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Le
redazioni dei giornali piemontesi
Dato l’argomento che trattiamo, abbiamo rivolto soprattutto l’attenzione
ai fogli piemontesi, in quanto sono i piü ricchi di materiale
Gli altri mezzi di informazione della Penisola attinsero in gran parte
da essi, spesso distorcendone o riassumendone con poca perizia i i contenuti.
Le redazioni dei giornali piemontesi erano, in genere, ridotte all’essenziale.
Non esisteva la figura del cronista. Le informazioni provenivano dalle
comunicazioni ufficiali (decreti, atti, proclami, manifesti, disposizioni),
dai resoconti stenografici o dai contatti personali dei redattori stessi.
I fatti di cronaca riguardavano quasi esclusivamente la vita di società
(balli, spettacoli, visite di personaggi) e occupavano una minima parte
del giornale. Per l’estero le notizie giungevano da viaggiatori,
sedi diplomatiche o dai fogli del luogo, con i quali veniva spesso concordato
uno scambio di abbonamento.
Ma più che con le notizie questi giornali erano prevalentemente
costruiti con materiale di opinione. Soprattutto quelli di provincia
accoglievano di frequente interventi e contributi esterni. Oltre ai
commenti sulla situazione del Paese e su quella internazionale, ampio
spazio era dedicato sistematicamente ad opere letterarie o di saggistica
a puntate e ad informazioni pratiche, ad esempio le quotazioni delle
merci nei mercati.
Nonostante le indubbie difficoltà e le prospettive incerte, fra
il 1848 ed il 1849 si ebbe una proliferazione di nuove testate quotidiane
e periodiche (uno, due o tre numeri alla settimana). Favorirono queste
iniziative il clima politico e il regime di moderata libertà
di stampa stabilito dalle lettere patenti del 30 ottobre 1847, che entusiasmarono
intellettuali e politici. Costoro trovarono nella stampa piemontese
margini di manovra di gran lunga superiori a quelli consentiti in ogni
altro Stato italiano, vi divulgarono idee e vi trasferirono passioni
personali o dei gruppi o proto-partiti a cui facevano riferimento. Contribuirono
cosi ad una specie di reazione a catena, favorendo la crescita di quella
“opinione pubblica” che aveva cominciato ad acquisire coscienza
di sè alla fine del secolo precedente. I giornali vennero allora
letti in sale e gabinetti di lettura o in altri luoghi di socializzazione,
che ne diffusero i contenuti in forme indirette e con un costo quasi
nullo ad una fascia molto più ampia di lettori.
Certo, non Si puô nascondere la modestia dell’impostazione
di questi fogli, la carenza in essi di una visione prospettica, la presenza
di qualche abbaglio nella ricostruzione dei fatti; dobbiamo perô
riconoscere loro il grande pregio dell’immediatezza e della vivacità
con cui ci riportano a fatti avvenuti 150 anni or sono. Se a ciô
si aggiunge la scoperta, nelle loro pagine, di testimonianze originali
e di rilievo, che nulla hanno da invidiare alle fonti piü ricercate,
passa in secondo piano pure il piü insopprimibile dei vizi della
carta stampata di ogni tempo: la tendenza a piegare gli avvenimenti
all’ottica di parte.
La nostra analisi si concentra sul settimanale locale, la “Novella
Iride Novarese”, e sulle piü importanti e significative testate
piemontesi: la “Gazzetta Piemontese”, “L’Armonia”,
“Il Risorgimento”, “L’Opinione”, Ia “Gazzetta
del Popolo” e “La Concordia”.
Al fine di offrire una visione alternativa della battaglia di Novara,
abbiamo utilizzato la “Gazzetta di Milano”, unica voce di
prima mano della controparte, cui facevano riferimento le altre testate
del Lombardo-Veneto. La stampa in questa regione non godeva di nessuno
dei vantaggi dei quali beneficiava quella piemontese, tuttavia è
possibile rinvenirvi piü di uno spunto interessante.
La
“Novella Iride novarese”
La “Novella Iride Novarese”, fondata nd 1837 con il nome
di “Iride Novarese”, oltre ad essere il giornale di informazione
di Novara era anche, come indicato nell’intestazione, ii “Giornale
Officiale della Divisione”: riportava cioè tutti gli atti
ufficiali emanati dagli organismi pubblici della Divisione territoriale
di Novara o da uffici dello Stato, ma comunque riguardanti il Novarese.
Presumibilmente godeva per questo di un contributo pubblico, indispensabile
per compensare le sicure perdite conseguenti ad una tiratura certo piuttosto
modesta che fosse seguita una linea editoriale filo-governativa. La
“Novella Iride” appare, in effetti, attenta a non sbilanciarsi
troppo ed a seguire la tendenza politica dominante. Tuttavia concesse
spazio al contributo di uomini di sinistra, come Angelo Brofferio e
il novarese Pietro Negri, e a liberali e conservatori, come Massimo
D’Azeglio il generate Paolo Solaroli. Si puô definire sicuramente
un giornale moderato, alieno dai toni radicali e lontano da posizioni
reazionarie.
Nel 1849 il direttore, “proprietario e gerente”, era il
novarese Luigi Camoletti, il quate dopo aver esercitato il mestiere
di farmacista si era dedicato al teatro e alla letteratura, approdando
infine alla direzione del giornale nd 1893, che mantenne per diversi
anni La “Novella Iride Novarese”usciva il lunedì
o, in occasione di festività, il martedì
La
Gazzetta Piemontese
La “Gazzetta Piemontese”, giornale ufficiale del Regno,
nacque nel 1797 dalle ceneri della “Gazzetta di Torino”,
e riportava tutti gli atti ufficiati. Giornale arido, privo di commenti,
tranne timidi tentativi, non si distaccô mai dal cliché
di grigio foglio di governo, dal quale dipendeva pressoché interamente
dal punto di vista finanziario.
La sua diffusione era limitata agli uffici amministrativi, ai parlamentari
e ai professionisti che ne avevano bisogno per svolgere la loro attività
(notai, avvocati, ecc.). Secondo un “rapporto” sulle condizioni
della stampa periodica deg!i Stati Sardi inoltrato dall’ambasciatore
inglese Hudson, nel febbraio 1853 e le cui cifre non sono perô
del tutto attendibili, Ia “Gazzetta Piemontese” aveva 1.000
abbonati. Usciva con cadenza quotidiana.
“L’Armonia”
“L’Armonia della Religione con la Civiltà”,
piü brevemente “L’Armonia”, era l’organo
dei cattolici conservatori. Fu fondata nel 1848 per iniziativa di alcuni
sacerdoti e pensatori cattolici, tra i quali il vescovo di Ivrea, Luigi
Moreno, il marchese Gustavo Benso di Cavour, fratello di Camillo, e
il teologo Guglielmo Audisio, che ne fu il primo direttore e ricopriva
tate incarico anche nel 1849. Costituì la risposta alla nascita
di numerosi fogli anticlericali, democratici e liberali.
Era orientata alla difesa della Chiesa e dell’ordinamento che
vedeva nel Pontefice e nei principi religiosi il riferimento per la
vita politica e sociale delle nazioni. La presenza di cattolici liberali
come Gustavo di Cavour e lo stesso Audisio impedì che il giornale
scivolasse verso posizioni apertamente intransigenti e reazionarie,
cosa che accadde verso
la fine del 1849. Alla sua destra vi era lo smilzo quotidiano “Lo
Smascheratore”, popolaresco, ironico e aggressivo.
“L’Armonia” era trisettimanale: usciva lunedì,
mercoledi e venerdi. Contava su 2.000 abbonati
“Il
Risorgimento”
“11 Risorgimento” è sicuramente una tra le piü
note testate di questo periodo. Fondato alla fine del 1847, il primo
numero apparve il 15 dicembre per iniziativa del circolo moderato riunito
attorno alla figura di Cesare Balbo, deve la sua fama a Camillo Cavour,
che ne fu la mente organizzativa e vulcanica, il primo direttore e l’ispiratore
diretto. Si puô dire che questo giornale fu il trampolino per
l’ascesa al potere del grande Statista. Attorno a Cavour vi erano
Michelangelo Castelli, Pietro di Santa Rosa, il banchiere Filippo Galvagno,
barone Petitti di Roreto e altri esponenti del liberalismo piemontese.
Il giornale si configurava, dunque, come un organo moderato, fautore
dei principi riformatori, della libertà politica ed economica
e dell’indipendenza degli Stati italiani, ma nemico della violenza
e delle “eccessive proteste popolari”. Nel 1849 i suoi interlocutori
polemici non potevano che essere i fogli della sinistra democratica.
Altri giornali di area liberale, con una connotazione piü conservatnice,
furono il “Costituzionale Subalpino”, diretto da Luigi Vigna,
che ebbe tra i suoi collaboratori il novarese Giacomo Giovanetti, e
“La Nazione” di Carlo Baudi di Vesme.
“Ii Risorgimento”, quotidiano dal 3 gennaio 1848, costava
quaranta centesimi la copia, mentre l’abbonamento annuo era fissato
a
quaranta lire. Nel novembre 1847 denunciô 1.500 abbonati tnimestrali.
“L’Opinione”
“L’Opinione” si può definire il quotidiano
dei moderati di sinistra. Il primo numero vide la luce il 26 gennaio
1848 e ne assunse la direzione Giacomo Durando, patriota, autore del
manifesto <<Della nazionalità italiana>>, generale
dell’esercito piemontese e dunque prossimo alla partenza per la
guerra. Fu sostituito da Massimo Cordero
di Montezemolo, affiancato da Urbano Rattazzi e Giuseppe Cornero, mentre
Giovanni Lanza era nel consiglio di amministrazione.
Ben presto, di fatto, la direzione del giornale passô nelle mani
del lombardo Aurelio Bianchi-Giovini, forte di esperienze nelle redazioni
milanesi e del Canton Ticino. Egli diede un taglio del tutto personale
al giornale, fortemente anticlericale, polemico, ma su una lucida linea
razionale, che lo portô a sostenere talvolta le posizioni governative,
in contrasto con le visioni utopistiche e gli estremismi mazziniani
e repubblicani.
Gli abbonamenti a “L’Opinione” si aggiravano attorno
aIle 1.200 copie.
“La
Gazzetta del popolo”
La “Gazzetta del Popolo”, quotidiano di piccolo formato,
era uno dei fogli più economici del Piemonte: costava appena
5 centesimi la copia, mentre l’abbonamento annuo ammontava a 12
lire. Si trattava di una precisa scelta dei fondatori, il letterato
Felice Govean e i medici Alessandro Borella e Giovanbattista Bottero;
quest’ultimo ne fu il primo direttore.
L’intento era quello di fornire un prodotto con Ie premesse per
la più larga diffusione possibile nei ceti popolari, ovvero quelli
della piccola e piccolissima borghesia istruita: una intelligente e
spregiudicata operazione di mercato, sostenuta, oltre che dal prezzo,
dai contenuti vivaci, chiari, immediati. Il successo fu notevole fin
dal suo primo apparire, il 16 giugno 1848, e gli abbonati salirono ben
presto
a 14.000.
La “Gazzetta del Popolo” si inserì nell’ambito
della sinistra moderata e, nonostante il linguaggio spesso sopra le
righe e il violento anticlericalismo, rimase sempre entro i limiti delle
regole del sistema istituzionale.
“La Concordia”
IL primo numero de “La Concordia” risale al 10 gennaio 1848.
I giornale assunse inizialmente una connotazione liberale e moderata.
Il suo programma, in armonia con il nome, si proponeva di favorire l’unitàdi
intenti tra popoli e re, ricchi e poveri, nobili e semplici cittadini,
per giungere all'indipendenza e all'unità d'Italia sotto le libere
forme di un governo elettivo.
Simili presupposti si dimostrarono irrealizzabili; ardua impresa si
rivelò il tenere insieme il variegato gruppo che ne aveva promosso
la creazione. Dopo breve tempo si staccarono dalla compagine le componenti
più moderate e presero il sopravvento quelle più radicali.
Direttore della testata fu Lorenzo Valerio, futuro dinamico e combattivo
deputato della sinistra democratica.
Nei primi anni del parlamentarismo subalpino "La Concordia"
fu dunque la bandiera delle sinistre, insieme al "Messaggere Torinese",
fondato e diretto dall'altro esponente di quel gruppo, Angelo Brofferio.
Questi due fogli si spinsero più volte su posizioni mazziniane
e filo-repubblicane, alquanto al di là della legittimità
costituzionale, senza subire per questo provvedimenti restrittivi, comportamento
indice del grado di libertà di espressione che si affermò
nel Piemonte sabaudo dopo la concessione dello Statuto.
Nel febbraio 1848 "La Concordia" poteva contare su 2.000 associati,
che scesero a 1.500 alla fine del 1849.
“La
Gazzetta di Milano”
La "Gazzetta di Milano" era l'equivalente asburgico della
"Gazzetta Piemontese". Le sue colonne, quindi, erano occupate
prevalentemente da atti e documenti ufficiali dello Stato. Succeduta
nel 1815 al "Corriere Milanese" ed al "Giornale Italiano",
organi ufficiali del periodo napoleonico, fu sempre docile strumento
in mano austriaca, grazie alla remissività ed al camaleontismo
dei suoi direttori, fra i quali ricordiamo Francesco Pezzi, definito
canaglia e spia da Silvio Pellico, e Giovan Battista Menini.
Rispetto alla "Gazzetta Piemontese", la "Gazzetta di
Milano" aveva una più spiccata tendenza a commentare e seguire
i fatti, in un'ottica, naturalmente, di fedeltà assoluta agli
indirizzi del governo: fu, in sostanza, anche strumento di propaganda
e di lotta ideologica.
Questo giornale non aveva problemi finanziari: tutti gli uffici pubblici
e legali del Lombardo-Veneto avevano l'obbligo di abbonarvisi e le perdite
erano compensate dallo Stato.
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