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Niccolò
Machiavelli
Il Principe
Capitolo
VIII
Di quelli che per scelleratezze sono venuti al principato
De his qui per scelera ad principatum pervenere.
1. -
Ma perché di privato si diventa principe ancora in dua modi, il che non
si può al tutto o alla fortuna o alla virtù attribuire, non mi pare da
lasciarli indrieto, ancora che dell'uno si possa più diffusamente ragionare
dove si trattassi delle repubbliche. Questi sono quando, o per qualche
via scellerata e nefaria si ascende al principato, o quando uno privato
cittadino con il favore delli altri sua cittadini diventa principe della
sua patria. E, parlando del primo modo, si monstrerrà con dua esempli,
l'uno antiquo l'altro moderno, sanza intrare altrimenti ne' meriti di
questa parte, perché io iudico che basti, a chi fussi necessitato, imitarli.
2. - Agatocle
siciliano, non solo di privata fortuna, ma di infima et abietta, divenne
re di Siracusa. Costui, nato d'uno figulo, tenne sempre, per li gradi
della sua età, vita scellerata; non di manco accompagnò le sua scelleratezze
con tanta virtù di animo e di corpo, che, voltosi alla milizia, per li
gradi di quella pervenne ad essere pretore di Siracusa. Nel quale grado
sendo constituito, e avendo deliberato diventare principe e tenere con
violenzia e sanza obligo d'altri quello che d'accordo li era suto concesso,
et avuto di questo suo disegno intelligenzia con Amilcare cartaginese,
il quale con li eserciti militava in Sicilia, raunò una mattina el populo
et il senato di Siracusa, come se elli avessi avuto a deliberare cose
pertinenti alla repubblica; et ad uno cenno ordinato, fece da' sua soldati
uccidere tutti li senatori e li più ricchi del popolo. Li quali morti,
occupò e tenne el principato di quella città sanza alcuna controversia
civile. E, benché da' Cartaginesi fussi dua volte rotto e demum assediato,
non solum possé defendere la sua città, ma, lasciato parte delle sue genti
alla difesa della obsidione, con le altre assaltò l'Affrica, et in breve
tempo liberò Siracusa dallo assedio e condusse Cartagine in estrema necessità:
e furono necessitati accordarsi con quello, esser contenti della possessione
di Affrica, et ad Agatocle lasciare la Sicilia.
3. -
Chi considerassi adunque le azioni e virtù di costui, non vedrà cose,
o poche, le quali possa attribuire alla fortuna; con ciò sia cosa, come
di sopra è detto, che non per favore d'alcuno, ma per li gradi della milizia,
li quali con mille disagi e periculi si aveva guadagnati, pervenissi al
principato, e quello di poi con tanti partiti animosi e periculosi mantenessi.
Non si può ancora chiamare virtù ammazzare li sua cittadini, tradire li
amici, essere sanza fede, sanza pietà, sanza religione; li quali modi
possono fare acquistare imperio, ma non gloria. Perché, se si considerassi
la virtù di Agatocle nello intrare e nello uscire de' periculi, e la grandezza
dello animo suo nel sopportare e superare le cose avverse, non si vede
perché elli abbia ad essere iudicato inferiore a qualunque eccellentissimo
capitano. Non di manco, la sua efferata crudeltà e inumanità, con infinite
scelleratezze, non consentono che sia infra li eccellentissimi uomini
celebrato. Non si può, adunque, attribuire alla fortuna o alla virtù quello
che sanza l'una e l'altra fu da lui conseguito.
4. -
Ne' tempi nostri, regnante Alessandro VI, Liverotto Firmano, sendo più
anni innanzi rimaso piccolo, fu da uno suo zio materno, chiamato Giovanni
Fogliani, allevato, e ne' primi tempi della sua gioventù dato a militare
sotto Paulo Vitelli, acciò che, ripieno di quella disciplina, pervenissi
a qualche eccellente grado di milizia. Morto di poi Paulo, militò sotto
Vitellozzo suo fratello; et in brevissimo tempo, per essere ingegnoso,
e della persona e dello animo gagliardo, diventò el primo uomo della sua
milizia. Ma, parendoli cosa servile lo stare con altri, pensò, con lo
aiuto di alcuni cittadini di Fermo a' quali era più cara la servitù che
la libertà della loro patria, e con il favore vitellesco, di occupare
Fermo. E scrisse a Giovanni Fogliani come, sendo stato più anni fuora
di casa, voleva venire a vedere lui e la sua città, et in qualche parte
riconoscere el suo patrimonio: e perché non s'era affaticato per altro
che per acquistare onore, acciò ch'e' sua cittadini vedessino come non
aveva speso el tempo in vano, voleva venire onorevole et accompagnato
da cento cavalli di sua amici e servidori; e pregavalo fussi contento
ordinare che da' Firmani fussi ricevuto onoratamente; il che non solamente
tornava onore a lui, ma a sé proprio, sendo suo allievo.
5. -
Non mancò, per tanto Giovanni di alcuno offizio debito verso el nipote;
e fattolo ricevere da' Firmani onoratamente, si alloggiò nelle case sua:
dove, passato alcuno giorno, et atteso ad ordinare quello che alla sua
futura scelleratezza era necessario, fece uno convito solennissimo, dove
invitò Giovanni Fogliani e tutti li primi uomini di Fermo. E, consumate
che furono le vivande, e tutti li altri intrattenimenti che in simili
conviti si usano, Liverotto, ad arte, mosse certi ragionamenti gravi,
parlando della grandezza di papa Alessandro e di Cesare suo figliuolo,
e delle imprese loro. A' quali ragionamenti respondendo Giovanni e li
altri, lui a un tratto si rizzò, dicendo quelle essere cose da parlarne
in loco più secreto; e ritirossi in una camera, dove Giovanni e tutti
li altri cittadini li andorono drieto. Né prima furono posti a sedere,
che de' luoghi secreti di quella uscirono soldati, che ammazzorno Giovanni
e tutti li altri.
6. -
Dopo il quale omicidio, montò Liverotto a cavallo, e corse la terra, e
assediò nel palazzo el supremo magistrato; tanto che per paura furono
costretti obedirlo e formare uno governo, del quale si fece principe.
E, morti tutti quelli che, per essere malcontenti, lo potevono offendere,
si corroborò con nuovi ordini civili e militari; in modo che, in spazio
d'uno anno che tenne el principato, lui non solamente era sicuro nella
città di Fermo, ma era diventato pauroso a tutti li sua vicini. E sarebbe
suta la sua espugnazione difficile come quella di Agatocle, se non si
fussi lasciato ingannare da Cesare Borgia, quando a Sinigaglia, come di
sopra si disse, prese li Orsini e Vitelli; dove, preso ancora lui, uno
anno dopo el commisso parricidio, fu, insieme con Vitellozzo, il quale
aveva avuto maestro delle virtù e scelleratezze sua, strangolato.
7. - Potrebbe
alcuno dubitare donde nascessi che Agatocle et alcuno simile, dopo infiniti
tradimenti e crudeltà, possé vivere lungamente sicuro nella sua patria
e defendersi dalli inimici esterni, e da' sua cittadini non li fu mai
cospirato contro; con ciò sia che molti altri, mediante la crudeltà non
abbino, etiam ne' tempi pacifici, possuto mantenere lo stato, non che
ne' tempi dubbiosi di guerra. Credo che questo avvenga dalle crudeltà
male usate o bene usate. Bene usate si possono chiamare quelle (se del
male è licito dire bene) che si fanno ad uno tratto, per necessità dello
assicurarsi, e di poi non vi si insiste drento ma si convertiscono in
più utilità de' sudditi che si può. Male usate sono quelle le quali, ancora
che nel principio sieno poche, più tosto col tempo crescono che le si
spenghino. Coloro che osservano el primo modo, possono con Dio e con li
uomini avere allo stato loro qualche remedio, come ebbe Agatocle; quelli
altri è impossibile si mantenghino.
8. -
Onde è da notare che, nel pigliare uno stato, debbe l'occupatore di esso
discorrere tutte quelle offese che li è necessario fare; e tutte farle
a un tratto, per non le avere a rinnovare ogni dí, e potere, non le innovando,
assicurare li uomini e guadagnarseli con beneficarli. Chi fa altrimenti,
o per timidità o per mal consiglio, è sempre necessitato tenere el coltello
in mano; né mai può fondarsi sopra li sua sudditi non si potendo quelli
per le fresche e continue iniurie assicurare di lui. Perché le iniurie
si debbono fare tutte insieme, acciò che, assaporandosi meno, offendino
meno: e benefizii si debbono fare a poco a poco, acciò che si assaporino
meglio. E debbe, sopr'a tutto, uno principe vivere con li suoi sudditi
in modo che veruno accidente o di male o di bene lo abbi a far variare:
perché, venendo per li tempi avversi le necessità, tu non se' a tempo
al male, et il bene che tu fai non ti giova, perché è iudicato forzato,
e non te n'è saputo grado alcuno.
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© 1996 - by prof. Giuseppe Bonghi
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