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I
primi drammatici comunicati
IL giornalismo dell'epoca non contemplava ancora la figura
dell'inviato di guerra, che sarebbe comparsa di lì a poco con
l'estendersi dell'uso del telegrafo: dunque sul giornali non si trovano
cronache della battaglia del 23 marzo 1849.
Esistono i resoconti ufficiali e le lettere di alcuni combattenti che
illustrano o ricostruiscono una parte, talvolta minima, degli avvenimenti.
Non essendovi né mezzi di comunicazione adeguati, né inviati
e neppure, come già sottolineato, l'accanimento nella ricerca
della notizia, le redazioni restarono all'oscuro dei fatti per due giorni.
Giovò al ritardo la circostanza che la battaglia ebbe luogo di
venerdì e gran parte dei giornali non uscivano la domenica.
1 combattimenti ebbero inizio verso le 11 del mattino e terminarono
intorno alle 20. Le strade per Torino erano bloccate dai movimenti militari
e nemmeno i messi che Carlo Cadorna, Ministro al campo, inviò
regolarmente al Ministero degli Interni per informare il governo sulle
vicende della guerra, poterono raggiungere tempestivamente la capitale.
Sabato 24 trascorse quindi senza che si conoscesse l'esito dello scontro.
Il governo mandò suoi inviati perché si mettessero in
contatto con il Quartier generale ma, come riferisce una comunicazione
del ministero emessa alle 3 del mattino di domenica, non riuscirono
ad andare oltre Vercelli. Attraverso un percorso tortuoso, nella mattinata
giunsero i primi messi da Novara, partiti forse nel corso della notte
fra il 23 e il 24. Non sapevano ancora dell'abdicazione del Re. Alle
11 il ministro Rattazzi emise un drammatico comunicato, pubblicato da
tutti i giornali lunedì 26 marzo:
Non da lettere, ma da messi fidati riceviamo notizia che il giorno 23,
alle ore il del mattino, ebbe luogo sotto Novara e nel suoi dintorni,
una grande battaglia. Il combattimento durò accanitissimo fino
alla notte. Il re, i suoi figli, l'esercito diedero prove di straordinario
valore, ma il numero degli uomini e delle artiglierie nemiche verso
la notte prevalse; i nostri sciaguratamente dovettero ritirarsi, e nel
mattino lasciare Novara, dirigendosi alla volta di Borgomanero. Molte
le perdite, e dal lato nostro e da quello del nemico.
Ci è ignoto ove sia fissato il quartier generale di S.M. e quali
le mosse dell'austriaco. 1 messi che abbiamo spedito e ieri e stanotte,
non sono peranco tornati.
Nuovi messi partirono di qua anche in questo mattino. Confidiamo di
ricevere presto notizie precise, e voglia Dio meno acerbe.
Cittadini! 1 momenti sono supremi. Voi proseguite a dar saggio di riverenza
e di affetto alla patria ed alle liberali nostre istituzioni.
Il governo sente i gravi doveri che gli incombono, ed aiutato dalla
generosa guardia nazionale non dubita di poterli adempiere.
I
giudizi più significativi dei giornali piemontesi
L'impressione fu grande e per molti si trattò di un'amara disillusione.
Il 26 la "Gazzetta dei Popolo" uscì con una sola pagina,
due facciate anziché le solite quattro:
Diamo solo un mezzo foglio, ma gli associati saranno compensati altra
volta: poche parole ora bastano: i fatti parlano da sè, e l'attenzione
è tutto altrove che su Torino. [... ]
Con quale sentimento noi prendiamo la penna questa volta è più
facile al lettori nostri l'immaginarsela [sic] che a noi il dirlo.
Ma la "Gazzetta del Popolo" nel momenti supremi non mancherà
al suo dovere. Piemontesi! il serbare lo spirito nazionale fiero e dignitoso
in mezzo alla sventura è opera de' giornali che come noi hanno
fede in Dio, hanno fede nella giustizia della causa. [... ] Piemontesi!
Un anno di libertà non ha ancora potuto lavare la presente generazione
da trentaquattro anni d'educazione gesuitica che pesano ancora sul Piemonte.
Ecco tutto: eccovi l'origine delle difficoltà, l'origine de'
rovesci inconcepibili. Rassegnamoci a confessarla.
"L'Opinione" assunse un atteggiamento non rinunciatario:
L'Austriaco
ci ha vinti, e la diplomazia straniera sta librando le nostre sorti.
Colpiti da tanta sventura sovveniamoci però che un popolo può
esser vinto, ma non morto. Ricordiamoci ancora che per lungo stadio
di prove hassi sempre a passare prima di giungere ad una vera e soda
libertà. Le circostanze moltissime e cupamente complicate, che
ci hanno portato ora a questo precipizio, ad altra prova durissima ne
sottomettono, che non debbe andar perduta nell'avvenire. Se la fortuna
ci fu nuovamente avversa, non però deve spegnersi in noi la fede
in que' sacrosanti principio, che formano la nostra religione politica
da ben più d'un anno.
Torniamo a ripetere, un popolo può esser vinto, ma non muore.
Dignità nella sventura, e fiducia nel nostro avvenire.
Più
acre l'intervento de "La Concordia" del 27 marzo:
Un
paese che per redimerne un altro, per redimere un'intera nazione si
solleva alla guerra, e mentre s'accinge a compiere la grand'opera, si
vede assalito egli stesso oltre i propri confini, nel proprio cuore
dall'armi straniere, e dopo tre giorni d'inutile resistenza si ritira
dal campo, subisce un'armistizio a condizioni ignorare, si fa umile
servo della diplomazia! [... ]
Noi chiamiamo questa una grande sventura. Ma ci accorgiamo che il nostro
è troppo mite e troppo pietoso giudizio. Il dovere d'esser franchi
ed espliciti ci comanda di denunziarla altresi come una somma, un'insopportabile
ignominia.Politico
l'atteggiamento de "Il Risorgimento” che, pur usando un tono
accorato, prefigurava già la resa dei conti tra le forze moderate
e la sinistra al potere:
La
sorte delle battaglie ha deciso contro di noi: ma la giornata di Novara
che ricorderà nella storia italiana un'epoca funesta, ricorderà
pure che l'esercito sardo provò, che se il valore potesse contrastare
all'arte, al numero ed alla disciplina, tale non sarebbe stato questa
volta ancora il suo destino.
In queste dolorosissime circostanze noi crediamo di doverci astenere
da ogni riflessione, né possiamo far altro voto se non quello
che i nostri concittadini si rammentino , che non havvi sventura che
non possa essere nobilitata e riparata dalla dignità e fermezza
con cui s'incontra.
L'ora dei grandi disastri è quella che rivela i grandi caratteri.
I corpi politici sarebbero una vana e fittizia rappresentazione se non
sapessero arditamente assumere la parte che loro spetta, e farla trionfare
a costo di qualunque sacrificio
La
lettera di Carlo Cadorna e il proclama del principe di Carignano
Il giornale "L'Armonia" con il suo tipo di informazione gelida
è più pesante di qualsiasi altro commento. Finge di ignorare
notizie che tutti ormai conoscono. Informa, invece, in anteprima dell'abdicazione
di Carlo Alberto, che la "Gazzetta Piemontese", giornale ufficiale,
porta a conoscenza solo con il supplemento straordinario dello stesso
giorno, per mezzo di una lettera di Carlo Cadorna dal Quartier generale,
ripresa il 27 da tutti i giornali:
La
battaglia cominciata alle undici e mezzo del giorno 23 volgeva in bene
per noi sin verso le quattro e mezzo. Da quell'ora piegò in basso
la nostra fortuna: perdemmo le posizioni: i nostri reggimenti dovettero
lasciare il campo l'un dopo l'altro: l'austriaco venne quasi alle porte
di Novara.
S.M. Carlo Alberto stette sempre esposto al fuoco ov'era maggiore il
pericolo: le palle fischiavano dei continuo sul di lui capo: molti caddero
morti vicino a lui: anche a notte egli continuava a stare sugli spalti
della città ov'era ridotta la nostra difesa: il generale Giacomo
Durando dovette trascinarlo pel braccio perché cessasse di correre,
ormai inutilmente, rischi terribili. «Generale (rispose il Re)
è questo il mio ultimo giorno: lasciatemi morire».
Quando il Re vide lo stato infelice dell'esercito, e gli parve impossibile
il resistere ulteriormente, e quindi necessario di chiedere una sospensione
d'armi, e forse di accettare condizioni cui repugnava l'animo suo, disse
che il suo lavoro era compìto; ch'ei non poteva più rendere
servigio al paese, cui da diciotto anni aveva consacrato la sua vita;
che aveva invano sperato di trovare la morte nella battaglia; che in
seguito a maturo riflesso aveva deciso di abdicare.
Erano presenti i Duchi di Savoia e di Genova, il Ministro Cadorna, il
generale maggiore e gli aiutanti di S.M. Alle vive istanze fattegli
perché revocasse la detta decisione, Carlo Alberto fermamente
soggiunse: «La mia risoluzione è presa: io non sono più
Re, il Re è Vittorio mio figlio».
Abbracciò e baciò tutti gli astanti, ringraziando ciascuno
dei servigi resi a lui ed allo Stato. Dopo la mezzanotte partì
accompagnato da due soli domestici.Insieme
a questa lettera i giornali pubblicarono il seguente proclama del principe
Eugenio di Savoia Carignano, luogotenente generale di Sua Maestà
Doloroso
annunzio debbo comunicarvi. Il Re CARLO ALBERTO
dopo aver intrepido incontrato le palle nemiche, visto il rovescio
delle nostre armi non volle piegare all'avversa fortuna, e preferì
coronare la sua vita con un nuovo sacrifizio. Nel giorno 23 marzo ha
abdicato la sua corona a favore del DUCA DI SAVOIA. Perpetua starà
per Lui la riconoscenza dei popoli ed il nostro riverente affetto. Stringiamoci
intorno al nuovo Re, degno emulatore delle virtù paterne nelle
battaglie, ed integro custode delle franchige costituzionali sancite
dall'augusto genitore.
Viva il Re VITTORIO EMANUELE!
L’abdicazione
di Carlo Alberto negli echi della stampa
Risultano esplicite e significative le riflessioni de "L'Opinione"
, in un articolo firmato dallo stesso Aurello Bianchi Giovini:
Tu
sei solo fra i re, perché solo fosti grande. Tu primo fra i re
hai inalberata una bandiera di libertà e d'indipendenza: dopo
la lega lombarda tu fosti il primo che guidasse un esercito sul campi
per combattere contro lo straniero. [... ]
Tu lasci al tuo popolo un successore degno di te, tu gli lasci un giovine
eroe che sarà di te più fortunato, tu lasci all'Italia
la convinzione, che se vuole, può; tu le lasci un fermento di
vita che più non si estingue, un esempio di vera gloria che debb'essere
imitato, una vittima di patrio amore che sarà vendicata; e alla
Francia ed all'Inghilterra l'infamia di averti tradito e venduto.
Ti consola, o Magnanimo, e specola nell'avvenire e vi vedrai scritta
quella tua parola: L'Italia fa da sè. E quando l'Italia farà
da sè, i suoi figli passando davanti alla tua immagine si scopriranno
riverenti il capo, o verranno devoti al tuo sepolcro e diranno: Qui'
riposa il GRANDE MARTIRE della redenzione italiana.
Il campo di battaglia descritto dalla Gazzetta
Piemontese
Le prime notizie a disposizione sullo svolgimento della battaglia furono
diffuse dal bollettino ufficiale del Quartier Generale dell'esercito,
emesso da Borgomanero il 24 marzo e pubblicato, in prima battuta, dal
supplimento straordinario de "La Gazzetta Piemontese" del
26 e, il giorno dopo, da tutti gli altri giornali:
Il
giorno 23 marzo ebbe luogo la battaglia campale: le truppe erano stanche
dalle lunghe marcie e contromarcie dei due giorni precedenti, ma la
battaglia non poteva essere differita, essendo venuti i nemici all'assalto.
La linea di battaglia distendevasi dalla Bicocca, casolare che sta a
cavaliere della strada di Mortara, sino al canale situato un po' all’indietro
della cascina detta di Corte Nuova verso la strada di Vercelli.
La prima divisione composta dalle brigate Aosta e Regina formava l'ala
destra, e stendevasi sull'altipiano dietro Corte Nuova alla sinistra
della strada di Vercelli. N'era al comando il generale Giovanni Durando.
La seconda divisione appostavasi davanti alla cascina detta la Cittadella:
questa divisione componevasi delle brigate Casale, Acqui e Parmense.
La terza composta di Savona e Savoia appoggiavasi alle poche case con
una chiesa denominate la Bicocca. La comandava Perrone. Il Duca di Genova
appostavasi dietro in riserva colle brigate Pinerolo e Piemonte dinanzi
a San Nazzaro cimitero.
Solaroli coi battaglioni composti stava sulla strada di Trecate.
Il Duca di Savoia appoggiava l'ala destra colle brigate Cuneo e Guardie.
Era a poca distanza dalla città nel bassi piani, che stendonsi
immediatamente sotto le sue mura verso la strada di Vercelli.
Alle 11 del mattino gli Austriaci cominciavano ad assalirci alla Bicocca
sulla nostra sinistra. Dopo alcuni vivissimi colpi, non tardava il fuoco
a distendersi su tutta la linea di battaglia.
Il reggimento di Savona appostato in prima linea piegò, e si
fece entrare in combattimento la brigata Savoia. In breve Savoia e Savona
ripigliavano le posizioni perdute, e si spingevano fino alla cascina
Lavinchi sulla sinistra della Cittadella. In questo frattempo rallentava
il fuoco degli Austriaci sulla nostra sinistra, e pareva ci,@ i loro
sforzi si portassero sul nostro centro alla Cittadella, che fu presa
e ripresa più volte dalle brigate Casale, Acqui e Parmense comandate
da Bes.
Qui l'assalto degli Austriaci si fece più forte sulla sinistra.
Le brigate Savoia e Savona cominciavano a ripiegarsi verso la Bicocca.
In breve fu perduta questa posizione che decideva delle sorti della
giornata. Si mandò al soccorso la riserva del Duca di Genova.
11 Duca combattè egregiamente: gli furono uccisi o feriti sotto
parecchi cavalli, sicché dovette dirigere l'azione a piedi. Ma
furono inutili i suoi sforzi.
Allora gli Austriaci portarono tutte le loro forze al nostro centro.
L'azione si impegnò vivissima sulla nostra destra e sul centro,
ma ripiegandosi i nostri battaglioni gli uni sugli altri, al cadere
del giorno dovettero battere la ritirata.
La giornata era perduta per noi. IL centro e l'ala destra, riannodandosi
sulle mura della città, opposero ancora a notte qualche resistenza.
Gli
echi della battaglia giungono a Milano
Si comincia dunque a parlare di congiure, tradimenti, misteri.
A Milano la notizia della battaglia non giunse pritna che a Torino.
La "Gazzetta di Milano" pubblicò il «secondo
bollettino dell'armata» con l'annunzio della vittoria nell'edizione
di lunedì 26 marzo, in contemporanea quindi con l'annuncio della
"Gazzetta Piemontese":
Ieri
ebbe luogo una sanguinosa battaglia fra l'armata Sarda e l'Armata Imperiale.
L'Armata Sarda fu battuta su tutti i punti e respinta nella città
di Novara.
li Re Carlo Alberto ha abdicato in favore di suo figlio il Duca di Savoia
In questo momento il Ministro Sardo Cadorno e il generale Sardo Cosato
si trovano qui per chiedere un armistizio, sul quale ora si fanno le
trattative. Se queste rimangono senza effetto, si riprenderà
oggi stesso l'attacco.
Seguiranno tra breve gli ulteriori dettagli.
Questo
laconico messaggio, in cui sono storpiati i nomi degli inviati piemontesi,
Cadorna e Cossato, era stato emesso alle ore 8 di mattina del 24 marzo
dal Comando dell'esercito in Vespolate. Seguirono quasi subito i «dettagli
del secondo bollettino dell'armata», spediti da Novara poche ore
dopo e vistati dal Comando militare di Milano lo stesso giorno 26 in
cui vennero pubblicati:
1
combattimenti di Gambolò e di Mortara così brillanti per
le nostre armi, nei quali il nemico sviluppò una considerevole
forza, hanno dimostrato che avevamo da fare colla forza principale del
nostro avversario. Trattavasi dunque solamente di sapere se il nemico
già circondato e preso nei fianchi concentrerebbe le sue forze
presso Novara per ivi arrischiare una battaglia generale, o procurerebbe
di raggiungere Vercelli e mettersi in comunicazione colle forze radunate
dietro la Sesia, e con quelle al di là del Po. Conformemente
a ciò tutti i Corpi erano talmente disposti da poter essere diretti
secondo gli eventi, o alla dritta verso Novara, od alla sinistra verso
Vercelli.
Il secondo Corpo d'Armata, sotto gli ordini del Generale d'artiglieria
barone d'Aspre si era avanzato da Mortara sulla strada maestra verso
Novara; lo seguiva il terzo Corpo ed il Corpo di riserva, il quarto
ed il primo Corpo si muovevano in direzione parallela verso la linea
di ritirata del nemico.
Il giorno 23 corrente alle ore 11 antimeridiane il secondo Corpo d'Armata
s'incontrò presso Olengo col nemico, il quale da principio sviluppava
poca forza, e quindi voleva far supporre di aver lasciato qui soltanto
una retroguardia per coprire la sua ritirata. In questa supposizione
S.A.I. l'Arciduca Alberto si avanzò rapidamente colla sua Divisione
- lo seguì in qualche distanza la divisione del Tenente-Maresciallo
conte Schaffgotsche. Ma questa supposizione mostrossi erronea, e si
riconobbe di aver da fare col nerbo principale del nemico forte di circa
50.000 uomini. Si impegnò un combattimento accanito, il quale
da parte nostra fu sostenuto con coraggio senza esempio, mentre il nemico
attaccava con non minor energia, e sviluppava ogn'ora nuove forze. Le
truppe dell'Arciduca, il quale trovavasi in persona su tutti i punti
minacciati, fecero prodigi di valore, e siccome l'Arciduca non voleva
retrocedere d'un palmo di terreno, così la nostra perdita da
questo lato fu considerabile. Frattanto anche la Divisione Schaffgotsche
entrò nella linea di battaglia; però la forza del nemico
era ancora troppo rilevante perché questa truppa così
debole avesse potuto resistervi per lungo tempo. Istruito dello stato
delle cose il Feld-Maresciallo fece tosto avanzare in marcia forzata
il terzo Corpo d'Armata, che il Generale d'artiglieria
D'Aspre avea già domandato per suo sostegno - inoltre il Corpo
di riserva, mentre contemporaneamente fu dato l'ordine al primo ed al
quarto Corpo d'Armata di dirigersi verso i fianchi del nemico. Circa
le ore 4 pomeridiane arrivò sul campo di battaglia il terzo Corpo
d'Armata forte di 14 Battaglioni; 7 Battaglioni entrarono nella linea
di battaglia, mentre gli altri 7 seguivano, quale riserva, il centro
dietro il quale trovavasi il Corpo di riserva in sostegno.
Alle ore 6 circa giunse pure il quarto Corpo d'Armata e si postò
a cavallo della strada di Vercelli. Ora da tutti questi punti cominciò
un attacco concentrico sul nemico, il quale non poteva resistervi, e
quindi incominciò a ritirarsi ovunque; respinto dalla sua linea
naturale di ritirata dovette gettarsi verso i monti; durante la ritirata
Novara fu dalle proprie truppe saccheggiata ed incendiata in molti luoghi.
Il Re Carlo Alberto abdicò nella stessa notte in favore del suo
figlio, il Duca di Savoja.
Di già erano prese le disposizioni per inseguire il nemico, quando
arrivarono i Parlamentari e chiesero armistizio. - Il giorno dopo ebbe
luogo un abboccamento fra il nuovo Re ed il Maresciallo, in conseguenza
del quale l'Armistizio fu realmente conchiuso. - Le condizioni di esso
saranno pubblicate a suo tempo.
La perdita di ambe le parti è grande - però quella del
nemico molto più significante della nostra. - Il campo di battaglia
è coperto di morti, e migliaia di feriti riempiono gli spedali
di Novara. - Fra i morti ed i feriti trovansi d'ambo le Armate parecchi
Generali e molti ufficiali di rango superiore. Ci asteniamo di citare
i nomi di quelli che si coprirono di gloria in questa giornata, e compiremo
questo dovere appena ci saranno noti i dettagli.
Più migliaia di prigionieri, molti cannoni ed altro materiale
di guerra trovansi nelle nostre mani.
Il
comunicato austriaco, pur sintetico, dà un'idea completa del
succedersi degli avvenimenti, anche se non cita i nomi dei luoghi attorno
ai quali si svolsero i combattimenti. E’ da notare che vi si riconosce
il valore dei Piemontesi e si ammette la gravità delle perdite;
in particolare, va richiamata l'attenzione sul fatto che l'entità
di quelle piemontesi viene definita più "significante”,
il che non equivale a maggiore.
I “Cenni storici” e l’Iride
Novarese
Intererssanti per la loro vena anche polemica sono alcuni articoli apparsi
sull’Iride Novarese rimasti anonimi.
Ma cosa rodeva l'animo di questo anonimo articolista? Cosa era successo
a Novara il 23 marzo e la notte successiva? Ci illuminano i Cenni' storici
sugli ultimi' avvenimenti della guerra, che appaiono nella seconda pagina
dell"'lride" quali più che essere la ricostruzione
dei fatti militari e delle loro conseguenze, sono una descrizione dei
torbidi avvenuti in città prima, durante e dopo la battaglia,
nonché una risposta in tono polemico alle accuse rivolte ai Novaresi
di non aver assistito i soldati e di non aver reagito contro il nemico.
L'accento è posto subito sullo sbandamento dell'esercito:
Il
giorno 21 si cominciarono a vedere molti soldati sbandati retrocedere
su questa città. Il giorno 22 testimoni oculari del fatto ci
assicurano di aver visto altrettanto farsi verso Casale, e il giorno
23 da Vercelli sullo stradale di Torino, da frotte intiere di soldati
che fuggivano colle armi intatte. Dispostesi il giorno 22 le cose in
questa città ad una battaglia pel giorno successivo, cominciarono
verso la sera di quel giorno vani soldati a sbandarsi per la città
tenendo discorsi che poco rassicuravano i cittadini. Nel giorno vegnente
sul rifiuto di molti ad escire in campagna si dovette far correre la
cavalleria per le contrade onde spingere i rivoltosi a furia di piattonate.
Allora cominciarono ad entrare in alcune botteghe rubando vani oggetti,
ed esclamando: paga Pio IX. Questo intimorì i cittadini, che
diedero mano a chiudere i negozii, massime dietro i discorsi sediziosi
proclamati pubblicamente, e le minacce di saccheggio che pure apertamente
si facevano.
Ed
ecco la descrizione dei saccheggi. La narrazione è quella di
un uomo comprensibilmente agitato, la passionalítà più
che la ragione pervade il suo scritto:
A
quattr'ore le cose andavano bene per noi, e già il nemico, viste
le grosse perdite sofferte, e cacciato dalle sue posizioni, era per
ritirarsi, quando avendo alcuni nostri corpi ricusato di marciare, il
nemico si rifece, e prese cuore, ricacciò i nostri fino sotto
le mura della città. Finita così la giornata in nostro
danno, ma con perdita assai più forte per l'Austriaco, cominciò
fra le nostre mura una battaglia di ben diverso genere. Bande di soldati
si gettarono sulle botteghe, atterrandone a viva forza le imposte, e
principiarono il saccheggio. Molti onesti commercianti furono spogliati
di tutto, e ridotti perfettamente al verde. Alcune case di particolari
furono invase fino al terzo piano, e spogliate di tutto, essendo a stento
fuggiti gli abitanti a salvarsi in siti nascosti, o sui tetti. [...
]
Alcuni ufficiali, che cercavano di reprimere i saccheggiatori, furono
minacciati della vita, come lo furono nella giornata coloro che tentarono
di ricondurre i soldati in campo, fra cui non andò esente dalla
minaccia anche il Duca di Genova, e vuolsi anche il Duca di Savoja,
e lo stesso Re. Ad ora tarda a stento si potè liberare altre
case e botteghe dal saccheggio, col far sgombrare le strade da picchetti
di cavalleria, che dovettero usare della forza, ed uccidere molti soldati
che contro essi pure si rivoltarono. Il danno arrecato in quest'occasione
ai poveri cittadini fu immenso.
Inevitabile
la resa della città agli Austriaci:
In
quest'apprensione, essendosi l'armata nostra allontanata nella notte,
e la città nostra abbandonata trovandosi da un lato alle iniquità
di coloro che sbandati ed avvinazzati erano rimasti indietro, dall'altra
alla vendetta del nemico che cominciava a bombardarla, il vescovo ed
il sindaco, si portarono a parlamentare col nemico, e chiesero la salvezza
della città, promettendo che l'armata austriaca non avrebbe nell'entrarvi
trovata molestia.
.Perentoria
la conclusione, dopo aver smentito una voce corrente a giustificazione
dei saccheggi, che cioè in città non ci fossero viveri:
[...
1 per il cattivo esperimento di alcuni e le aperte minacce del mattino,
tutti i commercianti erano stati obbligati a chiudere le botteghe. Ma
i viveri non potevano mancare, e prova ne sia, che si gettavano per
ogni dove, ed il giorno 24 alcune piazze erano ancora piene di riso
ed altri camangiari.
A
questo seguì un altro scritto di tenore analogo intitolato Compendio
di fatti accaduti in Novara, firmato Un Novarese..
Fatta la premessa che Novara non temeva di smentire le tante lettere
pervenute da Torino, che le facevano carico di aver negato viveri e
asilo ai nostri soldati sconfitti, l'autore descrisse i disordini con
secche parole:
Sbandati
per la città, rispondevano talvolta all'appello de' Capi colla
baionetta e collo scoppio del fucile, sicché taluni furono da
questi sulle piazze ammazzati. E sul far di ogni sera di quei giorni
fino a quasi al cascar del sole non sentivansi che imprecazioni al Re,
all'Italia, al ricchi, accompagnate da un continuo trar di fucilate
su per le finestre, per le botteghe e per le porte delle case, che vennero
alla fine atterrate. Allora incendi appiccati alle merci, saccheggi
d'oro, di gemme, di orologi, di denaro; allora maltrattati ed atterriti
gli abitanti, presi per la gola certi ammalati, assaliti colle armi
alcuni preti, finché tutto non ne rubarono il danaro, gittato
le suppellettili, stracciati i libri, spezzati i vasi delle farmacie,
minacciati i presidii della Guardia Nazionale; a segno che in più
luoghi la Cavalleria dovette scaricare sull'Infanterli le armi. De'
quali orrori parte ebbe luogo anche di giorno nel mentre che si combatteva
la gran battaglia sotto Novara da quei prodi che veramente sentivano
l'onore della patria. E simili orrori si rinnovarono a Momo, a Gattinara,
a Briona, a Fara, a Ghemme, a Romagnano, a Biella, ad Oleggio, a Borgomanero,
ed altrove.
Entrarono gli Austriaci, ed un loro uffiziale, alla vista delle incendiate
botteghe, sclamò [sic]: C'è un errore nella geografia,
i' Vandali stanno in Piemonte.
L'articolo
era talmente espressivo e la sua chiusa finale così ad effetto
che la "Gazzetta di Milano" si sentì in dovere di pubblicarlo,
ancora una volta a scorno dei patrioti italiani.
La "Novella Iride" chiudeva con due avvisi del sindaco Bollati
con cui si dava esecuzione alla requisizione delle armi in possesso
dei cittadini, ordinata dalle autorità militari di occupazione
austriache.
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