Carlo Alberto: il re che imprime una svolta decisiva al Risorgimento nazionale
di Claudio Recupito



Il Congresso di Vienna , ispirato al principio della legittimità secondo cui i sovrani spodestati dovevano tornare a regnare sui territori posseduti prima dell’ondata rivoluzionaria, restituisce alla dinastia sabauda il proprio regno, ingrandito dall’ex repubblica di Genova, ma impone un indirizzo politico di rigida restaurazione. Sia Vittorio Emanuele I, sia il suo successore Carlo Felice interpretano con puntualità il ruolo di sovrani restaurati, trasformando per due decenni Torino in una capitale conservatrice sul modello di altre città europee, come dimostrano la repressione dei moti costituzionali del 1821 capeggiati da Santorre di Santarosa , l’emarginazione di quanti avevano svolto compiti amministrativi nel periodo francese e il controllo su ogni aspetto della vita politica, sociale e culturale. Il regno di Carlo Felice, più ancora di quello di Vittorio Emanuele I, risponde a questa politica rigida e intransigente nei confronti di qualsiasi tentativo di cambiamento.
Sarà necessario aspettare la data del 1831, quando Carlo Alberto di Savoia-Carignano subentra a Carlo Felice con il titolo di Re di Piemonte e di Sardegna. Egli non appartiene al ramo principale della famiglia sabauda (che si esaurisce all’inizio del secolo XIX poiché nessuno dei tre fratelli che si succedono al trono, Carlo Emanuele IV, Vittorio Emanuele I e Carlo Felice ha eredi maschi), ma a quello collaterale destinato a diventare l’origine della dinastia dei re d’Italia. L’inserimento di Carlo Alberto nella linea di successione viene deciso dai plenipotenziari riuniti a Vienna nel 1814, preoccupati soprattutto dal rischio di un vuoto di potere a Torino. La decisione resta valida fino al momento in cui si verifica appunto la necessità di assegnare il trono sabaudo al primo avente diritto e appartenente al ramo dei Savoia-Carignano. Carlo Alberto non è un personaggio sconosciuto a Torino e in Piemonte al momento della sua ascesa al trono. Il occasione dei moti del 1821 aveva dimostrato comprensione e simpatia verso i giovani appartenenti alle migliori famiglie della borghesia torinese che avevano visto il lui un compagno solidale con i loro desideri di rinnovamento e di maggiore libertà in senso costituzionale. Il giovane principe era stato amato da questi giovani e aveva quasi ceduto ad una alleanza con loro, benché ad un certo punto si fosse tirato indietro sotto la pressione del re Carlo Felice che lo aveva costretto a lasciare Torino, reprimendo, poi, il moto costituzionalista già avviato.
Le simpatie dei torinesi nei suoi confronti e, in particolare, dei molti giovani, non si erano però spente, al punto che, ritornato alla ribalta politica in veste di sovrano, Carlo Alberto viene considerato da subito l’uomo delle nuove speranze e dei cambiamenti. A determinare la nuova svolta politica e sociale del Piemonte è un convergere di elementi diversi che si sono sviluppati anche indipendentemente dalla volontà della monarchia, ma che Carlo Alberto riesce a sintetizzare, perseguendo con decisione e intelligenza propositi di riforme e di rinnovamento legislativo. In primo luogo c’è l’emergere di un’economia di produzione e di scambio che in un processo di unificazione nazionale vede le condizioni necessarie per creare un mercato interno garantito e solido e per ricevere sostegno in vista di un’ulteriore espansione; c’è poi l’affermazione di una classe media che è protagonista dello sviluppo economico e che aspira ad assumere un ruolo di dirigenza politica: ci sono, infine, le spinte intellettuali al Risorgimento, sedimentate negli anni della Rivoluzione francese, dell’impero napoleonico e dalla cultura romantica che proprio in questi anni si sta diffondendo in modo preponderante. Tale situazione si incontra con gli interessi dinastici della monarchia sabauda e con le aspirazioni e sentimenti personali del nuovo sovrano; Carlo Alberto vede nel moto risorgimentale l’occasione per riaffermare la politica sabauda sul territorio italiano e il proprio sincero desiderio di porsi a guida dei moti di liberazione della penisola. Salito al trono con la convinzione che molte cose fossero da cambiare nelle strutture dello Stato sabaudo, Carlo Alberto volle subito cominciare l’impresa fin dalle prime settimane del suo regno. Basterebbe scorrere gli indici della Raccolta dei regi editti e manifesti per constatare come egli diede inizio all’attuazione di queste sue aspirazioni. Con Lettere Patenti del maggio del 1831, il re aboliva alcune delle pene contemplate dalla vigente legislazione, come la confisca dei beni, la pena di morte per semplice furto o il supplizio delle tenaglie.
Tali abolizioni erano indice di buona volontà e un preannuncio di ulteriori miglioramenti. Con il Regio Editto del 18 agosto veniva creato il Consiglio di Stato, istituzione nella quale si ponevano molte speranze. E che Carlo Alberto creasse quel Consiglio con l’intenzione di soddisfare tali speranze e di dare una chiara dimostrazione della sua volontà riformatrice, lo dimostra il lungo preambolo con cui l’editto si apre che è l’enunciazione programmatica delle linee direttive a cui il Sovrano voleva attenersi nell’interesse dei sudditi e delle vere necessità della patria con l’ausilio di persone di grande merito, devote alla monarchia e dedite a studi di scienze politiche e giuridiche.
Assumendo, quindi, nel 1848, la direzione dei moti insurrezionali cominciati a Milano con le cinque giornate, Carlo Alberto, dopo quasi diciassette anni di regno,
riesce a circoscrivere gli effetti del movimento in atto entro i limiti di una svolta moderata, vale a dire di quella corrente che appoggia la soluzione monarchica-costituzionale della causa italiana. E in questo senso non si può prescindere da quello che è stato il suo atto politico significativo e fondamentale: la concessione dello Statuto. L’atto costituzionale venne promulgato, come è noto il 4 marzo 1848 e fu il segno determinante della volontà del sovrano di concedere una certa libertà ai sudditi, se pure dopo diverse indecisioni e ripensamenti dovuti soprattutto al fatto di aver giurato al suo predecessore Carlo Felice, in punto di morte, che non avrebbe mai concesso una costituzione. Infine, convinto anche dal figlio Vittorio Emanuele Duca di Savoia e pretendente al trono, concesse quella carta che resterà in uso per tutto il periodo storico del Regno d’Italia, fino alla caduta della monarchia. Dall’insieme delle norme statutarie emerge la configurazione di uno Stato costituzionale in cui i diritti politici e civili avrebbero potuto trovare istituzioni adeguate per essere esercitati, benché le prerogative sovrane restassero molto ampie. Per comprendere le caratteristiche dello Statuto occorre ricordare che esso fu il frutto di un accordo tra un sovrano che aveva creduto inizialmente nella missione della monarchia assoluta e i liberali moderati che si erano battuti per la realizzazione di riforme costituzionali, ma che , nello stesso tempo, volevano conservare alla monarchia il suo prestigio ed una larga porzione di poteri decisionali. La stessa situazione internazionale in cui il regno di Sardegna si trovava induceva questi uomini a lasciare alla monarchia in certi settori, una libertà d’azione completa. Non solo infatti quel piccolo regno continuava a essere premuto da due grandi potenze perennemente rivali, Francia e Austria, ma c’era il grave rischio che la Francia repubblicana tornasse ad intraprendere guerre di propaganda come nel periodo della Rivoluzione e che l’Austria giocasse il tutto per tutto per soffocare il movimento nazionale nell’intera penisola. Occorreva, quindi, lasciare alla monarchia, soprattutto nel campo diplomatico e militare, quella libertà di manovra che le potesse permettere di far fronte con prontezza a qualsiasi pericolo proveniente dall’esterno ed anche a eventuali spinte eversive che si manifestassero all’interno. Gli uomini che avevano preparato lo Statuto ed anche quelli che avevano capeggiato le manifestazioni miranti ad ottenerlo non avevano nessuna intenzione di mettere in pericolo la sopravvivenza dello Stato. Così la più parte degli articoli dello Statuto prevedeva integri gli ampi poteri del re che, ad esempio, esercitava collettivamente con il Parlamento il potere legislativo e al quale soltanto apparteneva il potere esecutivo, il comando delle forze militari e il diritto di dichiarare guerra e fare trattati di pace. La concessione dello Statuto resta comunque, il fatto storico principale che permise al regno di Sardegna di essere considerato l’unico stato italiano capace di prendere le redini del movimento nazionale ormai in atto e a Carlo Albero di diventare la vera guida della guerra dell’indipendenza italiana.
Le notizie che giungevano dalla Lombardia e dagli altri stati italiani ai primi di marzo del 1848 convincevano sempre di più i liberali piemontesi che era assolutamente necessario dichiarare guerra all’Austria. Ben pochi pensavano che il Piemonte dovesse cessare di essere uno stato monarchico; al contrario, nel pieno riconoscimento di quella forma di governo, piemontesi e genovesi chiedevano anche la costituzione della Guardia Civica che doveva dotarsi di uniforme e ricevere dal proprio comune le armi per la difesa dello Stato in caso di necessità. La Guardia Civica e, successivamente, la Guardia Nazionale furono effettivamente costituite, ma rimasero al momento relegate alle riviste e al pattugliamento notturno delle città del regno. Anch’esse furono, ad ogni modo, segno di una volontà di rinnovamento e di miglioramento della sicurezza e della vita cittadina da parte del sovrano. Contemporaneamente personaggi come Cavour e Cesare Balbo lanciavano appelli che erano un incitamento al re ad intervenire e Carlo Alberto opta per la scelta storicamente più giusta in quel momento: dichiarare guerra all’Austria, scelta che determinerà l’avvenire dell’Italia e della sua dinastia. Le campagne di guerra del 48 e del 49 sono state studiate e descritte da diversi storici, i fatti sono ben noti, ragion per cui non è il caso qui di riportarli ancora nel loro svolgimento. Riterrei importante, invece, sottolineare che proprio a Novara, negli ultimi anni, grazie soprattutto al contributo di valenti studiosi dell’Associazione “Amici del Parco della battaglia” si è rivalutato il ruolo e il rapporto che Carlo Alberto ebbe con la città e nella fase terminale della prima guerra d’Indipendenza durante la sfortunata battaglia del 23 marzo 1849.
E’ stato più volte sottolineato nel contesto novarese come il sovrano fosse sinceramente disposto ad affrontare una guerra di liberazione dalla dominazione austriaca e come il suo intervento sia nel 48, che nel 49 fosse dettato vivo desiderio di andare incontro ai diritti di un paese ormai stanco di oppressioni e soprusi e di non aver ancora raggiunto l’ unità nazionale.
Come la gran massa degli italiani, egli vide che il nemico primo era l’Austria che come tale andava combattuto . Nel suo ruolo di monarca di uno Stato che, proprio nei primi anni del suo regno era stato cauto e quasi ostile a riforme interne, Carlo Alberto vedeva ora chiaramente che il grosso ostacolo da superare era la dominazione austriaca presente nel territorio del Lombardo Veneto e in questo senso egli assunse verso di essa un atteggiamento di fierezza e di ostilità che attirò su di sé l’attenzione e le speranze degli italiani. Significativa è la lettera che il re scrisse nel luglio del 1846 al ministro Pes di Villamarina: “….il Papa è deciso ad avanzare sulla via delle riforme. Che sia benedetto! E’ una campagna che Egli fa contro l’Austria! Evviva! Una guerra d’Indipendenza nazionale che si unisse alla difesa del Papa sarebbe per me la più grande fortuna…”
Un incidente politico di non grande importanza per sé, ma che costituì un campanello d’allarme per il momento in cui avvenne e per il modo in cui si svolse fu la controversia con l’Austria a proposito del trasporto del sale. L’energia con cui il Piemonte resistette alle proteste austriache e alla ritorsione nel divieto per i vini piemontesi acquistò un valore simbolico e richiamò sempre più l’attenzione degli italiani su quel piccolo Stato che prendeva un atteggiamento deciso contro il tanto più potente impero. Proprio nel periodo in cui il Piemonte si accingeva a dichiarare guerra al nemico, la città di Novara, come è stato ricordato in occasione della mostra realizzata lo scorso anno durante le manifestazioni e di marzo, diventa il luogo di una serie di azioni fondamentali per la vita di Carlo Alberto. Tra Torino nel suo ruolo di capitale e Novara nella sua veste di città di provincia, viene a crearsi una sorta di affinità elettiva di cui il sovrano è il perno intorno al quale ruotano tutte le iniziative. Così, ad esempio, la pubblicazione dei Regi Decreti del 30 ottobre 1847 con i quali il re concedeva alcune riforme liberali, suscitò grande entusiasmo a Novara. Lo stesso entusiasmo si manifestò anche in occasione della concessione dello Statuto, forse anche in modo più vivo e sincero che non nella capitale. Feste, spettacoli e grande illuminazione cittadina furono gli ingredienti che in più di un’occasione caratterizzarono l’entusiasmo della cittadinanza e delle quali restano documentazioni preziose negli archivi del comune, ora ceduti all’Archivio di Stato e riportati alla luce dalle ricerche e pubblicazioni effettuate negli ultimi anni. La vita culturale e sociale della città di Novara durante la prima fase del Risorgimento è legata strettamente alla figura di Carlo Alberto alla quale essa ha guardato come ad un liberatore e ad sovrano illuminato da ideali di libertà e di unità e simbolo di quei valori patriottico a cui l’intero Piemonte in quel momento credeva fermamente.
La conclusione amara della guerra con la sconfitta di Novara creerà incomprensioni e malcontento anche tra i novaresi e il nuovo governo piemontese; i giornali dell’epoca ne sono una testimonianza. Ma sarà compito del nuovo sovrano Vittorio Emanuele II restituire credibilità alla dinastia e infondere nuove speranze per l’avvenire d’Italia e anche la città di Novara riacquisterà speranze e fiducia, ma, nello stesso tempo, saprà conservare cara la memoria di Carlo Alberto e del suo sacrificio compiuto nel combattere una guerra “disperata” e forse già persa in partenza per cause contingenti, ma sicuramente contrassegnata dall’eroismo del sovrano e di tanti soldati del suo esercito che, pur in molti casi, poco consapevoli del significato di quella guerra, combatterono con valore e dedizione totale.
E fu proprio a Novara che il sovrano sabaudo diede prova del suo spirito di abnegazione e di sacrificio, abdicando, dopo la sconfitta, a favore del figlio poiché aveva capito, nella sua veste di soldato e non solo di uomo politico, che il suo compito era terminato e i suo dovere compiuto. La città riconobbe più tardi il significato di quella abdicazione e dopo la sua morte volle celebrarne le esequie con grande solennità come le ricerche compiute per la mostra allestita lo scorso anno possono dimostrare.
Poco è stato scritto in tempi recenti sull’esilio di Carlo Alberto e su gli ultimi mesi della sua vita; esiste, conservata alla biblioteca reale di Torino, la bellissima e interessante memoria lasciata da Lorenzo Gamallero, corriere di Gabinetto del Re.
Costui lo seguì in esilio e gli restò vicino fino al momento della morte con fedeltà e devozione. In essa lo scrivente e testimone oculare ricorda le sofferenze del sovrano negli ultimi mesi di vita, le fatiche sopportate durante il lungo viaggio verso Oporto e i momenti di tensione e di paura durante il passaggio ai posti di blocco soprattutto nella notte del 23 marzo , quando più difficile poteva essere l’uscire dal territorio a seguito dei disordini verificatisi dopo la battaglia.
La scelta dell’esilio da parte di Carlo Alberto non fu causale, ma costituì la determinazione di un sovrano consapevole che il proprio ruolo si era concluso e che la sua presenza in Italia non avrebbe più giovato alla causa nazionale. E’ stata, tuttavia, una scelta dignitosa in cui il sovrano volle dimostrare anche la propria umiltà di saper perdere e perdere fino in fondo: anche il trono.
La personalità di Carlo Alberto e l’opera da lui svolta sono state oggetto dei giudizi più disparati e contrastanti soprattutto da parte di coloro che si sono occupati della storia di quel periodo. Gli storici del secolo scorso appartenenti alla corrente liberal-nazionale hanno sostenuto che egli fin dalla giovinezza aveva nutrito sentimenti antiaustriaci e liberali, che poi questi sentimenti aveva dovuto soffocarli in seguito alle vicende del 1821 e che nel 1848 aveva potuto manifestarli nuovamente e dare ad essi libero sfogo. Su una linea in parte diversa si è attestata la storiografia nazionalista che ha predominato tra le due guerre mondiali, la quale ha anch’essa messo in risalto gli orientamenti antiaustriaci di Carlo Alberto, ma ha insistito sull’importanza delle riforme da lui realizzate dal 1831 al 1847, ossia nel periodo in cui regnò come sovrano assoluto. La storiografia liberal-radicale, ribadendo tematiche già sviluppate nell’Ottocento da qualche scrittore radicaleggiante come Angelo Brofferio, ha negato validità alle riforme suddette, e ha sostenuto che Carlo Alberto fu in realtà un reazionario, un austriacante che ad idee e comportamenti del genere rimase ancorato fino al 1847 e che infine rinunciò ad esse contro voglia nel 1848 unicamente per salvare la monarchia. Negli ultimi decenni si è arrivati a comprendere, attraverso studi più approfonditi e meno di parte, che Carlo Alberto fu invece sinceramente antiaustriaco (e lo divenne sempre di più nel corso del suo regno), ed era un convinto assertore di una monarchia amministrativa e consultiva modellata sugli schemi della monarchia illuminata, non di quella dispotica e reazionaria. Le molte riforme da lui attuate ne sono testimonianza.
Dilemmi e problemi contrastanti uno con l’altro hanno caratterizzato le scelte politiche e militari del Sovrano in particolare durante gli ultimi anni del suo regno; la stessa scelta costituzionale fu sofferta e controbattuta. Anche motivazioni di carattere religioso lo hanno sovente messo nelle condizioni di trovarsi a combattere interiormente con se stesso, ma tutto ciò nulla toglie alla sua grandezza di re illuminato e capace di imprimere una svolta decisiva alla storia politica italiana in questa prima fase del Risorgimento.
E tornando al significato della sconfitta di Novara, mi sembra significativo riportare una frase che il Dott. Paolo Cirri scrisse a conclusione del suo bellissimo libro “Novara 23 marzo 1849. La svolta della politica risorgimentale piemontese.” : “…non sempre c’è un Carlo Alberto disposto a sacrificarsi coscientemente, a pagare per gli errori propri e altrui, sublimandoli in un utile mito.” In questa ottica credo che Novara possa continuare a fare memoria di Carlo Alberto e della battaglia del 23 marzo come a due pilastri fondamentali della storia della futura unificazione italiana.
Per la presente relazione si è fatto riferimento, nella prima parte, al testo: A. A. V. V., “I Savoia. Mille anni di dinastia. Storia, biografia e costume”, Giunti, 2002.