Luciano Pellicani,
Introduzione a Ortega y Gasset, J., La ribellione delle masse,
Il Mulino, Bologna 1984 (pp. 14-24).

Ortega vide con estrema chiarezza che ciò che aveva caratterizzato l'esistenza storica della civiltà occidentale era il pluralismo politico che tale pluralismo aveva impedito il formarsi di uno Stato onnipotente e livellatore, capace con i suoi formidabili apparati coercitivi di schiacciare ogni contro-potere. Da ciò egli estrasse la conclusione che la libertà - valore supremo e fonte di tutti gli altri valori - poteva essere difesa solo elevando una fitta barriera di contro-poteri e creando "riserve private" sottratte all'ingerenza del Potere pubblico e della stessa collettività. E percepì prontamente che era in atto in Europa un processo di erosione di tutte le barriere elevate dal vecchio liberalismo contro la naturale tendenza dello Stato a sottoporre tutto e tutti al suo controllo. Il che tuttavia non lo portò ad una acritica esaltazione del liberalismo ottocentesco. Riconobbe con estrema lealtà che il liberalismo non era affatto la parola definitiva sui problemi della Città, che esso si era sovente comportato con grave ipocrisia e che doveva essere superato. Ma gli sembrava "pazzesco" bruciare sull'altare della rivoluzione una delle più grandi conquiste della civiltà occidentale grazie alla quale era stato debellato il più orribile dei 7 flagelli: il dispotismo, cioè la totale subordinazione delle vite umane alla volontà insindacabile dei detentori degli strumenti di coercizione.
Ma era esattamente ciò che stava accadendo in Europa. A partire dalla fine della Grande Guerra un nuovo grido era stato lanciato: "Tutto nello Stato; nulla fuori dello Stato; nulla contro lo Stato". Un grido che era una vera e propria dichiarazione di guerra permanente contro il pluralismo che accomunava, al di là delle distinte motivazioni etico-politiche e delle inconciliabili formule ideologiche, fascismo e comunismo. In effetti, sia la rivoluzione bolscevica che la rivoluzione fascista avevano proclamato che il tempo storico del liberalismo volgeva alla fine e che la distinzione fra Stato e società civile era un feticcio che doveva essere abbattuto manu militari; e non esitavano a dichiarare che, per realizzare i loro fini rivoluzionari, occorreva statizzare integralmente la società, politicizzare ogni cosa - l'economia, l'arte, la filosofia, l'educazione - ed elevare il partito ad unico regolatore della vita umana (individuale e collettiva).
Il fenomeno, secondo Ortega, rivelava in modo inequivocabile che la continuità storica della civiltà occidentale stava per essere spezzata. Dappertutto emergevano atteggiamenti e idee anti-liberali. Si rifiutava il principio della discussione, si metteva in stato d'accusa il Parlamento, si attaccava l'idea stessa di compromesso, si proclamava che la ragione aveva fatto il suo tempo. Insomma, i sintomi erano tanti e tali da legittimare la tesi che l'Europa stava volgendo le spalle alla sua tradizione culturale in nome di valori e di progetti politici che rivelavano che era in atto un vero e proprio processo di rimbarbarimento degli spiriti. Occorreva, pertanto, diagnosticare al più presto, e nel modo più rigoroso e completo, il male oscuro che stava corrodendo la fede liberale che per generazioni aveva guidato l'uomo occidentale.
Con La ribellione delle masse Ortega intese, per l'appunto, compiere tale diagnosi. Prima di tutto egli scartò ogni interpretazione ottimistica o comunque rassicurante dell'ondata totalitaria che stava investendo il vecchio continente. Essa non gli sembrava un fenomeno accidentale, bensì l'espressione di cambiamenti decisivi avvenuti nella struttura psichica dell'uomo medio. Un nuovo tipo antropologico si era formato nel seno della società industriale - l'uomo-massa- e si stava impossessando della scena storica. Ciò stava accadendo perché l'industrialismo, modificando improvvisamente le condizioni materiali di vita delle moltitudini, aveva messo in moto un processo di corrosione dei valori e dei modelli di comportamento tradizionali. La modernità, dunque, presentava un drammatico paradosso: produceva nel suo seno i suoi becchini, che non erano affatto gli operai, eredi storici della filosofia classica tedesca (come credevano ottimisticamente Marx ed Engels) bensì gli uomini-massa.
Ogni civiltà si sviluppa nella misura in cui sa produrre nel suo seno un tipo d'uomo medio che abbia caratteristiche intellettuali e morali conformi ai valori che essa intende coltivare. Per quanto anonimo e impersonale, l'uomo medio è il sostegno più solido dell'esistenza storica di una civiltà, poiché dalle sue caratteristiche più tipiche - pregi, difetti, attitudini, sensibilità, moralità effettiva - dipende il normale funzionamento della vita collettiva. Senonchè, a partire grosso modo dalla fine della Grande Guerra, si erano manifestati numerosi e vistosi sintomi che rivelavano una grave distorsione nel processo di socializzazione dell'uomo medio occidentale. Il tipo antropologico che la modernità stava producendo con ritmo crescente era un uomo caratterizzato da una psicologia e da un sistema di valori che erano in netto contrasto con i principi che avevano animato la civiltà liberale. Dal fondo della modernità avanzava una inquietante figura che si muoveva in direzione opposta a quella m cui si era mossa l'Europa a partire dal Rinascimento. Il segreto dell'Europa, ciò che aveva costituito la fonte inesauribile del suo singolare destino storico e della sua superiorità materiale e spirituale, era racchiuso per intero dell'individualismo. La cultura europea doveva tutti i suoi spettacolari successi al fatto che non aveva giocato le sue fiches su una sola carta - cioè su un unico modello di vita - e che aveva praticato la sperimentazione in tutti i campi. Essa aveva esaltato l'uomo in quanto individuo distinto e contrapposto al collettivo, e in esso aveva visto il valore supremo e la fonte di tutti i valori.
Ebbene: il "nuovo uomo medio" era l'antitesi dell'uomo che aveva prodotto la modernità stessa. Era un uomo-massa non perché moltitudinario, bensì perché inerte come la massa, privo di memoria storica e di legami organici con la tradizione. Né si poteva dire che esso fosse l'uomo prevalente delle classi economicamente inferiori, dal momento che lo si poteva trovare in tutte le classi. Egli era il precipitato storico-culturale delle storture connesse alla crescita .tumultuosa e frenetica della società industriale. Simile a un primitivo apparso tumultuosamente in un ambiente complesso e altamente civilizzato, era una sorta di Naturmensch cui sfuggiva il fatto che la cultura in cui e di cui viveva era il risultato precario di secoli di sforzi reiterati, di geniali invenzioni e di fortunate sperimentazioni. La vedeva così perfetta, dinamica, progressiva che era spontaneamente indotto a considerarla un dono della natura. Ciò portava l'uomo-massa a muoversi fra i prodotti della civiltà industriale - beni, tecniche, istituzioni - come se questi fossero indistruttibili. Egli non si curava minimamente delle condizioni che rendevano possibile e tenevano in vita la civiltà moderna. L'unica sua preoccupazione era la ricerca del benessere e la sola sua occupazione assorbente era la soddisfazione dei suoi appetiti materiali. E ciò accadeva perché la civiltà industriale era di indole tale da permettere all'uomo medio di installarsi comodamente in un mondo di cui non percepiva che la sovrabbondanza. Il che finiva per falsificarlo, per viziarlo alla radice e per nascondergli il carattere irrimediabilmente problematico del progresso. A ciò si doveva aggiungere il fatto che il modesto patrimonio culturale di cui disponeva lo rendeva incapace di decifrare la complessità del mondo in cui viveva e di essere all'altezza del livello storico raggiunto dalla civiltà industriale.
Né si poteva dire che tale inadeguatezza fosse assente nelle sfere sociali elevate. Infatti, era proprio nel seno degli strati più colti della classe dominante - la borghesia - che si trovavano i tipici rappresentanti della "massa volgare": i tecnici e gli uomini di scienza. Una nuova forma di barbarie - già intravista da Max Weber quando parlava con apprensione degli "specialisti senza scienza" che minacciavano di pietrificare la cultura europea - su annunciava all'orizzonte: l'iperspecialismo. L'ideale goethiano dell'uomo totale era ormai divenuto un'utopia poiché gli imperativi funzionali dell'industrialismo spingevano energicamente verso la produzione di un uomo a una dimensione: lo specialista. Certamente solo tramite l'applicazione metodica del principio della divisione del lavoro, la scienza e la tecnologia potevano progredire: la storia europea degli ultimi due secoli mostrava ciò in modo inequivocabile. Ma - avvertiva Ortega -, l'iperspecializzazine stava generando una strana genia di uomini, che non erano né dotti né ignoranti e che, abilissimi quando si muovevano nel loro ristretto ambito, apparivano inadeguati e goffi quando dovevano fronteggiare problemi e temi di ordine generale. L'iperspecializzazione li rinchiudeva in se stessi e li rendeva ermetici, quindi lontanissimi dallo spirito animatore della straordinaria avventura storica della civiltà occidentale.
L'ermetismo intellettuale - cioè la cosciente ed arrogante obliterazione dell'anima e quindi il rifiuto metodico del dialogo - era la caratteristica psicologica dell'uomo-massa più gravida di conseguenze negative. Dato che egli si riteneva perfetto, non avvertiva minimamente l'insufficienza e il carattere acritico dei suoi giudizi. Il che lo portava ad assumere puntualmente un atteggiamento aggressivo ed intollerante nei confronti degli altri. Non si limitava a considerarsi eccellente mentre era volgare, ma pretendeva affermare la volgarità come diritto e il diritto alla volgarità. Un tempo esistevano questioni che l'uomo medio riconosceva di non poter intendere, e perciò si affidava al gusto e alla competenza di chi ne sapeva di più. Nel XX secolo invece l'uomo medio pretendeva avere idee più tassative su quanto avveniva nel mondo: non c'era questione della vita pubblica in cui non interveniva, cieco e sordo come era, per imporre i suoi gusti e le sue opinioni. Di qui il suo pervicace rifiuto della discussione. L'uomo-massa si sarebbe sentito perduto se avesse accettato il metodo del dialogo e d'istinto lo rifiutava, e con esso rifiutava lo spirito animatore della civiltà liberale. Per questo - concludeva Ortega - la novità in Europa era farla finita con le discussioni e con tutte le mediazioni istituzionali ideate dalla cultura liberale.
L'ermetismo dell'anima, che spingeva l'uomo-massa a intervenire in ogni campo della vita pubblica, lo portava anche a un procedimento unico di intervento: l'azione diretta. E dato che la civiltà per Ortega non era altro, al fondo, che una interminabile serie di sforzi per ridurre la violenza ad extrema ratio, la proclamazione dell'azione diretta - che elevava la violenza a prima ratio - non poteva non apparire il trionfo della barbarie. L'azione diretta, in effetti, era la norma che proponeva l'abolizione di ogni norma e di ogni forma di compromesso, quindi la norma che rifiutava l'idea stessa di convivenza civile. E l'uomo-massa era irresistibilmente attratto dall'azione diretta poiché non voleva né avere ragione né, tanto meno, dare ragione: egli voleva solo una cosa: imporre con qualsiasi mezzo la sua volontà. Per questo proclamava senza alcun ritegno il diritto di non avere ragione, cioè la ragione della non-ragione. Di qui la mania statalistica e la frenesia nazionalistica che caratterizzavano l'epoca delle masse: esse tradivano, più di qualsiasi altro fenomeno, lo spirito collettivistico ed esclusivistico dell'uomo che sembrava destinato a occupare da padrone la scena europea.
Sentendosi anonimo e onnipotente, l'uomo-massa si identificava spontaneamente Con l'anonimità e l'onnipotenza dello Stato nazionalistico e guardava come a relitti di un miserevole passato lo Stato di diritto, l'individualismo e il pluralismo. L'epoca delle masse si annunciava perciò come l'epoca dei cori e dei corpi paramilitari o, più precisamente, come l'epoca in cui il partito, plagiando la società civile e convertendo ogni individuo in un ingranaggio della macchina statale, avrebbe trasformato l'Europa in un gigantesco termitaio.
Si capisce agevolmente, allora, perché Ortega vedeva nel fenomeno della ribellione delle masse una vera e propria "invasione verticale dei barbari". Molte civiltà del passato erano perite a causa di improvvise e sconvolgenti invasioni di agenti esterni. La civiltà moderna, per contro, rischiava di perire a causa dell'azione corrosiva dei "barbari interni" che essa stessa produceva quasi automaticamente. Questi salivano dal fondo della società, si insignorivano di tutti gli ambienti sociali, imponevano il loro stile di comportamento in ogni sfera della vita pubblica, involgarivano ogni cosa e, quel che era più grave, tendevano a fagocitare i principi, i valori, le norme, lo spirito stesso della civiltà liberale. Così l'ingresso delle masse sulla scena della storia stava per trasformarsi nel trionfo dell'uomo-massa, vale a dire della barbarie.
Da questo punto di vista, il fascismo non poteva non apparire come un tipico movimento di uomini-massa, diretto da leader estemporanei, volgari, senza radici né memoria storica, che volevano imporre le loro "ragioni" esclusivamente attraverso il ricorso all'azione diretta e che intendevano cancellare tutto ciò che non era in armonia con il loro progetto totalitario, creando una struttura di dominio onnipotente e onnipervasiva. I suoi successi politici e l'attrazione che esercitava sulle masse di tutta l'Europa, ad eccezione della "esemplare" Inghilterra, metteva in luce in modo inequivocabile che si era verificata una inquietante rottura con la tradizione culturale occidentale.
Il collegamento organico fra la ribellione delle masse e il fascismo permise ad Ortega di vedere che quest'ultimo non era affatto un fenomeno congiunturale, bensì la tipica espressione della malattia mortale - 1'"invasione verticale dei barbari" - che stava corrodendo i tessuti vitali della civiltà occidentale. Un tempo questa era sicura di sé e del suo destino progressista: avanzava con passo energico, orgogliosamente cosciente della sua forza. Ma, a partire dalla Grande Guerra, gli europei avevano improvvisamente avvertito la sensazione di non avere più un futuro e di non essere più in grado di plasmare il proprio destino. Le prognosi catastrofiche si moltiplicavano - basti pensare al Tramonto dell'Occidente di Spengler, in cui si proclamava l'imminente finis Europae - e la sfiducia si faceva generale. In un tale clima di demoralizzazione - una vera e propria crisi di anomia a livello continentale - l'uomo medio europeo si rifiutava di affidare il proprio destino alle tradizionali élites, ammalate di bizantinismo e di mandarinismo, e si identificava con quei "terribili semplificatori" che annunciavano la salvezza attraverso la rivoluzione permanente e l'espansione illimitata della giurisdizione potestativa dello Stato. Per questo le nuove minoranze dirigenti lo erano di fatto ma non di diritto: comandavano perché esprimevano il modo d'essere e di sentire dell'uomo volgare, non già perché erano delle autentiche aristocrazie.
Una siffatta diagnosi della crisi dell'Europa si pone in netta antitesi della teoria della "parentesi storica" proposta da Benedetto Croce, secondo cui i fascisti erano i "barbari esterni" della civiltà liberale. Al contrario, per Ortega l'invasione totalitaria era un fenomeno ancora più inquietante, poiché aveva le sue radici nelle viscere stesse della modernità: era una "invasione interna", un processo di rimbarbarimento che la società industriale alimentava con il suo stesso dinamismo. Per questo La ribellione delle masse è stata definita una "voce ammonitrice" fondata su una penetrante analisi delle cause profonde della paurosa crisi di identità in cui l'Europa era precipitata all'indomani della Grande Guerra: una crisi maturata da lungo tempo ed esplosa virulenta nei paesi dove la cultura liberale era stata superficialmente assimilata e le sue istituzioni operavano su un terreno sociale friabile.
E tuttavia molti hanno visto nella Ribellione delle masse una condanna senza appello della modernità e una enfatica riproposizione della critica niciana della democrazia di massa. Certamente il discorso orteghiano non è privo di gravi ambiguità. Ma ciò dipende, almeno in parte, dal fatto che Ortega riteneva che la ribellione delle masse era "una potenza bifronte di trionfo e di morte, che non solo consentiva, ma esigeva una duplice interpretazione, favorevole e peggiorativa". Per questo, pur riconoscendo che l'"impero delle masse presentava un lato vantaggioso, in quanto significava un'ascesa di tutto il livello storico e rivelava che la vita media si muoveva su un piano superiore a quella che percorreva nel passato ", e che per ciò stesso avrebbe potuto essere "la transizione a una nuova e superiore organizzazione dell'umanità", Ortega scorgeva nella "esplosione" della modernità pericoli mortali per la stessa civiltà. In altre parole, Ortega riteneva che l'Europa era condannata, per così dire, a procedere nella direzione della democrazia di massa, ma contemporaneamente si chiedeva se ciò non implicava il rischio di una corruzione catastrofica dei suoi valori costitutivi. Pertanto, è fuorviante leggere La ribellione delle masse come l'espressione concettuale di una nostalgia reazionaria del passato, anche se è indubbio che non poche formule orteghiane legittimano tale interpretazione. Va inoltre tenuto costantemente presente che, quando Ortega lanciava il suo accorato allarme, il totalitarismo (fascista e comunista) stava sferrando i suoi micidiali attacchi contro la società aperta - il che non poteva non suscitare quanto meno la preoccupazione che l'ingresso delle masse sulla scena storica potesse risultare letale per la civiltà liberale. Come integrare milioni di individui dentro la cultura e le istituzioni liberali. Questo era il drammatico interrogativo che si pose Ortega. E ad esso rispose non invitando gli europei a ripercorrere i sentieri del liberalismo oligarchico dell'Ottocento, bensì (a) auspicando la sostituzione del laissez fare con uno Stato socializzatore capace di realizzare "la liberazione dell'operaio" e (b) indicando nella costruzione degli Stati Uniti d'Europa la Weltpolitik alla quale gli europei avrebbero potuto uscire dall'impasse in cui li aveva condotti il nazionalismo.
Comunque, quale che sia l'effettivo significato politico-culturale della Ribellione delle masse, è fuori dubbio che in essa sono fissati gli elementi essenziali di quella interpretazione della civiltà moderna che, marxismo a parte, molto probabilmente ha esercitato la maggiore influenza nel mondo occidentale, la teoria della società di massa. Alla magistrale descrizione ideal-tipica del "barbaro verticale" compiuta da Ortega si sono ispirati decine di diagnosi della crisi della civiltà occidentale, da Karl Mannheim ad Hannah Arendt, da David Riesman ad Herbert Marcuse. Né si può dire che La ribellione delle masse sia un'opera ormai datata. Tutt'altro. Basti pensate che Jules Monnerot, richiamandosi esplicitamente ad Ortega, ha visto nei cøntestatori del Sessantotto i "nuovi barbari verticali", e che Adorno, Horkheimer ed Habermas non hanno esitato a definite il movimento studentesco un "fascismo di sinistra" con maschera di socialismo. E, in effetti, molti tratti dell'"universo contestazionario" sembrano essere il ricalco fedele dello schema fenomenologico tracciato da Ortega: psicologia del bambino viziato, ermetismo intellettuale, rifiuto del dialogo, idolatria dell'azione diretta, negazione radicale e totale del liberalismo. Il che è più che sufficiente per guardare con apprensione al futuro dell'Occidente, il quale, evidentemente, continua a produrre individui che vivono di ciò che negano - la tradizione culturale liberale - e che un domani potrebbero risultare i suoi affossatori storici.
Certo, il quadro complessivo della civiltà europea oggi è assai meno preoccupante di quello che aveva davanti Ortega quando scriveva La ribellione delle masse. L'offensiva fascista contro la società aperta è stata sconfitta; si è verificata la socializzazione delle libertà liberali, grazie soprattutto alla politica riformista dei partiti socialdemocratici; infine è stato avviato il processo di costruzione degli Stati Uniti d'Europa. Ciò non di meno, è difficile non leggere con inquietudine coloro i quali, da Raymond Aron negli ultimi anni hanno ripreso il tema della decadenza dell'Europa e hanno sottolineato che la "guerra culturale" fra la tentazione totalitaria e le aspirazioni liberali continua e che il suo esito finale è tutt'altro che scontato. A oltre cinquant'anni dal grido d'allarme lanciato da Ortega, l'Europa resta un continente alla deriva, che rischia una catastrofe di proporzioni storiche se si indebolisce la vigilanza liberal-democratica e con essa la consapevolezza che la civiltà in cui e di cui viviamo è simile a un giardino che richiede cure assidue, altrimenti si riempie di erbacce o si trasforma in un arido deserto.


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