dopo la battaglia



Le conseguenze della battaglia nei giornali dell’epoca

L'impatto sull'esercito della sciagurata giornata del 23 marzo non fu immediatamente percepito dagli uomini e, quindi, dal giornali della sinistra piemontese. La "Gazzetta del Popolo" scriveva il 27 marzo:

Abbia perduto una battaglia, le perdite materiali sono molte, ma siamo nel nostro paese, e il materiale da guerra sovrabbonda ancora. [ ]
Quanto agli uomini le nostre perdite per grandi che siano sono sempre di minore importanza che quelle del nemico: egli lontano di casa sua, cinto di popoli insorti difficilmente si può rifornire; noi senza far calcolo del popolo e della Guardia nazionale, solo cogli uomini lasciati nelle guarnigioni possiamo costituire un'esercito poderoso. [ ]
Aggiungete il corpo intatto di Lamarmora: riflettete, che l'esercito vinto a Novara presenta tuttavia una forza imponente, e poi dite se si debba disperare. [ ]
La forza delle cose sta per noi: nessuno può mutarla. Come il principio della libertà non muore per qualunque momentanea reazione, così non muore il principio delle nazionalità per qualunque infortunio militare.
La guerra d'Ungheria è tuttora ardentissima. Roma, Toscana e Venezia sono in piedi, e combattono: la Germania si agita, la Francia è a noi vicina. [ ]
[ ] Non mai la Francia vorrà vedere il Piemonte vittima dell'Austria, perché sarebbe un volersi togliere un alleato naturale, e lasciarsi rinchiudere per la seconda volta in quel cercio [sic] di ferro, in cui l'avevano stretta i trattati del 1815 [ ]

Su "L'Opinione" del 28 marzo l'esposizione di Bianchi-Giovini fu più articolata, ma giunse con forza ancora maggiore alla conclusione che la guerra doveva continuare, costasse quel che costasse. Riprese, in primo luogo, la tesi del complotto:

[ ] la congiura convien credere che esistesse di fatto, perché Radetzky seppe la denuncia dell'armistizio 24 ore prima che arrivasse il maggiore Cadorna a Milano; perché egli era informato di tutti i nostri piani; perché gli ufficiali austriaci dicevano apertamente, e molti articoli della Gazzetta d'Augusta lo attestano, che molti ufficiali piemontesi non si sarebbero battuti contro di loro, e che ne avevano avuto promessa in vari colloqui; finalmente perché Radetzky non poteva arrischiare una mossa arditissima e sommamente pericolosa per lui, se non fosse stato sicuro del suo colpo, e che in pochi giorni avrebbe finita la guerra.


Gli echi dell’armistizio di Vignale alla Camera dei Deputati
Quando queste condizioni furono rese note, alla Camera dei Deputati scoppiò il putiferio, che si trasfeel immediatamente sui giornali. Le parole di Bianchi-Giovini rappresentano assai bene lo stato d'animo di tutte le componenti della sinistra: sono ovviamente in prima pagina e il titolo dell'articolo, L'armz'stizz'o inqualificabile ci dà subito la misura dell'elettricità che saturava l'agone politico

0 infamia, infamia, infamia! Caduto è Carlo Alberto, caduto è il generoso, ed or menano i vili le trionfali loro danze, e fari plauso a sè della comune sciagura, e batton le mani perché la nazione è in vergogna e cantano inni alla vittoria de' barbari ed al nostro rossore.
Ah! popolo, popolo! vedi dove ti trascinano, e dove trascinano il giovane tuo re.
Non è l'austriaco a cui si vuol far guerra, ma a te, ma alle tue libere istituzioni, ma a' tuoi diritti. Essi vogliono ridurti servo di nuovo; essi vogliono richiamare i tempi dei privilegi e delle ingiustizie. Tu piangi la sciagura di Carlo Alberto, ed essi ridono; tu piangi le tue sciagure, ed essi godono, ed esclamano: torna, torna; l’ora è per noi
Essi ti parlano di un armistizio! Un armistizio? Meglio una pace qualunque ella sia; che armistizio non si può chiamare un siffatto patteggiamento, ma una vergogna del trono, una macchia della corona, una infamia de' ministri, una rovina finale della nazione. Noi l'abbiamo già provato coll'armistizio Salasco che costò tanti danni al Piemonte, alla Lombardia, all'Italia tutta, e che fu la causa primaria de' presenti dolori. [... ] Ed ora coi nome di armistizio ci si vuole imporre la consegna agli austriaci della fortezza di Alessandria; l'indefinita occupazione militare di una parte di ricco paese e il disarmamento di tutto il resto. Non è egli un consegnarci agli austriaci colle mani e co' piedi legati? Non era meglio dire a Radetzky: vieni e regna ?
0 Vittorio Emanuele, con un tale statuto non si regna; un giovane eroe non salisce un trono, non impugna uno scettro, non si mette in capo una corona a tali umilianti condizioni.
Anche i moderati e la destra ritennero le condizioni armistiziali umilianti. Ma, almeno secondo "L'Armonla", non restava che rassegnarsi.
“ il prode nostro Re VITTORIO EMANUELE 11, dopo aver con alma ' intrepida e cuore imperterrito opposto il suo petto alle palle austriache, ha riconosciuto la dolorosa NECESSITA di firmare di proprio pugno un armistizio che c'impone grave sacrificio, ma che risparmia al Piemonte mali assai maggiori; la vera fortezza d'animo sta nel rassegnarsi al nostro destino. [... ]

o meglio ancora, ed è la posizione de "Il Risorgimento", ricercare le cause che hanno costretto a questo passo .

Se le condizioni dell'armistizio sono inevitabili, la nazione le subirà come un flagello, e tutto l'omaggio che sarà mai possibile rendere alla logica degli avvenimenti, sarà il silenzio dell'angoscia repressa e l'inquietudine della speranza non morta. Noi dunque non parliamo dell'armistizio, non vogliamo parlarne.
Ma delle cause che l'han prodotto, vogliamo e dobbiamo e domandiamo ai ministri che la luce sia fatta in mezzo al tremendo mistero, da cui ci sentiamo circondati ed oppressi.

L'atto, comunque, era siglato ed anche il primo proclama del nuovo re, datato 27 marzo, indicava chiaramente che la strada del riscatto doveva passare per una pace dolorosa e che non era il caso, nella situazione attuale del Paese, creare pericolose divisioni:

CITTADINI! Fatali avvenimenti e la volontà del veneratissimo mio GENITORE mi chiamarono assai prima del tempo al trono de' miei Avi.
Le circostanze fralle quali lo prendo le redini del governo sono tali che senza il più efficace concorso di tutti difficilmente lo potrei compiere all'unico mio voto, la salute della patria comune.
1 destini delle nazioni si maturano nei disegni d'Iddio; l'uomo vi debbe tutta la sua opera; a questo debito noi non abbiamo fallito.
Ora la nostra impresa debbe essere di mantenere salvo ed illeso l'onore, di rimarginare le ferite della pubblica fortuna, di consolidare le nostre istituzioni costituzionali.
A questa impresa scongiuro tutti i miei popoli; io m'appresto a darne solenne giuramento, e attendo dalla nazione in ricambio aiuto, affetto e fiducia.

Di fronte alle parole del re e al nuovo ministero, nominato il 27 marzo e guidato dal generale Gabriele De Launay, tutt'altro che aperto alle istanze della sinistra, alla "Gazzetta del Popolo" non restò che prendersela con i soliti codini:

Se havvlicosa che faccia sorridere di pietà in questa sventura d'Italia si è la gloria e la iattanza de' retrogradi.
Tralasciamo i loro insulti vigliacchi; questi non provano che l'infame abbiettezza del loro cuore.

Arrestiamoci ai loro disegni, alle loro speranze.
Che cosa tentano essi? che cosa vogliono essi?
Oh nol dissimulano! Le loro parole sono chiare ed esplicite: nella sconfitta di Novara essi non veggono che un cominciamento di regresso verso altri tempi.
[... ] i reazionari furono i mantici che soffiarono nell'anarchia per trarre dal suoi eccessi occasione di tornare essi stessi al potere.

Gli aspri dibattiti alla Camera, la veemenza ed i toni accesi dei giornali, con i sospetti e le accuse esplicite di tradimento, si concretizzarono in due documenti fondamentali: un articolo de "Il Risorgimento", anonimo ma quanto meno ispirato se non scritto dallo stesso Cavour, e una Di'chz'arazz'one politica dei deputati della sinistra, comparsa su "La Concordia" ed altri giornali il 4 aprile.
Lo scritto de "Il Risorgimento" prese le mosse dalla turbolenta discussione alla Camera del 27 marzo, durante la quale con tono provocatorio Giovanni Lanza aveva chiesto come mai un esercito di 120 mila uomini fosse stato sconfitto da soli 3 5 mila Austriaci; con un gran coup de théatre aveva poi deposto sul tavolo della presidenza un volantino che asseriva essere stato trovato nelle tasche di un soldato, ed in cui si diceva: «Soldati, per chi credete combattere? Il re è stato tradito; la repubblica è stata proclamata in Torino».
La premessa dell'articolo è estremamente chiara:

Tutte le questioni, di cui è attualmente preoccupata la starnpa, si possono coordinare sotto due grandi capi. L'uno mira all avvenire, l'altro recrimina sul passato: l'uno discute le risoluzioni da prendere, l'altro le cause che ci han condotto al lacrimevole stato, d'.cu' i tutti sentiamo l'enorme peso; l'uno è la questione dell'armistizio da subire o respingere, l'altro è quella delle sciagure toccate alle nostre armi.

Spazzato il campo da un'eventuale discussione sull'armistizio, che «la nazione doveva subire come un flagello», l'estensore chiese con vigore che venisse data ragione delle insinuazioni, dei sospetti e degli attacchi verso troppe persone:

Mistero, insinuazioni indirette, accuse dirette, linguaggio esasperato, fatti accennati ed aggravati dalla reticenza, ingiurie e minaccie tanto più aspre quanto meno colpiscono gl'individui, e sembrano alludere a classi intere di cittadini: questo è ciò che presenta la stampa del giorno, ciò di cui reclamiamo spiegazione, nell'interesse d'ognuno in particolare, in quello dei partiti onesti o disonesti che sieno, in quello dell'armata, de' cittadini, dell'onore medesimo di tutto quanto il paese.
Controbattè con decisione la tesi del complotto:

Si parla di un fatto e della sua cagione, di uno scandalo e di una occulta congiura che l'abbia provocato, di un disonore e di un tradimento. Si dubitò da principio, si mormorò timidamente che l'armata non abbia fatto il suo dovere nella sciagurata campagna della Lomellina: si trovò la spiegazione che è sempre inerente a tutto ciò che di lacrimevole avvenga in Italia, cioè s'incolpò l'esistenza, l'intrigo, le mene segrete di un anonimo partito, deciso nemico della libertà.

E assai difficile che l'acutezza e la razionalità di queste righe potesse essere opera di altri se non di Cavour, a cui non occorse molto per dissolvere le fantasie di Lanza, che voleva «120 mila uomini sconfitti da soli 35 mila Austriaci»:

[... ] è oggi provato che per lo meno 60 mila austraci si presentarono in massa sotto Novara; che l'esercito sardo, in quel punto, lontano dalla divisione Lamarmora non appoggiato dalla divisione lombarda, tagliato in gran parte della divisione Durando, non era composto che di quattro divisioni intere, e si trovava perciò in numero inferiore al nemico.


Le conseguenze politiche
La dichiarazione politica dei deputati della sinistra, detta det'sessanta, anche se i sottoscrittori furono 536 la ripetizione di un gesto politico compiuto nella stessa forma nel novembre del 1848, che portò di lì a poco al ministero democratico e poi alla guerra. In questo frangente la dichiarazione è l'affermazione solenne del pensiero e dell'opinione della sinistra sulla sconfitta, come vien detto nell'introduzione:

1 terribili avvenimenti che in questi giorni si succedettero con sì inopinata e misteriosa rapidità fanno legge al deputati della sinistra di rivolgersi alla nazione, non già per rifiutare o scemare la responsabilità loro, ma per dichiarare solennemente quali furono i motivi della loro condotta, e quali siano, a loro credere, le cagioni della grande sventura che piombò sul paese.
Nel nostro indirizzo noi abbiamo confortato il governo a ripigliare prontamente le armi contro l'austriaco: e sebbene le sorti siansi voltate in modo sì miserando contro di noi, sebbene una guerra incominciata colle più splendide aspettative terminasse in capo a tre giorni col più vergognoso degli armistizi e coll'abdicazione di un Re ch'era l'amore del suo popolo, pur dichiariamo sulla nostra coscienza che duriamo tuttavia immobili in questo convincimento, essere la guerra l'unico partito al quale il paese potesse appigliarsi per uscire una volta di quello stato d'incertezza funesta, di mortifero esaurimento, di agitazione dolorosa in cui l'avevano gettato i patti dell'armistizio Salasco, e le ambagi della mediazione.

1 sessanta ricordano la loro tranquillità prima della denuncia delI' armistizio: l'esercito ispirava fiducia, il re era al campo con i figli, giungevano incoraggiamenti da ogni parte d'Italia, si era convinti che le forze austriache erano inferiori e su suolo infido. Come si poteva prevedere un simile disastro?

Ma, se avevamo preveduto il caso di una sconfitta, non avevamo però preveduto né potevamo prevedere, dopo un primo scontro, l'indisciplina e lo scompiglio di tanta parte dell'esercito, il quale non avrebbe per certo mancato a se medesimo ed alle speranze della nazione, se il disordine non fosse stato di lunga mano preparato dal tradimento.

Una breve pausa dopo aver pronunciato questa parola «dissolvenil cui tetro suono,

te, che s'appropria i più confus' rumori e se n'ingrossa, propagasi lontano nell'avvenire», poi l'affondo:

Sì, opera di tradimento fu lo scompiglio di tanta parte del nostro esercito. I disordini sì gravi che gli tennero dietro ne danno le prove più manifeste. Come infatti si potrebbe altrimenti spiegare il tramutarsi improvviso di un esercito che nella precedente campagna aveva colte tante lodi di intrepidezza e di pazienza, e che alle popolazioni, fra cui aveva avute le stanze, sì belle memorie aveva lasciato della sua costante disciplina, della bontà sua ne' famigliari consorzi? Come si potrebbe spiegare un così subitaneo e fatale pervertimento a petto delle eroiche prove di alcuni corpi che non vennero punto meno all'aspettazione? Come del pari spiegar si potrebbe che soldati avvezzi ad una riverente deferenza verso i proprii capi, al rispetto delle proprietà, educati a tutti i principio della religione militare, si rizzassero ribelli sul campo di battaglia agli ordini dei loro ufficiali, indocili alla loro voce e al loro esempi,e sul suolo della patria si convertissero in turbe di predatori e saccomanni! Tramutamenti siffatti non succedono in un attimo, né ponno attribuirsi a veruna di quelle cagioni, che per consueto si dicono esercitare maggiore influenza sulle soldatesche. Le considerazioni più semplici sull'umana natura, sull'indole del soldato, sulla particolare indole del nostro, conducono a cercare l'origine di tali dolorosi fatti assai lontano dal teatro in cui avvennero.

Bisognava dire, adesso, da dove proveniva il tradimento, chi ne era autore:

[ ] noi già li conosciamo i traditori, e li conosce il paese: noi conosciamo e il paese conosce le arti loro, i loro inganni. Sono quel dessi che hanno raccolto la triste eredità di tutti gli odii, onde furono in questa nobile ed infelice contrada gravati e contristati dagli ultimi anni del secolo caduto a questi giorni gli amatori della indipendenza e della libertà. Sono quei dessi, che alle lor grette superbie, agli ignobili loro interessi, a meschine soddisfazioni di vanità hanno sempre posposto l'onore e la salute della patria. Sono quei dessi che, miserabili d'ingegno come di cuore, schiavi d'indecorosi pregiudizi e di ozi più indecorosi, e perciò abituati a farsi maschera d'ipocrisia delle cose più sante, hanno del continuo contrariato ogni incremento di liberali instituzioni nel nostro paese, cercato di gettare il vituperio e il sospetto su gli uomini che lo promuovono, sostenuto il despotismo nostrale e forestiero per farsene puntello alle loro aperte o coperte dominazioni ed influenze.

Dal ritratto emergono, dunque, i tre nemici di sempre dei democratici: i reazionari, gli aristocratici e il clero spiegarono il perché del tradimento...

[ ] questa fazione tanto nemica alla libertà quanto all'indipendenza d'Italia, persuasa che vinta la guerra dell'indipendenza ne avrebbero avuto consolidamento durevole le istituzioni della libertà, e che quella perduta, queste, mancando della naturale loro base, sarebbero state esposte alla balia dei mutevoli governi ed alle esigenze dei forestieri, ed in ispecie dell'austriaco, e persuasa ancora che l'ingrandimento dello stato avrebbe menomate le sue influenze e nociuto a' suoi interessi municipali, si deliberò di raccogliere tutti ì suoi sforzi per avversare la guerra dell'indipendenza.

... ed il come:

Ma fattasi accorta che mal le sarebbe incontrato resistendo al voto della nazione in tanti modi manifestato, cessò ogni diretta opposizione e si diede ad operare nel segreto. Disfare quell'esercito che solo poteva in Italia combattere la guerra dell'indipendenza, rendergli odiosa questa guerra, le parve l'espediente più sicuro per recarla prontamente a disgraziato fine, e all'opera infame si volse traendo dalla sua tetra officina gl'lnganni più perfidi e più sottili. Di tutto si valse della credulità del soldato, dei suoi men che degni istinti, persino di quegli istinti più degni che gli facevan care le consuetudini domestiche, caro il nome di quel Re che tante volte egli aveva veduto accorrere il primo sul campo, ove più stringesse il pericolo. Gli esagerò le forze del nemico, gli ispirò la sfiducia nei suoi nuovi capi, gli insinuò essere questa guerra empia macchinazione di alcuni pochi, o provvidi solo dei loro interessi, o determinati di farsi della guerra strumento per abbattere il trono e l’altare, proclamar la repubblica, menar cattivo il Re. Di quali agenti, di quali mezzi si servisse è agevole immaginarlo a chi sa fin dove trascorrano le fazioni, a chi questa fazione conosce: ben ci è doloroso a dire che essa di tali agenti e di tali mezzi deve pur essersi servita che ricordano quei tempi in cui si faceva il più sacrilego abuso d'ogni cosa più santa.

Poco per volta i giornali dimenticarono i fatti di Novara. Il processo, rispetto ad altre evenienza, fu più rapido per due ragioni. Conveniva a tutti dimenticare al più presto il triste epilogo della battaglia, anche se ragioni di opportunità spinsero alcuni a rioccuparsene occasionalmente con enfasi. In secondo luogo nuovi o persistenti eventi si imposero all'attenzione: fra essi la rivolta di Genova la repressione austriaca a Brescia e Venezia, le sorti della Repubblica Romana, i fatti di Toscana, i sommovimenti europei, soprattutto la rivolta d'Ungheria e, non ultimi, i travagli politici interni.
Può essere parso che nella selezione degli articoli fin qui presentata sia assente la città di Novara, pur sempre epicentro di un dramma di vaste dimensioni. In effetti, tranne qualche fuggevole accenno ed un articolo su "L'Opinione" del 23 maggio, la stampa piemontese, e italiana in genere, sull'argomento tacque.
Occorre anche guardare alle cose con l'occhio di allora e pensare ad un giornalismo che non era fatto di immagini, sensazioni, emozioni, interviste o addirittura di scandali. Inoltre subito dopo i fatti Novara diventò off limits, quasi irraggiungibile, per effetto dell'occupazione austriaca. il flusso di persone si ridusse al minimi termini e con esso quello delle notizie.

La logica dei tempi dava per scontato che dove si' era combattuta una battaglia vi fossero disastri; se poi questi erano stati provocati soprattutto dalle proprie truppe, si capisce perché non ci fosse molta voglia di parlarne. Per ultimo non si dimentichi che nel 1849 Novara era una piccola città, circa ventimila abitanti compresi i sobborghi (neppure la metà di Alessandria, molto meno di Vercelli, Asti e Cuneo), ai confini del Regno e ai margini degli interessi della capitale, terra straniera per tutti gli altri, Milano compresa.

Gli errori politici
L'errore delle sinistre fu di non aver capito questo aspetto e di aver preteso che «il soldato combattesse per la Patria, per l'Indipendenza, per la Libertà, tutti nomi sconosciuti al nostro contadino, e che non s'imprimono nel cuore di un uomo in un giorno».
A ciò andavano aggiunti «I danni sofferti in Lombardia, la voce che i Lombardi avversassero CARLO ALBERTO e volessero usufruttuare del sangue de' soldati Piemontesi per erigersi in repubblica; gli odii eccitatisi fra Piemontesi e Lombardi a bello studio dal nemici interni ed esterni della causa Italiana, fecero al nostro soldato avversare una nuova guerra in Italia, come essi dicevano, ed originarono quelle proteste che sentimmo più volte dal suo labbro, di non voler valicare il Ticino». Ecco le radici della sconfitta. E ora, che fare?

Riordiniamo dunque le nostre forze, poniamo tutto in opera per ritornarle alla disciplina che è il nerbo di ogni armata, per togliere da esse quelle cause che l'hanno guaste, per portare in esse que' miglioramenti che sono necessitati dalle circostanze de' tempi. Ma ricordiamoci che l'uomo non si educa tutto ad un punto, che ad un tratto non s'inciviliscono le generazioni. Pensiamo quindi a far dell'uomo un buon cittadino se lo vorremo poscia un buon soldato.

Parole di chiara derivazione moderata, ma certo molto sensate. Parole che per il loro equilibrio, a meno di venti giorni dal sanguinoso evento che aveva coinvolto tutta la comunità, hanno diritto di essere poste in speciale rilievo.
Anche i Cenni sulla battaglia di Novara, in seconda pagina, meritano attenzione, in particolare quando fanno riferimento al bollettino di guerra austriaco:

Quantunque poi le perdite nostre si vogliano nel già detto bollettino più gravi di quelle del nemico, noi che abbiamo visitati i luoghi ove succedette il combattimento, e gli spedali ove si trovano i malati, siamo di sentimento che le perdite dell'Austriaco sieno state assai più considerevoli delle nostre, e non crediamo di esagerare facendole ascendere a 8 o 10 mila fra morti e feriti, oltre a circa 1.500 prigionieri che già erano giunti in questa città, ed altri assai più che trovavansi ancor tenuti in campagna, e che si dovettero lasciar liberi.

Probabilmente qualche esagerazione nelle cifre vi è lo stesso; tuttavia si tratta di una importante conferma, proveniente da testimoni oculari, che gli Austriaci furono messi a dura prova.

Gli echi militari
Anche la "Novella Iride" pubblicò lettere di militari. Lo stesso 16 aprile ospitò una missiva di Solaroli ad un amico, in cui il generale espose le operazioni nella sua zona. Il 23 citò una serie di atti di valore. Il 30 fu la volta del capitano Pietro Rossi, del 6' reggimento di fanteria, brigata Aosta: chiedeva al sindaco di Novata di dar pubblica testimonianza del buon comportamento del suo reparto nella notte del 23 marzo. In quel giorni arrivò finalmente una lettera desiderata: gli ufficiali della IV divisione confermavano il buon trattamento ricevuto:

Le vostre abitazioni aperte per alloggiare l'ufficialità, il soldato prontamente ricoverato in sani locali, trovava caritatevole mezzo di soddisfare al primi bisogni. In tutto il tempo poi che ebbimo stanza costì non fuvvi pubblica festa, non privato divertimento, cui l'uffizialità nostra non fosse convitata, replicati i banchetti in cui i Cittadini Novaresi e militari Sardi sedettero confusi ad una sol mensa, nel santo scopo di stringer vieppiù i nodi di fratellanza, e di animarsi a vicenda al vicino conflitto, da cui certa speravasi la libertà d'Italia. 1 caffè le passeggiate, le vie della città ci videro sempre accompagnati in amichevole amplesso.

In questo quadretto si stenta quasi a riconoscere i Novaresi, gente tradizionalmente freddina, poco incline alla confidenza e alle aperture ai forestieri, anche se in divisa. Il tutto è però convalidato dalle 22 firme in calce: sarebbero state di più, lo ha impedito la «fretta di spedirvi coteste linee mal vergate sì, ma veridiche e provenienti da schietti cuori».
il 30 aprile il giornale di Novara riportò anche il riconoscimento degli ufficiali della Sanità militare, espresso nella relazione al Consiglio Sanitario dell'esercito:

Ci gode l'animo pure, avvegnaché indirettamente a noi ci appartenga, poter testificare quale filantropico zelo ed indicibile opera abbiano prestato a pro del miserevole ferito gli Amministratori della pia opera del venerando Spedale Maggiore, molti delegati per la Civica Amministrazione negli altri Spedali (Seminario, Collegio Nazionale, Caserma di S. Paolo), molti Dottori borghesi, molti reverendi Sacerdoti nelle su citate chiese (Rosario e Sant'Eufemia), molte pietose persone in aiuto per gli occorrenti bisogni dei feriti, molte famiglie nel ricettare nelle proprie case le maggiormente delicate persone e la dovizia e quasi profusione con cui si provvide agli oggetti di medicazione, al medicinali e ad occorrenze altre che non potrebbero venire enumerate.

Le “Considerazioni” di un ufficiale piemontese
A questo punto i Novaresi potevano dirsi soddisfatti, quantomeno per le tante, belle parole spese sul loro conto. A turbare il clima rasserenato, venne il XVIII capitolo di una lunga serie di Considerazioni' «scritte da un Ufficiale», ubbicate a puntate dalla "Gazzetta Piemontese".
Ben presto si venne a sapere che l'anonimo autore non era un ufficiale e neppure un militare, bensì Carlo Promis, archeologo, filologo, insegnante di architettura presso la Scuola militare di Torino, uomo, come già accennato, ben introdotto a corte e negli ambienti governativi.

Già nel 1848 Promis aveva ricevuto l'incarico da Carlo Alberto di porre mano alle sue carte della guerra in Lombardia e di pubblicarle per rintuzzare le polemiche sull'esercito e la sua condizione: ne erano scaturite le Memorie edosservazioni' sulla guerra dell'indipendensa d'Italia nel 1848. Ora il governo gli aveva posto a disposizione memoriali e relazioni affinché ne traesse una difesa dell'Armata e contribuisse a cancellare le voci di tradimento che continuavano a circolare con insistenza.

Quando giunse al capitolo sui Tumulti di Novara, per difendere la reputazione dell'esercito Promis mise a repentaglio quella dei Novaresi. Ecco alcuni passi significativi:

[... i i reggimenti giuntivi nel giorno 22, invece dei copiosi viveri che speravano rinvenirvi, grazie a parecchi accidenti, non ne avevari trovati che pochi: vedevano chiuse le botteghe dei commestibili per la voce di alcuni disordini già avvenuti nelle vicinanze, chiusi i convegni di coloro che dopo avere con sì loquace ferocia incitato a guerra, ora si erano allontanati o nascosti; l'amministrazione militare ed il municipio colti alla sprovvista, non avevan potuto provvedere che assai poco.
[ ] ben presto la terribile certezza della scarsità dei viveri colpì i soldati d'ira profonda al veder se stessi spossati e famelici, con poca speranza di ristoro, mentre miravano i prigionieri nemici pasciuti e barcollanti per ebbrezza d'acquavite.
[ ] alcuni onorati ufficiali, dopo inutili richieste, erano stati istruiti a sfondare colle ascie le botteghe, onde dar cibo ai soldati loro; bentosto la fanteria reduce dalla Bicocca e frammista ai feriti ed alla folla di coloro che per vera o simulata pietà li sorreggevano, venne ad ingombrar le vie, gridando fame e violentemente cercando di che sbramarsi. N'era fuggito l'intendente; il sindaco sorpreso all'impensata, s'affaticava senza poter sopperire a tutte le mancanze.

Questa volta la risposta non venne dal giornale locale, pressoché sconosciuto a Torino, ma dal Consiglio comunale, tramite una lettera infuocata al direttore della "Gazzetta Piemontese" il quale, prima di pubblicarla, la girò al Ministro degli Interni, Pierdionigi Pinelli. Il 21 maggio questi scrisse agli amministratori novaresi invitandoli a rivedere i toni, a non voler assecondare nuovi odi, a tener conto della imperfetta informazione dell'autore e a citare il ruolo del nuovo re nel sedare i tumulti (vi era stata infatti una inopportuna "dimenticanza") Con qualche correzione, ma senza cambiare la sostanza, la lettera fu rispedita alla "Gazzetta" e pubblicata il 26 maggio:

L'anonimo scrittore accusa Novara di aver tenuto chiuse le botteghe nel 23 Marzo, di essersi tenuta sprovvista di viveri, e di averli negati alle truppe.
Basterebbe rispondere all'anonimo Ufficiale che in fatto di guerra dovrebbe almeno sapere ciò che niuno ignora che della somministrazione dei viveri all'Armata non erano incaricati i venditori di commestibili in Novara. Basterebbe d'altronde a dimostrare l'impossibilità morale dei fatti imputati ai Novaresi il richiamare le molte circostanze in cui Novara si mostrò tra le più generose Città del Piemonte, e le più ardenti nel desiderio che trionfasse la santa causa d'Italia [ ]
Niuna bottega poi od osteria fu chiusa in Novara sinché i soldati si limitarono a prendere anche senza pagare, e se alcune osterie e botteghe in seguito furono chiuse, lo si fece dopo che gli sbandati violentemente saccheggiavano le une, e le altre, e devastavano quanto in esse si trovava, rispondendo con parole di scherno, e con bestemmie ai lamenti che loro si facevano
Nell'inoltrarsi del giorno 23, crescendo lo sbandamento dei soldati, cresceva pure l'invasione delle botteghe accompagnata da spoglio, da devastazione, da minacce, e non rare volte da violenze personali, ed allora fu che gran parte dei venditori presero il partito di chiudere quelle botteghe a cui rimanevano le porte. Per conoscere se la causa del saccheggio sia stata la mancanza dei viveri, o la perversità di quel soldati che vi si abbandonarono, basti il sapere che [ ] niuno fu risparmiato: che Speziali, Librai, Orefici, Oriuolai, Chincaglieri e Crestaje e moltissimi privati non meno degli osti, e pizzicagnoli furono orribilmente saccheggiati e devastati [ ]

Le continue insinuazioni sul comportamento tenuto da Novara misero a dura prova il temperamento degli abitanti. "Il Carroccio" di Casale arrivò persino ad accusare le donne novaresi di intendersela con gli Austriaci. Testimonia lo stato di scoramento della cittadinanza un ultimo intervento, del 4 giugno, sulla "Novella Iride Novarese", la Risposta per' Novaresi' alle calunnie della Capitale e di alcune Provincie dell'avvocato Giovanni Pampuri:

[ ] se non ci trovassimo venduti dagli amici, obliati dal Governo, ed abbandonati da tutti, se gli insulti non ci venissero a provocare persino fra i dolori e le umiliazioni di una straniera occupazione, noi avremmo taciuto, tollerando la calunnia come una triste conseguenza della libertà sfrenata del Giornalismo. [ ]
Ma nelle condizioni attuali dopo i subiti disastri e fra i pericoli dal quali ci troviamo minacciati, è dovere santissimo di reclamare, e reclamare altamente contro i codardi accusatori di un paese crudelmente sacrificato alle armi straniere, per risparmiare ad una capitale le funeste conseguenze di una sconfitta.
Se una fatale necessità politica ha voluto questo sacrificio, noi che ne fummo la vittima abbiamo diritto almeno al rispetto dovuto alla sventura, ed è ributtante e indegna cosa il vederci rimeritati col sarcasmo e col disprezzo. [ 1
Sciagurati politici e pessimi cittadini voi seminate la calunnia nella speranza di crescere le discordie, perché da queste soltanto può venire a voi l'onor del trionfo a cui aspirate; seguite su questa via, e fra poco vedremo questa misera Italia nuovamente sbranata in Municipii e consumata in meschine rivalità cercare un rifugio nella protezione degli stranieri. [ ]
Del resto non ribattiamo le vostre accuse, perché rifuggiamo dal lezzo di turpi calunnie e di atroci recriminazioni, e vorremmo anzi che queste parole fossero le ultime che ricordassero le nostre vergogne ed i nostri dissidi alla presenza dell'inimico. [ ]

Queste parole furono effettivamente le ultime di una polemica originata da motivi inconfessabili e da antipatie di campanile.

Come conseguenza della battaglia perduta Novara si ritrovò occupata dagli Austriaci per cinque mesi. In questo periodo la "Novella Iride Novarese" seppe fino all'ultimo tenere un atteggiamento dignitoso. Non divenne una gazzetta asburgica grazie peraltro al fatto che l'occupazione era di natura esclusivamente militare, ma non esitò a chiamare nemici gli invasori e ad augurarsi la finis Austrie (25 giugno).
Celebrò con solennità la morte di Carlo Alberto, avvenuta nel volontario esilio di Oporto il 28 luglio. E finalmente poté ritornare alla gioia, insieme alla popolazione, nell'edizione del 27 agosto, per il ritorno in città, alle 7 del mattino di domenica 26, del duca di Genova alla testa del 3' reggimento fanteria della brigata Piemonte.
Con un così brutto periodo alle spalle, non rimaneva che rimboccarsi le maniche e seguire l'esortazione lanciata il 3 settembre al Paese dall'orgoglioso giornale novarese:

“Occupiamoci impertanto a riordinare il nostro Stato e rimarginare le dolorose piaghe - occupiamoci ad apparecchiare gli elementi necesarii per lo sviluppo morale, intellettuale, politico, materiale - occupiamoci in buona legislazione civile ed in buona organizzazione militare - occupiamoci al progresso delle arti, industria e commercio da cui nasce ogni miglior prosperità e floridezza - occupiamoci soprattutto nell'educazione popolare. [... ]