Cronache e giudizi sulla battaglia

I primi drammatici comunicati
IL giornalismo dell'epoca non contemplava ancora la figura dell'inviato di guerra, che sarebbe comparsa di lì a poco con l'estendersi dell'uso del telegrafo: dunque sul giornali non si trovano cronache della battaglia del 23 marzo 1849.
Esistono i resoconti ufficiali e le lettere di alcuni combattenti che illustrano o ricostruiscono una parte, talvolta minima, degli avvenimenti.
Non essendovi né mezzi di comunicazione adeguati, né inviati e neppure, come già sottolineato, l'accanimento nella ricerca della notizia, le redazioni restarono all'oscuro dei fatti per due giorni. Giovò al ritardo la circostanza che la battaglia ebbe luogo di venerdì e gran parte dei giornali non uscivano la domenica.
1 combattimenti ebbero inizio verso le 11 del mattino e terminarono intorno alle 20. Le strade per Torino erano bloccate dai movimenti militari e nemmeno i messi che Carlo Cadorna, Ministro al campo, inviò regolarmente al Ministero degli Interni per informare il governo sulle vicende della guerra, poterono raggiungere tempestivamente la capitale. Sabato 24 trascorse quindi senza che si conoscesse l'esito dello scontro. Il governo mandò suoi inviati perché si mettessero in contatto con il Quartier generale ma, come riferisce una comunicazione del ministero emessa alle 3 del mattino di domenica, non riuscirono ad andare oltre Vercelli. Attraverso un percorso tortuoso, nella mattinata giunsero i primi messi da Novara, partiti forse nel corso della notte fra il 23 e il 24. Non sapevano ancora dell'abdicazione del Re. Alle 11 il ministro Rattazzi emise un drammatico comunicato, pubblicato da tutti i giornali lunedì 26 marzo:
Non da lettere, ma da messi fidati riceviamo notizia che il giorno 23, alle ore il del mattino, ebbe luogo sotto Novara e nel suoi dintorni, una grande battaglia. Il combattimento durò accanitissimo fino alla notte. Il re, i suoi figli, l'esercito diedero prove di straordinario valore, ma il numero degli uomini e delle artiglierie nemiche verso la notte prevalse; i nostri sciaguratamente dovettero ritirarsi, e nel mattino lasciare Novara, dirigendosi alla volta di Borgomanero. Molte le perdite, e dal lato nostro e da quello del nemico.
Ci è ignoto ove sia fissato il quartier generale di S.M. e quali le mosse dell'austriaco. 1 messi che abbiamo spedito e ieri e stanotte, non sono peranco tornati.
Nuovi messi partirono di qua anche in questo mattino. Confidiamo di ricevere presto notizie precise, e voglia Dio meno acerbe.
Cittadini! 1 momenti sono supremi. Voi proseguite a dar saggio di riverenza e di affetto alla patria ed alle liberali nostre istituzioni.
Il governo sente i gravi doveri che gli incombono, ed aiutato dalla generosa guardia nazionale non dubita di poterli adempiere.

I giudizi più significativi dei giornali piemontesi
L'impressione fu grande e per molti si trattò di un'amara disillusione. Il 26 la "Gazzetta dei Popolo" uscì con una sola pagina, due facciate anziché le solite quattro:
Diamo solo un mezzo foglio, ma gli associati saranno compensati altra volta: poche parole ora bastano: i fatti parlano da sè, e l'attenzione è tutto altrove che su Torino. [... ]
Con quale sentimento noi prendiamo la penna questa volta è più facile al lettori nostri l'immaginarsela [sic] che a noi il dirlo.
Ma la "Gazzetta del Popolo" nel momenti supremi non mancherà al suo dovere. Piemontesi! il serbare lo spirito nazionale fiero e dignitoso in mezzo alla sventura è opera de' giornali che come noi hanno fede in Dio, hanno fede nella giustizia della causa. [... ] Piemontesi! Un anno di libertà non ha ancora potuto lavare la presente generazione da trentaquattro anni d'educazione gesuitica che pesano ancora sul Piemonte. Ecco tutto: eccovi l'origine delle difficoltà, l'origine de' rovesci inconcepibili. Rassegnamoci a confessarla.
"L'Opinione" assunse un atteggiamento non rinunciatario:

L'Austriaco ci ha vinti, e la diplomazia straniera sta librando le nostre sorti.
Colpiti da tanta sventura sovveniamoci però che un popolo può esser vinto, ma non morto. Ricordiamoci ancora che per lungo stadio di prove hassi sempre a passare prima di giungere ad una vera e soda libertà. Le circostanze moltissime e cupamente complicate, che ci hanno portato ora a questo precipizio, ad altra prova durissima ne sottomettono, che non debbe andar perduta nell'avvenire. Se la fortuna ci fu nuovamente avversa, non però deve spegnersi in noi la fede in que' sacrosanti principio, che formano la nostra religione politica da ben più d'un anno.
Torniamo a ripetere, un popolo può esser vinto, ma non muore. Dignità nella sventura, e fiducia nel nostro avvenire.

Più acre l'intervento de "La Concordia" del 27 marzo:

Un paese che per redimerne un altro, per redimere un'intera nazione si solleva alla guerra, e mentre s'accinge a compiere la grand'opera, si vede assalito egli stesso oltre i propri confini, nel proprio cuore dall'armi straniere, e dopo tre giorni d'inutile resistenza si ritira dal campo, subisce un'armistizio a condizioni ignorare, si fa umile servo della diplomazia! [... ]
Noi chiamiamo questa una grande sventura. Ma ci accorgiamo che il nostro è troppo mite e troppo pietoso giudizio. Il dovere d'esser franchi ed espliciti ci comanda di denunziarla altresi come una somma, un'insopportabile ignominia.
Politico l'atteggiamento de "Il Risorgimento” che, pur usando un tono accorato, prefigurava già la resa dei conti tra le forze moderate e la sinistra al potere:

La sorte delle battaglie ha deciso contro di noi: ma la giornata di Novara che ricorderà nella storia italiana un'epoca funesta, ricorderà pure che l'esercito sardo provò, che se il valore potesse contrastare
all'arte, al numero ed alla disciplina, tale non sarebbe stato questa volta ancora il suo destino.
In queste dolorosissime circostanze noi crediamo di doverci astenere da ogni riflessione, né possiamo far altro voto se non quello che i nostri concittadini si rammentino , che non havvi sventura che non possa essere nobilitata e riparata dalla dignità e fermezza con cui s'incontra.
L'ora dei grandi disastri è quella che rivela i grandi caratteri.
I corpi politici sarebbero una vana e fittizia rappresentazione se non sapessero arditamente assumere la parte che loro spetta, e farla trionfare a costo di qualunque sacrificio

La lettera di Carlo Cadorna e il proclama del principe di Carignano
Il giornale "L'Armonia" con il suo tipo di informazione gelida è più pesante di qualsiasi altro commento. Finge di ignorare notizie che tutti ormai conoscono. Informa, invece, in anteprima dell'abdicazione di Carlo Alberto, che la "Gazzetta Piemontese", giornale ufficiale, porta a conoscenza solo con il supplemento straordinario dello stesso giorno, per mezzo di una lettera di Carlo Cadorna dal Quartier generale, ripresa il 27 da tutti i giornali:

La battaglia cominciata alle undici e mezzo del giorno 23 volgeva in bene per noi sin verso le quattro e mezzo. Da quell'ora piegò in basso la nostra fortuna: perdemmo le posizioni: i nostri reggimenti dovettero lasciare il campo l'un dopo l'altro: l'austriaco venne quasi alle porte di Novara.
S.M. Carlo Alberto stette sempre esposto al fuoco ov'era maggiore il pericolo: le palle fischiavano dei continuo sul di lui capo: molti caddero morti vicino a lui: anche a notte egli continuava a stare sugli spalti della città ov'era ridotta la nostra difesa: il generale Giacomo Durando dovette trascinarlo pel braccio perché cessasse di correre, ormai inutilmente, rischi terribili. «Generale (rispose il Re) è questo il mio ultimo giorno: lasciatemi morire».
Quando il Re vide lo stato infelice dell'esercito, e gli parve impossibile il resistere ulteriormente, e quindi necessario di chiedere una sospensione d'armi, e forse di accettare condizioni cui repugnava l'animo suo, disse che il suo lavoro era compìto; ch'ei non poteva più rendere servigio al paese, cui da diciotto anni aveva consacrato la sua vita; che aveva invano sperato di trovare la morte nella battaglia; che in seguito a maturo riflesso aveva deciso di abdicare.
Erano presenti i Duchi di Savoia e di Genova, il Ministro Cadorna, il generale maggiore e gli aiutanti di S.M. Alle vive istanze fattegli perché revocasse la detta decisione, Carlo Alberto fermamente soggiunse: «La mia risoluzione è presa: io non sono più Re, il Re è Vittorio mio figlio».
Abbracciò e baciò tutti gli astanti, ringraziando ciascuno dei servigi resi a lui ed allo Stato. Dopo la mezzanotte partì accompagnato da due soli domestici.
Insieme a questa lettera i giornali pubblicarono il seguente proclama del principe Eugenio di Savoia Carignano, luogotenente generale di Sua Maestà

Doloroso annunzio debbo comunicarvi. Il Re CARLO ALBERTO
dopo aver intrepido incontrato le palle nemiche, visto il rovescio
delle nostre armi non volle piegare all'avversa fortuna, e preferì coronare la sua vita con un nuovo sacrifizio. Nel giorno 23 marzo ha abdicato la sua corona a favore del DUCA DI SAVOIA. Perpetua starà per Lui la riconoscenza dei popoli ed il nostro riverente affetto. Stringiamoci intorno al nuovo Re, degno emulatore delle virtù paterne nelle battaglie, ed integro custode delle franchige costituzionali sancite dall'augusto genitore.
Viva il Re VITTORIO EMANUELE!

L’abdicazione di Carlo Alberto negli echi della stampa
Risultano esplicite e significative le riflessioni de "L'Opinione" , in un articolo firmato dallo stesso Aurello Bianchi Giovini:

Tu sei solo fra i re, perché solo fosti grande. Tu primo fra i re hai inalberata una bandiera di libertà e d'indipendenza: dopo la lega lombarda tu fosti il primo che guidasse un esercito sul campi per combattere contro lo straniero. [... ]
Tu lasci al tuo popolo un successore degno di te, tu gli lasci un giovine eroe che sarà di te più fortunato, tu lasci all'Italia la convinzione, che se vuole, può; tu le lasci un fermento di vita che più non si estingue, un esempio di vera gloria che debb'essere imitato, una vittima di patrio amore che sarà vendicata; e alla Francia ed all'Inghilterra l'infamia di averti tradito e venduto.
Ti consola, o Magnanimo, e specola nell'avvenire e vi vedrai scritta quella tua parola: L'Italia fa da sè. E quando l'Italia farà da sè, i suoi figli passando davanti alla tua immagine si scopriranno riverenti il capo, o verranno devoti al tuo sepolcro e diranno: Qui' riposa il GRANDE MARTIRE della redenzione italiana.


Il campo di battaglia descritto dalla Gazzetta Piemontese
Le prime notizie a disposizione sullo svolgimento della battaglia furono diffuse dal bollettino ufficiale del Quartier Generale dell'esercito, emesso da Borgomanero il 24 marzo e pubblicato, in prima battuta, dal supplimento straordinario de "La Gazzetta Piemontese" del 26 e, il giorno dopo, da tutti gli altri giornali:

Il giorno 23 marzo ebbe luogo la battaglia campale: le truppe erano stanche dalle lunghe marcie e contromarcie dei due giorni precedenti, ma la battaglia non poteva essere differita, essendo venuti i nemici all'assalto.
La linea di battaglia distendevasi dalla Bicocca, casolare che sta a cavaliere della strada di Mortara, sino al canale situato un po' all’indietro della cascina detta di Corte Nuova verso la strada di Vercelli.
La prima divisione composta dalle brigate Aosta e Regina formava l'ala destra, e stendevasi sull'altipiano dietro Corte Nuova alla sinistra della strada di Vercelli. N'era al comando il generale Giovanni Durando.
La seconda divisione appostavasi davanti alla cascina detta la Cittadella: questa divisione componevasi delle brigate Casale, Acqui e Parmense.
La terza composta di Savona e Savoia appoggiavasi alle poche case con una chiesa denominate la Bicocca. La comandava Perrone. Il Duca di Genova appostavasi dietro in riserva colle brigate Pinerolo e Piemonte dinanzi a San Nazzaro cimitero.
Solaroli coi battaglioni composti stava sulla strada di Trecate.
Il Duca di Savoia appoggiava l'ala destra colle brigate Cuneo e Guardie. Era a poca distanza dalla città nel bassi piani, che stendonsi immediatamente sotto le sue mura verso la strada di Vercelli.
Alle 11 del mattino gli Austriaci cominciavano ad assalirci alla Bicocca sulla nostra sinistra. Dopo alcuni vivissimi colpi, non tardava il fuoco a distendersi su tutta la linea di battaglia.
Il reggimento di Savona appostato in prima linea piegò, e si fece entrare in combattimento la brigata Savoia. In breve Savoia e Savona ripigliavano le posizioni perdute, e si spingevano fino alla cascina Lavinchi sulla sinistra della Cittadella. In questo frattempo rallentava il fuoco degli Austriaci sulla nostra sinistra, e pareva ci,@ i loro sforzi si portassero sul nostro centro alla Cittadella, che fu presa e ripresa più volte dalle brigate Casale, Acqui e Parmense comandate da Bes.
Qui l'assalto degli Austriaci si fece più forte sulla sinistra. Le brigate Savoia e Savona cominciavano a ripiegarsi verso la Bicocca. In breve fu perduta questa posizione che decideva delle sorti della giornata. Si mandò al soccorso la riserva del Duca di Genova. 11 Duca combattè egregiamente: gli furono uccisi o feriti sotto parecchi cavalli, sicché dovette dirigere l'azione a piedi. Ma furono inutili i suoi sforzi.
Allora gli Austriaci portarono tutte le loro forze al nostro centro. L'azione si impegnò vivissima sulla nostra destra e sul centro, ma ripiegandosi i nostri battaglioni gli uni sugli altri, al cadere del giorno dovettero battere la ritirata.
La giornata era perduta per noi. IL centro e l'ala destra, riannodandosi sulle mura della città, opposero ancora a notte qualche resistenza.

Gli echi della battaglia giungono a Milano
Si comincia dunque a parlare di congiure, tradimenti, misteri.
A Milano la notizia della battaglia non giunse pritna che a Torino.
La "Gazzetta di Milano" pubblicò il «secondo bollettino dell'armata» con l'annunzio della vittoria nell'edizione di lunedì 26 marzo, in contemporanea quindi con l'annuncio della "Gazzetta Piemontese":

Ieri ebbe luogo una sanguinosa battaglia fra l'armata Sarda e l'Armata Imperiale.
L'Armata Sarda fu battuta su tutti i punti e respinta nella città di Novara.
li Re Carlo Alberto ha abdicato in favore di suo figlio il Duca di Savoia
In questo momento il Ministro Sardo Cadorno e il generale Sardo Cosato si trovano qui per chiedere un armistizio, sul quale ora si fanno le trattative. Se queste rimangono senza effetto, si riprenderà oggi stesso l'attacco.
Seguiranno tra breve gli ulteriori dettagli.

Questo laconico messaggio, in cui sono storpiati i nomi degli inviati piemontesi, Cadorna e Cossato, era stato emesso alle ore 8 di mattina del 24 marzo dal Comando dell'esercito in Vespolate. Seguirono quasi subito i «dettagli del secondo bollettino dell'armata», spediti da Novara poche ore dopo e vistati dal Comando militare di Milano lo stesso giorno 26 in cui vennero pubblicati:

1 combattimenti di Gambolò e di Mortara così brillanti per le nostre armi, nei quali il nemico sviluppò una considerevole forza, hanno dimostrato che avevamo da fare colla forza principale del nostro avversario. Trattavasi dunque solamente di sapere se il nemico già circondato e preso nei fianchi concentrerebbe le sue forze presso Novara per ivi arrischiare una battaglia generale, o procurerebbe di raggiungere Vercelli e mettersi in comunicazione colle forze radunate dietro la Sesia, e con quelle al di là del Po. Conformemente a ciò tutti i Corpi erano talmente disposti da poter essere diretti secondo gli eventi, o alla dritta verso Novara, od alla sinistra verso Vercelli.
Il secondo Corpo d'Armata, sotto gli ordini del Generale d'artiglieria barone d'Aspre si era avanzato da Mortara sulla strada maestra verso Novara; lo seguiva il terzo Corpo ed il Corpo di riserva, il quarto ed il primo Corpo si muovevano in direzione parallela verso la linea di ritirata del nemico.
Il giorno 23 corrente alle ore 11 antimeridiane il secondo Corpo d'Armata s'incontrò presso Olengo col nemico, il quale da principio sviluppava poca forza, e quindi voleva far supporre di aver lasciato qui soltanto una retroguardia per coprire la sua ritirata. In questa supposizione S.A.I. l'Arciduca Alberto si avanzò rapidamente colla sua Divisione - lo seguì in qualche distanza la divisione del Tenente-Maresciallo conte Schaffgotsche. Ma questa supposizione mostrossi erronea, e si riconobbe di aver da fare col nerbo principale del nemico forte di circa 50.000 uomini. Si impegnò un combattimento accanito, il quale da parte nostra fu sostenuto con coraggio senza esempio, mentre il nemico attaccava con non minor energia, e sviluppava ogn'ora nuove forze. Le truppe dell'Arciduca, il quale trovavasi in persona su tutti i punti minacciati, fecero prodigi di valore, e siccome l'Arciduca non voleva retrocedere d'un palmo di terreno, così la nostra perdita da questo lato fu considerabile. Frattanto anche la Divisione Schaffgotsche entrò nella linea di battaglia; però la forza del nemico era ancora troppo rilevante perché questa truppa così debole avesse potuto resistervi per lungo tempo. Istruito dello stato delle cose il Feld-Maresciallo fece tosto avanzare in marcia forzata il terzo Corpo d'Armata, che il Generale d'artiglieria
D'Aspre avea già domandato per suo sostegno - inoltre il Corpo di riserva, mentre contemporaneamente fu dato l'ordine al primo ed al quarto Corpo d'Armata di dirigersi verso i fianchi del nemico. Circa le ore 4 pomeridiane arrivò sul campo di battaglia il terzo Corpo d'Armata forte di 14 Battaglioni; 7 Battaglioni entrarono nella linea di battaglia, mentre gli altri 7 seguivano, quale riserva, il centro dietro il quale trovavasi il Corpo di riserva in sostegno.
Alle ore 6 circa giunse pure il quarto Corpo d'Armata e si postò a cavallo della strada di Vercelli. Ora da tutti questi punti cominciò un attacco concentrico sul nemico, il quale non poteva resistervi, e quindi incominciò a ritirarsi ovunque; respinto dalla sua linea naturale di ritirata dovette gettarsi verso i monti; durante la ritirata Novara fu dalle proprie truppe saccheggiata ed incendiata in molti luoghi.
Il Re Carlo Alberto abdicò nella stessa notte in favore del suo figlio, il Duca di Savoja.
Di già erano prese le disposizioni per inseguire il nemico, quando arrivarono i Parlamentari e chiesero armistizio. - Il giorno dopo ebbe luogo un abboccamento fra il nuovo Re ed il Maresciallo, in conseguenza del quale l'Armistizio fu realmente conchiuso. - Le condizioni di esso saranno pubblicate a suo tempo.
La perdita di ambe le parti è grande - però quella del nemico molto più significante della nostra. - Il campo di battaglia è coperto di morti, e migliaia di feriti riempiono gli spedali di Novara. - Fra i morti ed i feriti trovansi d'ambo le Armate parecchi Generali e molti ufficiali di rango superiore. Ci asteniamo di citare i nomi di quelli che si coprirono di gloria in questa giornata, e compiremo questo dovere appena ci saranno noti i dettagli.
Più migliaia di prigionieri, molti cannoni ed altro materiale di guerra trovansi nelle nostre mani.

Il comunicato austriaco, pur sintetico, dà un'idea completa del succedersi degli avvenimenti, anche se non cita i nomi dei luoghi attorno ai quali si svolsero i combattimenti. E’ da notare che vi si riconosce il valore dei Piemontesi e si ammette la gravità delle perdite; in particolare, va richiamata l'attenzione sul fatto che l'entità di quelle piemontesi viene definita più "significante”, il che non equivale a maggiore.


I “Cenni storici” e l’Iride Novarese
Intererssanti per la loro vena anche polemica sono alcuni articoli apparsi sull’Iride Novarese rimasti anonimi.
Ma cosa rodeva l'animo di questo anonimo articolista? Cosa era successo a Novara il 23 marzo e la notte successiva? Ci illuminano i Cenni' storici sugli ultimi' avvenimenti della guerra, che appaiono nella seconda pagina dell"'lride" quali più che essere la ricostruzione dei fatti militari e delle loro conseguenze, sono una descrizione dei torbidi avvenuti in città prima, durante e dopo la battaglia, nonché una risposta in tono polemico alle accuse rivolte ai Novaresi di non aver assistito i soldati e di non aver reagito contro il nemico. L'accento è posto subito sullo sbandamento dell'esercito:

Il giorno 21 si cominciarono a vedere molti soldati sbandati retrocedere su questa città. Il giorno 22 testimoni oculari del fatto ci assicurano di aver visto altrettanto farsi verso Casale, e il giorno 23 da Vercelli sullo stradale di Torino, da frotte intiere di soldati che fuggivano colle armi intatte. Dispostesi il giorno 22 le cose in questa città ad una battaglia pel giorno successivo, cominciarono verso la sera di quel giorno vani soldati a sbandarsi per la città tenendo discorsi che poco rassicuravano i cittadini. Nel giorno vegnente sul rifiuto di molti ad escire in campagna si dovette far correre la cavalleria per le contrade onde spingere i rivoltosi a furia di piattonate. Allora cominciarono ad entrare in alcune botteghe rubando vani oggetti, ed esclamando: paga Pio IX. Questo intimorì i cittadini, che diedero mano a chiudere i negozii, massime dietro i discorsi sediziosi proclamati pubblicamente, e le minacce di saccheggio che pure apertamente si facevano.

Ed ecco la descrizione dei saccheggi. La narrazione è quella di un uomo comprensibilmente agitato, la passionalítà più che la ragione pervade il suo scritto:

A quattr'ore le cose andavano bene per noi, e già il nemico, viste le grosse perdite sofferte, e cacciato dalle sue posizioni, era per ritirarsi, quando avendo alcuni nostri corpi ricusato di marciare, il nemico si rifece, e prese cuore, ricacciò i nostri fino sotto le mura della città. Finita così la giornata in nostro danno, ma con perdita assai più forte per l'Austriaco, cominciò fra le nostre mura una battaglia di ben diverso genere. Bande di soldati si gettarono sulle botteghe, atterrandone a viva forza le imposte, e principiarono il saccheggio. Molti onesti commercianti furono spogliati di tutto, e ridotti perfettamente al verde. Alcune case di particolari furono invase fino al terzo piano, e spogliate di tutto, essendo a stento fuggiti gli abitanti a salvarsi in siti nascosti, o sui tetti. [... ]
Alcuni ufficiali, che cercavano di reprimere i saccheggiatori, furono minacciati della vita, come lo furono nella giornata coloro che tentarono di ricondurre i soldati in campo, fra cui non andò esente dalla minaccia anche il Duca di Genova, e vuolsi anche il Duca di Savoja, e lo stesso Re. Ad ora tarda a stento si potè liberare altre case e botteghe dal saccheggio, col far sgombrare le strade da picchetti di cavalleria, che dovettero usare della forza, ed uccidere molti soldati che contro essi pure si rivoltarono. Il danno arrecato in quest'occasione ai poveri cittadini fu immenso.

Inevitabile la resa della città agli Austriaci:

In quest'apprensione, essendosi l'armata nostra allontanata nella notte, e la città nostra abbandonata trovandosi da un lato alle iniquità di coloro che sbandati ed avvinazzati erano rimasti indietro, dall'altra alla vendetta del nemico che cominciava a bombardarla, il vescovo ed il sindaco, si portarono a parlamentare col nemico, e chiesero la salvezza della città, promettendo che l'armata austriaca non avrebbe nell'entrarvi trovata molestia.

.Perentoria la conclusione, dopo aver smentito una voce corrente a giustificazione dei saccheggi, che cioè in città non ci fossero viveri:

[... 1 per il cattivo esperimento di alcuni e le aperte minacce del mattino, tutti i commercianti erano stati obbligati a chiudere le botteghe. Ma i viveri non potevano mancare, e prova ne sia, che si gettavano per ogni dove, ed il giorno 24 alcune piazze erano ancora piene di riso ed altri camangiari.

A questo seguì un altro scritto di tenore analogo intitolato Compendio di fatti accaduti in Novara, firmato Un Novarese..
Fatta la premessa che Novara non temeva di smentire le tante lettere pervenute da Torino, che le facevano carico di aver negato viveri e asilo ai nostri soldati sconfitti, l'autore descrisse i disordini con secche parole:

Sbandati per la città, rispondevano talvolta all'appello de' Capi colla baionetta e collo scoppio del fucile, sicché taluni furono da questi sulle piazze ammazzati. E sul far di ogni sera di quei giorni fino a quasi al cascar del sole non sentivansi che imprecazioni al Re, all'Italia, al ricchi, accompagnate da un continuo trar di fucilate su per le finestre, per le botteghe e per le porte delle case, che vennero alla fine atterrate. Allora incendi appiccati alle merci, saccheggi d'oro, di gemme, di orologi, di denaro; allora maltrattati ed atterriti gli abitanti, presi per la gola certi ammalati, assaliti colle armi alcuni preti, finché tutto non ne rubarono il danaro, gittato le suppellettili, stracciati i libri, spezzati i vasi delle farmacie, minacciati i presidii della Guardia Nazionale; a segno che in più luoghi la Cavalleria dovette scaricare sull'Infanterli le armi. De' quali orrori parte ebbe luogo anche di giorno nel mentre che si combatteva la gran battaglia sotto Novara da quei prodi che veramente sentivano l'onore della patria. E simili orrori si rinnovarono a Momo, a Gattinara, a Briona, a Fara, a Ghemme, a Romagnano, a Biella, ad Oleggio, a Borgomanero, ed altrove.
Entrarono gli Austriaci, ed un loro uffiziale, alla vista delle incendiate botteghe, sclamò [sic]: C'è un errore nella geografia, i' Vandali stanno in Piemonte.

L'articolo era talmente espressivo e la sua chiusa finale così ad effetto che la "Gazzetta di Milano" si sentì in dovere di pubblicarlo, ancora una volta a scorno dei patrioti italiani.
La "Novella Iride" chiudeva con due avvisi del sindaco Bollati con cui si dava esecuzione alla requisizione delle armi in possesso dei cittadini, ordinata dalle autorità militari di occupazione austriache.