FRANCO
GUERRA

La battaglia 150 anni dopo
Tratto da "Le immagini storiche della battaglia di Novara",
edizioni Interlinea, Novara 1999
Il 1848 fu l’anno delle rivoluzioni in Italia
e in Europa. I popoli oppressi si levarono in armi per conquistare
la libertà, i diritti costituzionali e l’indipendenza.
La prima insurrezione scoppiò in Sicilia. Il 12 gennaio Palermo
si sollevò contro i Borboni liberando l’isola in quindici
giorni. Poi fu la Volta di Napoli; il re Ferdinando venne costretto
a concedere la costituzione. Anche Carlo Alberto, proseguendo il cammino
delle riforme iniziato nel 1847, l’8 febbraio pubblicò
le linee fondamentali dello Statuto e il 4 marzo gli articoli definitivi.
In Toscana le notizie provenienti dal meridione d’Italia resero
inevitahile Ia concessionc della costituzione da parte del granduca
Leopoldo II (17 febbraio); seguì quella speciale di Pio IX
del 14 marzo per gli Stati Pontifici.
A Parigi il 22 fehbraio il popolo si ribellò per ottenere una
riforma elettorale che gli consentisse di salire al potere e in tre
giorni di lotta abbatté la monarchia e proclamò la repubblica.
Il fermento rivoluzionario si diffuse in Prussia, in Germania, in
Austria e in Ungheria. A marzo i liberali austriaci provocarono una
grave insurrezione a Vienna, obbligando l’imperatore Ferdinando
I a concedere la costituzione. Gli ungheresi proclamarono l’indipendenza,
ma la rivolta venne soffocata nel sangue.
A Venezia l’eco della ribellione vittoriosa di Vienna giunse
fra il 16 e il 17 marzo. Subito si organizzarono manifestazioni che
si tramutarono in rivolta, costringendo gli Austriaci ad abbandonare
la città. Il 22 venne proclamata la repubblica. Mentre i veneziani
si liberavano dal governo austriaco, Milano, festosa per la rivoluzione
viennese e per quella ungherese, si sollevò e in cinque giorni
di aspri combattimcnti, dal 18 al 22 marzo, cacciò gli Austriaci.
Il 23, Carlo Alberto, sollecitato dai milanesi e con l’ambizione
che l’Italia sapesse fare da sè, dichiarò guerra
all’Austria.
Corninciava così la prima guerra d’indipendenza italiana,
che si articolò in due campagne:
quella del 1848 (dal 23 marzo all’armistizio di Salasco del
9 agosto) e quella del 1849 (dal 20 marzo all’armistizio di
Vignale del 24 marzo, firmato il 26, e poi alla pace di Milano del
6 agosto).
La
campagna del 1848
Alla
notizia della dichiarazione di guerra all’Austria, da ogni parte
d’Italia accorsero volontari desiderosi di combattere. Così,
ai 30 000 soldati dell’esercito piemontese inizialmente impegnati,
si aggiunsero migliaia di patrioti lombardi, veneti, emiliani, romani,
siciliani. Poi dai vari Stati italiani i principi regnanti inviarono
altri uomini: 7000 Pio IX, 16 000 il re di Napoli, 7000 Leopoldo II
di Toscana.
Il 26 marzo le avanguardie piemontesi varcarono il Ticino di Boffalora;
il 29 Carlo Alberto, sul ponte del Gravellone presso Pavia, consegnava
personalmente alle truppe che entravano in Lombardia la bandiera tricolore
con lo scudo crociato dei Savoia. 1l grosso dell’esercito puntò
sulla direttrice Pavia-Lodi-Crema-Brescia, mentre gli Austriaci, al
comando del feldmaresciallo Radetzkv, si ritiravano nd cosiddetto
Quadrilatero, l’immenso campo trincerato tra il Garda, il Mincio,
il Po e I’Adige con le quattro fortezze di Peschiera, Mantova,
Legnago e Verona.
Ai primi di aprile Carlo Alberto occupava Cremona. L’8 ebbe
luogo il primo vittorioso combattimento di Goito, dove ricevettero
ii battesimo del fuoco i bersaglieri di Alessandro La Marmora, che
fu ferito alla bocca. Nei giorni successivi tutta la linea del Mincio
venne in possesso dei Piemontesi, che strinsero d’assedio Peschiera.
A quella data, giunti i rinforzi, contavano 40 000 soldati e 5000
cavalli. Gli Austriaci erano ridotti a 32 000 uomini.
Si succedettero brevi scontri, finché il 30 aprile arrise la
vittoria di Pastrengo con la famosa carica dei carabinieri a cavallo.
Il 6 maggio, invece, i Piemontesi vennero sconfitti a Santa Luicia.
Intanto in aiuto di Radetzky arrivava un altro esercito austriaco
condotto dal generale Nugent, che chiuse in Vicenza le truppe pontificie.
Allora Radetzky riprese l’offensiva tentando di passare il Mincio
per prendere alle spalle i piemontesi che assediavano Peschiera. Ma
a Curtatone e a Montanara si trovò di fronte i volontari toscani,
che per tutto il giorno del 29 maggio opposero un’accanita resistenza,
consentendo a Carlo Alberto di prepararsi per la battaglia imminente.
Alla testa del battaglione universitario toscano, a Curtatone, c’era
il professor Antonio Fabrizio Mossotti, nato a Novara il 18 aprile
1791. Figlio di ricchi possidenti, fin da giovinetto dimostrò
spiccata attitudine per le scienze esatte. Laureatosi a Pavia nel
1811 in fisica e matematica, perfezionò i suoi studi all’ateneo
per altri due anni entrò all’osservatorio astronomico
Brera di Milano. Qui, il 20 aprile 1814, fu testimone del viaggio
del novarese Giuseppe Prina, ministro delle Finanze del Regno d’Italia.
Nel 1827, perseguitato dalla polizia austriaca per il suo amor patrio,
andò in esilio a Ginevra e nel 1825 a Londra. Due anni dopo
si trasferì a Buenos Aires, ove insegnò astronomia.
Tornato in Italia nel 1835 fu nominato professore di scienze matematiche
a Corfù; nel 40 venne chiamato alla cattedra di fisica e matematica
dell’Università di Pisa. Dopo essersi coperto di gloria
a Curtatone, tornò agli studi; nel 1861; Vittorio Emanuele
II lo nominò senatore del Regno. Morì il 20 marzo 1863
a Pisa.
Il
30 maggio, a Goito, i Piemontesi riportarono una brillante vittoria.
Quella stessa sera si arrese Peschiera, mentre a Milano veniva proclamata
l’annessione al Piemonte. Ma il re di Napoli richiamava i suoi
soldati e Pio IX si ritirava dal conflitto. Il feldmaresciallo Radetzky
approfittò della situazione e nelle giornate del 24 e 25 luglio
piombò sui Piemontesi a Custoza e li travolse. La sconfitta
apparve irreparabile: Carlo Alberto, volendo proteggere Mi1ano, combatté
l’ultima battaglia alle porte della città, ma fu costretto
a capitolare. I bersaglieni poterono salvarlo a stento dalla furia
popolare dei milanesi, che lo accusavano di averli traditi. Il re
si ritirò quindi oltre il Ticino, seguito dai fuggiaschi veneti
e lombardi. Il 9 agosto l’armistizio di Salasco poneva fine
alla campagna del 1848 e alla prima fase della guerra. Tutte le città
ribelli tornarono presto nelle mani degli Austriaci, con l’eccezione
di Venezia.
Giuseppe Garibaldi, appena arrivato dall’Amenica, tentò
un’azione fra Milano e Bergamo, ma dovette riparare in Svizzera.
La
campagna del 1849
L’armistizio
dell’agosto 1848 durò sette mesi durante i quali Carlo
Alberto preparò l’esercito per la riscossa. Il 15 febbraio
1849 chiamò a capo dell’armata il generale polacco Wojciech
Chrzanowski, ritenuto un eccellente stratega. Questi, nell’imminenza
della guerra, preparò un piano difensivo-offensivo mirante
a impedire l’invasione austriaca da Pavia e a entrare in Lombardia
nella speranza di far insorgere la popolazione.
Il 12 marzo venne denunciato l’armistizio di Salasco. Il 20
Carlo Alberto, alla testa delle truppe varcava il Ticino da Boffalora
senza incontrare resistenza, spingendosi sino a Magenta. Contemporaneamente,
l’esercito austriaco, attraverso il ponte del Gravellone presso
Pavia, entrava in Piemonte. IL generale Ramorino con la 5a Divisione
doveva proteggere quella posizione, ma, disobbedendo all’ordine
ricevuto, trasferì le truppe al di là del Po. Ad affrontare
gli
Austriaci rimasero i soli bersaglieri di Luciano Manara, che resistettero
poche ore.
Appena il generale Chrzanowsky fu messo a conoscenza dell’avanzata
nemica in Piemonte, ripassò il Ticino e inviò parte
delle sue forze verso Vigevano e Mortara. Il primo scontro con gli
Austriaci avvenne la mattina del 21 a Borgo San Siro. Gli avamposti
della 2a Divisione del generale Bes tennero in iscacco per cinque
ore forze superiori prima di ripiegare in direzione della Sforzesca.
Nel pomeriggio dello stesso giorno l’avanguardia del I Corpo
del feldmaresciallo Wratislaw attaccò i Piemontesi alla Sforzesca,
ma il contrattacco dei reggimenti guidati dai colonnelli Mollard e
Cialdini costrinse gli assalitori a ritirarsi verso Borgo San Siro.
Mentre terminavano i combattimenti alla Sforzesca, si accendeva la
battaglia di Mortara. La 1a Divisione del generale Giovanni Durando
e la Divisione del duca di Savoia, benché superioni di numero,
subirono una grave sconfitta a opera del II Corpo del feldmaresciallo
D’Aspre. Poco mancò che il generale Alessandro La Marmora,
capo di Stato Maggiore dell’esercito, non venisse fatto prigioniero.
IL generale Chrzanowski ordinò allora la ritirata su Novara.
Nella giornata del 22 le forze piemontesi si raccolsero a sud della
città; il mattino del 23 risultavano schierate cinque divisioni
(tre in prima linea e due in riserva) e una brigata per complessivi
44 000 fanti, 2500 cavalli e 109 cannoni; mancavano la 5a Divisione
(che era a sud del Po), la 6a (comandata da Alfonso La Marmora, era
a Parma) e la brigata d’avanguardia (comandata dal colonnello
Belvedere, si trovava fra la 5a e la 6a Divisione), che raccoglievano
in tutto 16 000 fanti, 650 cavalli e 40 cannoni. La 1a Divisione del
generale Durando venne dislocata nella zona della Cittadella di fronte
al Torrion Quantara; la 2a Divisione del generale Bes al centro della
prima linea fra la cittadella e la Bicocca; la 3a Divisione del generale
Perrone alla Bicocca; la 4a Divisione del duca di Genova nei pressi
del cimitero di San Nazzaro; la Divisione di riserva del duca di Savoia
nella zona dell’attuale Sacro Cuore; la brigata Solaroli a Sant’Agabio.
Intanto il feldmaresciallo Radetzky aveva già indirizzato parte
del suo esercito verso Vercelli, affidando al II Corpo del feldmaresciallo
D’Aspre il compito di investire Novara, dove riteneva ci fosse
la sola retroguardia piemontese.
Alle ore 11 del 23 marzo, una vedetta sul campanile della chiesa della
Bicocca segnalò con un rintocco di campana l’avvistamento
degli Austriaci sulla strada di Olengo e Mortara. Subito le avanguardie
dell’arciduca Alberto attaccarono Olengo difesa dai bersaglieni.
La superiorità degli attaccanti obbligò i Piemontesi
a ritirarsi; una colonna nemica occupò il Castellazzo; un’altra
si spinse sino alla Villa Visconti, dopo aver conquistato la cascina
Cavallotta. Ma un assalto del generale Perrone costrinse gli Austriaci
a indietreggiare. A questo punto D’Aspre, renden
dosi conto di aver di fronte l’intero esercito sardo, chiese
aiuto a Radetzky, il quale fece avanzare il III Corpo del maresciallo
Appel e ordinò al IV Corpo di Thurn e al 1° di Wratislaw
di convergere su Novara. Verso le 12 una colonna di 1500 uomini, al
comando del colonnello Kielmannsegge, occupò il Torrion Quartana,
rimasto indifeso, e cercò di dirigersi verso Novara, ma venne
fermata dal violento fuoco delle artiglierie piemontesi.
Intanto, alle 12 gli Austriaci, ricevuti i rinforzi, mossero all’attacco
raggiungendo la Bicocca. Il contrattacco della 4a Divisione portò
alla riconquista della cascina Galvagna, dove venne colpito mortalmente
il generale Passalacqua, comandante della brigata Piemonte. Alle 13.30
circa prese nuovamente l’offensiva il duca di Genova e dopo
duri scontri ricacciò gli Austriaci oltre Olengo; ma il generale
Chrzanowski, temendo che la Divisione fosse troppo esposta, gli ordinò
di tornane indietro, perdendo così l’occasione propizia
di una vittonia.
Il ripiegamento della 4a Divisione consentì agli Austriaci
di schierare anche il III Corpo d’armata sopraggiunto nel frattempo.
Alle 15 mossero all’offensiva riprendendo il Castellazzo e ferendo
gravemente dinanzi alla cascina Farsà (o Farsata) il generale
Perrone, che sarebbe monto sei gionni dopo a Novara.
La battaglia riprese violenta verso le 16. Alla Bicocca combattevano
ancora la 3a Divisione, seppure logorata, e la 4a Il generale Chrzanowski,
con Carlo Alberto sempre presente, alle 17 decise di far intenvenire
la 1a e la 2a Divisione. Mentre la 1a s’impadroniva del Torrion
Quartara, la 2a fronteggiava il nemico che avanzava su Villa Visconti.
Ma l’ala sinistra dello schieramemo piemontese non resse all’impeto
delle truppe austriache galvanizzate dall’arrivo dei rinforzi.
Il capo di Stato Maggiore Alessandro La Marmora, per evitare l’accerchiamento
della Bicocca, ordinò la ritirata. Alla stessa ora, il IV Corpo
d’armata del feldmanesciallo Thurn giungeva al ponte dell’Agogna.
I Piemontesi vennero così a trovarsi fra due fuochi.
Alle 18 la Bicocca fu definitivamente perduta. Un ultimo attacco del
duca di Genova, a piedi avendo perso tre cavalli durante i combattimenti,
consentì a tutti i reggimenti di rifugiarsi in Novara o di
defilarsi a nord della città.
Carlo Alberto, che aveva cercato invano la morte sul campo di battaglia,
chiese un armistizio; le condizioni gli parvero così gravose
che preferì abdicare a favore del primogenito Vittorio Emanuele
alle 21,15 della sera stessa. Più tardi partì per l’esilio
di Oporto. Durante la notte si verificarono atti di violenza e di
saccheggio da parte dei soldati sbandati, repressi con vigore dal
duca di Genova.
Le perdite della giornata, dichiarate, ammontarono a 410 morti, 1850
feriti, 877 dispersi per l’esercito austriaco; a 578 caduti
sul campo, 1405 feriti e 409 dispersi per l’esercito piemontese
(fra i caduti ci furono quattro novaresi: Lorenzo Marone, soldato
nel reggimento fanteria; Carlo Legnazzi, soldato nel 12° reggimento
fanteria; Pietro Volonté, caporale nell’11° reggimento
Granatieri Guardie; Giovanni Massarelli, sergente nel 14° reggimento
fanteria. I loro nomi sono scolpiti, assieme a quelli degli altri
caduti novaresi nelle guerre per l’indipendenza, sulla lapide
conservata all’interno del municipio di Novara, inaugurata il
4 giugno 1864.
Il giorno 24 il nuovo re, incontratosi con Radetzky a Vignale, concordò
le condizioni dell’armistizio che venne firmato il 26. Purtroppo
gli italiani durante la guerra fecero poco o nulla per aiutare il
Piemonte; solo Brescia insorse e cacciò gli austriaci resistendo
per dieci giorni (dal 23 marzo al 1° aprile 1849) agli assalti
nemici prima di arrendersi.
La conquista della libertà, dell’indipendenza e dell’unità
d’Italia fu rimandata di dieci anni.