Andrea Komorof

Per una cronologia delle origini della rivoluzione informatica

"Le radici storiche della leggenda di Balshammà.
Proposte interpretative per la storia del futuro
dell'Europa continentale"

tradotto dal manoscritto in lingua bulgara da Nicola Borissov

Storia dell'informatica: una prospettiva disciplinare. - Un autore ritrovato. - La leggenda di Balschammà - Il testo scomparso - Partita di caccia - Il testo ritrovato - Le ricerche di Hoffendorf - La "storia del futuro", un problema storiografico aperto.


Storia dell'informatica: una prospettiva disciplinare

La rivoluzione informatica, come tutte le rivoluzioni, non ha storia o per lo meno non ha una cronologia. Sull’arco di meno di mezzo secolo una cronaca quotidiana di eventi si è addensata in un moto rapido e prodigioso che ha frantumato il ritmo del tempo, lo ha addirittura modificato imprimendogli una velocità e una estensione che sfuggono alla coerenza della narrazione storica. Certo esistono le date importanti di questa rivoluzione, gli snodi e i punti di riferimento chiave (le prime rudimentali macchine da calcolo, i primi trattati di logica, il primo calcolatore, le prime rudimentali reti informatve, ecc.), ma al pari delle grandi date delle rivoluzioni, la presa della Bastiglia o quella del Palazzo d’inverno, la notte del 4 agosto e la costituzione del governo dei soviet, queste date si riassorbono tutte nell’idea stessa del ciclo rivoluzionario che, per sua stessa natura, non è un susseguirsi di eventi, ma un evento in sé dotato di un suo proprio motore temporale.
La rivoluzione informatica che inaugura l’era dell’accesso alle reti e alla comunicazione globale, si consuma tutta tra il 1945 e il 1985. Qui le date si addensano: non solo vanno ad anni, ma a mesi e giorni dello stesso mese; pullulano su tutto lo spazio del pianeta e creano una densità, una concentrazione formidabile, una massa di energia temporale che fa pensare al big bang, alla origine delle origini, alla creazione, alla rivoluzione appunto. Quel che succede dopo (dopo il 1985) è un velocissimo processo di espansione, una campagna di conquista dell’intero pianeta e di tutte le coscienze del mondo che già può dirsi concluso. Oltre la soglia del 1985 le date si contano a centinaia con cadenza quotidiana e sfuggono al controllo, alla selezione e a ogni sorta di gerarchia. La rivoluzione si ormai è conclusa, ha imposto il suo tempo, il suo nuovo calendario (fatto di nanosecondi), il suo linguaggio e le sue istituzioni; un potere nuovo e nuove liturgie del potere. Una metamorfosi si è verificata; abbiamo voltato pagina.
Ma gli storici, abituati a raccontare storie di un altro tempo e di un altro mondo, non si rassegnano. Convinti che un rigoroso principio di causa-effetto dovrebbe legare tra loro in una coerente continuità gli eventi e abituati a campagne di scavo nei tempi lunghi della storia universale per scoprire le origini remote degli eventi stessi, gli storici dilatano la storia dell’informatica ben oltre i confini della rivoluzione che si è appena conclusa. Vanno a ritroso nel tempo di secoli e di millenni alla ricerca di “origini”, “presupposti”, “segni premonitori” e “cicli” che possono giustificare e dare un ritmo più umano al tempo istantaneo e misterioso delle rivoluzione.
E così nelle numerose cronologie che si vanno via via scrivendo sulla “storia” dell’informatica (e cioè sulla storia delle tecniche e tecnologie della comunicazione) è abituale trovare cicli di date assai precedenti al 1945. Si va indietro nel tempo, di secolo in secolo, alla ricerca di eventi che diano ragione delle origini remote di questa rivoluzione, svelino un processo plurisecolare e millenario di cumulazione e marcia, lenta magari, ma indubbiamente progressiva, che ci porti fin qui; che domini il motore temporale della rivoluzione, lo pieghi, lo adatti al metodo storiografico e allontani l’idea inquietante della metamorfosi.
Vagabondando tra i libri dedicati a queste storie o ancor più navigando in Internet si incontrano allora delle autostrade cronologiche che consentono di percorrere la “storia dell’informatica” lungo tutto il corso delle civiltà e della umanità. Vi è chi propone la data del 3000 a.c. e la Cina (imperatore Fou-Hi), con la nascita della logica binaria in-an e dell’ottagono magico come epicentro del sisma di lunghissimo termine della rivoluzione informatica; chi invece impone, come data zero, il V secolo a.c. con la comparsa dell’abaco in medio oriente; altri ancora optano per il III secolo con la definizione dei principi della logica da parte di Aristotele. Poi viene la proposta di un III secolo d.c. con l’opera di Orapollo, i Hyeroglifica, che avrebbe offerto il primo pensiero simbolico-sistemico; più su si arriva di colpo al 1580 con l’invenzione del logaritmo. Segue l’ “orologio calcolante” di Sickickard del 16232; oppure, nello stesso anno, il “codice bilettere” di Bacone. Poi ancora la macchina da calcolo di Pascal, 1673; i primi automi e le grandi esperienze utopiche del XVIII e XIX secolo che hanno cercato di stringere scienza e fantasia in quella anomalia della modernità che è la “malattia del futuro”. E via così, data su data, evento, su evento, scoperta su scoperta, proposta su proposta. E più o meno tutti concordano nel fissare l’origine di questa storia, il suo prologo o la sua messa in scena nel 3500 a.c.. con l’invenzione della scrittura e il suo sistematico uso operativo presso la monarchia cerimoniale egiziana
Naturalmente, se confrontato con la sovrabbondante intensità degli eventi del ciclo rivoluzionario vero (quello 1945-1985), il ciclo plurimillenario 3500 a.c.. – 1945 d.c. appare smilzo, decisamente scarno e fatto di balzi paurosi tra secoli e decenni, povero insomma e tuttavia non privo di interesse.
Si dice abitualmente che il passato illumina il presente e che la storia è maestra di vita. Probabilmente è vero il contrario. E’ proprio in virtù del presente e della sua continua inesplicabile novità che gli storici partono alla scoperta del passato, compiono le loro investigazioni e, come detectives, scoprono indizi, tracce e nuove piste narrative; resuscitano gli eventi e manipolano il tempo, lo ricreano e lo modellano ad uso del presente. Per questo ormai anche la “storia dell’informatica” è divenuta un territorio di caccia per la ricerca storica e forse tra non molto diverrà una riserva di specialisti. Ma i risultati di questo impegno offrono fin da ora occasione di riflessioni, appagano curiosità, ripropongono documenti ed eventi del tutto dimenticati e talvolta consentono addirittura vere scoperte. Per chi è del mestiere si tratta sicuramente di un settore di studi promettente e meritevole di programmi organici di ricerca sui quali, in prospettiva, non mancheranno consistenti finanziamenti, corsi di laurea e cattedre.
Una interessante scoperta che questo nuovo genere di storiografia ci ha offerto è indubbiamente costituita dall’inserimento in più cronologie della “storia dell’informatica” dello “specchio di Balshammà”. Si tratta di una scoperta antiquaria forse passata troppo inosservata e sulla quale vorrei richiamare l’attenzione degli storici moderni e contemporanei, per via della fonte che ha consentito di iscrivere l’invenzione di questo manufatto-macchina (lo specchio, appunto) tra gli eventi più significativi della insorgente storiografia. La scoperta è il libro finalmente ritrovato di Argus Hoffendorf che di questa antica leggenda ha proposto una documentata ricostruzione storica e una, a dir poco, enigmatica interpretazione.
Che la leggenda dello Specchio di Balshammà finisse prima o poi in questa cronologia ce lo si poteva certo aspettare. Infatti, al pari di molte altre leggende che si radicano nel clima della magia rinascimentale, la natura di questo improbabile manufatto alchemico, le sue presunte proprietà e la sua storia sull’arco di cinque secoli attraverso le corti d’Europa, sembra fatta apposta per segnare i prodromi della rivoluzione informatica La ricerca del primo computer in grado di immagazzinare dati e immagini, trattarli e organizzarli, di un primo schermo capace di rivelarli, trova in questa storia, ormai quasi da tutti dimentica, uno snodo importante, anzi una tappa obbligata.
Si deve a Tristan Noiret il merito di avere per primo, nel 1997, inserito lo Specchio di Balshammà, nella cronologia della infohistory. Da allora più o meno tutti i siti Internet dedicati a questo argomento hanno riproposto, con enfasi crescente, la data del 1610 come data della “presunta realizzazione dello specchio-computer da parte del filosofo-alchimista Balshammà, che da questo ha preso il nome”. Poche, scarne parole che suscitano solo una passeggera curiosità In molte cronologie però questo “specchio” è già divenuto lo “schermo”, il “software” o l’ “hardware” o il “programma” o il “computer” di Baschammà. Occorre tuttavia ripartire dalla cronologia di Tristan Noiret per ritrovare la fonte e farsi un’idea più precisa dell’evento e del problema che vi soggiace. Si consiglia pertanto una visita al sito www.t.noiret@spculum.fr che offre gli strumenti per l’adeguato approfondimento dei dati che qui propongo in sintesi sulla scorta delle mie prime indagini e approfondimenti.


Un autore ritrovato
Tristan Noiret è, come compare della sua home page personale, un docente di “scienza cognitva” di origine belga. Nato in Fiandra a Harnayme, si è laureto a Lovanio e successivamente addottorato a Praga con una tesi su “la percezione dell’immagine, come struttura costitutiva dell’intelligenza artificiale” che in abstract è leggibile nel suo sito perdonale. Ha insegnato in varie università europee “interfaccia e intelligenza artificiale”, tenuto un ciclo di conferenze per conto del M.I.T. sul tema “le reti neuronali e il futuro biotecnlogico dell’intelligenza artificiale” ed è passato dal laboratorio alla biblioteca lavorando prima alla Marciana e poi alla Nazionale di Firenze. Dal 1992 insegna alla Miscatonix University di Providence (U.S.A.) e dirige il Unversal cronology Lab. dello stesso Ateneo. E’ verosimile ritenere che sarà ricordato come il padre fondatore della “informatic history” e ciò probabilmente anche grazie alla riscoperta dello Specchio di Balshammà e dell’opera di Argus Hoffendorf che ne ha ricostruito la storia tra realtà e leggenda e ne ha offerto una inquietante interpretazione. Sicuramente di Noiret sentiremo ancora a lungo parlare, ma la visita del suo sito personale, di quello della Miscatonix University e della monumentale “supercronology science” nella quale Noiret è curatore di numerose rubriche e della cronologia ragionata di storia dell’informatica, basta per farsi un’idea della statura intellettuale del personaggio, della sua vasta erudizione, delle sue capacità organizzative e creative. Comunque è proprio in quest’ultimo sito (www.cronscience.misuniversity.org) che troviamo il complessivo delle preziose informazioni in merito alla Specchio di Balshammà: le riporto qui di seguito con l’unico intento di guidare alla visita del sito.
Qui infatti Noiret offre online la versione quasi integrale del libro di Argus Hoffendorf Le radici storiche della leggenda di Balshammà. Proposte interpretative per la storia del futuro dell’Europa continentale, e racconta l’avvincente avventura del suo ritrovamento.

“Il mio incontro con Argus Hoffendorf” scrive Noiret “è avvenuto esattamente il 23 luglio del 1987 in occasione di una conferenza presso la Facoltà di Storia dell’Università di Praga. Si celebravano in quella occasione gli studi dedicati alla resistenza della cultura e dalla intellighenzia della città di Praga al nazismo, e un giovane ricercatore propose il tragico elenco di personaggi e “personalità” minori che, presenti in Germania pur essendo di origine ceca, avevano subito la persecuzione politica da parte del regime senza alcun rispetto per il diritto internazionale e in palese violazione di ogni norma e procedura del diritto di cittadinanza. Eroi dimenticati per non essere stelle di prima grandezza nel panorama della cultura nazionale ed europea del tempo e il cui sacrificio, proprio per questo, appariva ancora più nobile. L’elenco di questi martiri era lungo, ma fui personalmente colpito dal destino particolarmente triste e crudele di Argus Hoffendorf. Un destino e una storia che mi parvero altresì misteriose e lacunose. Argus Hoffendorf, secondo le indicazioni che venivano fornite dal ricercatore, era nato nel 1886 nella borgata rurale di Tronskj da umilissima famiglia di contadini e solo grazie alle sue indubbie capacità e alla sua formidabile determinazione ere riuscito a compiere il primo ciclo di studi inferiore nelle scuole del villaggio. Aveva poi lavorato come operaio in Praga e grazie a un contributo del suo datore di lavoro, certo Stanislas Horff delle acciaierie Broda aveva continuato con successo la carriera scolastica. Emigrato a Vienna, e sempre lavorando, era riuscito a conseguire una laurea e ottenere il posto di insegnante di storia presso il liceo Patek nella città di Graz Qui aveva cominciato le sue ricerche di storia delle tradizioni popolari morave. Ottenuti ampi riconoscimenti a livello locale si era trasferito, nel 1911, in Germania su richiesta dell’editore Max Lofellolz con l’incarico prestigioso di coordinare e redigere un monumentale corpus delle leggende di area danubiana che poi purtroppo le vicende dell’editore (travolto egli stesso dalle sventure di A. Hoffendorf) prima e quelle delle guerra poi non avrebbero mai consentito di realizzare. Sul finire del 1935 tuttavia Argus Hoffendorf aveva concluso e dato alle stampe il corposo volume Le radici storiche della leggenda di Balshammà. Proposte interpretative per una storia del futuro dell’Europa continentale, opera pubblicata con il prestigioso contributo, e forse su commissione, dello stesso Ministero della propaganda. Pare che i guai di Hoffendorf e del suo editore abbiano preso il via da qui. Il 26 febbraio 1936 l’opera, già distribuita in alcune librerie berlinesi, fu sequestrata dalla Gestapo; i piombi fusi; Hoffendorf e il suo editore incarcerati in attesa di un processo. Il 12 marzo dello stesso anno un ordine scritto di pugno dello stesso Himmler, sottraeva alla giustizia ordinaria Hoffendorf e il suo editore, requisiva la documentazione raccolta dell’autorità giudiziaria e internava i due malcapitati in un lager. Hoffendorf sarebbe morto suicida un mese dopo; una morte sicuramente sospetta. Dell’editore Lofellolz si è persa ogni traccia a partire dal 1939”.

Questo il primo illuminante racconto di Noiret, la prima scoperta. “Allora io non conoscevo la leggenda dello Specchio di Balschammà” ci precisa l’autore “ma fui colpito, drammaticamente colpito, dalla storia di Hoffendorf. Che relazione poteva esserci tra quel libro e un martirio politico? E perché poi lo stesso Himmler avrebbe dovuto intervenire personalmente in una vicenda di così poco conto? E perché mai, infine, una punizione così severa? E che relazione poteva mai esserci tra il libro, le SS e il Ministero della propaganda? Dovevo saperne di più. Proposi i miei interrogativi a qualche amico storico senza suscitare interesse. Allora mi misi al lavoro”.
Noiret ha raccontato, quasi con lo stile di un giallo, in altri interventi nella rivista online “Machiavelli e i suoi amici”, il cammino di ricercatore che proprio nel 1996 lo ha portato alla scoperta del testo di Hoffendorf dichiarato definitivamente perduto fin dal 1936. A cominciare dalla leggenda dello Specchio di Balschammà.



La leggenda di Balschammà

La leggenda di Balschammà è un racconto popolare che, in numerose varianti, si ritrova nel complessivo dell’area danubiana. E’ stata oggetto di fiabe e canzoni in un lungo corso di tradizione orale e prima delle ricerche di Hoffendorf se ne datava l’origine al XIII secolo e la primitiva localizzazione in Bulgaria per effetto di una più remota provenienza ottomano-araba. Si deve per altro all’erudito bulgaro Nicola Borissof, vissuto a Sofia tra il 1726 e il 1769, l’unico contributo di studio su questo argomento che ora le ricerche di Hoffendorf consentono definitivamente di archiviare. La storia dello Specchio di Balschammà è stata raccontata per secoli, ha dato ispirazione e qualche racconto fantastico di autori minori delle aree interessate e la si ritrova in qualche raccolta di fiabe del XVIII secolo sempre però a diffusione locale.
Nella sua variante originale e anche la più diffusa, questa storia popolare narra di un mago venuto dal cuore delle steppe, Balschammà appunto, o dall’Ucraina (e per questo probabilmente di fede zoroastriana) nei “tempi lontani”. Dopo vaste peregrinazioni Balschammà, risalito il Danubio, si sarebbe stabilito a Praga e lì avrebbe professato con onore la sua magia. Poi un giorno in eremitaggio sulla Montagna Bianca avrebbe richiesto al dio del bene, e subito ricevuto in dono, uno specchio magico per poter sorvegliare ogni istante i tratti del suo volto, scoprirvi gli eventuali segni del male e porvi rimedio con fatture, preghiere e filtri magici. Con l’aiuto dello specchio Balschammà si sarebbe mantenuto casto e puro e, giunta la sua ora, sarebbe morto in piena santità e in onore presso i suoi fedeli. Morto il santone, lo specchio gli sarebbe sopravvissuto con le sue proprietà miracolose e sarebbe passato, per effetto della fama del suo primo proprietario, di mano in mano tra i potenti della terra e cioè re, principi e signori, uomini d’arme e di scienza, banchieri e grandi prelati preoccupati della loro salute morale e del bene dei loro amministrati. Insomma lo Specchio di Balschammà sarebbe divenuto un attributo del potere e al tempo stesso un suo moderatore.
Il processo di cristianizzazione ha portato una variante di segno diverso a questa leggenda che probabilmente si può datare, come certifica l’opera di Hoffendorf, al pieno Rinascimento se non al XVII secolo. Trasferito nella cosmologia umanistica e magica del Rinascimento, lo Specchio di Balschammà diviene un manufatto demoniaco a parziale giustificazione e censura del realismo politico di matrice machiavelliana. In questa variante Balschammà è un ebreo errante che raggiunge Prega dalle “terre del nord le più lontane”; alchimista e occultista, crea lui stesso lo specchio la cui virtù è quella di ritenere, immagazzinare e poi eventualmente rilasciare le immagini di chi vi si specchia assorbendone anche le qualità morali, l’energia psichica per così dire. Poiché anche in questa versione lo specchio passa di mano in mano tra i potenti dalla terra che vogliono assorbire l’energia di chi è ancor più potente di loro e vi si è in precedenza specchiato, la “grande opera” di Balschammà sarebbe infine una sorta di magazzino del potere, di pila energetica dell’arte di conquistare, estendere e mantenere il potere. Sarebbe insomma una banca dati e una enciclopedia multimediale della scienza del potere e dell’arte di governo e Balschammà una sorta di Machiavelli, scienziato davvero, e anzi tecnocrate e tecnologo di quella forza motrice del mondo e del tempo che appunto è il potere politico.
E allora la metafora tradizionale dello specchio come realtà simulata, simulacro e riflesso ingannevole del vero che ha retto per mille e mille anni cambia profondamente e si rovescia.
Lo specchio diviene una baca dati, dotato di un programma di caricamento, organizzazione e manipolazione di dati e immagini, diviene allora un sorta di software capace di rivelare i dati così organizzati ed è naturale, col senno del presente, paragonarlo a una intelligenza artificiale, a un computer, a uno schermo. Così lo Specchio di Balschammà può infine a buon diritto costituire un immaginario punto di passaggio della storia dell’informatica attraverso i secoli e rientrare nella cronologia delle rivoluzione digitale a pieno titolo. Si capisce dunque come Tristan Noiret abbia riproposto lo Specchio di Balschammà, in quanto macchina reale o immaginaria, tra i prodromi dell’era delle reti e dell’accesso universale all’informazione.
Ma le ricerche di Noiret non si limitano certo alla rimessa in valore di questa antica leggenda Mitteleuropea. Vanno certo molto più in là.


Il testo scomparso

Le ricerche di Noiret sul mistero di Balschammà e sulla scomparsa-distruzione dell’opera di Argus Hoffendorf sono durate dal 1987 al 1996, nove anni tondi; nove anni di avventure, di speranze, delusioni, pause di attesa, rinvii, abbandoni sconsolati, riprese entusiaste e brucianti. Nove anni di peregrinazioni e di investimenti personali “perché la mia università” precisa con un pizzico di acrimonia Noiret “non credeva al mio lavoro, non aveva i fondi per questo”.
L’odissea di Noiret verso l’opera scomparsa è cominciata, dopo qualche mese di vuoti e sbandamenti tra Praga, Vienna e Venezia, proprio là dove la vicenda di Hoffendorf si era tragicamente conclusa: a Berlino. Qui, sulle tracce dell’editore di Hoffendorf. Noiret ha ritrovato un primo e decisivo documento. Sono due pagine del diario ancora inedito di Ernest Stube, funzionario negli anni 1934-1940 del Corpo nero il giornale delle SS e morto poi sul fronte olandese, o meglio nell’Olanda occupata, nel 1941 in occasione di un rastrellamento. Negli anni del suo servizio a Berlino Stube, pur nella sua modesta posizione era a diretto contatto con la segreteria di H. Himmler e aveva tenuto una cronaca degli eventi quotidiani della quale sono sopravvissute un centinaio di pagine in un paio delle quali fanno capolino il nome di Argus Hoffendorf, quello del suo editore e il titolo dell’opera in questione. Noiret le riporta testualmente così.

“10 marzo (1936 n.d.r.). Oggi il Reichfurer è stato agitato tutto il giorno per via del caso Hoffendorf-Lofellolz. E’ stato sommerso di telefonate dalla Cancelleria e sono continuate ad arrivare missive, ordini e contrordini. Dicono che abbia anche chiamato il Furer in persona e il Reichfure ha poi fatto venire di gran fretta il suo medico e il massaggiatore per un grave attacco di ulcera e di gastrite. Siamo tutti agitati e abbiamo lavorato male.
11 marzo. Ancora emergenza per via del caso Hoffendorf. Una riunione con i funzionari della Polizia di Stato. Il tribunale non vuole consegnare la documentazione, i capi d’accusa e i corpi del reato (che sono delle pubblicazioni sovversive) e il dottor Frank si è fatto vivo, dalla Cancelleria, lasciando intendere che i magistrati sono molto rigidi. Il Reichsfhurer ha minacciato di muoversi di persona per “mettere in riga” i giudici e il procuratore. Ancora un attacco di gastrite; però è soddisfatto del discredito che è caduto sul Ministro della propaganda. Ha detto: “quel cretino! e lui glielo va anche a finanziare quel libro di merda!”. Il Ministro Goebbels ha chiamato almeno una decina di volte e lui si è fatto negare. Sospese tutte le operazioni di rastrellamento e trasferimento degli ebrei di Monaco. Rinviato il sopralluogo sul nuovo campo di D.
12 marzo. Oggi hanno preso e trasferito l’editore Max Lofellolz, anche Hoffendorf è stato interrogato proprio qui. La documentazione è arrivata dal tribunale ed è stata distrutta in presenza del Reichfurer. Anche il Ministero della propaganda ha mandato due commissari osservatori che hanno preso fotografie. Il caso sembra essere chiuso e per fortuna si ritorna alla normalità, ma si deve ancora fare l’inventario complessivo dei volumi sequestrati, fare le registrazioni e i dovuti riscontri. Hanno chiesto il massimo della precisione e della riservatezza. Pare che manchino cinque o sei copie del libro che ho visto appena di sfuggita. Ha un titolo che non riesco a capire: Le radici storiche della leggenda di Balschammà. Proposte interpretative per una storia del futuro dell’Europa continentale. Sicuramente è un libro sovversivo e comunista, oppure è uno dei tanti documenti che certificano il complotto internazionale ebraico. Comunque il Reichfurer è soddisfatto e sta bene in salute. Mi dicono che abbia anche detto, a proposito del Ministro della propaganda: “Ecco, così almeno anche il Furer ha capito di chi davvero alla fine deve fidarsi!”.

Commenta Noiret ricordando quei giorni di trepidazione della sua ricerca investigativa: “Non solo ero arrivato al cuore del problema, ma mi era chiaro che la vicenda di Hoffendorf, come da sempre avevo sospettato, andava ben oltre i confini della semplice commemorazione di un martire. Nella vicenda vi era in gioco di più, molto di più. Il cuore del Reich aveva tremato di fronte alla sua opera. Quali erano i veri contenuti di quel lavoro? Quali i messaggi e le verità che vi venivano svelate? E dove erano finite le poche copie mancanti? erano mia state ritrovate? Tutto mi spingeva a continuare. Avanti dunque!”


Partita di caccia

L’insieme di queste inattese e imprevedibili informazioni ha spinto Noiret in un vicolo cieco per quasi un anno: Berlino, poi Monaco, poi Spandau, poi ancora archivi a Praga e a Berlino. Interviste a mezzo mondo, visite ai cimiteri, colloqui riservati all’Intelligence service, alla CIA, al KGB . La pista dei servizi segreti fu imboccata con decisione solo dopo la caduta del Muro nel 1990, ma la svolta vera avvenne a Mosca nel 1992 nel corso di un dialogo-intervista con Dimytrj Jussupof, ufficiale a riposo dei Servizi segreti sovietici di stanza a Londra durante le fasi più cruciali del secondo conflitto. Noiret offre il testo della registrazione integrale il cui passaggio centrale è questo.

“Sì, certo, conosco bene la storia di quel bizzarro volume anche se non sono mai riuscito a vederlo, a prenderlo in mano” disse Jussopof con disarmante serenità a Tristan Noiret che si dichiara “trasecolato” per l’occasione. “Sì, un episodio marginale, certo; ma anche a me aveva incuriosito. La conosco bene questa vicenda perché quel genere di libri sovversivi, o ritenuti tali, avevano un mercato clandestino. Erano opere richieste, non solo dai servizi informativi, ma da un mercato, un mercato… antiquario, per così dire. Appassionati che ricercavano questo genere di curiosità a caro prezzo. A farne commercio erano gli stessi SS incaricati di distruggerli; ne tenevano pochi esemplari e se li facevano strapagare. Del resto era sempre robaccia, libri di circostanza, appelli esasperati, clamorose denuncie di cose che noi già sapevamo, persino menzogne e testi di una controinformazione il più delle inaffidabile. Robaccia per lo più, perché i testi buoni, quelli dei grandi intellettuali e delle grandi firme, avevano già passato il confine e nel mondo libero li conoscevano tutti; i vertici chiudevano un occhio. Il Regime del resto non voleva eliminare le copie di questi libretti, ma più semplicemente voleva distruggere i cervelli che prima o poi avrebbero potuto scrivere cose ben più grandi, ben più significative. Così mi ha stupito quando siamo stati informati che un SS dell’ufficio di segreteria di Himmler, un certo Ernest Stube se non ricordo male, venne addirittura fucilato per essersi reso colpevole di una scempiaggine del genere, la vendita clandestina sulla piazza di Amsterdam di tre copie di quel volume. Era… il 1941 se non ricordo male, lui era stato trasferito in Olanda e la cosa passò sotto la voce “caduto al fronte”. Una pena troppo severa però. Motivazioni troppo enfatiche: tradimento, complotto, furto ai danni dello stato, trafugamento e cessione allo straniero di documenti di importanza strategica nazionale, che diamine! E tutto per un libro di leggende popolari. Il responsabile si chiamava… si chiamava proprio Ernest Stube, sì così, e il nome dell’acquirente non si è mai saputo. Ma la cosa straordinaria, e la vera ragione per la quale ne sono stato informato e ho dovuto occuparmene, è che una copia di questo libro, di queste Radici storiche della leggenda di Balschammà fu ricercata con ansia e con ogni mezzo dai servizi segreti inglesi: E lo sa perché? Perché quando fu catturato e internato Rudolf Hesse che era sbarcato clandestinamente in Inghilterra… Ricorda? Negli interrogatori che seguirono al suo arresto e si protrassero per tutta la guerra, il titolo di questo libro era uscito più volte. Hesse gli attribuiva una importanza anche se, mentalmente indebolito com’era, non riuscì mai, o non volle mai, parlare dei suoi contenuti, spiegarsi, farsi capire”.

Fu per Noiret davvero una svolta, il colpo inatteso e insperato nella sua partita di caccia. “Mi era chiaro, mi fu chiaro da quel momento, che tutto era possibile, che certo in qualche parte del mondo, in qualche archivio, in qualche biblioteca o cantina, io, e solo io, avrei un giorno potuto riportare alla luce Le radici storiche della leggenda di Balschammà”.
E venne infatti l’incontro decisivo e conclusivo. Fu a Londra. A Londra, nell’agosto del 1994, Noiret, dopo tortuosi pellegrinaggi in Canada, Irlanda e Scozia si trovò faccia a faccia con Perez Pomejano il più competente erudito, studioso e interprete di storia dello spionaggio e dei servizi segreti nel corso della Seconda guerra mondiale. Tutti gli storici del periodo e del settore conoscono P. Pomejano. Di origine siculo-spagnola, trapiantato in Canada negli anni Cinquanta, poi emigrato a Dublino e a Edimburgo, insegna attualmente a Oxford storia contemporanea. Austero, schivo e dotato della precisione dello storico che sa essere un vero erudito, poco incline alla chiacchiera accademica e che nulla concede al gusto del pettegolezzo, Pomejano ha lasciato un’opera insigne e definitiva su Il sistema dello spionaggio come rete di potere nel XX secolo. Però sa molto di più di quello che ha scritto. Sa cose davvero segrete.

“Guardi professore, lei perde il suo tempo” disse P. Pomejano con scoraggiante franchezza a Noiret in quel fatale agosto del 1994 “lo perde davvero. Il libro, quel Radici storiche della leggenda di Balschammà, esiste davvero e non è improbabile che, con un po’ di fatica e di fortuna, lei ci possa arrivare. Ma perché? Che pensa mai di trovarci? E’ un genere che non mi interessa, lo ammetto; un genere che non fa storia, ma semmai pettegolezzo, confusione, cattiva letteratura, storia da sottoscala. Oggi magari potrebbe anche piacere, ma appartiene al genere della fantastoria. Un saggio cattivo, un pessimo romanzo. Niente di più. Quel Hoffendorf alla fine era a metà un romantico, a metà un visionario. Che i vertici del Terzo Reich si siano tanto agitati è un abbaglio, mi creda. Il punto vero, la vera testimonianza storica che questa vicenda propone è solo la conferma delle lotte interne ai quadri dirigenti del regime nazista e il ruolo che vi hanno giocato i servizi segreti; su questi atteggiamenti ci confonde l’infinita stupidità (che talvolta chiamiamo efficienza) della burocrazia prussiana. Stube era un burocrate imbecille non vi è da stupirsi che abbia dato enfasi a un banale episodio. Cose note, ben note e che ormai neppure fanno più storia. Comunque… comunque guardi: l’opera di Argus Hoffendorf era essenzialmente richiesta nel mondo e nel giro degli occultisti della prima metà del secolo. Un mondo povero, marginale e che non merita inchiostro da parte degli storici. Me ne sono occupato quanto basta per dirle che almeno due copie passarono da Berlino alla Svizzera per finire poi nella Francia di Vichy, al sud, a Lione e poi a Marsiglia. Lo so perché ho visto personalmente il carteggio tra i due governi in merito a questa vicenda. La polizia tedesca, ormai solo per dovere di ufficio ma con l’ossessiva pedanteria di cui era capace, chiedeva al Governo francese di intervenire per recuperare i volumi. Laval fece inoltrare la richiesta alle prefetture, i prefetti cestinarono il tutto. Tutto qui. Avrebbero dovuto sequestrare i volumi a Fulcanelli, certo lei ne ha sentito parlare, che ne rea divenuto il legittimo proprietario e che allora risiedeva con i suoi accoliti a Marsiglia. Penso che siano ancora da quelle parti”.

Il testo ritrovato
Il resto fu per Noiret solo un problema di tempo, soldi e fatica. Nel settembre del 1995 Tristan Noiret avrebbe avuto tra le mani Le radici storiche della leggenda di Balschammà. Proposte interpretative per una storia del futuro dell’Europa continentale.
La sequenza è rapida anche se Noiret si dilunga nel raccontarla. A settembre del ’96 era a Parigi presso gli eredi di Fulcanelli (morto nel 1953) e lì seppe che la biblioteca dell’avo era stata smembrata all’atto del testamento e per volontà del de cuius. Il notaio Gaston Joffre di Marsiglia manteneva la documentazione dei più di cinquanta legati che avevano assegnato il patrimonio bibliografico ad amici, allievi e adepti. A Marsiglia Noiret dovette prendere atto che una sola copia del libro di Hoffendorf compariva nel testamento ed era stata concessa in legato a Lucien Rebour segretario personale di Fulcanelli e già morto anche lui da una ventina d’anni (1972). Si recò ad Arles, dove la famiglia Rebuor sopravviveva nel ricordo di Fulcanelli e dei grandi alchimisti del passato.
Lì ebbe la notizia che il volume era poi arrivato a Torino nella biblioteca di Roll il celebre occultista che tutti conosciamo. Roll alla suo morte (1983) lo lasciò in legato a certo Silvio Libori, un professore che di lì a qualche anno si trasferì a Milano (1995) per concludervi la sua carriera di professore ordinario. Libori a sua volta, incapace di accogliere nella sua nuova casa tutti i volumi accumulati negli anni, aveva fatto dono dell’intero legato al Dipartimento di Storia della società e delle sue Aberrazioni dell’Università di Milano.
Nei complessi passaggi burocratici dei volumi, il testo, ormai mal ridotto, passò alla schedatura presso gli uffici della biblioteca del Dipartimento, ed era lì su un tavolo quando il personale amministrativo, aduso a festicciole e momenti di affettuosa socialità, offrì un piccolo rinfresco per il commiato di un collega. Una mossa sbagliata, una spinta e troppa euforia causata da una bottiglia di spumante e… e splasch! il testo così prezioso agli occhi di Hoffendorf finì ingloriosamente schiacciato sotto una torta alla marmellata. Fu dato per morto e da mandare al macero all’insaputa dell’inflessibile direttore. Sarebbe finita così, definitivamente finita, se un docente del Dipartimento, certo Gromo, che passava per caso non lo avesse raccolto all’unico scopo di scannerizzare l’immagina della copertina che recava un insieme di fregi gotici anni Trenta.
Noiret arrivò trafelato a Milano pochi giorni dopo, ma giusto in tempo il 23 ottobre 1996, si precipitò nel Dipartimento e fu indirizzato alla studio di Gromo. Non ebbe neppure l’obbligo di profondersi in spiegazioni: Gromo glielo consegnò con piacere: “Lo vuole per il testo o per la marmellata?” gli chiese ironico. “A restauralo, se mai è possibile, le costerà un mucchio di soldi”. Furono infatti tre milioni di lire e il lavoro fu portato a termine il 21 novembre dello stesso anno dal Gabinetto antiquario dell’Università di Urbino sotto la preziosa direzione di Laura Bey.
Noiret ci ha lavorato sopra dal gennaio al novembre del 1997 e ne ha offerto la pubblicazione quasi integrale online il giugno del 1998. Solo in pochi se ne sono accorti e il materiale è ancora lì da vedere. L’ipotesi di una sua edizione cartacea sembra del tutto esclusa, e per delle buone ragioni.

 


Le ricerche di Hoffendorf

L’opera di Hoffendorf conferma a pieno lo sconsolante giudizio di P. Pomejano. La storia ricostruita da questo sfortunato autore in merito alle radici storiche della vecchia leggenda danubiana, del resto ormai dimenticata anche in quella regione, è una paziente, meticolosa e alla fine pedante ricerca di fonti, testimonianze, documenti d’archivio che non cambiano in nulla il ricordo del passato. Ciò che ci restituiscono delle vicende di un feticcio quale fu lo Specchio, non può offrire alcun nuovo spunto interpretativo sugli eventi che hanno attraversato l’Europa nei secoli più luminosi della sua grande epopea. Se non fosse così monumentale come è (circa 600 interminabili pagine) il testo potrebbe anche piacere a qualche erudito appassionato di storia locale, storia inutile. Se la penna del suo autore fosse stata una buona penna davvero, ne sarebbe uscito un buon quadro d’insieme del clima culturale della mittel Europa tra rinascimento ed età moderna, ma oggi quel che si può cavare da tutto il lavoro del martire è più o meno il palinsesto di un racconto di fantastoria a puntate per una rivista popolare. Hoffendorf davvero per questo libro il martirio non lo meritava.
E tuttavia le sue ricerche, così appassionate e così faticose, qualche valore possono averlo. Un brandello di storia, a volerlo, dalle sue pagine esce. I fatti storici sono stati accertati, documentati, si certifica che sono veri. E tanto basta. Così come bastano poche righe per riportarli alla luce e offrirle allo storico attento. Così facendo penso anche di fare omaggio alla memoria di una degna persona, un uomo mite e davvero onesto che proprio per questo rende odioso il trattamento che gli è stato riservato dal potere.
Innanzi tutto Balschammà, come Faust, è davvero esistito oltre i confini della leggenda. Johann Bahlsen è nato da famiglia di piccola borghesia rurale austriaca a Trieste nel 1552. Suo padre Albert proveniva dalla Carinzia e si era trasferito nella città adriatica con la famiglia negli anni ’40 del secolo verso quella via che portava a Venezia gli uomini del nord desiderosi di aprirsi al commercio e di fare fortuna con l’Oriente. Probabilmente Albert Bhalsen aveva già sbagliato strada affacciandosi a quel Mediterraneo che già era in declino e probabilmente la fortuna non lo segnò, certo è che di lui nulla Hoffendorf è riuscito a sapere salvo il fatto che solo una piccola eredità gli consentì di vivere decorosamente e assicurare una buona istruzione al figlio primogenito Johann. Tutto il resto della famiglia fu sacrificato a questo obiettivo. Non se ne parlerà mai più. Johann passò verosimilmente dalle mani di un precettore ai gesuiti e dai gesuiti a un nuovo precettore che, nel 1569 lo inviò all’Università di Padova. Con il nome latinizzato di Johannes Belsenus, il giovane intraprese gli studi di medicina e le tracce del suo passaggio a Padova che ancora restano ci dicono che si addottorò nel 1575. Dottore in medicina Johan si trasferì nello splendore della Serenissima. Che cosa gli accadde? Né la curiosità, né la fantasia di Hoffendorf ce lo dicono. Sappiamo che frequentò il ghetto e che, proprio a partire da queste frequentazioni, prese forma il suo viaggio in Oriente: salpò alla volta di Costantinopoli come agente di un mercante ebraico, Ismail Muggia nel maggio 1581. Poi il buio.
Lo ritroviamo per un breve soggiorno a Venezia nel 1585 non più medico, ma mercante al banco di Isacco Chioggia, un raguseo del quale gli storici del pensiero economico e della storia della finanza si sono talvolta e di sfuggita occupati. Poi Hoffendorf segue il suo personaggio prima in Slovenia (1587), in seguito a Treviri nel 1588. E’ certificato dalla documentazione d’archivio che a questo punto Joannes Belsenus porta già l’appellativo di “Balschammà” che gli consegue dalla sua frequentazione degli ambienti ebraici coi quali però pare giunga a una profonda frattura. Pare vi sia una conversione, un atto di fede verso la religione riformata; un evento clamoroso che lo porta all’insegnamento della medicina e della fisica nella prestigiosa università della città tedesca.
Ma qualcosa, qualcosa di grave e per certi aspetti incomprensibile accade. Nel 1591 Balschammà è di nuovo a Venezia dove intraprende la produzione e il commercio del vetro. Silenzio e buio, inesistenza di fonti, oblio della storia. Nel 1596 Johannes è a Praga, apre bottega, produce e vende specchi di modesta qualità.
E questa è la seconda scoperta di Hoffendorf: lo Specchio, anche lui, è esistito davvero. Quando come e perché sia stato prodotto, in quanto tempo, con quali obiettivi e con quanta consapevolezza del significato intimo dell’impresa, non ci è dato sapere e né la fantasia, né l’intelligenza di Hoffendorf ci possono certo aiutare. Ciò che sappiamo lo sappiamo dai documenti ritrovati da lui nell’archivio della casa regnante svedese. Sta di fatto che lì troviamo l’atto di acquisto di uno specchio ceduto dal maestro Johannes Belsenus a Albert Wallenstein il 24 dicembre del 1613 a Praga. Chi conosce la storia del tempo e di quei luoghi non può che stupirsi di un evento ancorché così insignificante. Per un attimo, un solo attimo, la leggenda dello specchio sfiora la storia vera. Grazie all’intervento di Wallenstein anche Balschammà sembra assumere significato: trova ragione di sé nel mondo e nella storia.
In realtà è vero il contrario, proprio a partire da questo momento, da questo promettente contatto tra storia e leggenda, di Balschammà non sapremo mai più nulla, le sue tracce si perdono subito, esce di scena e scompare. Rimase a Praga? Continuò il suo modesto commercio, e con quali risultati? Oppure, per effetto della sua età venerabile in quei tempi, si spense senza lasciare alcuna visibile traccia dietro di sé? Non lo sappiamo e non lo sapremo. Rimane invece lo Specchio, il suo specchio e di esso si trova una descrizione minuziosa nel contratto di acquisto.
Hoffendorf, che riporta il testo integrale dell’atto poi perduto nelle vicende della seconda guerra mondiale, ci precisa che esso servì da certificato di garanzia dell’autenticità del manufatto in tutti i passaggi di proprietà successivi. Balschammà ne rilasciò infatti due copie a Wallenstein su richiesta di quest’ultimo e una di queste accompagnò il manufatto nel corso dei secoli.
Secondo questa indubitabile fonte, lo Specchio si componeva die sei lastre di cristallo molato per un complessivo spessore di quattro pollici, era di un cubito e mezzo di largo e quattro di alto. Le lastre erano tenute insieme in modo indissolubile da un tessuto a maglie larghissime di fili, una vera rete, o meglio un insieme di reti di fili che vengono definiti da Balschammà “le linee infinite della connessione” e il cui intreccio geometrico e asimmetrico (schizzato a mano in via esemplificativa dallo stesso Balschammà nel testo dell’atto) possono far pensare a una sorta di circuito elettronico di oggi. “E si assicura per prova certa” recita il documento “che codesto nostro specchio accoglie e conserva l’immagine di chi vi si mostra con animo forte e che le stesse immagini restano imprigionate in tutta la loro verità e negli umori segreti della loro specifica natura. Che la loro conservazione è pura e non subisce oltraggi nel tempo. Che esse immagini si rivelano senza indugio agli occhi di coloro che guardano con vera passione le lastre connesse ed entrano nella simpatia con esse facendovi fluire i loro stessi umori… del che noi stessi Johannes Belsenus, nominato Balschammà in Praga e nel mondo, ci dichiariamo responsabili in virtù della fede tra gli uomini e di fronte a Dio…”. Il manufatto, che viene anche definito “macchina” almeno quattro volte nel testo del contratto, per assicurare le sue “proprietà” non deve, si legge, “essere esposto ai cocenti raggi del sole , né a luce di fuochi violenti”. E si dice inoltre che “per catturare e conservare le immagini” deve, per lungo tempo prima e dopo essere usato, rimanere coperto “da drappo di broccato colore di oro”. Poiché null’altro, al di là di queste criptiche informazioni, si precisa della natura e dei presunti poteri del manufatto, Hoffendorf ne conclude che la leggenda è nata dalle dicerie relative a questo documento, al prezzo esorbitante dello specchio, alla figura enigmatica del suo primo proprietario e forse committente: Alberto di Wallenstein l’eroe tragico e protagonista romantico della Guerra dei Trent’anni epigone del grande Rinascimento boemo.
Con la meticolosità di un burocrate e la pedanteria dell’erudito Argus Horfendorff ricostruisce, in un oceano di pagine, di minuzie, dati, segni, cifre, le peregrinazioni dello specchio da un lato e il propagarsi della sua storia nella fantasia di letterati e nella vulgata popolare dall’altro. Quel che interessa il nostro autore, ritrovato e riscoperto da Tristan Noiret, è solo fornire i dati in sequenza del prestigioso percorso della Specchio sull’arco di quasi due secoli. Si tratta di una vicenda davvero curiosa che, per certi aspetti, ha dell’incredibile.
In effetti lo Specchio, forse per effetto del suo primo proprietario la cui strabiliante avventura aveva colpito le menti degli umili, ma ancor di più quelle dei potenti di tutta Europa, forse perché aveva circolato in quel secolo in cui l’assolutismo era divenuto un opificio di miti e mitologie del potere, o forse perché acquistava di valore passando di mano in mano, viaggiò per le corti d’Europa e questo stesso fatto alimentò e tenne viva la legenda e questa leggenda divenne allora una leggenda dei ricchi e dei potenti del mondo ( di “quel mondo” esclusivo del potere naturalmente, ma che anche allora era tutto il mondo). Vi si specchiarono, per gioco, per curiosità o spinti dall’ingenua e credula speranza di dare e assorbire potere, principi re e papi e se davvero questo manufatto, questa “macchina”, fosse stato un congegno elettronico, una intelligenza artificiale, un magazzino multimediale, e se si fosse conservata, certo oggi ci svelerebbe agli storici segreti che i silenziosi archivi mai potrebbero mai rivelarci.
Morto tragicamente Wallenstein nel 1634, il manufatto dovette girare in molte mani nella complessiva dissoluzione del grande patrimonio del Duca. Per un attimo, e solo per un attimo, Hoffendorf ne segnala la presenza nel castello di Ottenstein e precisa che un copia consunta dell’originario contratto avrebbe potuto trovarsi negli archivi del vicino villaggio di Dollersheim. Ma qui la sua ricerca sembra impantanarsi, diviene incerte e segue l’oblio. Lo Specchio di lì, da quella sperduta brughiera del Waldviertel, una regione di confine che per secoli è stata oggetto di contesa tre Austria e Boemia, scomparve e certo attraversò quell’angolo d’Europa ormai reso deserto dagli orrori della guerra, poi, per lande e solitudini, viaggiò verso il grande Nord. Quali immagini desolate vi si specchiarono? Di quali terrori e speranze fu testimone? Fu posseduto da Gustavo Adolfo di Svezia che, per certi aspetti possiamo accomunare, nel suo intenso e rapido destino a Wallenstein? E’ solo una ipotesi, che Hoffendorf non osa sfiorare. Sta di fatto che ritroviamo lo Specchio nella mani di Cristina di Svezia già due anni prima della pace di Westfalia. Horfendorff non riesce a colmare la lacuna; ovviamente ipotesi neppure ne fa. Poi nel 1654 lo Specchio, al quale la Regina attribuiva evidentemente una grande importanza, la segue nella peregrinazioni continentali, è testimone della sua conversione al cattolicesimo e finisce a Roma nella sfarzo e nei piaceri di palazzo Farnese. Le cronache romane del tempo non registrano la sua presenza, ma lo specchio passa di mano da Cristina a Papa Alessandro VII: questo è certo. L’evento (1663) è certificato da un registro dei beni mobili del Vaticano stilato in occasione di un trasferimento interno di parte degli arredi del Quirinale. Il documento descrive il manufatto e segnala la copia del contratto di vendita originario che da sempre lo accompagna. E' proprio lo Specchio di Balschammà.
Nel 1668 lo troviamo in Francia in proprietà di Luigi XIV e, sulla scorta di una marea di minuziosi indizi, Horfendorff avanza la fondata ipotesi che la “macchina” sia stata oggetto di uno specifico codicillo segreto della pace di Pisa (1667). Luigi il Grande la voleva.
D’ora in poi qualche luce guida Horfendorff lungo il corso di quasi centocinquant’anni. Benché nelle monumentali Memorie di Saint Simon, del nostro manufatto non vi sia traccia , sappiamo che fu ospitato al Grand Trianon tra il 1698 e il 1709, per poi essere spostato a Fontainebleu in occasione di un lungo soggiorno del Re. Re Sole non se ne voleva evidentemente staccare. Poi il Duca d’Orleans lo tenne per sé dal 1715 al 1727. Resta inoltre traccia di una offerta fatta da Law allo stesso Duca per l’acquisto dello Specchio ad un prezzo esorbitante. Ma lo Specchio rimase ai Borboni. E rimase, forse in un magazzino, fino a quando la Du Barry lo riesumò per riportarlo al Petit Trianon. Una lettera della Contessa di Chalabre al Marchese de Segny , sfuggita all’interesse degli storici, ma che a Hoffendorf non è potuta sfuggire, ci informa che “ieri notte Sua Maestà, a metà di una partita di faraone si è ritirata per quasi un’ora. Ciò ormai accade con una certa frequenza. Si dice che questa pausa di solitudine, che Madame Du Barry, quasi gli impone, sia giovevole alla sua salute. La trascorre in un salottino a ciò predisposto nel quale si siede di fronte a uno specchio del suo Avo, il Grande Luigi. Dicono che quest’oggetto abbia proprietà magiche e gli restituisca le immagini del passato, ma sono maldicenze e voi certo intuite di chi”. La lettera reca la data del 10 febbraio 1763.
Poi la tappa successiva Hoffendorf l’ha trovata ancora Versailles. Nel 1784 la Regina Maria Antonietta, nel quadro del restauro della sua celebre anticamera, rinnovata negli audaci colori lacca nera e tessuti verde mela (settembre 1784), ordina una cornice per uno specchio delle stesse dimensioni dello Specchio di Balschammà e lo fa collocare sopra il caminetto. Un particolare insignificante se Hoffendorf non fosse riuscito a scovare, in Bretagna, una lettera della contessa di Vivrey dello stesso anno che raccoglie questa preziosa testimonianza. “Il nuovo salotto della Regina è stato inaugurato da Sua Maestà il Re (Luigi XVI, n.d.r.) in persona. Dicono che gli sia piaciuto e vi si è a lungo intrattenuto. Sua Maestà è rimasta stupita della nota violenta di colora oro di un broccato che copre un antico specchio. Lo specchio allora è stato scoperto e Sua Maestà vi si è lungo specchiato. Lo stesso ha fatto, con grande imbarazzo delle Regina, nei giorni successivi e per parecchi giorni. Pare che il suo umore sia molto cambiato in questi stessi giorni e sua Maestà la Regina ne ha attribuito la ragione proprio allo specchio. L’oggetto, detestato dalla Maintenat e che aveva invece affascinato il Gran Re (Luigi XIV, n.d.r.) porta con sé una strana leggenda; ha origini lontane, viene dall’Italia e prima ancora dalla Svezia e si dice che sia appartenuto al Duca di Firdland. Sua Maestà la Regina ha deciso di sostituirlo, lo ha inviato in gran fretta e segreto alle Tuilleries e Sua maestà il Re se ne è molto contrariato”. L’episodio è databile alla fine del mese di settembre del 1784. Nel diario ancora inedito di Ruoveroy de La Valette, valletto di camera di Luigi XVI, alla data del 5 ottobre 1784 si legge la seguente nota: “Sua Maestà anche oggi mi ha chiesto se non vi fossero nuove da Parigi e in particolare se non vi fosse stato un incendio alla Bastiglia. Ne ha parlato anche con altri che insistono nel rassicurarlo. Ma Sua maestà pare inquieta”. Finito e poi è il silenzio fino al settembre del 1792.
La fine dello specchio, la sua materiale uscita dalla storia è avvenuta la notte del 10 agosto o nei giorni immediatamente successivi quando il palazzo delle Tuilleries e la Monarchia di Francia crollarono insieme. Il palazzo fu preso tre le e le sei e le undici del 9 agosto di quel tragico anno, fu sparso del sangue ed era sangue ben speso. Speso per la libertà e per gli immortali principi. Poi ci fu il saccheggio, la distruzione e la giusta vendetta che durarono qualche giorno. Le Tuillerires scomparvero dalla storia e, per Luigi Capeto, le porte della storia si aprirono sulla prigione del Tempio. Curiosamente, in questo marasma, dello specchio sappiamo tutto. È tutto scritto e certificato. Hoffendorf non poteva sperare di più. Le notizie ora giungono da una casa di aste londinese (Anderson & Anderson) e sono del 1797.
Quel che ci è dato sapere dalle fonti è che due ebrei olandesi presenti a Parigi e capaci di navigare in non importa quale tempesta, fecero, tra i molti, incetta di oggetti e cimeli del palazzo e della monarchia ormai condannata, per il gusto di antiquari e collezionisti d’oltre Manica. Chi è storico e consce il periodo sa bene quanto interesse vi fosse nel Regno Unito, e da sempre rivale, per questo genere di paccottiglia e souvenir non sempre di gran gusto. Nathanian Kerskrof e Samuel Brughel, i due ebrei olandesi, ne fecero incetta probabilmente nei giorni stessi del saccheggio a favore del promettente mercato. Ne lungo catalogo d’asta ancor oggi reperibile e integralmente trascritto nell’opera di Hoffendorf, si segnalano “settantaquattro frammenti di uno specchio dello spessore di quattro pollici del tesoro di Francia appartenuto a Luigi XIV e ai suoi successori, detto Specchio di Balschammà”; nulla di più, ma al tempo stesso, tutto, tutto quello che si poteva desiderare per procedere nella ricerca.
Pur già a quale tempo comparsa nella memoria di tutti, Nathanian e Samuele conoscevano bene la storia di Balschammà. Loro certo avevano potuto ricostruire tutto il tortuoso percorso di questo oggetto da un capo all’altro d’Europa, da un capo all’altro dei secoli. Andarono a colpo sicuro e presero, sicuramente per un tozzo di pane, quei frantumi luminescenti che non potevano contrastare con altri oggetti di ben altra sostanza e valore. Loro sapevano. E a questo punto, solo ora, Argus Hoffendorf, avanza l’ipotesi che da un ghetto all’altro delle città d’Europa, un susseguirsi di ombre ne fosse alla ricerca da anni. Da anni e di generazione in generazione la memoria non era andata perduta: la leggenda l’aveva tenuta pazientemente in vita. Vi era dunque nella cultura esoterica ebraica una sorta di attenzione al manufatto di Balschammà? Vi era forse un segreto mistico e alchemico che Johann Bahlsen aveva trafugato offrendo con ciò un motore demoniaco al storia degli incirconcisi infedeli? Ma neppure qui Hoffendorf non libera la fantasia e non fa un passo più in là. Anzi si ritrae e la sua ricerca si spegne (siamo a pagina 576 del suo monumentale lavoro, siamo alla fine). Vi è come una censura, una fuga, un infinita stanchezza come se davvero il ricercatore fosse giunto alla meta, a quel luogo nel quale ci si accorge che tutto deve ricominciare da capo e su nuove basi, su nuovi incerti sentieri. Si sa insomma di avere a fianco la verità, ma su una strada parallela che il tempo non consentirà di percorrere più… il tempo, sì, o la prudenza? Possiamo forse immaginare (e Hoffendorf davvero immaginò in quegli anni terribili per la cultura tedesca) che il connettersi anche casuale della leggenda danubiana alle pieghe più nascoste della cultura ebraica avrebbe aperto una pista di ricerca ad alto, altissimo rischio? Ipotesi, ipotesi per un racconto di fantastoria; ipotesi a nulla di più. Anche a noi e a Noiret compete un rigoroso silenzio.
Comunque sia quell’asta londinese del 1797 non portò fortuna allo Specchio. L’insieme dei frammenti forse non più ricomponibili, era ormai solo paccottiglia. Qualche pezzo fu venduto a prezzi irrisori; sessanta frammenti furono presi in blocco da un antiquario di Leeverpool. Sbrigativamente, molto sbrigativamente, Hoffendorf cerca di ricostruire il percorso dei frammenti dispersi. Poche pagine e un’impresa impossibile. Sappiamo che vi misero mano gli artigiani e, dato lo spessore del vetro, ne fecero piccoli oggetti, monili deformi per poveri. Del resto il clima positivista del secolo andava cancellando ogni curiosità per questa antica leggenda e nelle operazioni di scavo che il clima romantico di area tedesca faceva sul complesso patrimonio di tradizioni popolari, questa leggenda del tutto orale danubiana e slava di interesse non ne poteva suscitare. Col passare del tempo anche in Boemia, anche sulle rive del Danubio di storia di Balschammà e del suo specchio miracoloso non fu più né raccontata né cantata. Tutto finito. Finto, o quasi, anche il libro di Hoffendorf che come vaticinava P. Pomeyano non può che lasciare delusi.


La "storia del futuro", un problema storiografico aperto.

E deluso, anzi frustrato, sarebbe stato anche Tristan Noiret se ancora non avesse avuto un minimo di curiosità inappagata su due problemi di fondo. L’uno centrale a tutta la ricerca: perché il martirio di Argus Hoffendorf? E l’altro: quale il senso, se poi davvero vi era del titolo stesso dell’opera? Alla luce delle conclusioni della ricerca di Hoffendorf, che mai poteva significare la specificazione contenuta ne sottotitolo: Proposte interpretative per la storia del futuro dell’Europa continentale.
In merito al primo punto Tristan Noiret avanza l’ipotesi che la leggenda fosse di origini esclusivamente ebraiche, che lo specchio fosse il risultato di tecniche alchemiche ebraiche e che il complessivo della vicenda narrata da Hoffendorf fosse leggibile come una sorta di “riscoperta” della cultura esoterica ebraica e del suo ruolo di pari dignità con le tradizioni culturali dell’Occidente cristiano e, diciamolo pure, germanico e ariano. Il che, nel delirante clima antisemita dei vertici del Terzo Reich, basterebbe di per sé a giustificare la distruzione dell’opera e la persecuzione dell’autore.

Scrive Noiret: “Quel che forse tutta la vicenda può insegnare è il comporsi di numerose correnti di antisemitismo nel collettivo del totalitarismo nazista. Forse non si è adeguatamente insistito su fattori che definirei di “concorrenza” anche nell’irrazionale. La presenza di tendenze esoteriche e occulte nell’ideologia declinista dei vertici del Terzo Reich creava situazioni di intolleranza e di monopolio anche sul piano dell’immaginario fantascientifico e fantastorico. Resuscitare la leggenda dello Specchio di Balschammà costituiva un rischio e un crimine per coloro che intendevano monopolizzare e mobilitare l’immaginario collettivo. Argus Hoffendorf probabilmente ha pagato questa colpa. L’idea che vi fosse una fonte materiale del potere, una macchina in grado di cumularlo e farne massa critica e che questo congegno fosse un’invenzione ebraica e avesse, per così dire, inquinato il potere dell’Europa nella modernità, proprio a partire dalla Guerra dei Trent’anni così disastrosa per il mondo tedesco, doveva risultare intollerabile, anche sul piano della letteratura fantastica, ai criminali censori del Terzo Reich”.

Per quanto attiene al secondo problema, che tuttavia pare intrecciarsi col primo, e cioè la bizzarria del sottotitolo, Noiret ha ottenuto una risposta, o crede di averla ottenuta dalle ultime venti righe del libro, proprio quelle che gli sono state disvelata dall’opera di restauro dall’impasto di carta e marmellata verificatosi a Milano nella biblioteca del Dipartimento di Storia della società e delle sue aberrazioni. Noiret le sottolinea e le cita con minor enfasi e quasi di sfuggita, così come del resto fa Argus Hoffendorf giunto alla fine di una ricerca che non ha conclusioni. Il comportamento del resto è legittimo e, conoscendo Hoffendorf come ricercatore, obbligato. I tentativi di ricostruire i percorsi dei frammenti dello specchio a partire della sfortunata asta londinese del 1797, si sono dimostrati infruttuosi e devono essere costati all’autore fatiche e pene infinite. Una pista di ricerca sterile, frustrante, ingrata. L’unico incerto filo d’Arianna, e il solo che Hoffendorf potesse seguire, pare costituito dall’arrivo di una decina di questi frammenti di cristallo a Vienna presso una bottega antiquaria di certo Ramius Ritter verso il 1830. E’ solo una ipotesi poiché nulla certifica in modo inequivocabile l’autenticità dei reperti. Di questi alcuni andarono in Russia nel 1876, ma si tratta di materiale ormai irriconoscibile sul quale la prudenza del ricercatore diviene pudicizia. Richter cedette le sue attività e il suo magazzino a un bavarese nel 1881 il quale liquidò le attività nel 1888 e tutto fu disperso nella provincia dell’Impero. Hoffendorf conclude l’opera con un semplice aneddoto che gli era stato raccontato nel 1929 in occasione di una sua vacanza nella ridente cittadina di Braunau schiacciata tra i verdi rilievi della valle dell’Inn.

“Il rigattiere del posto” scrive Hoffendorf a conclusione di tutta la sua ricerca “certo Gustav, ormai da tempo rovinato dall’alcool, amava raccontare un episodio della sua vita passata che a più riprese mi ha fatto pensare e riflettere sul titolo da dare a questo volume. L’episodio era corso nell’aprile del 1889 quando detto Gustav ancora era ragazzo di bottega in età di quindici anni. Diceva di un gioiello che altro non era che un frammento di cristallo giunto da molto lontano, appartenuto ai re e ai principi di tutta Europa, in realtà era paccottiglia appena lavorata e incorniciata in rame. Stava lì, nascosto in una montagna di oggetti dozzinali, e il titolare del negozio scherzava raccontandogli delle virtù magiche del monile; era il pezzo di uno specchio appartenuto a un vecchio ebreo di Praga di tanti anni prima e c’era dietro un grande mistero che nessuno potrà mai svelare. Ma, forse anche per questo, al giovane Gustav lo specchio con i suoi riflessi azzurrini, che nel buio della bottega divenivano avvolgenti bagliori, piaceva, ne era attratto, lo voleva per sé e, dato il modesto valore, lo avrebbe anche avuto se quella sera del mese di marzo non glielo avessero portato via. Arrivò un amico del titolare, certo Alois, un piccolo funzionario della dogana locale. Barcollava e puzzava di birra. Pose il problema di un regalo da fare alla moglie che da qualche giorno aveva partorito. Una cosa da niente, disse, solo un pensiero perché si usa così. Gli venne consegnato l’oggetto e se ne andò asciutto e sghembo come era venuto”.

Poi ci sono le ultime otto righe de Le radici storiche della leggenda di Balschammà. Proposte interpretative per una storia del futuro dell’Europa continentale, siamo a pagina 606.

 


“Gustav, che dall’oggetto proprio non si poteva staccare, si recò il giorno dopo al piccolo ospedale della cittadina. Una sua zia era infermiera in quell’ospedale e nel reparto di ostetricia. Chiese della partoriente, accennò al “gioiello” e lasciò intendere che, se fosse stato buttato o dimenticato, lui lo avrebbe voluto. “Ma scherzi Gustav!” avrebbe esclamato la zia “mamma Klara è stata così felice del regalo, il neonato ha aperto gli occhi e lo ha osservato con gioia e con grande intensità. Frau Hitler ha detto che il suo piccolo Adolf non si staccherà mai da quel monile e se lo porterà al collo per tutta la vita”.


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