7. I prelievi fiscali

Molti governi uscirono dalla guerra dei sette anni fortemente indebitati e con un enorme bisogno di denaro, sicché ricorsero alle più svariate misure per aumentare le entrate, escogitando nuove tasse o cercando di stimolare il commercio e la produzione al fine di aumentare la ricchezza imponibile. Questa politica li pose in conflitto con il regime corporativo e con le autonomie locali dietro cui si difendevano le attività economiche tradizionali. Le monarchie continentali cercarono spesso di redigere nuovi catasti per adeguare, a fini fiscali, il valore della terra al reddito effettivo. In Inghilterra, dove il valore fiscale della terra era rimasto quello stabilito nel 1692, la forza dei proprietari fondiari in parlamento impedì una riforma del genere, e il governo inglese ricorse sempre più largamente alle tasse sul bollo e ad altre imposte indirette. Ma anche nell'Europa continentale i proprietari fondiari si opposero alla rivalutazione fiscale delle terre con tutti i mezzi a loro disposizione: fu soprattutto per questa ragione che tra il 1763 e il 1774 si aprì una crisi tra la monarchia e i parlements di Parigi e di altre province. I governi cercarono anche di tassare le classi sociali e le province che finallora erano state -esenti. Così in Ungheria, che pagava meno tasse dell'Austria, Maria Teresa cercò - -nel 1764 di aumentare le entrate di un milione di formi, facendo ricadere il peso delle imposte soprattutto sui nobili e i prelati che in passato vi si erano sottratti; ma la dieta ungherese bloccò il tentativo, facendosi forte delle sue libertà costituzionali: Maria Teresa, allora, non convocò più la dieta, che non si riunì fino al 1790, cioè fino al crearsi di una situazione semirivoluzionaria negli ultimi mesi di vita di Giuseppe II. Gli attentati del governo asburgico ai privilegi corporativi, municipali e fiscali suscitarono un'analoga opposizione costituzionale nelle province belghe e nello stato di Milano, opposizione che sfociò nella rivone belga del 1789 e nell'entusiasmo con cui Milano accolse Bonaparte 1796. In Francia i conflitti di questa natura fecero nascere dopo il 1760 un linguaggio rivoluzionario, anche se non ancora una psicologia rivoluzionaria. I ministri cercarono di aumentare il gettito fiscale e di affermare in altri modi l'autorità militare; i parlements si allearono contro di loro, sotto la guida di quello di Parigi,per rivendicare non solo i loro diritti tradizionali di "verifica " delle leggi regie rimostranza, ma anche quello di prendere parte all'elaborazione delle leggi stesse. Essi sostenevano di agire en citoyen, di esprimere "la voce della nazione", difendere la costituzione, i diritti naturali e le leggi fondamentali e di costituire,nel loro insieme, "il tribunale universale, principale, metropolitano e sovrano della Francia ". Nel 1766, durante la cosiddetta "sessione della flagellazione" del parlement di Parigi, Luigi xv replicò con la più perentoria riaffermazione dell'assolutismo monarchico mai pronunciata da un re francese. Sembra si possa affermare che furono questi contrasti, sorti su un terreno politico concreto, più che le idee dei philosophes, a mettere in discussione la natura e la sede della sovranità, i caratteri della costituzione, della vera rappresentanza politica, della legge e dei diritti di cittadino. Nel 1775 i vecchi parlements furono aboliti: fu un libellista monarchico a denunciarli come "una mostruosa aristocrazia ereditaria ", e fu un nobile che, in loro difesa, dichiarò che la Francia doveva essere "sborbonizzata ". Quando salì al trono, nel 1774, Luigi XVI ricostituì i vecchi parlements, ma essi sfruttarono la riottenuta libertà per difendere il regime del privilegio. Nel 1776 non fu soltanto il congresso americano, ma anche il parlement della Bretagna, un'assemblea non meno privilegiata delle altre istituzioni europee di questo genere, a esaltare i propri "diritti imprescrittibili e inalienabili". In quello stesso anno, il parlement di Parigi fece chiaramente comprendere che cosa intendesse per costituzione: esso insorse contro il programma moderatamente egualitario di Turgot, che prevedeva qualche piccola riforma fiscale, l'abolizione dei privilegi delle corporazioni nonché la conversione delle corvées regie per la manutenzione stradale, che gravavano sui contadini, in una tassa corrisposta da tutte le classi. Tale "eguaglianza di doveri ", ammonì il parlement, avrebbe " distrutto la società civile ". E questi " sforzi dell'intelletto umano "costituivano un'inutile sfida alla "legge dell'universo" che assegnava ad ogni essere il suo giusto posto: il parlernent di Parigi, insomma, anticipava Edmund Burke. Esso dichiarò inoltre: "La monarchia francese, per sua costituzione, è composta di vari stati separati e distinti. Tale differenza di condizioni e di persone ha avuto origine con la nazione stessa, è nata con le nostre tradizioni e con il nostro modo di vita."
Nello stesso periodo il governo inglese aveva tentato di aumentare la sue entrate nelle colonie americane che, relativamente agli altri paesi, erano state finallora praticamente esenti da oneri fiscali: nel 1760 le imposte nell'America inglese non superavano la media di uno scellino pro capite, mentre in Gran Bretagna incidevano per ventisei scellini pro capite. Gli americani si opposero alla tassa sul bollo e all'imposizione di tariffe doganali, e negarono persino il diritto del parlamento inglese di imporre loro tasse di qualsiasi tipo. Il parlamento inglese reagì con il Declarator2 act (Dichiarazione di principio) del 1766, un affermazione intransigente di sovranità; tuttavia per il momento si astenne dall'applicarlo e rinunciò all'imposizione di nuove imposte. Ben presto, comunque, gli eventi si incaricarono di chiarire appieno il significato della dichiarazione: per aiutare la Compagnia delle Indie orientali, infatti, il parlamento la autorizzò a vendere direttamente il tè in America, nonostante l'opposizione dei mercanti delle colonie e dei loro esponenti politici, i quali vedevano in tale atto una forma surrettizia di tassazione. Quando i magazzini della compagnia nel porto di Boston vennero distrutti, il governo inglese, tenendo conto che il famoso tea party era solo l'ultimo di una lunga serie di disordini, giunse alla conclusione che il potere non poteva più essere esercitato nella colonia in base allo statuto concesso al Massachusetts nel 1691, e quindi il parlamento, valendosi dei suoi poteri sovrani,provò una legge "per meglio ordinare il governo della baia del Massachusetts che apportava mutamenti profondi alla costituzione della colonia senza prima consultare nessuno dei suoi abitanti: il potere dell'assemblea democraticamente eletta veniva ridotto, mentre veniva rafforzato quello del governatore nominato dal re. Gli americani di tutte le province videro in questa legge una minaccia gravissima alle loro libertà politiche, e inviarono delegati a un congresso continentale convocato per appoggiare il Massachusetts.

 

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