LE OPERAZIONI MILITARI DEL 1849

ITALIA E PIEMONTE NEL 1849. - L'esito della campagna dei 1848 aveva nuovamente diviso gli Italiani. A Custoza il valore non era stato sufficiente per cogliere il frutto dell'eroismo di Curtatone e Montanara, di Goito, di Peschiera; soverchiato dalle maggiori forze e, più ancora, dalla migliore organizzazione l'esercito piemontese aveva dovuto cedere. A Milano, dove sperava di trovare appoggio materiale e morale dai patrioti delle recenti Cinque Giornate, re Carlo Alberto aveva assistito al sollevarsi di una tempesta contro di lui e contro il suo governo: le accuse di tradimento facevano sorgere dubbi sulla opportunità di compiere altri sacrifizi quando al primo insuccesso, che pur da tanti gloriosi fatti d'arme era stato preceduto, le forze che avrebbero dovuto ancor più saldamente cementarsi per porvi riparo si accanivano contro coloro che tutto e più di tutti avevano arrischiato per la causa comune.

Tornò, dopo l'armistizio Salasco, la rivoluzione liberale ad essere viva; riprese anzi vigore con la sollevazione ungherese. Lungi però dal costituire una grande unica fiamma che tutto purificasse ed al cui calore potessero fondersi le catene che avvincevano gli Italiani, si spezzettò in tanti piccoli focherelli al cui scarso tepore si scaldavano le idee dei singoli ma da cui nulla di concreto scaturiva. «Parve in Italia allora - ha detto il Croce - che tutti avessero perso la testa ». La sconfitta non aveva domato gli spiriti, ma ciascuno chiuso nella sua ideologia volle correre dietro ad una particolare finalità che svaniva presto in una chimera. Nessuna delle differenti concezioni seppe spogliarsi di qualche elemento ne sacrificare una parte di se stessa per dare forza all'unica aspirazione comune: l'indipendenza d'Italia.

Così, mentre il Regno di Sardegna si raccoglieva ancora una volta in se stesso per riapprontare le forze alla ripresa della lotta; mentre Venezia col Manin resisteva all'Austriaco scrivendo alcune delle più belle pagine della sua storia, nel resto d'Italia, dove pur la .rivoluzione aveva trionfato, si battevano vie divergenti. In Toscana il movimento insurrezionale era riuscito ad estromettere l'asburgico principe, ma il Guerrazzi ed il Montanelli tendevano alla costituente italiana ed a fare dell'Italia centrale il nucleo attorno al quale tutte le altre regioni avrebbero dovuto raccogliersi. A Roma la fuga di Pio IX, atterrito dalle conseguenze della riforma andate molto al di là del suo pensiero e per forza di cose contrastanti con la sua veste di capo della Chiesa, aveva condotto alla proclamazione della repubblica; vi erano accorsi Giuseppe Mazzini, l'ingegno più fervido ed il cuore più generoso fra i patrioti italiani, e Giuseppe Garibaldi la spada eroica della rivoluzione. La Repubblica di Roma fu costretta a pensare a se stessa sotto le minacce delle potenze cattoliche ben presto tramutatesi in atti di forza. La Sicilia. in piena rivolta, tendeva all'autonomia, mentre il Borbone recedeva dalla concessa costituzione e vedeva la salvezza soltanto nella restaurazione dell'assolutismo con l'appoggio delle armi austriache; presso re Ferdinando, che dopo aver soffocato nel sangue e tra le macerie dei bombardamenti la rivolta di Messina lottava per sottomettere la Sicilia, trovavano rifugio il Pontefice ed il Granduca di Toscana: dava la loro presenza nuova forza alla reazione. In Lombardia di nuovo accampate le armate del Radetzky; puniti severamente i ribelli e ripresa la politica di accattivarsi la simpatia del contado incitandolo contro la città.
In questa situazione e mentre la rivoluzione era ancor viva al di là delle Alpi doveva il Regno di Sardegna condurre una politica che lo mettesse nelle migliori condizioni all'atto della inevitabile ripresa delle ostilità e contemporaneamente preparare l'esercito ad affrontare nuovamente il nemico già pronto che lo sfidava dall'altra sponda del Ticino.
Dallo stesso Piemonte era esulata la concordia. Genova si ribelllava: l'incarico affidato all'esercito di ristabilire l'ordine provocava la sconfessione di quanto aveva fatto il generale Durando, con la conseguenza di gravi malumori nell'esercito. I ministeri si succedettero, dal luglio 1848 al marzo 1849, a tempo di primato: tre in otto mesi; si avvicendarono sei ministri della guerra.
La riapparizione sulla scena politica del Gioberti mise sul tappeto la costituzione della federazione di Stati italiani. L'azione del Gioberti, che trovò per lungo tempo larghi consensi nel popolo e nel Parlamento, non portò ad alcun frutto positivo: gli sforzi per la confederazione fallirono. Da un lato la resistenza dei principi appoggiati dall'Austria, i quali temevano la preponderanza del Regno di Sardegna; dall"altra la incomprensione dei liberali. Non volle Pio IX, e fu per la fortuna d'Italia, l'appoggio dal Gioberti profferto per rientrare a Roma; non si potè in Toscana trovare un punto d'accordo col Guerrazzi e col Montanelli. Pur tuttavia la confederazione era a tal punto radicata nel Gioberti da indurlo a far dichiarare a re Carlo Alberto, in occasione dell'apertura del Parlamento il 10 febbraio 1849: «la confederazione dei principi e popoli italiani è uno dei voti del nostro cuore ed useremo ogni studio per mandarla prontamente ad effetto».
Fallirono tutti i tentativi di appoggio dall'estero: nulla in Germania, dove pure l'impero austro-ungarico era stato estromesso dalla Dieta, perchè questa non finisse con l'essere dominata dagli Slavi che dell'impero asburgico costituivano la maggior forza. Nessun accordo con gli Ungheresi, la cui rivoluzione aveva messo a mal partito il Governo degli Asburgo. L'ascesa di Luigi Napoleone alla presidenza della nuova Repubblica Francese apportò un bagliore di speranza, ma ben presto si vide che il presidente, pur amico personalmente dei liberali italiani, voleva anzitutto guadagnarsi simpatia e popolarità in Francia dove non era ben vista la creazione di un potente stato sul confine delle Alpi. Fallì infine la mediazione anglo-francese che doveva concretarsi in un congresso a Bruxelles; non volle il Governo austro-ungarico presentarvici senza la preventiva assicurazione che non vi si sarebbe trattato dei territori assegnatigli nel 1815
L'opera del Gioberti si concluse con il progetto di intervento in Toscana, dove il 18 febbraio era stata proclamata la repubblica; fallì per la recisa opposizione di tutti i ministri, col Rattazzi alla testa, dopo aver suscitato le meraviglie dello stesso Chrzanowski il quale chiese se il Piemonte dovesse apprestarsi a combattere gli Austriaci oppure gli Italiani.
Alla vigilia della denunzia dell'armistizio il Gioberti lasciava il potere. Il Regno di Sardegna, dopo il grido di guerra lanciato da re Carlo Alberto nel discorso della Corona del 1 febbraio, era solo, tra Italiani discordi e stranieri indifferenti con il paese disunito e l'esercito ancora sconnesso, ad affrontare un nemico forte che aveva ben utilizzato i mesi dell'armistizio per irrobustirsi e per mettere i Lombardi nelle condizioni di non più arrecargli molestia.
Della necessità di riordinare e rafforzare l'esercito tutti in Piemonte erano convinti: dal Re ai comandanti, ai ministri. Ma la mancanza di un capo che fosse realmente tale per prestigio, capacità e possibilità di esercitarne le funzioni; il frequentissimo cambio di ministri; il pesante e tardo sistema burocratico piemontese, furono cause che vietarono di impostare un piano organico di riforme ed ostacolarono il compimento delle numerose deliberazioni prese dal Governo per migliorare l'efficienza dell'esercito. Se ne accrebbe, in realtà, la forza numerica, ma non si riuscì a migliorare l'organizzazione così da metterla in grado di sostenere il più pesante complesso che si era creato.
La fanteria, che aveva originariamente i quadri per 58 battaglioni, fu portata a 119 di cui 8i nell'esercito di campagna. La forza complessiva, che prima della campagna del 1848 si aggirava sui 30000 uomini, salì a 144.ooo di cui 8o.ooo combattenti. Mancò a questa massa, enorme rispetto alle possibilità del piccolo Stato, l'inquadramento: si dovettero creare poco meno di 2ooo nuovi ufficiali e 4000 sottufficiali, i quali naturalmente non potevano avere la preparazione necessaria e mancavano di prestigio e di pratica per addestrare i reparti, condurli al combattimento e mantenere rigida la disciplina. I quadri furono anche disordinati dalle soverchie eliminazioni, per ragioni professionali e politiche, in tutti i gradi e particolarmente nei più elevati.
I reparti finirono con l'essere formati da uomini dalle più svariate età e di ogni provenienza; spesso sconquassati da congedamenti suggeriti da ragioni sociali e politiche e da innovazioni frequentissime nell'ordinamento. Vi fu una vera febbre di tutto rinnovare, ma tale era l'instabilità dei concetti direttivi, diversi e contrastanti ad ogni cambio di ministro, e tale la fretta con cui ciascuno cercava di realizzare le proprie idee nel breve tempo di permanenza al potere, da far nascere soltanto disordine e confusione.- Il generale Bava, cui in un dato momento fu affidato il comando in capo, al Lamarmora che gli chiedeva il parere su talune innovazioni da lui concepite, rispondeva: « Quanto alla domanda che l'E. V. mi fa di un progetto per un nuovo ordinamento dell'armata, mi permetterei sottomettere che, nelle attuali condizioni, anzichè nulla innovare non potrei che vedere con pena qualsiasi variazione... che riuscirebbe al presente di solo imbarazzo ed anzi di amaro pregiudizio».
Ma il vecchio generale, che era forse l'unico a ben conoscere l’esercito non fu ascoltato, e si proseguì in una ridda di innovazioni che portarono sì ad un numero di uomini, di reggimenti e battaglioni assai superiore a quelli dell'esercito del 1848, ma finirono per togliere alle unità la coesione morale e la resistenza che " sarebbero state necessarie. L'esercito che aveva già avuto un ottimo corpo di ufficiali si trovò, per le perdite subite per le eliminazioni e per l'invio di numerosi istruttori in altri paesi d'Italia per addestrarvi i volontari, ad avere ben pochi ufficiali provetti ed accanto ad essi una massa di giovani mal preparati ai quali non poteva essere sufficiente l'entusiasmo per ben comandare. Nè l'entusiasmo era di tutti, poichè come il popolo era diviso tra fautori e contrari alla nuova guerra, così era inquinato della stessa discordanza il corpo degli ufficiali e la stessa massa dei gregari.
Ai primi del marzo 1849 le divisioni da cinque erano state portate a sette, in una delle quali, la 5a, erano raggruppate le truppe lombarde e quelle dei Ducati; le brigate di fanteria da dieci a quindici più un reggimento autonomo ed un battaglione Real Navi, sette i battaglioni bersaglieri dall'unico già esistente. Le truppe del genio ammontavano a dieci battaglioni: quadruplicato il numero degli uomini e duplicati i quadri. Anche l'artiglieria era stata accresciuta portandone le batterie a diciannove e mezzo, ma quest'arma e la cavalleria, rimasta su sei reggimenti, non soffrirono per la caotica riorganizzazione. In esse l'inquadramento era assai abbondante e migliore, nè vi furono così numerosi i cambiamenti cui andò soggetta la fanteria; la disciplina rimase perfetta, l'addestramento ottimo e grandemente sentito lo spirito di corpo, tanto che non ebbero effetto apprezzabile le estranee politiche influenze che tanto profondamente intaccarono la massa delle altre armi.
Anche ai servizi d'intendenza avevano pensato i vari ministri; i magazzini erano al momento della denunzia dell'armistizio abbondantemente provvisti, ma l'intendenza non aveva ancora una organizzazione capace di far fronte alla mole del nuovo esercito. Fu però così breve la durata della campagna che il funzionamento dei servizi non potè in alcun modo influenzare l'andamento delle operazioni.


Complesso di forze e di mezzi numericamente imponente l'esercito del 1849 di fronte a quello dell'anno precedente, ma assai meno solido e per la incompleta organizzazione e perchè mancante di buoni quadri e di un comandante: un capo era necessario di grande prestigio e di assai elevate qualità morali per valersi bene di quell'organismo di cui difettavano soverchiamente organizzazione e qualità tecnico-professionali, perchè un generale comune, sia pure altamente dotato di intelletto e di cultura, riuscisse a ben governarlo nel campo operativo. Forse solo un Garibaldi, col fascino della eccezionale personalità, con la generosità del cuore, con l’audacia e
la prontezza delle decisioni, avrebbe potuto galvanizzarlo ed infondergli quella elevatezza di spirito che sola avrebbe potuto far da contrappeso alle soverchiamente numerose manchevole Ma nessuno pensò a Garibaldi cui già nell'anno precedente era stato vietato di militare nelle-fila piemontesi. Il comandante scelto, quando fallirono le trattative per ottenere un generale francese e dopo che fu messa definitivamente da parte l'idea di valersi del Bava che pure aveva dato buone prove nella campagna dell'anno precedente, fu Alberto Chrzanowski antico ufficiale di artiglieria dell'esercito polacco e che, di fronte ai partiti che ne suggerirono e favorirono la nomina, aveva il merito di aver combattuto per l'indipendenza del suo paese, senza però che le operazioni da lui condotte avessero fatto assurgere il suo nome agli onori della fama. In Italia ed in Piemonte era perfettamente sconosciuto, salvo ai pochi che avevano avuto contatti con i rivoluzionari polacchi.
Difficile sarebbe stato a qualsiasi generale straniero, anche di grande fama, guadagnarsi rapidamente il prestigio necessario per comandare con sicurezza e ' per essere obbedito e coadiuvato senza tergiversazioni; difficilissimo riuscì allo Chrzanowski che non basava il potere ricevuto su qualità eccezionali universalmente riconosciute ed al quale erano ignoti lingua paese, ufficiali, soldati. Egli stesso, che non mancava di buone qualità d'intelletto e di buon senso, riconobbe tali difficoltà e se ne rese conto subito dopo la proclamazione a comandante in capo, avvenuta il 15 febbraio con uno degli ultimi atti del ministero Gioberti. Non ebbe tempo di co conoscere la poco buona impressione prodotta dalla sua nomina in paese e nell'esercito, Poichè il giorno successivo scriveva al Gioberti palesando la preoccupazione di non avere sull'esercito l'autorità che carica e rnomento richiedevano e mettendo in luce l'opportunità che al Sovrano fosse lasciato, almeno formalmente, il comando; perchè una tale misura, con la presenza di re Carlo Alberto tra le fila dell'esercito in campagna, avrebbe portato a più alto livello il morale e dato maggior valore alla sua azione di capo effettivo e responsabile. Il 21 febbraio il generale Chiodo, succeduto al Gioberti nella presidenza, modificava il decreto conferendo allo Chrzanowski il titolo di generale maggiore dell'esercito: avrebbe dato gli ordini in nome del Re, assumendone però la responsabilità.
Era così consacrata la nomina di uno straniero, di mediocre reputazione militare, a comandante in capo di quell'esercito cui era affidato il compito di battere l'armata austriaca, liberare l'Italia dalla oppressione straniera, darle l'indipendenza.
Quello straniero vide le numerose manchevolezza dell'esercito e le segnali; insistette sino all'ultimo momento perchè vi si ponesse riparo, ma alla fine, 'spinto dal sentimento del dovere e dell'onore e dalla devozione verso il re Carlo Alberto, tacque ed accettò di condurre la guerra anche con uno strumento non pronto.
A fianco dello Chrzanowski, quale capo di stato maggiore, fu posto Alessandro Lamarmora generale stimato e valoroso, ma assai più adatto a comandare brillantemente una divisione che non alla carica di capo di stato maggiore.
Il generale Bava, pur assai considerato nell'esercito, fu messo completamente da parte: contro di lui si erano accaniti i partiti che non volevano assolutamente riconoscere doversi anche alla loro azione tumultuaria e discorde l'insuccesso del 1848: con l'esclusione dal comando di tutti i generali che avevano avuta parte preminente nella precedente campagna veniva ad essere ufficialmente sanzionato che la colpa era « tutta ed esclusiva » dei Generali.

LA BATTAGLIA Di NOVara

Manovra austriaca Nella giornata del 21 gli austriaci avevano avuto di fronte rispettivamente a Mortara ed alla Sforzesca, le divisioni piemontesi 1a e 2a : i combattimenti e le ricognizioni non avevano dato alcuna notizia sulle altre truppe del grosso; poteva questo avere ripiegato su Novara, poteva anche essersi diretto su Vercelli. Qui, oltre a trovare un'ottima posizione di schieramento sulla Sesia, avrebbe coperto la capitale si sarebbe assicurata la linea di rifornimento ed avrebbe avuta la possibilità di chiamare a sè la 5a divisione. Pur attribuendo al nemico quest'ultima soluzione, che egli riteneva la più logica, non credette il Radetzky di avere elementi sufficienti per una decisione netta : provvide allora a raccogliere maggiormente le sue forze per mettersi in condizioni di attaccare il nemico se fosse schierato a Novara o di agganciarlo e costringerlo a battaglia prima che avesse superato la Sesia nel caso fosse in marcia su Vercelli.
Il II corpo da Mortara fu diretto a Vespolate sulla strada di Novara; il I, rimasto fermo a Gamboli dopo l'azione della Sforzesca, piegò a nord-ovest dirigendo su Cilavegna, fiancheggiato sulla destra da una brigata. Il III ed il 1 di riserva dovevano seguire il II; il IV, spostandosi più ad occidente, doveva portarsi a Robbio da dove avrebbe continuato verso l'Agogna.
Con tale dispositivo, mentre il II ed il IV corpo erano in grado di impegnare forze nemiche che avessero rispettivamente incontrate verso Novara o verso Vercelli, gli altri tre corpi, raggruppati nel triangolo Borgo Lavezzaro-Cilavegna-Albanese, potevano facilmente essere spinti sull'una o sull'altra direzione.
Il II corpo, alle 16 del 22, era col grosso a Vespolate: l'avanguardia prese contatto a Garbagna con i Piemontesi senza però impegnarsi. Il IV raggiunse Robbio: le ricognizioni trovarono occupato il ponte sulla Sesia e libera la strada per Casale. Gli altri tre corpi d'armata giunsero nella notte alle località a ciascuno assegnate.
Il Maresciallo seppe del contatto avvenuto a Garbagna; ritenne, così come credeva il D'Aspre comandante del II corpo, si trattasse di retroguardie di unità nemiche in ritirata e precisamente della divisione che aveva combattuto il 2i alla Sforzesca e che ripiegava su Vercelli per Novara. In questa convinzione il Comando austriaco, che aveva già avvertiti i comandanti di corpo d'armata di tenersi pronti a muovere per le ore 9 del 23, ordinò alle ore 8 che il II corpo da Vespolate marciasse su Novara e se ne impadronisse, proseguendo il 24 marzo su Vercelli dopo aver assunto notizie sulla direzione di ripiegamento del grosso nemico. Il IV corpo, dopo che il II si fosse reso padrone di Novara, doveva per Confienza e Borgo Vercelli marciare su Vercelli.
Il I ed il I di riserva dovevano seguire lo stesso itinerario del IV. Il III corpo doveva attendere che tutti fossero sfilati e poi dirigersi anch’esso su Vercelli dove la sera del 23 avrebbero così, dovuto essere riuniti quattro corpi d'armata.
Il generale Wimpffen, da Pavia doveva marciare su Casale.
Tutte le forze, anche le più lontane, erano chiamate a raccolta per la battaglia, che il Maresciallo austriaco presumeva di ingaggiare il 24; egli non prevedeva azioni tattiche in grande stile per la gior-
nata del 23 ed iniziava la manovra dalla quale doveva scaturire la conversione su Vercelli, mantenendosi però sempre in condizioni di far fronte ad avvenimenti imprevisti in direzione di Novara. Il mattino del 23, mentre il II corpo muoveva da Garbagna e da Vespolate verso Novara, il IV era a Torre del Robbio: da qui il maresciallo Thurn mosse verso Borgo Vercelli soltanto dopo aver avuto dal suo comandante del II assicurazione che questi non aveva bisogno d’ aiuto per impossessarsi di Novara. Gli altri tre corpi eseguirono gli ordini ricevuti.

Schieramento dell'esercito piemontese. La notte sul 23 il grosso era raccolto attorno a Novara: 'cinque divisioni, una brigata mista, due reggimenti fanteria a quattro battaglioni e due battaglioni bersaglieri. Un complesso di 75 battaglioni, 34 squadroni e 14 batterie e mezzo; cioè 44.000 fucili, 2500 sciabole, 109 pezzi; le mancanti 5a e 6a divisione e brigata Belvedere ammontavano a 16.ooo fanti, 650 cavalli e 40 cannoni.
Intendeva il General Maggiore accettare battaglia sulle posizioni scelte a sud di Novara, far logorare il nemico contro le tre divisioni di prima schiera, prendere poi la controffensiva e batterlo con le altre tenute in riserva.

La posizione scelta si stendeva dal cavo Dassi, che corre parallelo all'Agogna, sino a poco oltre la Bicocca forte gruppo di case sulla rotabile Mortara-Novara. Il terreno è pianeggiante: lo solca al centro il torrente Arbogna che nasce tra due piccole alture, quella della Bicocca e quella di C. Gavinelli formanti una minuscola stretta valle. Molti i caseggiati rurali, tra cui di particolare importanza, oltre quelli della Bicocca, l'altro del Torrione situato poco ad oriente
del gomito del cavo Dassi, quando questo assume andamento parallelo col nome di cavo Prina. Fitta l'alberatura, ma gli alberi ancor privi di foglie permettevano sufficiente campo di vista; difficili le comunicazioni per le numerose interruzioni del terreno dovute ai frequenti rivi e fossatelli. Le strade tutte ad andamento meridiano corrono sulla piana; si eleva su tutte la Novara~Mortara che traversa la Bicocca e corre sopra un poco elevato ciglione che limita la piana ad oriente. Un solo villaggio: Olengo. Una zona boschiva, il bosco del Vescovo, a cavallo del cavo Prina al centro della posizione circa trecento metri a sud della linea avanzata piemontese. La 1a divisione, che costituiva l'ala destra della prima schiera ebbe assegnato un reggimento su quattro battaglioni per colmare i vuoti della brigata Regina. Appoggiò la destra al cavo Dass?; con la sinistra arrivava alla carrareccia di Garbagna. Un nucleo avanzato di tre battaglioni e mezza batteria era spinto all'altezza del gomito del cavo Dassi: il rimanente, cioè cinque battaglioni della brigata Aosta ed i quattro del reggimento provvisorio con due batterie e mezzo, alquanto arretrato su due schiere; l'artiglieria riunita in una unica massa in modo da battere efficacemente il Torrione che il generale Durando non aveva voluto occupare perchè troppo lontano ma che poteva costituire per il nemico un buon appiglio tattico. In riserva il Nizza Cavalleria, salvo uno squadrone mandato in ricognizione.

La seconda Divisione era in contatto con la sinistra della 1a e si stendeva sino al torrente Arbogna, schierata per ala con la brigata provvisoria a destra e la Casale a sinistra: fra le due brigate l'artiglieria; dietro l'ala destra il Piemonte Reale Cavalleria. La divisione Perrone (3a) alla Bicocca a cavallo della rotabile Novara-Mortara. Il General Maggiore riteneva che la Bicocca costituisse posizione chiave, dove la battaglia si sarebbe risolta. La 3' divisione era schierata su tre linee: un reggimento, il 15' Savona, avanti alla Bicocca; il 16° a cavallo dei caseggiati; la brigata Savoia più a nord. Un gruppo di due battaglioni bersaglieri, il III ed il IV, sulla destra, due compagnie a guardia della sinistra. Le due batterie della divisione in posizione a sud della Bicocca. Il reggimento Genova Cavalleria in riserva.
In seconda schiera: la 4' divisione, la brigata Solaroli e la divisione di riserva.
La 4a divisione, del Duca di Genova, a sud-est di Novara su due scaglioni: quello avanzato composto della brigata Piemonte e ,da due batterie d'artiglieria; più arretrata la brigata Pinerolo con @'Aosta Cavalleria.
La brigata Solaroli era schierata ad occidente del Terdoppio per guardare le provenienze da Trecate: aveva due taglioni di fanti, i battaglione Real Navi e la Guardia Mobile Bergamasca, a guardia delle provenienze indicatele; il rimanente, quattro battaglioni di fanti e due sezioni di artiglieria, in riserva.
La divisione di riserva era dietro l'ala destra, non lontana dalla strada di Vercelli; su tre colonne così da poter sostenere sollecitamente la a divisione ed anche far fronte verso le provenienze da Vercelli.
Alle 9 del 23 marzo tutte le truppe erano ai loro posti.
La posizione era tatticamente buona: ben appoggiata sui fianchi e protetta sulla fronte dall'ostacolo del cavo Prina. Soverchie le forze in prima schiera in relazione all'ampiezza della posizione ed al proposito controffensivo dello Chrzanowski; soverchia ancora la preoccupazione per le provenienze da oriente. Scarse, come sempre, le notizie sul nemico, salvo quelle derivanti dai contatti recenti a Mortara ed alla Sforzesca.
Intanto il II corpo austriaco marciava da Vespolate verso Novara, naturalmente destinato a scontrarsi con la 3" divisione alla Bicocca: un distaccamento di un battaglione e mezzo, due pezzi d'artiglieria e mezzo squadrone lo fiancheggiavano sulla sinistra diretto a Novara per la carrareccia del Torrione.
Alle 11 le avanguardie austriache furono avvistate. Posti avanzati 'dei bersaglieri del II e del IV battaglione erano all'altezza delle cascine «la Boiotta » e « la Boriola »: indietro, tra la Cavallotta ed il Castellazzo, il 15° Savona con la 3a batteria da battaglia.
Sotto la fucileria dei bersaglieri la divisione arciduca Alberto si spiegò e, per ordine del maresciallo D'Aspre, mosse all'attacco: una colonna con l'Arciduca puntò sulle due cascine tenute dai bersaglieri mentre la colonna di destra guidata dal generale Kolowratt attaccò il Castellazzo. Fu facile alla colonna di sinistra impadronirsi della Boiotta e della Boriola che i bersaglieri non avevano ordine di tenere; ma i fanti del 15° fanteria, sostenuti dalla 3a e dalla 7a batteria battaglia, arrestarono nettamente davanti alla Cavallotta ed al Castellazzo le due colonne austriache. Un contrattacco prontamente condotto dal Castellazzo con alcune compagnie del 16° fanteria ed il III battaglione del 20 fanteria condotti innanzi dal generale Ansaldi respinse in disordine e con gravi perdite la colonna Kolowratt.
Nel frattempo l'arciduca Alberto, col rinforzo di un battaglione e di una batteria, riesce ad impadronirsi della Cavallotta e si spinge su Villa Visconti. Qui si combatte accanitamente e valorosamente da ambo le parti: attacchi e contrattacchi si susseguirono ininterrottamente. I fanti italiani andarono più volte alla baionetta, gli artiglieri portarono i cannoni a trecento metri da quelli nemici per ridurli al. silenzio, la cavalleria austriaca tentò di cadere sul fianco delle batterie piemontesi ma fu caricata e ricacciata dai cavalieri di Piemonte Reale: questi, dopo aver liberato le batterie, proseguirono e respinsero in disordine la fanteria austriaca con una carica che suscitò l'entusiasmo dei fanti e meritò l'elogio di re Carlo Alberto; i bravi fanti della Savona, animati dal concorso della cavalleria e dalla presenza del Re e del valoroso generale Perrone, comandante della divisione, ricacciarono da Villa Visconti la colonna dell'Arciduca. Entrò in linea, a rinforzo di quest'ultimo, la brigata Stadion mentre giungeva ad Olengo l'altra divisione del Il corpo, la Schaffgotsche.
Il maresciallo D'Aspre, dalla resistenza incontrata aveva compreso di avere a che fare con forze rilevanti e non con semplici retroguardie; ricevette anche notizie che davano il grosso dell'esercito piemontese, valutato a 6o.ooo uomini, tutto raccolto attorno a Novara. Mandò allora un messo al comando del III corpo, a Vespolate, perchè accorresse subito in suo aiuto; informò il comandante del IV di non andare più a Vercelli ma di deviare su Novara, e comunicò al Comando dell'armata la nuova situazione.
La colonna dell'arciduca Alberto, rinforzata dalla brigata Stadion e da nuove batterie riprende l'attacco su Villa Visconti, dove la difesa della Savona è costretta a cedere. Si tratta però di perdita momentanea che il bravo generale Perrone tornò all'attacco ancora con elementi della Savona e della Savoia che riconquistarono la Villa, mentre una carica del Genova Cavalleria ricacciava il nemico sino alla Cavallotta.
Si combatteva duramente anche al centro ed alla sinistra della 3a divisione; qui l'azione si era spezzettata fra i vari casolari senza che nessuno dei due avversari riuscisse a compiere progressi.
Alle 13 la divisione Schaffgotsche, giunta ormai tutta sul campo, era dal maresciallo D'Aspre ripartita fra le due colonne attaccanti che ebbero così la possibilità di riprendere l'attacco. L'arciduca Alberto spinse le sue truppe fra i due nuclei della 3" divisione di Villa Visconti e di C. Castellazzo: riuscì così a giungere fin sotto la Bicocca. Il General Maggiore, che trovavasi coi Re su una vicina col~ linetta, mandò ordine alla brigata Savoia, che si stava raccogliendo nei pressi, di contrattaccare. L'ordine, invece di essere trasmesso al comandante fu dato direttamente ai primi reparti incontrati i quali mossero senz'altro contro il nemico, seguiti da tutti gli altri che però ignoravano dove e che cosa si andasse a fare: e lo ignoravano anche i comandanti di reggimento e di brigata. Ne nacque un tale disordine che l'azione, dalla quale avrebbero potuto conseguire risultati brillanti, riuscì invece soltanto a contenere il nemico.
In questo episodio, mentre in prima linea cercava di riordinare i reparti e li incitava all'attacco, cadde il comandante della divisione Ettore Perrone di S. Martino. Il vecchio e valoroso soldato di Napoleone, l'ardente rivoluzionario e patriota chiuse con una morte eroica la vita tutta dedicata alla patria ed all'ideale di libertà.
L'attacco della colonna Kolowratt aveva contemporaneamente provocato la caduta del Castellazzo: gli Austriaci erano riusciti ad impadronirsi anche della C. Farsata, dove furono arrestati dalla resistenza dei bersaglieri e dal fuoco dell'artiglieria. Elementi della colonna Kolowratt, aggirata sulla sinistra la linea dei bersaglieri, procedettero verso la rotabile di Trecate. Il movimento fu subito avvertito dagli avamposti della brigata Solaroli che fece fronte a sud e li respinse; i bersaglieri valtellinesi contrattaccarono e costrinsero la colonna a riparare oltre il Terdoppio, verso Trecate. Il Solaroli non mosse oltre perchè aveva ordini precisi e tassativi di « difendersi ma non attaccare, chiedere soccorsi al Duca di Genova se ne avesse avuto bisogno ed aderire alle richieste di quest'ultimo ».
In quel mentre la 4a divisione avanzava a sostegno della 3a. A mezzodì il generale Chrzanowski aveva mandato ordine al Duca di Genova di dare il cambio alla 3 a divisione; intendeva il General Maggiore continuare con la 4a logorare il nemico con una difensiva molto attiva, ritirare la 3' divisione in seconda schiera, riordinarla e poscia passare con tutte le riserve all'offensiva. Ma nel momento in cui la 4a divisione arrivava alla Bicocca non si trattava più di sostituire in linea la 3a ma di ricacciare le truppe del II corpo austriaco che erano arrivate assai da presso ai caseggiati e di cui la colonna dell'arciduca Alberto era particolarmente minacciosa. Il Duca di Genova arrivò alla Bicocca con la brigata Piemonte in testa; le due batterie erano gia in posizione a sud del cimitero di San Nazzaro; seguiva la brigata Pinerolo.
I fanti della Piemonte furono lanciati subito all'attacco. Il 3° fanteria Piemonte, alla cui testa era il generale Passalacqua comandante della brigata, avanzò impetuosamente a destra della strada ed ebbe rapidamente ragione degli Austriaci che occupavano i vari cascinali cadeva il Passalacqua, colpito al petto, ma i fanti del reggimento non si arrestavano: infiammati anzi dal desiderio di vendicare morte del valoroso comandante si gettarono alle calcagna degli austriaci arrivando nella foga dell'inseguimento sino alla Cavallotta. artiglierie nemiche site nei pressi del Castellazzo batterono violentemente, da posizione dominante, il reggimento che era contemporaneamente contrattaccato da fresche fanterie austriache: fu costretto a ritirarsi.
Ma fu successo di brevissima durata per gli Austriaci: il Duca di Genova fece subito avanzare, sulla stessa direttrice del 3° fanteria Piemonte, il 13° Pinerolo: contemporaneamente, per ordine del General Maggiore, un reggimento della 2a Divisione, l’11° Casale, concorreva al nuovo attacco nella valle dell'Arbogna insieme con una Batteria. L'attacco, ben condotto ed appoggiato assai efficacemente dalle batterie, riuscì in pieno: sono riconquistate C. Gavinelli e Villa Visconti costringendo i difensori della prima a fuggire verso i Torrioni di Quartara e gli altri a trovare riparo alla Cavallotta.
Maggiori successi conseguiva l'altra colonna della divisione. Il 4° Piemonte, del colonnello Cucchiari, con un battaglione della Savona aveva raggiunto il Castellazzo; gli Austriaci tentavano di resistere e cercarono altresi di contrattaccare, ma sopraggiunto il I4° Pinerolo col Duca di Genova alla testa furono costretti ad abbandonarlo. Il Duca di Genova non ritenne sufficiente il successo conseguito e volle completarlo liberando del tutto e profondamente il terreno dai nemici davanti alla Bicocca. Riprese perciò la marcia e puntò risolutamente su Olengo da dove cacciò gli Austriaci.
Erano le 14 Il II corpo austriaco era stato ripetutamente battuto. Delle forze piemontesi la 3a divisione aveva sostenuto duri combattimenti: i successivi attacchi e contrattacchi l'avevano un po' disordinata e tra le fila dei suoi reparti vi era un certo numero di dispersi: era nel complesso in condizione di riprendersi rapidamente. La 4a era in ordine: elevatissimo il morale, non gravi le perdite.
Le altre truppe pressochè intatte: non avevano, può dirsi, combattuto. Oltre al concorso di, un reggimento della 2a divisione alla operazione controffensiva della 4a ed all'episodio della brigata Solaroli, rapidamente e vittoriosamente conclusisi, vi era stata verso mezzodi una piccola azione sulla fronte della 1a Divisione.
Il distaccamento inviato dall'arciduca Alberto sulla sua sinistra era giunto al Torrione Quartara dopo aver incontrato pattuglie del Nizza che non avevano potuto valutarne l'entità; occupò facilmente il Torrione ed aprì il fuoco con la sezione di artiglieria contro le linee della divisione Durando. Fu subito messo a tacere dalla superiore artiglieria della divisione e ' costretto a ritirarsi al riparo dei caseggiati. Il Durando, pur avendo avuta conferma del ripiegamento da ricognizioni del Nizza Cavalleria, non mosse ritenendo di non dover deflettere dall'atteggiamento difensivo ordinatogli.
La divisione del Duca di Savoia non aveva impiegato nessuno dei suoi reparti. Nuclei di cavalleria mandati ad esplorare verso Vercelli nulla avevano segnalato.

Alla stessa ora, circa le 14, il III corpo austriaco, mentre il Duca di Genova si impossessava di Olengo, stava per arrivare con la testa a Moncucco, a due chilometri da Olengo . Tenuto conto del tempo 90
necessario per completare la marcia e per schierare le truppe il II corpo non sarebbe stato in grado di intervenire con tutte le forze prima delle 16. Gli altri corpi erano ancor lontani.
Il maresciallo Radetzky, non appena ricevuta notizia che a Novara vi erano forze considerevoli, aveva mandato ordine al IV corpo di abbandonare la direttrice di Vercelli e puntare su Novara; al 1 ed al I di riserva di accorrere sul campo di battaglia. Qualche ordine non giunse, qualche altro arrivò in ritardo, però fra le 14 e le i6 i tre corpi d'armata avevano iniziata la marcia su Novara. Il Thurn ed il Wratislaw di iniziativa avevano cambiato direzione di marcia dirigendosi su Novara. Gli altri ricevettero l'ordine, ma ad ogni modo pur marciando con la massima celerità il IV, il 1 ed il 1 riserva non potevano essere sul campo di battaglia che fra le 17 e le 20.


Questa situazione del nemico non era nota al generale Chrzanowski, ma non gli era certamente ignoto che nel momento del fortunato contrattacco della 4a divisione non vi erano altri nemici all'infuori di quelli contro i quali si era combattuto alla Bicocca, e dei piccolo distaccamento del Torrione; parrebbe perciò che a questo punto la prosecuzione dell'attacco del Duca di Genova sostenuto dalla 2a divisione ' la quale dal mattino assisteva alla battaglia con le armi al piede e non aveva nemico davanti, sarebbe stato più che mai, opportuno: avrebbe potuto portare alla completa distruzione de nemico presente e battere anche il III corpo che stava per arrivare, decidendo della battaglia. Il generale Chrzanowski non seppe trarre profitto del momento fortunato ed ordinò invece alla 4" divisione di ripiegare da Olengo a nord del Castellazzo.
Era la peggiore delle risoluzioni: il morale già altissimo delle brigate Piemonte e Pinerolo non poteva che cadere di colpo e con loro anche quello di tutti gli altri che al felice contrattacco avevano partecipato o assistito: gravissimi dovevano essere i pericoli su altre parti della fronte se si era costretti a troncare, ripiegando davanti al nemico in fuga, un'operazione così ben avviata. Doveva per contro elevarsi il morale del nemico i cui capi vedevano già con la prosecuzione dell'attacco le loro truppe riversate in disordine sulle colonne in marcia del III corpo il quale era già stato alquanto disordinato dal carreggio del II.
Il ripiegamento della 4" divisione dette modo agli Austriaci di spiegare con tutta tranquillità il III corpo la cui divisione Lechnowski rinforzò immediatamente le colonne dell'arciduca Alberto e del generale Kolowratt che i due capi avevano riordinate e riportate avanti non appena accortisi del ripiegamento piemontese. Con questi elementi, al cui tergo avanzavano la divisione Lechnowski del III corpo e la cavalleria, gli Austriaci marciarono di nuovo contro la Bicocca. Qui lo Chrzanowski aveva chiamato parte della divisione di riserva: il reggimento Cacciatori Guardie, il 7° fanteria Cuneo e la 1a batteria da posizione.
La battaglia riprese violenta verso le 16: ancora vi erano alla Bicocca soltanto la 4a Divisione ed i resti della 3 a che combattevano frammischiati con i primi; tutte le batterie delle due divisioni erano schierate. Il combattimento, dopo le prime avvisaglie tra il Castellazzo e la Cavallotta, divenne accanito a C. Farsata ed a Villa Visconti. A C. Farsata resistevano tenacemente il 4° Piemonte ed il I4° Pinerolo; a Villa Visconti, insieme col 30 Piemonte e col 13° Pinerolo, anche l’11° Casale della 2 Divisione, la quale col resto delle sue truppe continuava, per ordine del General Maggiore ad assistere inoperosa alla attaglia. Quattro batterie sostenevano i difensori.
Neanche con l'intervento del II corpo il nemico riusciva ad vere ragione delle valorose truppe della 4° divisione che ancora costituivano il nucleo della difesa: la colonna austriaca diretta a C. Farsata consegu? sulle prime qualche progresso ma non potè proseguire; gli attaccanti Villa Visconti furono costretti a ripiegare sulla Cavallotta.
Le fanterie dei due avversari erano stanchissime; tacque per tempo la fucileria, mentre proseguiva vivacissimo il fuoco delle batterie. Quattro nuove batterie austriache furono schierate alla Cavallotta per avere ragione della tenace resistenza nemica, ma ad esse rispondeva ancora assai validamente l'artiglieria piemontese.
Il maresciallo Radetzky aveva assistito all'ultimo. attacco; si era poi spostato verso l'Agogna per accelerare l'arrivo sul campo di battaglia del IV corpo, la cui comparso avrebbe dovuto decidere le sorti della 'battaglia: non riteneva di poter conseguire la vittoria con le sole forze del II e del III; gli altri erano ancor troppo lontani.
Il generale Chrzanowski, sempre presente alla Bicocca col re Carlo Alberto, credette, alle 17, venuta l'ora di prendere una decisione. Egli ormai non riteneva più possibile vincere la battaglia, ma presumeva che lanciando verso la Bicocca la 2a divisione, sostenuta dalla 1a, sarebbe riuscito ad arrestare l'impeto del nemico qualora, come egli riteneva sicuro, avesse rinnovato l'attacco contro la Bicocca. Sperava così di non abbandonare il campo di battaglia, trarre profitto della notte per riordinare le truppe e ricominciare la battaglia il giorno seguente. Concezione di un uomo che ha perduta la fede e che spera sempre si presenti un momento migliore. Tardivo in ogni caso l'intervento delle due divisioni 1a e 2a che erano state inutilizzate l'intera giornata, mentre parecchie occasioni si erano presentate per un impiego utile della 2@ divisione la quale aveva già dimostrato alla Sforzesca di essere un ottimo strumento di guerra..

Alle 17 la 2a divisione ebbe ordine di far avanzare la brigata provvisoria con movimento di cambiamento di fronte obliquo, l'ala destra avanti, per cadere sul fianco sinistro delle colonne austriache che attaccavano la Bicocca. Il movimento fu ben eseguito. in ordine, e le batterie messe in grado di appoggiare la brigata; il Piemonte Reale Cavalleria era a sostegno dell'ala destra; il. 12' fanteria Casale in riserva. Alla stessa ora perveniva alla 1a divisione ordine di « avanzare senza però compromettersi, onde assecondare il movimento offensivo che stava per eseguirsi dalla divisione Bes contro la Bicocca ». A malgrado della sibillinità dell'ordine, dove la frase « senza però compromettersi » toglieva ogni slancio al comandante, il Durando ritenne che per risollevare le sorti della giornata la migliore cosa era lanciarsi. risolutamente all'offensiva: mosse quindi all'attacco del Torrione Quartara con la brigata Aosta sostenuta da tutta l'artiglieria. Lasciò l'altra brigata sulla linea di partenza per garantirsi la destra. Rapida e facile fu la conquista del Torrione Quartara.
Ma era purtroppo vicino il momento del tragico epilogo.
Mentre la 1a divisione conquistava il Torrione e la 2a si accingeva a cadere sulla colonna austriaca che nuovamente attaccava la Villa Visconti, pervenne ai due comandanti, dal capo di stato maggiore, ordine di ripiegare.
Il generale Alessandro Lamarmora aveva assistito al cedimento dell'ala sinistra della 1a divisione, che però ancora si manteneva davanti alla Bicocca; aveva visto nuove colonne nemiche avanzarsi sulla strada di Mortara ed aveva temuto che, ove fosse riuscito al nemico di conquistare la Bicocca, sarebbe arrivato a Novara tagliandone fuori le altre forze piemontesi. Di sua iniziativa, senza che il General Maggiore ne fosse a conoscenza, ordinò la ritirata alle due divisioni. Non pensò il Lamarmora che l'attacco che la divisione Bes era sul punto di condurre rappresentava l'unico espediente capace di evitare quanto egli temeva.
Il generale Bes rilevò l'inopportunità dell'ordine che lo costringeva a far retrocedere le truppe mentre erano già a contatto col nemico e decise in un primo momento, di proseguire nell'attacco; ma di fronte alla conferma dell'ordine dovette obbedire.
La battaglia era, a questo punto decisamente perduta: non già perchè gli Austriaci fossero riusciti ad avere il sopravvento sul campo ne per la minaccia, ancora ignota al quartier generale, del IV corpo austriaco; ma perchè il Comando supremo piemontese ritenne di aver perduta la partita prima di avere assennatamente impiegato tutte le forze di cui disponeva.


Alle 17,30 giungeva ad Olengo il I corpo di riserva.
Le divisioni di tre corpi austriaci mossero compatte contro la Bicocca. Tutte le artiglierie furono schierate per preparare ed appoggiare l'attacco.
Nessuna molestia sul loro fianco sinistro perchè la divisione Bes già ripiegava; nessuna alla destra, dove avrebbe potuto essere chiamata ad agire la brigata Solaroli, poco lontana e sempre in attesa di un ipotetico attacco da oriente.
Di fronte, a difesa della Bicocca, la 4a Divisione con i resti della 3a sulla loro destra il reggimento Guardie, il 7° fanteria Cuneo e la batteria giunti in rinforzo dalla divisione di riserva.
L'artiglieria austriaca era ormai in netta prevalenza.
Sul cadere del giorno la Bicocca, sulla quale così valorosamente avevano combattuto le due divisioni, era in mano del nemico. La 4a divisione però, tuttora combattiva e sempre nelle mani del suo valoroso comandante, il Duca di Genova, impedì al nemico di entrare in Novara e permise lo sfilamento delle altre divisioni.
Mentre cosi dolorosamente si concludeva alla Bicocca una giornata che era stata onorevole per le armi piemontesi, ad occidente di Novara la divisione del Duca di Savoia impediva al IV corpo austriaco di trasformare in rotta disastrosa la disgraziata giornata. Il Thurn, la cui avanguardia era giunta alle I7,3o al ponte sull'Agogna, aveva subito tentato di irrompere in Novara. I Granatieri Guardie, i reggimenti Savoia e Novara Cavalleria, due batterie a cavallo respinsero l'avanguardia del IV corpo e vietarono alla divisione austriaca di testa di proseguire l'avanzata. Intanto la colonna di destra del IV corpo e la brigata Aosta della divisione Durando che sfilavano l'una ad occidente e l'altra ad est del cavo Dassi si erano avvistate e ne era nato uno scambio di fucileria che aveva provocato l'arresto e lo schieramento della colonna austriaca. Il Thurn, impensierito dalla minaccia di cui l'oscurità vietava di valutare la consistenza e nell'ignoranza dell'esito della battaglia, non volle avventurarsi in un attacco notturno ed arrestò le sue truppe.
Anche i corpi austriaci che avevano conquistato la Bicocca non inseguirono. Stanchi per le lunghe marce e per i duri combattimenti si arrestarono, paghi di una vittoria che per molte ore non avevano neppure osato intravedere e che la fortuna, non certamente il maggior valore delle truppe, aveva loro donato.

. La giornata era costata agli Austriaci 409 morti, 1850 feriti, 87,dispersi; ai Piemontesi 518 caduti sul campo, 1405 feriti, 409 dispersi. Perdite quasi uguali, come pari era stato il valore. Il piccolo numero di dispersi dell'armata piemontese, inferiore a quello del vincitore, sta a dimostrare che non lo sbandamento della fanteria sul campo di battaglia sia stato causa dell'insuccesso, come poi sostenne il General Maggiore. I reparti combatterono e si mantennero saldi di fronte al nemico nelle cui mani lasciarono un assai piccolo numero di prigionieri. Se sbandamento poi vi fu entro Novara esso fu causato dalle disposizioni date per l'affrettato ripiegamento e dal momento in cui l'ordine fu dato.
Lontane, la 5' e la 6 a divisione e la brigata d'avanguardia non avevano esercitato altra influenza sull'andamento -della campagna all'infuori di quella di far mancare al momento risolutivo un quarto delle forze sul campo di battaglia.
La 5 a divisione la sera del 23 marzo, dopo aver sentito tuonare violentemente il cannone da Novara, si mise in marcia per Alessandria seguita dalla brigata d'avanguardia.
La divisione del Lamarmora aveva occupato Parma il giorno 22 vi fu fermata da una comunicazione del ministro della guerra, generale Chiodo, che esprimeva nere previsioni sull'andamento della campagna a causa dell'episodio di Mortara. L'armistizio la trovò a Parma.

Re Carlo Alberto abdicò: la morte non lo volle sul campo dove era stato esempio di valore ai soldati nei momenti più duri e nei punti più caldi. L'ascesa al trono di Vittorio Emanuele 11, che doveva mostrare, con la fierezza davanti al Radetzky e la fermezza nel mantenere lo Statuto, di essere già il simbolo dell’Italia una indipendente e libera; l'armistizio, la pace esulano dal nostro intento di rievocare le operazioni militari che, or è un secolo, gettarono pur nella sfortuna le basi del Risorgimento italiano.
Ma pur nella sfortunata prova delle armi, che non erano state ben temprate nella mancanza di concordia, gli Italiani si batterono valorosamente: Piemontesi, Lombardi, Valtellinesi, Bergamaschi nel breve ciclo della campagna, Veneti e Romani a Venezia ed a Roma; i Bresciani nelle Dieci Giornate; i Siciliani contro la reazione del Borbone.
Nello stesso Piemonte la gloriosa difesa di Casale concludeva con un magnifico episodio di valore la sfortunata campagna.
Piccolissimo il presidio: un centinaio di fanti e qualche diecina di artiglieri; otto i cannoni del Castello; scarse le munizioni. Saldo però il cuore del comandante, il fiero e risoluto Solaro di Villanova; fortissimi i Casalesi e fermi nel non volere che la città cadesse in mano del nemico. Il Solaro aveva apprestata la difesa non appena conosciuti gli avvenimenti di Mortara: chiamata la Guardia Nazionale, questa risponde compatta alla chiamata ed entra subito in azione sbandati provenienti da Mortara. La difesa è rapidamente organizzata; ricognizioni sono spinte oltre Po.
La sera del 23 il Wimpffen da Pavia marciava su Casale: fu avvistato. Attaccò il 24 alle nove ed ingiunse la resa per le ore dodici. Solarolo rifiutò; i cittadini lo sostennero. Nel pomeriggio un attacco in forze riesce a rendere gli Austriaci padroni del ponte, ma cittadini e soldati si battono disperatamente e mantengono il possesso del Castello e della città. Nella notte sul 25 arrivano munizioni da Alessandria; ufficiali giunti da Torino si uniscono ai difensori e li inquadrano meglio. Si combatte ancora furiosamente il mattino del 25 l'attacco tentato con tutte le forze della divisione austriaca è respinto; gli otto cannoni del Castello hanno mietuto largamente tra le fila austriache; i difensori hanno tenuto fronte al nemico vietandogli qualsiasi progresso. Nel tardo pomeriggio del 25, fu ufficialmente nota la conclusione dell'armistizio: le ostilità furono sospese. Gli Austriaci non entrarono in città e dovettero porre il campo fuori del tiro dei cannoni del Castello.
Popolo e soldati avevano difesa la libertà e tenuto alto l'onore. Valore e fierezza pari a quelli dei tanti eroi che in tutte le regioni d'Italia, come sui campi di Novara, si erano battuti e si battevano per la libertà, l'unità, l'indipendenza della nostra sacra e bella terra.
Un ignoto scrittore, forse Carlo Promis, scriveva nel 1849 “Se tutti i prodi Italiani che caddero in Sicilia tra gli orrori di quella guerra fratricida, e quelli che soccombettero a Napoli sotto il ferro dei pretoriani di quel re; se i generosi che caddero a Roma, e gli sventurati che vennero trafitti a Milano, a Bologna, a Firenze, a Livorno, ad Ancona, a Brescia, dal Piombo dell'inesorabile conculcatore dei diritti dei popoli, fossero stati tutti sui campi di Novara, il concorso di tanta risoluta ed intrepida gioventù avrebbe potuto assicurare la vittoria all'italico vessillo.. ».
Ma, aggiugne, «le intestine discordie suscitate dai nostri irreconciliabili nemici, che dir possiamo i nemici del progresso e dell' incivilimento europeo, portando la divisione... ».

Parole amare: rispecchiano però la situazione del 1849, che da una politica incerta fece nascere una guerra mal preparata; condusse a Novara, dove il valore dei singoli non valse a porre un riparo agli errori di impostazione e di condotta, dove al comandante straniero mancarono fede ed energia.


Da valorosi si batterono i bersaglieri del Manara ed i fanti lombardi alla Cava; i bersaglieri, i fanti, i cavalieri del Montevecchio ;(S. Siro; i fanti delle brigate Savona e Savoia, i cavalieri di Piemonte Reale alla Sforzesca; ed ancora le brigate Savona, Savoia, Piemonte, Pinerolo, Casale, Aosta, Granatieri a Novara con i cavalieri del Piemonte Reale, del Nizza e del Novara; i bersaglieri valtellinesi; i marinai del Real Navi. Gli artiglieri su tutti i campi di battaglia. Si immolarono generali come Perrone e Passalacqua: compirono prodigi di valore i Principi di Savoia.
Ma a nulla valse.
Il sacrificio doveva compiersi: il servaggio sotto lo straniero continuare ancora lunghi anni, la reazione essere più dura e più spietata perchè fosse possibile concludere con la concordia degli animi e l'unità degli intenti, la grande opera del Risorgimento.