5. In nobili in Europa

In Francia tanto la borghesia burocratica che quella mercantile si distinguevano e per numero e per importanza. La vecchia e complessa struttura monarchica,
il complicato sistema giudiziario, il rapido sviluppo del ministero della guerra nel corso del xvIII secolo, il servizio postale, l'amministrazione dei ponti e delle strade, tutto contribuì ad aumentare il numero degli avvocati, dei burocrati, degli ingegneri e dei vari esperti collegati con l'apparato statale. Alla vigilia della rivoluzione vi erano 78. città con una popolazione superiore ai 10.000 abitanti; ognuna di esse aveva non soltanto il suo ceto mercantile, ma anche un'oligarchia municipale riconosciuta e spesso privilegiata. Una borghesia di origini esclusivamente economiche era quella costituita dai banchieri e dagli appaltatori fiscali di Parigi e dai mercanti e dagli armatori dei porti che si erano arricchiti nei traffici con le Indie occidentali e con l'Asia. Inoltre, più ascoltato che altrove a causa dello sviluppo delle scienze, delle accademie, della stampa e del pubblico dei lettori, vi era in Francia un vasto e attivissimo strato di scrittori e di intellettuali i quali erano più insoddisfatti della situazione esistente di quanto lo fossero i loro colleghi tedeschi o inglesi, e in generale avevano rapporti meno costanti con governo e con il mondo degli affari. Alcuni, come Voltaire, borghese di origine si arricchirono; altri, come Rousseau, vivevano in precarie condizioni finanziare. altri, infine, come Montesquieu, appartenevano ad antiche famiglie nobili ma in più, come Du Pont de Nemours o il marchese di Condorcet, quale che fosse loro condizione, auspicavano una riforma della società che abolisse il privilegio e l'aristocrazia e facesse maggior posto nella vita pubblica a chi non vantava nobili natali.
Il bersaglio principale dei movimenti rivoluzionari e radicali era l' "aristocrazia": ma il termine aveva spesso un significato variabile a seconda della posizione sociale di colui che lo usava: così la nobiltà provinciale francese nel 1788 poteva protestare contro l'aristocrazia di corte, e lo squire inglese poteva detestare l'aristocrazia dei lord; all'estremo opposto, nella Parigi del 1795 - una città di circa 6oo.ooo abitanti - un lavoratore infuriato poteva gridare: "Tutti i ricchi sono furfanti, e a Parigi ce n'è un milione da punire! " E'tuttavia possibile tentare per gli scopi che ci siamo prefissi una definizione più precisa.
Aristocrazia e nobiltà non erano la stessa cosa. Da un lato in alcuni stati monarchici un comune cittadino poteva diventare nobile per concessione sovrana (come il padre ebreo di Sonnenfels nobilitato da Maria Teresa, o come Du Pont de Nemours, il quale ottenne un diploma nobiliare per i servigi resi come ispettore delle manifatture regie); ma non per questo costoro diventavano aristocratici. D'altro canto, certi paesi che non avevano una nobiltà avevano indubbiamente un'aristocrazia: nelle colonie nordamericane vi era, prima del 1776, un'aristocrazia composta di alcune famiglie imparentate tra loro che da tre o quattro generazioni facevano parte dei consigli dei governatori, svolgevano un ruolo permanente nella vita pubblica e godevano di particolari condizioni di favore nella concessione di terre. Vi era un'aristocrazia nella Ginevra repubblicana dove ai patrizi del piccolo consiglio si contrappose il partito democratico-borghese nella rivoluzione del 1768. I patrizi di Milano erano certamente membri di un'aristocrazia, così come lo erano i "nobili" veneziani, di origine tutt'altro che feudale, o le famiglie che governavano Norimberga, le quali si riservavano il privilegio esclusivo di portare la spada e il cappello piumato. Nella città libera di Francoforte sul Meno, una legge del 1731 suddivise la popolazione in cinque " stati " (Stande): al vertice vi era lo " stato " di coloro le cui famiglie erano rappresentate nel consiglio cittadino "da almeno cento anni" e che inoltre avevano ricevuto diplomi di nobiltà ereditaria dal Sacro romano impero. In Olanda la nobiltà non aveva praticamente alcuna importanza, tanto che tutti i nobili della provincia messi insieme avevano un solo voto negli Stati provinciali, mentre le diciotto città avevano un voto ciascuna: la vera aristocrazia olandese era composta dai reggenti, in generale di origine borghese (come era possibile accertare se si risaliva abbastanza indietro nel tempo) ma in grado di concentrare il potere politico nelle mani di poche famiglie per generazioni e generazioni. In Inghilterra vi erano soltanto duecento veri nobili, e tutti gli altri erano giuridicamente commoners, ma esisteva un 'aristocrazia fondiaria che in realtà governava il paese attraverso il parlamento: Gregory King e Patrick Colquhoun ne hanno valutato la consistenza numerica a meno dell'1 e mezzo per cento della popolazione, cifra che corrisponde esattamente ai calcoli fatti da altri per la nobilta francese. Più numerosa e meno chiusa era la nobiltà, assai meno raffinata, dell'Europa orientale, che a quanto sembra rappresentava l'8 per cento della popolazione in Polonia e il 6 per cento in Ungheria. L'aristocrazia, nel senso settecentesco del termine, era un a categoria di persone che godeva ereditariamente di una posizione di superiorità sociale, era rispettata dagli altri: tra loro si conoscevano personalmente ed erano spesso imparentati o comunque erano sempre in un reciproco rapporto di parità; provvisti di redditi di natura non "ignobile" (rendite fondiarie, frutti di antichi investimenti o emolumenti di uffici ecclesiastici o statali), partecipavano per lo più attivamente alla vita pubblica, convinti, nei casi migliori, di avere il dovere di occuparsi del benessere degli altri. Nei paesi in cui esistevano varie confessioni religiose, il gruppo dirigente doveva appartenere per legge o per consuetudine alla chiesa ufficiale: così in Inghilterra in base al Test act solo gli anglicani potevano ricoprire uffici importanti, e nelle Province unite solo i membri della chiesa olandese riformata; a Francoforte, soltanto i luterani potevano far parte consiglio cittadino. Ovunque l'appartenenza alla chiesa di stato era un requisito necessario per partecipare pienamente alla vita politica. In un'epoca in cui i sentimenti religiosi erano molto tiepidi, non si può affermare che il dissenso religioso costituisse una forza politica, e anzi coloro il cui zelo religioso era più vivo - come i metodisti in Inghilterra e i pietisti in Germania - si disinteressavano in generale della vita pubblica; ma il dissenso, inteso come estraneità alla chiesa ufficiale, era a volte causa di malcontento, poiché creava una sensazione di esclusione o di discriminazione, e in effetti molto spesso era il contrassegno di una condizione borghese. I nonconformisti in Inghilterra, i presbiteriani in Irlanda, i membri delle sette protestanti nelle Province unite erano tra i più favorevoli a un mutamento, e in Francia e in Italia i giansenisti avevano un atteggiamento analogo. In Francia la minoranza protestante si comportò più o meno il resto della popolazione, ma la presenza di quindici protestanti negli stati generali del 1789 e di circa una trentina nella convenzione fu di per se stessa un fatto rivoluzionario. Attribuire la rivoluzione francese all'azione dei prorotestanti, come a quella dei philosophes e degli "illuminati", fu tuttavia soltanto una fantasiosa invenzione della successiva propaganda controrivoluzionaria. L'aristocratico considerava sua prerogativa il comando, tanto nelle sue proprietà che nella vita pubblica, nelle alte gerarchie della chiesa, dell'esercito e del governo. Un aristocratico privo di autorità si sentiva più frustrato di un borghese posizione analoga. Ovunque esistevano istituzioni nel cui quadro l'aristocrazia poteva svolgere una funzione pubblica: in Gran Bretagna e Irlanda i parlamenti; "Nordamerica i consigli nominati dai governatori e composti dai maggiorenti locali nei Paesi bassi olandesi e belgi e nei piccoli stati tedeschi, in Svizzera e Italia, un sistema complesso di organi municipali e di assemblee di " stati "; In Francia i numerosi tribunali chiamati parlernents e quegli " stati" provinciali re ancora sopravvivevano; in Prussia l'esercito e la burocrazia; in Polonia diete provinciali e quella centrale; in Svezia la dieta, dove la nobiltà formava una delle quattro camere; nei domini asburgici, le diete e le assemblee provinciali, in cui i grandi proprietari fondiari e la nobiltà terriera detenevano il monopolio assoluto del potere. Persino in Russia fu creata con la legge del 1785 un'aristocrazia con alcuni privilegi individuali e corporativi secondo il modello occidentale. Dovunque, dall'anarchia polacca al regime parlamentare inglese, dagli staterelli dell'Europa centrale alle grandi monarchie cosiddette assolute, l'attività governo implicava la partecipazione, o almeno la collaborazione, di istituzioni corporative di questo tipo. Una caratteristica comune di tali istituzioni era il fatto che esse nominavano autonomamente i propri membri o li reclutavano nell'ambito di una classe ristretta. E' ben noto che l'ingresso alla camera dei comuni era controllato in larghissima misura dai leader politici del parlamento, o da ministri che ne erano membri. Vere elezioni, sia nel senso medievale sia in quello moderno, erano una rarità nel mondo settecentesco. Si può forse affermare che le camere basse delle assemblee coloniali esistenti nell'America inglese erano le istituzioni più autenticamente elettive del mondo occidentale, e ciò ancor prima della rivoluzione americana; in molte colonie esse erano elette a suffragio molto largo:
nel 1757 a Watertown nel Massachusetts, più del 90 per cento dei maschi adulti esercitò il diritto di voto. Le assemblee politiche generalmente si battevano per difendere la loro "indipendenza" tanto nei riguardi del re che del popolo:
"E nostro compito... difendere l'indipendenza del parlamento," dichiarò il giovane Charles James Fox nel 1771, "e poco importa se essa sia minacciata dal popolo o dal sovrano." I membri del parlement di Parigi, degli "stati" olandesi o belgi e di molti altri corpi analoghi la pensavano allo stesso modo.

 

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