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8. La rivoluzione Americana e le sue ripercussioni.
Formalmente, dunque, la rivoluzione americana cominciò
come un movimento conservatore, inteso a difendere un'autonomia che coincideva
con privilegi politici è fiscali nell'ambito di un sistema politico
più vasto: in questo senso, essa assomigliava alle agitazioni belghe
o ungheresi, e persino alla rivoluzione francese, nella misura in cui
quest'ultima si aprì con una riaffermazione di privilegi corporativi
e di immunità fiscali contro il sovrano. Gli americani, come gli
ungheresi, i belgi, i brettoni, o come il parlement di Parigi, difendevano
le loro libertà costituzionali storiche, i loro " diritti
imprescrittibili e inalienabili ", le loro " tradizioni e consuetudini
di vita ". Ma vi era una differenza sostanziale. Parole come storia,
consuetudine, costituzione, diritto e libertà non avevano lo stesso
significato in America e in Europa: qui andavano intese nel contesto di
una società gerarchica, feudale, aristocratica ed ecclesiastica,
mentre là si riferivano a una situazione completamente diversa.
L'assemblea del Massachusetts, la camera sa, era effettivamente elettiva,
ed era eletta da una popolazione di piccoli agricoltori relativamente
eguali e indipendenti; da questo punto di vista, dunque, abisso la separava
dalla dieta ungherese, dagli "stati " del Brabante o della Bretagna,
dal parlement di Parigi e dallo stesso parlamento inglese. Ciò
che in America era conforme alle tradizioni e alle consuetudini costituiva
un innovazione radicale per l'Europa. In ogni caso, gli eventi spinsero
ben presto gli americani oltre i limiti di un semplice ripristino dello
status quo violato.
La lotta contro l'esercito inglese cominciò nell'aprile del 1775.
Numerosi americani, rifuggendo dalla rivolta armata, rimasero fedeli al
re e al parlamento; fu questo il caso, in particolare, di molti rappresentanti
di quell'aristocrazia provinciale che da generazioni gravitava intorno
alle autorità britanniche e nutriva per lo stile di vita inglese
una grande ammirazione. Tale atteggiamento la screditò agli occhi
dei patrioti. I capi della rivolta avevano bisogno dell'appoggio popolare
per impedire la restaurazione del potere inglese, cosicché uomini
di condizione sociale elevata, ormai compromessi e in pericolo, cercarono
di ingraziarsi le classi inferiori. In lotta con il parlamento inglese,
ripudiati dal re, messi al bando, in una situazione di completo sfacelo
di tutto il sistema governativo e giudiziario legale, gli insorti avevano
bisogno di trovare un nuovo principio di autorità, un nuovo sovrano
nel cui nome legittimare le loro azioni, e lo trovarono proclamando la
sovranità del popolo. Per uscire dall'anarchia, per creare il terreno
adatto all'instaurazione di una nuova forma di governo, per consentire
alle loro navi di entrare nei porti europei e per ottenere l'aiuto francese,
nel luglio del 1776 - dopo oltre un anno di guerra - i rivoltosi dichiararono
l'indipendenza degli Stati uniti d'America.
In America si è sempre molto discusso in che misura i nuovi Stati
uniti corrispondessero alle vecchie colonie separatesi dall'Inghilterra,
e in che misura avessero subito invece una rivoluzione interna. Certo
per gli esuli che si rifugiarono in Inghilterra o nel Canada, quella americana
fu un 'autentica rivoluzione: le loro proprietà furono confiscate
e trasferite a nuovi proprietari, piccoli e grandi. In alcuni stati il
suffragio fu esteso, in molti i governatori venivano ora eletti dalle
assemblee, e nel Massachusetts addirittura dal popolo; i vecchi consigli
nominati dai governatori erano sostituiti da camere alte elettive. Poiché
il clero anglicano si era schierato dalla parte dell'Inghilterra, la chiesa
anglicana cessò di essere, là dove era stata tale, chiesa
di stato; per contro nella Nuova Inghilterra la chiesa congregazionalista,
che era stata antinglese, conservò alcuni speciali privilegi; comunque,
dopo la rivoluzione nessun gruppo si senti più escluso dai diritti
politici per motivi religiosi. In generale, la rivoluzione aggiunse all'esaltazione
delle virtù popolari un radicato scetticismo verso le pretese aristocratiche
e una certa diffidenza verso ogni forma di superiorità individuale,
sentimenti che si erano già manifestati in America fin dall'epoca
dei primi insediamenti e che da allora hanno sempre caratterizzato l'atteggiamento
americano. Se gli Stati uniti - come ha osservato Louis Hartz - furono
il paese dell'aristocratico frustrato, mentre in Europa furono i democratici
a essere frustrati, il merito va attribuito alla rivoluzione americana
e all'esaltazione di cui fu oggetto.
In ogni caso, l'eco della rivoluzione americana in Europa fu enorme e
immediata. La guerra stessa ebbe profonde ripercussioni: in primo luogo,
esaurì il tesoro francese, e questa volta con conseguenze fatali;
inoltre, coinvolgendo gli olandesi, diede origine nel 1784-87 alla rivolta
dei " patrioti ", che si concluse in un fallimento; le sconfitte
in America, infine, convinsero nel 1782 l'Inghilterra della necessità
di concedere l'autonomia al parlamento irlandese. Le ripercussioni psicologiche
sono più difficili da valutare. I " volontari" irlandesi
e il partito dei " patrioti " olandesi costituirono reparti
armati sul modello americano; in Inghilterra, coloro che avevano cominciato
a battersi per una riforma parlamentare - come Wilkes, Cartwright, Price
e il conte di Abingdon - continuarono a simpatizzare per gli americani,
anche dopo la loro aperta rivolta, più dei whigs della corrente
di Burke. I radicali inglesi condividevano con gli americani la sfiducia
nel parlamento come istituzione corporativa, ed erano convinti che esso
dovesse rappresentare effettivamente il "popolo " ed essere
responsabile verso di esso; il comitato di Westminster del 1780, con le
sue proposte intese a creare un tipo moderno di rappresentanza democratica,
si spinse ancora più ìnnanzi degli americani. Henry Flood,
agitatore del parlamento irlandese prima, poi di quello inglese, nel 1790
additò l'esempio degli americani: "Il segreto dell' inadeguata
rappresentanza è stato svelato al popolo nella bufera della guerra
d'America," egli dichiarò alla camera dei comuni, e denunciò
tutte le imposture della rappresentanza " virtuale ", ammonendo
che gli inglesi, non meno degli americani, non sarebbero stati più
disposti ad accettarla. I riformatori inglesi erano in larga maggioranza
nonconformisti, e quindi si sentivano legati alla Nuova Inghilterra battendosi
per l'abrogazione del Test act e del Corporation act.1 Essi invocarono
a sostegno delle loro argomentazioni il fatto che nelle costituzioni statali
e in quella federale dell'America non vi era alcuna discriminazione politica
tra i membri delle varie confessioni; ma Pitt replicò affermando
che le costituzioni dei due paesi erano fondate su concezioni diverse
della chiesa e dello stato.2
"Non parlavamo che dell'America," scrisse molti anni dopo Talleyrand,
ricordando gli anni che precedettero la rivoluzione francese. L'entusiasmo
era grande soprattutto in Francia, ma non era affatto limitato ad essa.
In Finlandia alcuni nobili che cospiravano contro il re di Svezia citavano
George Washington; in Russia Aleksandr Radiscev cadde in disgrazia di
Caterina, la quale dichiarò che egli era peggiore di Pugaèèv
perché leggeva le opere di Benjamin Franklin; in Polonia il re
riformatore Stanislao Poniatowski collocò un busto di Washington
nel proprio studio, e in Toscana Pietro Leopoldo tenne presente la costituzione
della Virginia nell'elaborazione del suo progetto costituzionale. A Budapest
i massoni si definivano " loggia americana ", e in Italia vi
fu, prima della Carboneria, una società segreta di " filadelfi".
In Germania l'opinione pubblica era più divisa: da Hannover si
irradiava una propaganda flloinglese, ma moltissimi tedeschi espressero
il loro entusiasmo per gli americani in poesie, saggi, opere storiche
e opuscoli; la prima manifestazione di insofferenza nel piccolo stato
assolutistico dell'Assia si ebbe quando il langravio concesse truppe mercenarie
agli inglesi perché fossero impiegate in America.
In Francia, a parte le fantasiose descrizioni sullo stato di natura in
cui si immaginava vivessero gli americani, l'attenzione si concentrò
soprattutto sugli aspétti costituzionali dei nuovi stati, dei quali
si occuparono prima del 1789 uomini insigni quali Turgot, Mably, Condorcet,
Morellet e Mirabeau. Ciò che più impressionò tutti
costoro fu il fatto che gli americani avessero pianificato in modo organico
e razionale le nuove forme di governo. In ogni singolo stato i delegati
si erano riuniti in un'assemblea o convenzione che rappresentava la sovranità
popolare; tale assemblea aveva elaborato una costituzione scritta per
lo stato e aveva formato il governo, investendolo con un atto esplicito
della propria autorità; aveva istituito, definendone gli scopi,
vari uffici e funzioni, secondo un ingegnoso sistema di equilibri e contrappesi
che impediva ogni abuso di potere:
in breve, gli americani avevano messo in pratica il principio del contratto
sociale, dimostrandone la giustezza. Già i contrasti tra il re
e i parlements avevano suscitato grande interesse intorno al problema
costituzionale, e gli elogi della costituzione inglesè fin dai
giorni di Montesquieu avevano avuto lo stesso effetto. Ma le costituzioni
americane, che dopo il 1766 furono pubblicate parecchie volte in Francia,
erano diverse da quelle delineate dal parlement di Parigi o da Montesquieu.
Per la loro origine, esse rappresentavano un atto di libera e razionale
auto-decisione; nei loro articoli non si parlava affatto di diritti ereditari
del sovrano, dei magistrati e dei nobili; ogni potere era delegato dal
popolo; non vi erano più classi dominanti, ordini o " stati
" giuridicamente riconosciuti; privilegi fiscali e diritti speciali
o personali non erano più monopolio dell'aristocrazia; tutti erano
cittadini, uguali e liberi. I francesi, insoddisfatti della loro società,
idealizzarono quella americana. Alcuni si resero conto che essa aveva
ereditato molto dal suo passato inglese e coloniale; altri - ed era il
sintomo del diffondersi di una psicologia rivoluzionaria - posero in rilievo
ed esaltarono l'indole radicale del mutamento; ai loro occhi gli americani
erano privi di passato, non vincolati da un retaggio storico, liberi dal
pregiudizio, dalla superstizione e dall'oscurantismo medievale, quasi
personificazioni del concetto astratto di uomo. Nel 1780 Brissot confessava
a un amico la sua preferenza per una "riforma radicale e completa
" e aggiungeva: "O cento volte felice l'America, dove questa
riforma può essere attuata in ogni sua parte sin dalle fondamenta!
"
L'emancipazione del Nuovo mondo esercitò un particolare richiamo
su una generazione cosciente della vastità delle proprie concezioni
filosofiche, e i sentimenti accesi da questo grandioso spettacolo si fusero
con quelli suscitati dalla situazione esistente in patria. La missione
dell'illuminismo era stata quella di diffondere una grande fiducia nel
progresso sociale, e con la conquista dell'indipendenza americana tale
fiducia si trasformò in modo ancora più netto nella convinzione
che una nuova epoca stesse già nascendo. La rivoluzione americana
apparve, tranne che ai conservatori più ottusi, come il primo di
una serie di profondi mutamenti liberatori; ovunque si creò un'atmosfera
di attesa, e d'un tratto sembrò facile distruggere condizioni che
esistevano da secoli, tradurre in pratica gli schemi teorici di scrittori
filantropi; non potevano altri ripetere ciò che avevano fatto gli
americani? Il senso dell'immutabilità degli ordinamenti esistenti
venne meno, e s'accrebbe l'impazienza generale. "Tra poco tempo,
" scrisse esaltando l'America un avvocato di Tolosa che dieci anni
più tardi, come membro della convenzione, avrebbe votato a favore
della condanna a morte di Luigi xvI, "non ci sarà più
nulla che l'uomo non possa raggiungere."
In particolare cominciò a manifestarsi, soprattutto nel ceto borghese,
una crescente insofferenza per i costumi e i privilegi degli aristocratici,
un'insofferenza creata dalle condizioni europee e resa ancor più
acuta dalla visione dell'America. Il borghese europeo assistette con gioia
alla nascita di un paese in cui nessuno gli era superiore per rango, un
paese in cui la gente come lui era apprezzata, dove il vero merito veniva
ricompensato, dove nessuna classe era inutile o puramente decorativa,
e dove gli uomini venivano, giudicati a seconda delle loro capacità
e della loro utilità. Un impiegato del ministero degli esteri francese,
cedendo alla poetica, espresse la sua ardente aspirazione di vivere in
un paese come l'America,
où sans distinction de naissance et de rang
l'homme le plus honnéte et le plus respectable,
le plus utile enfin, soit toujours le plus grand.3
E l'anonimo autore di una poesia pubblicata nel Berliner
Monatschrift " nel 1783 anelava alla terra "dove dimora la dolce
eguaglianza, e dove nessuna progenie di nobili, flagello d'Europa, corrompe
i semplici costumi degli uomini migliori ". In queste espressioni
- e in altre che non si riferiscono all'America -avvertiamo un senso di
profonda estraniazione nei riguardi della società in cui questi
uomini vivevano e dei suoi valori, un rifiuto e un'evasione spirituale.
Madame Roland sognava di vivere felice con il marito in Pennsylvania;
un tedesco si dichiarava sorpreso che mezza Europa non avesse già
traversato l'Atlantico, e in Inghilterra persino uomini di prestigio come
Jarnes Watt e Matthew Boulton accarezzarono l'idea di trasferirsi negli
Stati uniti, indignati dalle violenze di cui nel 1791 era stato vittima
a Birmingham il loro amico Priestley ad opera di una folla di fanatici
religiosi e realisti.
Più numerosi di quanto non si pensi furono gli spiriti irrequieti
che emigrarono effettivamente. L'olandese Adrian van der Kemp, dopo la
disfatta del partito dei "patrioti", partì per New York;
un giovane svizzero, arrestato dalle autorità di Berna per attività
sovversiva, fuggì e si rifugiò in America, e lo stesso fece
un tedesco, Schmohl, che aveva scritto un opuscolo dal titolo Nordamerika
und Demokratie ("Il Nordamerica e la democrazia"); il polacco
Niemcewizc, dopo la sconfitta di Kosciuszko nel 1794, si stabilì
nel New Jersey, dove si sposò, e tornò in Polonia solo all'epoca
del granducato napoleonico. Tra gli inglesi, il più famoso emigrante
fu James Priestley, ma ve ne furono altri, come Thomas Cooper e John Binns,
che presero la via dell'esilio dopo la repressione del movimento di riforma
parlamentare. Tra gli irlandesi, Hamilton Rowan, Wolfe Tone e Napper Tandy
emigrarono in America nel 1795, e gli ultimi due tornarono in Europa soltanto
quando la guerra francese sembrò far sorgere nuove speranze per
il loro movimento. Gli annali politici degli Stati uniti nell'ultimo decennio
del secolo abbondano di nomi di persone, giunte dall'Inghilterra, dalla
Scozia e dall'Irlanda, che avevano abbandonato il loro paese per ragioni
politiche e che in generale diventarono figure di primo piano del nuovo
partito jeffersoniano:
" vili agenti dì una democrazia straniera ", li definivano
i federalisti conservatori. Le leggi americane del 1798 sugli stranieri
e sui movimenti sediziosi erano dirette soprattutto contro i radicali
inglesi e irlandesi, dal momento che nonostante la diffusa paura del giacobinismo
francese pochissimi giacobini francesi emigrarono effettivamente. Va notato
tuttavia che Edmond Genét, il focoso girondino che nel 1793, quando
era ambasciatore a Filadelfia, aveva infiammato gli americani, non soltanto
si stabilì in America, ma si sposò con una donna della buona
società newjorkese; anni dopo, Tocqueville scoprì un vecchio
giacobino dei tempi del terrore che viveva nell'ovest americano, dove
l'atmosfera accogliente del nuovo paese l'aveva trasformato in un cittadino
posato e soddisfatto.
L'entusiasmo per la rivoluzione americana coincise con un altro fattore
almeno altrettanto importante, senza il quale l'epoca rivoluzionaria può
essere difficilmente compresa. Nella seconda metà del Settecento
si ebbe uno straordinario sviluppo delle comunicazioni: furono costruite
nuove strade, migliorati i servizi postali, i servizi di diligenza e le
locande, il che rese più facili i contatti tra i viaggiatori appartenenti
a paesi e classi diversi. Quando, verso il 1760, Antoine-René Thibaudeau
si recò per la prima volta da Poitiers a Parigi, dovette viaggiare
a cavallo impiegando una settimana; quando nel 1789 ritornò nella
capitale come deputato, vi si recò in diligenza - una turgotine
e raggiunse Versailles in tre giorni. Quando nel 1788 il duca di Orléans
volle propagandare le sue idee nelle province, non dovette far altro che
spedire per posta il suo materiale: nessuno dei suoi antenati aveva mai
avuto a sua disposizione mezzi di sovversione così efficaci. In
quest'epoca si assiste inoltre a uno straordinario sviluppo della stampa,
del numero di libri, riviste e giornali, del loro carattere popolare e
del pubblico dei lettori. In Inghilterra vi erano novanta giornali e riviste
nel 1750, 158 nel 1780 e 264 nel 18oo, e in Germania l'espansione fu ancora
più rapida. In America, in uno stato dai confini stabili come il
New Jersey, comparvero un nuovo giornale nel 1760-70, cinque nel 1770-80,
dieci nel 1780-90 e diciannove nel decennio successivo. In Francia la
massima espansione si ebbe con la rivoluzione - che, tra le altre cose,
rivoluzionò il giornalismo - con non meno di 1350 giornali fondati
a Parigi soltanto tra il 1789 e il i8oo, molti dei quali, naturalmente,
ebbero breve vita.
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