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Novara
Tratto dal quaderno N. 5 del Comitato dell’Associazione Amici del Parco della Battaglia Le conseguenze della battaglia nei giornali dell’epoca Gli echi dell’armistizio di Vignale alla Camera dei deputati Le conseguenze politiche Gli errori politici Gli echi militari Le “Considerazioni di un ufficiale piemontese”
Abbia
perduto una battaglia, le perdite materiali sono molte, ma siamo nel
nostro paese, e il materiale da guerra sovrabbonda ancora. [ ] Su "L'Opinione" del 28 marzo l'esposizione di Bianchi-Giovini fu più articolata, ma giunse con forza ancora maggiore alla conclusione che la guerra doveva continuare, costasse quel che costasse. Riprese, in primo luogo, la tesi del complotto: [ ] la congiura convien credere che esistesse di fatto, perché Radetzky seppe la denuncia dell'armistizio 24 ore prima che arrivasse il maggiore Cadorna a Milano; perché egli era informato di tutti i nostri piani; perché gli ufficiali austriaci dicevano apertamente, e molti articoli della Gazzetta d'Augusta lo attestano, che molti ufficiali piemontesi non si sarebbero battuti contro di loro, e che ne avevano avuto promessa in vari colloqui; finalmente perché Radetzky non poteva arrischiare una mossa arditissima e sommamente pericolosa per lui, se non fosse stato sicuro del suo colpo, e che in pochi giorni avrebbe finita la guerra.
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infamia, infamia, infamia! Caduto è Carlo Alberto, caduto è
il generoso, ed or menano i vili le trionfali loro danze, e fari plauso
a sè della comune sciagura, e batton le mani perché la
nazione è in vergogna e cantano inni alla vittoria de' barbari
ed al nostro rossore. o meglio ancora, ed è la posizione de "Il Risorgimento", ricercare le cause che hanno costretto a questo passo . Se
le condizioni dell'armistizio sono inevitabili, la nazione le subirà
come un flagello, e tutto l'omaggio che sarà mai possibile rendere
alla logica degli avvenimenti, sarà il silenzio dell'angoscia
repressa e l'inquietudine della speranza non morta. Noi dunque non parliamo
dell'armistizio, non vogliamo parlarne. L'atto, comunque, era siglato ed anche il primo proclama del nuovo re, datato 27 marzo, indicava chiaramente che la strada del riscatto doveva passare per una pace dolorosa e che non era il caso, nella situazione attuale del Paese, creare pericolose divisioni: CITTADINI!
Fatali avvenimenti e la volontà del veneratissimo mio GENITORE
mi chiamarono assai prima del tempo al trono de' miei Avi. Di fronte alle parole del re e al nuovo ministero, nominato il 27 marzo e guidato dal generale Gabriele De Launay, tutt'altro che aperto alle istanze della sinistra, alla "Gazzetta del Popolo" non restò che prendersela con i soliti codini: Se
havvlicosa che faccia sorridere di pietà in questa sventura d'Italia
si è la gloria e la iattanza de' retrogradi. Arrestiamoci
ai loro disegni, alle loro speranze. Gli
aspri dibattiti alla Camera, la veemenza ed i toni accesi dei giornali,
con i sospetti e le accuse esplicite di tradimento, si concretizzarono
in due documenti fondamentali: un articolo de "Il Risorgimento",
anonimo ma quanto meno ispirato se non scritto dallo stesso Cavour,
e una Di'chz'arazz'one politica dei deputati della sinistra, comparsa
su "La Concordia" ed altri giornali il 4 aprile. Tutte le questioni, di cui è attualmente preoccupata la starnpa, si possono coordinare sotto due grandi capi. L'uno mira all avvenire, l'altro recrimina sul passato: l'uno discute le risoluzioni da prendere, l'altro le cause che ci han condotto al lacrimevole stato, d'.cu' i tutti sentiamo l'enorme peso; l'uno è la questione dell'armistizio da subire o respingere, l'altro è quella delle sciagure toccate alle nostre armi. Spazzato il campo da un'eventuale discussione sull'armistizio, che «la nazione doveva subire come un flagello», l'estensore chiese con vigore che venisse data ragione delle insinuazioni, dei sospetti e degli attacchi verso troppe persone: Mistero,
insinuazioni indirette, accuse dirette, linguaggio esasperato, fatti
accennati ed aggravati dalla reticenza, ingiurie e minaccie tanto più
aspre quanto meno colpiscono gl'individui, e sembrano alludere a classi
intere di cittadini: questo è ciò che presenta la stampa
del giorno, ciò di cui reclamiamo spiegazione, nell'interesse
d'ognuno in particolare, in quello dei partiti onesti o disonesti che
sieno, in quello dell'armata, de' cittadini, dell'onore medesimo di
tutto quanto il paese. Si parla di un fatto e della sua cagione, di uno scandalo e di una occulta congiura che l'abbia provocato, di un disonore e di un tradimento. Si dubitò da principio, si mormorò timidamente che l'armata non abbia fatto il suo dovere nella sciagurata campagna della Lomellina: si trovò la spiegazione che è sempre inerente a tutto ciò che di lacrimevole avvenga in Italia, cioè s'incolpò l'esistenza, l'intrigo, le mene segrete di un anonimo partito, deciso nemico della libertà. E assai difficile che l'acutezza e la razionalità di queste righe potesse essere opera di altri se non di Cavour, a cui non occorse molto per dissolvere le fantasie di Lanza, che voleva «120 mila uomini sconfitti da soli 35 mila Austriaci»: [... ] è oggi provato che per lo meno 60 mila austraci si presentarono in massa sotto Novara; che l'esercito sardo, in quel punto, lontano dalla divisione Lamarmora non appoggiato dalla divisione lombarda, tagliato in gran parte della divisione Durando, non era composto che di quattro divisioni intere, e si trovava perciò in numero inferiore al nemico.
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terribili avvenimenti che in questi giorni si succedettero con sì
inopinata e misteriosa rapidità fanno legge al deputati della
sinistra di rivolgersi alla nazione, non già per rifiutare o
scemare la responsabilità loro, ma per dichiarare solennemente
quali furono i motivi della loro condotta, e quali siano, a loro credere,
le cagioni della grande sventura che piombò sul paese. 1 sessanta ricordano la loro tranquillità prima della denuncia delI' armistizio: l'esercito ispirava fiducia, il re era al campo con i figli, giungevano incoraggiamenti da ogni parte d'Italia, si era convinti che le forze austriache erano inferiori e su suolo infido. Come si poteva prevedere un simile disastro? Ma, se avevamo preveduto il caso di una sconfitta, non avevamo però preveduto né potevamo prevedere, dopo un primo scontro, l'indisciplina e lo scompiglio di tanta parte dell'esercito, il quale non avrebbe per certo mancato a se medesimo ed alle speranze della nazione, se il disordine non fosse stato di lunga mano preparato dal tradimento. Una breve pausa dopo aver pronunciato questa parola «dissolvenil cui tetro suono, te, che s'appropria i più confus' rumori e se n'ingrossa, propagasi lontano nell'avvenire», poi l'affondo: Sì, opera di tradimento fu lo scompiglio di tanta parte del nostro esercito. I disordini sì gravi che gli tennero dietro ne danno le prove più manifeste. Come infatti si potrebbe altrimenti spiegare il tramutarsi improvviso di un esercito che nella precedente campagna aveva colte tante lodi di intrepidezza e di pazienza, e che alle popolazioni, fra cui aveva avute le stanze, sì belle memorie aveva lasciato della sua costante disciplina, della bontà sua ne' famigliari consorzi? Come si potrebbe spiegare un così subitaneo e fatale pervertimento a petto delle eroiche prove di alcuni corpi che non vennero punto meno all'aspettazione? Come del pari spiegar si potrebbe che soldati avvezzi ad una riverente deferenza verso i proprii capi, al rispetto delle proprietà, educati a tutti i principio della religione militare, si rizzassero ribelli sul campo di battaglia agli ordini dei loro ufficiali, indocili alla loro voce e al loro esempi,e sul suolo della patria si convertissero in turbe di predatori e saccomanni! Tramutamenti siffatti non succedono in un attimo, né ponno attribuirsi a veruna di quelle cagioni, che per consueto si dicono esercitare maggiore influenza sulle soldatesche. Le considerazioni più semplici sull'umana natura, sull'indole del soldato, sulla particolare indole del nostro, conducono a cercare l'origine di tali dolorosi fatti assai lontano dal teatro in cui avvennero. Bisognava dire, adesso, da dove proveniva il tradimento, chi ne era autore: [ ] noi già li conosciamo i traditori, e li conosce il paese: noi conosciamo e il paese conosce le arti loro, i loro inganni. Sono quel dessi che hanno raccolto la triste eredità di tutti gli odii, onde furono in questa nobile ed infelice contrada gravati e contristati dagli ultimi anni del secolo caduto a questi giorni gli amatori della indipendenza e della libertà. Sono quei dessi, che alle lor grette superbie, agli ignobili loro interessi, a meschine soddisfazioni di vanità hanno sempre posposto l'onore e la salute della patria. Sono quei dessi che, miserabili d'ingegno come di cuore, schiavi d'indecorosi pregiudizi e di ozi più indecorosi, e perciò abituati a farsi maschera d'ipocrisia delle cose più sante, hanno del continuo contrariato ogni incremento di liberali instituzioni nel nostro paese, cercato di gettare il vituperio e il sospetto su gli uomini che lo promuovono, sostenuto il despotismo nostrale e forestiero per farsene puntello alle loro aperte o coperte dominazioni ed influenze. Dal ritratto emergono, dunque, i tre nemici di sempre dei democratici: i reazionari, gli aristocratici e il clero spiegarono il perché del tradimento... [ ] questa fazione tanto nemica alla libertà quanto all'indipendenza d'Italia, persuasa che vinta la guerra dell'indipendenza ne avrebbero avuto consolidamento durevole le istituzioni della libertà, e che quella perduta, queste, mancando della naturale loro base, sarebbero state esposte alla balia dei mutevoli governi ed alle esigenze dei forestieri, ed in ispecie dell'austriaco, e persuasa ancora che l'ingrandimento dello stato avrebbe menomate le sue influenze e nociuto a' suoi interessi municipali, si deliberò di raccogliere tutti ì suoi sforzi per avversare la guerra dell'indipendenza. ... ed il come: Ma fattasi accorta che mal le sarebbe incontrato resistendo al voto della nazione in tanti modi manifestato, cessò ogni diretta opposizione e si diede ad operare nel segreto. Disfare quell'esercito che solo poteva in Italia combattere la guerra dell'indipendenza, rendergli odiosa questa guerra, le parve l'espediente più sicuro per recarla prontamente a disgraziato fine, e all'opera infame si volse traendo dalla sua tetra officina gl'lnganni più perfidi e più sottili. Di tutto si valse della credulità del soldato, dei suoi men che degni istinti, persino di quegli istinti più degni che gli facevan care le consuetudini domestiche, caro il nome di quel Re che tante volte egli aveva veduto accorrere il primo sul campo, ove più stringesse il pericolo. Gli esagerò le forze del nemico, gli ispirò la sfiducia nei suoi nuovi capi, gli insinuò essere questa guerra empia macchinazione di alcuni pochi, o provvidi solo dei loro interessi, o determinati di farsi della guerra strumento per abbattere il trono e l’altare, proclamar la repubblica, menar cattivo il Re. Di quali agenti, di quali mezzi si servisse è agevole immaginarlo a chi sa fin dove trascorrano le fazioni, a chi questa fazione conosce: ben ci è doloroso a dire che essa di tali agenti e di tali mezzi deve pur essersi servita che ricordano quei tempi in cui si faceva il più sacrilego abuso d'ogni cosa più santa. Poco
per volta i giornali dimenticarono i fatti di Novara. Il processo, rispetto
ad altre evenienza, fu più rapido per due ragioni. Conveniva
a tutti dimenticare al più presto il triste epilogo della battaglia,
anche se ragioni di opportunità spinsero alcuni a rioccuparsene
occasionalmente con enfasi. In secondo luogo nuovi o persistenti eventi
si imposero all'attenzione: fra essi la rivolta di Genova la repressione
austriaca a Brescia e Venezia, le sorti della Repubblica Romana, i fatti
di Toscana, i sommovimenti europei, soprattutto la rivolta d'Ungheria
e, non ultimi, i travagli politici interni. La logica dei tempi dava per scontato che dove si' era combattuta una battaglia vi fossero disastri; se poi questi erano stati provocati soprattutto dalle proprie truppe, si capisce perché non ci fosse molta voglia di parlarne. Per ultimo non si dimentichi che nel 1849 Novara era una piccola città, circa ventimila abitanti compresi i sobborghi (neppure la metà di Alessandria, molto meno di Vercelli, Asti e Cuneo), ai confini del Regno e ai margini degli interessi della capitale, terra straniera per tutti gli altri, Milano compresa.
Gli errori politici Riordiniamo dunque le nostre forze, poniamo tutto in opera per ritornarle alla disciplina che è il nerbo di ogni armata, per togliere da esse quelle cause che l'hanno guaste, per portare in esse que' miglioramenti che sono necessitati dalle circostanze de' tempi. Ma ricordiamoci che l'uomo non si educa tutto ad un punto, che ad un tratto non s'inciviliscono le generazioni. Pensiamo quindi a far dell'uomo un buon cittadino se lo vorremo poscia un buon soldato. Parole
di chiara derivazione moderata, ma certo molto sensate. Parole che per
il loro equilibrio, a meno di venti giorni dal sanguinoso evento che
aveva coinvolto tutta la comunità, hanno diritto di essere poste
in speciale rilievo. Quantunque poi le perdite nostre si vogliano nel già detto bollettino più gravi di quelle del nemico, noi che abbiamo visitati i luoghi ove succedette il combattimento, e gli spedali ove si trovano i malati, siamo di sentimento che le perdite dell'Austriaco sieno state assai più considerevoli delle nostre, e non crediamo di esagerare facendole ascendere a 8 o 10 mila fra morti e feriti, oltre a circa 1.500 prigionieri che già erano giunti in questa città, ed altri assai più che trovavansi ancor tenuti in campagna, e che si dovettero lasciar liberi. Probabilmente qualche esagerazione nelle cifre vi è lo stesso; tuttavia si tratta di una importante conferma, proveniente da testimoni oculari, che gli Austriaci furono messi a dura prova. Gli
echi militari Le vostre abitazioni aperte per alloggiare l'ufficialità, il soldato prontamente ricoverato in sani locali, trovava caritatevole mezzo di soddisfare al primi bisogni. In tutto il tempo poi che ebbimo stanza costì non fuvvi pubblica festa, non privato divertimento, cui l'uffizialità nostra non fosse convitata, replicati i banchetti in cui i Cittadini Novaresi e militari Sardi sedettero confusi ad una sol mensa, nel santo scopo di stringer vieppiù i nodi di fratellanza, e di animarsi a vicenda al vicino conflitto, da cui certa speravasi la libertà d'Italia. 1 caffè le passeggiate, le vie della città ci videro sempre accompagnati in amichevole amplesso. In
questo quadretto si stenta quasi a riconoscere i Novaresi, gente tradizionalmente
freddina, poco incline alla confidenza e alle aperture ai forestieri,
anche se in divisa. Il tutto è però convalidato dalle
22 firme in calce: sarebbero state di più, lo ha impedito la
«fretta di spedirvi coteste linee mal vergate sì, ma veridiche
e provenienti da schietti cuori». Ci gode l'animo pure, avvegnaché indirettamente a noi ci appartenga, poter testificare quale filantropico zelo ed indicibile opera abbiano prestato a pro del miserevole ferito gli Amministratori della pia opera del venerando Spedale Maggiore, molti delegati per la Civica Amministrazione negli altri Spedali (Seminario, Collegio Nazionale, Caserma di S. Paolo), molti Dottori borghesi, molti reverendi Sacerdoti nelle su citate chiese (Rosario e Sant'Eufemia), molte pietose persone in aiuto per gli occorrenti bisogni dei feriti, molte famiglie nel ricettare nelle proprie case le maggiormente delicate persone e la dovizia e quasi profusione con cui si provvide agli oggetti di medicazione, al medicinali e ad occorrenze altre che non potrebbero venire enumerate. Le
“Considerazioni” di un ufficiale piemontese Già nel 1848 Promis aveva ricevuto l'incarico da Carlo Alberto di porre mano alle sue carte della guerra in Lombardia e di pubblicarle per rintuzzare le polemiche sull'esercito e la sua condizione: ne erano scaturite le Memorie edosservazioni' sulla guerra dell'indipendensa d'Italia nel 1848. Ora il governo gli aveva posto a disposizione memoriali e relazioni affinché ne traesse una difesa dell'Armata e contribuisse a cancellare le voci di tradimento che continuavano a circolare con insistenza. Quando giunse al capitolo sui Tumulti di Novara, per difendere la reputazione dell'esercito Promis mise a repentaglio quella dei Novaresi. Ecco alcuni passi significativi: [...
i i reggimenti giuntivi nel giorno 22, invece dei copiosi viveri che
speravano rinvenirvi, grazie a parecchi accidenti, non ne avevari trovati
che pochi: vedevano chiuse le botteghe dei commestibili per la voce
di alcuni disordini già avvenuti nelle vicinanze, chiusi i convegni
di coloro che dopo avere con sì loquace ferocia incitato a guerra,
ora si erano allontanati o nascosti; l'amministrazione militare ed il
municipio colti alla sprovvista, non avevan potuto provvedere che assai
poco. Questa volta la risposta non venne dal giornale locale, pressoché sconosciuto a Torino, ma dal Consiglio comunale, tramite una lettera infuocata al direttore della "Gazzetta Piemontese" il quale, prima di pubblicarla, la girò al Ministro degli Interni, Pierdionigi Pinelli. Il 21 maggio questi scrisse agli amministratori novaresi invitandoli a rivedere i toni, a non voler assecondare nuovi odi, a tener conto della imperfetta informazione dell'autore e a citare il ruolo del nuovo re nel sedare i tumulti (vi era stata infatti una inopportuna "dimenticanza") Con qualche correzione, ma senza cambiare la sostanza, la lettera fu rispedita alla "Gazzetta" e pubblicata il 26 maggio: L'anonimo
scrittore accusa Novara di aver tenuto chiuse le botteghe nel 23 Marzo,
di essersi tenuta sprovvista di viveri, e di averli negati alle truppe. Le continue insinuazioni sul comportamento tenuto da Novara misero a dura prova il temperamento degli abitanti. "Il Carroccio" di Casale arrivò persino ad accusare le donne novaresi di intendersela con gli Austriaci. Testimonia lo stato di scoramento della cittadinanza un ultimo intervento, del 4 giugno, sulla "Novella Iride Novarese", la Risposta per' Novaresi' alle calunnie della Capitale e di alcune Provincie dell'avvocato Giovanni Pampuri: [
] se non ci trovassimo venduti dagli amici, obliati dal Governo, ed
abbandonati da tutti, se gli insulti non ci venissero a provocare persino
fra i dolori e le umiliazioni di una straniera occupazione, noi avremmo
taciuto, tollerando la calunnia come una triste conseguenza della libertà
sfrenata del Giornalismo. [ ] Queste parole furono effettivamente le ultime di una polemica originata da motivi inconfessabili e da antipatie di campanile. Come
conseguenza della battaglia perduta Novara si ritrovò occupata
dagli Austriaci per cinque mesi. In questo periodo la "Novella
Iride Novarese" seppe fino all'ultimo tenere un atteggiamento dignitoso.
Non divenne una gazzetta asburgica grazie peraltro al fatto che l'occupazione
era di natura esclusivamente militare, ma non esitò a chiamare
nemici gli invasori e ad augurarsi la finis Austrie (25 giugno). “Occupiamoci impertanto a riordinare il nostro Stato e rimarginare le dolorose piaghe - occupiamoci ad apparecchiare gli elementi necesarii per lo sviluppo morale, intellettuale, politico, materiale - occupiamoci in buona legislazione civile ed in buona organizzazione militare - occupiamoci al progresso delle arti, industria e commercio da cui nasce ogni miglior prosperità e floridezza - occupiamoci soprattutto nell'educazione popolare. [... ] |