MONTALENTI GIUSEPPE ANTONIO

Memoria di quanto è accaduto nel giorno 23 marzo 1849
tra l'armata piemontese e l'Austriaca nella sola parocchia di Torrione Quartara
sobborgo di Novara per l'indipendenza Italiana

Memoria del fatto d'armi successo al Torrione Quartara, Sobborgo di Novara, parocchia di S. Eustachio, il 23 del mese di marzo del 1849, giorno di venerdì, dalle 11 circa antimeridiane alle sei e mezza pomeridiane di Francia, tra l'armata Austriaca e l'armata Piemontese, questa comandata da S. M. il Re Carlo Alberto, da' suoi figliuoli e da' suoi Generali, e quella del Maresciallo Radetzsky e da' suoi Generali.
Questa memoria fu fatta da me paroco Giuseppe Antonio Montalenti, presente nella mia casa parocchiale quantunque i parocchiani siansi dati alla fuga (cosa che in allora ignorava), eccettuati dodici o quindici individui al più tra maschi e femmine, che tutti ci siamo salvati, io nella mia casa parocchiale ed essi nelle loro.
Tale cosa fu buona per me, che salvai quasi tutta la mia roba, cioè: i libri parocchiali tutti, che più del rimanente mi premevano, e le scritture d'ogni genere sì della parocchia che le mie particolari. Per ben tre volte m'occorse di strappare con mia indegnazione quei benedetti libri dalle sucide mani dei croati, che volevano servirsene per inviluppare i salami da essi acquistati col diritto che la guerra aveva loro concesso, per quindi farli cuocer sotto il fuoco nella mia cucina, dandogli in sostituzione moderni manifesti e avvisi civici, mandati a me da pubblicarsi e già tutti pubblicati nel 1848 e nel 1849.
Nella presente memoria non ritrovasi che la verità di tutto quello che ho veduto, sentito, fatto o veduto a fare nella sola mia parocchia e non più.
Il 23 marzo 1849, alle ore otto antimeridiane di Francia, venne al Torrione Quartara un posto avvanzato, ossia d'esploratori Nizza Cavalleria, composto di ottanta uomini circa con quattro Ufficiali, mandati dal campo militare piemontese situato tra Novara ed il Torrione Quartara nel luogo detto la Citella, ossia Cittadella.
Questi per altro erano belli uomini e robusti soldati che si sono portati schierandosi in fila lungo la cavezzaglia (') in testa del campo alla destra uscendo dal paese a mezzodì, in faccia per fianco destro alla porta dell'ultimo fabbricato alla sinistra e colà fermi, stavano a vedere se venivano, come essi dicevano, Jalman (2).
Quand'ecco uno di quei quattro Ufficiali venne in casa mia dicendomi, in grazia, se sapevo indicargli dove trovavansi Lumellogno ed Olengo, spiegando la carta geografica sul tavolo della mia cucina da levante a ponente.
Io gli risposi: Signore, se non la pone in posizione, non ritroverà mai più né Lumellogno, né Olengo al vero suo luogo; presi la carta, la posi in posizione e gl'insegnai l'uno e l'altro paese colla sua distanza ed ebbi infine per risposta che ciò poco gl'importava: lolì poui amporta neri.
Qualche momento dopo venne in casa un altro Ufficiale dicendomi lo stesso, il quale, forse casualmente, spiegò la sua carta da mezzodì a tramontana come appunto insegna la calamita, ed anche a questo gl'indicai l'un paese e l'altro colla sua distanza, terminando col dirmi se era contento che venisse con i suoi colleghi in casa mia a mangiare una polenta che avevano di già ordinata ad una povera donna che qui l'avrebbe portata. Vennero poco dopo anche gli altri due compagni e quasi subito capitò anche la povera donna colla polenta in un mantile (3) ordinario si, ma bianchissimo; la pose sul tavolo in cucina dicendo, nel mentre che se ne andava per i fatti suoi, che sarebbe ritornata pel mantile.
Questa donna era una certa Pampuri Rosa, moglie di un certo Lignazzi Carlo soldato nell'armata Piemontese della classe del 1822 nel 12° Regg.to Casale, Compagnia prima Granatieri, per cui si prestò di buon cuore a favorire per quanto poteva a quei Signori Ufficiali; che poi il detto Lignazzi nello stesso giorno restò ferito nel bosco della Mensa Vescovile di Novara detto della Vesca, in faccia alla cassina Bertona verso levante, da una palla da fucile nel capo. Questa ferita fu creduta leggiera, ma che dopo d'essersi con altri feriti ricoverato a Novara in casa Carotti, morì dopo pochi giorni in detta casa per tale ferita; bella carità cittadina perché gli Ospitali erano già pieni di feriti, la Città tutta in confusione e molti dei feriti si gettavano in quelle case che capitavano; ripigliamo la nostra memoria.
I quattro bravi Ufficiali si misero a tavola chiedendomi una bottiglia di vino: non una gli risposi, per loro Signori che combattono per la patria indipendenza, non solo una, ma dieci se le occorrono andando in cantina a prenderla; ritornato, gliela posi sul tavolo.
Vedendo che mangiavano solamente polenta, gli offersi formaggio e butiro, non avendo potuto fare la provvisione per essere impedito il passo alla città dall'Armata Piemontese accampata tra la città e questo luogo, né ritrovandomi altro in casa, mi risposero di si accettando.
Dopo di aver mangiato e bevuto con tutta comodità, due di questi Ufficiali scrissero una lunga lettera, che non intesi a chi, diretta in Torino, perché parlavano sotto voce!!!
Il che terminato, si misero al fuoco lasciandosi cadere sopra le sedie come persone stanche, involti nei loro mantelloni con un mezzo sigaro in bocca, dividendosene due in quattro e così si misero a sonnecchiare nel medesimo tempo che godevano il mezzo sigaro.
Quand'ebbero consumato il loro mezzo sigaro, si lamentavano d'averne più, facendo vedere che per essi era una grande disgrazia l'esserne privi.
Io ne aveva un mezzo pacco da sei anni e più d'antichità, che teneva e tengo ancora per certi miei particolari riguardi; pensai subito di toglierli da tale imbarazzo: signori, gli dissi, io ne ho; andai a prenderli, gli accettarono ringraziandomi e col sigaro in bocca si misero novellamente a dormigliare, di modo che sembrava a me che quei bravi militari non avessero dormito chi sa da quanto tempo, od almeno così dimostravano.
Quand'ecco uno di essi sbadiglia, frega le mani e dice ad uno dei compagni:

D. Dis?
R. E bin cos'astu.
D. Dis at sicuro mi che lon che fan nen jalman '1 faromma noi sastu? (Tra me dissi allora: addio il mio Novara sarà saccheggiato dai piemontesi come nel 1797 e 1821 (4); come purtroppo il fu in questa occasione).
R. Ah... ah... ah... lolì andria pur bin, am piasaria d'cò mi.
D. Si si at sicuro mi perché sti porchi da sti signori j'han volù la guera par l' indipandensa par libaré l'Italia, s' n' ha corgeran lor lo' cha l'é la guera, l'é on foutù mesté, che 'l manda in ruinna '1 stat, e poui che bel piasi cha l'é coul da fé ammassé tanti povri fioui; noi eravam an si si che mangiavo '1 nost pan tranquil e chiet ed invei aventa andé a fessi coupé; j'hai atcò mi un fratel anfolarmà in sta fé si, ma s'na corgerà chiel lo cha l'é la guera?
R. Varda, se aveis d'comandé mi, vria fene impcché quatt e poui doi che son ses.
D. Spiegte?
R. Varda si, Valerio e Brofferio ant Turin. Lazzotti (S) e Reta ant Genova, Guerrazzi e Mazzini ant Firenze e poui tanti d'jautri da sti baloss d'ripublican marsc.
D. Lolì faria d'cò mi.
A questo punto entra la donna che aveva portata la polenta con una figlia alla poppa, si ranicchiò in un canto aspettando che gli consegnassero gli avanzi; entrò un caporale e disse: sgnori, a jé ant si si Jalman.
Allora i due dialogisti comandarono al medesimo caporale dicendogli: fa mné ant si si i nost cavai e rivolti ai loro compagni dormienti, dissero svegliandoli: fioui, sù, sù andomsne, ant si si a joma pi nen da fé. E subito partirono dalla mia casa senza dare un centesimo alla povera donna e ne manco dissero una parola di ringraziamento né a me, né a lei: perché tanta fretta!
Partiti questi esploratori, uscii di casa ed andai fuori del paese verso mezzodì; viddi difatti a venire gli austriaci dalla strada della Paglina e da quella di Montarsello, che poi ritrovandosi alla Cassinetta si divisero in tre colonne: la prima prese la strada retta della cassina Quartara a Novara, la seconda quella di S. Majolo e la terza prese la strada dietro la cassina Scapellina ed il cavo Darsi, detto volgarmente d'Asti o d'Assi (6) e dai tedeschi detto Canalazzo, che in allora era spurgato ed asciutto, avanzandosi così tutte e tre di concerto e lentamente verso il Torrione Quartara, all'incontro dell'Armata Piemontese.
Alle ore undici meno alcuni minuti antimeridiane, si sentì un forte cannoneggiare verso Olengo ed un forte schioppettare verso la Bicocca e nel bosco della Mensa Vescovile alla cassina Bertona, framischiandovi i soldati ad intervalli altissime urla. Spinto dalla curiosità, mi portai in una camera verso l'orto, a levante, e di là osservava il fumo dello schioppettare che si faceva dai soldati piemontesi ed austriaci nell'attacco nel bosco, tenendo anche di vista la porta della mia casa lasciata aperta per non dare sospetto agli Austriaci che li riceveva mal volentieri, persuadendomi che se trovavano porte chiuse, le avrebbero spezzate, né andai lungi dal vero.
Colà stetti mezz'ora circa, quando viddi passare d'avanti alla porta gli Austraci a cavallo ed a piedi con un pezzo d'artiglieria, e poi da capo cavalleria e fanteria con un altro pezzo d'artiglieria, che avevano al di dietro; la colonna poi principiava dalla Chiesa del paese alla cassina S. Majolo, la quale era composta d'ogni arma e d'ogni nazione soggetta alla potenza Austriaca.
Scesi in allora dalla camera portandomi nella cucina, dove mi posi sopra una seggiola d'avanti ai vetri chiusi d'una finestra verso ponente, osservando di là il passaggio della mescolata truppa, compatta come verghe in fascio moventesi lentamente ondulando.
Il primo cannone austriaco che passò lo postarono nel campo in cui trovasi la Chiesa a tramontana vicino al cavetto Prina: cioè partendo dal cantone della sacristia seguitando la stradetta di passi andanti 109 verso il cavetto suddetto e partendo quindi dalla metà della stradetta stessa verso ponente per altri passi andanti 83.
Il secondo cannone austriaco fu lasciato in mezzo alla strada del paese in distanza di passi 118 partendo dalla porta della casa parocchiale andando verso mezzodì.
A quest'ora tutte le case e le corti erano già piene zeppe di tedeschi. Ciò vedendo mi venne in pensiero di fuggire coi nipotini e colla sorella! ma dove andare! Poiché v'era pericolo d'ogni parte, né reggendomi il cuore di abbandonare la casa, i libri parocchiali in ispecie ed i parocchiani, ignorando come dissi, che questi erano presso che tutti fuggiti; deliberai con filosofica indifferenza il rimanermene al posto come sentinella e tanto più che in conferma del mio proposito mi si presentò alla mente che: Bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis. Con pericolo evidentissimo della vita vi rimasi.
Mentre stava così osservando, entra in cucina un croato dicendomi: patrona da vina; glielo do, che aveva bottiglie preparate, e dopo bevuto se ne andò; entra un altro, ci fa lo stesso; un terzo beve, gli empio il fiaschetto perché chiesto e via; ad un quarto croato che intende di fare lo stesso, rispondo a questo: nima, nain, nain vina (cioè non c'è più vino) nain! Veder cantina, mi rispose.
Lo conduco in cantina, batto i vasi vuoti e sentendoli vuoti esclamò: nain! daimi voda (acqua); nima rispondo, lo conduco in cucina, gli facio osservare che i secchi erano già vuoti e nessuno pensava ad attinger acqua.
Egli allora fece un'esclamazione in questo modo: miserabil quartir nain vina, nain voda, nima sacrament (mi si condoni l'esposizione del termine) ed indispettito se ne andò.
Ebbi intanto un po' di pausa, ma fu breve, perché venne all'uscio un Ussero a cavallo chiamandomi: cica, comparisco alla sua presenza e sento a dirmi: quante ore fa.
Io in allora estraggo l'orologio dal taschellino facendogli segno col pollice che marcava un'ora; va bene, mi disse; si va bene gli rispondo (poteva dir di no). Da a me? Coglioni darti l'orologio (proprio così ho detto), questo poi no.
Sentita da me tale risposta, mi tirò un colpo di sciabola che colse nella spalla dell'uscio, fuggo in cucina ed egli replica: cica; mi presento di nuovo dicendogli: lo vuole? ja risponde; glielo do, lo prende, se lo ripone andando sulla porta per essere tosto da me. Ma fermatosi colà un momento, ritorna e chiama: cica, corro a lui e mi sento a dire: ti dispiacer aver dato orologio? nain rispondo; bene, chiuder entrata che altri non entrar, ed io ubbidiente chiusi l'uscio.
Poco dopo vennero altri soldati di fanteria e trovato l'uscio chiuso, si misero tosto a sforzarlo con tale grazia e maniera che, se a loro non l'apriva, me lo avrebbero gettato addosso, che fare!!! l'apersi.
Per mia buona sorte questi soldati erano italiani, misti però con croati, che questi dopo d'aver bevuto, andarono al fuoco in cucina a cuocere salami, fermandosi meco quattro lombardi: cioè un Mantovano, un Bresciano, un Veronese ed un Vicentino, i quali tutti pregai a farmi conpagnia onde salvare la pelle per i fichi s'era possibile.
A questo mio parlare mi risposero che ciò premeva anche ad essi e, tra di loro fatto consiglio sotto voce acciocché non sentissero i croati, decisero dicendo: battiamo la fiacca, ci fermeremo poiché lei Signor Curato è contento; anzi furono questi bravi soldati italiani che, da me pregati, chiamarono indietro l'altra parte de' croati che già salivano la scala per andare nelle mie stanze.
Non si poteva sapere qual ora fosse perché l'orologio pubblico era fermo, il sacrista Pasquali Giovanni Battista fuggito, l'orologio mio di tasca era a cavallo in compagnia dell'ussero, la nipote d'anni 11, il nipote d'anni 9 e la sorella mia della paura mezzo insensati e sospiranti.
Per sopra più una vecchia vedova rifugiatasi in casa mia e mia inquilina la quale dicevami ad ogni momento se doveva fuggire o meco rimanere, per cui erami di noia e di tormento; perciò gli rispondeva che io non era più uomo da dar consiglio e che facesse come per il suo meglio gli talentasse: insomma io era in un vero inferno.
Il cannoneggiare e lo schioppettare continuava sempre verso Olengo, la Bicocca e nel bosco della cassina Bertona.
L'armata Piemontese si estendeva dal di là di Corte Nova, cascinale di Torrione Quartara, sino alle cascine della Bicocca ad Olengo e forse più oltre.
La divisione del Duca di Genova Ferdinando comandata dal Generale Giacomo Durando (1) ritrovavasi al di sopra del Torrione Quartara in fronte ai tedeschi.
Il Duca di Genova col suo seguito ritrovavasi alla Cassina Baraggiolo, ora Rasario, ed il Generale Durando alla cassina detta il Luogo Nobile.
Due cannoni piemontesi erano collocati al di sopra di Corte Nova alla metà della strada verso tramontana, oltre la strada del Cavo Darsi vicino al ponte dello stesso cavo, detto il ponte del Cavallone. Altri due cannoni erano nel campo superiore confinante alla strada stessa a tramontana, ed altri negli altri campi a levante verso la strada detta della Busecca, ed un altro fu posto sulla strada in faccia al Torrione, appena sotto la strada detta della Saregna, a poca distanza dalla cassina detta il Luogo Nobile.
Nei campi superiori alla strada della Saregna in linea retta sino alla strada di Novara, v'erano altri cannoni, anzi uno sulla stessa strada di Novara ed un altro dietro alla Cassina Baraggiolo verso ponente, appena sotto la strada della Saregna, il quale fu appunto quello che tanto flagellò il coro della Chiesa del Torrione.
Altri non pochi cannoni piemontesi erano collocati in testa alla strada che dalla cassina Baraggiolo conduce alla cassina Vesca verso levante, di modo che questa linea di cannoni si estendeva fin oltre i confini della Bicocca. Tutte queste batterie facevano continuo fuoco al Torrione.
Molti altri cannoni erano collocati a tramontana al di là del cavetto Prina, nei campi e gerbido boscato della Bertona e della Vesca sino all'Arbogna ed oltre a levante.
Un altro finalmente era collocato sulla strada della Bertona e della Vesca, che tanto questo come quelli facevano fuoco contro gli Austraci di mano in mano che comparivano fuori dal bosco della Bertona. Le batterie si Austriache che Piemontesi facevano fuoco, colla differenza però che se un cannone tedesco faceva un tiro, un piemontese ne faceva quattro, anzi cinque, tanta era la destrezza e perizia degli artiglieri piemontesi.
Io mi ritrovava nella mia casa piena di Austraci, come già dissi, i quali sentendo un si orribile frastuono ebbero a confessare che l'Artiglieria Piemontese faceva tremare, perché maneggiata da bravi artiglieri, che simili ad essi non erano gli austriaci; ma essere quella troppo furiosa, soggiungendo che l'artiglieria Austriaca andava più adagio, ma con più prudenza nel colpire.
Nel mentre che stava con nessuna speranza della vita e sicuro della morte, cadde dalla grondaia del tetto una granata senza ledere il grondale, offendendo le sole tegole che sporgevano in fuori dello stilicidio della mia casa verso strada.
Questa granata venne a cadere sotto il ganghero della porta alla destra entando, dove scoppiò gettando via un gran pezzo di muro della spalla stessa, ferì il cavallo d'un ussero nel petto facendogli una ferita larga e profonda una buona spanna, che a colpo pieno portò il soldato sin contro l'uscio del giardino ed era appunto il cavallo di quell'ussero che si aveva fatto dare l'orologio.
Un pezzo di questa granata ferì anche un altro soldato a cavallo in un piede. Nello scoppio della suddetta i vetri delle mie finestre caddero per la metà.
Io allora feci mentalmente e con cristiana rassegnazione un vero atto di contrizione credendo fosse questo l'ultimo giorno della mia vita.
Il suddetto cavallo fu visitato dal veterinario austriaco, il quale ordinò di ammazzarlo perché da lui non creduto guaribile, che subito gli stessi tedeschi l'uccisero a fucilate tirandole d'in sù l'uscio della mia casa.
Dopo quella ne cadde un'altra nel cortile, la quale, spezzandosi, fece cadere a terra l'altra metà dei vetri; addio vetri, dissi tra di me ciò vedendo, ed i pezzi della medesima saltarono contro il muro vicino all'uscio con fracasso spaventevole.
Ciò vedendo, parte degli austriaci che erano in corte, si ripararono in casa chiudendo l'uscio dopo di essere entrati.
Una terza scoppiò prima di cadere sul tetto del ripostiglio della legna ed i pezzi staccati da questa fecero un gran buco nel tetto, spingendovi il composto incendiario di cui era piena sulle tegole dai lati del buco, dove consumò infruttuosamente.
Se questa avesse nel cadere bucato il tetto e fosse scoppiata sulla legna, la casa sarebbe andata in fiamme, perché oltre la polvere di cui sono ripiene le granate, v'è dentro un composto di polvere e zolfo a pezzi fusi che tosto s'accende ed incendia attaccandosi al combustibile e quando ciò fosse succeduto, sarei stato costretto a fuggire con pericolo della vita, o morire abbrucciato.
Se poi si fosse acceso il fuoco, era impossibile l'estinguerlo, perché gli austriaci non badavano e gli abitanti fuggiti, come avvenne nella casa del Signor Avvocato Berra di fronte alla casa parocchiale al di là della strada del paese, nella quale abbrucciarono sei cassi da terra con tutto il coperto e quanto v'era sotto, cioè: paglia, grande quantità di fieno, legnami ed attrezzi rurali d'ogni genere, dimodo che in questa cassina stette il fuoco sino alli 24 alla sera, finchè venne estinto; la quale fu la sola incendiata in questo luogo.
Nel solo mio cortile scoppiarono cinque o forse più granate ed una delle quali rimase in terra morta, cioè senza scoppiare: che bestia era quando l'ho veduta il 24 alla mattina!
Una palla da cannone da otto passò nella stanza sopra la sala da tramontana ed uscì dalla finestra andando nel cortile rustico verso mezzodì, gettando con impeto i mattoni a forza smossi parte sul pavimento della stanza e parte spingendoli contro il muro della stanza a mezzodì fracassando i scuri che erano chiusi in cento minuti pezzi ed uccise nel suddetto cortile un cavallo austriaco.
Tant'era la forza e veemenza di questo proiettile che io credetti rovinasse la casa, il quale ritrovato poi il feci murare nello stesso buco al di dentro ed al di fuori rimane aperto ancora e colà rimanga pure ad perpetuam rei memoriam.
Un'altra palla venne a cadere sopra il tetto della stanzetta sopra la porta, la quale fece gran guasto, né si sa dove siasi fermata perché non si è ritrovata nel riattare il coperto.
Nel pieno di quest'orrenda ed infernale sinfonia entrò un croato in casa con maniera d'assassino, dicendomi con impudente alterigia: Preta, da vina e bona; lo conduco in cantina, empì di vino una grossa bottiglia di legno e partì. Poco dopo ritornò con un mio secchio di rame, che già aveva portato via pieno d'acqua, andò in cantina ad empirlo e via continuando così finchè ve ne fu del vino comune, il quale tutto andò ad refocillandam Tedeschorum animam.
Terminato il vino comune, comparve ancora con un altro Ussero ungherese, vanno in cantina, frugano, trovano un vaso della tenuta di 90 boccali pieno di vino da bottiglia, lo prendono e lo portano sino in sala; ma essendo stato mortalmente ferito vicino alla Chiesa il colonnello Pankart, venne un superiore, chiamò i due usseri del vascelletto per andare dal ferito colonello.
Questi posarono il vascelletto in terra vicino alla finestra da mezzodì a levante, né più comparvero ed agli austriaci che aveva in casa dispiacque tanto la disgrazia di quel superiore, perché dicevano che era buono con loro.
Questo Colonello fu posto nel letto della più miserabil donna del paese dove seppi poi che morì nell'Ospitale di Pavia.
In quel medesimo luogo morì pure colpito da un'altra palla da cannone un altro Superiore, la quale lo privò d'ambedue le coscie, e fu dagli stessi tedeschi spogliato uomo nato, acciocchè non fosse riconosciuto per un superiore (malizia austriaca).
Intanto cadde una granata piemontese sul cariaggio carico di munizione del pezzo che gli Austraci avevano collocato nel campo dove è situata la Chiesa a poca distanza del cavetto Prina, la quale scoppiando sul medesimo lo distrusse affatto, abbrucciò un cannoniere ed uccise un cavallo; cosicché la mattina del 24 in quel luogo vi era per terra un mucchio di palle nude senza i cartocci di polvere.
Per tal caso venne un chirurgo chiedendomi un poco d'olio d'ulivo per ungere il soldato abbrucciato, glielo diedi: gli restituirò il bicchiere, disse; non importa, lo getti via, gli risposi; ma poco dopo fu di ritorno col bicchiere, mi ringraziò e partì; ma il meschino, come disse dappoi un soldato tirolese, appena giunto vicino al coro della Chiesa, una palla di cannone lo colse alla metà della vita e cadde morto, come difatti la mattina seguente un paesano mi consegnò parte de' suoi ferri.
Un momento dopo che era partito il chirurgo, si presentò un soldato di fanteria, il quale chiese da bere con maniera brusca, anzi barbara, né potendosi cavare il vino per essere in terra il suddetto pericolante e poi pericolato vascelletto, e d'altronde vedendo il baccano che faceva quel soldato, dissi con sommessa voce ai soldati su menzionati che si poteva trar vino ponendolo sul tavolo, poichè era inutile il dirgli che non si poteva spillare.
Così si fece da questi buoni soldati italiani, rispondendomi anch'essi sommessamente: è meglio accontentarlo, altrimenti questa brutta bestia di croato non se ne va più al diavolo.
Il suddetto croato ha bevuto quanto ne ha voluto, e quindi poi senza dir cosa o fare alcun segno se n'andò.
Messo che fu il vascelletto sul tavolo, lo spillo era sempre in mano degli Austriaci e, vedendo che tutto il mio vino andava in Emaus, presi una caraffa e con loro mettendomi a bere ed a mangiare di quel pane che aveva messo sul tavolo l'ussero del cavallo ammazzato nel cortile, dicendomi tutto tremando di paura pel pericolo passato: prenda patrona, mi pesar portar pane e sacco.
Lo consigliai a bere, ma egli, alzando le spalle, forse anche pel dispiacere di non aver più il suo buon cavallo, oltre la paura, mi fece segno di no; ma infine pregato da tutti noi si mise a bevere anch'esso da buon compagno.
Gli austriaci vedendo che anch'io mangiava di quel pane e beveva in mezzo a tanta rovina, uno di essi alzando la voce disse: beva, beva patrona, questa discacciar paura, brava, brava, beva patrona, facendomi ancora tutti coraggio, come difatti bevetti in modo che verso sera era quasi brillo e ciò fu forse la causa di non aver sofferto dopo, come mi ha affermato il Signor Dottore Ravina nel primo incontro con lui avuto. Ho fatto così perché in casa aveva più niente da mangiare e sul timore di dover stare a ventre vuoto sino a chi sa quando. Io ed il piccolo mio nipote eravamo di continuo sotto un voltino d'un uscio della sala, forte temendo cadesse la casa e pensando al caso di aver più agio a fuggire; e sotto di quello siamo stati sino a quando cessò il cannoneggiare e lo schioppettare d'ambe le parti in questo luogo, che fu appunto verso sera, ossia sino a quando i tedeschi furono cacciati dai soldati del Regg.to Osta (8) fuori del paese verso mezzodì, fuggendo a levante a traverso ai campi verso la strada di Novara.
M'accorsi subito di questo perché ad un tratto ritrovai vuota la corte e la casa di soldati, meco rimanendone di tanti, soltanto otto: cioè i quattro italiani e quattro austriaci.
I soldati del Regg.to Osta come dissi, in compagnia di pochi altri del Regg.to d'Acqui, scorrendo il paese nel scacciare gli Austriaci si fermarono alcuni di loro sulla mia porta col fucile puntato all'occhio verso la corte, gridando con rabbia: a jé si d'jalman e vedendone uno che faceva capolino dal pontile gridando: parsoné, parsoné, ed io poi d'in su l'uscio della casa consigliai i rimasti a darsi prigionieri, come fecero, pregando io poi i soldati piemontesi di non trattarli male, i quali mi promisero di così fare, tanto più che la metà di essi erano italiani.
Da quello che ho veduto il giorno dopo conobbi che al primo arrivare degli austriaci sul piazzale della Chiesa, ruppero l'uscio grande della medesima estraendone fuori colle scuri e coi picconi la serratura, nella quale entrarono di loro forse più di trecento. L'uscio poi della sacristia non fu rotto, ma sforzato, s'aperse, servendosene si dell'una che dell'altra di riparo.
Alcuni cacciatori tirolesi andarono sul campanile per far fuoco coi loro stutzen sui piemontesi; ma gli andò fallito il colpo, perché entrati i piemontesi né quelli volendo discendere, a schioppettate tirate su furono costretti alla fin fine e per il loro meglio a calare, rimanendone due di essi feriti.
Uno di questi due fu un certo Morosi Faustino di Vicenza che, mortalmente ferito, andò, dopo disceso, a sedersi sulla predella dell'altare della B.V. dove morì.
L'altro leggiermente ferito andò cogli altri prigionieri verso Novara lasciando tutti le loro armi nella Chiesa, di modo che per la raccolta fatta anche dopo, la Chiesa e la mia casa erano come due arsenali d'armi e come due depositi di vestiti militari, sinché per ordine del Feld-Maresciallo Radetzsky feci il tutto condurre sotto la mia scorta nella Chiesa di S. Agostino (9) in Novara, dove era il deposito generale.
I soldati piemontesi condussero via i prigionieri, come vidi dalla porta della mia casa, scortandoli verso la città di Novara, ma fatto poco tratto di cammino gli furono tolti con gli altri otto fatti prigionieri nella mia casa, oltre a quelli fatti prigionieri altrove, dagli stessi tedeschi più numerosi e perciò più forti de' piemontesi.
Terminato l'affare del ventitré uscii di casa verso sera, andando in cerca de' miei due secchi di rame, che uno de' quali ritrovai nella mia corte rustica rovesciato vicino al cavallo morto dalla palla passata dalla mia casa e l'altro, da me ricercato inutilmente, fu ritrovato sul piazzale della Chiesa, il quale, dopo alquanti giorni nuovamente ricercato, mi fu indicato dove era a posto franco ed io in allora andai per quello nell'insegnatomi lungo onde portarlo a casa.
Questo secchio non mi fu contrastato, anzi quel tale si scusò con dirmi che non sapeva se fosse il mio e che se lo avesse saputo lo avrebbe portato a me; ma quell'uomo non era certamente una persona da fare si buona azione.
Dopo la ricerca dei due secchi andai per la contrada del paese verso mezzogiorno, dove ho ritrovato un lungo sacco di tela cioè di quelli che usano i soldati quando dormono in campagna, in cui eranvi dentro camicie da uomo e da donna, mantili, asciugamani ed un fagotto nel quale rinvenni poscia tre bei pezzi di lardo, quattro luganighe ed un marzapane fatto con carne, pane e sangue di porco, il tutto involto in due stracci, cioè due sucidi tovaglioli già usati da povera gente, e per terra ritrovai anche alcune bottiglie vuote tra sane e rotte, vicine ad un mucchio di cartucce da cannone colà abbandonate per la fretta di fuggire, le quali cose tutte feci poi portare a casa mia e parte delle medesime portai a casa io stesso.
Queste cartucce trovavansi dove era collocato il cannone austriaco vicino alla casa in fondo del paese a mezzogiorno in mezzo della strada. Nel mentre che prendeva il sacco e le alte cose, sentii a chiamarmi così: O admodum Reverende Domine, adjuva me? Ed a tale domanda risposi tosto: Especta tantisper et venio.
Poiché ebbi a casa ogni cosa da me trovata, andai subito dal soldato che mi aveva chiamato, il quale era seduto in terra appoggiato al muro vicino alla porta della detta casa in fondo del paese che fortemente lamentavasi per ferita ricevuta da una palla da fucile piemontese la quale aveva ancora nella spalla destra, avuta fuggendo.
Io ed un buon uomo dei rimasti l'abbiamo portato sotto un casso da terra ed adagiatolo sopra un poco di paglia dove erano di già andati due altri feriti.
Questo ferito voleva che gli levassi la palla dalla ferita, ma per essere interna gli risposi che non poteva e ciò udendo si acquietò solo chiedendoci da bere; l'abbiamo soddisfatto, dicendoci gratia tutto tremante per la febbre a lui sopravvenuta.
Fatto questo andai a casa e la mattina del 24 lo trasportarono co' suoi compagni all'Ospitale Militare di Novara.
Questo soldato era di buona famiglia Ungherese, il quale come ci disse di aver studiato per incamminarsi nella via ecclesiastica, ma che, costretto, fu fatto soldato.
Intanto l'incendio cagionato da una granata piemontese caduta e scoppiata sopra un casso di paglia della cassina Berra vicinissima alla mia, continuava e tanto più che era fomentato da mediocre vento, minacciava d'incendiare anche la mia, così che io viveva timoroso di un tale disastro; ma la poca pioggia sopraggiunta ed il cessar del vento, grazie a Dio rendendo, non avvenne; ma ad ogni buon conto aveva già preparato quasi un sacco di scritture e libri parocchiali a cui aggiunsi le mie particolari onde al uopo fuggire almeno colle cose le più importanti.
Venuta la notte io solo rimasi in casa perché la sorella ed i piccoli due miei nipoti erano fuggiti alla Cassina Malvista vicina a S. Majolo e, prevedendo che sarei stato disturbato, non andai a dormire; solo adunque trovandomi, m'appoggiai ad un tavolino in cucina vicino al fuoco con i soli scuri delle finestre chiusi ed un lume ad olio, perché le candele di sego mi furono mangiate tutte dai Croati sino all'ultimo bricciolo, standomene colà col gomito posato sul tavolino ed il capo dalla mano destra sostenuto.
Alla mezza notte circa sentii un forte bussare alla porta; svelto corro col medesimo lume in mano e senza chiamare chi era o chi fosse, apro il portello ed ecco che mi si presenta tutto solo sotto l'andito della medesima un commissario austriaco, lasciando al di fuori un picchetto di soldati con due guide in mezzo ai medesimi. Una di queste guide era il sacrista della Bicocca certo Parzini Pietro, che il dabben uomo disse a sua moglie ed a' suoi figliuoli nel partire: cari addio in paradiso, fermamente credendo di rivederli mai più.
L'altra era un girovago lavorante del fabbro ferraio del Torrione Quartara il quale, trovandosi senza famiglia, lavorava dove voleva e da chi era meglio pagato, ed essendo stato trovato dal suddetto commissario per strada che andava frugando addosso ai morti soldati, fu preso anch'esso per seconda guida.
Questo era appunto quel bravo giovane che aveva ritirato il mio secchio di rame. Appena che viddi questo commissario, gli feci subito una non ordinaria riverenza, levandomi dalla calva zucca la calotta e,
Par. ° Signore, gli dissi, favorisca in casa?
Com. ° Non si può, rispose, toccandosi il cappello con un dito.
Par. ° Almeno faccia venire al coperto i suoi soldati che piove?
Com. ° Non importa, non si può, mi replica e qui fece un po' di pausa pensando forse su di qual cosa doveva interrogarmi ed io stava lì lì sospeso senza fiatare, attentissimo alle dimande che era per farmi; alla fine mi disse: Dove sta Lumeclogno?
Par. ° Verso ponente, rispondo.
Com. ° Ed Ollengio dove stà?
Par. ° A levante, torno a rispondere.
Com. ° Quale distanza da qui a Lumeclogno e quale da qui ad Ollengio?
Par. ° Presso a poco la distanza sarà d'un miglio milanese da qui sì dall'uno che dall'altro paese, eccettuato che per andare a Lumellogno c'è il torrente Agogna con acqua, e per andare poi ad Olengo c'è l'Arbogna, strada rotta e pessimi sentieri.
Qui fece pausa poi soggiunse:
Com. ° Mi saprebbe dire quante forze ha qui Re Alperto?
A questa bella interrogazione mi pongo in gravità ed a sangue freddo, come egli ch'era tedesco, così gli rispondo:
Par. ° Signore, non è mio costume di leggere i giornali, ma ho sentito lunedì a Novara che il re di Piemonte abbia sulle armi centoquarantamille uomini, ben pasciuti e ben armati, senza i quaranta mille di riserva; delle guardie civiche poi mi fu detto che passeranno i duecentomille, ma di tutto quanto gli dico nulla posso affermargli di positivo (delle guardie civiche poi gliela spifferai troppo grossa).
Com. ° Vi sono qui dei soldati piemontesi?
Par. ° In questa mia casa non ve ne sono ed a casa degli altri non so.
Com. ° Vi sono qui dei soldati austriaci?
Par. ° A casa mia no, nelle altrui case non so.
A questo punto il Commissario stette alquanto sopra pensiero ed infine mi disse che andassi a dormire augurandomi la buona notte, la quale augurai simile a lui; chiusi il portello ed entrato in casa chiusi anche l'uscio e, dopo di essermi seduto, di nuovo m'appoggiai al tavolino e colà rimasi sino a giorno chiaro.
Alla mattina del 24, giorno di Sabato avanti la Domenica di Passione, non m'arrischiai a celebrare la S. Messa temendo di essere sorpreso all'altare da un altro simile fatto; ma appena uscito di casa fui chiamato in una vicina stalla, nella quale vi erano due feriti austriaci uno de' quali però era già morto e l'altro, da quello che ho potuto capire, voleva confessarsi: io non l'intendeva e vedendolo rassegnato, gli diedi l'assoluzione; da lui quindi partii dopo averlo confortato con segni.
Dopo di essere venuto via da quella stalla, mi recai sul piazzale della Chiesa (né m'accorsi che era aperta) sul quale era disteso a terra un certo Riva d'un paesello vicino ad Osta, soldato nel Reggimento Osta fanteria (così dal suo libretto) ferito nel capo da una palla da fucile, che il miserabile fece poi 26 ore di penosissima agonia prima di morire, al quale gl'impartii ancora la sacramentale assoluzione. Tolsi a questo soldato il sacco e le armi, le portai a casa mia dove le ho unite alle altre ed ecco il perché.
Dietro al sacco di questo soldato vi era legato un mezzo pane da munizione (10) mezzo inzuppato dall'acqua venuta nella notte antecedente; ne mangiai a piacere bevendo anche del vino rimasto in fondo del vascelletto già sopra descritto, e così stetti sino a mezzodì della domenica 25 marzo.
Uscito di nuovo dalla casa, andai lungo la stradella della Chiesa a levante, la quale sino al di là del cavetto Prina era tutta ingombra di morti ed in più luoghi erano caduti accatastati l'uno su l'altro in numero di cinque o sei, o più o meno, per ogni luogo.
Nel campo dietro il coro della Chiesa faceva orrore ed insieme compassione nel vedere i morti soldati colpiti dai projettili da cannone, cosa da non descrivere.
In particolare ho osservato che quattro cacciatori tirolesi, i quali si erano riparati vicino alla porta della Chiesa ponendosi in fila dietro ad un grosso gelso; ma venuta una palla da cannone portò via la metà del gelso, li sfracellò gettandoli tutti quattro in un mucchio.
Verso le ore dieci mattina del 24, sentii che gli Austriaci erano in Novara, essendo stati i parlamentari sua Eccellenza il Vescovo Gentile ed i Sindaci della Città.
Nella stessa mattina venne da me uno di quei soldati che mi tennero compagnia dopo il mezzodì del 23, presentandomi una libbra di rapato della prima qualità, forse rubata in Novara, e dopo di avergli dato il dovuto compenso, che assolutamente non voleva accettare, da lui seppi che i prigionieri fatti dai piemontesi, tra i quali egli trovavasi, erano tutti fuggiti; ma vedendolo malinconico gli domandai qual cosa avesse.
Egli allora mi rispose che era venuto espressamente da me per accertarsi se io ero franco nel star secreto per il preso concerto di fermarsi nella mia casa il giorno antecedente, che secondo le loro istruzioni passava per complotto e che se uno di noi cinque avesse fatto il rapporto, quattro di noi, me compreso, saressimo passati per le armi (Radetzsky non perdonava) tanto più che gli Austriaci avevano vinto.
Sentito questo, l'assicurai di rimanere tranquillo che io non sarei per fiatare in eterno; allora il buon soldato divenne più allegro; gli chiesi se aveva fatta la colazione e avendomi risposto di si, lo condussi in sala dove era ancora il vascelletto sul tavolo, che nel vederlo si mise a ridere scrollando il capo dicendo: l'abbiamo passata bella ed io non mi credeva certamente di bagnare la bocca un'altra volta di questo buon vino e dopo ricambiati i complimenti, se ne andò pei fatti suoi.
Verso sera mi venne la volontà di andare in Chiesa, la ritrovai aperta coll'uscio spezzato ed appena entrato, osservai che tutti i vetri delle finestre erano caduti nello scoppiar delle granate piemontesi ed ancora osservai un colpo di fucile nel volto della Cappella della B.V. del SS. Rosario, nel quale rimane ancora il buco della palla, e per sopra più osservai anche i segni di sangue fatti colle cinque dita della mano da quel povero cacciatore tirolese di cui sopra ho già fatto menzione, contro l'angolo destro dell'altare onde pulirla dopo averla tenuta sulla ferita.
Ritornato in sacristia, si ritrovò il torno dell'orologio guasto e la corda d'una delle due campane troncata; rotture queste causate dalle fucilate tirate su dai soldati piemontesi.
Entrato nella sacristia, la quale come si è già detto dagli Austriaci aperta, vi trovai anche qui tutti i vetri delle due fineste a terra spezzati, misti a macerie di mattoni e calce sfrantumati, gettati a furia da una palla da canone da sedici entrata da tramontana e fermatasi nell'altro muro a mezzodì nel quadro di S. Serafino, dove rimane ancora, guastandolo intieramente.
Se questo projettile fosse entrato a mezza vita d'uomo, chi sa quanti ne avrebbe accoppati, poichè la sacristia era piena, anzi zeppa, di tedeschi.
Veduta adunque la palla nel muro propriamente sopra il Preparatio Misse e temendo cadesse, gli feci mettere un braccio di ferro che la sostenga nel caso, o che anche da nessuno fosse levata; di più feci porre d'accanto alla medesima un quadretto di bianco marmo colla seguente laconica iscrizione: il 23 marzo 1849, onde conservare anche in questo luogo la memoria dell'accaduto. Tanto nella Chiesa quanto nella Sacristia nulla mancò fuorché un paja de' miei occhiali da otto soldi -di valore.
Andai quindi attorno al coro della Chiesa dove osservai i segni di diecisette colpi di cannone, che tuttora si vedono, cioè dodici nell'esterno del coro stesso e quattro nel coperto ed uno in specie nella principale capriata, prendendola da sghembo nel passare, per essere prima urtata nel cornicione della Chiesa, che se non avesse trovato tale impedimento, sarebbe caduto l'intiero coperto; gli altri quattro poi passarono sforacchiando le sole tegole.
Nel muro esteriore della sacristia a tramontana vennero quattro palle da cannone, l'una delle quali passò all'interno della medesima, che è la già descritta e l'altre lasciarono il segno. Feci semplicemente murare al di fuori il buco di quella che passò, a mattone visto, e al di dentro fu lasciata senza riboccatura e rizzatura.
Il danno recato alla Chiesa dalle artiglierie piemontesi, comprese le riparazioni fu di lire nuove di Piemonte centosettantacinque e centesimi venticinque; ma sarebbe stato maggiore, quando intesi dappoi dai fittabili della prima cassina che s'incontra in linea retta partendo dalla Chiesa verso tramontana, detta il Luogo Nobile, nella quale era lo stato maggiore e perfino il Cappellano, che gli artiglieri vedendo sul campanile alcuni cacciatori tirolesi, volevano far fuoco contro di essi e gettare anche il campanile a terra; ma un superiore dei medesimi non gli permise dicendogli queste parole: a-conven nen par pochi jomni a campé giù '1 cioché.
Ma siccome la mischia fu forte tanto al di quà che al di là del cavetto Prina tra i soldati austriaci e piemontesi, le sponde del medesimo cavetto erano coperte di morti e di morenti, anzi per la più parte dei morti erano nell'acqua dello stesso cavetto, di modo che i paesani di questo luogo dicevano tra di loro discorrendo: i tedeschi hanno fatto per stoppare il cavetto ma non hanno potuto.
Ho veduto ancora che in questa mischia l'artiglieria piemontese non ammazzò solamente degli austriaci, ma colpì eziandio alcuni soldati piemontesi di quelli che erano di fronte attaccati cogli austriaci.
I soldati morti nella sola parocchia del Torrione tra Austriaci e pochi Piemontesi si potrebbero calcolare a trecento e forse di più. I soldati feriti si raccolsero per tutto il giorno del 24 ed i morti furono interrati superficialmente in più giorni consecutivi, cioè di mano in mano che li trovavano a motivo dell'estensione e numero.
Quest'operazione fu fatta dai paesani i quali per la troppa fretta e più attirati dal guadagno, la fecero così imperfetta ed in modo che alcuni lasciavano vedere un piede ed altri una mano o parte del capo.
Perciò temendo di pestilenza furono disterrati e nuovamente interrati in ampie e profonde buche per ordine ed assistenza del protomedico Ramati e dal Sr. dottore Tosi a ciò delegati, ponendovi dopo per segno a quelle buche delle croci disusate e tolte dal comune cimitero di Novara.
I contadini mentre spogliavano i morti soldati cristiani per sotterrarli, ritrovarono addosso a ciascheduno di loro una medaglia d'ottone coll'effigie del patrono o patrona del proprio Regno a cui appartenevano, la quale pendevagli dal collo, o legata attorno al polso della mano destra, che da essi era tenuta con grande venerazione.
Tutte le case del paese a tramontana, perché facevano fronte al fuoco piemontese, erano orrendamente bucate e guaste dalle palle da cannone e dalle granate scoppiate; ma più di tutte furono il Legato Bellini e la Cassina Berra, la quale oltre ad essere stata così malamente trattata, rimase, come si è detto, anche per la metà incendiata.
I projettili poi d'ogni specie, come sarebbero palle da cannone, granate morte, pezzi quà e là di granate scoppiate, palle da fucile, cartucce anche intere, capsule ed altri arnesi da guerra erano sparsi in terra dietro al coro sul piazzale della Chiesa, lungo la strada del paese, nelle case e nelle corti, come quando i villici seminano la meliga nei loro campi di primavera.
Tutte le piante di gelso, viti, frutti e piante d'ogni genere che furono incontrate nel corso dai projettili da cannone, che furono moltissime, restarono troncate o guastate.
Capitò da me un soldato piemontese oriondo d'Asti, che dalli 23 alli 25 mattina era stato nascosto in un porcile alla Cassina Bertona, il quale era più morto che vivo dalla paura, dalla fame e dalla febbre.
A questo soldato diedi il tozzo di pane da munizione avvanzato da me e dal morto soldato Riva, che mangiandolo gli fu saporitissimo, nel mentre che gli scriveva, perché chiestomi, l'attestato d'ammalato.
Il che terminato, prese la desiderata carta e partì per Novara affine di andare all'Ospedale, od almeno di costituirsi prigioniero e per certo era tanta la paura che aveva di Radetzsky che lo credeva fosse Belzebù vivo.
Fuggiti i parocchiani per l'arrivo dei tedeschi, lasciando tutti le loro case in abbandono benché le avessero chiuse e con essi portate le chiavi; ma gli Austraci avendone portate delle altre dall'Austria, apersero tutti gli usci, servendosi di tutto ciò che ad essi pareva e piaceva, di modo tale che nel ritorno i fuggiti ritrovarono le case e le casse vuote, le quali non importava più di chiuderle; ritrovarono altresì le olle, nelle quali avevano riposti i salami, da pulire pel venturo 1850.
Veduta adunque la loro disgrazia, mi dicevano che aveva fatto bene a fermarmi a casa; ma io gli rispondeva: È vero che salvai parte della mia masserizia fermandomi, ma questo fu con pericolo della mia vita, salvata per la grazia del Signore, la quale viene da me considerata più preziosa della stessa roba, perché di questa, vivendo, se ne può acquistare dell'altra; ma all'opposto perduta la vita una volta è cosa spacciata per sempre e voi altri avete perduta la roba per salvare la vita evitando il pericolo.
Fu osservato da me ed anche da alcuni de' compaesani rimasti che molti superiori piemontesi procuravano di ripararsi nelle case! Al contrario dei superiori tedeschi, i quali da nessuno furono veduti nel mentre durava l'azione a ripararsi, rimanendo sempre esposti al vivo fuoco; ma non essere stato così dei loro soldati massime italiani, che se potevano si nascondevano o se la svignavano.
I soldati ammogliati piemontesi trovavansi alla guerra col corpo bensì, ma non con l'anima perché questa l'avevano a casa colle loro donne e figliuoli, di modo che per la più parte si nascondevano o fuggivano.
Gli Ungheresi poi aspettavano il momento, com'essi mi dicevano, che i Piemontesi vincessero per rivolgersi contro gli Austriaci affine di andare anch'essi in Ungheria ad aiutare i loro insorti connazionali; siccome pure così la pensavano e dicevano tutti i soldati Lombardi onde meglio coadjuvare al guadagno dell'Indipendenza Italiana!
Qui si potrebbero dire altre belle cose, ma... è meglio tacerle, lasciando alla storia contemporanea il dirle e coloro che non sanno qual cosa sia la guerra guerreggiata sul luogo del luogo, come pur troppo lo so io che per mia fatal sventura fui presente senza accorgermene, preghino il Signore di tutto buon cuore che li liberi dal vederla e dal provarla; se poi dasse a loro il caso, procurino per quanto sia possibile ad essi almeno di evitarla.
Acquistai per sopra più una sordità nell'orecchio sinistro che mi fece pena per più di otto mesi, né del tutto è ancora svanita, la quale fu causata dal continuo scoppiare delle granate e dallo sparo dei cannoni sì austriaci che piemontesi.

Danno recato al parroco nel suddetto giorno dagli Austriaci.

Rotta la serratura della cantina dagli Austriaci rubarono venti libbre di lardo circa, una brenta ed un quarto di vino da bottiglia, oltre cinque brente dell'usuale, nella sala due libbre di candele di sego, nella cucina un rubbo (11) di sale, un paja di sacchette da provvista, un cappone maggiengo grosso e ben grasso, che si teneva in educazione nella capponaja per la prossima festa di S. Eustachio (12 maggio), quindici bottiglie vuote, miracolo fu che mi lasciarono le piene le quali erano riposte in due armadi in sala; ma però contro dell'uno di questi armadii era la mia sorella e contro dell'altro eravi la mia nipotina colla vecchia vedova mia inquilina già sopra menzionata; dodici candele di cera fina, il bricchetto, l'esca, i zolfanelli, il sapone, il lucido, otto salami che freschi e regalatimi pendenti ancor dal soffitto, l'orologio d'argento, tutti i vetri di 15 finestre, due scuri conmolte piante nel giardino e che so io d'altro.
In campagna poi otto gelsi da capriata stati tagliati dai piemontesi nei beni parocchiali e stati adoperati per barricare il ponte sul cavo Darsi detto del Cavallone, onde impedire la cavalleria tedesca che oltrepassasse contro di loro.

Come ho fatto a nascondere tutto quello che avevo di qualche valore come sarebbero dinari ed altri oggetti.

Considerando che il nascondere denari ed altri oggetti di qualche considerazione sotto terra non era un mezzo sicuro per il pericolo di essere veduto od anche perderne la traccia, come avvenne anch'in questa occasione a più d'uno, feci perciò molti riflessi e quindi mi fermai e risolsi di fare in questo modo.
Nell'estate del 1848 aveva fabbricato nella casa parocchiale ed avendo avvanzato circa 1500 mattoni usati, li feci ammucchiare nel cortile della medesima attorno ad un fico a guisa di muto a secco, lasciando però tutto all'intorno dello stesso un vacuo, acciocché il vento col farlo dondolare contro i mattoni, non si guastasse la pelle ed il tronco della pianta.
Quindi raccolta ogni cosa un momento prima che venissero i tedeschi a regalarmi di una si gentile ed altrettanto inaspettata visita, posi il tutto in un mezzo sacco e dopo averlo ben legato con forte spago, lo lasciai cadere nel vuoto tra la pianta ed i mattoni.
Fatto questo turai il buco di mattoni lasciandoli cadere alla rinfusa. In contatto a questi mattoni vi era un banco ad uso da falegname, su del quale i tedeschi mangiavano salami cotti nel mio fuoco e bevevano allegramente alla mia salute, perché bevevano del mio vino e mangiavano dei salami miei e degli altrui.
Il suddetto deposito fu da me lasciato in quel sito sino alli sette del mese di aprile e, colto il momento opportuno, che non v'era persona viva nel cortile, con una forte molla da fuoco levai ad uno a uno tutti i mattoni stati da me gettati nel vuoto intorno alla pianta; estrassi per l'ultimo il gettato deposito, solo ritrovando il mezzo sacco bagnato dall'umidità della terra, il quale, da me esposto al sole, ritornò nel primiero suo stato.
Arrivò anche alla Cassina Bertona una palla da cannone piemontese nel muro a tramontana, la quale non ebbe forza di passarlo.
Molti altri projettili di simile natura delli suddetti vennero lanciati contro la medesima Cassina; ma per cagione delle due alte ripe del cavetto Prina, le quali servirono a quella di riparo, tutti si fermarono dentro le medesime ripe.
Il fattore della detta Cassina (Antonio Rossini) ebbe anch'egli a soffrire molte vessazioni dai soldati piemontesi, i quali, oltre di queste, gli rubarono tutti i salami, biancheria, oltre a quella che lacerò per medicare i feriti, vino, galline ed altre cose di modo che dicevami: i tedeschi possono essere ladri, ma i piemontesi in confronto a quelli sono ladroni, perché gettarono anche l'uscio della sua camera da letto ed in quella fecero tutto ciò che hanno voluto, soggiungendo che se tanto hanno fatto in casa propria, chi sa cosa avranno fatto in Lombardia creduta da essi paese nemico, e tanto piu in casa d'altri.
I danni recati tanto dai tedeschi quanto dai piemontesi furono dal Governo pagati a più riprese ai poveri in prima, a quelli che avevano i boni (12) ed a coloro poi che avevano per dieci mille franchi di stabili, gli vennero pagati né in parte, né in tutto, né prima né dopo, così che tanto a me come alla Chiesa, essendo stati considerati in tal maniera, abbiamo ricevuto nessun compenso; anzi riguardo alla Chiesa poi ci fu risposto che non mangiava!
Lo scopo infine per cui si è fatta la presente memoria fu quello di lasciarla ai futuri parochi di questo luogo di Torrione Quartara.
Nel 1849 ed alli 9 fibre, vennero al Torrione Quartara da me i quattro deputati della Camera di Torino, cioè Tosti, Robecchi ed i due Romei, padre e figlio di Napoli (13), i quali lessero la mia relazione tale e quale è qui scritta ed in riguardo al dialogo (14) il deputato fosti mi disse coi colleghi che avrebbero eccitata un'inchiesta, asserendo io che il Re Carlo Alberto fu tradito dai suoi ufficiali.
Nel 1850 alli 4 8bre vennero di nuovo da me i deputati fosti, Robecchi, Cavallini e Valerio, ai quali dissi se l'inchiesta andava avanti; mi fu dallo stesso deputato fosti /risposto/ che si è dovuto tralasciare perché vi erano complicate persone di alto bordo!!!

(1) Termine dialettale; sta per "cavezzale": striscia di terra alla testata di un campo.
(2) Gli Alemanni: per indicare tedeschi in genere.
(3) Termine dialettale: tovaglia.
(4) Dai soldati piemontesi nel 1797, per punire un moto rivoluzionario dei novaresi; dagli austriaci nel 1821, allorché affrontarono e sconfissero a Novara, l'esercito dei Costituzionali insorti.
(5) Recte: Lazotti.
(6) Recte: cavo Dassi, dal nome di colui che l'aveva tracciato nel XVIII secolo (un milanese). Segnava il confine tra il Novarese e la Lomellina.
(7) In realtà, il Duca di Genova comandava la IV Divisione, schierata a sinistra della linea piemontese; il Gen. Durando, la I Div. schierata dinanzi al Torrione Quartara, a destra.
(8) Aosta.
(9) Era la Chiesa del Convitto Nazionale “Carlo Alberto”.
(10) Viveri di scorta forniti ai soldati allorché erano in campo.
(11) Antica unità di misura di peso, usata in varie regioni italiane, con valore tra gli otto ed i nove chilogrammi.
(12) I "buoni" rilasciati dai Comandi militari quando effettuavano requisizioni.
(13) Tali deputati appartenevano alla sinistra democratica ed erano in costante polemica col Governo piemontese.
(14) Si tratta ovviamente del famoso dialogo tra i quattro ufficiali del Nizza Cavalleria in casa del parroco.