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Paradigma e simmetrie
Gli antichi parlano di noi, raccontano la nostra vita; la storia si
ripete perché non è storia ma tempo prodotto dagli esseri umani sempre
identici a se stessi e misura di tutte le cose; e i libri di storia
sono «maestri di vita» in quanto insegnano il passato, il presente
e il futuro del rapporto immutabile dell'uomo col tempo, la sua perenne
battaglia di affermazione della vita. Questa è l'unica immortalità
concessa ai mortali. Nell'affrontare la guerra di liberazione del
tempo dai condizionamenti del sacro a vantaggio dell'humanitas,
gli umanisti la pensavano più o meno così.
Oggi che la fine della modernità sovverte (e forse spegne) le categorie
politiche del pensiero occidentale e annuncia un profondo riesame
degli apparati delle istituzioni, non è difficile resuscitare il paradigma
classico del comune sentire in merito alla vita e alla morte della
polis. La crisi dello stato nazionale, il declino della sovranità
classica e del principio di territorialità del potere e degli stessi
principi di cittadinanza e l'affacciarsi di nuovi poteri sovranazionali
e multinazionali riaprono un dibattito sopito da un paio di secoli
in merito alle ragioni stesse del potere e alle regole della convivenza.
Non è dunque difficile in queste circostanze resuscitare le ansie
e il dibattito dei nostri maggiori del XIV secolo. La sequenza: libertà,
dunque democrazia, eccesso di libertà e quindi disordine, lotta incontrollata
delle fazioni e degli interessi, crisi delle istituzioni e rischio
della perdita della libertà, infine tirannide, cesarismo e, per noi
moderni, bonapartismo, può, nelle emozioni del presente, apparire
di facile comprensione e viva attualità. È il paradigma classico che
gli umanisti resuscitarono dall'eloquenza antica e rivissero riadattandolo
in un'epoca di profonde trasformazioni, di disordine sociale, morale
e politico, di annunciazione di un lento declino.
Un declino e ancor più una distruzione, un definitivo abbandono della
struttura più antica del pensiero politico, del mito più profondo
del sentire della modernità: la città o, più correttamente la polis.
Ai moderni gli antichi raccontano esattamente e quasi esclusivamente
questa storia (o perlomeno questa è quella che noi abbiamo letto con
maggiore passione): la fine della città antica e favore della nascita
dell'impero, la fine della democrazia a tutto vantaggio del principato,
dei suoi vasti domini territoriali e di un potere dal volto sacrale
che inghiotte e modella il cittadino.
La filosofia occidentale parla in greco proprio perché la storia del
pensiero comincia, per bocca di Socrate e di Platone, come una riflessione
e una risposta al disastro della polis greca nel V secolo avanti
Cristo. Di più: alla fine del secolo la disfatta di Atene, seguita
dalla condanna e la morte di Socrate a opera della sua città, apre
un conflitto insanabile tra potere e sapere. Da questo punto di vista,
la filosofia di Platone è innanzi tutto una meditazione su questo
scacco, si costituisce non solo come la messa in discussione della
democrazia e dell'esistenza politica, ma anche di un processo di disincanto
(l'illuminismo greco) volto a umanizzare e desacralizzare le istituzioni
della polis. Agli umanisti della rinascenza il pensiero politico
classico parla in latino perché Cicerone certifica la fine della Repubblica
e, morendo per essa, ne traccia un disegno ideale.
Oggi la polis non esiste davvero più (ancorché, al di là dei
sogni filosofici di laboratorio sia mai esistita) e l'uomo inteso
come «animale politico» è probabilmente scomparso dall'orizzonte della
nostra esperienza per rimanere nei luoghi comuni. Semmai oggi pensiamo
a un uomo che fa (o deve fare) politica, pensiamo che una parte
del «nostro» tempo debba essere spesa nella sfera pubblica al servizio
delle istituzioni. Ma le nostre megalopoli, le nostre metropoli e
le nostre città non riflettono in nulla l'esclusiva convivenza della
società urbana antica che costituiva un gradino essenziale, il più
alto, dell'ordine dell'universo. Il villaggio globale verso il quale
ci stiamo avviando per effetto dell'unificazione di tutti i tempi
e di tutte le culture del mondo somiglia assai più a un mare aperto
e senza rotte di orientamento che non a un microcosmo, un universo
compiuto nel quale individuo e collettività si fondono in una sfera
del politico che è socialità in azione e sacralizzazione delle istituzioni
rispetto all'individuo da un lato e all'ordine della natura dall'altro.
Agli albori della modernità però le istituzioni comunali, la loro
prorompente vitalità potevano illudere, soprattutto in Italia, gli
umanisti circa una radicale simmetria tra polis e città, repubblica
romana e istituzione comunale. L'universo ristretto della socialità
urbana, la densità delle relazioni che confondono l'identità individuale
con il senso all'appartenenza poteva illudere circa la stretta contiguità
tra la libertà della patria e la libertas civile e personale.
Soprattutto il reale autogoverno delle comunità in presenza di un
disfacimento dell'impero, poteva facilmente convincere la sottile
fascia degli intellettuali-burocrati, per lo più al soldo diretto
o indiretto delle istituzioni comunali, circa il ruolo delle microstrutture
urbane, delle sue tecnostrutture istituzionali in merito alla possibilità
di fondare i paradigmi teorici della politica.
Così il risultato più immediato nell'esperienza italiana del recupero
dei classici si materializza nell'emergere della dimensione «civile»,
della socialità indisgiungibile dal buon uso delle istituzioni, a
tal punto che davvero la prima modernità è «modernità civile». Il
tutto enfatizzato dalla consapevolezza dell'incombente mutamento e
arretramento per effetto di un tempo politico che è quello della crisi
e della instabilità delle città rinascimentali, una superficie visibile
(un laboratorio appunto) e un presente immediato dell'azione e della
creazione del potere. La partecipazione attiva alla politica è il
risultato di questo presente libero da ogni condizionamento.
Il vir virtutis è innanzitutto libero attore dell'azione politica
e il sapere degli studia si colora progressivamente di impegno
attivo verso la cosa pubblica. «È tempo ormai che tu faccia
scendere la filosofia dalle astruserie della speculazione nelle ardenti
lotte della vita pratica» scriveva Francesco Barbaro «imperocché
non sono felici se non quegli uomini che in mezzo ad un libero popolo
si adoperano per il bene comune e che trattando degnamente i grandi
affari si acquistano fama di sapienza». Sapere e potere stipulano
qui la loro prima alleanza. E, nei fatti, gli umanisti furono nella
gran maggioranza uomini politici di altissimo livello capaci di trasferire
il sapere e la riflessione degli studia nel contesto dell'azione
sociale e di governo. La virtù, per loro, è dignità della politica,
missione civile e ambizione di governo.
Questa classe dirigente dell'Italia quattro-cinquecentesca si trova
ad esercitare il potere in un contesto storico esclusivo rispetto
all'Europa, un contesto nel quale sopravvive la memoria e la pratica
di una attiva partigianeria maturata nell'età feudale e soprattutto
il vivo ricordo dei fermenti popolari del tardo Trecento. Se a ciò
si aggiunge la vitalità economico-sociale e la tradizione delle libertà
cittadine si giunge a una miscela esplosiva che è il segno della instabilità
di ogni quadro politico. In queste condizioni il tentativo di dare
ordine e stabilità alle istituzioni politiche e sociali non poteva
fare riferimento alle vecchie strutture feudali o ai fondamenti teoretici
che le avevano tenute in piedi. Nell'umanesimo civile, la simultaneità
con il mondo classico e la lettura dei testi antichi nel laboratorio
del presente, favorisce e risolve il conflitto tra il tempo urbano
e il tempo sacro narrato nelle Scritture.
L'esperienza degli antichi offre dunque al pensiero politico moderno
i nuovi miti delle origini, dell'affermarsi e addirittura della fine
della società politica. E, ridotto all'osso, il dibattito degli umanisti
italiani, che riempie intere biblioteche e ha suscitato riflessioni
critiche difficilmente censibili per la loro quantità, si organizza
intorno alla dialettica repubblica-principato.
Democrazia, aristocrazia, monarchia e la loro dinamica evoluzione
in demagogia, oligarchia, tirannide, costituirono un punto di riferimento
certo per gli intellettuali delle comunità urbane in via di radicale
riassetto storico. Se si esclude il generale convincimento in merito
alla bontà e alla solidità del sistema politico della Repubblica di
Venezia, le vicende degli Stati della penisola conoscono un complesso
ciclo di tensioni e di endemiche crisi. Così come l'elaborazione politica
classica fu la vivace reazione al declino storico della polis
greca, l'umanesimo civile fu il tentativo estremo di arginare la mutazione
delle libere istituzioni comunali nel sistema della signoria territoriale.
La città del Rinascimento non è tuttavia una città borghese, ma signorile
èil mito della borghesia verrà in parte fondato sull'immaginario
di una città aristocratica fatta di palazzi signorili e di botteghe
artigiane che ne sono la dipendenza. Il principe, la corte e il cortigiano
nascono in questo ambiente urbano che storicamente è ancora da definire:
la città-palazzo, che confonde patrimonio pubblico e privato, servizio
collettivo e proprietà privata, impegno civile e faida familiare.
Segretari di principi, di re, di papi, attivi funzionari delle istituzioni
cittadine, membri della curia e delle cancellerie vissero in presa
diretta e in un laboratorio privilegiato il delicato passaggio dell'Europa
dalla Res pubblica cristiana avvolta i una sfera di potere
universale e sovrannaturale al nuovo potere tutto umano della signoria
territoriale. Dall'impero alla monarchia nazionale, dalla città al
principato. Da un tempo della politica inteso come ricerca di un persistente
equilibrio e rispetto di poteri per sempre costituiti, a una storia
del potere come atto creativo conseguente alla virtù del saggio.
Il Principe di Machiavelli è una riflessione su questo percorso
rapido e drammatico. Probabilmente, solo in virtù di questo contatto
con un presente vissuto, Machiavelli è storico, in quanto testimone
del suo tempo e cioè dello specchio perduto e della nostalgia di «un
buon tempo antico». Solo da questo deludente presente egli può ritornare
a quello profondo e che davvero gli appartiene: la repubblica romana
di Machiavelli-Tito Livio, la creazione del potere di Machiavelli-Borgia.
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Il «caso» Machiavelli: la fondazione
La letteratura critica su Niccolò Machiavelli, al pari di quella relativa
alla quasi totalità degli autori richiamati in vita e interrogati
in questo volume, travalica ormai i confini dell'esperienza del singolo
ricercatore. Tuttavia il richiamo del testo fa giustizia di ogni apparato
critico. Basta accostare il De principatibus per resuscitare
il sentimento fondativo della modernità. Quel breve «ghiribizzo»,
come amò definirlo lo stesso Machiavelli, impone innanzi tutto una
scelta emotiva. Si resta sempre incerti tra il farsi conquistare e
il prendere le distanze. Il pensiero dell'autore è perentorio e supera
ogni incertezza interpretativa.
Si tratta del disagio che molti hanno incontrato nel trovarsi faccia
a faccia con uno dei sogni più vividi e drammatici in merito al costituirsi
del potere. Esso ci appare ancor oggi, perlomeno nella sua vulgata,
come un sogno che, per sfumature successive diviene incubo e che per
la forte natura dei suoi contrasti, per l'immediatezza del racconto
(anche la sua semplicità), ha un che di «popolare», di cosa raccontata,
di sentenze che tagliano il dibattito e non permettono ghirigori interpretativi.
Ma il valore dell'«opuscolo» sta proprio nella provocazione di un
pensiero senza freni, non paludato, che fotografa l'intuizione immediata
e la cristallizza nel testo. Machiavelli spiega tutto, dice tutto,
conclude tutto, cammina controcorrente in un dialogo coi classici
e con gli uomini illustri che è «al nero», incompiuto per molti aspetti
e rovesciato rispetto alla tradizione umanistica.
Il De principatibus andrebbe forse studiato anche alla luce
del tortuoso percorso-conflitto dalla oralità alla scrittura caratteristico
del XV secolo e quindi come prodotto di un meticciato culturale emozionalmente
forte, ricco di tutta l'immediatezza della violenza verbale. Probabilmente
la sua struttura originaria fu proprio un'insieme rapido di notazioni
ad uso della memorizzazione, la costruzione di un aide mémoire
composto in ossequio alla regola della mnemotecnica che vieta di far
«scienza sanza lo ritener lo avere inteso». E neppure
sappiamo se l'Autore ne considerasse definitiva la stesura; scritto
nel 1513, forse come riflessione sulle letture di Tito Livio, fu rapidamente
ultimato nel 1517 con l'aggiunta degli ultimi tre capitoli e della
dedica nella speranza di una reingresso nel personale politico della
Signoria. Da questa prima stesura il passaggio al manuale didattico-pedagogico
deve essere stata obbligata.
Per questo il Principe, trattato del «fai da te»
del potere, all'apparenza spiega tutto, chiarisce tutto, tutto conclude
senza timori e incertezze; è a fruizione immediata e, nella nostra
attuale vulgata, rischia di divenire una sorta di spot pubblicitario
della politica e del potere. Al riguardo non è irrilevante il fatto
che oggi se ne curi una «traduzione» in gergo corrente,
che sia una lettura alla moda per manager (i quali più che
principi son cortigiani) e per i politici emergenti (che sono semplici
apprendisti stregoni). Si tradisce con ciò il percorso intellettuale
dell'autore e il comporsi delle sue emozioni che possono essere interpretate
come luoghi comuni, così come il «realismo» (si
tratta semmai di «naturalismo») del Principe vien
poi confuso con la banale volgarità dell'ignorante arroganza e con
la furbizia spicciola, se non con il cinismo della mediocrità. Non
vi è, invece, nulla di spicciolo e quotidiano nell'immaginazione di
Machiavelli, neppure nelle sue consuetudini, non nelle frequentazioni.
La manovra sul tempo che egli compie con caparbia ostinazione e infantile
abbandono, lo pone al riparo delle volgarità dei mortali. Il suo laboratorio
è lontano mille miglia dai tavoli di osteria, dai salotti e dalle
scrivanie dei potenti.
Nessuno più di Machiavelli ci svela il gioco dell'intellettuale umanista
col testo e con le magie del presente interiore. «Venuta la sera,
mi ritorno in casa» ci confessa «et entro nel mio scrittoio; et in
su l'uscio mi spoglio quella veste contadina, piena di fango e di
loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente
entro nelle antique corti degli antiqui uomini, dove, da loro ricevo
amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio, e che io naqui
per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della
ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono,
e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni
affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi
trasferiscono in loro». È a queste altezze che si situa il laboratorio
alchemico del nostro autore. Questa confessione, quasi in forma di
appassionata preghiera, illumina con immediatezza le virtù sciamaniche
del rapporto col testo e la facoltà dell'immaginazione di manipolare
il tempo del «qui e ora» agli albori della modernità. Solo che la
vita solitaria di Machiavelli, in luogo di produrre uno stato beatifico
dell'animo, attizza un fuoco della mente che non si acquieta. La solitudine
di Machiavelli, che è vero esilio e intollerabile emarginazione, è
la frustrante attesa di un ritorno al mondo e di una libertà dell'azione
che non subisce i condizionamenti dell'autodisciplina morale, non
si piega ai pazienti percorsi educativi dell'educazione umanistica.
Così il silenzio delle «quattro ore» spese nel dialogo con gli antichi
è turbato da un clamore violento e il suo «trasferimento» nelle antiche
corti si trasforma in un compiaciuto processo di completa immedesimazione,
un dialogo istantaneo. Il testo è senza tempo, semplicemente è il
consapevole specchio delle passioni e del loro moto, e lo specchio
al quale Niccolò si mostra impasta il tempo riverberando Machiavelli-Plutarco,
Machiavelli-Tucidide, Machiavelli-Borgia.
Forse è proprio la sostanza del tempo che andrebbe ancora indagata
nell'opera del Fiorentino, una sostanza impalpabile senz'ordine che
si diffonde ovunque, impossibile da dominare eppure istantaneamente
accessibile, presente come l'idea stessa di modernità. Si tratta di
un presente abbagliante, di un dialogo stretto e senza mediazioni
che giunge intatto sino a noi. Un tempo, dunque, senza storia e che
non fa storia, nel quale «le azioni dei grandi uomini»
apprese «con una lunga esperienza delle cose moderne et una
continua lezione delle antique», danzano senza ostacoli tra
passato, presente e futuro. I personaggi e le loro azioni divengono
allora le provette del gioco di laboratorio nel quale il fattore tempo
si assume come una variabile dell'esperimento. In questo gioco «siamo
di fronte a quella che ho definita la «immaginazione»
del Machiavelli: cioè il trasformare l'evento determinato, concreto,
in semplice punto iniziale per salir su, in alto, con la fantasia
creatrice, e scorgere in quell'evento un momento particolare, una
espressione singola di qualcosa che non è particolare, bensì eterno:
«l'agire politico». Un passo oltre questa riflessione
e, riannodando il filo rosso dei rapporti tra tempo e potere, è facile
cogliere quel che è proprio del nostro Autore e della sua opera: lo
sforzo per una appropriazione del tempo cosmico in frode agli dèi,
la sua invasione nell'illusione di un possibile dominio, la confusione
tra società e natura che esaspera l'ambizione umanistica del Rinascimento
intrecciando i rapporti tra scienza e magia. Ogni evento, insomma,
è «qui e ora», rivelato dai testi sacri del passato che
offrono il luogo delle origini; una parabola che è materia viva e
in azione. Questo tempo senza storia che scambia le proprietà di natura
e cultura è il luogo del mito, una temporalità pura del potere che
ne consente la fondazione.
Da queste altezze egli può riflettere sul disinganno della cultura
umanistica e sul ciclo troppo lungo del sentire politico medievale: «molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono
mai visti né conosciuti essere in vero; perché egli è tanto discosto
da come si vive a come si dovrebbe vivere, che colui che lascia quello
che si fa per quello che si dovrebbe fare impara piuttosto la ruina
che la preservazione sua». «Ruina» e «preservazione», sopravvivenza
ed estinzione, che sono la posta del gioco di Machiavelli, non sono,
al di là delle metafore, i segmenti di un ciclo vitale, di un corso
lineare o circolare del tempo. Appaiono piuttosto presenze immanenti
che si agitano perennemente nella lotta per escludersi. Anzi questa
lotta che si compie in un eterno presente, è il segreto e la ragione
della vita e la guerra ne diviene la più convincente metafora. Che
poi questa guerra sia quella suscitata dalle passioni tra gli uomini
per la conquista degli imperi o quella promossa degli umori della
natura per fronteggiare la malattia e la morte del corpo, ciò dipende
solo dai campi semantici (la storia politica o la medicina) dai quali
la metafora viene assunta. La sostanza è che il tempo è l'immobile
scena sulla quale recitano il loro dramma il caso e la necessità.
Il mito delle origini allora non ha più maschera, il tempo antico
coincide con il tempo individuale dell'avvenimento istantaneo, dichiaratamente
politico perché individualmente affrontato, e solo il potere lo costituisce
e lo rende identificabile: la Repubblica romana, la città di Firenze,
l'Italia futura, al pari dei personaggi che gettano le loro ombre
possenti sulle pagine di Machiavelli, narrano da sé sia la loro fondazione,
sia il loro destino; è il miracolo del potere, un miracolo umano perché
naturale, sempre replicabile per effetto della narrazione.
Così, dall'alambicco, esce un prototipo di uomo meno apollineo di
quello progettato dagli umanisti, ma altrettanto possente e forse
più vero. Si tratta di un protagonista che trae vita dal diretto contatto
con la temporalità pura del potere e della politica e che, per esistere,
è costretto a ripetere di continuo l'esperimento dal quale ha tratto
la sua origine. Per questo, e forse non per altro, il Principe
è sempre nuovo, sempre ovvio, sempre inquietante e insoddisfacente:
camminando per la vie del mondo e del tempo, di rado trasmette il
clima e la tensioni di quelle «quattro ore» di laboratorio di cui
è il prodotto.
Machiavelli è davvero moderno perché celebra il mito delle origini
privilegiando il «nuovo» (la conquista «qui e ora»), non il passato
o il futuro. La fondazione e la conquista infatti si esauriscono e
si spiegano in sé, non fanno «storia» così come non la fanno i principati
ereditari e quelli ecclesiastici, che non interessano all'Autore come
tutte le forme che il tempo storico ha cristallizzato in reperti fossili.
Il prodotto vero della natura, quello che vive nel tempo dell'eterno
presente, patisce i sussulti del conflitto cosmico: nasce prodotto
dalla forza, sopravvive o muore perché soggetto alla stessa forza
che lo ha generato.
È vero: il tempo umano si confronta con il flusso incontenibile del
destino, ma ormai il tempo profano non è un sottoprodotto del disegno
provvidenziale (che non c'è più), è di una qualità altrettanto forte
e lo incalza, lo giustifica; è una temporalità resa viva e onnivora
da quella libertà già consacrata da Pico della Mirandola nell'Orazione
sulla dignità dell'uomo che definisce l'humanitas. Si tratta
di una libertà assoluta e di un tempo assoluto, l'unico che ci è consentito
di vivere. Il potere è qui e ora come contenuto e motore del nostro
tempo; si legittima da sé e non abbisogna che di autoconsacrazione.
Perciò quel che Machiavelli intende narrare è l'azione del conquistare,
l'atto e le ragioni della fondazione: il principe dunque, perché il
principe è il creatore del potere, l'organizzatore della massa informe
del tempo e degli eventi. In questo senso, il principato diviene un'opera
d'arte, la politica estetica, il sapere politico autoreferente, la
storia mitologia, la scienza politica produzione di miti. E, da questo
punto di vista, l'azione del principe, che é la costruzione del dominio,
ha il solo fine di essere narrata, perché la narrazione (o il tempo
virtuale della storia come intrecciarsi disordinato degli eventi)
è il territorio smisurato della capacità di manovrare il tempo propria
della modernità.
Cosa scopre Niccolò nel suo presente dilatato, nella sua contemporaneità
con il mondo classico? Cosa vede allo specchio deformante della sua
essenziale tecnologia fatta di carta, scrittura e lettura che libera
e poi materializza l'immaginazione? Quel che «deve» vedere:
il tragico, l'unità di azione, di tempo e di luogo su una scena dominata
da forze incontrollabili, la celebrazione del dramma delle origini.
Per lui l'uomo, abitatore del tempo, è sempre uguale a se stesso,
è dominato dal destino che sta oltre i confini della cultura e della
natura; il tempo del principe è a una sola dimensione. La modernità
di Machiavelli porta dunque il segno del tragico, di un continuo ed
esclusivo scambio e confronto tra virtù e fortuna, tra gloria e oscurità,
tra potere e schiavitù in un tempo che non ha datazione possibile.
Qui, faccia a faccia con il luogo delle origini, onore, gloria, dignità
e grandezza d'animo, non sono il sapiente distillato della cultura
sedimentata nelle ere del pensiero, ma una essenza forte e primordiale
che è il gioco di addomesticazione, seduzione e inganno degli uomini
nei confronti degli dèi per carpirne il segreto e trionfare su di
loro. Un gioco sempre tentato all'origine dei tempi e del quale le
leggende e i miti celebrano tutti i gloriosi misfatti, le astuzie
e le ammirevoli scelleratezze. In questo senso il Principe, al pari
del vir vitutis, è l'eroe primordiale della modernità che cancella
il ricordo di Orlando, Sigfrido, Tristano e si incarica di creare
gli dèi della mitologia politica europea.
Come in ogni fondazione mitologica, il tentativo di una appropriazione
del tempo cosmico pone a rischio chi officia il rito: solo a lui è
dato conoscere il limite estremo del potere, tutta la sua forza e
tutto il suo mistero. Noi moderni, usciti dai laboratori del pensiero
politico del secolo XV e sempre capaci di riviverne il magico clima,
definiamo «realismo» ciò che è indicibile dell'uomo e che lo fa sempre
uguale a se stesso. Nei fatti però, il Principe è innanzitutto
il risultato della contemplazione che Machiavelli fa del tempo di
fronte allo specchio della sua coscienza. Qui il futuro è solo nell'imitazione
del passato e questo passato consente un viaggio solo dal presente
al presente.
Nel primo dei Discorsi Machiavelli disvela il suo intento e
la sua offerta al lettore: l'Autore vuole convincere i suoi contemporanei
della necessità di estendere, anche alla politica, l'imitazione degli
antichi. Gli esseri umani, secondo Machiavelli, si limitano ad osservare
la scena del passato senza cogliere che essa parla di loro, il tempo
narrato è uno specchio fatto delle loro stesse emozioni, del loro
esistere, perché questi predatori del tempo in nulla sono mutati.
Il segreto della modernità si disvela in questa consapevole domesticazione
del tempo in virtù della quale, a partire dal presente, «gli è facil
cosa, a chi esamina con diligenza le cose passate, prevedere in ogni
repubblica le future e farvi quegli rimedi che dagli antichi sono
stati usati; o, non ne trovando degli usati, pensarne de' nuovi, per
la similitudine degli accidenti». Non esistono epoche felici, «perché
il mondo fu sempre ad un modo habitato da huomini che hanno avute
sempre le medesime passioni»: non vi è alcun solco che separi un passato
luminoso da un presente di barbarie. Sono dunque i moderni che popolano
il mondo, sono loro che dialogano con il passato; loro vivono nel
territorio smisurato dell'esperienza, solo loro, infine, si confrontano
con il moto del tempo e le sue fluttuazioni istantanee. Insomma, è
il presente che genera il passato e questo passato a sua volta, ritornato
nel luogo della modernità, illumina il futuro. Un gioco di specchi
e, al tempo stesso, un gioco col potere.
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Eroi, dèi, profeti e profezie della
modernità
Il viaggio dal presente al presente che abbiamo seguito fin qui, spiega
l'illusione della simultaneità propria del tempo umanistico, già moderno,
e del processo magico di immedesimazione che vi si consuma.
A partire dalla vita solitaria, proposta da Petrarca come fuga nel
presente interiore, abbiamo incontrato il «luogo delle origini», quello
della creazione che appunto chiamiamo «rinascita». In questo luogo
la qualità del tempo qui è, per sua natura, tutta politica, poiché
è su questo presente-eternità che lavora l'immaginazione fondando
i miti di potere ordinatori del tempo e del mondo. Entrati nel laboratorio
degli umanisti, ci siamo accorti che, a partire dal XIV secolo, il
tempo personale e interiore è fatto di un dialogo con gli archivi
della memoria e della cultura così intenso da liberare l'immaginazione
e le passioni. Così osservato l'uomo moderno è frutto di un tempo
artificiale e della solitudine del presente, ma proprio per questo
dotato del potere di governare il tempo, percorrerlo, addomesticarlo.
E Machiavelli ha rivelato il gioco di specchi che si realizza tra
tempo e cultura, un gioco di potere: il tempo, privilegiando il «qui
e ora», assorbe tutta l'esperienza storica, si riflette istantaneamente
su se stesso e allora non vi è più distanza tra passato e futuro.
Il tempo delle origini, raggiunto continuamente dalla cultura, consente
infine di costruire, nell'immaginario e in laboratorio, le cosmogonie
che fanno della politica la passione dominante della modernità e realizzano
quel patto tra potere e sapere che si chiama Europa.
E tuttavia la narrazione mitologica che principia dal presente interiore,
non è relativa alle forze ignote della natura e non intende dare un
volto ai silenzi della terra, dei cieli, delle acque e dei boschi.
Non cerca conciliazioni tra l'uomo e il mondo. Al contrario, propone
il dominio dell'uomo sul mondo e anzi la sua stessa creazione del
mondo narrando una teogonia rovesciata. Assistiamo così a una prodigiosa
sequenza: innanzi tutto la centralità dell'uomo nella narrazione mitologica,
poi ancora la centralità dell'uomo che deve narrare di sè, uno specchio
che crea illusione e moltiplica le rappresentazioni e infine il libro,
la scrittura e la lettura che realizzano artifici e moltiplicano le
realtà virtuali. Un cerchio vizioso e virtuoso insieme, sicuramente
magico.
Nella narrazione cosmogonica dalla modernità l'uomo produce i suoi
eroi (il principe, il cortigiano, il suddito, il cittadino, l'intellettuale
militante, e così via) e questi creano gli dèi (la sovranità,
il leviatano, la volontà generale, la nazione, il partito guida, ecc.).
Questi dèi, a loro volta illuminano folle di profeti ai quali è affidato
il compito di evangelizzare il sentire politico. In questo senso il
sentire politico della modernità è un processo di sacralizzazione
e di rimpatrio più o meno forzato verso il luogo delle origini e verso
un Olimpo di eroi, dèi e profeti. Un Olimpo tuttavia in costante crescita
demografica, in continua tensione e costantemente minacciato da sfratti
ed eresie. Infatti condannata alla continua ricerca delle sue origini
e di conseguenza alla continua progettazione del passato e del futuro,
mossa dall'ambizione di dominare il tempo che essa stessa produce,
la cultura della modernità è costretta anche a occuparlo e farne il
teatro di guerre titaniche per la fondazione del potere.
Protagonista del processo storico in quanto produttore di molteplici
dimensioni del tempo, l'uomo europeo continua così a definirsi e a
ridefinirsi in funzione dei modelli che elabora in questi progetti.
Prende allora il via una antropologia politica in costante movimento
che modella e inventa la figure sociali dominanti, tende a definire
l'essere umano in funzione delle tecnologie del potere di cui il presente
dispone e a proiettarlo nel futuro per effetto delle tecnologie educative.
Intorno a questo immaginario deontologico (a questo dover essere di
un uomo che non c'è) si orienta la speculazione politica della modernità
che progetta immagini della società passata e inventa modelli di società
futura.
Oggi possediamo una discreta conoscenza, persino una tipologia, delle
figure sociali della società occidentale, ma per quanto attiene alla
antropologia politica della modernità (XV-XX secolo) una sequenza
possibile può essere la seguente: principe e cortigiano
nel XV secolo, sovrano e suddito, poi suddito-sovrano
nel Seicento, filosofo-cittadino e cittadino-rivoluzione
nel secolo dei Lumi, e più in là cittadino-militante, uomo
politico, intellettuale militante; ed eccoci giunti all'uomo
massa, il nostro compagno di strada del XX secolo. Questa sequenza,
in movimento e in successione, disarticola e seppellisce il quadro
sociale dell'immaginario politico medievale e quello della bimillenaria
cultura indoeuropea: la società tripartita di ordini funzionali, prete,
guerriero, contadino. Lo statuto dell'uomo politico della modernità
coincide con questo tortuoso percorso di progettazione antropologica.
Cerchiamo di illuminarlo appena a partire dalle sue più visibili origini:
i primi due decenni del XVI secolo nei quali si assiste alla nascita
degli eroi della prima modernità.
In pochi, pochissimi anni succede tutto. Il Principe (1513),
l'abitatore «dell'isola che non c'è» (l'Utopia
di Thomas More data al 1516), il Cortegiano (l'opera di Castiglione
è del 1518) prendono vita ed entrano in scena contemporaneamente.
Il tempo provvidenziale e arcaico della cultura barbarico-medievale
si dissolve per far posto a questi nuovi attori.
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Il Principe
Già lo conosciamo: metà leone e metà volpe, è un animale delle foreste,
un solitario predatore del tempo, lavora per sé. Il suo premio-condanna
è di battersi contro il destino, sempre e ovunque. Incalzato dal suo
demone, ha perso memoria della condizione di guerriero dalla quale
proviene. Artù, Sigfrido, Orlando, Tristano non sono principi, sono
guerrieri; il loro compito sofferto è quello di tutelare l'ordine
non di crearlo e per loro l'eroismo non ha nulla di prometeico, è
una professione, coincide con l'essere fedeli a se stessi, al dovere
della subordinazione all'ordine costituitosi in base al disegno provvidenziale.
Guerrieri, eroi e non mercenari, questi fantasmi dell'immaginario
europeo giungono da molto lontano: trasmigrano da Omero, attraverso
Virgilio, nell'epopea germanica e nell'epica medioevale, perdono progressivamente
contatto con la loro funzione di origine, il dominio e la guida militare,
per realizzare una nuova funzione sociale nobilmente subordinata:
l'eroe-cavaliere. Il passaggio dal guerriero della società indoeuropea
(ma anche selvaggia) al cavaliere dell'Occidente medioevale consiste
in questo percorso di subordinazione e dedizione, che è lontananza
dagli dèi (mentre gli eroi arcaici intrattengono rapporti diretti
con l'Olimpo e ad essi sono «congiunti») ma vicinanza agli uomini;
il processo di umanizzazione si compie in virtù del servizio reso
ad una fede nell'uomo cristiano, nel principe pio e defensor fidei.
Non vi è insomma eroe senza divinità che lo contrassegni, come non
vi è cavaliere senza re.
Il «Principe» non partecipa a questa tradizione della cultura occidentale
produttrice di eroi e cavalieri, guerrieri e aristocratici, anzi ne
costituisce uno strappo, più che una discontinuità è una provocazione.
La virtù dell'eroe-cavaliere medievale è la nobiltà d'animo, la conformità,
talvolta tragica, al suo destino (sostenere un casato o una famiglia,
un popolo o un ordine sociale, una fede e morire per essi), la sua
violenza non è aggressiva ma difensiva, e il suo compito è tutelare
non creare, riconquistare (che è poi lo spirito della Crociata), non
conquistare. Insomma, far trionfare la giustizia non affermare il
potere, perché il sentimento della giustizia è aspettativa del ripristino
di un ordine violato, ricerca di stabilità e conservazione. Il tempo
tragico della loro vita conferma la subordinazione del tempus
all'aevum che consuma il primo lo assorbe, lo redime. Infine,
l'eroe-cavaliere della cultura medioevale è un simbolo collettivo
e non il prodotto di un laboratorio alchemico, e per questo è il meglio
della specie, il prodotto più felice della natura: bello e buono,
capace di vigilare sul suo corpo come sui suoi sentimenti; pur fatto
di violenza, sangue e carne, è una santità laica al servizio del bene
e del giusto.
Il principe di Machiavelli non ha corpo e la sua forza è organizzazione
della violenza, intelligenza gestionale si potrebbe dire; se è al
servizio di qualcuno questi è il potere che si materializza nella
creazione del principato, una unità territoriale soggetta all'arbitrio
di una giustizia strumento del dominio. La sua recalcitrante subordinazione
è verso il destino, ma il suo obbiettivo vero è quello di ingannare
anche la sorte, frodare gli dèi. A metà strada tra il condottiero
di ventura e il tiranno, tra l'uomo di stato e il Cesare (sovvertitore
della repubblica), il Principe rompe con la tradizione della cultura
medievale e riflette le luci di un lontano pianeta.
Questa è la frattura della modernità che si consuma nell'invenzione
di un nuovo modello di uomo: il politico, l'uomo politico. Il potere
allora invade la socialità, ne cambia la sostanza ed è la seconda
ad assumere il volto del primo. In un certo senso, da questo momento
in poi tutto il corso del sentire politico della modernità è un intreccio «machiavellico» (è il caso di dirlo) tra socialità e potere, un dialogo
e un dibattito che progressivamente fa del potere la ragione stessa
della socialità. Il percorso del pensiero politico dal principe al
cittadino si può raccontare come il turbato riflesso della coscienza
dell'«uomo politico». Questo nuovo attore vive in un rapporto esclusivo
con il potere, è uno stratega del gioco dei potenti e un consapevole
manipolatore di uomini, il suo futuro, l'idea guida della sua azione,
non è il casato o la dinastia, ma l'impegno immediato nella conquista
del potere personale: una strategia che deve pagare subito, una tattica
a breve studiata in relazione agli eventi. Il tempo interiore e della
cultura individuale assume ora una nuova consistenza, diviene potere,
territorio di dominio da parte dell'uomo.
Qual è il tempo del principe? Un presente fluttuante e incombente.
Il clima nel laboratorio di Machiavelli è quello del precario, dell'effimero,
di un ordine tanto momentaneo da essere continuamente a rischio di «ruina» e dissoluzione. Il conflitto del tempo del principe con l'altro
tempo, quello degli eventi, come abbiamo visto, è obbligato; un conflitto
istantaneo il cui esito finale, in certo senso, non rileva. La «dignità
dell'uomo», nel pensiero di Machiavelli, si manifesta sul terreno
essenziale dell'esistenza, quello più trasparente e universale, a
tutti percepibile: l'affermazione non della vita in sé, ma della sua
necessaria espansione creativa. Il tempo del principe è lo specchio
del perenne disordine di tutte le forze, note e ignote, che muovono
il mondo e ne fanno un plasma denso di potere.
Per questa radicale intuizione di un tempo e di uno spazio puri della
politica, la figura del principe costruita da Machiavelli rimane isolata,
appare come una comparsa rapida e fuggevole, non domina, non si insedia
stabilmente nella cultura e nell'immaginario politico europeo, semmai
è destinata a vivere nella coscienza, una cattiva coscienza.
Il Principe è l'espressione di circostanze storiche particolari
e in certo senso marginali, il risultato di sconfitte più che di vittorie.
Riflette il dramma di un paese in ritirata rispetto al suo tempo:
la confusione disgregatrice della nebulosa italiana, un intricato
mondo di relazioni tra famiglie e città in agitata mutazione, il declino
della meteora politica di Firenze, una galassia di poteri in frantumi
più alla continua ricerca delle ragioni di identità e supremazia che
non di quelle dell'unità, la vocazione a darsi scacco e a parlar di
politica più che farne un positivo strumento della socialità. Insomma
il «caso italiano» di sempre.
Per la verità i grandi sovrani del tempo (Carlo V e Francesco I, Filippo
II e Enrico II), i veri attori della mutazione europea che si realizza
con la vasta monarchia territoriale, sono uomini legati a una cultura
più aulica e all'apparenza meno pragmatica. Certo partecipano al clima
della modernità e sono moderni, ma celano le fratture e sfuggono alle
provocazioni; vivono o rivivono nella pratica della tradizione e fanno
appello ad antichi valori: la fede, l'unità mistica della corona e
del regno, la tutela e le libertà dei popoli . Il loro immaginario
è fatto di ampie campagne e non di città, di popoli e non di famiglie;
la loro scienza del potere è il duro mestiere dei re, la responsabilità
verso la dinastia, la fedeltà al mandato familiare, il dovere verso
una infinita progenie che si alimenta con le accorte politiche matrimoniali.
Il tempo in cui questi attori sono immersi, la loro scena, è denso
e non a una dimensione, è esteso sull'arco delle generazioni, sui
tempi lunghi del disegno provvidenziale; i sovrani di antico regime
sono servitori della fede, del lignaggio, dei popoli, non del potere
e la loro giustizia è mediazione paterna tra i corpi molteplici del
sociale, la loro autorità è prestigio. Vi è, ad esempio, in autori
come Bodin, un senso della complessità e del collettivo che sospinge
il pensiero politico oltre gli angusti confini della signoria verso
le dimensioni dello Stato e oltre il solitario confronto del principe
con il suo personale destino verso le grandi responsabilità delle
mediazioni di una società articolata e in movimento. Per questo, ad
esempio, in Bodin più che in Machiavelli il potere si materializzerà
con una forza e una concentrazione mai vista: la sovranità. Il tempo
della politica muta allora e si dilata ben oltre i confini dell'individuo,
della singola personalità. La sovranità diverrà, non l'atto creativo
della conquista e della fondazione, ma un mito possente e oscuro dell'essere
stesso del sociale, l'ordine stesso del tempo che conferisce sacralità
e perennità al potere. Gli eroi del Rinascimento, i principi creatori
dei veri Stati moderni, diverranno allora gli dèi del Grand siècle:
il monarca assoluto e il Leviatano. Intorno a loro ruoteranno nuovi
eroi: i cortigiani.
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Il cortigiano
E il cortigiano? Anche qui una evidente frattura con il passato e
un esordio, il punto di partenza di una linea destinata ad attraversare
la modernità. Non è un caso che proprio in questi anni di revisione
e di distanziamento, di rimessa in discussione delle mitologie del
cittadino e del progresso, di amare denuncie delle fragilità della
democrazie, un vivo interesse abbia riportato in vita la corte e il
cortigiano, nobilitandone il ruolo e l'essenziale funzione nel processo
di incivilimento. Oggi che si conoscono (e si denunciano) le alchimie
dei gruppi di pressione, i luoghi chiusi del potere, le tortuose ed
esclusive logiche del palazzo, il cortigiano e il suo habitat,
promettono di disvelare qualche altro segreto della modernità e del «nostro» tempo.
Il cortigiano è l'abitatore di uno spazio e di un tempo chiusi, artificiali,
costruiti da nuove tecnologie del potere, quelli della corte-palazzo.
Il castello di Urbino è un luogo irreale, semplicemente magico: basta
leggerne la descrizione. È sito in un luogo che «di tanto ha avuto
il cielo favorevole che intorno il paese è fertilissimo e pien di
frutti, di modo che oltre alla salubrità dell'aere, si ha abbundantissima
di ogni cosa che fa mestieri per lo vivere umano»; il castello, «il
più bello che in tutta Italia si ritrovi» è dotato di tali e tanti
servizi che «non un palazzo, ma una città in forma di palazzo esser
pareva», ripiena di ogni ricchezza in opere d'arte, arredi, piacevoli
comodità. Il castello di Urbino è un regno delle fate o del bengodi
(diverso tuttavia, radicalmente diverso dall'abbazia di Thelème di
Rabelais) , il paradiso delle forme e dei modi alternativo al paese
di Cuccagna , il luogo magico dove si socializza il tempo interiore
dell'intelligenza. Gli abitatori di questo spazio non agiscono, non
si muovono, semplicemente parlano, dialogano. Il Cortegiano
è già teatro, rappresentazione pubblica, spettacolo e sceneggiatura
del vivere quotidiano.
Dall'opera di Baldassar Castiglione, proposta appunto in forma di
dialogo, emerge un quadro impressionante: il vero cortigiano deve
saper leggere, scrivere (latino e greco compresi); letterato e dicitore,
conversatore, rimatore e retore, il cortigiano deve educare il corpo
alla perfezione nell'uso delle armi, del cavalcare, del danzare e
il suo muoversi, armonioso quanto possente, si accompagna ad una socialità
controllata ed esclusiva nel rapporto con i suoi pari e con il principe.
Clientela, parentela, domesticità che fanno la socialità della civiltà
tradizionale, scompaiono e sembrano frantumarsi. Il cortigiano non
è un nobile, semmai è un aristocratico, un essere migliore e superiore
a chi lo ha preceduto; la sua immedesimazione non è con il casato
o nel rispetto della tradizione famigliare. Al contrario il cortigiano
non ha storia ed è lui ad assumersi la responsabilità del futuro della
sua progenie, lui che la fonda e ne detta il motto, ne inventa le
radici, la storia, la tradizione, le incombenze future. La sua identità
risiede in una cultura professionale, le sue lealtà vanno tutte alle
regole dell'ambiente che lo circonda e che per suo tramite si riproduce.
Il cortigiano deve saper amare e il commercio dei suoi sentimenti
deve essere misurato fondato sulla distanza interiore tra sé e la
voluta rappresentazione di sé, tra il suo essere e il modello irraggiungibile
che egli stesso si propone. La corte non è fatta per il cortigiano,
è vero il contrario: la costruzione di questa inattesa architettura
del sociale, la corte, produce una nuova figura, un meccanismo composto
di complessi e più o meno coordinati frantumi di cultura. Qui il tempo
del principe, agitato dalla marea degli eventi, si spegne e si trasforma
in un quotidiano confronto tra la qualità del tempo interiore e il
tempo quantitativo del sociale già tutto umanizzato, scandito dai
riti che celebrano il potere.
Il problema di questo attore è conquistare la scena, occupare il tempo
di un nuovo ordine non solo sociale, ma politico: quello delle relazioni
di potere. Mediante un processo repressivo e creativo al tempo stesso
l'antropologia politica del Rinascimento produce col Cortegiano
un modello del tutto nuovo: l'aristocratico che sostituisce il nobile-guerriero.
Consigliere discreto del principe e non braccio armato della regalità
e della fede che la sostiene, il nuovo eroe è semplicemente un «aristocratico»,
non ha nulla di tragico, al contrario è, all'apparenza, un personaggio
solare, apollineo, solo è un dissimulatore. Il suo tempo è doppio
e, davvero, è uno specchio. Fine psicologo, manipolatore della sua
coscienza e di quella del principe è già un consigliere, un depositario
di ansie e segreti (un «segretario di Stato») che sa distinguersi
dal comune mortale per la sua autoosservazione, una comprovata capacità
di condizionarsi, il suo alto grado di «sprezzatura». «Sprezzatura» è distanza, autocontrollo, capacità di osservarsi e,
in fondo, di nutrirsi di sé, di vivere ai confini della vita mortale,
là dove le esperienze umane sembrano tramutarsi in atteggiamenti e «mode», dove la cultura offre un continuo specchio, produttore di
immagini che sono maschere e dove l'assenza di passioni consente di
vestirle senza imbarazzo. Ma «sprezzatura» è anche etica professionale.
Saper essere cortigiano finirà presto per coincidere con il saper
essere uomo di mondo e nel mondo; essere uomo di corte diverrà sinonimo
di essere uomo alla moda e cioè di moda, conoscitore di ciò che è
moderno perché presente; ed essere nel mondo, cioè a corte, sarà il
vero marchio dell'uomo di potere capace di vivere il mestiere delle
affaires e di praticare la socialità come impegno politico,
dedizione e partecipazione al potere.
Da quale alambicco esce questo nuovo attore della modernità? E di
quale processo di distillazione del tempo è figlio? Di nuove densità
del presente e, per certi aspetti, di un rapporto più diretto e coinvolgente
con esso, meno magico più disincantato.
Il Cortegiano annuncia il trionfo e, al tempo stesso, la sconfitta
del principe. Storicamente è il figlio della sconfitta della rissosa
comunità urbana, della scomparsa delle sue faticose libertà, del sorgere
di un potere dotato di forza centripeta e soverchiante che, se non
è rassicurante, sicuramente è protettiva. Culturalmente, però, è il
prodotto finito del nuovo laboratorio della modernità, il vero figlio
naturale dei moderni che non accettano paternità, che hanno trionfato
sugli antichi e che, rinati, preparano il loro Eden, la nuova età
dell'oro, anzi già la celebrano e la vivono. Questo nuovo laboratorio,
che non consente la vita solitaria, ma solo la solitudine, è la corte.
La civiltà di corte è un particolare modello di socialità urbana che
diverrà nell'arco di due secoli il laboratorio delle alte tecnologie
del potere e del più sofisticato sentire politico europeo. Paradiso
artificiale progettato e costruito per celebrare gli antichi e far
trionfare su di loro i moderni, la corte è la realtà dell'immaginario
che si compiace a tal punto del presente da sfidare il passato e il
futuro. E, da questo punto di vista, la corte (e il «far la corte»)
è il modo di essere e fa la moda del tempo già tutto
umanizzato, misurabile per effetto della sua velocità, ne definisce
il ritmo effimero, mutevole e capriccioso, al di là dei rigidi calendari
cerimoniali. In questa storia al presente, corte e cortigiano realizzano
il loro gioco di specchi: è la corte che si piega al cortigiano, lo
avvolge e su di lui si modella; il cortigiano, a sua volta, riproduce
nell'istante del suo comportamento, con la tecnica teatrale della
simulazione, le condizioni di sopravvivenza di una società chiusa,
appagata della sua immagine. Gracian, sul finire del secolo, ritoccherà
il prototipo di Castiglione e Saint Simon, più di un secolo dopo,
ne celebrerà il definitivo trionfo, ma il cortigiano è già tutto qui
nel programma di Castiglione.
Anche le radici della genealogia del cortigiano, come quelle del principe,
affondano nel seme del vir vitutis progettato dagli umanisti,
ma la parentela risulta lontana e sbiadita. Per il cortigiano la cultura
non è ricerca appassionata e magico confronto con il presente interiore,
ma un leggero vestito; la disciplina non è forza morale che ordina
e mitiga le passioni, ma condizionamento alle buone maniere. La «sprezzatura» e la dissimulazione non solo occultano i violenti giochi del principe,
ma li spengono e la strategia della conquista diviene tattica delle
relazioni interpersonali, far carriera, arrivare più in su, non dominare.
Dal principe però il cortigiano eredita ed enfatizza il pragmatismo
e, per così dire, la manualità. Anche per lui il potere è «qui e ora»,
ma è già costituito e non necessita di spiegazioni né di azioni prometeiche.
Al di là delle formule di governo, della sofisticazione delle dottrine,
il potere si manifesta agli occhi del cortigiano come una presenza
immanente e come un tessuto di processi e percorsi burocratici dei
quali occorre appropriarsi e che, una volta appresi, attraggono in
una magica sfera. Così il tragico conflitto con l'inconoscibilità
del destino, il gioco in fondo sado-masochistico con una fortuna-femmina
da sedurre e dominare è già finito e risolto. Questo «eroe» della
modernità è entrato nell'Olimpo dove il tempo è solo quello del potere;
un «satellite di Giove» costretto a ruotare in orbite visibili (cerimonie,
riti, spettacoli) e invisibili (intrighi, cabales, solidarietà clandestine)
intorno alla realtà (ma più spesso all'immaginario) del principe.
Cosicché, il gioco col potere è vieppiù sottile e dissimulato, si
manifesta in un meccanismo di subordinazione-appropriazione degno
delle astuzie della volpe e delle capacità mimetiche del serpente,
non della forza del leone. Per queste sue doti camaleontiche, o di
adattamento ambientale, la presenza del cortigiano sulla scena della
modernità, non solo è centrale, ma va assai oltre il sentire assolutista,
che ne ha fissato il canone, per arrivare sino a noi, nei corridoi
dei palazzi divenuti fortezze dell'egoismo e dell'arroganza. Il cortigiano
mette a profitto un patrimonio di cui l'uomo della modernità dispone
in vasta misura: quell'egoismo possessivo e quella pochezza delle
ambizioni che chiamiamo «meschinità».
Certo il Cortegiano di Castiglione non svela ancore il gioco
delle corti seicentesche, però lo lascia intuire. Dalla minuziosa
quanto esasperante ricerca delle qualità del cortigiano, compiuta
dai personaggi del dialogo che si snoda nell'opera, si coglie che
in fondo l'architettura antropologica del nuovo attore è un non finito,
che il progetto è aperto a continui abbellimenti.
Qual è allora il tempo del cortigiano? Sul piano sociologico, e cioè
inteso come simbolo del rapporto tra gruppi di individui in relazione
al mutarsi stesso di questi rapporti, è un tempo già tutto organizzato
tecnologicamente dai calendari cerimoniali e dai riti della corte
(i nostri dialoganti si incontrano ad ore prestabilite e programmate
per celebrare le loro conversazioni), e un tempo artificiale e addomesticato.
Sul piano della coscienza interiore è invece un tempo al futuro, quello
della consapevole progettazione in vista di ogni possibile mutamento.
La riflessione, il volontario condizionamento al sociale e la contemporanea
costruzione delle regole di comportamento che modificano le relazioni
stesse, spezzano i confini della contemplazione del presente e aprono
il tempo interiore a nuove dimensioni. Nella sua più profonda realtà
la «sprezzatura» è calcolo individuale e strategia personale di mantenere
il ruolo; la solitudine allora non è più un luogo della coscienza
(un bosco, la cima di un monte, la riva di un oceano, uno scrittoio
pieno di libri parlanti), ma un tempo e una condizione della politica.
Così, con il Cortegiano, il tempo interiore diviene il canone
dell'uomo moderno e la «vita solitaria» (la riflessione e l'autocontrollo
sino alla dissimulazione; la nevrosi oggi si potrebbe dire) diviene
condizione e premessa della socialità; la socialità infine si traduce
in «impegno politico». Il tempo della politica si articola e si dilata
rispetto a quello immediato del principe machiavelliano; nel confronto
tra corte e cortigiani appare la dimensione della partecipazione
al potere, che è il tempo speso nella artificiosa atmosfera del palazzo,
nel suo calendario di rigidi orari, di riti e prestazioni che consentono
di «far la corte» e cioè di far politica, di dare precetti al principe,
di consigliarlo, costruire cabales, gruppi di pressione. È
la socialità ora ad invadere il potere, non altrimenti. Un tempo politico
denso e complesso al quale neppure il principe si può sottrarre. Il
principe infatti è il miglior cortigiano, il suo modello, l'amministratore
e la vittima della nuova dimensione del tempo.
Il rovescio di questa socializzazione forzata della politica e del
potere è la rivendicazione della trasparenza, di un insieme di rapporti
limpidi, di un mondo alla rovescia nel quale le catene d'oro del cortigiano
appaiano davvero per quelle che sono, il simbolo della schiavitù.
Il mito del castello incantato divenuto un presente-spettacolo, produce
da se un nuovo eroe della modernità sinora nascosto e scoperto a mille
miglia da ogni terra abitata.
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E labitante dellisola che non cè?
Dal castello di Urbino la scena si trasferisce alle buone città del
Plat pays: Bruges, Bruxelles, Anversa. Utopia di Thomas
More non nasce dalle conversazioni di eroi della galanteria nelle
pause del cerimoniale di corte, ma nel giardino di una casa borghese
di Anversa. Una tavola imbandita, tre commensali e un narratore: Itlodeo.
Itlodeo è un marinaio che ha percosso tutti i mari ed è approdato
all'isola di Utopia, un'isola che non c'è.
Questo lembo di terra infatti non sta in nessun luogo e il suo abitante
è un uomo «al condizionale» nel senso che potrebbe anche esserci se
volessimo vederlo e, per un attimo, c'è davvero se si accetta di entrare
nel gioco di More. È un contadino che non ha terra ma i cui frutti
impossibili, ciò non di meno, lo appagano e lo nutrono; è un cittadino
che non ha città, un suddito senza sovrano. Vive in un'isola al riparo
del tempo e della sua triste consumazione perché in Utopia
il tempo non passa mai: è sempre lì, pagina dopo pagina a illuderci
di coglierne il mistero. L'isola di Utopia, isola della ragione
e della tolleranza (ma anche dell'ironia e del gioco), sta in un tempo
immobile a mille miglia oltre l'orizzonte. Laggiù il mondo pare rovesciato
in un presente assente, una realtà irreale, un «altrove» nostalgico,
una alterità senza identificazione. I paradossi si snodano: Amauroto,
la capitale dell'isola, è una città fantasma; il suo fiume, Anidri,
l'acqua non ce l'ha; il suo capo Ademo è un principe senza popolo;
i suoi cittadini sono senza città; i loro vicini, Acoreni, sono abitanti
senza paese. La prestidigitazione letteraria e filosofica di More
ha per scopo dichiarato quello di annunciare la plausibilità di un
mondo alla rovescia. Tuttavia questo compiaciuto esercizio letterario
doveva, al pari del Principe di Machiavelli, ottenere un successo
ben al di là delle previsioni dell'autore; successo inatteso, e forse
neppure voluto, per una bagattella, un divertimento.
L'Utopia di More non inaugura un genere letterario e politico,
però lo battezza, ne fissa il canone per tutto il corso della prima
modernità (XVI-XVIII secolo) e ne distilla gli ingredienti essenziali.
Un racconto, un viaggio in terre lontane e mai scoperte, una comunità
che vive immobile nelle sue inalterabili istituzioni. In superficie
è lo spazio che costituisce queste società immaginarie e le insedia
in un territorio già tutto predisposto tutto lavorato dall'uomo; in
realtà esse si costituiscono nel tempo, là dove il presente è fossilizzato.
L'identificabilità del luogo deriva necessariamente dal contrasto
rispetto al movimento della realtà sociale e al disordine che la contrassegna,
ma il territorio utopico non sempre, nella letteratura del genere,
è necessariamente il mondo dei paradossi; quello di More però lo è.
Si è usata, a proposito di Utopia, la metafora del «manoscritto
gettato nella bottiglia» perché giunga alle generazioni future superando
le tempeste del tempo: L'autore, consapevole della inattuabilità dei
suoi sogni di un ordine razionale del mondo, avrebbe attraverso il
paradosso fotografato «al negativo» le riforme da introdurre nella
società del suo tempo facendone legato alle generazioni future. «L'Utopia
di oggi è la verità di domani» ammoniva Victor Hugo. E Lamartine sentenzia: «Le utopie non sono che verità premature». Sarebbero, insomma, manoscritti
lanciati in una bottiglia e affidati ai flutti del tempo, porte aperte
sull'avvenire: sono nel futuro perché non sono qui. Il che comporta
perlomeno, da parte dei redattori di progetti utopici, una chiara
idea del futuro come tempo malleabile e programmabile (lineare, quindi,
e progressivo). Ciò tuttavia appare culturalmente possibile solo a
partire dalla seconda metà del XVII secolo quando la «crisi della
coscienza europea» svela un moto del tempo inatteso e accresciuto
di secolo in secolo. L'Utopia del Rinascimento invece è figlia
di quella inquietudine spirituale che vuole una renovatio spirituale,
un ammodernamento del cristianesimo e della disciplina morale capace
di trasformarsi in una fede del «qui e ora», a fruizione immediata
definitivamente libera dalla categoria del tempo provvidenziale tutto
scritto, dall'inizio alla fine dei tempi. More, umanista del XVI secolo,
vive in una dimensione del tempo che, al pari di Machiavelli, non
prevede un futuro né programmabile né programmato, e certo non pensa
a superare i confini del tempo presente e interiore dell'humanitas.
In questo senso Utopia andrebbe forse più attentamente studiata
anche in relazione al gusto del fantastico del Rinascimento, alle
affabulazioni del mondo alla rovescia, al prorompente sentimento del
nuovo come «qui e ora» che lo caratterizzano, al complesso di intrecci
e sovvertimenti che si realizzano per effetto del conflitto tra memoria
diffusa e cultura del ricordo e quindi tra oralità e scrittura in
questa delicata fase del processo di alfabetizzazione. Si tratterebbe
inoltre di ripercorrere l'irraggiarsi di quella mitologia gnostica,
alla quale ho fatto cenno, che è una «creazione del desiderio». Più
in generale però tutto il genere utopico, perlomeno sino alla Rivoluzione,
è un genere letterario e consapevolmente fantastico, che tende a mantenere
inalterata la magia del presente e la mette rigorosamente a profitto.
Il sogno utopico è tale davvero e l'autore che scrive di società parallele
o anche al futuro le fruisce all'atto stesso della loro creazione,
ne fruisce direttamente, le costruisce e le vive. Per questo risulta
problematico classificare il genere, e le opere che vi si iscrivono,
al positivo (progressiste, anticipatrici, socialmente avanzate perché
critiche) o al negativo (reazionarie, regressive, perché non figlie
dell'impegno ma della evasione). Tutte tradiscono semplicemente la
speranza o la nostalgia di chi, consapevole del suo tempo, sa che
non ne avrà un altro da vivere e dovrà limitarsi alla sola esperienza
del raccontare, del «far finta che».
Oggi il vocabolo Utopia e l'aggettivo che ne deriva (utopistico,
utopico) spaccano a metà le emozioni del sentire politico; ne suscitano
di positive ed esaltanti quando si coniugano con le aspirazioni di
radicale mutamento, di invenzione delle formule politiche e della
socialità, quando si confondono con il desiderio della creazione che
libera l'immaginario. Per contro allarmano, e proprio per le stesse
ragioni, quando si riflette sul fatto che questa fantasia creatrice,
necessariamente individuale e frutto del presente interiore e della
cultura ha fatalmente un che di autoritario, impositivo; le utopie
offrono un modello di società tanto perfetta da divenire una prigione
nella quale il tempo si ferma e la socialità allora muore. Per questa
immediata tensione polemica gli studi e la piste interpretative del
pensiero utopico come corrente originale del pensiero politico della
modernità, non finiscono mai; la letteratura si accumula e di recente
l'invasione delle discipline psicologiche nel territorio storico ha
suggerito a taluni di analizzare il fenomeno della produzione di utopie
in relazione alla psicopatologia che produce sdoppiamenti della realtà.
Questa linea interpretativa non vale certo per More che, proprio con
l'uso del paradosso, vuole tracciare in modo netto e consapevole il
confine tra realtà e immaginario. In realtà, nel sentire della cultura
umanistica Utopia è un ammaestramento, una parabola dotta e
la costruzione consapevole di un mito. Il processo creativo non spazza
via gli inganni del tempo, semplicemente li disvela e li irride andando
diritto alla meta: nella complessa rifrazione tra passato e presente,
tra antichi e moderni, More sceglie il tempo che potrebbe essere,
che esiste solo nel gioco del «far finta che» ed è quello virtuale
della cultura. Sicuramente i luoghi prodotti dalla fantasia dell'Autore
si collocano in un tempo parallelo, e meglio in un «condizionale»,
che è una dimensione del presente interiore vissuto dall'intellettuale
umanista.
Si è anche detto che l'esperienza utopica è il ripiegamento, di fronte
alle avversità e alla intollerabilità del presente, uno stato sospensivo
di attesa del pensiero politico assediato dai tempi lunghi della pratica
politica. E ciò è forse più vero anche se neppure questa proposta
interpretativa vale per un corretto approccio all'opera di More. Ma
forse è anche vero che l'abitatore dell'isola che non c'è, lo stesso
More lo ha conosciuto faccia a faccia e praticato da vicino. A suo
modo Utopia viene infatti dalla cultura diffusa del XVI, dal
mentale delle popolazioni europee: il sogno rinascimentale del mondo
alla rovescia, approdo individuale e collettivo delle aspettative
di giustizia e libertà. Nel caso di More è probabilmente un modo di
spezzare l'isolamento dell'umanista quattrocentesco costretto alla
vita solitaria e sopravanzato dal mutarsi dei tempi. Così mentre nella
cultura popolare muore il paese del Bengodi, nasce un viaggio-fuga
per giungere, senza programmi e senza mediazioni, all'uomo quale non
è e come talvolta vorrebbe essere. Così questa terra degli antipodi
(dunque rovesciata) è un ponte lanciato con la «realtà»
del paese di Cuccagna così ansiosamente frequentato dall'uomo
del XVI secolo: il luogo di un «tempo del no» e di una
«aspettativa del che». E questa terra di Utopia,
nella cultura della modernità, è un tempo parallelo del «potrebbe
essere», un condizionale che per magia, nel percorso tra scrittura
e letture, si trasforma in presente e al quale non approda solo il
corpo insaziabile di piaceri gastronomici e sensuali, ma la cultura
e la ragione per disporsi con le sue bizzarrie a fare specchio morale
e culturale dell'ordine del mondo.
Si dice che il viaggio da sé stessi a sé stessi implica il giro del
mondo ed è questo il viaggio di More dal presente al presente. Ogni
società, e ogni epoca della nostra società, produce i suoi sogni e
i suoi incubi: sogni dei ricchi, dei poveri, sogni degli intellettuali.
Il Rinascimento tra i suoi sogni registra, oltre all'evasione mitologica
e pastorale della cortigianeria in formazione e delle élite urbane
emergenti, il favoloso paese di Cuccagna (che morirà per repressione
nel XVII secolo), un paese del bengodi e della sazietà dei sensi,
e infine Utopia, la prima e la più celebre delle terre situate
oltre gli orizzonti dell'esperienza, che appaga il piacere dell'intelligenza
ed esaurisce il gusto per una quieta e stabile socialità della cultura
umanistica. Socialità e potere sembrano trovare il loro punto di equilibrio
nell'immobilità delle leggi perfette dell'isola sognata.
Il risultato è eccellente. Il paradiso, quello vero della modernità
che lo vuole «qui e ora» e per sempre (dunque impossibile),
lo hanno creato More e tutti coloro che, nel genere utopico, ne hanno
seguito la lezione. Per un attimo e per gioco l'uomo è rientrato nel
giardino dell'Eden e la modernità umanistica ha superato i suoi confini
o raggiunto il suo limite estremo. E forse più di altre narrazioni
del genere Utopia è figlia della speranza delusa di una cosmografia
capace di ospitare il paradiso in terra. Colombo, è noto, ricercò
a lungo nel corso delle sue navigazioni la rotta per giungere alla
montagna dell'Eden e, per un attimo, gli parve di intravederla, di
coglierne l'imminente presenza. Da Colombo, a Cortes, ai pellegrini
del Mayflower il mito americano, che ha pesato in modo così caratterizzante
sull'american way of life si costituisce dal complesso intreccio
di un sentire religioso universalmente diffuso circa l'età dell'oro,
la speranza dell'imminente redenzione e del concreto ritorno alla
terra delle origini. Tutte emozioni che rendono possibile il sentimento
della modernità e materializzano l'ambizione di rigenerare il tempo.
Nel caso di More utopia e ucronia conseguono il risultato di «creare»
una dimensione della temporalità, raggiungere il luogo delle origini
e fondare il potere, tutto umano, ordinatore del mondo.
Questa verità e gli ammaestramenti che la parabola di Utopia
insegna sono trasmissibili a principi e uomini di Stato, a cortigiani
e sudditi? Evidentemente no. Le conclusioni le tira More alla fine
della sua parabola: «il passato della memoria e persino quello
resuscitato dalla cultura, scacciano il presente e ne limitano le
virtù. Sentendo narrare delle istituzioni del paese lontano, principi
e cortigiani e i borghesi delle buone città si sentirebbero spaesati
e confusi e direbbero: "Come noi la pensavano i nostri antenati
... Piacesse a Dio che noi uguagliassimo la loro saggezza!".
A questi detti si tengono paghi come se avessero fatto una conclusione
straordinaria. Come se il mondo vada alla rovescia qualora uno si
trovi in qualche cosa più colto dei suoi antenati». Altro paradosso,
altro scherno della penna di More.
E tuttavia, libero dal confronto con la fortuna che demonizza il principe,
o dall'obbligo dalla dissimulazione e dall'autocontrollo che frustra
il cortigiano, l'uomo europeo del XVI secolo trova un tempo più aperto,
parallelo e sempre fruibile, in cui sfugge alla responsabilità di
darsi le sue leggi ma le subisce dall'autorità indiscussa e ragionevole
della natura dispiegate dai saggi. È un paradosso e More lo sa. Però
il tempo immobile della natura-ragione, il tempo del sapere «delle
origini» che governa Utopia continuerà ad affascinare il pensiero
politico dei secoli XVI-XIX, e l'abitatore dell'isola che non c'è
continuerà ad essere ricercato e descritto ben oltre la svolta del
1789. Anzi, sarà proprio l'uscita di questo abitatore di terre lontane
dal tempo immobile di Utopia e il suo ingresso nel tempo «al
futuro», a segnare il punto più elevato della speculazione politica
della modernità.
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Alle origini del cittadino
Un principe, un cortigiano, e l'abitatore di una società «al condizionale»;
un nuovo eroe, un professionista della socialità come politica, un
uomo comune (suddito o cittadino per ora poco conta) governato da
leggi che lo conducono alla «naturale» (dunque perfetta) socialità;
e infine tre tempi, il tempo istantaneo della creazione e della fondazione
del potere, il tempo tutto politico del calcolo per la gestione dei
rapporti di potere, il tempo possibile del filosofo legislatore che,
quasi per gioco, crea paradisi artificiali.
Così ora potere e sapere hanno stipulato la loro definitiva alleanza
sul governo di tutti i tempo possibili; il racconto del potere può
cominciare e la modernità si identifica con la narrazione che il potere
fa di sé.
La storia del pensiero e del sentire politico della modernità possiamo
costruirla a partire da questi modelli ideali che affondano nella
cultura umanistica e rinascimentale. La simultaneità del presente
col mondo della classicità prima, poi con quello assai più dilatato
che consegue alla frattura dello spazio chiuso per opera di Colombo,
consentono all'uomo europeo, mediante l'uso di molteplici specchi,
di immaginarsi e progettarsi nel corso dei secoli XVI-XVIII attraverso
una complessa sequenza di maschere. Il risultato culminante di questo
tortuoso percorso dell'antropologia politica sarà il cittadino (poi
il cittadino sovrano) effetto della progressiva, graduale trasformazione
dei materiali scenici originari. Principe e poi sovrano assoluto;
cortigiano, poi homme de lettres e poi philosophe, rappresentante
del popolo; suddito, poi cittadino, infine cittadino-sovrano, popolo
sovrano, nazione, Stato assoluto, democratico o totalitario che sia.
Queste sequenze sono ovviamente solo paradigmatiche, altre e più sofisticate
se ne possono elaborare; ma, così come le propongo, servono a introdurre
(e spiegare) uno schema di mutamento o di frattura ben nota e forse
per molti aspetti ancora misteriosa: il rovesciamento suddito-cittadino
che si opera formalmente nel 1789.
L'«uomo-cittadino» immaginato nella Dichiarazione dei
diritti trova le sue radici più lontane nelle figure sopra resuscitate.
Sovrano e principe, cortigiano, aristocratico, suddito e cittadino
(cioè uomo comune): l'uomo della Dichiarazione dei diritti,
e ancor più il citoyen giacobino, al di là delle molteplici
sfumature letterarie e dottrinali, è un composto formidabile dei sogni
e dei progetti antropologici della modernità. Ciò che lo caratterizza
e aiuta a definirlo è la capacità di trovare le sue origini non nella
societas e neppure nella polis, ma un passo più in là,
in una temporalità che le precede. Nel pensiero della modernità è
il cittadino a produrre e scrivere la storia della polis, non
il contrario. Il «far politica» e l'essere «uomo
politico» consentono ai moderni l'occupazione del passato e
li introducono nella dimensione del futuro: essi si fanno da se nel
tempo e nella storia, attori della colonizzazione temporale che, a
partire dalla fine del XVIII, diviene una vera e propria migrazione
di massa nella «storia universale».
Dopo il 1789, infatti, «far politica» non significherà più organizzare
il cammino del proprio lignaggio o programmare la crescita della famiglia
in funzione dell'albero genealogico, o dar precetti al principe, e
neppure ricercare nei riflessi dello specchio il filo rosso che, lungo
il tempo passato, porta alle mitologie antiche, ma produrne di nuove
e svelarne i segreti, annunciarle e raccogliere consenso, educare
le masse al loro sapere, organizzare il sociale in vista della occupazione
dei nuovi confini del tempo, dei nuovi pianeti della socialità futura.
La sovranità allora non sarà più «assoluta», ma «generale» e frutto
della «volontà»; non sarà esclusiva del monarca legatario del potere
divino, ma farà capo al singolo cittadino che finirà per raccogliere
in sé il codice genetico originario del principe (la lotta individuale
contro il destino per la conquista e l'organizzazione del potere),
del cortigiano (attore di una socialità politica e di strategie individuali
per la conquista di un ruolo di partecipazione), del quieto abitatore
dell'isola che non c'è (passivo soggetto delle leggi immobili e immutabili
della felicità sociale). Il cittadino insomma non giunge da terre
lontane, ma da una zona del tempo non soggetta a devastazioni e, proprio
per questo, assume una consistenza e una forza smisurata nel discorso
politico della modernità.
All'apparenza diametralmente opposte o tra loro in conflitto le narrazioni
di Machiavelli (il Principe viene assunto modello esemplare
del realismo politico), di More (la cui opera è indicata come il paradigma
opposto, quello del non-realismo), di Castiglione (che neppure interessa
il politico perché la sua opera vien confinata nel genere pedagogico-letterario)
hanno tutte il tratto della fondazione; si situano in un ordine del
tempo così vasto e dilatato da ospitare il mito e farlo agire nella
sua continua verità.
Quel che davvero riduce a unità queste maschere narrate da Machiavelli,
Castiglione e More, è che esse sono «in nessun tempo» (e non già in
nessun luogo), sono «ucronie», cioè non sono né nel passato, né nel
futuro. Non hanno storia al di là dell'atto di fondazione, sono fatte
per vivere in eterno nella loro immobilità (paradisiaca o demoniaca)
e continueranno a vivere nel perpetuo rispetto delle leggi della loro
creazione e, in questo senso, il tempo nel quale si collocano è quell'eterno
presente che, ci illudiamo, abbia caratterizzato il luogo delle origini,
lo stato di natura che ci sembra appartenere alle società arcaiche.
E così il criterio unificante di queste fondazioni è almeno un altro:
tutte hanno un che di disumano, o meglio di distanziamento dell'humanitas
perché l'uomo, nel suo confronto col presente è condannato all'illusione
di non morire mai.
Proprio l'omogeneità temporale che caratterizza l'habitat di
questi sogni dell'intelletto e degli intellettuali consente di proporre
una conciliazione tra il principe, il cortigiano e il suddito di Utopia
tanto da fare di maschere (e generi), all'apparenza tanto dissimili,
tre specie di un unico genere. Nel presente vive e si consuma l'azione
faustiana del principe, nel quotidiano, nel giorno per giorno si modella
il cortigiano, in un tempo inalterabile si compiono i comportamenti
dell'abitante dell'isola che non c'è. E per questa loro contiguità
probabilmente tutti e tre i padri fondatori delle mitologie della
modernità partecipano infine di quel marchio di disumano o di sovrumano
che li fa tutti eroi delle mitologie del presente, autocrati dal cui
seme nasce il mondo nuovo, quello di noi moderni. E forse ancora,
e solo per un attimo, il cittadino del 1789 partecipa di questa sostanza
eroica della prima modernità che, per un bizzarro giuoco di specchi,
confonde passato e futuro, diacronia e sincronia, nel territorio di
quell'incerto presente sul quale si insedia il nostro sentire politico.
Ma per effetto di questa particolare genealogia il cittadino, questo
prodotto finale, esiste davvero o è un semplice immaginario del pensiero
politico? è una realtà o il riflesso dello spettacolo che il potere
rappresenta sulla scena della cultura e del sapere? È una verità disvelata
o una sfida, un ambizioso progetto, un eroe mitico che appartiene
al tempo della creazione? Come il cortigiano, il principe, l'abitatore
di Utopia, anche il cittadino è una elaborazione dell'antropologia
politica occidentale della modernità destinata più a vivere e a realizzarsi
nei sogni della nostra coscienza che non nella storia. Anche il cittadino
sarà, come le altre figure sociali, il risultato di sofisticate procedure
di progettazione e di ingegneria sociale, di procedure di politica
educativa e culturale. È la Rivoluzione che codifica e produce il
cittadino, non il contrario; allo stesso titolo come è la Rivoluzione
a produrre il borghese e non quest'ultimo a farla. Il cittadino è
una maschera del sentimento della modernità, il suo prodotto inconsapevole,
la sua Utopia gestita. Dal 1789 il citoyen è una categoria «al futuro» e più di ogni altra figura sociale, più di ogni altro
modello della antropologia politica è l'abitatore del «tempo a venire»,
il riflesso confuso di una maschera informe.
Tuttavia, prima che si operi questa decisiva trasformazione, il pensiero
politico della modernità pone mano a due nuovi ambiziosi progetti:
il suddito e il sovrano. Per costruirli occorre una sofisticata tecnologia
capace di realizzare viaggi nel tempo, ma anche nello spazio. Occorre
insomma una vera «macchina del tempo».
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