GIOVANNI BARBERO

 Ragioni occulte e ragioni palesi di una sconfitta: Novara 23 marzo 1849

 Le forze politiche e la ripresa della guerra nel 1849

Il sogno mazziniano di un'Europa di liberi popoli sembrò vicino a realizzarsi nella primavera del 1848, quando mezzo continente fu scosso dalla rivoluzione. Ma si vide tosto che i tempi non erano ancora a ciò maturi e che la realizzazione dell'ambizioso disegno richiedeva meno entusiasmo e più realismo per vincere le resistenze delle Potenze con­servatrici.

Anche in Italia, una primavera di portenti parve quella del Qua­rantotto: ottenuta la libertà con gli Statuti concessi dai Principi italia­ni, premuti da una vasta opinione pubblica, sotto la spinta di un Papa "liberale", Pio IX, parve realizzarsi, con la guerra di Carlo Alberto nella pianura lombarda il programma neoguelfo giobertiano di una federa­zione di stati italiani, indipendenti dallo straniero. Ma anche da noi fu sogno di poco momento: la preparazione un po' improvvisata, le molte ambiguità latenti (un papa che si affrettò a ripudiare un pro­gramma nazionale a lui precluso, la diffidenza dei principi italiani ver­so il Re di Sardegna, questi che parlava di guerra nazionale, ma mirava soprattutto ad ingrandire il suo Stato) non tardarono a vanificare il no­bile e generoso disegno concepito dai patrioti. Il fallimento della guer­ra regia in Lombardia, che così grandi speranze aveva alimentato per alcuni mesi, fu gravido di funeste conseguenze: segnò la fine della con­cordia degli italiani e l'inizio, tra le forze politiche piemontesi, di un periodo di aspre discordie e di infuocate accuse di tutti contro tutti.

La mancata difesa di Milano (4 agosto 1848) ed il successivo armi­stizio Salasco (Vigevano, 9 agosto '48), avevano fatto gridare in Lom­bardia e nel Veneto al tradimento contro Carlo Alberto, il quale, dal canto suo, ritenne, e se ne dolse, di essere stato abbandonato dai Mila­nesi e dagli altri italiani .

Dall'agosto 1848 al marzo 1849, il Piemonte fu lacerato dai conflitti tra le forze politiche degli aristocratici retrivi, dei liberali modera­ti e dei democratici estremisti, che, avendo intenti diversi e spesso an­che opposti, si scambiavano continuamente roventi accuse di tradimento e di doppiezza, attraverso i giornali e nel parlamento, grazie alla libertà di opinione e di stampa, assicurate dal nuovo regime costitu­zionale, sopravvissuto alla sconfitta.

Gli aristocratici, in prevalenza retrivi e municipalisti, non ritene­vano che il Regno dovesse fare ulteriori sacrifici per realizzare un pro­gramma nazionale che essi non condividevano troppo, e neppure era­no per un ingrandimento eccessivo del Piemonte che avrebbe potuto alterarne le caratteristiche peculiari. I moderati, invece, continua­vano a credere in un programma italiano, ma ritenevano che si dovesse riprendere la guerra solo dopo aver riorganizzato e potenziato l'eserci­to, uscito molto malconcio dalla precedente Campagna, e in presenza di circostanze favorevoli. I democratici, invece, che pur essendo una minoranza, dominavano allora la vita politica piemontese, erano per una ripresa immediata delle ostilità contro l'Austria, in ciò appoggiati dai numerosi lombardi emigrati a Torino dopo l'infelice esito della guerra del 1848. Accusavano il Re di aver tradito la causa italiana, i generali piemontesi di aver perso la guerra per incapacità, o, peggio, essendo ostili (e per alcuni si essi era vero) al programma nazionale. Chiesero perciò una vasta epurazione negli alti comandi e sostanziali riforme del­l'esercito per renderlo atto alla ripresa della lotta. I due Governi mo­derati succedutisi in Piemonte dall'agosto al dicembre '48, non trova­no credito alcuno presso i democratici, sempre pronti ad accusarli di malafede e di doppiezza, a porre in dubbio la loro proclamata volontà di riscossa. I democratici, influenzati da Mazzini, guardano al popolo per la lotta nazionale, ma fingono di ignorare che il 40% dei piemon­tesi sono contadini e sono contrari, in ciò d'accordo coi loro parroci, alla guerra; che la rivoluzione industriale in Piemonte non è ancora av­viata; che gli aristocratici, anche quelli più aperti, sono per la libertà, ma nell'ordine e proprio per ciò diffidano del popolo e specialmente ora, che avevano incominciato a far capolino in esso le prime aspirazio­ni socialiste. Per tanto quello che i democratici chiamano "popolo" è un ristretto ceto borghese di professionisti, di giornalisti, di studenti, povero per lo più di senso realistico e di concreta cultura politica. I de­mocratici continuavano a credere nell'iniziativa popolare, nonostante i ripetuti fallimenti dei moti patrocinati dal Mazzini. Non si rendeva­no conto che, per opporsi all'Austria, bisognava almeno poter contare sull'esercito piemontese, contro i cui capi essi invece non cessavano si scagliare accuse e condanne.

La riforma dell’esercito e i preparativi per la guerra

Il Generale Giuseppe Dabormida  non tardò a porre mano al riordino degli alti comandi, congedò alcuni generali che avevano fatto cattiva prova nell'ultima Campagna e cercò in Francia un ufficiale su­periore ricco di prestigio, al quale affidare il comando dell'armata pie­montese, esonerando il re che non aveva dato buona prova. Dabormida, e il suo successore Alfonso Lamarmora, posero poi mano alla rifor­ma dell'esercito, optando per il principio francese dell'esercito-qualità, opposto a quello prussiano dell'esercito-quantità . Anche quello de­gli ufficiali era un grosso problema: essi provenivano tutti dalle file de­gli aristocratici, erano generalmente poco colti e scarsamente appassio­nati al loro mestiere. Gli elementi del ceto medio, i più colti ed i più aperti alle nuove idee liberali, non trovavano ancora accesso a tale car­riera.

Contrari gli aristocratici alla guerra, contrario ad essa il popolo, in quanto voluta e profittevole soltanto "ai signori" (si intendano i libe­rali), il re che ne pensava? È un uomo perennemente pieno di dubbi, di umore mutevolissimo: passa repentinamente da stati di esaltazione a stati di profondo abbattimento, ha un vivo senso dell'onore e si sen­te vocato alle grandi cause: è pronto a sacrificarsi per il bene dell'Ita­lia. Vorrebbe perciò riprendere la lotta appena possibile. Ma sa bene che né il paese, né l'esercito sono pronti e preparati alla bisogna. Op­terà per la guerra solo quando gli irriducibili contrasti tra le correnti politiche piemontesi lo porranno dinanzi al dilemma: o guerra, o rivo­luzione, pronto al sacrificio di sé (pensò spesso in quei giorni all'abdi­cazione) pur di salvare la dinastia.

Esultarono i democratici quando, il 15 dicembre '48, formò il go­verno il Gioberti, che ritenevano dei loro e pertanto favorevole alla ri­presa della guerra. Le elezioni del gennaio confermarono il successo dei democratici: i moderati scesero alla Camera da 204 a 90! Ma di lì a poco, il Gioberti, avendo progettato di intervenire contro i governi po­polari di Roma e di Toscana, si alienò le simpatie della sinistra: il 21 febbraio '49 si dimise e gli successe il Generale Chiodo. Si ebbe allora un clima di tensione e di confusione: parecchi, compreso il re, comin­ciarono a pensare che forse la guerra avrebbe potuto rappresentare una via di uscita dai molti e gravi problemi esistenti nel paese. “La Concor­dia” (il giornale del democratico Valerio) incoraggiava tale soluzione propagando addirittura notizie false: l'esercito austriaco mancava di coe­sione, era scarso di vettovaglie! I moderati, invece, pensavano che il momento non fosse favorevole alla ripresa delle armi e temevano un'en­nesima sconfitta; ma forse essa sarebbe almeno servita a liberare il pae­se dai soprusi dei democratici, che sempre più si presentavano come una minoranza faziosa ed irragionevole (così pensava il Cavour). An­che l'economia appariva esausta: da molti mesi oramai, il Piemonte spen­deva per la guerra, senza derivarne beneficio alcuno ed era sull'orlo del collasso.

I Democratici avevano frattanto accettato (e fu una delle loro più gravi colpe) che Carlo Alberto tornasse alla testa dell'esercito e gli ave­vano posto al fianco, come generale in capo, il polacco Alberto Chrza­nowski, al quale fu dato come Capo di Stato Maggiore il Generale Ales­sandro Lamarmora (il creatore dei bersaglieri), non troppo preparato a tale compito. L'esercito, come già s'è detto, non avrebbe tratto trop­po profitto dalle ultime riforme attuate: il 4° Battaglione reclute, ad esempio, che Alfonso Lamarmora volle unire ai tre che formavano ogni divisione, avrebbe potuto creare qualche problema per l'inesperienza dei giovani soldati. Neppure la sussistenza e la sanità, punti deboli del­l'esercito piemontese nella campagna precedente, erano pronte e dava­no affidamento. Né era stato risolto il problema degli ufficiali subal­terni, sempre carenti per il perdurante regime di privilegio, che impe­diva di attingerli al ceto medio. Anche se il deputato Tecchio e il Ge­nerale Raffaele Cadorna davano, in quei giorni, dell'esercito un giudi­zio positivo, esso in realtà era meno numeroso e meno saldo dell'anno prima, perché c'era meno entusiasmo e più indisciplina per la propa­ganda antimonarchica effettuata presso alcuni reparti. Neppure gli uf­ficiali, continuamente denigrati e bersagliati dalle accuse degli estre­misti e per la più parte non interessati ad una politica nazionale, desi­deravano tornare a combattere una guerra per loro senza scopo e per giunta contro un avversario molto forte. Quando dovranno combatte­re, faranno il loro dovere (si pensi al Generale Passalacqua, ma solo in nome della fedeltà giurata al re.

Interpellato in febbraio, alla Camera, sulle condizioni dell'arma­ta, Chrzanowski fece qualche riserva sulla sua piena efficienza; ma da essa ebbe ordine di preparare una guerra offensiva, con meta la con­quista della Lombardia. Il 7 marzo, il Maggior Generale si incontrò ad Alessandria coi ministri Tecchio (dei Lavori pubblici) e Carlo Cadorna (dell'Educazione) e decisero (non senza reticenze ed ambiguità che si sarebbero rinfacciate in seguito) di denunciate l'armistizio il 12 marzo successivo. Il re ed il Consiglio dei Ministri, dal canto loro, fissarono l'inizio delle ostilità per il giorno 20 marzo.

Purtroppo l'Austria aveva nel frattempo superata la tempesta rivo­luzionaria ed aveva posto riparo a tutti i suoi guai, guidata dall'energi­co Cancelliere principe di Schwarzenberg. Perciò Radetzsky e le sue ag­guerrite truppe accolsero con gioia l'annuncio del nuovo scontro con Carlo Alberto, fiduciosi di uscirne nuovamente vincitori.

Lo stato d’animo dei novaresi e gli esiti della battaglia del 23 marzo

Con quale animo si accinsero alla nuova prova i novaresi? Pur ap­partenendo al Piemonte da solo poco più di cento anni (1738), la no­stra città aveva perfettamente accettato il programma nazionale e, in modo particolare, aveva accettato la guerra di liberazione della Lom­bardia, dati gli stretti legami affettivi e di natura economica (numerosi nobili liberali lombardi possedevano importanti proprietà terriere nel Novarese e nella Lomellina) esistenti con la vicina regione. Nel '48 molti novaresi erano accorsi pieni di entusiasmo, al di là del Ticino, a com­battere a fianco dei milanesi. Anche dopo gli infausti e discussi fatti dell'agosto '48, non si erano guastati i buoni rapporti tra i novaresi ed i lombardi.

Nel marzo '49, riscoppiata la guerra, non solo i democratici, piut­tosto numerosi nella città, ma tutti i novaresi, che tuttora considerava­no fratelli i lombardi, a differenza delle altre popolazioni piemontesi ormai a loro ostili, accolsero con gioia la nuova campagna, sperando nella liberazione della vicina regione dallo straniero.

Sarà bene ricordare questo stato d'animo dei nostri concittadini per intendere l'ostilità dei soldati piemontesi, quanto successe a Novara dal 20 al 23 marzo e certune delibere successive del governo di Torino po­co favorevoli alla città.

La nuova Campagna durò solo tre giorni e si chiuse con la sconfitta della Bicocca e l'abdicazione di Carlo Alberto a favore di suo figlio il Duca di Savoia, che diventò re col nome di Vittorio Emanuele II.

Al di là dello stato d'animo popolare, avverso alla guerra, tanto in Piemonte che in Lombardia, al di là dei limiti indicati nell'e­sercito piemontese, è indubbio che il responsabile primo della sconfitta va indicato nel Generale Chrzanowski. Iniziò la guerra spingen­dosi al di là del Ticino, fino a Magenta, senza per altro sapere dove si trovasse il nemico, perché non fece uso della ricognizione. Arrivò sem­pre in ritardo a capire le mosse austriache e subì in ogni circostanza l'iniziativa strategica del Radetzsky, a causa del suo scarso intuito e della sua lentezza a decidere. Aspettava gli austriaci sul Po ed essi entrarono in Piemonte varcando il Ticino presso Pavia (sia pure favoriti dalla di­subbidienza del Generale Ramorino che aveva abbandonato la difesa della Cava). Si attestò allora a Vigevano con due divisioni e lasciò che gli austriaci occupassero fulmineamente Mortara (a soli 13 km da lui), il 21 marzo, a sera, senza intervenire, perché non aveva intuito le mos­se dell'avversario. Quando ebbe notizia della vittoria del nemico e co­nobbe le pessimistiche considerazioni del Generale Alessandro Lamar­mora sulla condotta di alcune truppe in quell'occasione, il Generale polacco, che già nutriva scarsa considerazione per le doti combattive dei piemontesi e che aveva prontamente recepito le accuse di disfatti­smo circolanti in taluni ambienti di corte, ritenne di non poter fa­re ormai altro che combattere una battaglia difensiva davanti a Nova­ra: se non poteva vincere, doveva almeno salvare l'esercito, che sareb­be servito per sbarrare al nemico la marcia sulla capitale e per impedire agli estremisti di proclamare la repubblica (un'altra delle ossessioni del re e di molti aristocratici piemontesi).

Animato da questi convincimenti, il Generale maggiore non si re­se conto che intorno alle 15,30, il Il Corpo d'armata austriaco del Ge­nerale D'Aspre, che combatteva accanitamente dalle 11 del mattino, stava cedendo sotto l'incalzare delle truppe piemontesi, mentre i rin­forzi erano ancora in marcia. Sarebbe stato il momento di sferrare l'at­tacco decisivo, portando in linea anche le truppe non ancora impiega­te; Chrzanowski, invece, fermò il duca di Genova che, con la sua invit­ta IV divisione, stava inseguendo gli austriaci, respinti oltre Olengo, ordinandogli addirittura di ritirarsi, tra la desolazione dei soldati. Di lì a poco, arrivarono a Novara il III ed il IV corpo d'armata austriaci (da sud e da ovest), truppe fresche e numerose, e per i piemontesi fu la fine. Il generale polacco aveva malamente sprecato la sua grande oc­casione!

Ma per Novara, il peggio doveva ancora venire: torme di soldati piemontesi sbandati; rifluirono caoticamente nella città e nella notte si abbandonarono ad un vasto e feroce saccheggio, non risparmiando né persone, né averi, né cose degli infelici abitanti, gridando con voci sataniche: “Paga Pio IX, pagano i ricchi, paghi chi vuole la guerra”. Si accanirono soprattutto contro i borghesi e la Guardia Naziona­le, in quanto ritenuti fautori della guerra. Dovette intervenire lo stesso Carlo Alberto, prima di partire per l'esilio portoghese, per porre fine allo scempio, muovendo contro i ribaldi la cavalleria, al comando del Duca di Genova e di altri ufficiali.

Anche questa volta si trovò comodo parlare di tradimento, di di­sfattismo e ci fu uno scambio rovente di accuse tra le avverse fazioni, con qualcosa di vero e molto di esagerato e di inventato.

Nonostante tutte le carenze denunciate a vari livelli, è un fatto in­controvertibile che a Novara, molti ufficiali e la più parte delle truppe si batterono a lungo ed eroicamente, versando copiosamente il loro sangue.

Il nuovo re, Vittorio Emanuele II, il 24 marzo a Vignale, firmò l'armistizio col Radetzsky, migliorando in parte le condizioni iniziali, mantenendo la costituzione e ribadendo l'adesione della sua dinastia al programma nazionale, onde non vanificare l'olocausto di suo padre.

Affidando il governo del Piemonte ad uomini moderati, propensi ad operare realisticamente, affidandosi più alla ragione che alle illusio­ni (anche se a volte generose), senza dannose impazienze, assertori tenaci dei principi liberali (come Massimo D'Azeglio e Camillo Benso di Cavour), in un nuovo contesto politico, in cui divennero via via im­possibili le alternative tra politica municipale e politica nazionale, eb­be inizio quel decennio che si sarebbe concluso con la realizzazione della unità e dell'indipendenza d'Italia.

Ebbene fu proprio la sconfitta di Novara che dissolse i molti equi­voci esistenti nella politica piemontese, che fece dolorosamente emer­gere la giusta via che doveva percorrere il Risorgimento.

Le reazioni della stampa dopo la battaglia

Il “Sacco di Novara”. Non era trascorso molto tempo dagli spietati disordini compiuti in Novara nella notte del 23 marzo '49, dalle torme infellonite dei soldati piemontesi sbandati, nei quali erano state coinvolte ben 577 famiglie, con un danno di oltre due milioni di lire, ed i novaresi ne serbavano tuttora assai vivo ricordo, quando nella “Gaz­zetta Piemontese” di Torino, il Giornale Ufficiale del regno, compar­vero a puntate, dal 4 aprile al 10 maggio '49, le “Considerazioni sopra gli avvenimenti militari del marzo 1849” scritte da un Anonimo uffi­ciale piemontese, nelle quali comparivano alcune affermazioni assai poco benevole ed abbastanza discutibili contro i nostri concittadini e gravemente lesive della loro onorabilità.

Essi venivano accusati di essere stati i diretti responsabili dei disor­dini lamentati, avendo fatto trovar chiusi i negozi di commestibili al­l'entrare nella città dei soldati affamati e di essersi mostrati tiepidi ver­so una guerra che pure, in precedenza, avevano invocato a gran voce. Non si tardò ad appurare che l'autore dello scritto era Carlo Promis, lo stesso che, in precedenza, aveva curato e tradotto in italiano la “Guerra dell'Indipendenza dell'Italia nel 1848 per un ufficiale piemontese” (opera di Carlo Alberto), per incarico del re stesso, di cui era intrinseco . Riesce oggi difficile spiegare come si sia potuto lasciare pubblicare e circolare uno scritto simile, che conteneva non poche notizie discutibili e false, tali da urtare la suscettibilità di un'importante provincia del regno. Da un lato, bisogna pensare che l'opera si proponeva di difendere la condotta del re e dell'armata piemontese nell'ultima guerra, fortemente criticate, e dall'altro, che perdurava in Piemonte l'acceso clima conflittuale tra aristocratici e democratici. Comunque i novaresi ne furono indignati e passarono immediatamente al contrattacco.

Il giornale locale “La Novella Iride”, nei primi giorni di aprile, de­dicò tre articoli anonimi ai fatti della notte del 23 marzo, nei quali accusava di impreparazione l'esercito piemontese, di essersi comporta­to vilmente di fronte al nemico e di essersi scagliato con furore sul po­polo fratello che, solo pochi giorni prima, lo aveva benevolmente ac­colto. Il secondo articolo precisava che la colpa del saccheggio non an­dava imputata all'intero esercito, ma ai soli sbandati che avevano igno­miniosamente abbandonato i ranghi durante la battaglia. Nel terzo articolo, “Un Novarese” testimoniava che i disordini erano stati compiuti da soldati sbandati, che imprecavano al re, all'Italia, ai ricchi e che, infine, furono dispersi dalle cariche della cavalleria.

Il giornale tornava sull'argomento il 10 aprile rivelando che, allor­ché era in corso il saccheggio della città da parte di coloro che avrebbe­ro dovuto essere i difensori d'Italia, un cittadino, che aveva un grado nella Guardia Nazionale, si portò presso il Gener. B., che trova­vasi col Colonnello di S.M.[M.] in un albergo cittadino, e narrò loro quanto accadeva per la città, chiedendo da essi che cercassero modo di procedere onde finisse quella scena sciagurata. Ma quei signori rispose­ro: “Hanno voluto la guerra: ebbene ne subiscano le conseguenze”. Il cittadino non mancò di far loro osservare che le conseguenze della guerra non erano il saccheggio da parte dei nostri stessi soldati; ma una buo­na alzata di spalle servì di replica e nulla più. Allora quel cittadino, vedendo crescere il tumulto nella città e minacciata la vita dello stesso picchetto della Guardia Nazionale che trovavasi al Palazzo del Re, per le continue fucilate che si tiravano colà, si presentò da Carlo Alberto e gli fece una dolorosa relazione di quanto accadeva. Quel gran­de ed infelice monarca, a quel racconto, si battè la fronte col palmo della mano e, sdegnato per tanti eccessi, comandò a chi gli stava ap­presso che si facessero immediatamente girare per le contrade della cit­tà numerosi drappelli di cavalleria, per disperdere ed ammazzare senza misericordia la vile ed assassina soldatesca. Ciò succedeva alle ore 10 di sera”.

Testimonianze: lettere e diari di contemporanei

L'orrore causato dalla guerra e da quelle violenze inaspettate, tro­vò eco immediata in alcune testimonianze coeve: una lettera dell'insi­gne musicista Carlo Fassò al padre, organista in Borgosesia; le pagine di diario dell'attore comico Giuseppe Ferrandini, in quei funesti gior­ni a Novara con la sua compagnia, e il diario di Don Giuseppe Anto­nio Montalenti, parroco del Torrion Quartara che, il 23 marzo, si ritro­vò ad un tratto nel bel mezzo della battaglia e, oltre ad avere la casa saccheggiata dagli austriaci e danneggiata dalle granate piemontesi, lui stesso fu, in alcuni momenti, in serio pericolo di vita.

Dalla Lettera (del 26 marzo) del Fassò al padre, si apprende che il saccheggio di Novara era già principiato nella notte del 22  marzo, ad opera di soldati penetrati a viva forza nelle case “dove rubarono quello che veniva loro alle mani e si ubriacarono” (p. 11). Il Fassò è dei pochi che si mostri interessato alla Battaglia: illustra lo spiegamen­to delle forze piemontesi alla Bicocca ed anche lui ci conferma che, fi­no alle 15, la battaglia ebbe esito favorevole per i piemontesi, poichè gli austriaci indietreggiavano, diminuendo sensibilmente il fuoco, e già si cominciava a gridar vittoria. Ed ecco la strana spiegazione che ci dà del capovolgimento delle sorti: ma allora furono ritirati dalla prima li­nea molti reggimenti piemontesi di fanteria che si erano eroicamente battuti, subendo notevoli perdite, sostituendoli con altri interi e fre­schi”. Ma, non appena i nemici ripresero il fuoco, per proteggere la loro ritirata, questi cedettero subito, “sebbene i capi sudassero sangue per trascinarli avanti, al punto tale che uno dei nuovi reggimenti non volle fare neppure una scarica” (p. 12). Il nemico, accortosi di questo e ricevuti rinforzi, tornò all'attacco e i nostri, a sera, ebbero la peggio. L'eroismo del Re, dei primi capi e di molti ufficiali superiori, massime d'artiglieria e cavalleria, fu vanificato dalla scarsa disciplina e dall'infa­mia di certi reggimenti di fanteria. Questa notizia del Fassò non ricor­re in nessun'altra fonte: va certamente considerata frutto dell'esagera­zione popolare di un fatto reale: lo sbandamento di qualche reparto è diventato il rifiuto di combattere di interi reggimenti. Il Fassò con­clude la sua Lettera dando notizia delle distruzioni vandaliche e degli incendi della soldataglia piemontese in Novara, nella notte del 23 marzo. E neppure fu decisivo contro di essa l'intervento delle pattuglie di ca­valleria, prese a fucilate dai ribaldi. A richiesta del sindaco e del vesco­vo, gli austriaci entrarono nella città alle ore 8,30 del 24, ponendo fine agli orrori.

Un'altra testimonianza del "sacco" di Novara ricorre nelle pagine di diario di Giuseppe Ferrandini. Ripiegate su Novara le truppe, dopo la sconfitta della Bicocca, rabbiose per la fame e per la sete, fu­renti per l'insuccesso, cominciarono a saccheggiare la città, avendo tro­vate chiuse le osterie, i caffè e quasi tutti i negozi, a causa dello spa­vento e per le violenze occorse nell'antivigilia della battaglia, nella quale diversi soldati mangiarono, presero sigari e non pagarono. Nella notte del 23 marzo il saccheggio non si limitò più alle osterie, ma si estese anche a negozi di altro genere, come mercerie, orologerie, oreficerie, rubando senza misericordia. Forzavano le porte sparando coi fucili dentro le serrature. Furono presi di mira anche ospizi di fanciulle, qualcuna delle quali perse la vita precipitando dal tetto dove si era rifugiata, cer­cando scampo dalla violenza della soldataglia.

        Interesse particolare riveste il diario del Montalenti, che la  battaglia l’ha vissuta dal di dentro e in prima persona.

E’  testimonian­za sobria, ma sempre schietta e priva di reticenze. Si sofferma dolente sui soprusi subiti: ha dovuto consegnare il suo orologio d'argento ad un ussaro nemico, ha dovuto far buon viso allo svaligiamento della sua dispensa e della sua cantina ad opera dei croati, contro i quali, ad un certo punto, ha chiesto protezione a quattro soldati italiani sudditi del­l'Austria. Visse istanti drammatici nel momento culminante dello scontro austro-piemontese pel possesso del Torrion Quartara, sotto una gragnuola di bombe e di granate, che gli danneggiarono canonica e chiesa. Nel suo diario il Montalenti registra uno strano dialogo tra quattro ufficiali del Nizza cavalleria, riunitisi il 23 marzo a casa sua per far colazione. Parlando in dialetto, chiede uno di loro ad un collega, se ciò,, che non faranno gli austriaci, lo faranno loro (cioè il sacco di Novara). Ne avrebbe piacere, è la risposta dell'interpellato. Continua colui che ha posto la domanda: così questi porci, di signori, che hanno voluto la guerra d'in­dipendenza per liberare l'Italia, si sarebbero finalmente accorti che co­s'è la guerra, un mestiere fottuto, che manda in rovina lo Stato; e poi che bel piacere far ammazzare tanti poveri figlioli. Noi eravamo qui che mangiavamo il nostro pane tranquilli e quieti e dobbiamo invece andare a farci ammazzare. E pensare che sarebbe bastato far impiccare quattro o cinque persone: Valerio e Brofferio a Torino, Lazzarotti e Rata a Genova, Guerrazzi e Mazzini a Firenze e poi tanti altri di que­sti balossi di repubblicani (pp. 18-19). Dopo quanto si è già avuto oc­casione di dire sulle idee e sullo stato d'animo di non pochi ufficiali piemontesi dinanzi alla guerra del 1849, questo dialogo non stupisce più di tanto. Si è già ricordato che il Montalenti aveva avuto occasione di far leggere il suo diario ad alcuni deputati subalpini del partito de­mocratico.

Si ritiene di poter considerare, in certa misura, una testimonianza sincrona anche quella che ci offre Carlo Cadorna nella sua Lettera sui fatti di Novara del marzo 1849,  perché, se essa apparve solo il 3 febbraio 1866, fu però scritta, per ammissione dell'autore, su appunti presi allora. Arrivato al campo, Cadorna trovò Chrzanowski disorienta­to sulle intenzioni del nemico. Dopo la sconfitta di Mortara, non fu pronto a correre ai ripari. Constatò che lo Tosti, presidente del comita­to per l'insurrezione in Lombardia, era ignorato e lasciato senza diret­tive dal Generale maggiore (p. 12). Il 23 marzo era a Novara. Avviato­si verso la Bicocca, vide entrare in città i primi prigionieri austriaci, ma anche disertori e fuggiaschi della nostra armata che, per salvarsi dal bia­simo, facevano propaganda disfattista, spargendo notizie false (pp. 22-23). Intervenne di persona, facendone imprigionare alcuni, ma di­vennero tosto così numerosi che non fu poi più possibile (p. 23).

Ogni ferito, che non trovava un'ambulanza, si traeva dietro quat­tro o cinque soldati che, col pretesto di accompagnarlo, abbandonava­no la battaglia. Per evitare ciò, il Cadorna invitò i cittadini a soccorrere loro stessi i feriti (p. 23). Anche il Cadorna assistette ai disordini di Novara nella notte del 23 marzo, dovuti a pochi miserabili, che non annullarono l'eroismo mostrato dall'armata durante la battaglia. I sol­dati sfondavano gli usci, rubavano e sparavano; due case furono incen­diate. Essi si accanivano soprattutto contro i borghesi e la Guardia Na­zionale. Le cariche della cavalleria diminuirono il disordine, ma non lo fecero cessare del tutto (p. 32).

Dopo la pubblicazione delle “Considerazioni di un Anonimo”, per i novaresi non bastò più testimoniare su quanto era accaduto nella loro città, ma ritennero necessario scrivere opere più meditate, ricche di da­ti e di notizie particolari, onde confutare in modo indubitabile le inesattezze, ristabilendo la rigorosa verità dei fatti, costringendo l'incauto autore a ritirare le offese riversate su degli innocenti. Non tutti dimo­strarono di avere studi vasti e profondi, il loro stile è per lo più ele­mentare; ma tutti si impegnano a fondo e con passione nella difesa dei loro concittadini, e soprattutto, firmano le loro proteste.

Felice Battioni  fu tra i primi a prendere posizione contro l'A­nonimo autore delle “Considerazioni”, respingendone le gratuite accu­se e denunciandone le molte inesattezze, in un breve scritto. Novara si era adoperata con ogni mezzo per non far mancare il cibo ai soldati. Non fu per fame che essi saccheggiarono negozi e case,. ma per arraffa­re merci e soldi. È strano che qualcuno abbia ritenuto di doverli difendere ed assolvere. Membro della Guardia Nazionale, il Battioni ha spe­rimentato di persona i difficili rapporti tra i soldati ed i novaresi quan­do, recatosi al campo, venne insultato e minacciato solo per la divisa che indossava (p. 9). Dopo la sconfitta della Bicocca, torme di soldati rifluirono disordinatamente su Novara “chi per trovare un asilo sicuro, chi per mantenere le infami promesse fatte di saccheggio e di incen­dio” (p. 11). In quei giorni si parlò spesso di un complotto ordito ai danni di Novara, perché era stata favorevole alla guerra (p. 15). Il Bat­tioni afferma che il saccheggio dei negozi era incominciato, a Novara, fin dal 22  marzo, ad opera di soldati sbandati, che “con riso satanico gridavano alle loro vittime che l'importo l'avrebbe poi pagato il caris­simo Pio IX”. Egli si rammarica che i nostri soldati non abbiano rispet­tato neppure “il pudore delle fanciulle” (p. 16). Nega risolutamente, contro l'Anonimo, che le truppe piemontesi entrate in Novara il 22 marzo abbiano trovati chiusi i negozi di commestibili: vi era un espres­so divieto del sindaco; dovevano anzi restare aperti giorno e notte. Co­sì come erano sul posto tutti i magistrati di Novara, dati invece assenti dall'Anonimo.

Fornisce poi i dati delle enormi quantità di cibi ammassati a No­vara nei giorni 21, 22, 23 (p. 15): se qualche reparto soffrì tuttavia la fame, ne va data la colpa solamente alla disorganizzazione della pro­vianda. Né può l'Anonimo porre in dubbio la pietà dei novaresi: lo smentiscono le centinaia di feriti accolti nelle loro case e amorevolmente curati con le loro attestazioni di gratitudine.

Piace del Battioni la prosa chiara e veloce, senza fronzoli, ed il suo modo sintetico, ma esauriente, di narrare.

Anche Clemente Brun  fermò la sua attenzione su quanto era accaduto a Novara il 23 marzo 1849, in un breve scritto. La vicenda che più lo interessa, è il saccheggio della città, nella notte del 23, da parte dei soldati piemontesi sbandati. Don Scotti, parroco di S. Eufe­mia, il Cav. Serazzi, Agostino Cairoli, il tipografo Ibertis (che ebbe i libri dispersi) subirono la violenza dei soldati, che danneggiarono le loro case, e per liberarsene, dovettero sborsare somme di denaro (p. 14).

Dà un elenco dei commercianti danneggiati (p. 15). I novaresi fu­rono difesi dalla cavalleria, guidata dal Duca di Genova, da Alessan­dro Lamarmora e da altri ufficiali. Mosse contro la canaglia lo stesso re Vittorio Emanuele II e poco mancò che non cadesse vittima delle loro fucilate (p. 16). Molti furono i feriti della battaglia accolti amore­volmente e curati nelle case degli stessi cittadini.

Neppure il Brun si mostra molto interessato alle vicende belliche: accenna solo ai combattimenti di Olengo e del Torrion Quartara. Ma il più irriducibile, il più preparato tra i difensori dei novaresi con­tro le strampalate accuse dell'Anonimo ufficiale piemontese, fu Pietro Negri, autore di due pugnaci opuscoli e di alcuni vigorosi articoli nei giornali “La Novella Iride” di Novara  e “L'Opinione” di Tori­no . A lui dobbiamo le testimonianze più efficaci e più copiose, sia di prima mano, che attinte puntigliosamente alle altre fonti coeve.

Sospetti e accuse in merito alla conduzione  della guerra

“I misteri della catastrofe di Novara svelati” ci rituffano in quel tor­bido clima di sospetti e di accuse inverosimili che, come si è visto, era stato dominante in Piemonte tra l'armistizio Salasco e la ripresa della guerra, continuando poi ancora per alcuni mesi. I democratici avevano le loro colpe nell'insuccesso piemontese per aver voluto una guerra pur conoscendo le molte ragioni che la rendevano impopolare e di assai in­certo esito, eppure, dopo l'insuccesso, cercarono con ogni mezzo di ro­vesciarne la colpa sui loro avversari, addossandola al tradimento di una camarilla torinese di aristocratici di sentimenti municipalisti. Sappia­mo che anche il Negri è di questo avviso: già nel '48 il Conte Sclopis  ha favorito il ripiegamento dell'esercito piemontese al di qua del Ticino, perché Torino continuasse a restare la capitale del regno. La ca­tastrofe di Novara è stata l'ultimo atto di tale dramma: una vittoria avrebbe infatti riproposto il problema di Torino “capitale” di fronte a Milano. I municipalisti vinsero con l'appoggio dei savoiardi (estranei al sentimento nazionale) e dei nobili liberali che volevano una rivolu­zione (come nel 1821), ma senza concorso del popolo (pp. 4-5). In Pie­monte si cercò di impedire la guerra accusando i lombardi di ingratitu­dine e di tradimento verso i soldati piemontesi e distruggendo l'eserci­to corrompendo lo spirito dei soldati. Ma salito al potere il Gioberti e vinte le elezioni dai democratici, la guerra non potè più essere impe­dita (p. 11). L'Anonimo autore delle “Considerazioni” ci rivela come la camarilla riuscì a “disaffezionare l'esercito dal suo Re, dalla guerra e dalla causa dell'indipendenza: gli fece credere che la guerra l'avreb­be fatta per Mazzini e per Guerrazzi, per la repubblica. Così si spiega la sconfitta di Novara. L'Anonimo (34) non risparmia accuse all'eserci­to: lamenta l'indisciplina delle fanterie, che i soldati abbandonassero con facilità i reparti, vagando in giro per più giorni. Ma, si chiede il Negri: che fecero gli ufficiali per ovviare a ciò? (p. 14). Nella Campa­gna del '48 e poi nei mesi seguiti all'armistizio, si fecero vivere i solda­ti in condizioni molto disagiate: ciò li spinse a odiare la guerra e a ri­cercare una pronta pace. Ma le riforme dei Generali Dabormida e La­marmora avevano riordinato e potenziato l'armata: ne dava atto al­la Camera il Dabormida nell'ottobre '48. Perché allora l'Anonimo af­ferma che l'armistizio fu denunciato quando l'esercito non era ancora pronto, perché mancavano i cavalli per i trasporti e molti altri mezzi? (p. 15). Effettivamente molte cose (lo stesso servizio sanitario) manca­rono il 23 marzo a Novara, ma per colpa della camarilla che potè con­tare su molti ufficiali ostili al programma nazionale e su impiegati già ligi ai gesuiti (p. 17). Il Negri conclude la sua filippica invitando i piemontesi a diffidare anche dell'attuale Ministero (eppure era pre­sieduto da Massimo D'Azeglio!) perché formato dagli uomini della camarilla che “sagrificò l'onore, gli interessi del Piemonte all'interesse di casta” (p. 17). Tutto dominato dalla passione politica di parte, il Negri non sa elevarsi alla valutazione serena dello storico.

Le reazioni dei cittadini  novaresi alle critiche  dell’opinione  pubblica e della stampa

Nonostante le numerose e documentate rettifiche degli scrittori no­varesi, suffragate anche dalle attestazioni di alcuni ufficiali piemonte­si, l'Anonimo non esitò a pubblicare una seconda edizione delle sue “Considerazioni” senza apportarvi alcuna correzione.

Tale condotta suscitò l'indignazione del Negri, che espresse il suo disappunto in un articolo anonimo sull'Opinione del 23 maggio. Dinanzi al silenzio del Promis, il Negri pubblicò la “Risposta di un cit­tadino alle "Considerazioni"”, con un'importante Premessa. Si ram­marica che l'Anonimo, che è ormai identificato (un illustre cittadino affigliato al Ministero e moderato) non abbia sentito il dovere di far giustizia ai novaresi ed abbia ripubblicato senza rettifica alcuna il “suo vergognoso lavoro”, pieno “di brutali assurdità”, condannate anche dal­l'Opinione del 23 maggio. Il Duca di Genova, a non dire di molti altri, ha testimoniato dell'innocenza e della dignità dei novaresi (pp. 4-5). Le calunnie contro di loro “ad arte o per errore”, non troveranno credito presso gli onesti ed i sensati.

Il Negri non desisterà di scrivere a difesa dei suoi concittadini, pur dovendo, a tal fine, rinvangare episodi che sarebbe stato meglio tacere e dimenticare (pp. 7-8). E tempo ormai che predomini il raziocinio sulla passione, è ormai tempo di rispettare la verità. Non è giusto che l'A­nonimo faccia passare i novaresi per nemici della patria e della nazio­ne. Demolisce ad una ad una le affermazioni false o cervellotiche del rivale con un corredo di cifre e di notizie particolari su cose e persone, in un linguaggio aspro e deciso. Per prima cosa, nega (si vedrà in seguito che è una giustificazione a favore dell'Anonimo avanzata dal Mi­nistro Pinelli) che non avesse potuto disporre di informazioni esaurien­ti sulle vicende narrate: subito dopo i fatti di Novara era stata presen­tata una Relazione scritta al Governo (p. 35). I novaresi, amando la libertà e l'indipendenza, vollero la guerra; ma non fuggirono quando fu proclamata, accorsero numerosi nella Guardia Nazionale.

Assurdo e falso scrivere che i soldati piemontesi affamati si adira­rono vedendo i prigionieri nemici pasciuti ed ebbri di acquavite, quando i saccheggi ebbero inizio il giorno 22 ed i primi austriaci catturati en­trarono in città alle ore 12,15 del 23 marzo.

L'Anonimo non può negare il saccheggio della città, ma sembra spiegarlo e giustificarlo con la “tolta dei cibi e del vino”, il che non è affatto vero: furono saccheggiate parrocchie, case, caffè e tabaccherie e già nei giorni 20 e 22 marzo (pp. 29-31). Udimmo imprecazioni al re, sprezzo all'Italia, bestemmie ai ricchi, considerati fautori della guerra. Il saccheggio fu vendetta premeditata contro i borghesi novaresi, col­pevoli di aver voluto la guerra (pp. 31-33). Molti negozianti sono stati ridotti al verde, numerose famiglie hanno subito gravi danni: essi, per l'intera provincia, ammontano a tre milioni di lire; il rimborso è stato invece di sole 13.000 lire! Giustamente un nostro egregio concittadino ha scritto: “venduti dagli amici, obliati dal Governo e abbando­nati da tutti”. Anche il Negri riferisce l'episodio del Generale Biscaret­ti, ma senza farne il nome (p. 40). Il 23 marzo fu “una notte terribile di spavento, di ladronecci, di assassinii, di stupri, notte di distruzione e di sangue”. Non è vero che i novaresi, il 24 marzo, abbiano accolti in città lietamente gli austriaci (p. 42).

La prosa del Negri è spesso prolissa, ridondante, dominata da una retorica di stampo romantico-popolare. Muove da un suo partito pre­so, ma difende la sua città con sincero zelo, con considerazioni per lo più assennate che mettono bene in luce l'infondatezza, se non addirit­tura la mala fede, di molte delle accuse rivolte dal Promis contro i novaresi. Si è già avuto occasione di indicare alcune delle ragioni (ami­cizia per i lombardi, deciso spirito nazionale dei novaresi) di questo incomprensibile atteggiamento che offendeva ed umiliava senza moti­vo serio tutta una provincia e neppure delle meno importanti del Regno.

Pochi giorni prima che apparisse la “Risposta di un cittadino” del Negri, era sceso in campo anche l'Avvocato Giovanni Pampuri.

In difesa dei suoi concittadini, calunniati da alcuni giornali pie­montesi, pubblicò la “Risposta pei novaresi alle calunnie della Capitale e di alcune delle provincie” sulla “Novella Iride” del 4 giugno 1849.

Con forti espressioni, dettate da un sormontante sdegno, il nostro concittadino scrive le parole che tanto colpirono il Negri: “i novaresi si sentono venduti dagli amici, obliati dal governo, accusati ingiusta­mente fra i dolori e le umiliazioni di una straniera dominazione da co­loro che, più di tutti, dovrebbero compatire alle nostre sciagure, sicco­me quelli che coi loro errori, coi loro deliri e- con ogni modo di eccessi le hanno causate”. Considera codardi gli accusatori di Novara, “sacrifi­cata alle armi straniere per risparmiare ad una capitale le funeste con­seguenze di una sconfitta”. I novaresi sono a mal partito perché un branco di soldati, vili come i giornalisti che ora accusano, sono fuggiti dinanzi al nemico ed hanno posto a sacco la città. Se non si sa più combattere, si impari almeno a tacere. Le discordie ricondurranno l'Italia sotto il do­minio straniero. Il Pampuri concludeva la sua fiera rampogna con le sferzanti parole: “abbiamo trovato più pietà presso i croati che presso di voi”.

L'8 giugno “La Gazzetta Piemontese” riconobbe lecita l'esaspera­zione dei novaresi, ma ritenne eccessive ed ingiuste talune affermazio­ni (“venduti dagli amici”) del Pampuri.

Anche il sindaco della città, Giovanni Bollati, ed il Consiglio Co­munale si fecero interpreti dello sdegno dei novaresi di fronte alle im­motivate accuse dell'Anonimo estensore delle “Considerazioni”. Il 16 maggio '49, il sindaco stilò e fece approvare dal Consiglio una vibrata protesta contro le calunniose affermazioni del Promis, inviandola al direttore della Gazzetta Piemontese, chiedendone la smentita. An­che in essa si insinuava che il sacco di Novara fosse stato premeditato per punire i cittadini, colpevoli di aver voluto la guerra, e sul compor­tamento della soldataglia in quella funesta notte, produceva la testi­monianza del Duca di Genova, buon conoscitore dei novaresi e loro estimatore. Il giornale torinese non pubblicò la protesta. Anzi, il 22  maggio il Bollati ricevette una lettera del Pinelli, Ministro de­gli Interni nel Gabinetto D'Azeglio, nella quale, dopo aver osservato che le accuse dell'Anonimo autore ai novaresi erano dovute a disinformazione, chiedeva che nella protesta fossero eliminate le recrimi­nazioni contro l'autore e le accuse contro l'esercito, data la gravi­tà delle condizioni del paese, più che mai bisognoso della concordia degli animi. Rimpiangeva poi il Pinelli, ed era la freccia del par­to, che nella protesta non si facesse alcun cenno a Vittorio Emanuele II allora fatto oggetto di “infami calunnie”. Il Consiglio Comuna­le deliberò di accogliere almeno in parte, le richieste del Ministro ed il 23 maggio trasmise il nuovo testo della protesta (vi si proclamava la fedeltà e la gratitudine dei novaresi a Vittorio Emanuele II), alla “Gaz­zetta Piemontese”, che lo pubblicò il giorno 26 maggio.

Tre giorni dopo (il 29 maggio), il Promis indirizzava una lettera al direttore di detto giornale, in cui negava di aver voluto accusare i novaresi ed affermava che le sue parole erano state fraintese; così quando aveva parlato di “finta pietà” per i feriti, chiaramente alludeva ai sol­dati transfughi e non ai cittadini. Erano ammissioni che potevano for­se rivelare un disagio dell'autore, il quale si rendeva conto di essere stato incauto e frettoloso nei suoi giudizi, ma non erano tali da placare il risentimento dei nostri concittadini.

L'ultima disavventura dei novaresi, legata a queste vicende, fu la decisione del Parlamento Subalpino  di negare a loro ed ai Lomel­lini il diritto di risarcimento dei danni di guerra, stimati in 1.200.000 franchi. Fu deciso di erogare soltanto 500.000 lire, da ripartire tra i cit­tadini più bisognosi; per gli altri, doveva bastare l'onore di aver fatto sacrifici per la causa nazionale!

Ancora una volta i novaresi sentirono la patria piemontese non ma­dre bensì matrigna. Tornò in campo l'Avvocato Giovanni Pampuri, che, attingendo alla sua scienza giuridica, contestò la validità del provvedimento del Governo subalpino. Si sperò allora in un diverso atteg­giamento del Senato; ma quando anch'esso approvò lo stesso provve­dimento della Camera (il 4 giugno 1850), apparve una protesta nella “Nuova Iride” del 10 giugno 1851, che richiamò ancora una volta i fat­ti della notte del 23 marzo 1849, perché si ricordasse come e da dove erano derivati i danni maggiori. E dando voce ad uno stato d'animo forse diffuso nei novaresi di allora, concludeva affermando che, con ogni probabilità, le cose sarebbero andate diversamente se tra i novaresi dan­neggiati vi fosse stato qualche illustre personaggio e se, invece di No­vara e la Lomellina, si fosse trattato di provincie a ovest del Sesia.

Certamente l'iniquo provvedimento sarà stato reso necessario da im­prorogabili esigenze di bilancio; ma se fu così, sarebbe stato più accet­to alle vittime se lo si fosse dichiarato apertamente, piuttosto che ricor­rere a giustificazioni poco persuasive, o addirittura provocatorie per gli interessati, i quali ritennero, abbastanza a ragione, di dover subire, dopo il danno, anche le beffe.

GIOVANNI BARBERO

Appendice

A. CENTELLI - I fatti di Novara raccontati da un testimonio (Cfr. Natura ed Arte, A. VIII (1899), fs. 7, pp. 539-544) (1).

... Così l'attor comico Ferrandini racconta l'impresa di Novara:

“Alla vigilia dell'attacco, dopo la benedizione delle bandiere al Cam­po Marte (22 marzo), sfilarono tutte le truppe dinanzi al re Carlo Al­berto. Diversi reggimenti gridarono: viva il re e l'Italia, e diversi no, oppure lo dicevano a fior di labbro. Ciò fece molto senso ed io fra me dissi: preludio di una sconfitta. Difatti ciò avvenne a motivo anche del generale Ramorino che fu poi fucilato... La battaglia fu sulle colline e campagna della Bicocca: villaggio distante poco più di un miglio da Novara, in luogo elevato. Alle sei del mattino i bersaglieri italiani fu­rono i primi colle loro fucilate ad invitare gli austriaci alla battaglia, avanzandosi essi più volte. Finalmente i volontari viennesi corrisposero con altrettante fucilate, ed avanzandosi furiosi furono poscia mitraglia­ti dalle cannonate che il Duca di Genova, il quale ebbe nella giornata due cavalli uccisi sotto di sè, faceva scaricare da due batterie poste sot­to il suo comando.

La zuffa divenne poi generale; e per otto ore consecutive fu sì ac­canita che gli italiani alle quattro pomeridiane erano vincitori ed il bol­lettino di guerra proclamava: "sconfitta generale degli austriaci che fug­gono verso Mortara". Ma fatalmente giunse all'improvviso Radetzsky con numeroso rinforzo, che a causa del tradimento di Ramorino (allora non lo si stimava diversamente) poterono gl'inimici passare il Gravel­lone (ramo del Ticino staccantesi presso Campomaggiore e che vi rien­tra sotto Pavia) e sbaragliarono le truppe italiane, le quali, stanche dal lungo combattimento, avvilite dalle sconfitte precedenti e percosse an­che da una fitta pioggia, ripiegarono fuggiasche fin dentro Novara. Rab­biose dalla fame e dalla sete, furenti per l'insuccesso, esse cominciaro­no a saccheggiare la città, avendo trovate chiuse le osterie, i caffè e quasi tutti i negozi. La causa di tale chiusura fu lo spavento per i fatti occorsi nell'antivigilia della battaglia, durante la quale diversi soldati mangia­rono, presero sigari, ecc. e non pagarono. Ci vorrebbe ora un bravo scrit­tore per descrivere le scene tremende successe nella notte; io le narrerò alla meglio, come potrò, non avendo io talento bastante per farlo de­gnamente. La confusione, la strage, le strida e gli incendi erano in ogni dove. Di fuori della città, soldati che abbattevano alberi ed ogni cosa che trovavano per barricare le porte d'entrata onde impedire l'invasio­ne nemica. In città, soldati i quali, ponendo i fucili puntati alle serra­ture dei negozi, le facevano saltare e, aperti, li saccheggiavano. In mezzo al trambusto il Duca di Genova, col suo Stato Maggiore, gridava per le contrade ai soldati: di rientrare nelle loro caserme che colà avrebbero trovato il bisognevole e li scongiurava a non lordarsi di sangue e di ra­pine e a non disonorare la divisa piemontese, ma inutilmente; dovet­tero trascinarlo al salvo perché era in pericolo anche la sua vita. Nel colmo della notte crescé lo spavento ed il saccheggio. Non più rompe­vano le porte delle osterie, dei caffè e dei tabacchi, ma quelle dei ne­gozi di mercerie, degli orologiai ed orefici, rubando senza misericor­dia. Poi passavano nelle case particolari, le più ricche, imponendo ai proprietari, con li schioppi alla faccia, di date somme di denari. Persi­no nei convitti e negli ospizi delle ragazze irrompevano, per attentare al loro pudore. Anzi taluna di queste infelici, fuggite nei tetti per sal­varsi, comprese di spavento e smarrite, precipitarono, trovando la mor­te nella sottoposta contrada dell'Ospizio. Cosa inumana, selvaggia, in­credibile, ma pur troppo vera. Anche due della nostra Compagnia dram­matica furono saccheggiati... Il resto della Compagnia fu salvo perché si radunò tutta all'albergo della Croce Bianca, ove abbiamo barricato le scale e chiuso ben bene il portone. I soldati, di fuori, tentarono bensì di rompere la serratura, ma fortunatamente non vi riuscirono Vi furo­no anche degli incendi. Il negozio dei giornali liberali, il caffè pari­menti dei liberali andarono in fiamme. Si seppe di poi che furono i codini i quali ordinarono tale infamia. Questa immane strage durò fi­no all'alba e terminò per un improvviso cannoneggiamento mandato dagli austriaci, giunti ormai vicino alla Porta Vercellese. Allora il sac­cheggio cambiossi in fuga precipitosa verso la parte opposta della città, in direzione di Oleggio, luogo di riunione, ove già s'erano diretti, du­rante la notte, alcuni reggimenti, si che in poco tempo Novara rimase del tutto libera. Intanto il bombardamento continuava di tratto in tratto. Nessuno si muoveva, come se fosse una città di morti. Diversi giova­notti, fra i quali io ed il comico Massimo Vedova, si portarono al corpo della guardia nazionale per venire ad una risoluzione. In questo ci rag­giunse il custode del castello delle carceri (che è di fianco al teatro) annunciandoci che una bomba aveva atterrata parte di una finestra ferra­ta del carcere stesso e che i soldati austriaci, fatti prigionieri durante la guerra del giorno avanti ed ivi racchiusi, nonché i ladri, tentavano di fuggire da quella parte. Se fuggivano, eravamo in pericolo d'un al­tro saccheggio. All'istante i tamburi sonarono a raccolta. Pochi obbe­dirono all'appello, perché una grande quantità di popolo erasi rifugia­ta nelle colline e nei monti vicini. Armati ci portammo al Castello per intimare, coi fucili spianati, ai prigionieri di non tentare la fuga; e si rimase colà di guardia”.

Il sindaco ed il vescovo di Novara, recatisi al campo colla bandiera bianca, chiesero al Radetzsky di occupare la città. Ciò avvenne all'in­domani.

Scrive il Ferrandini: “L'armata nemica entrò in città nelle prime ore del mattino del 24 marzo con le musiche in testa, le micce accese presso i cannoni, col ramo di vittoria nei capelli e con giulive grida di “elyen, elyen” (viva, viva) che assordavano le orecchie. Dopo pochissi­mo tempo (era già preparato da Milano) un proclama del feldmare­sciallo attaccato alle cantonate prometteva subordinazione da parte de' suoi soldati qualora tutti gli abitanti si fossero mantenuti quieti e tran­quilli. Io stesso udii il generale che gridava forte entrando nelle strade: “aprite i negozi e non temete di nulla”. In effetti Radetzsky due giorni dopo fece fucilare due suoi soldati: “uno perché aveva rubato una co­perta di lana; l'altro perché, essendo accasermato in una chiesa, aveva osato ballare, ubriaco, con una grossa croce di legno. La fucilazione ebbe luogo nei luoghi medesimi ove uno rubò e dove ballò l'altro”.