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Alberto Simoni G.W. Bush e i falchi della democrazia Viaggio nel mondo dei neoconservatori Falzea Editore, 2004 |
Il nucleo primigenio dei pensatori neocon si formò a New York negli anni '30 da un ristretto gruppo di giovani ebrei trotzkisti di cui facevano parte fra gli altri Nathan Glazer, Irving Kristol (il padre di William), Daniel Bell e Irving Howe. Tutti studenti del City College, conosciuto allora come “l'Harvard del proletariato” per i criteri selettivi di ammissione e l'eccellente livello di istruzione.
L'attrazione per la figura di Trotzki, della sua rivoluzione permanente e del comunismo dal volto umano si spense ben presto. L'esperienza della guerra li portò in Europa ad essere spettatori della brutalità staliniana e a prendere coscienza del pericolo che il totalitarismo sovietico rappresentava per il mondo libero.
I giovani intellettuali newyorchesi si convinsero che l'America, il bene, dovesse fare di tutto per combattere l'URSS, il male. La politica di contenimento e la dottrina Truman (“Sono convinto che la politica degli Stati Uniti debba essere quella di sostenere i popoli liberi che cercano di opporsi ai tentativi di asservimento da parte di minoranze armate o di pressioni esterne”) li trovò entusiasticamente d'accordo.
Durante il periodo delle battaglie per i diritti civili iniziò a scavarsi un solco sempre più profondo tra il nostro gruppo di intellettuali, definibili liberali anticomunisti, e i liberali radicali. Se gli studenti che scatenarono la rivolta nei campus universitari, la beat generation e gli attivisti neri, avevano delle ragioni nel contestare lo stato confusionale della società americana, sosteneva Kristol, non significava che le alternative che proponevano fossero migliori.
Nathan Glazer, allora professore all'Università di Berkeley, culla del movimento studentesco statunitense, fu il primo a dubitare della purezza della protesta dei giovani. “Non ci trovavo nulla di liberale - dice - nei sit-in, nell'occupare gli edifici, nel creare disordini e nell'impedire agli studenti di seguire le lezioni. Anzi, tutto ciò era fortemente illiberale”
Il nemico dei neocons prendeva forma in nuova sinistra (New Left) antagonista, antisistema, refrattaria agli ideali di libertà che avevano forgiato la società Usa. Essa sputava sulla memoria delle vittime delle guerre che centinaia di migliaia di americani avevano combattuto in difesa della democrazia per garantire agli studenti proprio la libertà di protestare.
Le preoccupazioni dei neoconservatori di allora sono sintetizzate benissimo da Patrick Moynihan: “La New Left era portatrice di una nuova religione che la spingeva a criticare la modernità in quanto tale senza tuttavia offrire alternative se non l'essere in perenne guerra contro l'America e tutto ciò che essa rappresentava.”
Non si poteva in nome dell'ingiustizia, che pure i neocons coglievano nella società Usa, gettare a mare due secoli e più di tradizioni che avevano portato l'America ai vertici del potere mondiale e ne facevano, con il pericolo comunista all'uscio, il bastione della libertà, il difensore del mondo libero, la barriera che il bene aveva retto per contenere il male.
La guerra in Vietnam fu la controprova delle differenze di vedute. La contrarietà alla guerra dei neoconservatori aveva motivazioni diametralmente opposte a quelle della New Left e degli attivisti per i diritti civili.
Se i radicali infatti vedevano nel caso Vietnam l'ennesima prova dell'iniquità e dell'arroganza americana, i neocons all'opposto reputavano l'esperienza vietnamita un caso isolato che non significava che gli Usa non si sarebbero più dovuti impegnare in un conflitto armato, né tantomeno che avrebbero dovuto rinunciare alla supremazia militare per contenere l'espansionismo dell'influenza sovietica.
Ma fu sulla questione razziale che i liberali anticomunisti e i radicali mascherati da liberali ruppero ogni residuo legame. La miccia fu accesa da un saggio di Norman Podhoretz, sulla rivista Commentary.
“Vivevo a Brooklyn - scriveva - e studiavo come tutti i ragazzi ebrei, italiani e irlandesi. I neri no, andavano in giro e terrorizzavano gli altri. Quando i liberal parlano di integrazione non sanno cosa dicono. Il melting pot immaginato dalla sinistra esiste solo nei libri. Non si possono cancellare a colpi di emendamenti le razze, né azzerare le diversità culturali e le tradizioni.”
La tesi di Podhoretz era semplice: gli ebrei hanno vissuto per anni in una sorta di ghetto, prima fisico, poi intellettuale, bistrattati e ai margini della società, ma si sono riscattati. Lo hanno fatto con il lavoro e con lo studio.
I neri invece si sentono vittime, perché sono stati discriminati per anni e ora chiedono una protezione speciale allo Stato e alla società. Vogliono leggi che li tutelino e li privilegino. Imporre canali preferenziali per la minoranza nera per l'accesso ai posti pubblici e alle università, in realtà era una scorciatoia che anziché distruggere la barriera fra neri e resto della società l'avrebbe rafforzata. La conseguenza rischiava di essere una discriminazione al contrario. Contro i bianchi.
Negli anni '50 l'ipotesi che i liberal anticomunisti potessero votare per il partito repubblicano era pura fantapolitica. Scrive Irving Kristol: “Nessuno di noi si era mai sognato di votare per i repubblicani”.
Lo stesso anticomunismo della destra era visto con sospetto e considerato “rozzo”. A rafforzare questa sensazione ci si mise pure il senatore del Wisconsin, Joe McCarthy, con la sua ossessione dell'esistenza di un complotto comunista interno all'America.
Se le rivolte studentesche, la questione razziale, la guerra del Vietnam, le polemiche roventi con la beat generation degli anni '60, avevano determinato la spaccatura fra i neoconservatori e la New Left, sul fronte culturale, i tempi per il passaggio nello schieramento conservatore e fra i repubblicani non scattarono per tutti nello stesso momento. Per altri, quali Nathan Glazer, quell'ora non è mai giunta né arriverà visto che “ho sempre votato democratico e metterò la crocetta sul nome di Kerry”.
Alla fine fu Reagan l'uomo che riuscì a convincere una gran parte dei neoconservatori a prendere la tessera del Grand Old Party, ma fu Jimmy Carter a metterci del suo. Nel '76 Carter aveva strappato l'appoggio dei neoconservatori promettendo posti nell'Amministrazione. Nessuno si accorse però di nulla. Nel '77 si sentì affermare dalla bocca del presidente che “l'America aveva finalmente superato la paura del comunismo”.
Una frase che giungeva proprio mentre l'atteggiamento di Mosca si faceva più aggressivo. Quindi Carter aveva teso la mano al Pcus invitandolo a collaborare con l'America per contrastare la povertà nel Terzo mondo. Le parole collaborazione e cooperazione fecero ribollire il sangue nelle vene dei neocons per cui il comunismo restava un pericolo imminente e cedere sulla linea della fermezza avrebbe innescato una pericolosa reazione a catena. Meno di due anni più tardi l'invasione dell'Afghanistan da parte dell'Armata Rossa dimostrò che non avevano torto.
Non c'è da stupirsi quindi se quando sulla scena apparve l'ex governatore della California Ronald Reagan, i neocons riconobbero in lui il compagno di viaggio ideale per promuovere la loro agenda. Nel 1980, alfine, l'approdo dei neocons fra i repubblicani era cosa fatta.
Le profonde diffidenze che alcune correnti della destra nutrivano per i neoconservatori venivano talvolta a galla: per i libertari, i neocons restavano degli statalisti. In parte lo erano.
Se per i libertari ogni legge statale era un'intrusione nella vita deli uomini e il welfare state una schiavitù da eliminare, i neoconservatori non temevano la presenza dello Stato nella società. Niente invasione, ma visto che un minimo di welfare state era ormai radicato nella mentalità e nei costumi degli americani sarebbe stato assurdo e controproducente cancellarlo. A questo punto andava regolato e riformato. Questo non voleva dire che sarebbe stato compito della Stato dispensare soldi e medicinali a poveri e indigenti. I neocons pensavano a tutta una rete di solidarietà retta dalle famiglie, dall'associazionismo e dia gruppi religiosi attiva su base locale.
Se la politica estera e le gaffes di Carter catapultarono i neocons dalla parte di Reagan, fu l'economia il cavallo
di Troia. L'idea della supply side economy, (in breve finanziare la crescita con il debito pubblico tagliando le tasse per rilanciare investimenti privati e consumi) fu elaborata da Jude Wanniski e fatta propria da Reagan. Altri aspetti della politica reaganiana di stampo neocons fu la spinta all'incremento delle spese militari e l'annuncio della volontà di costruire lo scudo spaziale che portò di fatto al tracollo un lustro più tradi dell'Urss. Il presidente dei neoconservatori aveva sconfitto il comunismo mostrando i muscoli, sfoderando un incrollabile fiducia nel sistema americano e “senza sparare un colpo”.
In realtà da visionario qual era, Reagan aveva vinto più che la Guerra Fredda, la guerra ideologica fra libertà e totalitarismo e, denunciando le aberrazioni del comunismo, aveva contribuito al trionfo della democrazia e dello spirito capitalistico. E questo era quanto di più neoconservatore potesse esserci.
L'ubriacatura reaganiana finì quando Bush padre s'insediò alla Casa Bianca come 41 esimo presidente. Questo determinò dodici anni di esilio che, in retrospettiva, fecero bene ai neocons poiché consentirono loro di rinfrescare l'impianto concettuale adeguandolo alle sfide del post comunismo.
Con “Bush the elder”, malgrado molti neoconservatori rimasero a lavorare nell'Amministrazione, il clima politico era profondamente mutato e la pattuglia di neocons aveva visto ridursi l'influenza sulle grandi decisioni e sulle strategie.
La mancata cacciata di Saddam Hussein dal potere a Baghdad nel 1992 e la riluttanza a impegnare l'America in Bosnia furono solo i segnali più evidenti che il feeling fra i neoconservatori e Bush padre era scarso o pressoché inesistente sui principi e la concezione del ruolo dell'America sullo scacchiere internazionale.
A metà anni '90, il clintonismo imperava alla Casa Bianca e nel mondo post Guerra Fredda; l'anticomunismo, collante originario nella variegata galassia neoconservatrice, era superato dagli eventi della storia.
L'America guidava il mondo verso la globalizzazione, il sogno kantiano di pace perpetua sembrava a portata di mano alimentato da una crescita economica e di posti di lavoro che schizzavano fuori a ritmi incessanti dalle imprese della Silicon Valley e dai palazzi dei colossi della finanza.
Le nuove generazioni di neocons sollevate dagli obblighi della politica e ormai dedite a creare una rete fissa di sostenitori e finanziatori (il magnate della Tv australiano Rupert Murdoch fra tutti) limavano la nuova filosofia, ora rivolta perlopiù alla politica estera e meno attenta alle questioni domestiche.
William Kristol e Robert Kagan, in un saggio sul Foreign Affairs nel 1996, delineavano la strategia per la politica americana: l'America deve perseguire una visione di “benevola egemonia” e per fare questo serve un incremento delle spese della Difesa; i valori morali devono diventare la stella polare dell'azione statunitense all'estero e si devono intensificare le pressioni sui regimi dittatoriali che negano la libertà e minacciano gli equilibri globali e il germogliare della democrazia. Kristol e Kagan chiedevano una ripresa della politica estera reaganiana che difendesse, come aveva fatto il “loro” presidente, l'eccezionalismo americano, non ne imbrigliasse la potenza in una selva di trattati, di organizzazioni internazionali e favorisse la diffusione dei valori democratici. Un attacco al cuore del clintonismo che sulle buone relazioni con l'Onu e l'Europa impostava ormai da quattro anni (e avrebbe continuato per il secondo mandato) la politica estera.
Charles Krauthammer, editorialista del Washington Post, coniò la definizione di “mondo unipolare” ovvero imperniato sul potere americano, la superpotenza vittoriosa, e la sua influenza nel mondo. Diffondere libertà e democrazia nel mondo non solo è positivo ma è nell'interesse dell'America.
Joshua Muravchik, senior fellow all'Aei, nel suo libro, The Imperative of American Leadership: a challenge to Neo-isolationism, evidenzia questa tesi e parla di leadership americana come salvaguardia del mondo dal caos. “La pax americana - scrive - non è un impero, ma consiste in una influenza culturale (la “benevola egemonia” di Kristol) sul pianeta”. Il libero mercato è lo strumento più efficace per promuovere la democrazia, ma questa comunque necessità di un'America forte militarmente che possa difenderla e proteggerla. L'America dei neoconservatori sfida l'isolazionismo della destra e l'internazionalismo della sinistra.
Le linee guida erano tracciate; ora serviva uno strumento per dare forza alle idee di Kristol e Kagan. Così nacque nel 1997 il Project for the New American Century (Pnac), che chiamava senza ambiguità Washington a riprendere in mano i caposaldi della dottrina Reagan: forza militare, politica estera coraggiosa e difesa degli interessi americani all'estero, oltre che la responsabilità di difendere la pace in Asia e nel Medio Oriente.
Ma allora chi sono questi neoconservatori, figli della New York degli anni '30, intellettuali divenuti con Reagan e con Bush figlio i teorici della diffusione della democrazia nel mondo ?
Ci si perde a contare gli appellativi con cui i neoconservatori sono stati chiamati: trotzkisti fuggiti a destra, transfughi, visionari, idealisti, liberali disincantati, guerrafondai, imperialisti, falchi, ebrei americani al soldo di Gerusalemme, nevrotici liberali di sinistra, cospiratori, neowilsoniani.
Al di là delle logomachie è più interessante capire chi è oggi il prototipo del neoconservatore. Si può dire che è tenacemente anticomunista, patriottico, crede nel libero mercato, ma non è contrario al welfare state. Crede nella uguaglianza delle razze e nelle pari opportunità, nella responsabilità individuale e nell'eccezionalità della storia e della natura dell'America. Quindi nella religione, l'ebraismo e il cristianesimo, e nel rigore morale che da essa deriva. Crede che la democrazia sia un modello da esportare. È un idealista con un forte senso della realtà, o un realista con una visione ideale.
Votano repubblicano, ma su tanti temi pensano democratico. Sostengono Bush ma molti avrebbero preferito il suo rivale alla Casa Bianca, nella nomination dei repubblicani del 2000, John McCain.
Kagan dice che l'America viene da Marte, è guerriera; l'Europa è come Venere, riflessiva e innamorata dell'arte e della cultura. Ne ha avuto abbastanza delle guerre e le nega anche quando le ha nel giardino di casa, come nei Balcani, o fuori dalla porta, in Medio Oriente. I neoconservatori credono negli ideali americani e nell'uso della forza per difenderli, nella lotta fra il bene e il male. E hanno il sogno di vedere l'islam incamminarsi verso la democrazia. Ma sono realisti tanto da ammettere che i loro piani possono fallire.