare non è
tanto la natura e verità della crisi, quanto la sua dinamica,
la sua storia appunto e il suo esito finale: 1860-1890 critica della
modernità e crisi del pensiero storico (Baudelaire, Nietzsche);
1890-1910 crisi della scienza, dell’idea del progresso e della
scientificità della storia (solo per citare: Freud, Husserl,
Heidegger, ma anche Dilthey, Simmel, Spengler, solo per citare); 1910-1930
crisi dell’idea di Europa (prima e dopo Spengler la letteratura
declinista è sovrabbondante); 1930-1950 crisi della democrazia
(cioè del politico) (Valery, Camus, Aron, Lukacs, Arendt); 1950-1970
crisi delle ideologie quindi della mitologia e della magia operativa
realizzata dagli storici (sotto il profilo filosofico e sociologico
la letteratura del post-moderno è praticamente inesauribile),
1970-1989 bilancio finale della crisi. Un bilancio che, per quanto ci
riguarda, è pesante.
Infatti, anche se gli storici si sono sempre tenuti a debita distanza
dal dibattito sul significato e il senso della storia e della storiografia,
sanno che il cuore stesso della critica alla modernità (detto
altrimenti della “crisi dell’età contemporanea”),
il suo vero campo di battaglia è stato proprio il sapere storico:
in particolare la progressiva demolizione della storiografia romantica
prima, dello storicismo e del positivismo storico poi. Sotto il profilo
accademico-disciplinare il sapere storico (certo uno dei più
tardivi ad essere riconosciuti nell’albero istituzionale) vede
la sua nascita nel 1810-1812 con l’istituzione delle prime due
cattedre di storia (rispettivamente a Berlino e Parigi) per cadere sotto
l’offensiva nietscheana nel 1879 e raccogliere la sua sentenza
di morte nel 1922 (Troeltsch) in perfetta contemporaneità (e
contestualità) con le fasi complessive della critica alla modernità.
Insomma, crisi dello storicismo (inteso come impegno alla universalizzazione
del sapere storico) uguale a crisi della modernità proprio perché
alla storia era stato affidato il compito di celebrare-organizzare il
processo di laicizzazione e con questo quello di autoaffermazione dell’uomo
e della cultura generate dalla modernità stessa.
Un bilancio che propone all’apparenza una via senza uscita: il
progetto antropologico a base storica elaborato dalla cultura della
modernità (Sant’Agositno, Pico della Mirandola, Petrarca,
Machiavelli, Montaigne, Bacone ... nomi che cito a caso solo per fissare
una linea del tempo) sembra esaurito o addirittura male impostato; a
fronte delle tre deflagrazioni, dei tre ordigni esplosivi del XX secolo
(la bomba atomica, la bomba genetica e quella informatica), l’emergenza
umanistica sembra essersi persa lungo quel cammino “storico”
che ha voluto percorrere. Insomma il soggetto implode sotto il peso
dei suoi stessi obiettivi (Tourenne, Giddens): all’attuale livello
di potenza consentito dalle tecnologie, l’uomo moderno, centro
di tutto l’universo, attore privilegiato della creazione e ordinatore
del mondo (vir virtutis, philosophiae e poi citoyen), pare caricato
di responsabilità alle quali non è in grado di fare fronte.
L’esito finale della crescita morale, politica, sociale dell’uomo-humanitas
che ha caratterizzato il processo di “innalzamento della storia”
operato dalla modernità, altro non sarebbe che l’arcipelago
gulag di un individualismo possessivo e narcisistico fluttuante in un
mare agitato da ignote correnti (Virilio). E’ quel mare del vuoto
che le tendenze nichiliste ed esistenzialiste si impegnano a scandagliare
da circa un secolo. Un bilancio in conclusione senza via d’uscita
e una crisi perpetua di identità: la storia sarebbe finita perché
è venuto meno il soggetto del racconto da un lato (l’uomo
moderno) e il narratore della sua vicenda (lo storico) dall’altro.
Dunque nulla di più attuale, ma anche scontato, del dibattito
che ci siamo incaricati di affrontare.
3.
La storia della Storia: le dimensioni del tempo
Crisi
del soggetto, abbandono dell’essere, crisi della storia (perché
le tre azioni vanno fatalmente insieme): crisi dunque di identità
dello storico (soprattutto di quello contemporaneo, mi verrebbe da dire).
Perché la crisi del modello antropologico della modernità
implica automaticamente la crisi del sapere storico: l’uomo e
la sua società così come noi le pratichiamo sono, infatti,
dimensioni e paradigmi a fondazione storica e cioè leggibili,
spiegabili e assimilabili in virtù di un percorso temporale ad
esso intimamente connessi. Anche questo tema è noto, scandagliato
e, per certi aspetti, saturo.
Però forse tra noi, come con altri colleghi, su questo punto
non ci siamo ben capiti, o meglio non sono stato capito. Che vi sia
una censura? Che le fughe verso la metodologia e la filologia siano
il risultato di una cattiva coscienza? Che vi sia una trincea professionale
protettiva eretta contro destabilizzanti invasioni? Ma, diciamolo onestamente,
come può lo storico affrontare l’oceano comunicativo che
la nuova fase della modernità ha posto in essere stando in trincea?
Come inserirsi nella vorticosa corrente mediatica, narrare, fare storia?
Ed è davvero possibile oggi eludere, con il fragile scudo delle
specializzazioni disciplinari, delle tesi, delle monografie, il tema
del significato e del fine (o della fine) della ricerca storica? E come
andare oltre i confini tradizionalmente fissati?
Cominciamo col dire (o semplicemente ricordare) che vi è stato
un tempo e vi sono ancor oggi luoghi nei quali il pensiero storico non
poteva e non può nascere perché è privo del suo
stesso habitat: il tempo storico, un tempo lineare che si articola in
una successione coerente di passato, presente e futuro. La linearità
del tempo in realtà è essa stessa figlia della storia:
è figlia del monoteismo giudaico-cristiano (la creazione del
mondo coincide nel monoteismo con la creazione del tempo) e la sua umanizzazione
coincide con l’Evento (unico e irreversibile) che ne annuncia
anche la data finale, quel punto estremo che assicura la riconciliazione
del tempo umano con la sfera immobile dell’eternità (Lowith,
Gurevicth, Vovelle, Gauchet, Pomian, Habermas).
Bacino di coltura del monoteismo, il pensiero medioevale praticava un’idea
della temporalità a più dimensioni o livelli (Tommaso
D’Aquino): aeternitas (il non tempo del divino), aevum (il programma
storico, tutto già scritto all’atto della creazione, che
coincide con il disegno provvidenziale), tempus (quello fragile e transitorio,
ininfluente e provvisorio dell’uomo creato, un tempo povero fatto
di cerchi, sinusoidi, schemi ripetitivi senza Storia). Intorno al XIV-XVI
secolo ecco la svolta: l’idea di una possibile ri-nascita della
civiltà antica apre un processo di conquista e liberazione dell’aevum
da parte del tempus. Il Rinascimento certifica non solo la morte di
una civiltà (Santo Mazzarino, Garin), ma il potere tutto umano
di rigenerarla, superarla e farla rivivere, e la modernità, da
questo punto di vista, altro non è che una guerra di conquista
individuale e collettiva del tempo, la sua restituzione all’uomo
e all’humanitas per effetto del ruolo di centralità della
specie, della superiorità gerarchica della creatura nel vasto
universo creato. Allora nasce la storia come libera azione del soggetto
e la storiografia della modernità può essere così
definita come un grandioso impegno di desacralizzazione-colonizzazione
del tempo sacro e provvidenziale (quindi naturale) a tutto vantaggio
della narrazione della vicenda umana nella sua autonoma e responsabile
crescita (un tempo non più naturale, ma di laboratorio, artificiale).
Si tratta di un percorso-racconto a fondazione antropocentrica (e fatalmente
eurocentrica) che, come ogni narrazione, ha un punto di partenza (il
suo mito delle origini è la Ri-nascita) e un punto di arrivo
(il suo evento apocalittico finale che è l’autoaffermazione
dell’uomo), che si snoda in una concatenazione di rapporti causa/effetto
e ordina la freccia del tempo (lo governa) in relazione alla sua linearità
verso l’emancipazione, la liberazione finale dell’uomo (quella
alla quale forse siamo arrivati).
Ma questa operazione di conquista e colonizzazione non è stata
senza rischi e pericolose ambiguità. Progressivamente umanizzato
e lavorato, il grande tempo cosmico e provvidenziale offerto dal sentire
monoteista, ha poi perso il suo carattere di rigorosa e necessaria continuità:
divenendo lo specchio dell’humanitas ne ha assunto i tratti e
i colori. Il tempo dell’uomo (tempo storico) è, al pari
del soggetto che lo produce, instabile, frutto di emozioni e passioni
che si alternano in cicli, sinusoidi, corsi e ricorsi, drammatiche alternanze
(di bene e male, vita e morte, buio e luce, guerra e pace, sviluppo
e regresso), ha una intensità morale e riflette le passioni del
cuore (il tempo è “difficile”, “maturo”,
“fa giustizia”, è “galantuomo”, ecc.)
e assume nel suo incerto corso colori diversi (vi è un’età/secolo/epoca
d’oro, di ferro, dei lumi, del progresso, delle rivoluzioni, dell’espansione,
e così via). Insomma tempo umano e tempo storico sono fatto della
stessa sostanza. Spetta alla storiografia, che ne assume il monopolio,
scoprire il segreto e la ragione del suo moto, allo storico ordinarlo
in una narrazione esplicativa. Ma il tempo storico, lineare come è,
non perde mai le sue caratteristiche essenziali: è, come il sapere
stesso dell’uomo, cumulativo (succede a se stesso), gerarchico
(vi è sempre un prima e un dopo, una causa e un effetto), patrimoniale
(la sua cumulazione lo arricchisce e lo innalza). Insomma, desacralizzato,
il tempo si umanizza e diviene il formidabile utensile culturale della
modernità.
Inoltre la riduzione del tempo a storia produce anche effetti inattesi.
Si tratta di un processo “alchemico” che, desacralizzando
e umanizzando il tempo provvidenziale-naturale, ha finito per sacralizzare
il tempo umano, e, a poco a poco, quest’azione di colonizzazione
e conquista lo ha reso “pubblico”, “collettivo”
(Ricoeur, Koselleck, Badiou) ben oltre gli angusti confini dell’esperienza
individuale e della storia personale; cosicché la Storia dell’Uomo
(necessariamente universale e teleologica) è divenuta “il
tempo sacro” della modernità (Habermas), un possente mito
in azione, totalizzante e universale, al quale spetta risolvere il problema
della fondazione di un discorso sull’essere. “Noi siamo
esseri storici prima ancora di considerare la storia e soltanto perché
siamo quelli diventiamo questi” (Dilthey).
La storiografia europea dei secoli XVI-XVII assume già i tratti
di una “teologia della storia” (Pomian, Lowith) e poi si
trasforma in una “filosofia” della storia (XVIII secolo)
alla quale viene affidato il compito di fondare un sapere relativo alla
totalità della vicenda umana. Con l’evento rivoluzionario
la storia da plurale diviene singolare (Foucault) e il tempo storico
diviene collettivo, di esso si fa un “uso pubblico” e quindi
politico nel significato più alto del termine (e cioè
come ragione di identità, socialità, consapevolezza dell’azione
sociale). Più in là (XIX secolo) la storiografia, esplicativa
e prescrittiva, accetta lo scontro-confronto con il positivismo scientista
e si pone come obiettivo la realizzazione di “una scienza esatta
e positiva dello spirito” (Renan): la “scienza” delle
scienze. Così quello a cui abbiamo assistito nell’arco
di tre, cinque secoli è stato un episodio centrale delle “guerre
del tempo” (Rifkin): l’uomo ha conquistato il suo tempo
e la Storia è stata lo strumento per la “pianificazione”
(Kant), occupazione, governo, controllo, colonizzazione del tempo; la
più alta, e a mio avviso più nobile, manifestazione di
potere (o “volontà di potenza”) della cultura occidentale
in quel suo sofferto cammino che chiamiamo modernità. Osservata
in relazione alla sua storia, la Storia altro non è che un racconto
del Potere ordinatore del mondo, lo storico un attore centrale dell’ordine
di tutti i saperi, e l’uomo moderno un prodotto della Storiografia
e cioè di un racconto delle origini infinitamente ripetuto e
universalmente condiviso.
Un’esperienza culturale esclusiva del pensiero occidentale, sì,
ma di breve momento se consideriamo il corso dei cinque secoli della
storia moderna in rapporto non solo ai tempi della specie (l’ordine
temporale è ora di milioni di anni), a quelli della natura (siamo
ai miliardi di anni) e del cosmo (centinaia di miliardi di anni); breve,
e per certi aspetti fragile, anche se consideriamo il complessivo della
cultura occidentale in rapporto alle pluralità delle culture
umane altre (rispetto a quella dell’Europa occidentale dei secoli
XIV-XX) il cui censimento, sia per il passato che per il presente, sembra
non finire mai e porta di continuo alla luce sistemi di civiltà
e di conoscenze altrettanto vitali e significative. Un cammino concluso?
Un “tempo” finito e quindi una Storia finita?
4. Fine
della storia e oltre
Per
molti autori il dibattito sulla fase critica della modernità
e sul ruolo critico degli storici è, nei fatti, coinciso con
quello in merito alla possibile fine della Storia. Ma questa ipotesi
ha radici assai più profonde del dibattito moderno/postmoderno.
Forse per primo Michelet ha avanzato quest’ipotesi immaginando
che, con l’avvento XIX secolo, si fosse giunti alla data limite
della Storia dell’umanità (“la storia di Francia
è al suo punto di arrivo”), ma l’idea di un vero
e proprio finis historiae l’ha formulata in modo organico Hegel
per primo e nel 1807 (dopo la battaglia di Jena) al culmine della parabola
dell’età moderna. L’idea era che, nel processo storico,
si fosse giunti al capolinea per effetto del costituirsi, grazie alla
Rivoluzione francese, dello stato liberale (forse anche democratico)
e del conseguente moderno diritto di cittadinanza. Individuo, famiglia,
società civile, stato e cittadinanza: il processo di innalzamento
dell’uomo attraverso il “divenire storico” dialettico
(insomma il tempo che passa) aveva, secondo Hegel, concluso il suo ciclo
(Fukuyama). La Storia universale poteva dirsi conclusa per l’avvento
dello Spirito, il suo materializzarsi sub specie “politica”,
cioè storica (o viceversa): lo Stato moderno, sintesi complessiva
dei processi dialettici di quella metafisica della laicizzazione che
è l’idealismo.
La Storia finiva, secondo Hegel, perché il suo programma temporale
(o almeno quello che egli stesso era riuscito a interpretare e modellizare)
si era ormai concluso e il tempo a venire sarebbe stato quello di un
adeguamento dell’umanità intera alla modernità,
insomma un susseguirsi di processi di ammodernamento o modernizzazione,
come ci piace dire oggi; una marcia d’integrazione in base alla
quale, per estremizzare, “nella sua totalità il futuro
è propaganda” (Brodskij) e cioè programma politico
definito nei suoi obiettivi. Per sfuggire a questo apparente paradosso
nichilista dell’idealismo, Marx ha rovesciato anche qui fino in
fondo il pensiero hegeliano retrocedendo la storia a preistoria e fissando
la data dell’inizio della storia vera (quella dell’uomo
socialista) all’avvento dell’era comunista. Un’ipotesi
teorica che oggi lascia perlomeno perplessi.
A pensarci bene credo che Hegel non avesse tutti i torti e che, in fondo,
ci avesse azzeccato più di molti altri critici e teorici del
postmoderno (Rossi). L’antropologia hegeliana, mobile, ma rettilinea
e unidirezionale, costituisce, infatti, il compimento del percorso di
centralizzazione-distanziamento dell’uomo dal mondo (natura, universo,
cosmo), realizza il progetto umanistico della cultura occidentale e
ne svela il mito delle origini: lo spirito-idea inteso come privilegio
esclusivo dell’essere. E poiché la storia sempre e ovunque
(in tutte le culture) parla dell’uomo e delle sue origini (è
una procedura di affermazione di identità e quindi necessariamente
autoreferente), nei fatti, la storiografia dell’Ottocento (specie
quella tedesca) diviene una mitografia della modernità, la celebra
sotto il profilo etico e la impone sotto quello politico: al meglio
è la narrazione omerica (a fondazione eurocentrica) di un’epopea
dell’uomo occidentale nel suo perturbato e drammatico percorso
di domino del mondo, al peggio una soap opera di eroi del potere alla
Carlyle o alla Sombart.
Che l’esperienza totalitaria del Novecento sia poi una evoluzione
finale dello Stato nazionale liberal-costituzionale (nella fattispecie
hegeliano- prussiano) o il suo lato degenerativo, poco conta ai fini
del giudizio dato da Hegel. L’esperienza del Novecento, infatti,
è millenarista e catastrofista proprio perché drammatizza
il discorso della fine, lo esaspera in quella decostruzione del soggetto
come attore privilegiato nel governo del tempo (Popper) che mette in
difficoltà lo storico e ne segna la privazione di ruolo, la crisi
di identità. Con argomentazioni diverse da quelle di Hegel, del
resto, anche Troeltsch certificava l’avvenuto decesso della Storia
universale all’indomani della Prima guerra mondiale annunciando
la crisi irreversibile dello storicismo. Nel 1938, Aron argomenta in
modo esemplare “i limiti dell’oggettività storica”
in un saggio di decostruzione radicale del sapere storico della modernità.
Marrou ne prende atto (1939) e svela la “tristezza dello storico”
nel confrontarsi col tempo presente. Negli anni cinquanta, a fronte
dell’offensiva strutturalista, la storia sembra ormai condannata
a un descrittivismo opaco, al caos della contingenza e della dispersione
nella incoerenza degli eventi (Lévi-Strauss). Un’altra
sentenza di morte giunge, assai ben strutturata, nel 1953, con Significato
e fine della storia (Lowith) e un epitaffio che non lascia molte speranze:
“il pensiero contemporaneo è approdato a una radicale relativizzazione
della storia e della conoscenza storica, il che costituisce la più
grave minaccia per la sua possibilità di sviluppo”. Lyotard
e Fukujama, dal canto loro, decretano la fine della storia nella seconda
metà del XIX secolo in concomitanza con la morte delle ideologie.
Insomma il Novecento si iscrive nella cultura europea come il secolo
terminale del sapere storico esplicativo, prescrittivo, autoreferente.
E anche se questa verità può apparire, al mondo chiuso
e catafratto degli storici, una sorta di estremismo provocatorio, non
vi è da farsi illusioni. L’espansione dell’impegno
storiografico sotto il profilo istituzionale (accademico, disciplinare,
didattico) che si può agevolmente registrare nel corso del XX
secolo, è caratterizzato da un progressivo ripiegamento della
ricerca su se stessa, da una crescente autorefernzialità e dal
rinchiudersi in uno specialismo filologico strutturalmente incapace
di percepire e affrontare la crisi del ruolo strategico del sapere storico
nei rapporti con gli altri saperi. E, a mio parere, a questo punto siamo
ancora oggi: al dibattito sul finis historae.
Intendiamoci bene: quello di cui si discute è la storia “al
singolare”, il pensiero unico di un ordine del sapere dotato di
un suo autonomo statuto, di una licenza esclusiva di investigazione
e interpretazione di tutto il passato e del moto stesso della temporalità.
La Storia può apparire oggi come un’esperienza finita non
già nel senso che sono finiti gli innumerevoli eventi che la
compongono, ma perché è venuto meno il senso della loro
composizione esplicativa (del “discorso” storico, appunto),
della loro narrazione unitaria che fu quella forza centripeta chiamata
Storia universale, e cioè una scrittura degli eventi, rigorosa,
lineare, programmatrice del passato e del futuro dalla quale stentiamo
a prendere le distanze (Giovagnoli, Romitelli). Le aspirazioni millenarie
del Terzo Reich, l’esasperazione dell’imperialismo e dei
nazionalismi fascisti, il mito della razza, del tramonto irreversibile
della continuità storica (e cioè “tramonto dell’Occidente”)
e, in una parola, le culture del totalitarismo e la fede declinista,
hanno realizzato il suicidio del “tempo storico” della Storia
universale: come ogni “rivoluzione” (e cioè come
ogni tentavo di rigenerare il tempo storico), calendarizzando il tempo
a partire dall’anno zero, e cioè a partire dalla sua fine,
i totalitarismi hanno compiuto un’eutanasia della Storia (Glukzman).
Visto in questa prospettiva il bilancio della crisi e il quadro che
ne emerge sono, a dir poco, sconfortanti. Tutto finito? Tutti a casa
dunque? Non proprio.
Non è ovviamente il tempo e neppure il “tempo storico”
che sono finiti, no naturalmente; semplicemente è il canone della
sua narrazione che è mutato come se fossimo passati dal contrappunto
alla sinfonia o viceversa. Quel che del tempo è cambiato è
la sua unilateralità, la sua velocità, la sua profondità
e la sua unidimensionalità. O forse, più verosimilmente,
siamo noi che siamo mutati e lo percepiamo in modo diverso.
E’ stato scritto al riguardo in modo esemplare (Baudrillard) che
la fine della storia coincide con la liberazione degli eventi dalla
prigionia della Storia universale; che oltre una certa data del Novecento
abbiamo superato il “muro della storia”; e che gli eventi
moltiplicati e liberi dal Racconto e dal “metaracconto”
(Lyotard) danzano ora come particelle cosmiche; e infine che gli eventi
stessi sono ormai “entrati in sciopero” contro le manipolazioni
degli storici imponendo la rinuncia al racconto unificatore della storiografia.
Io credo vi sia del vero in questo genere di intuizioni interpretative,
credo che gli storici dovrebbero prenderne atto e, narratori di miti
quali sono, debbano cambiare registro, andare oltre la Storia. Come?
Oltre la storia Isaac Asimov, non so in quale isola della sua sterminata
enciclopedia immaginativa, aveva proposto di mettere all’ordine
del giorno degli storici la “storia del futuro” (o “psicostoria”),
la sua effettiva scrittura a fini politici e sociali. L’idea,
ereditata da Forester, era quella di spingere gli storici a costruire
modelli matematici di simulazione dello sviluppo degli eventi presenti
facendoli agire in reti sistemiche logiche e raccontandone poi gli effetti
(cosa ben diversa dall’approccio esclusivamente creativo della
fantastoria oggi di gran moda). Gli eventi così realizzati e
raccontati avrebbero automaticamente agito nei loro anelli di retroazione
sulla struttura del tempo con la conseguenza che il futuro sarebbe diventato
il presente e il passato sarebbe diventato futuro. Oltre la storia,
Asimov proponeva di andarci così, e l’idea appare oggi
meno bizzarra di quanto siamo disposti ad ammettere: chi analizzasse
con attenzione la “storia” della guerra in Iraq condotta
dai servizi di informazione (le cosiddette intelligence) e dai media,
scoprirebbe il segreto di Asimov e non potrebbe dargli torto. Non scandalizziamoci
dunque e andiamo avanti, andiamo ancora oltre la Storia.
5.
L’incidente inatteso.
La
crisi della storia (e della storiografia) nel corso del XX secolo (al
pari di quella degli altri saperi umanistici) è anch’essa
“storica”, una narrazione drammatica o tragica (Ortega,
Unamuno, Marrou, Spengler, Valery, Guenon…) di delocalizzazione
dell’uomo moderno rispetto al suo naturale habitat: la Storia
universale, intesa come conoscenza esclusiva del tempo, dell’uomo
e dell’umanità, a programma predefinito e per molti aspetti
divinatorio. Nel corso del Novecento le “scienze” sociali
hanno, infatti, a poco a poco sostituito la filosofia della storia nello
studio dell’uomo; hanno elaborato tecniche e modelli di analisi
dei fenomeni sociali nel presente spezzando, con l’osservazione
dei fatti con-temporanei, la catena lineare degli eventi che era stata
la naturale garanzia del sapere storico; gli steccati e i distinguo
posti in campo dalla storiografia neopositivista e storicista non hanno,
nei fatti, aggiornato il sapere storico al complessivo sviluppo delle
conoscenze che si sono registrate nel corso del secolo. Per contro una
vera e propria forza centrifuga ha sottratto alla storia un insieme
di saperi i quali hanno assunto autonoma dignità e si sviluppano
ora al di fuori del tradizionale discorso storico, lo minacciano e lo
espongono a invasioni e smembramenti. Il mutamento più importante
al quale abbiamo assistito nella seconda metà del XX secolo è
lo sdoppiamento, nell’ambito delle neonate scienze umane (linguistica,
antropologia culturale, estetica, comunicazione, semiologia) tra teoria
e storia su tutta una serie di oggetti di studio un tempo affrontati
soltanto da un punto di vista e con metodologie storiche (Chatelet).
Il processo di impoverimento e arretramento delle discipline storiche
è del tutto evidente soprattutto sul fronte accademico a tal
punto che, negli anni novanta del Novecento ci si è chiesti:
“a cosa servono gli storici?”.
Ma usciamo dal Novecento, un secolo per certi aspetti “inutile”
(Moro), che è ormai definitivamente lontano ed entriamo nel nostro
tempo. Oggi lo scenario, rispetto al XX secolo, è del tutto mutato.
Le conoscenze affluite negli ultimi trent’anni solo ora permettono
di chiarire in modo del tutto nuovo la situazione dell’essere
umano nell’universo. I nuovi orizzonti della cosmologia e della
fisica, delle scienze dalla terra, dell’ecologia, della biologia,
lo studio della preistoria e della paleoantropologia negli anni sessanta
e settanta del secolo scorso, poi lo sviluppo della cibernetica, della
neurobiologia molecolare, della psicologia e della scienza cognitiva,
dell’universo digitale, della memoria artificiale e della sfera
virtuale negli anni ottanta e novanta hanno, per effetto del loro istantaneo
intreccio e della loro automatica collaborazione, creato un inatteso
big bang del sapere; hanno sfondato il muro della storia e della modernità,
e modificato le idee tradizionali in merito all’universo, alla
terra, alla vita dell’uomo sulla terra e all’uomo stesso,
ereditate dal pensiero occidentale dei secoli XVI-XX. Si tratta di un
incidente inatteso che ha creato condizioni caotiche nell’universo
dei saperi tradizionali, vi ha inoculato il virus della complessità,
li ha frantumati, ha azzerato il privilegiato ruolo di sintesi delle
scienze umane, a cominciare proprio dalla storia, e rischia ora di rendere
invisibile la complessità umana facendo dell’uomo “storico”
della modernità poco di più che una fragile traccia sulla
sabbia esposta alle onde della tecnica e alle maree dell’emergenza
tecnologica. Un uomo che, secondo taluni, necessita ormai di riprogettazione
e di un potenziamento genetico e biotecnologico per affrontare (o accettare)
i suoi futuri destini.
Un bilancio della crisi di identità dello storico che vada oltre
il millenarismo del finis historiae può forse partire da qui
e cioè da quei “nuovi saperi” che potrebbero certificare
il superamento del conflitto, tutto storico (quindi tutto occidentale)
tra vecchio e nuovo, e segnare la fine (o il superamento) del ciclo
della modernità nonché l’approdo all’isola
di Ucronia, là dove vecchio e nuovo, antichi e moderni, passato
e presente cessano di darsi scacco da se e l’orizzonte temporale
si complica in una pluralità di dimensioni, velocità,
densità, tra loro coesistenti. Un’isola per altro misteriosa,
nella quale anche l’opposizione ordine-disordine (al pari di quelle
passato-presente e passato-futuro) perde di significato perché,
come insegna la teoria del caos, ciò che noi chiamiamo disordine
altro non è che complessità.
6.
Sapere inutile e uomini nuovi
Vecchio
e nuovo, antichi e moderni, umanisti e scienziati, passato e futuro,
moderno e postmoderno e poi ancora vecchio e nuovo. Su questo genere
di opposizioni retoriche si è costruito il “moderno”
(Petrarca) e ora gli orizzonti dell’esperienza e del sapere della
modernità sembrano essersi chiusi su loro stessi in quella dimensione
del tempo (il nostro tempo) che non prevede altro passato se non quello
generato dal presente (Lepetit, Koselleck, Ricoeur), né altra
esperienza se non quella dell’immaginazione intesa come il livello
più alto della conoscenza, quello nel quale il sapere si libera,
per un attimo, dalle sue interdizioni e consente l’avventura individuale,
l’accettazione dell’inatteso, la comunicazione istantanea
incurante della gerarchia. La metafora del “mare aperto”
a infiniti e imprevedibili orizzonti e quella di una “navigazione”
avventurosa negli oggetti del sapere (i prodotti dell’invenzione)
che il mondo digitale e il suo territorio (la rete) hanno imposto nell’età
presente, è apparsa finora come l’unica capace di materializzare
l’espansione caotica e la progressiva frantumazione (ma anche
archiviazione) del sapere enciclopedico inteso come programma di espansione
e catalogazione sulla quale la storiografia aveva un incontrastato dominio.
I nuovi saperi (con il che dobbiamo intendere il nuovo approccio alla
conoscenza nel mondo della comunicazione globale), infatti, per definizione,
non sono enciclopedici perché l’idea stessa di enciclopedia
è la vittima necessaria dell’universo digitale e comunicativo
nel quale si materializzano le nostre esperienze del presente; ne sono
vittime ancor più illustri i sistemi classificatori, i paradigmi
rigidi, i percorsi predefiniti e le illusioni della scientificità
della scienza: in una parola i polverosi musei tematici frutto della
passione razionale sei-ottocentesca nei quali l’itinerario storico
era un percorso obbligato. Quel che sembra essere definitivamente mutata
è la struttura cumulativa, gerarchica, patrimoniale (dunque enciclopedica)
della conoscenza come la ha praticata la modernità, della quale
il sapere storico si era posto al servizio e in virtù della quale
è stato progettato e prodotto l’homo politicus (nella sequenza
crono-storica di principe, cortigiano, homme de lettres, philosophe,
suddito, cittadino) dell’Europa occidentale (Moro). Un modello
antropologico a fondazione storica la quale non sembra trovare più
luogo nella percezione del tempo della fase postmoderna che si caratterizza
“non solo come novità rispetto al moderno, ma più
radicalmente come dissoluzione della categoria del nuovo” (Vattimo).
Sta di fatto che l’anello di retroazione aspettativa-ricerca-invenzione-celebrazione
e comunicazione dell’invenzione - ancora aspettativa del “nuovo”,
tipico del nostro tempo archivia non solo il principio di continuità,
ma rischia di rendere superfluo anche quello di discontinuità.
Se la realtà è una continua produzione di novità
che si superano e si cancellano le une la altre nell’atto di costituirsi,
continuità e discontinuità si riducono a un problema di
moto perpetuo e indistinto. Qual è allora il territorio dello
storico in quest’isola di Ucronia fatta di eventi, istanti ed
eventi istantanei nella quale il tempo storico appare perduto (Giovagnoli)?
Alla luce della rivoluzione atomica, genetica, informatica, l’uomo
post-moderno o, se si preferisce, l’individuo planetario del XXI
secolo, appare ormai del tutto diverso da come lo avevano pensato e
progettato i saperi della modernità. Composto di atomi, molecole,
particelle, la cui vita e età si misurano in miliardi di anni
e in nanosecondi, e la cui azione corrisponde a codici di solidarietà
e di conflitto ben più vasti di quelli sociali a noi noti, l’uomo
che oggi conosciamo è certo diverso da quel semplice composto
di alto e basso, anima e corpo, spirito e materia, ragione a passione
sul quale si è fondata la definizione della “dignità
dell’uomo” classica e moderna (Pico, Montaigne, Kant): non
sembra più essere il prodotto esclusivo della storia. Più
di recente lo studio dei misteriosi rapporti che intercorrono tra cervello,
mente e cultura (che è come dire specie, individuo, società)
hanno archiviato le tradizionali certezze in merito ai processi conoscitivi,
al ruolo della memoria, alla natura stessa della psiche e del pensiero
e reso fragile la “geometria delle passioni” (Bodei) sulla
quale si fondava l’antropologia evolutiva della modernità.
Più che principe e cittadino del mondo, più che essenzialmente
“politico” e arbitro dell’insieme di relazioni che
lo connettono nel suo cammino con la natura, la società, la tecnologia,
più che un prodotto della sua storia, l’uomo della post-modernità,
così come ce lo offrono le nuove scienze e i nuovi saperi del
XXI secolo, appare un evento inatteso, una nuova scoperta. Più
che attore esclusivo del suo tempo (la storia) ci appare come fatto
e costituito da una pluralità di dimensioni e orizzonti temporali.
Dall’homo hierarchicus (Dumont) e dall’homo politicus siamo
inavvertitamente passati (forse per il breve tramite dell’homo
oeconomicus – Dumont) all’homo complexus nel significato
letterale del termine (complexus significa “tessuto insieme”)
e cioè “tessuto insieme” ad altre esperienze, consociazioni,
specie, individui, relazioni di potere e… altre storie.
7.
Storia e storie.
Paleontologi,
ecologi, embriologi, genetisti, microbiologi, biochimici stanno da poco
più di vent’anni delineando le molteplici storie della
vita: macromolecole organiche, codici biochimici, comunità di
batteri, tipi di cellule, piani di organizzazioni, infinite strutture
di reti sistemiche e solidali (che è come dire organizzazioni
sociali) sono nate, si sono stabilizzate, si sono diversificati nelle
ere del nostro pianeta. Sono emerse tracce di creazioni, di migrazioni,
di metamorfosi, di catastrofi, di estinzioni di massa, di radiazioni
evolutive e involutive, di colonizzazioni di nuovi habitat, di stasi
e accelerazioni su scale temporali infinitamente complesse che svelano
una pluralità infinita di storie e di eventi. Nel giro di poco
più di cinquant’anni, il pensiero e la ricerca scientifica
hanno fatto emergere una pluralità di storie e una pluralità
di tempi a diverse estensioni, dimensioni e velocità: tempi geologici
certi, misure temporali altrettanto certe delle particelle subatomiche,
tempi biologici che dettano la vita e la morte di cellule, molecole,
microrganismi; è stato scoperto e misurato il nanosecondo che
si materializza nei processi neuronali e nei circuiti informatici. E
si è scoperto che queste molteplici dimensioni interferiscono
e partecipano alla stessa costituzione dell’organismo umano. A
partire dalla fisica teorica, la ricerca delle origini ha sfondato il
senso del tempo storico modellato su quello umano cosicché il
governo della temporalità appare oggi una sfida del tutto nuova
e un problema di connessione, concordanze, reti e trame che vanno ben
oltre i confini del tradizionale discorso storico. La ricerca delle
origini si è ormai dilatata, oltre l’antropocentrismo,
a una galassia di vicende ed eventi per i quali il racconto cronologico,
lineare e successivo della narrazione storiografica non basta più.
Come può competere il “tempo storico”, tutto umanizzato
e destinato a raccogliere gli eventi relativi alle vicende umane, con
queste dimensioni “altre”? E come può competere la
narrazione dello storico, così radicata all’epopea umanistica
della modernità, così monolitica (e ormai monotona) nella
celebrazione dell’uomo come prodotto della storia e quindi homo
politicus, rispetto a questa complessità? L’uomo storico
si trova oggi a confronto con eventi ritrovati e ricostruiti che espandono
la vicenda umana al di là e oltre la Storia. A fronte di quella
che viene definita una nuova “odissea della specie” (Soppelsa),
la storia ha perso il monopolio del passato; il tempo “storico”
si restringe paurosamente rispetto agli orizzonti temporali della vita
dell’universo e l’uomo storico della modernità non
è più il paradigma del tempo.
Misurato sulla scorta di questi nuovi saperi e delle storie che essi
raccontano, il processo del disincanto (cioè quello di laicizzazione
e di umanizzazione del tempo praticato nei secoli XV-XX - Gauchet, Dahrendorf,
Habermas) rischia di essere poco più che un processo di estraniazione
dell’uomo dal mondo, un percorso di alienazione e un errore di
prospettiva (Gauchet). Che Rousseau avesse davvero ragione? Che il “ritorno
alla natura” oltre le arti, oltre le scienze, oltre le opere dell’uomo
in società, comporti automaticamente una reversione del tempo
storico, una decolonizzazione della temporalità e un azzeramento
della storia (Baudrillard, Tarpino, Ricoeur)?
Oltre il muro della storia (oltre l’illusione della sua fine)
si aprono nuove dimensioni narrative e la Storia in quanto mitografia
o “tempo sacro” (Habermas) della modernità è
costretta a segnare il passo perché è il soggetto del
racconto, l’uomo, che ha perso la sua esclusiva struttura a dominanza
storica; la società stessa, come prodotto dell’innalzamento
storico, ha perso (insieme alla sua proclamata razionalità-necessità)
la sua centralità al mondo. L’uomo e la sua società
narrata devono ormai convivere con altre storie, altri racconti, altri
soggetti. Insomma è il diritto di cittadinanza dell’uomo
nel mondo (altri dicono ormai nella biosfera e addirittura nella noosfera:
Morin) che sta cambiando le sue basi.
8.
Nuovi orizzonti, nuovi territori.
I
nuovi orizzonti della conoscenza (quelli del XXI secolo del quale noi
storici siamo generalmente disinformati) offrono, infatti, un diverso
approccio gnoseologico, e più in particolare, a livello epistemologico,
rendono difficile riconoscere la “scientificità”
della scienza, svelano la mutata condizione dell’uomo rispetto
alla sua rassicurante e impraticabile centralità, ne indicano
la complessità e la pluridimensionalità, fissano il destino
della specie a livello cosmico e archiviano l’antropocentrismo
(cioè l’eurocentrismo) che ha fatto la strategia di sviluppo,
progressiva ed esclusiva, della cultura occidentale nei secoli della
modernità. L’insieme dei rapporti tra il cervello e la
mente, tra mente-conoscenza-esistenza, pongono oggi in primo piano processi
conoscitivi che impongono nuovi compiti al pensiero e alla memoria,
offrono nuovi territori da esplorare e lasciano intravedere una inattesa
struttura del reale intesa come prodotto esclusivo del pensiero. Quello
a cui forse ci troviamo di fronte è il ripristino delle condizioni
di incubazione della modernità, quella zona incerta (situabile
tra Umanesimo e Rinascimento, Oriente e Occidente, magia e scienza,
e prima della rivoluzione galileana) nella quale l’immaginazione
contende alla ragione il primato della conoscenza, il metodo analitico
cede il posto a quello della pertinenza (Morin) e della opportunità,
la collaborazione e la “simpatia” prevalgono sull’ordine
analitico-classificatorio. La diffusione dell’informazione a livello
planetario, la velocità di espansione e rappresentazione (divulgare,
virtualizzare) delle conoscenze e la libertà-casualità
del loro intreccio oltre i confini delle gerarchie e degli statuti disciplinari,
ha poi messo in crisi il complessivo delle scienze umane (storia e filosofia,
antropologia e pedagogia, ma anche economia, psicologia, geografia,
scienze giuridiche e così via) alle quali era stato affidato
il compito politico-ideologico di controllare e governare lo sviluppo
della scienza a beneficio dell’uomo, della modernità e
della società occidentale. Le discipline storiche che avevano
il ruolo di snodo, e la Storia che era stata attrezzata per essere un
vero e proprio “mercato comune delle scienze umane”, debbono
ora porsi al confronto con una dimensione temporale e materiale infinitamente
più complessa rispetto ai rassicuranti percorsi lineari, circolari,
sinusoidale che hanno praticato fin qui.
La crisi di identità della quale stiamo parlando mi sembra trovare
qui le sue profonde radici.
Per approfondire bisognerebbe partire dallo sforzo, che caratterizza
le attuali strategie della conoscenza (del sapere e della comunicazione:
quindi dell’educazione-formazione), di organizzare il dialogo
e le condizioni di scambio tra le conoscenze neonate delle scienze di
osservazione della natura e gli studi umanistici (essenzialmente pedagogici)
allo scopo di ricollocare la complessità e la multidimensionalità
umana nel suo nuovo habitat: la noosfera, ovvero la sfera della conoscenza
come struttura specifica della realtà. Il cammino dovrebbe essere
quello che separa l’uomo storico (homo politicus) dall’uomo
globale (homo complexus) inteso come cittadino di una rete di comunicazioni
e di feed back degli eventi su una scala ben più vasta di quella
sociale e storica a temporalità lineare: “ogni essere complesso
è infatti costituito da una pluralità di tempi, ognuno
dei quali è legato ad altri con articolazioni sottili e multiple”
(Prigogine). Non si tratta per altro di una esperienza ignota al pensiero
storico del XX secolo: questo cammino verso la complessità e
la pluralità dei tempi, del resto, se pur timidamente, è
già da tempo iniziato. Personalmente conosco bene quello compiuto
dalla storiografia francese, non certo il più marginale al nostro
tema in discussione. Cerchiamo di riproporlo in estrema sintesi.
9.
Civiltà, evoluzione dell’umanità, civiltà materiale.
Il
punto di partenza della riflessione che ha portato al progetto-proposta
di costituzione europea nasce in terra di Francia e coincide con la
consapevolezza dei neocostituenti che “l’Europa è
un continente portatore di civiltà” (se cominciamo così..!);
si tratta di un fondamento di identità, di una idea forte che
appartiene alla storia e all’esperienza europea e la stessa parola
di civiltà è di invenzione europea.
Sono stati scritti molti volumi e altri ancora se ne possono scrivere
sull’argomento, ma è opinione comune tra gli storici che
la parola civiltà nel significato che oggi le attribuiamo sia
nata nella cultura illuminista francese, come culmine del processo di
laicizzazione dei secoli XV-XVIII. La civilisation des moeurs stava
a significare un processo di innalzamento della storia, una crescita
spirituale e morale dell’uomo, nel contesto sociale e nell’ambito
di una società a misura d’uomo, inteso come evento centrale
e dominante della creazione e quindi del suo sviluppo temporale: la
storia umana ovvero la storia “universale”. La civiltà
dunque è stata scoperta, interpretata e percepita come un processo
esclusivo (il processo di incivilimento), una fondamentale caratteristica
evolutiva dell’Europa che ne sarebbe a tutt’oggi “portatrice”.
Il vettore di questo processo è stato individuato nel tempo lineare
e irreversibile di origine giudaico-cristiana, il programma o software
è stato infine l’idea di “progresso”.
Le varianti sul tema natura-progresso-felicità-filosofia sono
infinite, ma il tratto che tutte le accomuna è quello di un processo
di distanziamento-innalzamento (anche il più tormentato possibile)
dell’uomo dalle sue “origini” brutali (il racconto
delle origini è indispensabile per qualunque approccio storico)
verso il suo destino di autocostruzione e autoaffermazione (Elias):
dal basso all’alto, dal micro al macro, dall’individuale
al collettivo. Nel concetto di civiltà non vi sono spazi residui
rispetto al conflitto (tragico) dell’uomo con la natura (anche
con la sua stessa natura – Hobbes) e con il suo specifico destino
di dominio. Per questa strada, nel corso del XIX secolo, questa funzione
normativa del processo storico (e della storiografia) ha finito per
saldare in modo indissolubile il rapporto tra passato e futuro a tal
punto da generare la vera e propria nevrosi culturale della modernità:
la “malattia del futuro” (Benichou).
Nella prima metà del Novecento qualche perplessità e un
certo revisionismo hanno prodotto una significativa variante sul concetto
di civilisation des moeurs (cioè della nazioni e degli aggregati
culturali e sociali) e della normatività prescrittiva della storiografia,
proprio nella cultura storica francese: il sapere storico è stato,
infatti, tutto raccolto in una collana il cui titolo significativo (e
polemico nei confronti dell’espressione dominante nella cultura
tedesca di Storia universale) è stato quello di “évolution
de l’humanité” (Febvre, Bloch). Qui l’idea
di progresso spirituale si alterna a quella di “evoluzione”,
meno immateriale, più complessa, meno esclusiva dell’uomo
occidentale come paradigma dell’umanità tutta intera. Si
scopriva insomma che il vettore temporale, pur nella sua linearità,
non era univoco, che era possibile una pluralità di percorsi
storico-evolutivi, una molteplicità di strategie di manipolazione
del tempo e che queste davano persino luogo a obiettivi differenziati
di “sviluppo” (Febvre) e cioè di civiltà.
Nella seconda metà del Novecento, sulla scorta degli studi della
preistoria, delle nuove metodologie di ricerca sperimentale (la rinnovata
antropologia fisica e sociale (Leroi-Gourhan) e la sociologia prima,
poi per effetto della rivoluzione prodotta dall’antropologia culturale
(Mauss, Levi-Strauss) e dalla linguistica (Sapir, De Saussure, Barthes),
il paradigma della civiltà ha sfondato definitivamente i confini
immateriali (ideologico-spirituali) per divenire (anche qui l’espressione
fu ovviamente polemica) “civiltà materiale”. Qui
le condizioni e le opportunità di evoluzione-innalzamento-distanziamento
dell’umanità si complicano ulteriormente in virtù
dell’insieme di relazioni che l’uomo (sarebbe meglio dire
la “specie”) intrattiene con la pluralità dei soggetti
dell’azione ambientale: gli ecosistemi fisici, geografici, climatici,
tecnologici. Montesquieu alla fine riprende il ruolo che gli spetta
e nell’indagine storica si riversa il complessivo delle metodologie
altre: all’idea di evoluzione si sostituisce quella di “sviluppo”
a prevalente indicatore economico e la storia diviene “il mercato
comune delle scienze umane” (Braudel).
10. Aperture,
complessità, profondità.
Ma
questo mercato, proprio per essere tale, è aperto ricco di scambi
e contaminazioni inattese, fluttuante nelle sue merci e nei suoi valori.
Sul piano della temporalità la linearità si complica:
il tempo non solo scorre a velocità diverse (Bertelli), ma anche
in diverse direzioni. Si scopre una storia “immobile” (Le
Roy Ladurie), un diverso grado di “temperatura storica”
(Levi- Strauss) a seconda degli habitat e delle culture, una vera e
propria strategia politico-culturale del tempo sociale (Moro), una sua
frantumazione feconda nella durata degli eventi (Braudel), direttrici
diverse nel rapporto tra uomo e programmazione-narrazione del suo stesso
destino (Foucault). Aggregati all’esperienza del concreto, “materializzati”
per così dire, i concetti di civiltà ed evoluzione della
civiltà o dell’umanità, mutano radicalmente di significato.
Il racconto della storia si complica proprio perché entrano in
scena altri attori che all’apparenza di “umano” (per
lo meno agli occhi degli storici) non hanno nulla: gli strumenti e le
tecniche, le specie animali consociate, le innumerevoli varianti delle
specie vegetali, gli habitat climatici, la struttura genetica, in una
parola la biosfera e la sua popolazione di ecosistemi. Si tratta di
una complessità che implica continue, inattese scoperte e processi
di revisione radicali, nei quali persino il segreto, il silenzio e l’oblio
divengono piste, tracce e fonti ancora inesplorate della ricerca storica
(Rossi). Il carattere teleologico e totalizzante della Storia universale
moderna si corrompe e origina una sorta di ritirata semantica che è
ormai facile declinare: progresso, evoluzione, sviluppo, mutamento,
discontinuità. La Storia diviene il luogo di certificazione-spiegazione
delle discontinuità rispetto al flusso maestoso di un tempo storico
che ormai di predeterminato non ha più nulla. E lo storico entra
in crisi, diviene “triste” (Marrou), osserva inerme l’implosione-esplosione
del suo territorio di caccia, dei suoi paradigmi causali e persino del
tradizionale concetto di fonte storica.
Quel che sembra essere cambiato nel corso del Novecento è al
tempo stesso il “territorio dello storico” (Vovelle, Le
Goff, Nora) e il ricercatore; insomma l’oggetto indagato e il
soggetto indagante. La crisi del soggetto (cioè dell’antropologia
classica della modernità) e la complessità che ne consegue,
sono i due aspetti di un unico processo che, a partire dal 1989 (data
convenzionale), archivia la semplificazione antropologica dell’homo
politicus nel suo rapporto esclusivo cittadino-società-futuro,
a tutto vantaggio della pluridimensionalità del rapporto uomo-mondo,
specie-ambiente. Il cammino dalla civilisations des moeurs alla “civiltà
materiale” sta insomma a certificare non il venir meno la centralità
dell’uomo al mondo, ma le mutate dimensioni dell’uomo e
del mondo: rispetto alla fondazione del XVI secolo, sono le prospettive
di tempo e spazio nelle quali si iscrive la Storia che hanno cambiato
sostanza, misura e profondità.
E così le storie e le piste di ricerca si moltiplicano, si moltiplicano
le fonti, si moltiplicano le narrazioni e la ricerca del punto di partenza,
del mito delle origini, si drammatizza. Si moltiplicano anche a dismisura
gli eventi della storia passata e presente a tal punto che sarebbe ormai
forse il caso di lanciare una “demografia degli eventi”.
Sotto il peso della complessità e della multidimensionalità
degli eventi si favoleggia di una “nuova storia”, di una
“storia totale” (Le Goff) o “globale” (Furet)
e di una storia che sia “la somma di tutte le storie possibili”
(Braudel). Il progetto è ambizioso, ma decisamente in controtendenza
e riconduce al passato di una storia totalizzante come sapere egemone
e onnivoro: negli anni ottanta e novanta, a cominciare proprio dalla
scuola delle Annales, la Storia va in briciole, si polverizza (Dosse,
Danto, White, Gallie, Veyne). L’integrazione dell’uomo nell’economico
e nel sociale prima (storia economica, poi sociale), poi nell’ambiente
naturale (geografia storica) e tecnologico (storia della tecnica), poi
nei flussi di vita (demografia storica), poi ancora nella sfera psico-biologica
(antropologia storica, psicologia storica, storia delle mentalità,
dell’alimentazione, della malattia, delle donne, del bambino e
della famiglia, del sesso e delle passioni, ecc.), invece di riorganizzare
l’antropologia della modernità su nuove basi, ha contribuito
a dilacerare, in un rito sacrificale, il soggetto attore della modernità,
cosicché, spiegando se stessa, proprio la modernità ha
svelato i suoi misteri e praticato la sua eutanasia.
I dubbi, le perplessità, le revisioni e la critica al sapere
storico come residuale di un apparato ideologico e di potere del pensiero
occidentale (pur nei nuovi approcci vagamente marxisteggianti) si sono
poi intensificati nella seconda metà del XX secolo fino alla
denuncia di un vero e proprio “tradimento degli storici”
colpevoli ormai di essere “produttori della materia prima che
viene poi trasformata in propaganda e in mitologia il che è vero
soprattutto in un tempo in cui stanno scomparendo mezzi alternativi
di produzione del passato: tradizione orale, memoria familiare e tutto
quanto dipende dalla comunicazione intergenerazionale che sta venendo
meno nelle società moderne” (Hobsbawm).
E infatti c’è anche di peggio. Lo sviluppo inatteso dell’universo
digitale, l’avvento dell’era dell’accesso alla rete
e l’incredibile densità-confusione del sistema di comunicazioni
a livello planetario, hanno emarginato la scrittura come processo comunicativo,
dilatato a dismisura lo spazio, frantumato ogni coerenza temporale,
moltiplicato le testimonianze e le fonti, rendendone pressoché
impossibile il controllo interpretativo, il senso e il significato.
A fronte dei nuovi media (che ci ostiniamo talvolta a confondere con
le “comunicazioni di massa”) la scrittura, roccaforte della
storiografia, è divenuta l’ultima ridotta di un sapere
assediato. Il “mercato comune delle scienze umane” si è
insomma globalizzato davvero a dispetto degli storici che ne vorrebbero
il controllo, mercificando gli eventi con evidenti effetti inflattivi
e recessivi. E’ “lo sciopero degli eventi”, e di conseguenza
la fine o metamorfosi del tradizionale “discorso” storico
(cioè del “comporsi di proposizioni relative agli eventi
storici e alle loro connessioni”, Aron). Quel che cambia è
la metafora stessa del sapere storico: la Storia era stata vissuta prima
come “cumulazione” (patrimonio), poi come “innalzamento”
(processo di discontinuità) infine come processo di integrazione/identità
e ora sembra coincidere con un particolare modello di “comunicazione
aperta” costituita da una rete instabile di eventi. Al tempo storico
con i suoi ritmi successivi, lineari, accelerati si sostituisce lo spazio
sociale e culturale; alla cadenza cronologica la simultaneità
così che “oggi sperimentiamo il mondo non tanto come lunga
esistenza che si svolge nel tempo, quanto come una rete che collega
punti riavvolgendosi nella sua stessa matassa” (Kunar). L’individuo
post-moderno vivrebbe così una condizione strutturalmente astorica
fatta di presenti puri e senza relazioni (Jameson), mentre il controllo
della dimensione spaziale e del suo possesso “qui e ora”
diviene esclusiva del senso di se e della propria identità personale.
Scomparsa la “presenzialità del passato” (Huess)
oggi si osserva la “perdita del tempo storico” (Romitelli).
Insomma, a mio parere, è evidente che in questo mutato clima
antropologico e comunicativo il discorso storico si complica ben oltre
la vocazione “artigianale” degli storici. Il percorso verso
la complessità che caratterizza il metodo storico nella seconda
metà del XX secolo, e del quale siamo figli, non è solo
il risultato dell’invasione nel territorio storiografico di assunti
e scoperte che le scienze della natura e della società (così
feconde a partire dalla fine della fisica classica e dalla revisione
darwiniana, dalla rinascita dall’antropologia culturale e dalla
storia delle mentalità) riversano nel “discorso”
(cioè in questo specifico linguaggio relativo all’insieme
di relazioni tra gli eventi) storico, ma è anche la conseguenza
di una delocalizzazione del soggetto rispetto al corso di quel tempo
“umano” che è il tempo storico.
CAPITOLO
II - Tempo storico e percezione degli eventi |
“il
corso degli eventi rinvia a un processo complessivo del quale
l’evento stesso altro non sarebbe che un elemento visibile? Agisce
per caso una forza che lo determina in maniera univoca? Oppure
è frutto del caso? E’ la risultante dell’interazione di
una molteplicità di individui o gruppi? Tende verso un
fine predeterminato? Una storia rigorosamente evenemenziale non
potrebbe pronunciarsi in merito: per farlo avrebbe dovuto abbandonare
la sfera della visibilità nella quale si trova confinata”.
Ktzysztof
Pomian
“la
considerazione della storia che si forma nel presente vede in
essa solo un’attività irrecuperabile: ciò che è
accaduto. La considerazione di ciò che è accaduto
è inesauribile. i perde nella sua materia. Poiché
questa storia e questa temporalità del presente non raggiungono
il passato, esse hanno solo un presente diverso”
Martin
Heigegger |
11. Tempo, eventi, durata e storia degli eventi.
Il
dibattito sulla teoria della storiografia, che ha dato vita e accompagnato
il cammino critico e di revisione della modernità fin dai primi
del Novecento, langue da almeno un ventennio (Rossi) e ormai sembra
non interessare nessuno, gli storici meno che mai guidati, come sono,
dal “piacere” (Bloch) di fare e scrivere storia e protetti
dalle loro trincee metodologico-disciplinari. Il fuoco del dibattito
culturale si è ormai collocato, lo abbiamo visto, in uno spazio
assai più vasto di quello controllato per tradizione dagli intellettuali
militanti del XX secolo (Waltzer) e si orienta verso una ridefinizione
dell’identità umana che va oltre l’antropologia storica
della modernità. In un clima di crescente collaborazione tra
vecchi e nuovi saperi, tra scienze umane e della natura, l’homo
complexus, il suo destino e le sue responsabilità, sono all’ordine
del giorno di strutture di ricerca interdisciplinari e squadre di ricercatori-scienziati
in costante dialogo con le nuove tecnologie e su un territorio spazio-temporale
che non rispetta più i ritmi, le misure e le dimensioni del tradizionale
“tempo storico”. Nondimeno proprio queste nuove piste di
ricerca potrebbero trovare un interessante laboratorio nella rinnovata
analisi del significato e della funzione del pensiero storico al quale
è stato affidato il compito di celebrare l’uomo e la sua
dignità nel corso dei secoli XVI-XX. In questo laboratorio infatti
si è realizzato un misterioso processo alchemico in virtù
del quale si confrontano, da sempre, e interagiscono due dimensioni
della temporalità: il fluire del tempo in tutta la sua estensione
strutturalmente senza misura e le azioni umane nel loro accadere temporale
finito e circostanziato. Storia, intesa come programma di produzione-spiegazione-controllo
del corso temporale, ed eventi, intesi come particelle in grado di fornire
la misura e il significato del tempo, costituiscono, da sempre, uno
snodo del dibattito sul senso e la funzione del sapere storico. Richiamare
i termini del problema significa anche toccare le corde sensibili del
tema che stiamo trattando.
La storia, infatti, non esiste se non nel tempo, ma la storia non è
la realtà del tempo, il suo flusso percepibile dai sensi e dall’osservazione
diretta del mutarsi degli oggetti e delle situazioni. La storia è
un pensare il tempo non contemporaneo a quello vissuto, una percezione
della temporalità “che fornisce una misura narrativa e
cronologica tra eventi” (Romitelli). La percezione degli eventi
in quanto accaduti, la loro rappresentazione narrativa, la determinazione
del loro specifico tempo e di quello nel quale si collocano, è
il mestiere dello storico.
Questo stato di cose ha proposto e propone una riflessione sulla struttura
stessa del “discorso” storico (cioè di un linguaggio
come strumento comunicativo) e in particolare sui rapporti tra “lunga
durata” del tempo da un alto e il concetto di “evento”
dall’altro. Gli eventi infatti sono nel tempo e costitutivi del
tempo. La letteratura anche qui abbonda e il dibattito ha radici profonde:
storia degli eventi e storia di “lunga durata” come canoni
metodologici e modelli narrativi si sono confrontate per quasi un secolo
(Braudel, Pomian, Romitelli, Veyne, Nora, Furet, Koselleck) anche se,
in realtà, questo dibattito è erede di un conflitto assai
più antico tra Grandi e Piccoli eventi (Voltaire, Michelet),
conflitto al quale soggiace il complesso problema individuale/universale
o particolare/generale o pluralità/unicità del discorso
storico che, da sempre, ossessiona la teoria della storiografia. Molto
rumore per nulla: contrapporre una storia forte e pesante (quella della
lunga durata) a una storia debole e leggera (quella degli eventi), o
una storia “insoddisfacente” a una “suprema”
(Ranke), mi è sempre parso un falso problema. La polemica tradisce
da un lato l’ambizione del pensiero storico a costituirsi in una
filosofia universale dell’umanità e dall’altro la
cattiva coscienza dello storico di non essere riuscito a fondare uno
stabile statuto epistemologico della storiografia.
Nella loro essenziale e misteriosa struttura gli eventi sono costitutivi
dell’esistenza individuale perché assicurano una funzione
essenziale del comunicare: gli esseri umani relazionano e si rappresentano
tra loro raccontando e raccontandosi eventi, e cioè azioni ed
esperienze di cui sono stati testimoni o attori. Inoltre, trasformate
in discorso, queste azioni consentono di fissare la dimensione del tempo
(l’evento in genere è ciò che è accaduto)
e per questo il tempo storico, da sempre, è il luogo degli eventi
e la storiografia è una narrazione di eventi del passato. Il
che pone però un problema di fondo pressoché irresolubile:
la riduzione del passato a una gerarchia di eventi che limita e irrigidisce
la ricerca storica ed espone il sapere storico al rischio della monologia
e monotonia.
Nelle sue origini contemporanee (Simiand), la lotta contro una storiografia
fondata sugli avvenimenti altro non fu che legittima rivolta conseguente
alla saturazione della storia politico-istituzionale-diplomatica di
stampo celebrativo e nazionalistico (nella fattispecie francese, quella
della Terza repubblica); un genere di storiografia per la quale passato
e futuro rischiano di essere semplice propaganda. A cavaliere dei secoli
XIX-XX, contro questa storiografia da salon nazional-borghese, si diede
il via a una metodologia di analisi più oggettiva, fondata sui
cicli economici e sulle strutture sociali, capace di offrire ricostruzioni
più articolate del passato a più elevato grado di complessità
(cioè, all’apparenza, meno politicizzate e più neutrali).
Sotto l’influsso della neonate scienze sociali (e dei loro indubbi
successi) ci si è poi impegnati a dimostrare (Lacombe) che la
singola azione umana, considerata nella sua unicità, non poteva
essere oggetto di indagine “scientifica” perché incapace
di fondare leggi generali. Prendeva così il via una guerra di
liberazione della storia dalla polvere degli eventi che ha caratterizzato
tutto il dibattito della prima metà del Novecento. Per un radicale
distanziamento tra storia per eventi e storia di lunga durata, si è
poi fatto ricorso al concetto di “struttura” la quale sarebbe
necessariamente a bassa velocità di mutamento, poco permeabile
al tempo storico e dotata di una forza di gravitazione tale da ingoiare
e dominare gli eventi; un modello interpretativo che, negli anni ottanta
del secolo scorso, ha generato il paradigma, a mio avviso ridondante,
in base al quale la storiografia “narra” gli eventi e “descrive”
le strutture (Koselleck). Ma in realtà la costruzione di scenari
sociali, economici e mentali sulla “lunga durata”, a diversa
densità e velocità temporale, consiste semplicemente nel
far ricorso, in sede di approccio metodologico e di architettura narrativa,
alla pluralità degli eventi e dei tempi disciplinari, significa
invadere il campo della ricerca con la asimmetria cronologica delle
diverse discipline (i tempi delle istituzioni, dell’economia,
del sociale, della cultura, ecc.), significa insomma impastare e coniugare
la diacronia degli eventi con la sincronia delle strutture. E tuttavia
indipendentemente dal suo ritmo cronologico fatto di cicli economici
e dei tempi dei fenomeni sociali, la Storia è pur sempre un racconto,
ha sempre un inizio e una fine e ordina l’accadere degli eventi
in una trama di senso, cioè in un tessuto comunicativo: svela,
spiega e analizza.
Ogni storia è la storia di un evento e vi sono eventi di giorni,
di anni, di decenni, di secoli e anche plurisecolari. Il tempo-storia
della modernità si articola su cinque secoli, quello della rivoluzione
scientifica solo su di un paio, a farla lunga la Rivoluzione francese
dura un ventennio, la battaglia di Austerlitz poco più di sei
ore. Per contro la Storia delle modernità o del medioevo possono
essere raccontate in due ore, quella della battaglia di Waterloo in
un corso di decine di ore e quella dell’attentato alla Torri gemelle
in cento o mille ore (o pagine scritte o immagini o suoni, ecc.). Sono
la percezione dell’evento e la modalità della sua narrazione
a generare il tempo storico (implica la sua organizzazione in un asse
cronologico) e non il contrario. La storia e il “corso storico”
non esisterebbero se non vi fossero nuclei temporali (reti sistemiche
di eventi) a fissarne la misura (estensione e velocità). E poiché
alla fin fine anche ogni racconto è un evento in se, è
la struttura narrativa che definisce la durata lunga o breve del tempo
nel quale l’evento giunge dalla sua origine alla sua fine.
Ogni evento ha quindi il suo tempo che lo storico intercetta, costruisce,
organizza; né vale il crinale tra tempo lungo e breve della storia
per distinguere la continuità dalla discontinuità: nella
sua unicità il fatto è compiuto in se. Semmai il problema
che esso pone è quello della coerenza all’interno del discorso
che lo rappresenta e con gli altri eventi disseminati nel corso cronologico
della dimensione storica. Ma il tempo storico (così come il tempo
vissuto) non è quantitativo (non va né a pagine, né
a minuti), bensì per sua natura è qualitativo. Quel che
noi percepiamo dell’evento non è, in prima istanza, la
sua durata cronologica (problema o cavillo essenzialmente storiografico),
ma il processo di mutamento dell’azione che lo caratterizza, ne
fa il contenuto conoscitivo ed emozionale il quale, a sua volta, è
fortemente connotato dall’enfasi e dalle modalità narrative.
L’evento-avvento di Filippo II si integra perfettamente nella
crisi del Mediterraneo, ne è il necessario prodotto e il “segno
dei tempi”, ma al tempo stesso la battaglia di Lepanto è
la grande rottura di tutta un’epoca della civiltà mediterranea.
Tocqueville si è incaricato di dimostrare una continuità
strutturale tra Antico regime e Rivoluzione, ma la caduta di Robespierre
cambia la storia d’Europa e dell’ideologia occidentale.
Luigi XIV è l’evento, la discontinuità casuale,
ma la sua comprensione e spiegazione non possono prescindere dal Secolo
di Luigi XIV (Voltaire) o dai “venti milioni di francesi”
che lo accompagnano e alla fine prevalgono sul personaggio e sul contributo
individuale (Goubert). E così via. Sarei piuttosto propenso a
ritenere che continuità o discontinuità corrono parallele
e siano parte essenziale del discorso storico; che siano semmai due
approcci di metodo e di vocazione del ricercatore, comportino un uso
specifico delle cronologie, della percezione degli eventi e siano modalità
narrative diverse che sullo stesso tema si possono legittimamente scrivere.
Insomma il conflitto tra “storia di lunga durata” e “storia
degli avvenimenti”, come del resto quello più antico tra
Grandi eventi ed eventi insignificanti, mi pare un errore di prospettiva,
un peso inutile. Inutile o ingannevole anche perché, curiosamente,
gli storici (narratori di “eventi storici”) non mi sembra
si siano mai trovati concordi nel definire con chiarezza il concetto
stesso di evento. Parliamone e, su questo punto, abbandoniamoci all’esperienza
personale, all’osservazione e alla riflessione diretta.
12.
Evento e temporalità.
La
storiografia si occupa di quel dominio dell’invisibile che è
il tempo passato il quale non esiste più proprio perché
“è passato”, e tuttavia questa misteriosa dimensione
si materializza ai nostri sensi attraverso segni, piste e tracce altrettanto
misteriose che sono quei monumenti-documenti dai quali la ricerca storica
intercetta e ricostruisce i fatti del passato: gli eventi “storici”.
Naturalmente sui fatti e sugli eventi (usiamoli per ora come sinonimi)
dei quali si occupano gli storici, tutti più o meno hanno riflettuto,
ma poiché tutti ce li troviamo davanti e una definizione canonica
non c’è, ognuno si fa le sue idee in via sperimentale e
diretta. Partiamo dunque da zero.
Cominciamo dal vocabolario, dall’uso verbale e dal senso comune.
Che cosa è un evento? “ciò che è accaduto
o potrà accadere; un avvenimento di una certa importanza”;
“fatto o avvenimento determinante in presenza di una circostanza
oggettiva o soggettiva”; “ciò che accade in modo
imprevisto e che si attende come elemento di novità e mutamento”.
“Avvenimento” rinvia poi ad “evento” di cui
diviene sinonimo, al pari di “fatto” e “caso”,
e il cerchio si chiude. I contrari vengono in genere indicati in “esito”,
“seguito”, ma anche “compimento”. Verbi correlati:
“avvenire”, “accadere”, “succedere”,
“seguire”, “intervenire”, “riuscire”,
ma forse anche nel senso di ri-uscire; verbi di moto che designano un’azione.
In realtà l’evento è un’azione il cui sviluppo
implica un’automatica associazione con la temporalità.
Che sia una aspettativa di ciò che è “al futuro”
o una percezione di quanto è “al passato”, si tratta
di un’azione iscritta nella linea del tempo, una sequenza che
tra l’inizio e la fine produce mutamento (Danto). Più o
meno tutto qui. Adventus in latino è un termine prevalentemente
militare; evenio sta a indicare “l’uscir fuori”, “ciò
che viene da altrove”. Nel nostro comune sentire l’evento
come tale è “accaduto” appartiene al passato ed è
materia dei nostri racconti, dei nostri rapporti relazionali e comunicativi.
Solo di recente, in un mondo completamente trasformato dalla rivoluzione
informatica, la “creazione dell’evento” ha cambiato,
in parte, la sua localizzazione temporale e generalizzato l’uso
del termine ben oltre i confini del tradizionale evento storico. La
compresenza degli eventi alla nostra vita quotidiana è un dato
di fatto: oggi viviamo di eventi e in attesa degli eventi. Per effetto
dei nuovi media, della istantaneità della comunicazione e delle
dimensioni mondiali dell’utenza, la creazione, produzione e commercializzazione
degli eventi appare oggi più che mai costitutiva della realtà
sociale: dalla presentazione di un’opera letteraria, alla scoperta
di un sito archeologico, al recupero delle feste tradizionali, fino
al lancio di un prodotto di consumo, gli eventi si progettano, si costruiscono,
si gettano sul mercato dei prodotti immateriali e hanno infine svelato
la loro natura di processi e prodotti comunicativi connessi alla socialità
nel suo sviluppo temporale e culturale. In quella che è stata
definita una civiltà del piacere e del gioco (in realtà
la civiltà della comunicazione, ma soprattutto dei consumi),
evento e novità (cioè attesa dell’evento) coincidono;
all’evento è stato dato il compito di annunciazione del
nuovo (moda e mode culturali, spettacolo come socialità densa,
riti di partecipazione, azioni teatrali o sceniche, ecc.) e di indicatore
del futuro a breve termine. Una vera e propria “scienza”
degli eventi è andata via via costituendosi per il concorso di
una pluralità di nuovi saperi. Psicologia sociale, sociologia
e psicologia della comunicazione, linguaggi artificiali e multimedia,
interfaccia uomo-macchina, antropologia e un pluralità di discipline
economiche, collaborano per la progettazione e costruzione di eventi
che i nuovi linguaggi impongono sul mercato della comunicazione a livello
planetario. Il linguaggio dei nuovi media (Manovich) e il loro intreccio
(multimedialità e intermedialità) consentono di realizzare
fenomeni momentanei di aggregazione (e omologazione) sociale mai visti
in passato per intensità, velocità ed estensione. Anche
qui lo scenario, rispetto al secolo scorso, sembra del tutto mutato
e la modernità sembra superare se stessa in una continuata celebrazione
del presente. E forse proprio per questo l’osservazione delle
procedure in essere per la creazione degli eventi e la loro socializzazione-mercificazione,
può illuminare circa la natura e la struttura di questo oggetto
immateriale.
Anche l’evento storico, infatti, in quanto azione che si insedia
nel tempo passato non direttamente accessibile ai sensi, necessita per
essere percepito di processi di mediazione e, da sempre, ha messo a
profitto strumenti mediatici. Senza la tecnica della scrittura non vi
sarebbe storio-grafia e, non a caso, la storia universale del XIX secolo
ha posto come data di inizio della vicenda storica l’invenzione
della scrittura (localizzata in Egitto più di cinque millenni
fa). Senza iscrizioni, epigrafi, papiri e pergamene, senza testi e archivi
non sarebbe stata possibile una scoperta degli eventi passati. Senza
la decrittazione delle scrittura del passato, senza l’analisi
linguistica, la filologia e la glottologia non sarebbe stata possibile
una comprensione dei monumenti e dei manufatti della cultura materiale
dimenticati dai nostri maggiori e sopravvissuti alla consunzione del
tempo; senza archivi non vi sarebbero libri di storia e senza libri
non vi sarebbero altri libri di storia, né memoria del passato,
e così via. Solo da poco più di un ventennio strumenti
informatici e nuove tecniche di investigazione del passato hanno consentito
di sfondare il muro del linguaggio scritto. Ma nel corso della modernità
(e ancor oggi nel costume e nella pratica della quasi totalità
degli storici professionali) la storia si “scrive” e l’idea
di una “storia orale”, espressione della quale si abusa,
è un semplice errore semantico: in realtà con questa espressione
si intende semplicemente la recente, sistematica acquisizione delle
“fonti orali” al metodo storico (al pari di quelle iconografiche
e fotografiche). Oggi gli eventi del presente, intesi come processi
comunicativi, dispongono per esistere di una pluralità di media
e di linguaggi mediatici, ma le tracce del passato, i segni, le piste
di ricerca (Ginzburg) dal Rinascimento in poi sono state, ancor prima
dei monumenti e dei reperti, i documenti scritti e solo questi hanno
consentito la lettura di quelli.
Tuttavia, rispetto all’evento del quotidiano (che generalmente
si colloca nella spazio), quello “storico” si presenta come
un percorso creativo ancor più complesso e un processo comunicativo
più sofisticato. In primo luogo perché lo storico è
il solo testimone dell’evento che costruisce e ricostituisce;
lo intercetta attraverso le piste e i segni che glielo rivelano e in
certo senso lo sceglie sino ad averne un monopolio esclusivo. In secondo
luogo perché lo “ricerca” nel senso che, da tracce,
segni, piste incerte e lacunose liberamente e casualmente scelte, realizza
un certo numero di proposizioni la quale costituiscono una descrizione
di quanto si è potuto verificare e una delimitazione temporale
dell’azione indagata. Da questo punto di vista la “ricerca”
storica è davvero un’indagine ispettiva, una investigazione
e un’esperienza secondo l’assunto erodoteo o, come indicavano
i classici, un “girare, visitare, condurre, spiegando”,
una periegesi, un procedere poliziesco al quale soggiace sempre un intreccio,
o meglio un “intrigo” di eventi (With). Con una importante
precisazione però: i misteri, le lacune, le zone d’ombra
e i silenzi del passato sono inesauribili perché la storia stessa
è una continua e inarrestabile produzione di “intrighi”
e il passato, osservato dagli angusti confini del presente, un territorio
dell’esperienza individuale in costante espansione e senza limiti
o confini.
Lo storico insomma costruisce l’oggetto stesso della sua ricerca,
il cui risultato è una coerenza di significato di una azione
umana nel suo ciclo completo dall’inizio alla fine a partire da
informazioni o frammenti di informazione. Qual è dunque la specificità
dell’evento storico e quale il suo dispositivo?
13.
Evento e tempo umano.
Per
capirne di più possiamo forse riferirci all’Evento, l’unico
davvero tale nella nostra tradizione culturale, e cioè la nascita
del Messia, il dio che si fa uomo (e viceversa). Per questo l’Evento
è prevalentemente “lieto”, “fausto”,
diviene sinonimo di natività e di novità (di frattura
e discontinuità), anche se reca in sé il peso del suo
naturale destino: la fine che ne consente la narrazione (Gurevitch,
Gauchet). Però nel suo significato storico-teologico-culturale
è anche l’unico, quello irrepetibile, è il big bang
della storia, il punto di svolta della creazione (Eliade). L’Evento
fu infatti il punto di partenza del calendario, la sua definitiva umanizzazione
e il segno del “mutarsi dei tempi”: esso segnò la
fine della storia del popolo di Israele e l’inizio della storia
dell’umanità tutta intera. Ma vi è di più.
Per il pensiero occidentale l’Evento-Avvento è il paradigma
essenziale del tempo storico: è storicamente datato e quindi
vero, certo, incontrovertibile. Quel che è interessante sottolineare
è che esso mette in moto il tempo di un dio che si è fatto
mortale (si è condannato alla fine), è dunque già
“storico” in se (è stato profetizzato come evento
nel tempo) ed è politico (inaugura un nuovo regno), fino a divenire
una misura temporale del mutamento; si inserisce infatti nella linearità
del tempo e insieme ne realizza una rottura, la rigenera.
Sono queste le radici (e la struttura) di un intero sistema culturale
a fondazione storica che, al tempo stesso, segnano la fondazione antropologica
del pensiero occidentale prima e poi la modernità. Si tratta
di un sistema nel quale il mito delle origini (che è poi l’annunciazione
dell’ordine e del potere) non è offerto dall’interpretazione-narrazione
degli eventi cosmici, ma dalle tecniche di continua ricostruzione del
passato; nel discorso storico, storia e mito si trasmettono le loro
proprietà e si può affermare che la storia-storiografia
sia una forma nuova e rivoluzionaria del pensiero mitico nel quale l’uomo
prevale sul cosmo e di continuo ne rigenera le proprietà e le
leggi.
A partire da questo originario big bang, il tempo è storico,
tutto umano (si è compiuto dall’inizio alla fine) e gli
eventi che lo costituiscono riflettono l’incerta natura dell’uomo,
il suo ritmo biologico e psichico, la sua misteriosa memoria, la sua
instabilità emotiva e quell’insieme di relazioni che ne
fanno l’identità individuale e il senso di appartenenza
al collettivo. Proprio per questo, a mio giudizio, l’idea e il
concetto di evento, come noi lo percepiamo, rispettano il paradigma
dell’Evento originario e portano in se una tensione destabilizzante,
implicano aspettativa, incertezza, minaccia (o speranza) di mutamento,
rottura, svolta. Perché? Contro quale ordine si manifesta e si
impone l’evento? Quale equilibrio turba ciò che “accade”,
succede, avviene, viene da fuori?
Mi pare che l’evento storico stia a rappresentare una increspatura
della linearità del tempo, un grumo, una sua accelerazione o
una sua messa in moto; sia insomma l’alfiere della diacronia nel
corso lineare della temporalità. Mi pare che noi lo percepiamo
così; come un’azione umana compiuta e sospesa nel tempo,
ma il cui essere stesso abbia una particolare forza comunicativa perché
parla con noi e di noi. E che infine esso sia il segno di quella continua
e inesauribile guerra di conquista e colonizzazione della temporalità
che è il dispositivo di funzionamento della cultura moderna.
L’evento certifica, in certo senso, la fragilità e imprevedibilità
del tempus umano, è una porzione/particella temporale direttamente
conoscibile, ha un principio e un fine che ci sembra di poter afferrare
perché è fatto del nostro tempo, parla di noi, è
lo specchio (o il paradigma o il modello, se preferite) della nostra
temporalità del tutto segnata dalla sua finitudine (Heidegger).
L’evento e gli eventi dei quali si occupano gli storici sono “umani”
anzi “antropomorfi”, rappresentano le azioni umane che,
per essere tali, misurano il corso del tempo e ce lo rendono percepibile.
Si tratta probabilmente di un “laboratorio” dell’esperienza
umana intesa come conoscenza, nel quale passato, presente e futuro si
intrecciano in modo agevole per quella funzione della memoria che suscita
il ricordo: l’evento insomma “materializza” il tempo
umano e lo costruisce. Svolge una funzione centrale nella percezione
della temporalità perché, attraverso il ricordo, si costituisce,
vive e rivive nel presente che lo produce e in certo modo lo rigenera
rendendolo attuale: è “il passato del presente” (Kosellck,
Prigogine) e talvolta è proprio l’immaginazione di questo
passato a materializzare il futuro del e nel presente.
E tuttavia questo laboratorio del tempo è immateriale o quanto
meno appartiene alla realtà non oggettuale: al pari delle particelle
atomiche e subatomiche, delle molecole e dei micro organismi, o come
la geometria dei frattali, non è direttamente percepibile dai
sensi, ma ai sensi si impone per via di misteriosi percorsi che solo
le neuroscienze ci potranno forse un giorno svelare. Composto di simboli
e segni, immagini e circuiti cerebrali che suscitano emozioni, ricordi,
memoria, l’evento è reale solo in quanto vissuto, solo
come dimensione e processo interiore il cui senso altro non è
che una trama di relazioni e connessioni a tutt’oggi difficile
da scoprire. L’evento però si materializza nel linguaggio
e nella costruzione del discorso, è sempre il contenuto di un
processo comunicativo e noi, in definitiva, comunichiamo per eventi:
ai nostri interlocutori raccontiamo gli accadimenti del nostro tempo
costruendo così, di volta in volta, la nostra storia personale
che è, questa sì, universale ed esclusiva ancorché
sempre mutevole in relazione alle circostanze a agli interlocutori del
soggetto narrante. In questo senso e per la sua funzione, l’evento
è una rappresentazione e un’azione insieme, in quanto il
linguaggio è azione proprio perché: “dire è
fare” (Wittengstein, Habermas). Ed è proprio questo “l’effetto
di realtà” del discorso storico inteso come linguaggio
comunicativo (Barthes).
Storici, sociologi, antropologi sono oggi concordi nel ritenere che
il più significativo indicatore della civiltà e della
socialità sia la velocità e la densità dei processi
comunicativi; sappiamo che ogni sistema culturale per vivere, sopravvivere
e svilupparsi adotta una pluralità di strumenti mediatici in
relazione al grado maggiore o minore della sua complessità. E
possiamo dunque affermare che il sistema culturale della modernità
ha dato vita, si è costituito e sviluppato, a partire da quel
particolare linguaggio che chiamiamo storia e del quale la storiografia
ha pazientemente costruito i segni, le parole e la sintassi attraverso
un monumentale vocabolario di eventi. La centralità e la sovranità
del discorso storico che ha fatto il successo dell’Europa-modernità
è, insomma, il risultato dell’adozione di un media dotato
di formidabile capacità comunicativa.
E a questo punto si impongono alcuni interrogativi: qual è il
dispositivo di questo linguaggio fatto degli eventi (cose, oggetti,
materia non oggettuale o rappresentazioni simboliche) intercettati e
costruiti dallo storico? Da che dipende la loro “storicità”?
Quale è la loro energia cinetica? E ancora, che relazione sussiste
tra l’insieme di queste particelle narrative e il corso complessivo
del “tempo storico”?
14.
Cronosofia e cronologia.
Andiamo
avanti. Gli storici apparentemente limitano il loro interesse e il loro
campo di azione agli eventi del passato e per questo la Storia è,
per unanime definizione degli storici stessi, “una narrazione
di fatti veri e realmente accaduti” che afferiscono alla vicenda
dell’uomo (Tucidide, Bodin e... tutti quanti), una narrazione
fatta con metodologie che ne assicurano la restituzione “come
essi propriamente furono” (Ranke).
L’evento storico, si dice, è unico, irrepetibile cioè
appartiene a un ordine del tempo che supera sempre se stesso, persiste
oltre il suo essere e se ne distacca. Ogni evento è una storia
in se e a se. La morte di Cesare prescinde dalla sua datazione; la battaglia
di Waterloo è stata combattuta indipendentemente dalla sua cronometrica
collocazione temporale; la Guerra dei Trent’anni è un ciclo
temporale conchiuso in se; il disastro del Titanic suscita emozioni
e spiegazioni a prescindere dalla consapevolezza del giorno e delle
ore in cui si è verificato; e così via. Ma, per essere
“storici”, questi fatti devono necessariamente collocarsi
in un riconoscibile habitat temporale. Un fatto per essere “storico”
deve essere datato in quanto “non vi è storia senza date”
(Levi- Strauss). L’assassinio di Cesare, se non fosse storicamente
datato, altro non sarebbe che un racconto fantastico, una creazione
letteraria ascrivibile al genere tragico; la vicenda di Alessandro un’epopea
omerica; la battaglia di Borodino il frutto della fantasia creatrice
di Tolstoi, e così via. Ma la datazione, a sua volta, è
possibile perché, per lo storico, l’evento, non si colloca
al futuro, non suscita attesa, esso è tale perché è
davvero accaduto e per questo si trasforma in un fatto o in un dato.
Noi che lo osserviamo ci collochiamo “al futuro” rispetto
al suo accadimento e cioè in una dimensione diversa da quella
in cui il fatto si sarebbe compiuto, il che ci consente di conoscerne
il principio e la fine, di poterlo datare. In questo senso l’evento
prescinde dalla (e precede la) sua datazione, e la sua collocazione
cronologica è opera dello storico. Il dato, il fatto storicamente
datato, diviene allora un evento storico vero (ciò che è
accaduto e non si ripeterà mia più) perché cronologicamente
certo, dunque realmente accaduto. Solo ora assume la sua specifica individualità
(diviene unico e irripetibile), ma al tempo stesso si necrotizza (o
canonizza) e si trasforma in un segno, codice o cifra del comunicare.
Gli storici costruiscono le cronologie e vi iscrivono gli eventi; le
date certificano gli eventi e gli eventi giustificano le date. E così
si può affermare che la cronologia occidentale è una sorta
di grammatica della memoria nella quale gli eventi, disposti sulla linea
del tempo in rigorosa successione, costituiscono nel loro intreccio
un vero e proprio linguaggio, un insieme di segni e di informazioni
a base temporale. Proprio per questo il succedersi di queste informazioni
e la selezione degli eventi che vi vengono registrati (e le giustificano),
realizzano automaticamente reti di connessione causali, percorsi logici
e associazioni che le trasformano in microstrutture narrative. Più
sono percorse, frequentate, usate e più le cronologie, che materializzano
il tempo storico, fatalmente si dilatano a dismisura e penetrano in
più dimensioni. In realtà la conquista e l’occupazione
del tempo è inesauribile, il suo stabile presidio praticamente
impossibile.
Che sarebbe la storia senza cronologia, senza una declinazione temporale
dei fatti del passato? Un racconto fantastico e nulla di più.
Le fonti, senza una adeguata cronologia delle fonti, sarebbero materiali
d’archivio fuori controllo e fuori memoria. E la memoria stessa
senza una datazione dei ricordi sarebbe poco più che una favola
del “c’era una volta”. Sarebbe insomma un linguaggio
senza parole. La cronologia e la struttura cronologica meritano dunque
una seria valutazione, perché queste formidabili banche dati
realizzate dalla cultura della modernità, il più delle
volte, ci passano accanto senza che ci si interroghi a fondo sul loro
significato. In realtà lo storico, viaggiatore del tempo, è
prigioniero della crono-logia: parte da essa (cioè assume come
dati i fatti datati) e ad essa ritorna (la aggiusta, la precisa e la
implementa); sempre e comunque la linea del tempo prevale su quella
dello spazio, anzi è la prima a modellare il secondo.
Per effetto della inesauribile produzione storiografica il tempo storico
si è infinitamente e progressivamente dilatato e addensato; nel
corso degli ultimi tre secoli, la ricerca storica ha scoperto o prodotto
più tempo di quanto la nostra mente e la nostra esperienza sia
in grado di immaginare e oggi il sapere storico dispone di apparati
cronologici che, per quantità, non sono più neppure manovrabili
dalla memoria umana. Vi sono cronologie di struttura diversa (semplici,
ragionate, disciplinari, tematiche, comparate, sinottiche, ecc.) e ve
ne sono per ogni area disciplinare, per ogni area geografica, per ogni
evento o serie di eventi. In funzione delle fonti disponibili, le cronologie
crescono a dismisura e quelle contemporanee sono miliardarie di fatti
e di date. La navigazione nei siti di storia in rete offre innumerevoli
cronologie e un’analisi del GEDEA (Dizionario enciclopedico De
Agostini) ha evidenziato che l’opera contiene circa sette milioni
di date. Con l’ausilio delle memorie elettroniche sarebbe possibile
organizzare queste date, indicative di altrettanti fatti, in un’unica
e mastodontica linea del tempo per sezioni e sottosezioni disciplinari,
per aree geografiche e biografiche e per campi magnetici comparativi
giungendo così alla madre di tutte le cronologie navigabili con
modalità ipertestuale. Certo altri milioni di date sarebbero
integrabili da altre enciclopedie e altre decine di milioni da monografie
e studi specializzati e così via. Ogni data potrebbe richiamare
automaticamente approfondimenti a più livelli e questi, a loro
volta, potrebbero rinviare ad altri eventi dati, fatti, date e così
via. Poi per un certo luogo, tema, soggetto si potrebbe ricostruire
il mondo virtuale (il presente del passato) di ciascun evento e in futuro
l’intelligenza artificiale potrebbe a sua volta, mettendo a profitto
questa prodigiosa memoria, questa inesauribile cronologia, generare
testi e manuali di storia con i quali lo storico non sarebbe certo in
grado di competere. Basterebbe un programma tale da definire la quantità
di eventi da attribuire a ciascun periodo della narrazione storica o
capace di definire in termini percentuali le varie aree tematiche e
geografiche (ma anche iconografiche, orali, musicali, ecc.), di comporre
le date e gli eventi secondo gli schemi suggeriti e imposti dalle direttive
ministeriali, per realizzare testi e manuali di storia, aggiornarli,
implementarli a piacere. Si potrebbero così, in modo automatico
e in funzione delle direttive politiche di questo o quel governo, automatizzare
la ricerca storica; si costruirebbe con assoluta precisione la “memoria
collettiva” come obiettivo di quello che definiamo “uso
pubblico della storia”. Tutto ciò, in prospettiva, è
possibile e forse anche probabile. E allora?
Allora ci troveremmo in presenza di un universo incontrollato di eventi
fatto di galassie, ammassi stellari, buchi neri, superfici e velocità
temporali infinite il cui ordine/disordine complessivo non apparirebbe
diverso da quello che osservano gli astronomi e descrivono i cosmografi
del XXI secolo e la storia, come noi la pratichiamo (e cioè come
affermazione ri-flessione del soggetto sul suo tempo) non vi sarebbe
più. E poiché ciò che viene imponendosi in modo
sempre meno contestabile nella nuova immagine dell’universo è
la caduta di ogni concezione oggettuale della materia, scopriremmo che,
nella mobilità indissociabile dello spazio-tempo, l’universo
altro non è che una rete dinamica di eventi interconnessi dei
quali gli eventi umani sono una infinitesima specie e l’individuo
stesso nella sua singolarità un evento, un racconto (Giddens,
Tourenne, Lipovetsky, Lyon). Dalla “metafisica degli oggetti”
e dalla “fisica della materia” gli attuali cosmografi sono
passati a una fisica degli eventi (Haken, Prini, Prigogine) i quali
si configurano come sistemi di forza aperti e in competizione tra loro
tessuti insieme e fluttuanti nel tempo. La prospettiva di una simile
organizzazione dell’universo, traslata agli eventi storici lascerebbe
intravedere un futuro... ma, per ora, non andiamo così lontano.
15.
Subeventi, particelle, frattali e fisica degli eventi.
Queste
prospettive future, ma non remote, riguardano un orizzonte ancora molto
lontano dal comune sentire degli storici. Nel nostro approccio umano
e umanistico (quindi storico) al tempo, noi restiamo fortemente vincolati
alla linearità, e alla successione degli eventi storicamente
datati, come a una bussola della ricerca storica. Per ora la cronologia,
come pista di lancio della ricerca e del discorso storico, ci si presenta
per quella che è: una banca dati artigianale e un patrimonio
di informazioni organizzate lungo la freccia del tempo e generalmente
tessute tra loro da un rapporto lineare ed elementare di causa/effetto,
una sorta di sequenza genealogica propria di ogni racconto delle origini.
Ma occorre fare un passo più in là. Per tentare un approccio
diretto e poi una definizione di evento, proviamo dunque, sperimentalmente,
a leggere una cronologia o a costruirne una noi stessi (procedura professionale
indispensabile e necessaria di qualunque percorso di ricerca).
Ci troviamo sempre di fronte a una linea (verticale o orizzontale) sulla
quale sono disposti punti o cerchi attivi (in realtà si tratterebbe
di un grafo): sono le date da ricordare, gli eventi chiave. Questi cerchi
sono sempre intervallati da zone di vuoto nelle quali le date scompaiono:
si tratta di zone del tempo insignificanti, condannate all’oblio
(zone “infratemporali”, come le definirebbe Heidegger).
Esse precedono e seguono l’evento datato. I punti e i cerchi delle
date-evento pur avendo peso e dimensioni diverse (poche parole, righe,
talvolta interi periodi, a seconda della specifica finalità della
cronologia) in relazione alla struttura sintattica che le definiscono
e ne determinano l’esistenza, sono sempre e comunque un discorso,
un insieme di proposizioni coerenti e, in definitiva, sono microstrutture
narrative dotate di senso. Queste microstrutture narrative contengono
a loro volta una pluralità di altri fatti che fanno riferimento
ad altre date e sempre agiscono in modo automatico sulla memoria richiamando
altri eventi che li precedono o li seguono. Cosicché si può
dire che l’evento storico si costituisce o “costruisce”
a partire dalla intersezione-collaborazione dei dati all’interno
di un nucleo più vasto nel quale più fatti, come atomi
dispersi, interagiscono tra loro aggregandosi e disgregandosi in una
miriade di particelle subatomiche condannate all’espansione e
alla entropia. Così ad esempio nell’espressione: “1715:
nasce l’autore del Neveau de Rameaux”, qual è l’evento:
la nascita di Diderot o la pubblicazione della sua opera? Ma in quella:
“nel 1715 nasce l’autore del Neveau de Rameaux, opera che
certifica una svolta del pensiero illuminista”, gli eventi concatenati
e aperti sono tre (Diderot, l’opera, l’illuminismo). Ne
“la battaglia di Cheronea segna il culmine del potere di Filippo
all’interno delle tribù macedoni e annuncia la fine dell’autonomia
delle città greche” la matassa della istantaneità
narrativa si complica ancora di più. Lo stesso ne è della
proposizione: “1521: Carlo V emana l’Editto di Worms contro
Lutero che sta prendendo le distanze da Muntzer”. La seguente
successione: “1589: muore Caterina De Medici; assassinio di Enrico
III; Enrico IV re di Francia” è in realtà un evento
storico complessivo che narra un’azione ad ampia dilatazione temporale
e attraverso i soggetti indicati copre un arco temporale a più
dimensioni. E così via.
E tuttavia per quanto incerti, disomogenei, confusi nei loro segni,
nei simboli e nelle immagini che evocano, incerti nelle spiegazioni
che offrono, queste piste del linguaggio e della consuetudine narrativa
della storia ci appaiono sempre come dati essenziali, punti di riferimento
a base mnemotecnica, icone e idoli della memoria simili a reperti fossili
di una stratigrafia più o meno nota a forte valore comunicativo.
Nella asimmetria apparente celano, al pari dei frattali, una loro geometria
rigorosa e persistente come quella che i matematici scoprono nelle incerte
linee del paesaggio. Si tratta sempre della descrizione di relazioni
umane la cui estensione nel tempo storico si svolge in funzione di altre
azioni e altri eventi scoperti, datati e descritti dalla storiografia.
Noi leggiamo, infatti, l’evento citato nella cronologia come una
sorta di atomo o nucleo narrativo, un’informazione a base temporale
si è detto, la cui struttura è sempre un’azione
che mette in moto la memoria e, a seconda della nostra conoscenza storica,
la dilata ad altri eventi, date, informazioni che afferiscono al tempo
storico, lo creano e aprono il campo a nuove narrazioni. Insomma il
discorso storico mette in moto la storiografia, e viceversa, in un processo
incessante, autonomo e autoreferente.
Partendo da queste osservazioni sarei dunque per condividere l’assunto
in base al quale l’unicità della storia si spiega con il
fatto che “ogni evento è un sistema” (Aron) ed è
a partire dal singolo evento che il tempo storico si costituisce e si
dilata. Tenuto conto del fatto che la struttura di questo sistema “si
costituisce nell’atto della sua narrazione la quale ordina l’accadere
dagli eventi in una trama di senso” (Galimberti) ritengo che si
possa definire l’evento storico come un discorso e cioè
una proposizione volta alla costruzione di un insieme sistemico di azioni
(o subeventi) che interagiscono tra loro (si muovono e assicurano mutamento)
a un certo livello di velocità e di energia comunicativa. Queste
reti sistemiche, dotate di una forza di attrazione e centrifuga rispetto
ad altri eventi, si collocano in una zona della temporalità estranea
alla linea del tempo cronologico; sospese come particelle nel vuoto
tra un ciclo temporale privo di eventi e quello successivo altrettanto
silenzioso, ne trasformano il moto e la densità. Vi sono zone
della cronologia dense di eventi, altre rade e povere, vi sono date
significative e altre che “non vale la pena di ricordare”:
ma in realtà ogni evento è il tempo e ha il suo tempo,
la sua specifica densità temporale, la sua energia comunicativa,
caratteristiche individualizzanti e strutturali rispetto alle quali
la cronologia svolge un semplice ruolo di identificazione e archiviazione;
le date in fondo sono semplici matrici di riconoscimento. Sono infatti
gli eventi che rendono necessaria la cronologia (la precedono o la giustificano)
e non il contrario. La morte di Napoleone è un evento in se con
la sua azione, i suoi tempi e l’insieme di eventi-circostanze
che suscita, di emozioni che richiama, di ricordi che assorbe. La sua
datazione al fatale 5 maggio 1821 riconduce questo insieme di azioni,
dati, immagini, circostanze, emozioni ad altre dimensioni e per certi
aspetti li deforma e trasforma in un’altra trama narrativa, un
altro evento. Le Idi di marzo evocano un’azione, un tempo, un
luogo, un insieme di attori, una pluralità di autori e modalità
narrative, ma la loro precisa collocazione cronologica non è
necessaria per la percezione, partecipazione e immedesimazione con l’evento;
Waterloo, Cavuor, Dakau, Richelieu e Hiroshima, sono parole del linguaggio
storico il cui significato non riconduce al corso lineare della storia,
né alla cronologia, ma a reti informative e narrative più
o meno complesse. Ogni data, ogni riga di una cronologia ci si presenta
come un messaggio, un segno, un vocabolo dotato di senso.
Allora la storia potrebbe essere definita come un linguaggio iscritto
nel tempo e i cui vocaboli sono gli eventi; in quanto grammatica di
questi eventi, il sapere-discorso storico diverrebbe un media, uno strumento
essenziale del comunicare. Questo linguaggio, prodotto o percepito dal
cervello e lavorato dalla nostra memoria immaginativa, come ogni insieme
di proposizioni di vocaboli o particelle, finisce per assumere una sua
identità, una sua vita propria; per certi aspetti assume concretezza
e materia come un vero e proprio manufatto o un circuito miniaturizzato
invisibile all’occhio nudo che noi chiamiamo cultura, perché
“i prodotti del cervello umano hanno l’aspetto di esseri
indipendenti dotati di corpi particolari, in comunicazione con gli uomini
e tra di loro” (Marx). Così gli eventi storici possono
anche essere definiti come segni di un processo comunicativo e prodotti
comunicativi essi stessi. Noi percepiamo infatti la presenza di queste
particelle attraverso i sensi in una logica di scambio e partecipazione;
immagazziniamo suoni e immagini che catturano e agitano le nostre emozioni,
ma la loro composizione, il loro significato è una elaborazione
interiore che si concretizza sino a vivere una vita autonoma nella comunicazione
che noi ne facciamo a noi stessi o agli altri.
Un approfondimento della natura linguistico-comunicativa degli eventi,
così come l’uso della metafora (o modello di riferimento)
della meccanica quantistica, il ricorso a concetti e parole come nucleo,
particella, massa, energia, gravitazione, accelerazione, interazione,
onde ecc., possono favorire feconde intuizioni e magari collocare il
dato immateriale in una zona più corrispondente al concetto di
materia non oggettuale che oggi si pratica nel pensiero e nella ricerca
scientifica.
Che poi queste particelle, fluttuanti nel tempo artificiale delle cronologie,
siano rappresentative di qualcosa che sfugge ai nostri sensi e sollecita
la nostra immaginazione è del tutto evidente; che esse scompaiono
o ricompaiano e si impongano alla nostra attenzione per effetto della
loro energia comunicativa (cioè dello scambio emozionale che
hanno con noi) e della percezione che noi ne abbiamo per effetto della
memoria, mi sembra altrettanto ovvio; che infine la nostra percezione,
il nostro osservarle dia loro una sorta di consistenza, di attualità
(di vita) e in certo senso proprio per questo le modifichi, non vi sarebbe
neppure da dubitare. Ma proprio per questo è altrettanto certo
che queste reti sistemiche instabili e fluttuanti, queste strutture
sospese(al di là della data o del ciclo di date che le rendono
storiche) in una temporalità indefinita, assumono consistenza
e visibilità solo quando, in virtù di un processo per
molti aspetti misterioso, escono dal loro habitat passato, assumono
attualità, riprendono contatto col presente e vengono per così
dire “canonizzate” dalla ricerca storica che le restituisce
alla vita.
In realtà, come si è detto, esse sono fatte della nostra
stessa sostanza perché noi siamo “fatti di tempo”
e il nostro tempo, il nostro presente, le genera e le rigenera ogni
volta che a loro ci accostiamo. Se noi le percepiamo ciò significa
che è la struttura della nostra memoria, e delle emozioni che
la governavano, a renderle attive in un tempo che non è quello
ormai definitivamente passato al quale appartengono, ma quello della
nostra “circostanza storica” (Ortega y Gasset). E così
questi fatti del passato, in virtù della nostra percezione, divengono
a noi contemporanei (Croce), agiscono nel nostro quotidiano, ci trasformano,
si integrano alla nostra storia personale e, per effetto di continue
riverberazioni e risonanze, sono oggetto dei nostri scambi con l’ambiente
umano che ci circonda. La forza di attrazione degli eventi, infatti,
va ben oltre la loro percezione, quest’ultima comporta quasi automaticamente
un certo grado di partecipazione alla rivelazione dell’evento
stesso e più oltre ancora, un grado maggiore o minore di immedesimazione
con i fatti narrati.
Quello su cui occorre ancora riflettere (nelle mie letture non ho trovato
una soddisfacente analisi di riferimento) è che la struttura
comunicativa dell’evento comporta una sorta di partecipazione
all’evento stesso. Nel processo narrativo-comunicativo della azioni
umane, infatti, acquisire e rielaborare significa partecipare, essere
intimamente coinvolti e per taluni aspetti oggetto e soggetto del racconto
in virtù del principio di immedesimazione che lo rende autonomo
e attivo nella nostra coscienza (Campbell).
Il processo di percezione-partecipazione-immedesimazione che assicura
l’assimilazione dell’evento, sia quello ordinario (frutto
della nostra esperienza diretta che ne elabora il senso) sia quello
narrato e quindi comunicato, è certo un problema complesso che
non ha trovato spiegazione e soluzione soddisfacente neppure da parte
di chi se ne è, a mia conoscenza, occupato con lena (Danto, Ricoeur).
Esso attiene da un lato alla struttura stessa del processo (e prodotto)
comunicativo, ma d’altra parte comporta anche la sua collocazione
in una dimensione temporale diversa da quella nella quale, non solo
l’evento, ma anche la sua comunicazione è avvenuta; comporta
la sua archiviazione nel dominio che chiamiamo memoria. La restituzione
che essa ne fa avviene al presente e implica a sua volta la ricostruzione
di tutti gli elementi che lo compongono in un nuovo senso comunicativo:
la ricerca storica che si poggia su questo processo risulta allora particolarmente
instabile e paradossalmente tende di continuo a modificare la struttura
cronologica nella quale gli eventi si inseriscono destoricizzandoli
per renderli attuali, comunicabili, partecipabili.
Gli eventi insomma sono un prodotto diretto dell’esperienza comunicativa
umana e gli eventi storici sono un prodotto degli storici. E dunque
non è poi così vero che “la storia la fanno gli
uomini” (Croce), ma la fanno gli storici che intercettano, costruiscono
e narrano eventi, li datano e li impongono alla memoria: l’uomo
moderno è, sì, un “uomo storico”, ma nel senso
che è un prodotto della storiografia.
Si pongono allora altre interessanti domande che, alla riflessione dello
storico, emergono immediate e spontanee. Quando e perché nascono
gli eventi storici? Come si selezionano, sopravvivono, evolvono? Perché
le date vengono canonizzate e infinitamente ripetute dal discorso storico?
Come e perché agiscono nella nostra memoria? Domande alle quali
non penso di poter rispondere, ma sulle quali posso avanzare qualche
riflessone di primo orientamento.
16. Teatri della memoria,
spettacoli e canonizzazione degli eventi.
La
linea del tempo descritta da una cronologia, il grafo fatto di punti
e cerchi di varie dimensioni e superficie che si dispongono sulla freccia
rettilinea, è, né più né meno, un “teatro
della memoria”.
A cavallo tra il medioevo e il rinascimento, in Italia, si affermarono
e diffusero i “teatri della memoria” e cioè modi
di rappresentazione di concetti filosofici, di cognizioni scientifiche
e di massime morali attraverso mappe logiche accuratamente disegnate
con immagini e simboli ricorrenti. Antesignani del sapere enciclopedico
e, in un certo senso degli attuali algoritmi, i “teatri”
si proponevano di localizzare informazioni nell’ambito di una
struttura fisica fatta di segni, immagini, icone. Così gli alberi
e le torri della sapienza raffiguravano, localizzandoli nel tronco e
nelle foglie o nelle stanze e nei cortili. Una sequenza di concetti
che procedevano dal generale al particolare. I “teatri”,
oggi studiati con un certo interesse da matematici, informatici e psicologi,
avevano tra l’altro lo scopo di sorreggere lo sforzo di apprendimento
mediante il potenziamento dei processi logici propri dell’intelligenza
e della memoria visiva (il che un tempo era definita come l’arte
della memoria: la mnemotecnica). Con l’avvento del potere assoluto
questi teatri divengono documenti e monumenti, cerimonie e rimembranze
collettive, fogli e quadri per gli “spettacoli” della memoria
storica (Fogel). Giardini, labirinti, scale, strade e percorsi tortuosi
(veri “giri dell’oca”), giochi e carte da gioco, hanno
ospitato nel corso dei secoli XVIII-XIX (soprattutto a partire dalla
propaganda rivoluzionaria del 1792) le cronologie storiche nazionali
e popolari con immagini, simboli, icone rappresentative degli eventi
nella loro successione di date. Unidirezionali e unidimensionali, i
teatri della memoria storica (sorta di primitive comunicazioni multimediali)
hanno “canonizzato” gli eventi, svolto un ruolo nella costruzione
della “memoria collettiva” e hanno consentito un uso pubblico
della storia.
Non conosco opere e ricerche relative alla storia delle cronologie.
Molte sono dedicate alla genesi, storia, significato dei calendari,
ma forse non è stato approfondito il tema centrale della storiografia:
il modificarsi, arricchirsi, complicarsi delle cronologie. Un approfondimento
in tal senso potrebbe rivelare sorprese. La strada potrebbe essere quella
di una sistematica rilevazione delle strutture cronologiche negli almanacchi,
nelle ricorrenze della retorica politica, nelle enciclopedie ottocentesche,
nei libri di testo, nei programmi di insegnamento e, per induzione,
nelle linee del tempo che le varie culture hanno disegnato, definito,
posto in essere.
Questa ricerca dovrebbe necessariamente porsi come obiettivo quell’uso
pubblico della storia che ha dato luogo alla selezione degli eventi
e, per così dire, alla loro canonizzazione indispensabile alla
struttura didattico-pedagogica dei testi storici da un lato dell’invenzione
della tradizione dall’altro (Koselleck, Hobsbawm). Ma la canonizzazione
degli eventi, il loro costituirsi nella linea del tempo e nelle cronologie,
è un processo complesso, di lungo periodo e si sviluppa nel corso
della modernità.
Con ogni probabilità la ricerca mostrerebbe, infatti, che le
cronologie, come noi le pratichiamo, nascono a partire da un ciclo definito
del tempo della modernità: sarebbe tra il 1775 e il 1825 che
si realizza, secondo un’opinione generalmente condivisa (Focault,
Badiou, Ricoeur, Muchembled, Kosellck, Furet, Elias) quel processo di
costruzione-invenzione del passato a una dimensione dal quale nasce
il discorso storico e al quale fanno capo sia la “memoria storica”
sia l’uso “pubblico” della storia. Prima di allora
il tempo passato si modellava sul continuum delle cronologie (genealogia,
annalistica, cronaca) mentre l’impresa della moderna storiografia
è stata quella di modellare le cronologie sulla forza comunicativa
degli eventi.
Prima del 1789 “c’erano storie al plurale, storie di vario
genere che si verificavano e che potevano servire come esempi per l’insegnamento
della morale, della teologie, del diritto e della filosofia” (Foucault)
poi con la Rivoluzione, madre di tutti gli eventi, canone e matrice
essenziale della modernità (Furet, Nora, Moro), l’insieme
di narrazioni dei molteplici saperi si piega ad una dimensione temporale
comune: le cronologie la organizzano lungo la linea del tempo, la ricerca
storiografica scopre, costruisce, seleziona gli eventi degni di essere
ricordati e li data con precisione cronometrica. La cronologia diviene
così una cronosofia e addirittura una cosmografia della vicenda
umana dalle sue origini remote alla sua meta finale. La cronologia diviene
storia, la storia cronologia e la linea del tempo “unifica in
un unico concetto la differenza tra il tempo che è passato e
il futuro che deve ancora venire” (Koselleck): forse il muro della
storia è stato superato proprio qui. Ora e solo ora nell’approccio
storiografico prevale l’aspetto prescrittivo su quello descrittivo;
solo ora gli eventi assumono una prodigiosa forza comunicativa in virtù
della loro contemporaneità intesa nel senso che l’attenzione
alle fonti, testi, documenti, monumenti da parte degli storici si trasforma
nella ricerca di testimonianze di attualità rispetto alla ricerca
antiquaria (Croce). La Storia codifica il passato e ipoteca il futuro,
diviene totalizzante, universalistica del destino dell’uomo, necessariamente
monologica e a autoreferente perché il tempo, presente e futuro,
viene ordinato in base alle conoscenze della storiografia stessa.
Questo nuovo corso del pensiero e della pratica storiografica fa della
Storia il mito fondativo della modernità, un mito in azione e
costantemente ripetuto che ripropone agli storici il paradosso dell’
“eterno ritorno”. Poiché, se è vero che “non
esiste storia senza date (Levi-Strauss), è altrettanto vero che
“non esistono date senza storia” (Ricoeur) e che, di conseguenza,
cronologia ed eventi si scontrano nella linea del tempo con effetti
paradossali: la cronologia, nel susseguirsi ritmico e progressivo delle
sue date, assicura continuità, là dove gli eventi, nella
loro individuale unicità e irripetibilità, segnano continue
alterazioni e discontinuità. Il pensiero storico si dà
scacco da se. Continuità e discontinuità, tradizione e
progresso, stagnazione e sviluppo, ordine e complessità divengono,
nei fatti, e nelle loro infinite varianti possibili, il paradigma dell’interpretazione
storiografica nel corso dei secoli XIX-XX fino a un tempo non molto
lontano da noi.
Il ruolo dello storico si trasforma così in quello di giudice
di prima istanza della conoscenza e legittimità del corso temporale.
Spetta a lui scoprire e selezionare le date degne di essere ricordate
e costruire gli eventi memorabili che le abitano e le giustificano;
in forza di questa operazione si fa la storia e si definisce il “giudizio
della storia” sulle vicende umane. La Storia giudica se stessa
e il cerchio si chiude. Per riassumere e anticipare le conclusioni:
la storia sceglie da se l’oggetto dei suoi studi, storia e storiografia
coincidono, la storia non la fanno gli uomini, ma gli storici che la
costruiscono nella trama degli eventi da loro scelti, l’uomo moderno
è un prodotto del laboratorio storiografico.
17.
Memoria, ricordi e percezione degli eventi.
Ma
l’osservazione della linea del tempo storico, nel susseguirsi
incostante degli eventi di diversa dimensione, profondità e superficie,
pone anche altri problemi centrali al discorso storico, allo storico,
e al metodo storiografico. Sono quelli relativi alla memoria, al ricordo
e all’oblio, in particolare all’interrogativo: che cosa
sia e, se davvero vi è, come funziona la memoria collettiva che
chiamiamo, in modo disinvolto, “memoria storica”.
Teatri, documenti, monumenti, spettacoli della memoria, (e le strutture
cronologiche che li sostengono) ci presentano infatti un problema sempre
attuale: quello del modo in cui il nostro cervello si costruisce una
mappa della realtà immaginando informazioni, collegandole tra
loro, archiviandole e facendole poi emergere istantaneamente a seconda
delle necessità e mediante l’uso della memoria. Ovviamente
oggi abbiamo un’idea più precisa circa il modo in cui vengono
memorizzati gli eventi; i rapporti tra il cervello e la mente sono allo
studio di numerose discipline davvero rivoluzionarie (le neuroscienze:
psicologia cognitiva, neuropsicologia, neurolinguistica, ecc.). Sappiamo
che il nostro cervello è in grado di strutturare esperienze e
ricordi in complesse trame che fanno capo alla plasticità dei
neuroni e dei circuiti nervosi. E sappiamo che memorizzare significa
agganciare i nostri ricordi a specifici contesti e anche elaborarli
in categorie attraverso un processo individuale tipico delle menti biologiche.
Si tenta anche di localizzare la sede cerebrale dei ricordi, i processi
biochimici che li producono e qualcosa si sa della memoria: per esempio
che essa è “un sistema multicomponenziale” nel quale
si configurano una pluralità di funzioni e prestazioni (memoria
a breve e a lungo termine, memoria procedurale e proposizionale, verbale
e non verbale, iconica e ecoica, fonologica e visiva, esplicita e implicita,
ecc.) (Civita). Ma nell’insieme che cosa davvero sia la memoria,
come funzioni e in che modo i ricordi possano essere archiviati, selezionati
e riemergere poi alla coscienza, rimane un buco nero delle conoscenze
scientifiche (Raddeley, Changeux, Gardner, Hopper).
La natura artigianale della ricerca storica e la struttura autoreferente
della storiografia, hanno tenuto gli storici a una debita distanza da
questi nuovi approcci delle neuroscienze sul tema, per altro centrale
al nostro ordine di sapere, della memoria e della modalità di
costruzione dei ricordi; e tuttavia una collaborazione e un percorso
comune di ricerca tra questi saperi vecchi e nuovi potrebbe contribuire
in modo significativo alla comprensione e alla definizione dell’evento
storico. Per ora, anche qui, sembra opportuno, e obbligato, fare riferimento
alla semplice e diretta esperienza personale, al nostro essere “storico”
che vive e si definisce anche in base ai ricordi.
La ricostruzione del nostro passato personale attraverso i ricordi è
un’azione automatica, obbligata e ricorrente; la fonte prima della
nostra identità si costituisce mediante quella che possiamo,
a buon diritto, definire una storia di vita, un’autobiografia
mai scritta, ma soggiacente e talvolta raccontata per periodi, capitoli
o sottostorie, insomma eventi significativi. In realtà, nei nostri
rapporti di relazione sociale, comunichiamo per eventi e a questi colleghiamo
il complessivo della nostra esperienza nello spazio e nel tempo. Naturalmente
gli eventi del passato che la memoria ci restituisce sono, per così
dire, puri e non hanno mai una datazione precisa, non vi è un
cronologia automatica della nostra vita. Sono gli eventi che ricordiamo,
ricordiamo le particelle costitutive del nostro passato, non la loro
datazione o successione. In molti casi questi ricordi appaiono incerti
e confusi, riemergono a tratti, alcuni in modo ricorrente, incisi profondamente
e lucidi nelle immagini che li rappresentano, altri casuali e inattesi.
Esse riaffiorano come immagini istantanee e pulsioni emozionali restituite
dalla memoria cerebrale che li lavora e trasforma in ricordi. Solo il
racconto che ne facciamo (a noi stessi e agli altri) li organizza e
li rende coerenti, ma proprio per questo, lo percepiamo bene, li deforma
perché i ricordi sono rappresentazioni complesse a trama narrativa,
sequenze di immagini dotate di una particolare energia emotiva, sono
reperti di un passato che davvero vi è stato e che tuttavia scopriamo
solo ora come “novità” del nostro presente.
Freud, Bergson, Proust, per vie, su terreni e con metodologie diverse
hanno indagato la struttura del ricordo, ma il minimo comune denominatore
delle loro proposte interpretative risiede essenzialmente nel ricondurre
questo specifico dell’esperienza umana a una sorta di geometria
delle passioni o emozioni e a una relazione istantanea tra emozioni
e sfera affettiva. In questa stessa direzione operano ora le neuroscienze:
il ricordo sembra essere non solo la certificazione fondante dell’esistenza,
ma una continua rigenerazione della memoria che probabilmente agisce
in un ordine del tempo istantaneo a tre dimensioni: l’immagine,
l’emozione che con essa si intreccia, la costruzione logica e
associativa che dà un significato alla connessione tra immagine
e pulsione emozionale. Oggi sappiamo che i ricordi prendono forma sotto
la spinta di emozioni; non esistono memorie allo stato puro come non
esistono apprendimenti che non abbiano punti di riferimento emotivi.
E sappiamo che nel corso della vita e nel nostro quotidiano fissiamo
l’attenzione su situazioni, oggetti, sensazioni dotate di una
valenza emotiva, ed è proprio questa energia emotiva a caratterizzare
un ricordo e a farlo rivivere. Per certi aspetti la fondazione antropologica
dell’homo complexus del XXI secolo parte proprio dalla ridefinizione
delle potenzialità del cervello umano a fronte delle risorse
offerte dalle memorie digitali. La collaborazione in atto tra neuroscienze,
informatica, cibernetica è, del resto, uno dei segni di superamento
della modernità.
Certo la complessità della psiche e della sfera affettiva è
ben lontana dall’essere chiarita, così come l’insieme
dei rapporti tra il cervello e la mente; e ancora meno studiati sono
gli effetti che, sulla memoria e sulla capacità di generare i
ricordi, producono le diverse strutture mediatiche e di comunicazione,
ma alla luce delle ricerche in corso su un ampio ventaglio di saperi
disciplinari relative alle strutture della memoria non solo sarebbe
feconda una collaborazione degli storici, ma risulta indispensabile
una revisione della tradizionale metodologia della ricerca storica della
tipologia delle fonti, del loro trattamento e della loro gerarchia,
perché è del tutto ovvio che il territorio della memoria
è il luogo privilegiato della storiografia. La percezione e acquisizione
degli eventi personali e di quelli elaborati dagli storici dovrebbero,
infatti, necessariamente seguire gli stessi percorsi. Ma che cosa è
la memoria storica? E, se vi è, fonda davvero l’identità
storica? Anche qui non trovo referenze adeguate, fonti sicure e affidabili
e neppure aree di ricerca o filoni disciplinari dedicati.
18. Memoria
storica.
E’
chiaro innanzitutto che, ben diversamente dai ricordi personali frutto
della nostra esperienza diretta, l’evento storico non esiste e
non può essere memorizzato se non viene svelato, comunicato e
adeguatamente percepito, poi immagazzinato e rielaborato dal nostro
cervello e dalla nostra mente. L’evento storico (in questo caso
letteralmente evenio) “viene da fuori”, si tratta infatti
di un prodotto culturale che non ci appartiene e caratterizza una particolare
modalità della trasmissione del sapere: così come non
esiste una storia senza date, non esiste una storia se non viene comunicata,
raccontata, insegnata. Sono le storie che aprono gli occhi del bambino
sulle dimensioni profonde del mondo, gli insegnano il buon uso delle
emozioni e costruiscono il suo patrimonio immaginativo di ricordi. Fiabe
e favole sono costitutive delle culture al pari dei miti fondativi e
delle credenze religiose: insegnano le ragioni e l’ordine del
mondo, dei rapporti sociali e familiari, agiscono sulle emozioni radicando
valori, elevando censure e tabù.
Per memoria collettiva si intende generalmente questo patrimonio “naturale”
dei gruppi sociali e delle comunità isolate e autosufficienti
garantite da un circuito autarchico di comunicazioni, e questo patrimonio
è collettivo perché frutto di una socialità densa
e di una collaborazione (affabulazione) comune e condivisa. Questo genere
di sapere collettivo, trasmesso con modelli strutturalmente ben definiti
e incessantemente ripetuti, lo si ritrova in quel mondo rurale che abbiamo
ormai definitivamente perduto (Mendras) e nel quale i “vincoli
sociali della memoria” costituiscono una garanzia di ordine e
coesione sociale. Là dove vi è un “mondo senza storia”
(Delumeau) e una società dominata da una “storia immobile”
(Le Roy Ladurie). E la “memoria storica”?
L’espressione rimane, più che misteriosa, incerta e ambigua
a meno che non la si espliciti semplicemente per quello che è:
il risultato di una strategia di acculturazione su larga scala (potremmo
anche dire “di massa”) al sapere storico come prodotto della
storiografia. Niente di più. Rispetto alla memoria collettiva
di gruppi e comunità culturalmente autosufficienti e a basso
grado di intensità comunicativa che abbiamo definito “naturale”
(forse meglio “strutturale”), qui ci troviamo in presenza
di una memoria “artificiale” (“funzionale”),
di un processo dall’alto al basso che principia dai teatri per
finire agli spettacoli, alla rimembranze, alle feste, ai giochi, insomma
a quelle cerimonie della socialità e del potere che consentono
l’uso pubblico della storia. Una “memoria obbligata”
(Ricoeur).
Ciò che rende artificiale questa memoria e così diversa
da quella collettiva (e anche da quella individuale) è il fatto
che essa presuppone una tecnica o tecnologia della conoscenza (e del
potere) in virtù della quale gli eventi celebrati e narrati non
sono autonomi e autosufficienti, ma si spiegano con (e spiegano il)
complessivo dell’asse cronologico nel quale sono inseriti. Questo
genere di memoria presuppone infatti una strategia e una tecnica di
organizzazione del tempo sull’asse passato, presente e futuro
nella quale gli eventi sono tra loro rigorosamente collegati e si spiegano
gli uni con gli altri, sono prigionieri gli uni degli altri. Così
il 25 aprile non è la festa della libertà, ma quella di
Liberazione del Paese occupato dalle truppe nemiche, le truppe sono
l’effetto di una guerra e la guerra del fascismo, il fascismo
della soppressione del libero dibattito politico, e così via:
la liberazione diviene il “secondo risorgimento” che a sua
volta evoca (o si sostituisce a) un altro evento storico. Il 14 luglio
(scelto solo per motivi logistici in quanto avrebbe dovuto essere il
4 agosto o i 20 agosto) non è la celebrazione dei Diritti dell’uomo,
ma dalle Repubblica francese in quanto la presa della Bastiglia è
l’evento che avrebbe dato luogo a una concatenazione di eventi
tale da indurre fatalmente alla scelta della forma politica repubblicana.
Intendo dire che la celebrazione di questi eventi fondativi e la costruzione
della “memoria storica” comportano automaticamente un riallineamento
(revisione, reinterpretazione) di tutti gli eventi storici nella loro
successione, la definizione di una adeguata cronologia per ospitarli
e concatenarli e una procedura di publicizzazione della cronologia stessa
come esclusiva e totalizzante del passato, infine un sistema di comunicazione
che consenta di imporla su larga scala.
Si può al riguardo sostenere che la storia come utensile della
modernità è indisgiungibile dall’insegnamento collettivo
della storia, perché è stato proprio lo sviluppo del pensiero
storiografico nei secoli della modernità (soprattutto a partire
dal ciclo 1775-1825 già preso in considerazione) e la centralizzazione
del rapporto tra date ed eventi a costituire un formidabile sistema
di omologazione-spoliazione del tempo individuale (e della memoria personale)
rendendolo tempo storico obiettivo, certo, vero e dunque memoria collettiva.
Di più, “coscienza storica”, fondamento di identità
attraverso il proprio rapporto col tempo e col mondo come ce lo offre
il sapere storico. Di più ancora, un “tempo storico sovrano”,
totale. E’ la storicizzazione della realtà a rendere “storico”
l’uomo e non il contrario. La storia non la fanno gli individui
che tutti nascono a zero anni del loro tempo e della loro esperienza
cognitiva, vivono la loro vita e narrano i loro personali eventi; la
storia è il prodotto della cultura moderna e degli storici titolari
delle tecniche di comunicazione e acculturazione al tempo storico. In
questo senso, l’uomo moderno è un prodotto esclusivo e
originale della storiografia e dell’uso pubblico della storia.
Come si vede un adeguato approfondimento del tema relativo all’uso
pubblico della storia e alla memoria storica, potrebbe portare lontano
e spingerci in un territorio (oltre i tradizionali confini disciplinari)
ricco di emozionanti dibattiti; potrebbe spiegare il radicalismo antistorico
di Nietzsche, o le battaglie di Popper contro lo storicismo, o quella
di Gadamer contro la sovranità della coscienza storica e della
storia. Ma per quanto attiene al tema centrale di queste riflessioni,
l’identità dello storico nel clima culturale del nostro
tempo, le considerazioni sull’argomento ora svolte ci riportano
automaticamente alle parole di Marrou che ho posto in premessa. Gli
eventi del Novecento hanno destabilizzato la struttura esplicativa,
prescrittiva e monologica del sapere storico, smentito la Storia universale
come processo totalizzante di innalzamento dell’uomo verso la
sua emancipazione, detronizzato lo storico in quanto garante di una
rigorosa saldatura tra passato e presente, giudice inappellabile del
mutamento e, diciamolo pure, profeta dei tempi a venire. E infine hanno
fatto dell’uso pubblico della storia e della professione dello
storico uno dei luoghi privilegiati delle istanze critiche verso la
modernità.
Storia, insegnamento della storia, memoria del passato (storico) è
stata la sequenza forte del modello culturale praticato in Europa nei
secoli della modernità; un modello votato al continuo superamento
di se stesso; un movimento, trasformazione, mutazione o metamorfosi
che sia, che può materializzarsi soltanto per effetto della ricostruzione
del passato e del distanziamento da esso.
In funzione delle strategie di questo modello culturale, il ruolo, davvero
prometeico, della storia è stato quello di certificare la verità
di tutto il passato dell’uomo e per questo il compito non facile,
ma fondamentale (perché è sociale, politico e morale insieme),
dello storico è stato quello di investigare e dilatare il tempo
presente, alla ricerca dei segni che lo costituiscono e consentono di
distanziarlo rispetto al passato; di fare opera di manutenzione e di
progressivo potenziamento della rete complessa di documenti, fonti e
monumenti sui quali si fonda il riconoscimento dei fatti passati; di
organizzarli infine in una linea cronologica che li renda veri, certi,
realmente accaduti e tra loro strutturalmente connessi. Mediante questa
“canonizzazione” degli eventi (e cioè la loro restituzione
all’attualità e alla dimensione del presente) si è
costruita la linearità del tempo storico e, per effetto di continui
processi di acculturazione al linguaggio degli eventi, la “memoria
storica” la quale altro non è se non il codice socialmente
condiviso di un comune passato, ciò che chiamiamo “identità
storica”.
Una identità, forse solo ora lo intuiamo, precaria e fragile,
effetto di un insieme di racconti infinitamente ripetuti e che agiscono
su ciascuno di noi in relazione alle emozioni che suscitano e alla condivisione
che di essi facciamo con gli altri. Un’identità tanto più
incerta per effetto della mediazione comunicativa che gli storici ne
fanno e del contesto nel quale essi stessi si trovano ad operare, degli
strumenti mediatici di cui dispongono e della reale domanda del pubblico
al quale il racconto degli eventi è rivolto. In questa prospettiva
il tema del significato della storia, del ruolo degli storici, della
loro stessa identità si coniuga perfettamente con la sequenza:
storia, didattica e comunicazione.
Quello su cui oggi occorre riflettere è, infatti, il dato evidente
che, con il processo di globalizzazione planetario in atto, ci troviamo
in presenza di una proliferazione incontrollata di eventi, di una pluralità
di strumenti comunicativi, di una intensità mai vista nelle comunicazioni
umane; ci troviamo di fronte a una vera dilatazione spaziale dell’uomo
a tutto svantaggio della sua dimensione temporale. A fronte di un generale
processo di ridefinizione-trasformazione (ma sarebbe forse più
ragionevole parlare di metamorfosi) della cittadinanza dell’uomo
nel mondo oltre i confini delle storie particolari di comunità,
etnie, stati, ceti e classi sociali, è ancora possibile un uso
pubblico della storia come strumento di identità individuale?
E’ possibile una memoria collettiva degli eventi storici costruiti
e canonizzati da una storiografia prescrittiva, monologica, autoreferente
a fronte di una emergenza e moltiplicazione degli eventi nel presente?
E questo presente, quale passato può generare e tenere in vita?
Quale storia, quale didattica e quale procedura di comunicazione possono
consentire una memoria collettiva degli eventi storici?
CAPITOLO
III – Storia, modernità, comunicazione |
“La
storiografia (e cioè la “storia” e la “scrittura”) porta
iscritto nel suo nome il paradosso – e quasi l’ossimoro – del
porre in relazione due termini antinomici: il reale e il discorso.
Ha per compito quello di articolarli e, al dove questo legame
non è possibile, di fare come se li avesse collegati. Quale
alleanza è possibile tra storia e scrittura?”
Michel
De Certeau
“Nella
storia oggettiva il reale non è nulla più che un
significato non formulato, il quale si nasconde dietro un referente
in apparenza onnipotente. Questa situazione caratterizza quello
che si potrebbe chiamare l’effetto di realtà”
Roland
Barthes
“troppo
mi sono inoltrato in volo nel futuro, e ho provato orrore. E quando
mi sono voltato: ecco! mio unico contemporaneo era rimasto il
tempo. Allora mi voltai indietro, verso casa e sempre più
veloce: così giunsi a voi, voi attuali, e nel paese della
cultura”
Friedrich
Niestzsche |
19.
Scienza, leggi, spiegazione…
“L’estraneità
degli storici al dibattito sulla teoria della storia” (Rossi)
ha abbandonato la ricerca di una nuova identità della professione
di storico alla filosofia analitica, alla storia della storiografia,
alla filosofia della storia, alla linguistica e alla semiologia, il
che non ha certo giovato al superamento della crisi del sapere storico.
L’aspetto forse più negativo, che ha i tratti della censura,
è stato sicuramente un basso livello di dibattito interno alla
corporazione la quale si è condannata all’autocelebrazione;
ciò ha comportato, a sua volta, una progressiva esclusione dai
processi di sviluppo e addirittura metamorfosi della cultura nel corso
degli ultimi decisivi decenni. E’ così venuto meno un dialogo
con le altre discipline umanistiche proprio nel momento in cui la tradizionale
opposizione tra scienze dalla natura e scienze umane sta venendo meno
e si aprono aree di ampia e originale collaborazione. Sul piano del
metodo il dialogo della storiografia (tecnica privilegiata di comunicazione)
con i nuovi media e dei loro linguaggi è stato freddo e, se si
esclude qualche nuovo approccio posto in essere dai quantitativisti,
inesistente; ne ha sofferto la professionalità dello storico
e la ricerca rimasta per lo più un esercizio individuale, se
non un limitante compito in classe accademico. Inoltre, forse proprio
la presenza degli storici nel dibattito sulla teoria della storiografia
e sul significato e ruolo del sapere storico, avrebbe evitato le sabbie
mobili e il circolo vizioso nel quale, dopo un secolo di dibattiti tra
filosofi della storia e della cultura, storici della storiografia e
filosofi analitici ci si è, su questa delicata materia, alla
fine trovati.
Il dibattito del XX secolo in merito a quest’ordine di problemi
è, infatti, su un binario morto. Più che risolvere e superare
lo stato di crisi della storiografia romantica, dello storicismo di
matrice idealistica e del positivismo e del materialismo storico già
evidente agli inizi del Novecento, la teoria della storiografia ha finito
per certificarlo.
In linea generale si può ragionevolmente affermare che nel corso
della sua esperienza plurisecolare il pensiero storico non è
riuscito a darsi uno statuto scientifico (oggi si direbbe epistemologico),
se non definitivo, per lo meno abbastanza stabile. Il problema, è
ovvio, non riguarda solo questo ordine del sapere umanistico, ma è
un dato di fatto che ogni qual volta ci si interroga sul significato
e la funzione della storia, l’interrogativo ripropone tutte le
carte in gioco, i temi irrisolti e non mai definitivamente accantonati
o selezionati.
Verità e veridicità degli eventi. Che la storia e lo storico
siano portatori della verità penso che neppure Tucidide, Valla,
Bodin e Bossuet lo abbiano mai neppure immaginato; che la storiografia
consenta di scoprire e conoscere la verità dei fatti del passato
e come essi siano realmente accaduti (il che per altro ridurrebbe la
storia ad una pura e semplice cronaca informativa), nessuno oserebbe
più crederlo. La possibile autenticità dei fatti storici,
la loro veridicità, non implica alcuna verità oggettiva
perché la scelta e la costruzione degli eventi è un’esperienza
soggettiva e una esigenza individuale. Tuttavia lo storico è
stato sempre, e fino a non molto tempo fa, vissuto più come un
maitre de verité che non come un maitre- a-penser, e ancor oggi,
nell’intimo, il ricercatore e il lettore inseguono questa prospettiva.
Oggettività del discorso storico. Che poi la scoperta e la conoscenza
degli eventi del passato svelino allo storico automaticamente la loro
logica concatenazione, è una pura illusione e su ciò siamo
ormai tutti d’accordo: gli eventi sono azione umane uniche e irrepetibili,
ciascuna delle quali ha il suo corso temporale e costituisce una storia
in sé. Nel sapere storico la formulazione delle teorie interpretative
precede l’analisi dei fatti e gli storici costruiscono e scelgono
gli eventi in funzione (per molti aspetti inconsapevole) delle loro
istanze o intuizioni interpretative; le interrogazioni sul passato nascono
dalle circostanze e dalla cultura del presente ed è la vita ad
essere maestra di storia, non il contrario. Tuttavia il discorso storico
è costruito e percepito come un che di oracolare, compiuto, coerente
pur in presenza delle più contrastanti interpretazioni.
Tempo storico. Per quanto ci si sia lavorato a pieno ritmo da Sant’Agostino
in poi, la storia non ha svelato la natura del tempo e non ha riconciliato
l’uomo con il suo destino. Il tempo storico è un tempo
umanizzato, un riflesso e uno specchio dell’esperienza individuale,
una promessa e una certificazione della nostra possibilità di
superare gli angusti confini del presente. Neppure la più recente
ondata di studi sulla struttura della temporalità, l’intreccio
dei tempi, il rapporto tra tempo e memoria, la percezione degli eventi,
ci ha mostrato il vero volto del nostro padrone e ci ha spiegato l’intima
materia di cui siamo fatti. Ma questo fascinoso mistero irrisolto e
irresolubile che attrae verso l’esperienza storica e, inconsapevolmente,
verso una illusione di longevità e immortalità, spinge
negli archivi e induce ad aprire dossier, libri, cantieri di ricerca
nelle nebbie del passato.
Unitarietà della storia e linearità del tempo. Quanto
al fatto che la storia possa spiegare le leggi proprie al moto del tempo
saldando passato e futuro in unico processo conoscitivo, anche qui il
binario è morto. I molteplici modelli offerti dal pensiero storiografico
razionalista, meccanicista, idealista, storicista, positivista, e dalle
molteplici “scuole” o correnti storiografiche, funzionano
tutti, appagano, convincono, pur essendo in completa contraddizione
e in conflitto gli uni con gli altri. Continuiamo a leggerli e rileggerli,
farne glosse senza avvertire né vetustà, né opacità
di pensiero, i loro schemi e paradigmi interpretativi rimangono aperti
e, alla lettura, convincono.
Centralità e “sovranità” del sapere storico.
La sensibilità romantica ha trasformato la storiografia in una
grande impresa patriottica e nazionale che oggi non avrebbe più
senso alcuno. Saldando passato remoto e futuro anteriore nella unitarietà
di un tempo a sviluppo predefinito, gli storici dell’epoca romantica
hanno ripopolato il passato di popoli, nazioni, culture, hanno insegnato
l’identità collettiva, le comuni radici, spiegato le ragioni
dei conflitti e dell’unità nel potere. Tempo, storia, potere
si sono saldamente intrecciati in una “sovranità popolare”
del discorso storico che oggi non sembra avere più fondamento.
Ma poiché il sapere storico costruisce da sé l’oggetto
del suo studio, oggi riteniamo che lo sforzo romantico sia stato il
più grande servigio reso alla storia e alla cultura della modernità
e che le monumentali opere-epopea prodotte nella prima metà del
XIX secolo siano fonti autorevoli e il punto di partenza dal quale non
è possibile prescindere sia per la conoscenza del passato, sia
per un corretto approccio alla ricerca.
Storia e ideologia. La riduzione di tutta la realtà a esperienza
storica e poi della storia a filosofia operata dall’idealismo
ottocentesco, ha ridotto la storiografia al ruolo di ancella dell’ideologia,
professionalizzato lo storico come intellettuale organico al potere
e limitato la ricerca a una sorta di adempimento politico-ideologica
della quale ha portato il segno anche lo storicismo sub specie marxista.
Si è forse toccato il culmine dell’espansione di questo
specifico ordine del sapere, ma la riduzione della storiografia a propaganda
ideologica ha suscitato revisioni che si sono trasformate in rivolte
e hanno generato la crisi profonda e forse insuperabile, alla quale
abbiamo assistito nel corso del XX secolo e della quale portiamo ancor
oggi i segni. E’ emerso infatti evidente il paradosso stesso del
termine storio-grafia. Esso intende conciliare l’inconciliabile:
la realtà (perché appunto tale si vuole la storia come
realtà del passato) e il discorso (la scrittura, che è
una funzione immateriale del comunicare). Un ossimoro sicuramente (De
Certeau), ma anche un processo concettuale che spinge il sapere storico
verso la ideografia (Dilthey) e, in realtà, l’ideologia.
La crisi delle ideologie, smascherate come metaracconti (Lyotard) e
strutture mitiche dalla modernità (Horkheimer, Adorno, Habermas)
dovrebbe avere definitivamente archiviato questo modello di una storia
onnivora , ma anche dissimulatrice della realtà, ma ancor oggi
la deriva idealista, soprattutto nella sua versione “volgar-marxista”
(Popper), e l’uso ideologico-politico della storiografia sono
vitali e orientano l’impianto teorico di una pluralità
di studi, ricerche, modelli interpretativi. Nonché ovviamente
di ritrite polemiche.
Storia e scienze umane. Il tentativo di superare la metafisica dell’idealismo
non è andato a buon fine e lo sforzo di “far rientrare
la ribelle storiografia nei quadri della scienza una volta riconosciuta
la sua autonomia di fronte alla scienze fisiche” (Dilthey) non
ha lasciato tracce significative. Lo storicismo ha intrapreso il cammino
di una più sofistica definizione dello statuto storiografico
mediante una ricollocazione della storia nell’ambito delle scienze
sociali (il cui obbiettivo sarebbe quello di comprendere i fatti sociali)
in contrapposizione alla scienze della natura (alle quali spetterebbe
quello di spiegare le leggi naturali), non è andato a buon fine
e ha suscitato violente stroncature. Ma il tentativo di fondare il sapere
storico come scienza dello spirito del tutto autonoma e autosufficiente
rispetto a quelle della natura è stato un lungo travaglio del
quale oggi rimane ben poco. Riemerge però puntualmente a ogni
risveglio del dibattito sul senso e il significato della storia.
Scientificità del discorso storico. Sull’altro fronte,
il positivismo ottocentesco, perseguendo l’unità del sapere
scientifico, aveva attribuito alla storia il compito di determinare
le leggi necessarie allo sviluppo dell’umanità o della
civiltà (storia universale) rubricandola come scienza a tutti
gli effetti in grado di scoprire funzioni esplicative degli eventi storici.
Un compito e un ruolo centrale allo sviluppo nell’edificio complessivo
del sapere enciclopedico che è venuto meno per effetto della
crisi della modernità nel corso del XX secolo. Il neopositivismo
ha ripreso, con maggiore prudenza, questo programma enciclopedico trasferendolo
però sul terreno delle scienze sociali, facendo cioè della
storiografia un procedimento esplicativo fondato sul ricorso a generalizzazioni
e quindi leggi costanti del comportamento umano. Ma il confronto della
teoria della storiografia “esplicativa” dei fatti storici
mediante le costruzioni di leggi generali (Hempel), con le neonate scienze
sociali è stato, diciamolo pure, impari e perdente nel corso
della prima metà del XX secolo; nella seconda metà, è
il tema stesso della scientificità della scienza che, come ho
accennato in premessa, viene messo in discussione dai nuovi orientamenti
del pensiero scientifico e più in generale dalle mutate condizioni
di approccio alla conoscenza. Nel corso del Novecento la storiografia,
pur continuando ad affermare la sua autonomia e la sua centralità
in quanto “mercato comune delle scienze umane”, è
stata in realtà al trino dei nuovi saperi e delle metodologie
che essi hanno sviluppato.
Metodologia e “teoria” delle fonti storiche. Il tentativo
ricorrente di fondare l’autonomia del sapere storico sulla base
di una rigorosa ed esclusiva metodologia, rappresenta per molti aspetti
l’ultimo baluardo degli storici a difesa di una grave crisi di
identità. L’uso corretto delle fonti e il rigore filologico
che ne accompagna l’interpretazione, appare oggi più un
rito di passaggio alla professionalità dello storico che non
un carattere distintivo della ricerca. In primo luogo perché
la ricerca, essendo un fatto creativo individuale, l’approccio
metodologico si definisce in relazione alle ipotesi di investigazione
che vengono definite in corso d’opera (Popper). In secondo luogo
perché i nuovi media e i loro linguaggi hanno prodotto una vera
e propria esplosione del concetto stesso di fonte storica. Ciò
non di meno il richiamo alla teoria delle fonti scritte e al canone
interpretativo filologico costituiscono un rituale costante e un metro
di giudizio della produzione storiografica.
Si potrebbe continuare, ma questi, mi sembra, sono i temi più
significativi e ricorrenti del dibattito sulla teoria della storiografia.
Il bilancio di questo dibattito riapertosi negli anni sessanta/settanta
del Novecento (Rossi, Bianco) e ormai da tempo assopito, lascia dunque
sostanzialmente irrisolti il problema, aperto da secoli, sullo statuto
del pensiero storico. In realtà, alla luce di questo dibattito,
occorre convenire che la storia non è una scienza e la storiografia
non offre una spiegazione razionale e coerente degli eventi, non elabora
leggi generali di spiegazione del corso temporale delle vicende umane.
La storia, nella sua comune accezione, è in realtà costituita
da quell’insieme degli eventi del passato che la storiografia
scopre, organizza e comunica: senza storiografia non esisterebbe storia.
Ne consegue che la storiografia è l’unica della storia
e che essa costruisce da se l’oggetto del suo studio: storia e
storiografia sono sinonimi. Ma la storiografia non è la realtà
del passato, è un processo comunicativo tra gli esseri umani
che vivono nel presente, un discorso, e il discorso storico esaurisce
in se la storia. Per quanto sofisticate le teorie della storiografia
non risolvono questi assunti evidenti.
Che ne è allora di questo discorso praticato come un ordine del
sapere enciclopedico per così lungo tempo e che si vuole autonomo,
univoco e assoluto? Questo interrogativo ripropone la natura e le dimensioni
della crisi di cui ci stiamo occupando.
Il complessivo rimescolamento della gerarchia del sapere enciclopedico
che caratterizza il nostro tempo e l’emergere di nuovi intrecci
e trame della conoscenza, ha marginalizzato la centralità della
storia rispetto alla cultura del presente. Le nuove dimensioni antropologiche
che si possono intravedere oltre la crisi del soggetto (addirittura
“morte” del soggetto. Lipovetsky, Baumann) lasciano poco
spazio alla fondazione storica dell’uomo moderno che ha caratterizzato,
nel corso dei secoli, lo sforzo e l’impegno della storiografia.
L’identità storica appare oggi fragile e, per certi aspetti,
di “retroguardia” rispetto alle forze di integrazione che
agiscono a livello planetario; e bisogna prendere atto che proprio l’unità
della futura Europa nasce contro la storia e la pluralità delle
sue esperienze in omaggio a un pensiero unico (quello della globalizzazione
economica) il quale prefigura un cittadino e un diritto di cittadinanza
del tutto sradicato rispetto alle direttive etico-politiche della Storia
moderna. Bisogna infine ammettere che, nell’attuale contesto del
tempo e dello spazio politico e sociale (geopolitico si usa dire), la
storia e l’insegnamento della storia, così come la costruzione
e la manutenzione della memoria storica, possono apparire di poca o
nessuna attualità, prive di valore pratico, ingombranti nell’analisi
dei fenomeni del presente sui quali agiscono più agevolmente
sociologia, filosofia, semiologia linguistica, antropologia, scienze
cognitive e via così. E la scuola delle Annales, il più
significativo atto di vitalità del sapere storico del secolo
scorso, sembra oggi aver svolto azioni di rapina nei confronti delle
scienze sociali più che offerto un contributo alla elaborazione
dei modelli interpretativi del presente e del futuro. Marginale, appartata
e stanca, la storia può apparire persino un sapere inutile nel
tempo presente.
Ma certo non è stato così in passato e forse neppure oggi
è così. Quel che infatti si evince da questa rapidissima,
e quanto mai lacunosa, sintesi di un’intera biblioteca ormai zeppa
di ponderosi e polverosi volumi, è il persistere della storia
al di là della sua instabilità, dell’incertezza
del suo statuto epistemologico, della contraddittorietà delle
dottrine e delle teorie perennemente vive e in conflitto ad ogni insorgere
del dibattito sulla natura della storiografia. Si direbbe anzi che proprio
l’inafferrabilità del senso (o la continua pluralità
dei significati) che caratterizza quest’ordine del sapere, abbia
tenuto in vita, come un elisir, il discorso storico oltre ogni ragionevole
dubbio sulla sua funzione e sul suo fondamento. Come spiegare dunque
questa forza di attrazione, questa continua presenza e questo Convitato
di pietra nella cultura europea della modernità?
20.
… e narrazione
In
occasione dell’ultimo ciclo del dibattito sulla teoria della storia,
negli anni sessanta/settanta del secolo scorso, si è proposto,
con varia enfasi polemica, un fermo richiamo sulla spiegazione narrativista
della storiografia da parte di alcuni autori (Veyne, Danto, With, De
Certeau, Foucault, Ricoeur). Su questo versante del dibattito la domanda
alla quale si tratta di rispondere è la seguente: “differisce
la narrazione degli eventi passati, che nella nostra cultura è
stata, dal tempo dei Greci in poi, generalmente sottoposta alla sanzione
di “scienza” storica, legata al criterio del “reale”
e giustificata dai principi della spiegazione “razionale”,
differisce davvero questa forma di narrazione, in qualche tratto specifico
o in qualche carattere particolare, dalla narrazione immaginaria che
troviamo nell’epica, nel romanzo, nel dramma?” (Barthes).
Per tutti coloro che si pongono questo interrogativo, la scrittura degli
eventi storici si colloca in quell’universo comunicativo nel quale
la creatività e l’esperienza individuale prevalgono sulle
preoccupazioni scientifiche e metodologiche che hanno, da sempre, caratterizzato
il dibattito sul senso e il significato del sapere storico.
Al di là e oltre ogni legittima ipotesi di fondazione teorica,
la storia, nella sua forma più intima (nella sua struttura) altro
non sarebbe, infatti, che una particolare modalità narrativa,
un genere specifico di racconto. Intreccio narrativo fatto di documenti,
monumenti, parole, suoni, immagini, segni, la scrittura evocatrice degli
eventi sarebbe un racconto che svela l’ignoto di quella zona temporale
(il passato) alla quale, senza l’estensione del nostro presente,
non potremmo mai approdare; un racconto che parla a ciascuno di noi
e suscita le nostre emozioni, le cattura.
Per il taglio di queste riflessioni e le anticipazioni già fornite
a più riprese nel testo, risultano evidenti le mie posizioni
e convinzioni: credo che una adeguata teoria della storia non possa
prescindere da questo modello interpretativo. Esso riporta al senso
comune e al comune buon senso. Alla luce del dibattito plurisecolare
in merito alle teorie storiografiche, un dibattito ricorrente e irrisolto
nei suoi temi centrali, mi sembra ragionevole prendere atto del fatto
che “gli eventi storici non esistono isolatamente, nel senso che
il tessuto della storia è ciò che noi chiameremmo intrigo,
una mescolanza molto umana, e assai poco scientifica, delle cause materiali,
dei fini, della casualità; in una parola un tranche de vie che
lo storico taglia a suo piacimento e nel quale i fatti hanno il loro
collegamento oggettivo e la loro importanza relativa” (Veyne).
Un percorso di ricerca individuale e una “attività intellettuale”
dell’immaginazione di costruzione di significati nel quale nulla
è oggettivamente e “storicamente” fondato, se non
l’evento singolo che lo storico sceglie di raccontare e che, nel
contesto narrativo ed esplicativo, riflette più le emozioni dell’io
narrante che non un processo oggettivamente razionale.
Al riguardo, mi pare, alcune evidenze sono emerse nel corso di queste
riflessioni, evidenze che, nel loro insieme, fanno una massa critica
difficile da censurare. La storiografia ha per oggetto la costruzione
di un “discorso” e quindi di un insieme di proposizioni
relative agli eventi. Questi eventi sono storici solo perché
datati cronologicamente, e la loro datazione (cioè il loro inizio
e la loro fine) è il risultato della libera scelta del ricercatore.
Per effetto della sua specifica datazione ogni evento è unico,
esclusivo ed è il prodotto di un programma di ricerca il cui
obiettivo è comunicare un significato e cioè convalidare
l’ipotesi che il ricercatore ha formulato sulla sequenza e coerenza
del discorso. Ogni programma costruttivo dell’evento convalida
automaticamente l’ipotesi che lo ha generato. La scelta dell’evento
e la sua struttura esplicativa sono il risultato delle circostanze del
presente e dell’esigenza comunicativa del soggetto. La storiografia
è, al tempo stesso, un messaggio e un mezzo, un particolare linguaggio
e, per questo, una struttura narrativa: un racconto.
Principiare la storia della Rivoluzione francese nel 1787 o nel 1789,
o nel 1791, raccontarne il ciclo a partire dalla data di apertura degli
Stati generali o dalle giornate di ottobre, implica automaticamente
una trama narrativa dell’evento e un senso del tutto diverso.
Costruire il pensiero e la figura di Montesquieu a partire dalle Lettere
persiane, dallo Spirito delle leggi, dai Diari o dall’epistolario
comporta un giudizio sull’autore ed esiti della ricerca quanto
mai alternativi. Selezionare le fonti per la ricostruzione della II
Crociata o la conquista di Alessandro, crea itinerari di ricerca e prospettive
interpretative e narrative contrastanti. Scrivere la storia dell’economia
mediterranea nel XVI secolo ponendo l’accento sui commerci marittimi
o sui flussi migratori o sulle strutture demografiche, significa offrire
scenari politici e sociali tra loro alternativi. E così di seguito,
le esemplificazioni non finirebbero mai. Ogni evento, in quanto riflesso
del soggetto narrante, è una storia in se: un racconto dotato
di piena autonomia. E ancora la pluralità di questi racconti,
degli approcci, delle interpretazioni, che costituisce appunto l’inesauribile
ricchezza e flessibilità del discorso storico, non si annullano
a vicenda, non si selezionano, le une non cancellano le altre; vivono
e sopravvivono nell’archivio della storiografia riproponendosi
sempre attuali al ricercatore. Ciò che chiamiamo storia è
in realtà un archivio complessivo di racconti, un vocabolario
di eventi, una inesauribile banca dati di messaggi e in definitiva uno
specifico linguaggio, un processo, un “agire” comunicativo
(Habermas).
21.
Discorso storico ed epilogo della modernità.
Bisogna
ammettere che, al di là delle possibili estremizzazioni, questa
corrente narrativista fa giustizia sommaria di tutto un insieme di ricerche
del significato, funzione, ragione del discorso storico: qui infatti
la verità e la realtà della storia (al singolare e cioè
intesa come un ordine unitario e monologico del sapere) risiede nella
struttura stessa del discorso storico e dei rapporti che esso intrattiene
con le funzione del comunicare, della memoria, dei rapporti tra cervello
e mente, psicologia del profondo e costruzione continua dei processi
di apprendimento, identificazione, immedesimazione, partecipazione propri
dell’evento come racconto. Concepita come discorso-narrazione
la storia non richiede spiegazioni provenienti dal di fuori del discorso
stesso, perché la stessa successione delle azioni che concorrono
a costituire l’evento ne fornisce la spiegazione (Gallie). Ogni
narrazione infatti è esplicativa in modo implicito in quanto
offre una successione coerente e chiusa degli eventi che li rende intelleggibili,
ovvi e perfetti nel loro naturale ciclo temporale dall’inizio
alla fine. E la storiografia, proprio per questo, è tempo e produzione
del tempo nel senso più puro del termine (cioè storico)
perché le proposizioni narrative non descrivono mai uno stato
di cose, ma un mutamento dovuto allo sviluppo delle azioni umane (Danto).
La teoria narrativista della storiografia trova oggi ulteriore sostegno
proprio in relazione all’emergere degli eventi, alla loro moltiplicazione
e libera circolazione per effetto della rivoluzione digitale e di quel
progressivo ridursi della realtà a rappresentazione e a forma
linguistica del comunicare che caratterizza l’ “era dell’accesso”
(Rifkin).
Con gli strumenti di cui disponiamo, a partire dal nostro presente,
possiamo definire la storia come una particolare esperienza comunicativa,
un linguaggio e una sintassi di eventi specifica al sistema culturale
della modernità: la civiltà europea nel corso dei secoli
XVI-XX ha parlato con la storiografia e della sua storia. E dobbiamo
ora chiederci se questo linguaggio e il suo vocabolario, se questa modalità
del comunicare possano ancora esprimere un significato, svolgere un
ruolo comunicativo dominante e condiviso.
Entrati nel XXI secolo, dobbiamo infatti confrontarci con un mutato
clima antropologico e con una profonda revisione delle strutture culturali
della modernità: l’uomo, nelle sue molteplici varianti
di progetto storico, di uomo “economico”, “politico”,
“cristiano”, “socialista”, è profondamente
mutato e sembra persino scomparso a fronte di un inatteso “individualismo
narcisista” (Lasch); la rivoluzione biologica si è trasformata
in una radicale revisione antropologica e anche il tempo e lo spazio
dell’uomo sono mutati per effetto della densità e della
velocità nelle comunicazioni e dei nuovi strumenti mediatici.
Il racconto che l’uomo del presente può fare della sua
storia è affatto diverso da quello che ha caratterizzato il recente
e remoto passato della società europea. A fronte dei successi
dei nuovi saperi e dei risultati, in termini di approccio alla conoscenza,
ai quali conduce la collaborazione tra scienze umane e scienze della
natura, dobbiamo ammettere che “il metodo storico non ha fatto
alcun progresso dai tempi di Erodoto e Tucidide” (Veyne) e prendere
in seria considerazione l’affermazione in base alla quale “la
storia nel senso in cui la maggior parte della gente ne parla, semplicemente
non esiste” (Popper). Che l’uso e l’abuso dell’aggettivo
“storico” per designare eventi e documenti del presente
e del recente passato non solo svalutano ogni contenuto della storiografia,
ma ingenerano un sospetto in merito alle “false evidenze del discorso
storico” (Chesneaux). Che infine sotto l’assalto congiunto
dello strutturalismo, della semiotica e della psicanalisi da un lato,
delle neuroscienze e delle discipline cognitive dall’altro, questo
glorioso utensile della modernità e questo linguaggio comune
dei moderni necessita forse di una nuova sintassi, di un nuovo vocabolario
di eventi e di nuove metodologie e tecniche investigative e narrative
per riconquistare il suo senso e la sua funzione di tessuto connettivo
culturale delle esperienze umane. Oggi sappiamo, infine, che la dimensione
umana va oltre i confini del tempo storico, si spiega in una rete ben
più complessa di quella cronologica, e che quindi la Storia,
come pensiero unico e sovrano, non è una rappresentazione fedele
della realtà, non spiega il corso coerente del tempo umano e
non offre garanzie in merito alle sue vere origini né prospettive
circa il suo progressivo destino di emancipazione.
E questo anche per una evidente buona ragione, un evento certo, incontrovertibile
che dà scacco al sapere storico della modernità, che già
ho richiamato nel corso di queste riflessioni e incombe sulla crisi
di identità dello storico.
Perché, parafrasando Primo Levi, se vi è stata Auschwitz,non
può esservi storia; se vi sono stati i campi di Verdun, Guernica,
le fosse di Katim, Dakau, le foibe, se vi sono le fosse comuni in Kossovo,
Cecenia e in metà del mondo, non può esservi un discorso
unitario delle vicende umane. Posso anche farla meno retorica, ma non
meno drammatica: si vi sono Nestlé, McDonald, Monsanto, se la
criminalità organizzata controlla il nuovo mercato degli schiavi,
se vi è un fiorente commercio di organi umani e il rischio incombente
del terrorismo biologico e così di seguito, non può esserci
un processo di innalzamento della storia, un corso lineare del tempo
storico capace di superare sempre se stesso e certificare il destino
di affermazione dell’uomo. Se la storia di questo secolo, già
tutta scritta all’atto del suo apparire, è la lotta tra
le forze del bene e quelle del male e se la produzione e comunicazione
degli eventi deve guidare a un corso storico di conflitto globale e
planetario, allora la celebrazione della dignità dell’uomo,
competenza esclusiva della storia moderna, appare più un dovere
morale e una obbligazione professionale, che non l’affermazione
di una verità certificata da un metodo scientifico o da narrazioni
esplicative o dalla sistematica costruzioni di leggi generali a partire
dall’analisi degli specifici eventi.
Né vale, allo scopo di spiegare la conturbante vicenda umana
del XX secolo, richiamare in vita il paradigma esplicativo (in realtà
una censura) del costante e misterioso alternarsi nel corso delle vicende
umane di civiltà e barbarie (in che risiederebbe allora la fondazione
stessa della modernità?), o l’idea di un corso declinante
del tempo storico (che ne sarebbe allora della linearità del
tempo?) o il ricorso a concetti alchemici come quelli di derapage/discontinuità
che aprono il corso del tempo a percorsi labirintici incompatibili con
l’unitarietà del sapere storico (dove sarebbe allora il
principio di concatenazione causale che ordina gli eventi e consente
la loro comprensione/interpretazione?). Del resto proprio contro questi
codici interpretativi ereditati da un tempo prestorico, si è
costituita la moderna storiografia e la cultura della modernità
li ha respinti come metastorici, ingannevoli, illusori e frutto delle
emozioni irrazionali giunte dalla profondità di tempi oscuri
e, appunto, premoderni. Dopo il 1989 appare anche risibile ricercare
una coerenza degli eventi facendo appello al confronto storico tra capitalismo
e socialismo per la definitiva, irreversibile emancipazione dell’uomo
moderno. Di fronte all’avvio di un’era planetaria di conflitti
tra aree geopolitiche concorrenti o tra modelli di civiltà alternativi,
lo storico rimane perplesso, la storiografia perde la sua funzione di
linguaggio universalmente praticato e condiviso.
Quello a cui oggi si assiste è una frattura del ponte tra passato
e futuro, costruito a partire dal presente capaci di offrire coerenza
agli eventi e una trama di senso al discorso storico; a fronte degli
epigoni della modernità, passato e futuro appaiono dimensioni
tra le quali si va interrompendo il flusso dilagante delle comunicazioni
istantanee a tal punto che l’estensione temporale assicurata dalla
storiografia (la “sovranità” del tempo storico, Romitelli)
ha cessato di esercitare quel ruolo magnetico e totalizzante in grado
di governare e fissare il moto degli eventi. Quel che si percepisce
è che, in realtà, il processo storico nella sua densità
e coerenza non spiega razionalmente nulla e il tempo su cui esso si
fonda (antropomorfo come è) si configura come un insieme disordinato
di eventi, e gli eventi come il prodotto casuale di innumerevoli narrazioni
multiuso delle quali gli storici, orfani di ogni presunzione di essere
scienziati, non hanno più né l’esclusiva, né
il controllo.
Giunto a questo capolinea, il sapere storico e la tecnica storiografica,
appaiono fragili per effetto della loro caratteristica monologica, autoreferente,
gerarchica, suscitano addirittura sospetto nell’ambito della vita
culturale e dei nuovi saperi e, per sfuggire alla emarginazione, devono
ricollocarsi oltre i confini della modernità e della Storia.
Si tratta allora innanzitutto di cogliere quello che, a mio parere (e
non ovviamente solo mio), è il significato e il fine di questo
ordine del sapere che non è scienza e non costruisce leggi generali,
non è spiegazione razionale degli eventi nella loro instabile
successione, neppure è una spiegazione della temporalità
e tanto meno suo controllo o dominio.
A fronte di questi problemi e delle revisioni che essi impongono, la
storia, intesa come narrazione e dunque come una tecnica comunicativa
a forte valore sociale, può apparire seducente e segnare una
strada di approfondimento.
Certo, l’idea di una storia-racconto assimilabile a un genere
letterario (With) o a un libero esercizio della capacità creativa
e immaginativa dello storico (Veyne, Stone, De Certeau) o addirittura
a una produzione artistica (Burkard, Huitzinga), non convince nella
sua estremizzazione e impoverisce i contenuti e la funzione della storiografia
sia polverizzandola in una miriade di contenuti narrativi casuali, sia
degradandola ad una elementare tecnica di comunicazione dall’oggetto
incerto. Altre strade però si possono percorrere per cogliere
la specificità del racconto storico rispetto alle tipologie codificate
dei generi artistico-letterari.
21.
Mitografia e storiografia.
Non
esiste storiografia senza storia e non esiste storia senza storiografia.
E non è un gioco di parole: i due termini sono sinonimi. Nell’ordine
di tutti i saperi quello storico è infatti, come si è
visto, il solo che costruisce da sé l’oggetto dei suoi
studi. La storiografia “produce” storia. E’ questo
il problema e il paradosso della storia. Ben diversamente dalle discipline
scientifiche, la storiografia si occupa di quel mondo che non c’è
che è il tempo passato. Ben diversamente dalle altre discipline
umanistiche, che lavorano sui prodotti vivi e spontanei della cultura
umana (lingua, arte, letteratura, sistemi di pensiero codificati nei
testi, comportamenti sociali, ecc.), la storiografia è chiamata
a materializzare quel regno dell’invisibile che non esiste più
e che, senza lo storico, non esisterebbe e non sarebbe mai esistito
per l’esperienza umana. La storia non è un prodotto spontaneo
della cultura, è un sofisticato processo di costruzione di eventi
che, per effetto di un artificiale metodo di datazione, si iscrivono
in una dimensione virtuale: e cioè il passato remoto, un tempo
che ha perso ogni contatto con noi e del quale, senza lo storico, avremmo
perso memoria. Nulla di più sofisticato, artificiale e artificioso.
La storia e la storiografia scelgono il loro oggetto, lo costruiscono
dilatando il campo della temporalità oltre i confini percepibili
dall’esperienza e, per questo, avere “senso storico”
significa pensare espressamente a un orizzonte temporale che è
coestensivo alla vita che viviamo e che abbiamo vissuto (Gadamer). La
datazione degli eventi che materializzano il tempo storico si fonda
sulla certezza di un inizio (e di una fine) dell’oggetto dell’indagine.
Qualsiasi ricerca storica determina da se il punto di partenza, l’origine
e la misura temporale dell’evento indagato (il che equivale a
dire che lo crea); ogni evento è esclusivo in sé e riflette
il soggetto che lo racconta. La storia, si è detto, è
un particolare linguaggio per comunicare l’esperienza del conoscere.
Resta ora da chiedersi che genere di pensiero, quale tipologia di approccio
alla conoscenza regge il racconto storico e ne determina lo specifico
linguaggio. Sulla scorta di queste riflessioni e in relazione al percorso
del sapere storico nella moderna civiltà europea, mi sembra possibile
avanzare l’ipotesi che la storiografia sia una particolare forma
o manifestazione di pensiero mitico e la storia una mitografia della
modernità.
Intendiamoci bene e facciamo, se necessario, chiarezza. La storiografia
moderna ha creato tra se e il mito un fossato invalicabile. Per quanto
assai tardiva sia stata nella cultura europea la morte degli antichi
déi, rinati nei secoli XIV-XV, venerati nel Rinascimento, e celebrati
nel Secolo classico, poi definitivamente sepolti nel XVIII secolo con
il trionfo dei moderni sugli antichi, il pensiero e il sapere mitologico
è stato confinato dagli storici in una zona estranea all’esperienza
del reale. Al pari delle manifestazioni dell’immaginario popolare
e delle spontanee produzioni della cultura non ufficiale e codificata,
la mitologia antica è stata, a partire dal XVII secolo, vista
come una preistoria ingannevole della storiografia, un insieme di “pregiudizi
del passato”, di superstizioni antecedenti al processo di incivilimento
e di quel cammino di innalzamento del tempo che proprio la storiografia
ha costruito evento su evento. Agli storici dei secoli XVIII e XIX e
forse fino a un tempo non molto lontano da noi, il mito è parso
un prodotto del pensiero selvaggio, primitivo e prelogico, insomma una
affabulazione al di sotto della soglia del pensiero umano (intendi:
moderno, razionale, scientifico) e alternativo a un pensiero storico
positivo, razionale e scientificamente fondato. E in questo senso, per
effetto del giudizio storico, le parole “mito”, “mitologia”,
come l’aggettivo “mitico” sono entrate nel linguaggio
comune e nel comune sentire.
Sulla scorta degli studi filologici e di filosofia della cultura, della
linguistica, dell’antropologia, dell’etnografia e dei rinnovati
studi inter e multidisciplinari della civiltà classica, queste
semplificazioni oggi non reggono più. Oggi sappiamo che il pensiero
mitico è parte costitutiva di ogni sistema culturale; che i miti
e l’ordine mitologico, lungi dall’essere reperti fossili
databili “storicamente”, ma essenzialmente prestorici, svolgono
(al pari delle credenze religiose) un ruolo permanente, attivo ed essenziale
nella fondazione di ogni sistema di comunicazione umana, alimentano
i sistemi culturali e, per certi aspetti, li tengono in vita ben oltre
i confini temporali che le circostanze storiche loro assegnano (Kereny
Cassirer, Frazer, Dumezil, Benveniste, Eliade, Derrida, Vernant, Campbell,
Girard tra quelli a me più familiari). Sappiamo che mythos (letteralmente:
“azione del raccontare”) non precede ma coesiste con logos
(arte del pensare-ragionare) perché il racconto e la narrazione
fissano la misura del tempo nel suo stesso apparire (in certo senso
lo creano) e spiegano le azioni umane nella loro concreta esistenza
e cioè dal principio alla fine. Sappiamo che, al pari della storiografia,
anche il racconto mitico si sviluppa a partire da eventi e questi si
ricostruiscono in relazione a segni, piste, tracce e monumenti derivanti
dall’osservazione degli oggetti e degli eventi naturali (le anomalie
del paesaggio, il linguaggio delle pietre, il mistero delle grotte,
dei suoni e dei colori della natura animata e inanimata) che sono vere
fonti per la costruzione del pensiero mitico. Sappiamo soprattutto che,
al pari dell’immaginazione, il pensiero mitico è una specifica
modalità della conoscenza.
Nella cultura classica, sulla quale la modernità ha costruito
le sue fondamenta, come del resto in tutte le culture umane, il mito
è per definizione il “racconto delle origini”, un
racconto di forze primordiali e del loro complesso intreccio che, continuamente
ripetuto in infinite varianti formali, spiega l’ordine del tempo
e dello spazio, l’equilibrio cosmico e le ragioni di gruppi, comunità,
organizzazioni sociali assicurando l’identità dei membri
che ne fanno parte. Per questo, e non per altro, il pensiero classico,
consapevole della centralità del racconto mitico e dell’importanza
fondante della mitografia, aveva adottato il termine “ricerca”
e “indagine” (historien) per distinguere l’arte della
raccolta e dell’esposizione dei fatti umani rispetto a quella
del racconto rivelatore del mistero delle origini; e per questo la storia
era stata immedesimata con Clio, musa ispiratrice dei racconti relativi
alle azioni memorabili di individui, stirpi e popoli. Alla luce delle
ritrovate funzioni del pensiero mitico, una contrapposizione tra pensiero
mitico e moderna storiografia e quindi tra mito e storia non ha ragione
di essere: il mito fonda da sé il suo sapere e le regole che
lo governano, non ha tempo e non ha storia per la semplice ragione che
il mito esso stesso è il tempo ed è la storia nella sua
forma più pura e cioè quella della creazione spontanea
e, al tempo stesso necessaria, del racconto di ciò che non può
essere indagato. Nessun sistema culturale può infatti consapevolmente
indagare sul perché, sul come e sul quando delle origini e neppure
rinunciare alle origini stesse che sono il fondamento della coscienza
di esistere; ogni cultura e ogni individuo (inteso come espressione
di un modello di cultura e come quella rete sistemica che abbiamo definito
evento) può semplicemente narrare le sue origini perché
il racconto, ordinando gli eventi in una trama di senso, le certifica,
le materializza e le rende vere.
Questo è il senso e il significato e la funzione del mito alla
luce dei più recenti studi ed e in questo senso che qui va accolto
e usato. Che cosa è allora la storiografia europea dei secoli
XVII-XX se non una narrazione infinitamente ripetuta delle origini e
delle ragioni della modernità, dei suoi illimitati successi e
delle crisi che giustificano i successi? Che cosa, se non una continuata
celebrazione della centralità dell’uomo, della sua superiore
dignità, della faticosa, drammatica emergenza del soggetto fino
alla sua critica emancipazione-polverizzazione individuale? Che altro
è la ricerca storica se non una indagine sugli eventi e la loro
necessaria concatenazione causale (genealogica) verso un passato sempre
più remoto che principia da un presente in costante espansione
temporale e che pertanto abbisogna di continue ripetizioni, manutenzioni,
interpretazioni, nonché di vere e proprie creazioni? In questo
senso la storiografia è una manifestazione originale ed esclusiva
del pensiero mitico: un racconto delle origini nel quale l’uomo
non è un oggetto della creazione, ma il soggetto di continui
processi creativi del tempo e del suo stesso tempo.
Così nei secoli XVI-XX, in Europa occidentale, la storia e la
storiografia svolgono l’essenziale funzione di fondazione permanente
del sistema culturale della modernità mediante la continua affermazione
dell’uomo (europeo e occidentale), del suo destino e del potere
esclusivo di generare il suo futuro per effetto del racconto delle sue
“vere” origini. La storia diviene allora un mito in costante
azione, la storiografia diviene mitografia dell’uomo moderno condannato
dal suo stesso racconto a superare se stesso, come un Sisifo che non
conosce sconfitte e un Prometeo senza censure. Un pensiero mitico e
un mito delle origini, apparentemente razionale, magari anche “scientifico”,
ma che in realtà è una manifestazione di volontà
di potenza e di illimitata affermazione della pulsione di vita, a fronte
dello “spossessamento originario” realizzato dal monoteismo
(Gauchet). Ciò spiega il ruolo centrale e strategico del sapere
storico nel pensiero occidentale e, da questo punto di vista interpretativo,
storia, storiografia, modernità si intrecciano e divengono una
unica struttura concettuale.
20.
Storia, politica, potere.
Questo
paradigma interpretativo del ruolo e della funzione della storiografia
(e quindi della struttura del sapere storico) intesa come mitografia
della modernità, consente di chiarire un problema divenuto ormai
centrale alla teoria della storiografia e, a mio avviso, più
declamato che indagato e affrontato con il dovuto rigore: quello dei
rapporti tra storia, politica, potere.
Il mito delle origini, infatti, è un mito di potere, così
come la mitologia è una storia del potere nella sua forma più
pura. Essa spiega quella scintilla e quel big bang cosmico dal quale
tutto ha preso vita; fissa l’ordine del tempo e degli eventi a
venire, le leggi che li determinano, le ragioni della convivenza, la
gerarchia dei poteri che ne assicurano il funzionamento. La storiografia
dei secoli XVII-XX non spiega però l’ordine cosmico, le
forze contrastanti della natura e le leggi del loro equilibrio, né
svela l’energia complessiva della sfera del bios. Racconta invece,
in una feconda quantità di varianti interpretative, il distanziamento
dell’uomo dalla natura, la sua esclusiva vicenda, il suo tempo
e quel processo di dominio che è la conoscenza delle leggi della
natura stessa. Al pari di ogni mitologia, racconta degli dei, dei semidei
e degli eroi, tutti mortali, che hanno generato l’ordine del tempo
e costruito le leggi dell’organizzazione politica e sociale, racconta
dei loro conflitti, della pace e della guerra, della continuità
e discontinuità del cammino umano. E ciò spiega non solo
il privilegiato ordine enciclopedico della storia e il privilegio della
professione dello storico nella cultura della modernità, ma anche
la sua funzione politica.
La progressiva colonizzazione del tempo, la complessiva umanizzazione
(quindi storicizzazione) del reale, non costituiscono solo una continua
rifondazione e giustificazione della modernità; questo originale
e permanente racconto delle origini che si sviluppa in un continuo succedersi
di eventi storici, fa del soggetto il centro del potere, fonda l’homo
politicus e lo tiene in vita. La storia, in quanto racconto delle origini
sempre rigenerato nel tempo, è dunque pubblica per definizione
e il suo uso privato non esiste perché ogni racconto mitico ha
valore solo nell’atto della sua comunicazione e del processo di
percezione-partecipazione-immedesimazione che essa comporta. Storia,
potere e politica costituiscono, anche qui, un intreccio e una unica
sequenza.
Il che è tutt’altra cosa rispetto alle semplicistiche e
depistanti diatribe circa i rapporti tra storia e potere politico positivo,
asservimento della storia al potere o storia come antidoto al potere
e possibile contropotere; dibattiti e diatribe che hanno fatto e fanno
versare fiumi di parole. La storia e la storiografia vera (in quanto
libera, indipendente e generalmente non professionale) non sono mai
state asservite a questo o a quel potere, per la ovvia ragione che,
celebrando il mito della dignità dell’uomo e della sua
vocazione al dominio dell’ambiente (naturale e sociale), hanno
materializzato il potere e lo hanno fondato. Semmai, da sempre, il sapere
storico è stato una precondizione della politica e dell’agire
politico: il pensiero e il linguaggio politico si sono serviti della
storia, non il contrario.
L’antropologia della modernità è un’antropologia
politica e si è costituita in forza del pensiero storico; e proprio
in virtù del paradigma interpretativo di una storiografia-mitografia
si può affermare che l’uomo moderno è, in quanto
politico, un progetto storico e un prodotto della storiografia, il che
va ben oltre l’analisi di antropologia politica offerta dai teorici
della scienza politica e delle discipline politologiche quantitative.
In assenza di una riflessione sul senso e il ruolo del sapere storico,
le interpretazioni scientiste e positive del potere, infatti, spiegano
poco dell’emergenza del potere nella modernità e delle
sue radici profonde: in quanto mitografia della modernità, la
storia è stata un “un sentire comune e universalmente condiviso”
(Hegel), una fede nel potere dell’uomo, nei suoi illimitati confini
temporali, nel naturale dominio della conoscenza quale strumento vero
e autentico del potere.
Che poi oggi questo modello antropologico costruito dalla storiografia
della modernità, a fronte dell’esperienza della mondializzazione
della cultura e degli epigoni della modernità, non appaia più
né nitido, né esclusivo o adeguato al mondo che lo circonda,
è appunto la riflessione dalla quale eravamo partiti in premessa
e che ci riconduce alla (e spiega la) crisi del sapere storico e la
crisi di identità degli storici. In un mondo che si è
lasciato alle spalle la modernità, la funzione mitografica della
storiografia non appare più adeguata alle sfide del presente
e alla costruzione del futuro. Probabilmente si è spezzata l’estensione
temporale passato-presente-futuro elaborata dalla storiografia e la
storia appare vecchia, gli eventi che la compongono residuali, non più
fondanti e comunicabili, concorrenziati come sono dalle galassie mediatiche
degli eventi istantanei del nostro tempo.
A tutti coloro che, per effetto delle nuove tecnologie digitali, vivono
la assoluta contemporaneità degli eventi, e sono ormai la quasi
totalità dei viventi, la storiografia-mitografia della modernità
può infatti sembrare, al pari di quella di molte altre mitologie
scomparse dagli orizzonti della memoria, un utensile inadatto a fondare
identità e conoscenza di sé, così come il mestiere
dello storico può apparire un cammino di retroguardia. La storia
ha perso potere e non genera più potere e l’uso della storia
da parte degli operatori politici, se ancora vi è, non è
un uso pubblico della storia, ma un insieme di metafore astruse e di
aggettivazioni improprie (tutti documenti, tutte le azioni del ceto
politico si pregiano di essere “storiche”), una procedura
inflattiva di reminiscenze scolastiche (le peggiori) e di proverbiali
luoghi comuni. La critica alla modernità è anche crisi
del diritto di cittadinanza dell’uomo nel tempo e segna un inabissamento
della cultura politica. Il tentativo, da parte degli storici professionisti,
di contrastare questa deriva pare perlomeno arduo.
Ma l’assunto della storiografia come mitografia della modernità
consente anche una revisione e un chiarimento in merito ai tradizionali
settori o assi temporali nei quali la cronologia della modernità
ha organizzato la linea del tempo e che la professionalizzazione accademica
dello storico ha irrigidito sino alla frantumazione di innumerevoli
specializzazioni disciplinari: storia antica, moderna e contemporanea.
Il problema non è secondario perché la centralità
del sapere storico e la sua espansione onnivora, la sua funzione classificatoria,
gerarchica e di coordinamento di tutto il sapere ha ormai finito per
conseguire una sorta di implosione distanziando gli storici non solo
rispetto al complessivo delle altre discipline e dei nuovi saperi, ma
anche all’interno stesso del sapere storico con l’effetto
di rendere meno praticabili i nuovi approcci alla conoscenza e di rinnovare
le procedure di comunicazione del racconto storico.
Qui, in particolare, l’interrogazione verte sul tema se sia possibile,
dato l’assunto storia uguale pensiero mitico della modernità,
un storiografia non moderna, se prima o dopo il modello culturale posto
in essere dalla civiltà europea sia stato o sia possibile fare
storia.
21. Storia antica e moderna.
Esiste
una storia (e conseguentemente una storiografia) che possa non dirsi
moderna? Ovviamente, la mia risposta è no. E’ il sapere
storico dei secoli XVII-XX che ha organizzato la cronologia universale
e fissato i termini, le caratteristiche e i confini delle ere storiche
(e delle aree geografiche) della civiltà. Sotto il profilo storiografico
sono i moderni che hanno inventato gli antichi e la loro storia, ed
è del tutto evidente che gli antichi non hanno compiuto la loro
esperienza umana e scritto le loro storie in funzione dei moderni.
E’ vero che Tucidide (Polibio, Sallustio, Plinio, Tacito e tutti
coloro che ne hanno seguito la lezione) scrivendo la sua opera intendeva
comunicare eventi perché fossero “una acquisizione perpetua”,
ma è altrettanto vero che Tucidide aveva una percezione del tempo
ben diversa da quella lineare e progressiva (cioè innalzamento)
inaugurata dalla storiografia che fa la nostra sensibilità di
“moderni”. L’ “acquisizione perpetua”
non riguardava noi, anzi è proprio la consapevolezza classica
di un tempo caduco, incerto, debole, ricorrente perché soggetto
all’alea del fato e dell’oblio a spingere l’autore
de La guerra del Peloponneso a far opera di cronista attento e puntiglioso.
Inoltre, al di là delle formule interpretative che lo hanno fatto
apparire “moderno” (applicazione critica del principio di
causalità, raccolta diretta e personale delle fonti) la sua narrazione
(assai più citata che letta) non comporta la ricerca storica
come noi oggi la intendiamo. Come la maggior parte degli “storici”
classici, Tucidide, militare e politico, scrive di fatti che gli sono
contemporanei, dei quali è stato diretto attore e testimone:
scrivendo sapeva di rivolgersi a un pubblico di poche centinaia di lettori
come lui del tutto coinvolti con le specifiche ed esclusive vicende
di un gruppo etnico senza alcuna pretesa di appartenere e rappresentare
l’umanità tutta intera ò certificare l’universalità
dell’evento. Vista alla luce del nostro osservatorio del XXI secolo
e alla luce delle più recenti acquisizioni sulla cultura classica,
l’ipotesi di una paternità tucididea della moderna storiografia
(leggi anche scienza storica) più che una semplificazione di
maniera mi pare illegittima. Anche questa ricerca delle origini da parte
della storiografia moderna, in realtà, ha un tratto mitologico.
E lo stesso può dirsi di Erodoto, padre riconosciuto della storia.
Anche il viaggiatore di Alicarnasso scriveva di eventi che gli erano
noti e contemporanei e dei quali era stato diretto osservatore; anche
lui, da buon narratore, raccoglieva testimonianze dirette, orali e documentarie:
indagava i monumenti non per ricostruire il passato, ma per certificare
il presente, per informare. Il titolo originale della sua opera, del
resto, restituisce intatto il senso del suo impegno: le Storie sono
in realtà “l’esperienza di ciò che ho imparato”
ed è per questo che le traduzioni più attente titolano
l’opera erodotea La ricerca. Qui storia (historien) è inteso
nel significato letterale del termine come usa nella lingua greca classica:
indagare, ricercare, fare esperienza. Più che l’ordine
del sapere storico, Erodoto inaugura il metodo dell’osservazione
diretta nelle scienze umane e quel particolare modo di comunicare e
informare che caratterizzerà tutta la tecnica narrativa classica:
la periegesi e cioè “condurre intorno spiegando”.
Scritta per essere letta in pubblico come canovaccio di racconti, esperienze
dirette e raccolta di testimonianze, La ricerca (anch’essa ormai
più citata che nota) si rivolge a un pubblico ben definito: i
cittadini delle polis ioniche, piccole comunità urbane radicate
nel mondo rurale circostante. Ma, come Tucidide, Erodoto parla, scrive,
ricerca e argomenta di fatti del suo tempo della sua contemporaneità
(le guerre persiane, il conflitto geopolitco tra oriente e occidente)
e la sua è un’esperienza di vita, una testimonianza di
impegno umano e letterario più che una ricostruzione del passato.
E di questa ricostruzione, del resto, gli storici e il mondo greco non
avevano bisogno perché non vi era ragione alcuna, da parte loro,
di avviare una ricerca delle origini. Queste erano svelate dai miti,
dalle teogonie, dalle teogamie e insomma dalla genealogia cosmica, completa,
esaustiva e, nelle sue mille varianti locali, universalmente condivisa.
Lo stesso si può dire per la letteratura storica latina i cui
autori, nella quasi totalità, raccontano di fatti a loro contemporanei
incuranti di ricerche storico-interpretative del passato perché,
anche qui, anche nella cultura del mondo romano, le origini erano certe
e universalmente condivise: esse risalivano al mito della fondazione
di Roma che risolve con piena razionalità e coerenza il problema
della datazione ab urbe condita. Anche la percezione della temporalità
degli storici latini, così come quella dei greci è del
tutto dissimile rispetto a quella dei moderni e decisamente asimmetrica:
mentre il principio di causalità trova nel pensiero greco un
limite invalicabile nella imprevedibilità della fortuna e nell’impari
confronto tra virtù umana e destino cosmico, nel mondo romano
il ritmo del tempo è segnato dal destino che la Repubblica reca
in se perché la deriva temporale corre verso una corruzione dei
tempi e dei costumi che segna l’inevitabile declino-distanziamento
delle istituzioni e delle virtù civiche dei majores il cui esempio
viene infinitamente proposto e ripetuto fino alla fondazione di una
mitologia (propaganda) politica dell’imperialismo romano. Così
anche per gli storici latini si può agevolmente affermare quanto
si è detto per quelli greci: che l’attenzione al succedersi
degli eventi e la loro narrazione altro non fu se non l’autobiografia
della loro stessa generazione ovvero non fu che il racconto della contemporaneità
(Collingwood) e, più che narrazione di fatti controllati, fu
sfogo di pensieri tormentosi, di problemi non risolti, di ansie o compiacimenti
in merito ai conflitti intestini di una intera classe politica nel suo
dibattito con il presente. “Solo un politico” scriveva Polibio
“si vale della storia ed è in grado di scrivere storia;
non perché in possesso di documenti segreti, ma perché
l’esperienza vissuta lo rende atto a comprendere le leve profonde
degli eventi, i moventi delle azioni”. Polibio, orfano della patria
greca e delle sue radici, avrebbe raccontato l’espansione dell’impero
mondiale Roma che segnò la sua generazione; Sallustio la disgregazione
della Repubblica sulla quale poteva investigare per via di interrogazioni
dirette; Tacito l’affermarsi del dispotismo assolutista che direttamente
coinvolgeva le azioni, le emozioni e i giudizi dei suoi interlocutori.
Greci e latini, che parlassero delle vicende umane e di quelle della
natura, non si sarebbero mai comunque posti in competizione con il pensiero
mitico del quale condividevano le strutture profonde, accettavano le
rivelazioni e praticavano le liturgie.
In realtà il mondo antico, non solo aveva una diversa sensibilità
della temporalità rispetto ai moderni, ma, osservato dal nostro
punto di vista, non aveva senso storico o passione per la storia (non
aveva una fede storica). Nella cultura classica, a fronte dell’indubbio
privilegio accordato alla filosofia, la narrazione storica veniva ricondotta
all’arte di comunicare gli eventi umani. Né Platone, né
Aristotele sono disposti a dare legittimità di sapere alla storia.
Nel mondo latino l’assunto ciceroniano che fa della storia la
“magistra vitae” si spiega con la riduzione dell’arte
storiografica alla retorica. E più in generale va ricordato che
il mondo antico non aveva passione antiquaria e ha sempre cancellato
con cura le tracce del suo passato. Dalla Mesopotamia, all’Egitto
al mondo greco ed ellenistico fino a Roma, il potere ha sempre rigenerato
il tempo collegandosi in via diretta con le origini e per questo la
città antica è un luogo sacro, celebrativo dell’istantaneità
tra il potere e le origini che lo legittimano. Il che, a mio parere,
non significa che gli antichi per primi hanno intuito la connessione
diretta tra discorso storico e discorso politico (Finley), è
vero semmai il contrario: e cioè che la sfera del politico e
della socialità assumono forme rituali di tipo liturgico e sacrale.
Il potere nel mondo antico non si fonda sulla storia e l’uomo
classico non è un prodotto della storia, ma delle leggi della
natura offerte dal pensiero mitico. E dunque a me non sembra possibile
riconoscere negli autori classici un precedente della storiografia come
noi la intendiamo e pratichiamo, né tanto meno intravedere nel
mondo classico una “storia” precedente a quella moderna
perché l’essenziale differenza tra tempo storico e contemporaneità
risiede proprio nel fatto che il “tempo storico” comporta
ed è indisgiungibile dalla ricerca e fondazione delle origini,
mentre la contemporaneità esclude questa ricerca. In quanto coesiste
con gli eventi che deve narrare, ne porta esperienza diretta, li percepisce
come attuali e vi partecipa senza mediazioni, automaticamente condivide
le rivelazioni del pensiero mitico sulle origini, la struttura e la
funzione della temporalità.
L’idea di una storia “antica”, e la percezione di
una dimensione del tempo che precede il presente e gli conferisca il
carattere specifico della novità (rispetto al passato) è,
insomma, un’invenzione della modernità perennemente alla
ricerca della sue irraggiungibili origini e di un mito fondatore.
Anche qui è un gioco di specchi sul filo della temporalità
perché non esiste altra storia se non quella dell’uomo
moderno che celebra le sue origini e consente alla storiografia di costruire
da se l’oggetto del suo studio.
E la “storia contemporanea”?
22.
Storia moderna e contemporaneità.
A
tutta prima si tratta di un ossimoro che solo gli storici, blindati
e trincerati nelle loro guerre di confine, non riescono nemmeno a cogliere:
dove vi è storia, infatti, non vi è contemporaneità
e dove vi è contemporaneità non può esservi storia.
Da un certo punto in poi del XX secolo (dai suoi esordi, direi) la storiografia
ha deciso comunque una sorta di divorzio tra passato storico e presente;
si direbbe che la modernità si è posta da se dei limiti
e abbia fissato il finis historiae. Mentre la “storia antica”
e la storiografia classica nascono, si è visto, come una preistoria
della modernità e ne fissano le origini, la “storia contemporanea”
nasce per differenza e, se non in polemica, certo su un territorio temporale
ultramoderno o postmoderno: il tempo “storico” presente.
Nel quadro generale della cultura accademica europea, contrariamente
al panorama nazionale, la storia moderna è stata riluttante a
questa sorta di autolimitazione: là dove se ne parla, si parla
in genere di “storia dell’età contemporanea”.
Non mi è del tutto chiara la mappa e la genesi nazionale della
Storia contemporanea come disciplina accademica e forse uno studio per
matrici sociometriche e relazionali dei docenti e delle “scuole”
offrirebbe materia di dibattito oltre le abituali procedure celebrative.
Per quel che ne so, la prima cattedra della disciplina è stata
istituita sul finire degli anni cinquanta del secolo scorso e affidata
a un brillante giornalista e polemista (Giovanni Spadolini); negli stessi
anni la monumentale Storia del pensiero politico e sociale affidava
ad un altro giornalista di grido la trattazione della storia dell’età
contemporanea. La disciplina è ormai dilagata, ha messo radici,
conquistato territori di ricerca e impegnato un confronto con le scienze
sociali. Attrae e fa tendenza. Problemi di bottega, di politica e di
sopravvivenza accademica che con la teoria della storiografia, l’analisi
della struttura del sapere storico, del ruolo degli storici e della
crisi di cui ci occupiamo non hanno nulla a che fare. Il problema qui
è quello, ancora una volta, di rispondere all’interrogativo
se sia possibile una estensione temporale della storia e della sua funzione
mitografica al tempo presente. L’argomento semmai è quello
dei rapporti tra storia e contemporaneità.
In effetti, l’età contemporanea e la sensibilità
(il clima culturale) del XX secolo, che appunto “contemporaneo”
si definì per opposizione a “moderno”, nascono contro
la storia e oltre il muro della storia. Le “avanguardie”,
che fanno la novità culturale del Novecento rispetto ai secoli
precedenti, lo testimoniano. Le avanguardie (il termine è del
lessico militare) hanno, infatti, condotto, con spirito davvero bellicista,
una battaglia campale contro il tempo storico e la storicizzazione della
realtà: il Futurismo con la negazione di tutto il passato, il
Dadaismo con la cancellazione del futuro, il ’68 con la contestazione
radicale delle ideologie a base storica ed eurocentrica. Il dibattito
sul declinismo e la crisi dello storicismo come del positivismo storico,
che ho richiamato nelle prime pagine, intrecciandosi con l’aggressione
delle avanguardie, sottolineano il clima critico della cultura del XX
secolo nei confronti del sapere storiografico e della sua egemonia.
Più in generale, storia ed età contemporanea non hanno
mai avuto buoni rapporti. E per ovvie ragioni. Il tempo storico è
generato dal presente e per certi aspetti è una fuga dal presente,
mentre la sensibilità di ciò che è contemporaneo
non può generare tempo storico. La storia si occupa di una ricostruzione
degli eventi in quella zona del tempo di cui abbiamo perso memoria e
della quale non abbiamo mai avuto esperienza diretta; la contemporaneità
coesiste con gli stessi eventi che deve rappresentare. La storia, per
costruire le sue cronologie e gli eventi che le popolano ha bisogno
di un “passato” storico non inquinato dalle emozioni che
agitano il presente e fanno il senso critico dell’identità
dei contemporanei; l’età contemporanea, per contro, si
afferma come nuova rispetto al passato e indifferente ai suoi gravami.
Il tempo che corre parallelo e con-corre al passato è un impiccio
per chi, mediante la costruzione del tempo storico ricerca le radici
e le origini dei fatti storici nella loro continua concatenazione; l’età
contemporanea percepisce il tempo come un flusso reale che non abbisogna
di fondazioni perché esiste nel suo stesso scorrere. La ricerca
storica è volta a ricostruire eventi per fondare la memoria storica
come funzione dell’identità personale; la storia contemporanea
(per la sua stessa definizione) non abbisogna di questa realtà
virtuale, è meno libera nella sua creatività e interviene
nella interpretazione degli eventi. La storia estende il tempo oltre
i confini dell’esperienza individuale, la contemporaneità
lo restringe alla segmentazione dei singoli fatti e alla loro collocazione
sincronica.
Si potrebbe continuare, ma quel che più conta è che, nella
dimensione della contemporaneità, la storiografia perde il suo
privilegio di giudicare gli eventi se non facendo ricorso ai canoni
interpretativi (alle strutture mitografiche) poste in essere dalla modernità:
il “giudizio della storia” si può esercitare solo
sui fatti che non appartengono alla memoria e alla esperienza individuale.
Se mai serve, la “lezione della storia” è perché
la costruzione o ricostruzione virtuale degli eventi può fare
da guida la presente. La riscoperta dei genocidi della Vandea non muta
il giudizio storico sulla Rivoluzione; così come l’attenta
analisi della figura di Mussolini non cambia il giudizio sul fascismo;
né la riabilitazione dei “martiri di Salò incide
sul ruolo storico della Resistenza, così come l’apologetica
dell’olocausto russo durante il secondo conflitto non assolve
Stalin e il Partito comunista sovietico dalle purghe e dai gulag, e
così via. La Storia, lo si è detto, non spiega, insegna.
La celebrazione della dignità dell’uomo è la funzione
della storia moderna e questa storiografia è stata scritta nel
suo necessario (anche se illusorio e mitografico) sviluppo una volta
per tutte.
Sono proprio queste caratteristiche di alterità del sentire contemporaneo,
rispetto al discorso storico della modernità e alle sue funzioni
mitografiche, a riproporre il paradosso dal quale siamo partiti: al
pari del pensiero classico la contemporaneità non necessita di
ritrovare le sue radici (non ha bisogno di ricerca storica) perché,
in virtù della moderna storiografia, dispone dei suoi miti di
fondazione, delle sue genealogie (di eventi concatenati nella rete cronologica
causale), di teogonie e teogamie, di una cronosofia definita una volta
per tutte (i sistemi di datazione) e di un ponte che salda passato e
futuro. Gli storici contemporanei possono fare memorialistica, cronaca,
indagini ispettive di accertamento dei fatti, possono fare politica
e polemica, ma non possono fare storia nel senso pieno del termine.
Non possono trovare spiegazioni agli eventi del XX secolo a cominciare
dall’olocausto di Verdun, passando attraverso Auschivitz e ai
genocidi che caratterizzano il secolo per arrivare alle Torri gemelle,
senza ricorrere alle categorie metastoriche respinte dalla storiografia
moderna di una continua alternanza nella dimensione del tempo tra civiltà
e barbarie, progresso e declino, vita e morte delle culture, malattia
morale, ecc. Rovesciando le procedure di scrittura della storia totalitaria
immaginate da Orwell (l’adeguamento del passato al presente mediante
la falsificazione istituzionale degli archivi), la storia contemporanea
deve necessariamente adeguare gli eventi del presente alle direttive
del passato e ai “giudizi” emessi dal canone narrativo della
storiografia moderna.
Con buona pace dei contemporaneisti, cronisti del declino più
che analisti del dibattito sulla teoria e sulla crisi della storiografia
e della modernità, è proprio al sorgere dell’età
contemporanea che prende il via la crisi della modernità e del
sapere storico, crisi che ci riporta alla riflessione di Marrou dalla
quale sono partito nella premessa: a fronte degli eventi del XX secolo
la storia è “stanca”, gli “storici marciano
in retroguardia” e “partoriscono vento”.
“Bisogna avere il coraggio di guardare le cose in faccia: quando
la crisi si è abbattuta sulla cultura (della modernità),
noi siamo stati i primi ad essere travolti, spazzati via come sabbia
e polvere… Occorre prenderne atto, miei poveri amici; facciamo
ancora storia e teniamo in movimento il nostro piccolo mulino; pubblichiamo
documenti e vagliamo fatti. Ma il mondo intorno a noi si fa disperatamente
beffe di tutto ciò che possiamo prenderci la pena di raccontare.
Se non state attenti, mentre continuate i vostri giochi accademici,
sarete completamente liquidati da una cultura nella quale non vi sarà
riserbato alcun posto: tra breve nessuno crederà più alla
nostra utilità” (Marrou). Si era nel 1939; gli eventi del
Novecento che sono seguiti e la storia contemporanea se così
la vogliamo chiamare, il corso degli ultimi cinquant’anni dei
quali siamo stati tutti direttamente attori e testimoni, non hanno semplicemente
fatto di questa diagnosi una profezia, hanno fatto di più, hanno
mutato il tessuto stesso della storia, quel mito delle origini di autoaffermazione
e celebrazione della dignità dell’uomo sul quale la cultura
europea dei secolo XVII-XIX ha fondato le ragioni della sua sfida.
Oggi lo storico sembra destinato, anche a rischio della sua tradizionale
e consolidata professionalità, a ricercare la sua identità
oltre il tempo storico e i confini della storia stessa. E forse proprio
per effetto di questa alterità la dimensione della contemporaneità
come luogo di ambientazione del racconto storico potrebbe costituire
un interessante laboratorio della teoria e della filosofia della storia
e, a mio parere, un cartina di tornasole delle riflessioni interpretative
offerte sin qui.
Nuove fonti, nuovi archivi, disordine-complessità e concorrenza
nella proliferazione degli eventi, formale costituirsi di reti multimediali
su scala planetaria, dilatazione del mercato degli eventi a una pluralità
mai vista di soggetti e di culture, costituiscono nell’era dell’accesso
(Rifkin) un nuovo bacino di cultura della temporalità e un territorio
privilegiato per la narrazione, comunicazione, insegnamento degli eventi
del passato e del presente. Storia e contemporaneità si fronteggiano
e intrecciano in modo nuovo rispetto al passato e proprio la storia
contemporanea del tempo postmoderno potrebbe scoprire e aprire il passaggio
a nord-ovest del sapere storico verso le scienze cognitive, le neuroscienze,
gli universi digitali e virtuali e tutti quei laboratori nei quali si
sta riprogettando l’antropologia della modernità.
Il che ci riporta alle prime pagine di questo testo e ci consente di
concludere l’insieme un po’ labirintico di queste riflessioni.
Per
concludere.
Si
tratta dunque di concludere e ripercorrere a ritroso l’insieme
di queste riflessioni un po’ disorganiche perché disperse
su un territorio troppo ampio e per molti aspetti ancora misterioso,
certo assai poco esplorato dagli storici. Il filo rosso, del resto,
è stato quell’incertezza comunicativa, quel senso del progressivo
abbandono e lontananza dall’oggetto dei nostri studi (il tempo
storico e la narrazione degli eventi che lo popolano) al quale si connette
la crisi di identità, del ruolo professionale e dell’impegno
sociale dello storico.
La modernità, intesa come sistema culturale e antropologico,
si costituisce in Europa occidentale tra il XIV e il XVI secolo a partire
dalla piena consapevolezza di un evento “storico” e questo
evento è tragico: la morte del mondo antico. E’ questo
il mito delle origini della cultura e dell’antropologia moderna:
un racconto nel quale l’uomo non è un oggetto della creazione,
ma il soggetto di continui processi creativi del tempo e del suo stesso
tempo.
A intercettarlo, ricostruirlo, datarlo e raccontarlo sono gli umanisti
antiquari dotati di innovative tecnologie del sapere e comunicative
(la conoscenza linguistica, l’arte dell’interpretazione
filologica, la scrittura e la stampa) e archeologi dell’antichità/attualità
classica. La percezione-partecipazione a questo evento implica automaticamente
la ri-nascita del mondo antico che avrà una funzione essenziale
di fondazione sulle strutture culturali dei secoli XVI-XVII. Si tratta
di una innovazione rivoluzionaria del pensiero e del racconto mitico
il quale non è più strutturato sul racconto cosmico delle
origini, ma fondato su quella rappresentazione scenica delle azioni
umane che chiamiamo “storia”.
Nessun altro sistema culturale, nessun altro modello di civiltà
a noi noto, ha precorso questo originale cammino e assunto la ricostruzione
virtuale (narrativa) del passato umano come strumento per la rifondazione
dell’uomo e del suo presente. Storia e modernità si intrecciano
sino a divenire sinonimi in un unico progetto antropologico e l’uomo
moderno è un prodotto della storiografia.
La storiografia-mitografia, o se si preferisce la mitografia a fondazione
storica, ha consentito nei secoli XV-XVI la messa a profitto dell’immaginazione
e della creatività umana oltre i confini del presente rendendo
possibile un dialogo infra e ultra temporale con il passato. Ma il mito
è un racconto e ciò ha prodotto, a sua volta, un vero
sisma comunicativo nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, nel costume
quotidiano: la rinascita del mondo antico e la scoperta di quel misterioso
laboratorio della temporalità che è l’evento storico.
Si tratta della costruzione di un insieme sistemico di fatti (o subeventi)
che interagiscono tra loro (si muovono) a un certo livello di velocità
e di energia, di un prodotto comunicativo, un racconto di vicende umane
sul filo del tempo lineare e irreversibile di cui gli esseri umani sono
fatti. La plasticità di questo processo comunicativo è
sorprendente: ogni secolo, ogni generazione ricostruisce, su un unico
canovaccio, tutto il passato dell’uomo in modo da poter fondare
e aggiornare alle circostanze del presente la propria identità
individuale e collettiva, e da questo momento “il passato è
una sorta di schermo sul quale ogni generazione proietta la sua visione
del futuro”. La ricostruzione e costruzione degli eventi storici,
la loro produzione e comunicazione ha poi generato quel meccanismo di
partecipazione-immedesimazione agli eventi stessi in virtù del
quale si è realizzata la “presenzialità del passato”
nella percezione del presente. Nella cultura del Rinascimento e del
secolo Classico l’identità europea è un processo
di immedesimazione e imitazione del passato remoto restituito dalla
narrazione storica alla memoria.
Gli storici hanno fatto la storia e la storiografia è divenuta
una tecnica di manipolazione-espansione del tempo umano che ha certificato
e confermato la centralità dell’uomo al mondo e al tempo.
La modernità è tutta qui, e proprio questa asimmetria-delocalizzazione
dell’uomo e del suo tempo rispetto alle dimensioni ignote dell’universo,
proprio questo mito delle origini nel tempo tutto umano, fragile e caduco,
ha generato nell’uomo europeo la consapevolezza di un destino
di continua autoffarmazione attraverso il suo tempo e la sua storia.
Nessun altro sistema di pensiero ha percorso un cammino tanto rischioso.
Nessuna cultura ha conferito alla creatività e all’immaginazione
del pensiero mitico il compito di umanizzare il tempo e di certificare
e promuovere, nel tempo, l’espansione della conoscenza dell’uomo
e del mondo. Per questo “il pensiero storico è un’attività
dell’immaginazione. Nella storia nessun dato è definitivo.
Una testimonianza, valida in un certo momento, cessa di esserlo quando
si modificano i metodi e le competenze degli storici” (Collingwood).
Per effetto di questa permanente instabilità, che è elasticità
e plasticità, la storia è materia viva della cultura,
è un linguaggio iscritto nel tempo i cui vocaboli sono gli eventi.
Forte di questa tecnologia comunicativa fornita dal sapere storico,
e del potere che ne consegue di manipolazione-governo del tempo, il
mito delle origini della modernità, sul finire del XVII secolo,
ha inavvertitamente ma radicalmente mutato struttura. La disputa circa
il primato della civiltà e della cultura tra gli antichi e i
moderni si è conclusa con un inatteso rovesciamento a favore
dei moderni. La modernità prende le distanze dalla contemporaneità
con il passato classico che diviene remoto. Ora la linearità
del tempo è innalzamento qualitativo degli eventi che si succedono
sull’asse cronologico; passato, presente, futuro si intrecciano
e il mito delle origini si trasforma in un programma e un progetto del
corso temporale a fondazione umana.
La fine delle grandi crisi demografiche nei primi decenni del XVIII
secolo segna il trionfo della vita sulla morte, del presente sul passato,
del futuro sul presente e la modernità abbandona il senso del
tragico; la svolta, pur maturata in un corso plurisecolare, è
radicale e profonda (lo certifica l’inesauribile lettura de I
sepolcri), ma l’uomo moderno si emancipa definitivamente dall’imitazione
di quello antico e si propone come signore del tempo, attore centrale
del suo stesso sviluppo senza mediazione alcuna. La storia ora unifica
tutto il tempo e diviene il criterio di integrazione non solo tra passato
e presente, ma tra passato e futuro, diviene il Grande racconto dell’uomo
e dell’umanità, un racconto sacro e universale. Poi, alla
fine del XVIII secolo, questo racconto sembra superare i suoi stessi
confini: la Rivoluzione, madre di tutti gli eventi, certifica, e per
certi aspetti realizza, il destino dell’uomo moderno: gli uomini
dell’89 e del ’93 si collocano già oltre la storia,
fissano il moto dei tempi a venire, ne definiscono le leggi, ne programmano
le scadenze. La modernità sembra completare il suo ciclo e forse
il muro della storia si supera qui. Siamo giunti al finis historiae:
Hegel annuncia la fine della storia e Michelet inaugura la storia del
futuro. Mitologia, ideologia, storiografia si intrecciano e creano quel
gioco di specchi nella percezione e rappresentazione del tempo individuale
e collettivo che fonda il significato e il senso del moderno.
Sulla scorta della mia esperienza culturale e alla luce del dibattito
tra gli autori qui richiamati, a me sembra che le cose siano andate
e stiano così.
Come concludere? Tentare una definizione univoca del sapere storico,
al di là dei luoghi comuni e dei canoni disciplinare consolidati,
pare un’impresa difficile. Arrendersi di fronte a questo disagio
affermando che “la storia non ha senso” (Popper), o chiedendosi
se non sia il caso “di eliminare dal vocabolario la parola stessa
di storia” (Romitelli) o proclamando che l’epilogo della
modernità e la perdita del tempo storico che l’accompagna
riduce questo utensile del pensiero occidentale a un semplice simulacro
del potere perduto, va oltre il senso critico e il comune buon senso.
Storia e modernità essendo sinonimi, ogni processo di modernizzazione
appare, infatti, indisgiungibile da un corretto uso dell’esperienza
storico.
Instabile perché vivo e di continuo insorgente, misterioso perché
profondo e intrecciato alla genesi dell’uomo moderno e alla sua
conturbante vicenda, il sentire storico è un’esperienza
culturale interiore, uno scambio, un mito fondativo, un linguaggio,
un racconto, un diritto di cittadinanza nel tempo e tutte queste cose
insieme. Per concludere possiamo dunque ritornare là da dove
eravamo partiti.
“La Storia si costituisce nell’atto della sua narrazione,
che ordina l’accadere degli eventi in una trama di senso. Il reperimento
di un senso traduce il tempo in storia, così come il suo smarrimento
dissolve la storia nel fluire insignificante del tempo” (Galimberti).
La storia è un racconto delle origini scritto dal presente e
come tale è una particolare forma del pensiero mitico, un linguaggio,
un processo comunicativo e una ragione del comunicare (Barthes); questa
struttura narrativa si fonda sugli eventi e gli eventi sono rappresentazioni
(simboliche e virtuali) delle azioni umane nel loro complessivo corso
temporale, sono i segni e le parole di questo linguaggio. Gli eventi
dei quali si occupa la storiografia sono compiuti e appartengono al
passato, ma, pur basandosi su fatti cronologicamente accertati, non
sono reali, sono prodotti della cultura umana e si materializzano nei
processi della percezione, della memoria, del ricordo attraverso l’immaginario
e le emozioni; sono modelli di simulazione, reti sistemiche di immagini
e simboli che agiscono e interagiscono con le funzioni emozionali e
razionali dell’esperienza. La storia non ci restituisce il passato
e non risolve il problema della temporalità (non spiega, né
svela il significato del tempo), semplicemente costruisce gli eventi,
li data ed estende il tempo umano oltre i confini dell’esperienza
individuale e al di là dell’istantaneo fluire del tempo;
la storiografia umanizza il tempo facendone il dominio privilegiato
dell’uomo perché il tempo storico (antropocentrico e antropomorfo)
ha per contenuto esclusivo il racconto delle esperienze umane. Per questo
gli eventi storici sono laboratori narrativi e prodotti comunicativi,
cantieri di scavo sempre aperti; e per questo la cronosofia della cultura
moderna è una struttura (un grafo, si è detto) lineare,
capace di ordinare la pluralità dei racconti in una trama o rete
a dimensione potenzialmente infinita il cui insieme certifica la capacità
umana di domesticazione, appropriazione, creazione della temporalità.
Questa attitudine intellettuale non ha nulla di spontaneo, ma è
una tecnica o tecnologia del sapere e del potere posta in essere dagli
storici che intercettano, costruiscono, selezionano gli eventi e li
inseriscono nel corso della cronologia. Mediante processi di acculturazione
di massa, la storiografia genera e presidia la “memoria storica”
che è una “memoria obbligata” (Ricoeur).
Invenzione e strumento della cultura europea, la Storia è divenuta
il “grande” racconto, il tempo “sacro” dell’umanità
tutta intera e un terreno obbligato nel confronto con le culture altre.
Questo racconto pubblico, pazientemente costruito dagli storici e infinitamente
ripetuto in innumerevoli varianti, relativo alla fondazione storica
dell’uomo, ha costruito l’antropologia politica europea;
e la storiografia è stata il pensiero unico della modernità,
una mitologia tutta umana che è anche un progetto e un programma
dello sviluppo temporale. Esso riconduce al soggetto, lo autoriflette
e lo tiene in vita rendendolo perciò stesso vero e onnipotente.
Come ogni racconto mitico, la storia vive se è universalmente
condivisa e non offre nessuna verità se non a chi vi crede, non
fonda scientificamente nulla, non spiega razionalmente nulla, non costruisce
leggi generali a partire dai singoli eventi, non svolge un ruolo di
organizzazione del sapere, né offre direttive per il suo programmato
sviluppo. La storia “insegna”. Come ogni storia, racconto,
narrazione, infatti, anche la Storia ha “la sua morale”
e in questo senso è un racconto a tema obbligato. Arte comunicativa
per eccellenza, la storia celebra, nel continuo presente, l’epopea
dell’humanitas dalle sue origini remote al suo misterioso futuro,
il che è come dire che altro non è se non un’esperienza
interiore di costruzione e riflessione continua dei valori, un viaggio
dell’anima alla faticosa ricerca dell’io riflesso nell’altro.
Come utensile della modernità la storiografia dei secoli XVI-XX
insegna la dignità dell’uomo, la sua centralità
al tempo e al mondo e le responsabilità che ne conseguono. Nessun
sistema di pensiero, nessun altra cultura ha accettato una sfida così
audace, così generosa.
Naturalmente questo Grande racconto della cultura moderna va ben oltre
i confini dell’Europa e della modernità stessa perché
la storia è innanzitutto una fede nell’uomo (Marrou), un
visibile segno dell’amicizia (Chaunu) e una continua ricerca dell’
“altro” per costruire, nel tempo e nel mondo, l’identità
di gruppi, società, civiltà (Braudel); la sensibilità
storica consiste nel saper leggere la dignità dell’uomo
nella complessità degli eventi che lo hanno costruito nel tempo
e nei luoghi, e insegnarla è il mestiere dello storico. Nulla
di più appassionante e coinvolgente; a condizione, è ovvio,
di saper comunicare.
“probabilmente
si verificherà assai presto nel modo di scrivere la storia ciò
che si è verificato nel campo della fisica. Le nuove scoperte
hanno portato a proscrivere i vecchi sistemi. Si vorrà conoscere
il genere umano sotto quel particolare aspetto interessante che è
oggi la base della filosofia della natura”, Voltaire.
Nota
conclusiva come introduzione al testo
La
lettura di questo testo presuppone una riflessione sui concetti di moderno
e modernità e sul possibile superamento del tempo storico. Un’ampia
letteratura si è andata costituendo sul tema della postmodernità
intesa, appunto, come rottura del ciclo storico del pensiero occidentale
e come fase nuova del corso temporale caratterizzato dalla scomparsa
del soggetto, dalla fine della storia, dall’emergere della tecnologia
e dai processi di modernizzazione-globalizzazione che caratterizzano
il XXI secolo. Ritengo utile, al rigurdo, richiamare i termini generali
di questo dibattito e proporre il mio punto di vista sull’argomento.
Questo è il testo della lezione introduttiva al mio corso di
Storia delle dottrine politiche dell’anno accademico 2001-2002.
Definizione,
caratteristiche e limiti della modernità
All’avvio
del Terzo millennio il discorso sulla modernità è ineludibile,
coinvolge tutti gli ambiti della cultura, confonde le discipline, sovverte
le genealogie sino a fare della molteplicità dei dibattiti e
degli innumerevoli problemi che essi suscitano, il problema. È
innanzi tutto un discorso interiore, una tensione quotidiana della coscienza
e dell'esperienza sempre presente e ovunque diffusa, cosicché
queste riflessioni sono destinate a confluire, e rischiano di perdersi,
in una vasta biblioteca il cui titolo potrebbe essere la “crisi”
o, per evitare ogni drammatizzazione, “il disagio della modernità”
(1). Una crisi che investe innanzi tutto l’attore centrale di
ciò che definiamo moderno e cioè il sapere storico, il
suo ruolo di pensiero mitico, di linguaggio fondatore del pensiero e
dell’agire politico nel sistema culturale europeo dei secoli XVI-
XX.
Ridotto all'osso, e facendo giustizia sommaria di tutti i testi raccolti
in questa ideale biblioteca da qualche decennio, questo disagio della
modernità ci è noto e si riassume in facile paradigma.
In termini di storia della cultura la modernità può essere
definita come quel punto di fuga del pensiero occidentale che, a partire
dal XVI secolo, segna l'avvio di un processo di disincanto del mondo,
di distanziamento della società dalla natura e dell'uomo dal
cosmo (2). Un processo che sarebbe riduttivo definire di laicizzazione
e che si traduce in tre fondamentali assunti.
In primo luogo la modernità si caratterizza per affermare la
centralità dell'uomo rispetto al mondo e il suo divenire misura
di tutte le cose; ciò comporta una continua osservazione da parte
dell'uomo della sua stessa natura e la conseguente obbligazione di conoscere
il mondo per conseguire la posizione di dominio che gli compete. Il
secondo assunto è costituito dal privilegio accordato alla razionalità
nel processo della conoscenza e, di conseguenza, dalla pratica di una
fiducia profonda nel sapere come strumento di appropriazione (ma anche
di invenzione) della realtà. Infine (terzo assunto) il marchio
più visibile della modernità è la fede nella possibilità
di realizzare, per effetto della centralità dell'uomo e del privilegio
del sapere, un ordine definitivo del mondo attraverso l'indefinito sviluppo
della convivenza umana, il suo incessante progredire nel processo di
emancipazione della persona, di dominio e trasformazione (si potrebbe
anche dire creazione) del mondo.
Sul piano del rapporto con la temporalità questi essenziali assunti
implicano un processo di progressiva laicizzazione del tempo, una sua
reinvenzione in chiave tutta umana per far trionfare l'uomo e le sue
opere su ogni rischio di discontinuità e di oblio. Proprio per
questo la modernità nella sua struttura più profonda è
un programma operativo di costruzione della città terrena nel
continuo fluire di un tempo umanamente governabile e prevedibile, il
che fa del sapere storico una passione civile e del tempo della storia
un tempo tutto politico. La struttura stessa del moderno e della cultura
della modernità si vede così collegata da un rapporto
di specularità alla sfera del politico rispetto a tutta l'età
medievale che la ha preceduta e che traeva invece la sua identità
dalla sfera del sacro. L'homo politicus, la vita politica e la produzione
di modelli e ideologie politiche conseguono direttamente all'arretramento
della sfera del tempo sacro e al confinamento della sfera della religiosità
in un luogo del soprannaturale estraneo alla polis a tutto vantaggio
di un tempo umanizzato e storico nel quale si possono liberamente fondare
le mitologie dell'origine della società e del potere che le governa.
Così, immersa nel suo tempo lineare caratterizzato da un fluire
sempre più rapido, la modernità ha progressivamente lavorato,
nel corso di quattro, cinque secoli, questi assunti sino a trasformare
quelli che erano i punti di forza e i fattori di successo di un'età
e di una cultura (quella dell'Occidente e dell'Europa occidentale) in
altrettanti indicatori di crisi e di disagio.
La centralità dell'uomo e il progressivo disincanto del mondo
hanno finito per generare una desacralizzazione dell' humanitas, poi
una polverizzazione individualistica (“un individualismo estremista”
(3) o un “egoismo possessivo” (4) o un “individualismo
repressivo” (5) sino a realizzare una soggettività che
“minaccia di imprigionare l'individuo tutt'intero nella solitudine
del suo cuore” (6); cosicché quella che Kierkegaard volle
definire “l'età del presente”, ha perso ogni dimensione
nobile ed eroica della vita. Il lato oscuro del percorso dall'individualità
all'individualismo, che caratterizza il ciclo del tempo moderno, è
infatti un progressivo incentrarsi dell'uomo sull'io che appiattisce
e restringe le nostre vite e ne impoverisce il significato in un miserevole
narcisismo.
Il privilegio accordato alla razionalità come strumento della
conoscenza ha realizzato, a sua volta, un processo di autolegittimazione
della conoscenza scientifica e favorito la presunzione di una totale
coincidenza tra verità ed emancipazione in virtù della
sequenza ricerca scientifica - ricerca applicata - tecnologia - produzione
di beni materiali - benessere - libertà. Si è assistito
così all'insorgere di un primato della ragione strumentale, intendendo
con ciò “il tipo di razionalità cui ci rifacciamo
quando calcoliamo l'applicazione più economica dei mezzi disponibili
a un fine dato” (7). Si tratta di un uso della razionalità
che intreccia potere e sapere in una esaltazione della tecnologia e
in base al quale la misura del successo è costituita dal massimo
dell'efficienza e dal miglior rapporto costi-benefici. Ciò è
apparso a tutta prima un processo di liberazione definitiva dell'uomo
dai suoi limiti e dai suoi essenziali bisogni, ma il rovescio tragico
di questa mutazione della razionalità in ragione strumentale
sta nella diffusa preoccupazione (divenuta ormai esperienza quotidiana)
che il dominio della tecnica, in luogo di rimodellare il mondo a beneficio
dell'uomo, riduca la nostra esperienza al puro scialo e alla sterile
dinamica di produzione e consumo di beni materiali. Con il che l'intreccio
sempre più stretto tra potere e sapere, in luogo di fondare la
nostra emancipazione, rischierebbe di soggiogare la mente e di ridurre
a zero il grado della nostra libertà.
Oggi la centralità dell'uomo ridotta a celebrazione dell'individualismo
e il privilegio della razionalità ridotto a mitologia della ragione
strumentale rischiano infine di dare scacco alla speranza-programma
propria dell'età moderna di realizzare uno stabile ordine del
mondo in vista dell'emancipazione della persona umana.
E così il terzo assunto della modernità, la fede nella
possibilità di un progressivo sviluppo della socialità
a misura umana e di un potere dal volto umano che la governi, minaccia
ormai di trasformarsi in una sfiducia profonda, se non radicale, nei
confronti della razionalità della città terrena. Detentore
del sapere tecnologico e del potere della tecnologia, lo stato totalitario
è divenuto, nel XX secolo, organizzatore di apparati repressivi
formidabili che, ancor oggi, minacciano l'esistenza dei diritti del
cittadino. Cosicché si registra ormai, se non il declino, certo
la pericolosa mutazione della ragione e degli scopi della socialità
politicamente organizzata. La forma Stato inventata dal pensiero politico
della modernità nel corso del XVI secolo per assicurare giustizia
e pace ai conviventi, sembra aver fatto luogo a un formidabile Leviatano
che si autolegittima e persegue finalità alternative agli obbiettivi
della società civile. E la messa in disarmo di questo attore
centrale della modernità o semplicemente l'ansia per la sua revisione
lasciano intravedere all'orizzonte misteriosi poteri “ultranazionali”
(ancor più che “multinazionali” o “sovranazionali”)
che non si curano più della cellula sulla quale, e per la quale,
la modernità ha fondato il suo immenso potere.
Nel sentire politico il disagio della modernità coincide allora
con il ripiegamento di ogni certezza in merito alla reale natura del
rapporto stato-cittadino. Nelle nostre società industriali e
tecnologiche, divenute ormai una sorta di villaggio globale altamente
centralizzato nel sistema di comunicazioni, sta forse avvenendo qualcosa
che assomiglia a una alienazione della sfera pubblica e alla conseguente
perdita del controllo politico, e ciò fa emergere il pericolo
di una nuova forma di dispotismo che non si limita ad opprimere i sudditi,
ma li modella, li costruisce a suo piacimento per perseguire i suoi
fini di dominio. Ciò che oggi rischiamo di perdere è il
controllo del nostro destino, ossia di perdere proprio quella centralità
rispetto al mondo e quella facoltà di dominio e programmazione
del tempo sulla quale la modernità ha fondato e costruito la
sua stessa identità.
Si assiste così al deperimento della specularità tra modernità
e politica e a un processo rovesciato di disincanto verso la possibilità
di emancipazione della città terrena, un pericoloso processo
che apre la strada alla spoliticizzazione o alla disumanizzazione della
politica. “Questa contraddizione della modernità (la modernità
è contraddizione in senso costitutivo, strutturale), il fatto
cioè che la sua tendenza spoliticizzante inerisca intrinsecamente
alla propria forma politica, derivi da un eccesso di politica, dalla
formalizzazione e dalla sottrazione alla natura di tutti i rapporti
umani” (8), è il più inquietante disagio del tempo
in cui viviamo, il segno più evidente della sua crisi. La modernità
sembra darsi scacco, sul terreno che le è più famigliare
e la giustifica, mediante il vistoso paradosso di una politica della
spoliticizzazione e del disimpegno.
Nei paesi che han dato vita al ciclo della modernità si va diffondendo,
nelle convinzioni e nei comportamenti, una crescente sfiducia circa
la reale possibilità di conseguire nuovi livelli di emancipazione
per effetto dell'arte politica e di governo. Il ritrarsi della sfera
pubblica a favore della libertà individuale non sembra in grado
di offrire adeguate garanzie alla promozione della persona umana. Un
solco sempre più profondo separa l'individuo dalla società
civile e questa dalle istituzioni politiche. Soprattutto appare difficile
trovare ragioni di convergenza tra i molteplici tempi (quello individuale
e quello collettivo, quello privato e quello pubblico, quello delle
istituzioni e quello dello sviluppo, e così via) che la complessità
di continuo accresciuta dei sistemi pone in essere. Infine pare ormai
difficile “fare politica” e dunque “fare storia”
perché il programma ordinatore del tempo posto in essere dalla
modernità (la storia appunto) sembra davvero aver fatto “il
suo tempo”.
Un tentativo di approfondire quest'ordine di problemi può essere
allora fornito da una riflessione sul sentire politico della modernità
(secoli XVI-XIX) e su quel misterioso lavorio che porta la cultura dell'Occidente
europeo a materializzare il tempo in un enigmatico utensile del quotidiano,
uno “specchio” dai riflessi sempre deformati per effetto
della mutevole consistenza dell'atmosfera che li trasmette. Uno specchio
indispensabile però alla nostra identità perché,
come vedremo, la materia di cui si compone è il potere, uno specchio
che ora, o forse solo da che tentiamo di disvelarne i segreti, come
per sortilegio è andato in frantumi.
(1)
C. Taylor, Il disagio della modernità, Bari 1994.
(2)
M. Gauchet, Il disincanto del mondo. Una storia politica della religione,
Torino 1992.
(3)
R. Bellah, The Good Society, Berkeley 1991.
(4)
C.B. Macpherson, Libertà e proprietà alle origini del
pensiero borghese: la teoria dell'individualismo possessivo da Hobbes
a Locke, Milano 1982.
(5)
D. Losurdo, Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio
universale, Torino 1993.
(6)
A. de Tocqueville, La democrazia in America, Milano 1992, pag. 718.
(7)
C. Taylor, op. cit., pag. 7 e segg.
(8)
R. Esposito, La modernità tra politico e impolitico in Logica
e crisi della modernità a cura di C. Galli, Bologna 1991, pag.
160.
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