ROBERTO
MORO
Eroi e brava gente
note al margine della Memoria di Giuseppe Antonio Montalenti
Bisogna
leggerla. “La memoria di quanto è avvenuto a Novara il
23 marzo” di Giuseppe Antonio Montalenti è uno scritto
di poche pagine ma di quelle che volano via; come vedere un film,
scorrere un fumetto o seguire un vaudeville di fine secolo. Vive immagini,
azione rapida, cronaca istantanea, riflessioni che sono lampi di involontaria
ironia capaci di illuminare tutto un universo di relazioni sociali
che forse abbiamo irrimediabilmente perduto, il tutto frutto di una
spontaneità che, quella sì, l’abbiamo davvero
perduta. E forse per leggerla bene bisogna essere novaresi davvero,
bisogna conoscere i luoghi, i ritmi, il clima, la lingua di un mondo
appena scomparso, questione di un paio di decenni, poco di più.
A dire il vero è proprio la Memoria di Montalenti che mi ha
convinto ad affrontare l’impegno per la narrazione in rete della
Battaglia per la quale va celebre la nostra Città, ma devo
confessare che gli apparati critici e multimediali non fanno giustizia
della freschezza e della profondità di questa testimonianza
che, da sola, restituisce per intero la natura vera dell’evento
e cioè la guerra per quello che è ed è sempre
stata: un polverone di eroi che si stenta a tenere in vita e una moltitudine
di brava gente della quale non ci si cura affatto, ma che, quando
per un attimo riprende il diritto di parola, ritorna sulla scena con
l’indiscutibile ruolo di primo attore.
Torrion Quartara, di cui Monatalenti era parroco, era in allora un
borgo della bassa che con qualche fantasia riusciamo ad immaginare:
il vecchio latifondo, una manciata di masserie e case rurali, la chiesa
parrochiale con annessa canonica. In quel 23 marzo, Torrione finisce
diritto nella battaglia perché costituisce uno dei cardini
degli opposti schieramenti e i guai cominciano di buon mattino. I
paesani si son già dati alla fuga, ma il parroco rimane lì
e si capisce il perché. Probabilmente è l’unico,
in quel mondo rurale povero e depresso, che ha qualcosa da perdere:
vuole salvare la sua “roba”, il libri parrocchiali, ma
anche “le scritture d’ogni genere sì della parrocchia
che le mie particolari”, ma anche la dispensa, la cantina, i
mobili, gli oggetti, insomma la “roba”. E alle 8 del mattino
la festa comincia. Arrivano “di Francia” gli esploratori
del Nizza cavalleria che non san dove andare; chiedono informazioni
sui luoghi, i percorsi, le strade. Poco dopo gli ufficiali si invitano
a colazione: polenta calda e fumante servita in un “mantile
bianchissimo”. Chiedono vino, una bottiglia; Montalenti, patriota,
ne offre dieci; poi arrivano formaggio e burro. Finita la colazione,
sigaro e pennichella condite da una chiacchierata sulle opprtunità
di un saccheggio. Alle 11 comincia la vera battaglia e al Torrione
arrivano gli austriaci. In canonica arriva un croato: vuole del vino,
dagli del vino e se ne va. Poi ne arriva un’altro, un altro
ancora e al quarto il vino è finito. E’ la volta di un
ussaro a cavallo che chiede l’ora; Montalenti, ingenuo, estrae
l’orologio e... via., lo scippo è immediato. Poi arrivano
i lombardi, occupano la cucine e cuociono i salami del parroco che
banchetta con loro per “salvare la pelle”. E, mentre il
festival gastronomico continua, infuria un duello di artiglieria.
La canonica va in pezzi, ci sono morti e feriti, medici e veterinari.
Ma il saccheggio alimentare continua: arrivano gli ungheresi, frugano
la cantina e trovano un orcio da novanta boccali, via! E così,
“in mezzo a tanta rovina” si mangia pane e si beve vino
perché, come sentenzia un ufficiale ungherese, “beva,
beva patrona, questa discacciar paura”. Poi arrivano i piemontesi
e scacciano gli austriaci: ancora morti, feriti, prigionieri. Poi
se ne vanno, arriva la notte e gli austriaci hanno vinto, sono a Novara.
Il parroco non ha salvato neppure le candele di sego oggetto della
voracità dei croati... Il giorno 24 e 25 e il “giorno
dopo”, un penoso censimento di danni e rovine, l’affannosa
ricerca dei paioli di rame trafugati, l’ospitalità ai
fuggiaschi e il trionfo di quella profonda umanità che ha sempre
fatto grande il nostro popolo di veri eroi. La brava gente. Vi è
in questo fresco racconto un sapore di “tutti a casa”
che già abbiamo sentito narrare dai nostri maggiori nel ricordare
l’8 settembre e anche quella generosità e serenità
di giudizio che va ben oltre gli odi e rancori ai quali, il più
delle volte, si devono gli atti di eroismo canonico. Proprio qui,
nelle sue pagine conclusive, la Memoria va letta con cura e a me ha
suscitato emozioni e ricordi, i primi ricordi quelli che risalgono
al ’44. Ma ora la Memoria di Montalenti tace, la sconfitta passa
sotto silenzio come l’evento naturale e necessario della guerra.
Lo storico naturalmente cerca di vedere più in là e
la sedimentazione del tempo ci illude di andare oltre l’orizzonte
di Torrion Quartara, fare scenari e tirar giù giudizi. Oggi
si può vedere, dietro alle emozioni di Montalenti e alle sue
spicciole esperienze di guerra, il vasto racconto della storia patria:
le vicende belliche, i protagonisti del dramma, gli storici eroi di
quel giorno sfortunato e del suo peso sulla “fatal Novara”.
Qualche considerazione e qualche giudizio si impongono.
Cominciamo pure con il primo attore di questo copione, il lìder
maximo, Carlo Alberto. Carlo Alberto è un Savoia, è
detto tutto. Forse non uno dei peggiori, ma i tratti della sua razza
li porta fieramente con sé. Una robusta ignoranza non priva
di furbizie puerili quanto irresponsabili, una titubanza estrema e
conseguente tortuosità di pensiero, una indifferenza (forse
ignavia) che si cerca inutilmente di confondere con distacco e senso
della regale dignità. La battaglia comincia verso mezzogiorno,
alle tre un grave incidente: il sovrano viene accerchiato per sbaglio
da un contingente nemico e se la vede brutta. Verso le quattro del
pomeriggio ha già perso ogni velleità di eroismo e rimugina
sul come uscirme. Quando ero alle elementari (la scuola Ugo Ferrandi,
il maestro Reposo) mi si insegnava nei “medaglioni storici”
da mandare a memoria che “il re cerca invano la morte sul campo
di battaglia”. Allora mi chiedevo perché, oggi a rileggere
questi eventi so che altro non può essere se non una pietosa
mitografia: sarà stato uno scatto di nervi e forse anche un
sussulto di dignità, ma poco più che un chiacciericcio
da salotto, un luogo comune. Alle sei di sera le decisioni irrevocabili
sono prese: la fuga. Come per i loro successori i Savoia conoscono
le vie della fuga, non quelle delle responsabilità. Chi avesse
occasione di visitare a Porto l’ultima residenza di Carlo Alberto,
che i portoghesi chiamano delicatamente “museo romantico”,
si fa una idea abbastanza precisa di cosa sia il canone della mediocrità.
Era un Savoia, finito lì. Dietro a lui, sotto di lui, vi sono
i quadri dell’esercito: un impasto di eroi e gente per bene.
A leggere le biografie si capisce però che questa è
una tribù male assortita. Una preparazione modesta compensata
forse da un pizzico di umanità irrobustito da un insieme di
luoghi comuni da salotto e da postribolo: velleità, arroganza,
esaltazione di fragili metafore nazionali e nazionaliste, una continua
incertezza tra la posizione di funzionario e quella di rentier borghese,
tra il senso della disciplina e la mancanza di reale coordinamento
tattico e logistico (il caso Ramorino insegna). Un disastro annunciato
per l’italietta di sempre. L’esercito è già
incerto e stanco prima di cominciare, forse non sa, non capisce se
non il senso della sua insicurezza e della precarietà dell’impresa:
anche qui un’armata Brancaleone male assortita. La fuga del
Re maschera la crisi dei comandi e dello stato maggiore e, con l’imbrunire,
la ritirata avviene senz’ordine. Sono i nostri maggiori che
si ritirano sotto la pioggia e nel fango di una primavera che ancora
non c’è, sbandano in un pellegrinaggio fatto di ordini
e contrordini. Questo esercito di brava gente torna con fatica, ma
forse anche con soddisfazione alle sue obbligazioni rurali, torna
a casa. C’è odore di Lissa, di Caporetto, di 8 settembre,
di ritirata di Russia in questo lontano 23 marzo del ’49, che
il suo 25 aprile lo conoscerà dopo qualche decennio al prezzo
di Solferino e San Martino.
Di fronte a questo esercito c’è stato per un giorno,
in quel 23 marzo, il mondo reale, quello di un potere vero, rigido
nelle sue regole ma non privo di giustizia (sicuramente dal volto
umano), uno stato multietnico, multinazionale ancora possente ed erede
delle più forti tradizioni dell’Europa moderna, un mondo
fatto di apparati dello stato efficienti, scuole efficienti, esercito
efficiente. Per questa brava gente che ha rischiato la vita e patito
le fatiche del campo tornare a casa non è un disonore, è
un atto di disciplina, di responsabilità e di speranza insieme.
Questi giudizi possono apparire impietosi, forse anche provocatori
e crudeli, ma a me sembra il modo corretto di rendere il dovuto omaggio
alla nostra gente: i parrocchiani di Don Montalenti, i contadini che
si son visti sloggiati dalle loro case, impoveriti dai saccheggi,
intimoriti dalle previsioni della vigilia, asserragliati nelle case
durante i giorni dell’esodo e infine costretti a tornare alle
loro fatiche con un senso di liberazione .
E anche il nostro vero eroe, il Montalenti, tira un sospiro di sollievo:
la tempesta è passata. La canonica è un colabrodo e
deve cercare i suoi paioli di rame dispersi per il paese, la dispensa
è vuota, la battaglia finita.