Niccolò Machiavelli
Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio
LIBRO 1
Ancora che, per la
invida natura degli uomini, sia sempre suto non altrimenti periculoso trovare modi ed
ordini nuovi, che si fusse cercare acque e terre incognite, per essere quelli più pronti
a biasimare che a laudare le azioni d'altri; nondimanco, spinto da quel naturale desiderio
che fu sempre in me di operare, sanza alcuno respetto, quelle cose che io creda rechino
comune benefizio a ciascuno, ho deliberato entrare per una via, la quale, non essendo suta
ancora da alcuno trita, se la mi arrecherà fastidio e difficultà, mi potrebbe ancora
arrecare premio, mediante quelli che umanamente di queste mie fatiche il fine
considerassino. E se lo ingegno povero, la poca esperienzia delle cose presenti e la
debole notizia delle antique faranno questo mio conato difettivo e di non molta utilità;
daranno almeno la via ad alcuno che, con più virtù, più discorso e iudizio, potrà a
questa mia intenzione satisfare: il che, se non mi arrecherà laude, non mi doverebbe
partorire biasimo.
Considerando adunque quanto onore si
attribuisca all'antiquità, e come molte volte, lasciando andare infiniti altri esempli,
un frammento d'una antiqua statua sia suto comperato gran prezzo, per averlo appresso di
sé, onorarne la sua casa e poterlo fare imitare a coloro che di quella arte si dilettono;
e come quegli dipoi con ogni industria si sforzono in tutte le loro opere rappresentarlo;
e veggiendo, da l'altro canto, le virtuosissime operazioni che le storie ci mostrono, che
sono state operate da regni e republiche antique, dai re, capitani, cittadini, latori di
leggi, ed altri che si sono per la loro patria affaticati, essere più presto ammirate che
imitate; anzi, in tanto da ciascuno in ogni minima cosa fuggite, che di quella antiqua
virtù non ci è rimasto alcun segno; non posso fare che insieme non me ne maravigli e
dolga. E tanto più, quanto io veggo nelle diferenzie che intra cittadini civilmente
nascano, o nelle malattie nelle quali li uomini incorrono, essersi sempre ricorso a quelli
iudizii o a quelli remedii che dagli antichi sono stati iudicati o ordinati: perché le
leggi civili non sono altro che sentenze date dagli antiqui iureconsulti, le quali,
ridutte in ordine, a' presenti nostri iureconsulti iudicare insegnano. Né ancora la
medicina è altro che esperienze fatte dagli antiqui medici, sopra le quali fondano e'
medici presenti e' loro iudizii. Nondimanco, nello ordinare le republiche, nel mantenere
li stati, nel governare e' regni, nello ordinare la milizia ed amministrare la guerra, nel
iudicare e' sudditi, nello accrescere l'imperio, non si truova principe né republica che
agli esempli delli antiqui ricorra. Il che credo che nasca non tanto da la debolezza nella
quale la presente religione ha condotto el mondo, o da quel male che ha fatto a molte
provincie e città cristiane uno ambizioso ozio, quanto dal non avere vera cognizione
delle storie, per non trarne, leggendole, quel senso né gustare di loro quel sapore che
le hanno in sé. Donde nasce che infiniti che le leggono, pigliono piacere di udire quella
varietà degli accidenti che in esse si contengono, sanza pensare altrimenti di imitarle,
iudicando la imitazione non solo difficile ma impossibile; come se il cielo, il sole, li
elementi, li uomini, fussino variati di moto, di ordine e di potenza, da quello che gli
erono antiquamente. Volendo, pertanto, trarre li uomini di questo errore, ho giudicato
necessario scrivere, sopra tutti quelli libri di Tito Livio che dalla malignità de' tempi
non ci sono stati intercetti, quello che io, secondo le cognizione delle antique e moderne
cose, iudicherò essere necessario per maggiore intelligenzia di essi, a ciò che coloro
che leggeranno queste mia declarazioni, possino più facilmente trarne quella utilità per
la quale si debbe cercare la cognizione delle istorie. E benché questa impresa sia
difficile, nondimanco, aiutato da coloro che mi hanno, ad entrare sotto questo peso,
confortato, credo portarlo in modo, che ad un altro resterà breve cammino a condurlo a
loco destinato.
Capitolo 1
Quali siano stati universalmente i principii di qualunque
città, e quale fusse quello di Roma.
Coloro che leggeranno
quale principio fusse quello della città di Roma, e da quali latori di leggi e come
ordinato, non si maraviglieranno che tanta virtù si sia per più secoli mantenuta in
quella città; e che dipoi ne sia nato quello imperio al quale quella republica aggiunse.
E volendo discorrere prima il nascimento suo, dico che tutte le cittadi sono edificate o
dagli uomini natii del luogo dove le si edificano o dai forestieri. Il primo caso occorre
quando agli abitatori dispersi in molte e piccole parti non pare vivere securi, non
potendo ciascuna per sé, e per il sito e per il piccolo numero, resistere all'impeto di
chi le assaltasse; e ad unirsi per loro difensione, venendo il nimico, non sono a tempo; o
quando fussono, converrebbe loro lasciare abbandonati molti de' loro ridotti; e così
verrebbero ad essere subita preda dei loro inimici: talmente che, per fuggire questi
pericoli, mossi o da loro medesimi, o da alcuno che sia infra loro di maggiore autorità,
si ristringono ad abitare insieme in luogo eletto da loro, più commodo a vivere e più
facile a difendere.
Di queste, infra molte altre, sono state
Atene e Vinegia. La prima, sotto l'autorità di Teseo, fu per simili cagioni dagli
abitatori dispersi edificata; l'altra, sendosi molti popoli ridotti in certe isolette che
erano nella punta del mare Adriatico, per fuggire quelle guerre che ogni dì, per lo
avvenimento di nuovi barbari, dopo la declinazione dello Imperio romano, nascevano in
Italia, cominciarono infra loro, sanza altro principe particulare che gli ordinasse, a
vivere sotto quelle leggi che parevono loro più atte a mantenerli. Il che successe loro
felicemente per il lungo ozio che il sito dette loro, non avendo quel mare uscita, e non
avendo quelli popoli, che affliggevano Italia, navigli da poterli infestare: talché ogni
piccolo principio li poté fare venire a quella grandezza nella quale sono.
Il secondo caso, quando da genti
forestiere è edificata una città, nasce o da uomini liberi o che dependono da altri:
come sono le colonie mandate o da una republica o da uno principe per isgravare le loro
terre d'abitatori, o per difesa di quel paese che, di nuovo acquistato, vogliono
sicuramente e sanza ispesa mantenersi; delle quali città il Popolo romano ne edificò
assai, e per tutto l'imperio suo: ovvero le sono edificate da uno principe, non per
abitarvi, ma per sua gloria; come la città di Alessandria, da Alessandro. E per non avere
queste cittadi la loro origine libera, rade volte occorre che le facciano processi grandi,
e possinsi intra i capi dei regni numerare. Simile a queste fu l'edificazione di Firenze,
perché (o edificata da' soldati di Silla, o, a caso, dagli abitatori dei monti di
Fiesole, i quali, confidatisi in quella lunga pace che sotto Ottaviano nacque nel mondo,
si ridussero ad abitare nel piano sopra Arno) si edificò sotto l'imperio romano: né
poté, ne' principii suoi, fare altri augumenti che quelli che per cortesia del principe
gli erano concessi.
Sono liberi gli edificatori delle
cittadi, quando alcuni popoli, o sotto uno principe o da per sé, sono constretti, o per
morbo o per fame o per guerra, a abbandonare il paese patrio, e crearsi nuova sede: questi
tali, o egli abitano le cittadi che e' truovono ne' paesi ch'egli acquistano, come fe'
Moises; o e' ne edificano di nuovo, come fe' Enea. In questo caso è dove si conosce la
virtù dello edificatore, e la fortuna dello edificato: la quale è più o meno
maravigliosa, secondo che più o meno è virtuoso colui che ne è stato principio. La
virtù del quale si conosce in duo modi: il primo è nella elezione del sito; l'altro
nella ordinazione delle leggi. E perché gli uomini operono o per necessità o per
elezione; e perché si vede quivi essere maggior virtù dove la elezione ha meno
autorità; è da considerare se sarebbe meglio eleggere, per la edificazione delle
cittadi, luoghi sterili, acciocché gli uomini, constretti a industriarsi, meno occupati
dall'ozio, vivessono più uniti avendo, per la povertà del sito, minore cagione di
discordie; come interviene in Raugia, e in molte altre cittadi in simili luoghi edificate:
la quale elezione sarebbe sanza dubbio più savia e più utile, quando gli uomini fossero
contenti a vivere del loro, e non volessono cercare di comandare altrui. Pertanto, non
potendo gli uomini assicurarsi se non con la potenza, è necessario fuggire questa
sterilità del paese, e porsi in luoghi fertilissimi; dove, potendo per la ubertà del
sito ampliare, possa e difendersi da chi l'assaltasse e opprimere qualunque alla grandezza
sua si opponesse. E quanto a quell'ozio che le arrecasse il sito, si debbe ordinare che a
quelle necessità le leggi la costringhino, che il sito non la costrignesse, ed imitare
quelli che sono stati savi, ed hanno abitato in paesi amenissimi e fertilissimi, e atti a
produrre uomini oziosi ed inabili a ogni virtuoso esercizio, che, per ovviare a quelli
danni i quali l'amenità del paese, mediante l'ozio, arebbe causati, hanno posto una
necessità di esercizio a quelli che avevano a essere soldati; di qualità che, per tale
ordine, vi sono diventati migliori soldati che in quelli paesi i quali naturalmente sono
stati aspri e sterili. Intra i quali fu il regno degli Egizi, che, non ostante che il
paese sia amenissimo, tanto potette quella necessità, ordinata dalle leggi, che ne nacque
uomini eccellentissimi; e se li nomi loro non fussono dalla antichità spenti, si vedrebbe
come ei meriterebbero più laude che Alessandro Magno, e molti altri de' quali ancora è
la memoria fresca. E chi avesse considerato il regno del Soldano, e l'ordine de'
Mammalucchi e di quella loro milizia, avanti che da Salì, Gran Turco, fusse stata spenta,
arebbe veduto in quello molti esercizi circa i soldati, ed averebbe, in fatto, conosciuto
quanto essi temevano quell'ozio a che la benignità del paese li poteva condurre, se non
vi avessono con leggi fortissime ovviato.
Dico, adunque, essere più prudente
elezione porsi in luogo fertile, quando quella fertilità con le leggi infra i debiti
termini si ristringa. Ad Alessandro Magno, volendo edificare una città per sua gloria,
venne Dinocrate architetto, e gli mostrò come e' la poteva edificare sopra il monte Atho,
il quale luogo, oltre allo essere forte, potrebbe ridursi in modo che a quella città si
darebbe forma umana; il che sarebbe cosa maravigliosa e rara, e degna della sua grandezza.
E domandandolo Alessandro di quello che quelli abitatori viverebbero, rispose non ci avere
pensato: di che quello si rise, e, lasciato stare quel monte, edificò Alessandria, dove
gli abitatori avessero a stare volentieri per la grassezza del paese, e per la commodità
del mare e del Nilo. Chi esaminerà, adunque, la edificazione di Roma, se si prenderà
Enea per suo primo progenitore, sarà di quelle cittadi edificate da' forestieri; se
Romolo di quelle edificate dagli uomini natii del luogo; ed in qualunque modo, la vedrà
avere principio libero, sanza dependere da alcuno: vedrà ancora, come di sotto si dirà,
a quante necessitadi le leggi fatte da Romolo, Numa, e gli altri, la costringessono;
talmente che la fertilità del sito, la commodità del mare, le spesse vittorie, la
grandezza dello imperio, non la potero per molti secoli corrompere, e la mantennero piena
di tanta virtù, di quanta mai fusse alcun'altra città o republica ornata.
E perché le cose operate da lei, e che
sono da Tito Livio celebrate, sono seguite o per publico o per privato consiglio, o dentro
o fuori della cittade; io comincerò a discorrere sopra quelle cose occorse dentro e per
consiglio publico, le quali degne di maggiore annotazione giudicherò, aggiungendovi tutto
quello che da loro dependessi; con i quali Discorsi questo primo libro, ovvero questa
prima parte, si terminerà.
Capitolo 2
Di quante spezie sono le republiche, e di quale fu la
republica romana.
Io voglio porre da
parte il ragionare di quelle cittadi che hanno avuto il loro principio sottoposto a
altrui; e parlerò di quelle che hanno avuto il principio lontano da ogni servitù
esterna, ma si sono subito governate per loro arbitrio, o come republiche o come
principato: le quali hanno avuto, come diversi principii, diverse leggi ed ordini. Perché
ad alcune, o nel principio d'esse, o dopo non molto tempo, sono state date da uno solo le
leggi, e ad un tratto; come quelle che furono date da Licurgo agli Spartani: alcune le
hanno avute a caso, ed in più volte e secondo li accidenti, come ebbe Roma. Talché,
felice si può chiamare quella republica, la quale sortisce uno uomo sì prudente, che gli
dia leggi ordinate in modo che, sanza avere bisogno di ricorreggerle, possa vivere
sicuramente sotto quelle. E si vede che Sparta le osservò più che ottocento anni sanza
corromperle, o sanza alcuno tumulto pericoloso: e, pel contrario, tiene qualche grado
d'infelicità quella città, che, non si sendo abbattuta a uno ordinatore prudente, è
necessitata da sé medesima riordinarsi. E di queste ancora è più infelice quella che è
più discosto dall'ordine; e quella ne è più discosto che co' suoi ordini è al tutto
fuori del diritto cammino, che la possa condurre al perfetto e vero fine. Perché quelle
che sono in questo grado, è quasi impossibile che per qualunque accidente si rassettino:
quelle altre che, se le non hanno l'ordine perfetto, hanno preso il principio buono, e
atto a diventare migliore, possono per la occorrenzia degli accidenti diventare perfette.
Ma fia bene vero questo, che mai si ordineranno sanza pericolo; perché gli assai uomini
non si accordano mai ad una legge nuova che riguardi uno nuovo ordine nella città se non
è mostro loro da una necessità che bisogni farlo; e non potendo venire questa necessità
sanza pericolo, è facil cosa che quella republica rovini, avanti che la si sia condotta a
una perfezione d'ordine. Di che ne fa fede appieno la republica di Firenze, la quale fu
dallo accidente d'Arezzo, nel dua, riordinata; e da quel di Prato, nel dodici,
disordinata.
Volendo, adunque, discorrere quali furono
li ordini della città di Roma, e quali accidenti alla sua perfezione la condussero; dico
come alcuni che hanno scritto delle republiche dicono essere in quelle uno de' tre stati,
chiamati da loro Principato, Ottimati, e Popolare, e come coloro che ordinano una città,
debbono volgersi ad uno di questi, secondo pare loro più a proposito. Alcuni altri, e,
secondo la opinione di molti, più savi, hanno opinione che siano di sei ragioni governi:
delli quali tre ne siano pessimi tre altri siano buoni in loro medesimi, ma sì facili a
corrompersi, che vengono ancora essi a essere perniziosi. Quelli che sono buoni, sono e'
soprascritti tre: quelli che sono rei, sono tre altri, i quali da questi tre dipendano; e
ciascuno d'essi è in modo simile a quello che gli è propinquo, che facilmente saltano
dall'uno all'altro: perché il Principato facilmente diventa tirannico; gli Ottimati con
facilità diventano stato di pochi; il Popolare sanza difficultà in licenzioso si
converte. Talmente che, se uno ordinatore di republica ordina in una città uno di quelli
tre stati, ve lo ordina per poco tempo; perché nessuno rimedio può farvi, a fare che non
sdruccioli nel suo contrario, per la similitudine che ha in questo caso la virtute ed il
vizio.
Nacquono queste variazioni de' governi a
caso intra gli uomini: perché nel principio del mondo, sendo gli abitatori radi, vissono
un tempo dispersi a similitudine delle bestie; dipoi, moltiplicando la generazione, si
ragunarono insieme, e, per potersi meglio difendere, cominciarono a riguardare infra loro
quello che fusse più robusto e di maggiore cuore, e fecionlo come capo, e lo ubedivano.
Da questo nacque la cognizione delle cose oneste e buone, differenti dalle perniziose e
ree: perché, veggendo che se uno noceva al suo benificatore, ne veniva odio e compassione
intra gli uomini, biasimando gl'ingrati ed onorando quelli che fussero grati, e pensando
ancora che quelle medesime ingiurie potevano essere fatte a loro; per fuggire simile male,
si riducevano a fare leggi, ordinare punizioni a chi contrafacessi: donde venne la
cognizione della giustizia. La quale cosa faceva che, avendo dipoi a eleggere uno
principe, non andavano dietro al più gagliardo, ma a quello che fusse più prudente e
più giusto. Ma come dipoi si cominciò a fare il principe per successione, e non per
elezione, subito cominciarono li eredi a degenerare dai loro antichi; e, lasciando l'opere
virtuose, pensavano che i principi non avessero a fare altro che superare gli altri di
sontuosità e di lascivia e d'ogni altra qualità di licenza: in modo che, cominciando il
principe a essere odiato, e per tale odio a temere, e passando tosto dal timore
all'offese, ne nasceva presto una tirannide. Da questo nacquero, appresso, i principii
delle rovine, e delle conspirazioni e congiure contro a' principi; non fatte da coloro che
fussono o timidi o deboli, ma da coloro che, per generosità, grandezza d'animo, ricchezza
e nobilità, avanzavano gli altri; i quali non potevano sopportare la inonesta vita di
quel principe. La moltitudine, adunque, seguendo l'autorità di questi potenti, s'armava
contro al principe, e, quello spento, ubbidiva loro come a suoi liberatori. E quelli,
avendo in odio il nome d'uno solo capo, constituivano di loro medesimi uno governo; e, nel
principio, avendo rispetto alla passata tirannide, si governavono secondo le leggi
ordinate da loro, posponendo ogni loro commodo alla commune utilità; e le cose private e
le publiche con somma diligenzia governavano e conservavano. Venuta dipoi questa
amministrazione ai loro figliuoli, i quali non conoscendo la variazione della fortuna, non
avendo mai provato il male, e non volendo stare contenti alla civile equalità, ma
rivoltisi alla avarizia, alla ambizione, alla usurpazione delle donne, feciono che d'uno
governo d'ottimati diventassi uno governo di pochi, sanza avere rispetto ad alcuna
civilità, talché, in breve tempo, intervenne loro come al tiranno; perché, infastidita
da' loro governi, la moltitudine si fe' ministra di qualunque disegnassi in alcun modo
offendere quelli governatori; e così si levò presto alcuno che, con l'aiuto della
moltitudine, li spense. Ed essendo ancora fresca la memoria del principe e delle ingiurie
ricevute da quello, avendo disfatto lo stato de' pochi e non volendo rifare quel del
principe, si volsero allo stato popolare; e quello ordinarono in modo, che né i pochi
potenti, né uno principe, vi avesse autorità alcuna. E perché tutti gli stati nel
principio hanno qualche riverenzia, si mantenne questo stato popolare un poco, ma non
molto, massime spenta che fu quella generazione che l'aveva ordinato; perché subito si
venne alla licenza, dove non si temevano né gli uomini privati né i publici; di qualità
che, vivendo ciascuno a suo modo, si facevano ogni dì mille ingiurie: talché, costretti
per necessità, o per suggestione d'alcuno buono uomo, o per fuggire tale licenza, si
ritorna di nuovo al principato; e da quello, di grado in grado, si riviene verso la
licenza, ne' modi e per le cagioni dette.
E questo è il cerchio nel quale girando
tutte le republiche si sono governate e si governano: ma rade volte ritornano ne' governi
medesimi; perché quasi nessuna republica può essere di tanta vita, che possa passare
molte volte per queste mutazioni, e rimanere in piede. Ma bene interviene che, nel
travagliare, una republica, mancandole sempre consiglio e forze, diventa suddita d'uno
stato propinquo, che sia meglio ordinato di lei: ma, posto che questo non fusse, sarebbe
atta una republica a rigirarsi infinito tempo in questi governi.
Dico, adunque, che tutti i detti modi
sono pestiferi, per la brevità della vita che è ne' tre buoni, e per la malignità che
è ne' tre rei. Talché, avendo quelli che prudentemente ordinano leggi, conosciuto questo
difetto, fuggendo ciascuno di questi modi per sé stesso, ne elessero uno che participasse
di tutti, giudicandolo più fermo e più stabile; perché l'uno guarda l'altro, sendo in
una medesima città il Principato, gli Ottimati, e il Governo Popolare.
Intra quelli che hanno per simili
constituzioni meritato più laude, è Licurgo; il quale ordinò in modo le sue leggi in
Sparta, che, dando le parti sue ai Re, agli Ottimati e al Popolo, fece uno stato che
durò, più che ottocento anni, con somma laude sua e quiete di quella città. Al
contrario intervenne a Solone, il quale ordinò le leggi in Atene; che, per ordinarvi solo
lo stato popolare, lo fece di sì breve vita, che, avanti morisse, vi vide nata la
tirannide di Pisistrato; e benché, dipoi anni quaranta, ne fussero gli eredi suoi
cacciati, e ritornasse Atene in libertà, perché la riprese lo stato popolare, secondo
gli ordini di Solone, non lo tenne più che cento anni, ancora che per mantenerlo facessi
molte constituzioni, per le quali si reprimeva la insolenzia de' grandi e la licenza
dell'universale, le quali non furono da Solone considerate: nientedimeno, perché la non
le mescolò con la potenza del Principato e con quella degli Ottimati, visse Atene, a
rispetto di Sparta, brevissimo tempo.
Ma vegnamo a Roma; la quale, nonostante
che non avesse uno Licurgo che la ordinasse in modo, nel principio, che la potesse vivere
lungo tempo libera, nondimeno furo tanti gli accidenti che in quella nacquero, per la
disunione che era intra la Plebe ed il Senato, che quello che non aveva fatto uno
ordinatore, lo fece il caso. Perché, se Roma non sortì la prima fortuna, sortì la
seconda; perché i primi ordini suoi, se furono difettivi, nondimeno non deviarono dalla
diritta via che li potesse condurre alla perfezione. Perché Romolo e tutti gli altri re
fecero molte e buone leggi, conformi ancora al vivere libero: ma perché il fine loro fu
fondare un regno e non una republica, quando quella città rimase libera, vi mancavano
molte cose che era necessario ordinare in favore della libertà, le quali non erano state
da quelli re ordinate. E avvengaché quelli suoi re perdessono l'imperio, per le cagioni e
modi discorsi; nondimeno quelli che li cacciarono, ordinandovi subito due Consoli che
stessono nel luogo de' Re, vennero a cacciare di Roma il nome, e non la potestà regia:
talché, essendo in quella republica i Consoli e il Senato, veniva solo a essere mista di
due qualità delle tre soprascritte, cioè di Principato e di Ottimati. Restavale solo a
dare luogo al governo popolare: onde, sendo diventata la Nobilità romana insolente per le
cagioni che di sotto si diranno si levò il Popolo contro di quella; talché, per non
perdere il tutto, fu costretta concedere al Popolo la sua parte e, dall'altra parte, il
Senato e i Consoli restassono con tanta autorità, che potessono tenere in quella
republica il grado loro. E così nacque la creazione de' Tribuni della plebe, dopo la
quale creazione venne a essere più stabilito lo stato di quella republica, avendovi tutte
le tre qualità di governo la parte sua. E tanto le fu favorevole la fortuna, che, benché
si passasse dal governo de' Re e delli Ottimati al Popolo, per quelli medesimi gradi e per
quelle medesime cagioni che di sopra si sono discorse, nondimeno non si tolse mai, per
dare autorità agli Ottimati, tutta l'autorità alle qualità regie; ne si diminuì
l'autorità in tutto agli Ottimati, per darla al Popolo; ma rimanendo mista, fece una
republica perfetta: alla quale perfezione venne per la disunione della Plebe e del Senato,
come nei dua prossimi seguenti capitoli largamente si dimosterrà.
Capitolo 3
Quali accidenti facessono creare in roma i tribuni della
plebe, il che fece la republica più perfetta.
Come dimostrano tutti
coloro che ragionano del vivere civile, e come ne è piena di esempli ogni istoria, è
necessario a chi dispone una republica, ed ordina leggi in quella, presupporre tutti gli
uomini rei, e che li abbiano sempre a usare la malignità dello animo loro, qualunque
volta ne abbiano libera occasione; e quando alcuna malignità sta occulta un tempo,
procede da una occulta cagione, che, per non si essere veduta esperienza del contrario,
non si conosce; ma la fa poi scoprire il tempo, il quale dicono essere padre d'ogni
verità.
Pareva che fusse in Roma intra la Plebe
ed il Senato, cacciati i Tarquini, una unione grandissima; e che i Nobili avessono diposto
quella loro superbia, e fossero diventati d'animo popolare, e sopportabili da qualunque
ancora che infimo. Stette nascoso questo inganno, né se ne vide la cagione, infino che i
Tarquinii vissero; dei quali temendo la Nobilità, ed avendo paura che la Plebe male
trattata non si accostasse loro, si portava umanamente con quella: ma, come prima ei
furono morti i Tarquinii, e che ai Nobili fu la paura fuggita, cominciarono a sputare
contro alla Plebe quel veleno che si avevano tenuto nel petto, ed in tutti i modi che
potevano la offendevano. La quale cosa fa testimonianza a quello che di sopra ho detto che
gli uomini non operono mai nulla bene, se non per necessità; ma, dove la elezione abonda,
e che vi si può usare licenza, si riempie subito ogni cosa di confusione e di disordine.
Però si dice che la fame e la povertà fa gli uomini industriosi, e le leggi gli fanno
buoni. E dove una cosa per sé medesima sanza la legge opera bene, non è necessaria la
legge; ma quando quella buona consuetudine manca, è subito la legge necessaria. Però
mancati i Tarquinii, che con la paura di loro tenevano la Nobilità a freno, convenne
pensare a uno nuovo ordine che facesse quel medesimo effetto che facevano i Tarquinii
quando erano vivi. E però, dopo molte confusioni, romori e pericoli di scandoli, che
nacquero intra la Plebe e la Nobilità, si venne, per sicurtà della Plebe, alla creazione
de' Tribuni; e quelli ordinarono con tante preminenzie e tanta riputazione, che poterono
essere sempre di poi mezzi intra la Plebe e il Senato, e ovviare alla insolenzia de'
Nobili.
Capitolo 4
Che la disunione della plebe e del senato romano fece
libera e potente quella republica.
Io non voglio mancare di discorrere sopra questi tumulti che furono in
Roma dalla morte de' Tarquinii alla creazione de' Tribuni; e di poi alcune cose contro la
opinione di molti che dicono, Roma essere stata una republica tumultuaria, e piena di
tanta confusione che, se la buona fortuna e la virtù militare non avesse sopperito a'
loro difetti, sarebbe stata inferiore a ogni altra republica. Io non posso negare che la
fortuna e la milizia non fossero cagioni dell'imperio romano; ma e' mi pare bene, che
costoro non si avegghino, che, dove è buona milizia, conviene che sia buono ordine, e
rade volte anco occorre che non vi sia buona fortuna. Ma vegnamo agli altri particulari di
quella città. Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe, mi pare
che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma; e che considerino
più a' romori ed alle grida che di tali tumulti nascevano, che a' buoni effetti che
quelli partorivano; e che e' non considerino come e' sono in ogni republica due umori
diversi, quello del popolo, e quello de' grandi; e come tutte le leggi che si fanno in
favore della libertà, nascano dalla disunione loro, come facilmente si può vedere essere
seguito in Roma; perché da' Tarquinii ai Gracchi, che furano più di trecento anni, i
tumulti di Roma rade volte partorivano esilio e radissime sangue. Né si possano per
tanto, giudicare questi tomulti nocivi, né una republica divisa, che in tanto tempo per
le sue differenzie non mandò in esilio più che otto o dieci cittadini, e ne ammazzò
pochissimi, e non molti ancora ne condannò in danari. Né si può chiamare in alcun modo
con ragione una republica inordinata, dove siano tanti esempli di virtù; perché li buoni
esempli nascano dalla buona educazione, la buona educazione, dalle buone leggi; e le buone
leggi, da quelli tumulti che molti inconsideratamente dannano: perché, chi esaminerà
bene il fine d'essi, non troverrà ch'egli abbiano partorito alcuno esilio o violenza in
disfavore del commune bene, ma leggi e ordini in beneficio della publica libertà. E se
alcuno dicessi: i modi erano straordinarii, e quasi efferati, vedere il popolo insieme
gridare contro al Senato, il Senato contro al Popolo, correre tumultuariamente per le
strade, serrare le botteghe, partirsi tutta la plebe di Roma, le quali cose tutte
spaventano, non che altro, chi le legge; dico come ogni città debbe avere i suoi modi con
i quali il popolo possa sfogare l'ambizione sua, e massime quelle città che nelle cose
importanti si vogliono valere del popolo: intra le quali, la città di Roma aveva questo
modo, che, quando il popolo voleva ottenere una legge, o e' faceva alcuna delle predette
cose, o e' non voleva dare il nome per andare alla guerra, tanto che a placarlo bisognava
in qualche parte sodisfarli. E i desiderii de' popoli liberi rade volte sono perniziosi
alla libertà, perché e' nascono, o da essere oppressi, o da suspizione di avere ad
essere oppressi. E quando queste opinioni fossero false e' vi è il rimedio delle
concioni, che surga qualche uomo da bene, che, orando, dimostri loro come ei s'ingannano:
e li popoli, come dice Tullio, benché siano ignoranti, sono capaci della verità, e
facilmente cedano, quando da uomo degno di fede è detto loro il vero.
Debbesi, adunque, più parcamente
biasimare il governo romano; e considerare che tanti buoni effetti, quanti uscivano di
quella republica, non erano causati se non da ottime cagioni. E se i tumulti furano
cagione della creazione de' Tribuni, meritano somma laude, perché, oltre al dare la parte
sua all'amministrazione popolare, furano constituiti per guardia della libertà romana,
come nel seguente capitolo si mosterrà.
Capitolo 5
Dove più sicuramente si ponga la guardia della libertà,
o nel popolo o ne' grandi; e quali hanno maggiore cagione di tumultuare, o chi vuole
acquistare o chi vuole mantenere.
Quelli che
prudentemente hanno constituita una republica, in tra le più necessarie cose ordinate da
loro è stato constituire una guardia alla libertà: e, secondo che questa è bene
collocata, dura più o meno quel vivere libero. E perché in ogni republica sono uomini
grandi e popolari, si è dubitato nelle mani di quali sia meglio collocata detta guardia.
Ed appresso a' Lacedemonii, e, ne' nostri tempi, appresso de' Viniziani, la è stata messa
nelle mani de' Nobili; ma appresso de' Romani fu messa nelle mani della Plebe.
Pertanto, è necessario esaminare quale
di queste republiche avesse migliore elezione. E se si andasse dietro alle ragioni ci è
che dire da ogni parte; ma se si esaminasse il fine loro, si piglierebbe la parte de'
Nobili, per avere avuta la libertà di Sparta e di Vinegia più lunga vita che quella di
Roma. E venendo alle ragioni, dico, pigliando prima la parte de' Romani, come e' si debbe
mettere in guardia coloro d'una cosa, che hanno meno appetito di usurparla. E sanza
dubbio, se si considerrà il fine de' nobili e degli ignobili, si vedrà in quelli
desiderio grande di dominare, ed in questi solo desiderio di non essere dominati; e, per
conseguente, maggiore volontà di vivere liberi, potendo meno sperare di usurparla che non
possono i grandi: talché essendo i popolari preposti a guardia d'una libertà, è
ragionevole ne abbiano più cura; e non la potendo occupare loro, non permettino che altri
la occupi. Dall'altra parte, chi difende l'ordine spartano e veneto, dice che coloro che
mettono la guardia in mano di potenti fanno due opere buone: l'una, che ei satisfanno più
all'ambizione loro, ed avendo più parte nella republica, per avere questo bastone in
mano, hanno cagione di contentarsi più; l'altra, che lievono una qualità di autorità
dagli animi inquieti della plebe, che è cagione d'infinite dissensioni e scandoli in una
republica, e atta a ridurre la Nobilità a qualche disperazione, che col tempo faccia
cattivi effetti. E ne dànno per esemplo la medesima Roma, che, per avere i Tribuni della
plebe questa autorità nelle mani, non bastò loro avere un Consolo plebeio, che gli
vollono avere ambedue. Da questo, ei vollono la Censura, il Pretore, e tutti gli altri
gradi dell'imperio della città: né bastò loro questo, ché, menati dal medesimo furore,
cominciorono poi, col tempo, a adorare quelli uomini che vedevano atti a battere la
Nobilità; donde nacque la potenza di Mario, e la rovina di Roma. E veramente, chi
discorressi bene l'una cosa e l'altra, potrebbe stare dubbio, quale da lui fusse eletto
per guardia di tale libertà, non sappiendo quale umore di uomini sia più nocivo in una
republica, o quello che desidera mantenere l'onore già acquistato o quel che desidera
acquistare quello che non ha.
Ed in fine, chi sottilmente esaminerà
tutto, ne farà questa conclusione: o tu ragioni d'una republica che voglia fare uno
imperio, come Roma; o d'una che le basti mantenersi. Nel primo caso, gli è necessario
fare ogni cosa come Roma; nel secondo, può imitare Vinegia e Sparta, per quelle cagioni e
come nel seguente capitolo si dirà.
Ma, per tornare a discorrere quali uomini
siano in una republica più nocivi, o quelli che desiderano d'acquistare, o quelli che
temono di non perdere l'acquistato; dico che, sendo creato Marco Menenio Dittatore, e
Marco Fulvio Maestro de' cavagli, tutti a due plebei, per ricercare certe congiure che si
erano fatte in Capova contro a Roma, fu data ancora loro autorità dal popolo di potere
ricercare chi in Roma, per ambizione e modi straordinari, s'ingegnasse di venire al
consolato, ed agli altri onori della città. E parendo alla Nobilità, che tale autorità
fusse data al Dittatore contro a lei, sparsono per Roma, che non i nobili erano quelli che
cercavano gli onori per ambizione e modi straordinari ma gl'ignobili, i quali, non
confidatisi nel sangue e nella virtù loro, cercavano, per vie straordinarie, venire a
quelli gradi, e particularmente accusavano il Dittatore. E tanto fu potente questa accusa
che Menenio, fatta una concione e dolutosi delle calunnie dategli da' Nobili, depose la
dittatura, e sottomessesi al giudizio che di lui fusse fatto dal Popolo, e dipoi, agitata
la causa sua, ne fu assoluto: dove si disputò assai, quale sia più ambizioso o quel che
vuole mantenere o quel che vuole acquistare; perché facilmente l'uno e l'altro appetito
può essere cagione di tumulti grandissimi. Pur nondimeno, il più delle volte sono
causati da chi possiede, perché la paura del perdere genera in loro le medesime voglie
che sono in quelli che desiderano acquistare; perché non pare agli uomini possedere
sicuramente quello che l'uomo ha, se non si acquista di nuovo dell'altro. E di più vi è,
che, possedendo molto, possono con maggiore potenza e maggiore moto fare alterazione. Ed
ancora vi è di più, che gli loro scorretti e ambiziosi portamenti accendano, ne' petti
di chi non possiede, voglia di possedere, o per vendicarsi contro di loro spogliandoli, o
per potere ancora loro entrare in quelle ricchezze e in quelli onori che veggono essere
male usati dagli altri.
Capitolo 6
Se in Roma si poteva ordinare uno stato che togliesse via
le inimicizie intra il popolo ed il Senato.
Noi abbiamo discorso,
di sopra, gli effetti che facevano le controversie intra il Popolo ed il Senato. Ora,
sendo quelle seguitate infino al tempo de' Gracchi, dove furono cagione della rovina del
vivere libero, potrebbe alcuno desiderare che Roma avesse fatti gli effetti grandi che la
fece, sanza che in quella fussono tali inimicizie. Però mi è parso cosa degna di
considerazione, vedere se in Roma si poteva ordinare uno stato che togliesse via dette
controversie. Ed a volere esaminare questo, è necessario ricorrere a quelle republiche le
quali sanza tante inimicizie e tumulti sono state lungamente libere, e vedere quale stato
era in loro, e se si poteva introdurre in Roma. In esemplo tra gli antichi ci è Sparta,
tra i moderni Vinegia, state da me di sopra nominate. Sparta fece uno Re, con uno piccolo
Senato, che la governasse; Vinegia non ha diviso il governo con i nomi, ma, sotto una
appellagione, tutti quelli che possono avere amministrazione si chiamano Gentiluomini. Il
quale modo lo dette il caso, più che la prudenza di chi dette loro le leggi: perché,
sendosi ridotti in su quegli scogli dove è ora quella città, per le cagioni dette di
sopra, molti abitatori, come furano cresciuti in tanto numero, che, a volere vivere
insieme, bisognasse loro far leggi, ordinarono una forma di governo; e convenendo spesso
insieme ne' consigli, a diliberare della città, quando parve loro essere tanti che
fossero a sufficienza a uno vivere politico, chiusero la via a tutti quelli altri che vi
venissono ad abitare di nuovo, di potere convenire ne' loro governi; e, col tempo,
trovandosi in quello luogo assai abitatori fuori del governo, per dare riputazione a
quelli che governavano, gli chiamarono Gentiluomini, e gli altri Popolani. Potette questo
modo nascere e mantenersi senza tumulto, perché, quando e' nacque, qualunque allora
abitava in Vinegia fu fatto del governo, di modo che nessuno si poteva dolere; quelli che
dipoi vi vennero ad abitare, trovando lo stato fermo e terminato, non avevano cagione né
commodità di fare tumulto. La cagione non vi era, perché non era stato loro tolto cosa
alcuna; la commodità non vi era, perché chi reggeva li teneva in freno, e non gli
adoperava in cose dove e' potessono pigliare autorità. Oltre a di questo, quelli che
dipoi vennono ad abitare Vinegia non sono stati molti, e di tanto numero che vi sia
disproporzione da chi gli governa a loro che sono governati, perché il numero de'
Gentiluomini o egli è equale al loro, o egli è superiore: sicché, per queste cagione,
Vinegia potette ordinare quello stato, e mantenerlo unito.
Sparta, come ho detto, era governata da
uno Re e da uno stretto Senato. Potette mantenersi così lungo tempo, perché, essendo in
Sparta pochi abitatori, ed avendo tolta la via a chi vi venisse ad abitare, ed avendo
preso le leggi di Licurgo con riputazione (le quali osservando, levavano via tutte le
cagioni de' tumulti) poterono vivere uniti lungo tempo. Perché Licurgo con le sue leggi
fece in Sparta più equalità di sustanze, e meno equalità di grado; perché quivi era
una equale povertà, ed i plebei erano manco ambiziosi, perché i gradi della città si
distendevano in pochi cittadini ed erano tenuti discosto dalla plebe, né gli nobili col
trattargli male dettono mai loro desiderio di avergli. Questo nacque dai Re spartani, i
quali, essendo collocati in quel principato e posti in mezzo di quella Nobilità, non
avevano il maggiore rimedio a tenere ferma la loro dignità, che tenere la Plebe difesa da
ogni ingiuria: il che faceva che la Plebe non temeva e non desiderava imperio; e non
avendo imperio né temendo, era levata via la gara che la potesse avere con la Nobilità,
e la cagione de' tumulti; e poterono vivere uniti lungo tempo. Ma due cose principali
causarono questa unione: l'una essere pochi gli abitatori di Sparta, e per questo poterono
essere governati da pochi; l'altra, che, non accettando forestieri nella loro republica,
non avevano occasione né di corrompersi né di crescere in tanto che la fusse
insopportabile a quelli pochi che la governavano.
Considerando adunque tutte queste cose,
si vede come a' legislatori di Roma era necessario fare una delle due cose a volere che
Roma stesse quieta come le sopradette republiche: o non adoperare la plebe in guerra, come
i Viniziani; o non aprire la via a' forestieri, ccme gli Spartani. E loro feciono l'una e
l'altra; il che dette alla plebe forze ed augumento, ed infinite occasioni di tumultuare.
Ma venendo lo stato romano a essere più quieto, ne seguiva questo inconveniente, ch'egli
era anche più debile, perché e' gli si troncava la via di potere venire a quella
grandezza dove ei pervenne: in modo che, volendo Roma levare le cagioni de' tumulti,
levava ancora le cagioni dello ampliare. Ed in tutte le cose umane si vede questo, chi le
esaminerà bene: che non si può mai cancellare uno inconveniente, che non ne surga un
altro. Per tanto, se tu vuoi fare uno popolo numeroso ed armato per poter fare un grande
imperio, lo fai di qualità che tu non lo puoi poi maneggiare a tuo modo: se tu lo
mantieni o piccolo o disarmato per poter maneggiarlo, se tu acquisti dominio, non lo puoi
tenere, o ei diventa sì vile che tu sei preda di qualunque ti assalta. E però, in ogni
nostra diliberazione si debbe considerare dove sono meno inconvenienti, e pigliare quello
per migliore partito: perché tutto netto, tutto sanza sospetto non si truova mai. Poteva
dunque Roma, a similitudine di Sparta, fare un principe a vita, fare uno Senato piccolo;
ma non poteva, come lei, non crescere il numero de' cittadini suoi, volendo fare un grande
imperio: il che faceva che il Re a vita ed il piccolo numero del Senato, quanto alla
unione, gli sarebbe giovato poco.
Se alcuno volesse, per tanto, ordinare
una republica di nuovo, arebbe a esaminare se volesse che ampliasse, come Roma, di dominio
e di potenza, ovvero che la stesse dentro a brevi termini. Nel primo caso, è necessario
ordinarla come Roma, e dare luogo a' tumulti e alle dissensioni universali, il meglio che
si può; perché, sanza gran numero di uomini, e bene armati, mai una republica potrà
crescere, o, se la crescerà, mantenersi. Nel secondo caso, la puoi ordinare come Sparta e
come Vinegia: ma perché l'ampliare è il veleno di simili republiche, debbe, in tutti
quelli modi che si può, chi le ordina proibire loro lo acquistare, perché tali acquisti
fondati sopra una republica debole, sono al tutto la rovina sua. Come intervenne a Sparta
ed a Vinegia: delle quali la prima, avendosi sottomessa quasi tutta la Grecia, mostrò in
su uno minimo accidente il debile fondamento suo; perché, seguita la ribellione di Tebe,
causata da Pelopida, ribellandosi l'altre cittadi, rovinò al tutto quella republica.
Similmente Vinegia, avendo occupato gran parte d'Italia, e la maggiore parte non con
guerra ma con danari e con astuzia, come la ebbe a fare pruova delle forze sue, perdette
in una giornata ogni cosa. Crederrei bene, che a fare una republica che durasse lungo
tempo, fusse il modo, ordinarla dentro come Sparta o come Vinegia; porla in luogo forte, e
di tale potenza che nessuno credesse poterla subito opprimere; e, dall'altra parte, non
fusse sì grande, che la fusse formidabile a' vicini: e così potrebbe lungamente godersi
il suo stato. Perché, per due cagioni si fa guerra a una republica: l'una, per diventarne
signore; l'altra, per paura ch'ella non ti occupi. Queste due cagioni il sopraddetto modo
quasi in tutto toglie via; perché, se la è difficile a espugnarsi, come io la
presuppongo, sendo bene ordinata alla difesa, rade volte accaderà, o non mai, che uno
possa fare disegno di acquistarla. Se la si starà intra i termini suoi, e veggasi, per
esperienza, che in lei non sia ambizione, non occorrerà mai che uno per paura di sé le
faccia guerra: e tanto più sarebbe questo, se e' fussi in lei constituzione o legge che
le proibisse l'ampliare. E sanza dubbio credo, che, potendosi tenere la cosa bilanciata in
questo modo, che e' sarebbe il vero vivere politico e la vera quiete d'una città. Ma
sendo tutte le cose degli uomini in moto, e non potendo stare salde, conviene che le
salghino o che le scendino; e a molte cose che la ragione non t'induce, t'induce la
necessità: talmente che, avendo ordinata una republica atta a mantenersi, non ampliando,
e la necessità la conducesse ad ampliare, si verrebbe a tor via i fondamenti suoi, ed a
farla rovinare più tosto. Così, dall'altra parte, quando il Cielo le fusse sì benigno
che la non avesse a fare guerra, ne nascerebbe che l'ozio la farebbe o effeminata o
divisa; le quali due cose insieme, o ciascuna per sé, sarebbono cagione della sua rovina.
Pertanto, non si potendo, come io credo, bilanciare questa cosa, né mantenere questa via
del mezzo a punto; bisogna, nello ordinare la republica, pensare alle parte più
onorevole; ed ordinarle in modo, che, quando pure la necessità le inducesse ad ampliare,
elle potessono, quello ch'elle avessono occupato, conservare. E, per tornare al primo
ragionamento, credo ch'e' sia necessario seguire l'ordine romano, e non quello dell'altre
republiche; perché trovare un modo, mezzo infra l'uno e l'altro, non credo si possa, e
quelle inimicizie che intra il popolo ed il senato nascessino, tollerarle, pigliandole per
uno inconveniente necessario a pervenire alla romana grandezza. Perché, oltre all'altre
ragioni allegate, dove si dimostra l'autorità tribunizia essere stata necessaria per la
guardia della libertà, si può facilmente considerare il beneficio che fa nelle
republiche l'autorità dello accusare, la quale era, intra gli altri, commessa a' Tribuni;
come nel seguente capitolo si discorrerà.
Capitolo 7
Quanto siano in una republica necessarie le accuse a mantenerla
in libertade.
A coloro che in una
città sono preposti per guardia della sua libertà, non si può dare autorità più utile
e necessaria, quanto è quella di potere accusare i cittadini al popolo, o a qualunque
magistrato o consiglio, quando peccassono in alcuna cosa contro allo stato libero. Questo
ordine fa dua effetti utilissimi a una republica. Il primo è che i cittadini, per paura
di non essere accusati, non tentano cose contro allo stato; e tentandole, sono,
incontinente e sanza rispetto, oppressi. L'altro è che si dà onde sfogare a quegli omori
che crescono nelle cittadi, in qualunque modo, contro a qualunque cittadino: e quando
questi omori non hanno onde sfogarsi ordinariamente, ricorrono a' modi straordinari, che
fanno rovinare tutta una republica. E però non è cosa che faccia tanto stabile e ferma
una republica, quanto ordinare quella in modo che l'alterazione di quegli omori che
l'agitano, abbia una via da sfogarsi ordinata dalle leggi. Il che si può per molti
esempli dimostrare, e massime per quello che adduce Tito Livio, di Coriolano, dove dice,
che, essendo irritata contro alla Plebe la Nobilità romana, per parerle che la Plebe
avessi troppa autorità, mediante la creazione de' Tribuni che la difendevano; ed essendo
Roma, come avviene, venuta in penuria grande di vettovaglie, ed avendo il Senato mandato
per grani in Sicilia; Coriolano, inimico alla fazione popolare, consigliò come egli era
venuto il tempo da potere gastigare la Plebe, e torle quella autorità che ella si aveva
in pregiudicio della Nobilità presa; tenendola affamata, e non gli distribuendo il
frumento: la quale sentenzia sendo venuta agli orecchi del Popolo, venne in tanta
indegnazione contro a Coriolano, che allo uscire del Senato lo arebbero tumultuariamente
morto, se gli Tribuni non lo avessero citato a comparire, a difendere la causa sua. Sopra
il quale accidente, si nota quello che di sopra si è detto, quanto sia utile e necessario
che le republiche con le leggi loro, diano onde sfogarsi all'ira che concepe la
universalità contro a uno cittadino: perché quando questi modi ordinari non vi siano, si
ricorre agli straordinari; e sanza dubbio questi fanno molto peggiori effetti che non
fanno quelli.
Perché, se ordinariamente uno cittadino
è oppresso, ancora che li fusse fatto torto, ne séguita o poco o nessuno disordine in la
republica; perché la esecuzione si fa sanza forze private, e sanza forze forestieri, che
sono quelle che rovinano il vivere libero; ma si fa con forze ed ordini pubblici, che
hanno i termini loro particulari, né trascendono a cosa che rovini la republica. E quanto
a corroborare questa opinione con gli esempli, voglio che degli antiqui mi basti questo di
Coriolano; sopra il quale ciascuno consideri, quanto male saria risultato alla republica
romana, se tumultuariamente ei fusse stato morto: perché ne nasceva offesa da privati a
privati, la quale offesa genera paura; la paura cerca difesa; per la difesa si procacciano
partigiani; da' partigiani nascono le parti nelle cittadi, dalle parti la rovina di
quelle. Ma sendosi governata la cosa mediante chi ne aveva autorità si vennero a tor via
tutti quelli mali che ne potevano nascere governandola con autorità privata.
Noi avemo visto ne' nostri tempi quale
novità ha fatto alla republica di Firenze non potere la moltitudine sfogare l'animo suo
ordinariamente contro a un suo cittadino, come accadde ne' tempi che Francesco Valori era
come principe della città; il quale sendo giudicato ambizioso da molti, e uomo che
volesse con la sua audacia e animosità transcendere il vivere civile; e non essendo nella
republica via a potergli resistere se non con una setta contraria alla sua; ne nacque che,
non avendo paura quello se non di modi straordinari, si cominciò a fare fautori che lo
difendessono; dall'altra parte, quelli che lo oppugnavano non avendo via ordinaria a
reprimerlo, pensarono alle vie straordinarie: intanto che si venne alle armi. E dove,
quando per l'ordinario si fusse potuto opporsegli, sarebbe la sua autorità spenta con suo
danno solo; avendosi a spegnere per lo straordinario, seguì con danno non solamente suo,
ma di molti altri nobili cittadini. Potrebbesi ancora allegare, in sostentamento della
soprascritta conclusione, l'accidente seguito pur in Firenze sopra Piero Soderini, il
quale al tutto seguì per non essere in quella republica alcuno modo di accuse contro alla
ambizione de' potenti cittadini. Perché lo accusare uno potente a otto giudici in una
republica, non basta: bisogna che i giudici siano assai, perché i pochi sempre fanno a
modo de' pochi. Tanto che, se tali modi vi fussono stati, o i cittadini lo arebbero
accusato, vivendo lui male; e per tale mezzo, sanza far venire l'esercito spagnuolo,
arebbono sfogato l'animo loro; o, non vivendo male, non arebbono avuto ardire operargli
contro, per paura di non essere accusati essi: e così sarebbe da ogni parte cessato
quello appetito che fu cagione di scandolo.
Tanto che si può conchiudere questo,
che, qualunque volta si vede che le forze estranee siano chiamate da una parte di uomini
che vivono in una città, si può credere nasca da' cattivi ordini di quella, per non
essere, dentro a quel cerchio, ordine da potere, sanza modi istraordinari, sfogare i
maligni omori che nascono negli uomini: a che si provede al tutto con ordinarvi le accuse
agli assai giudici, e dare riputazione a quelle. I quali modi furono in Roma sì bene
ordinati, che, in tante dissensioni della Plebe e del Senato, mai o il Senato o la Plebe o
alcuno particulare cittadino disegnò valersi di forze esterne; perché, avendo il rimedio
in casa, non erano necessitati andare per quello fuori. E benché gli esempli soprascritti
siano assai sufficienti a provarlo, nondimeno ne voglio addurre un altro, recitato da Tito
Livio nella sua istoria: il quale riferisce come, sendo stato in Chiusi, città in quelli
tempi nobilissima in Toscana, da uno Lucumone violata una sorella di Arunte, e non potendo
Arunte vendicarsi per la potenza del violatore, se n'andò a trovare i Franciosi, che
allora regnavano in quello luogo che oggi si chiama Lombardia; e quelli confortò a venire
con armata mano a Chiusi, mostrando loro come con loro utile lo potevano vendicare della
ingiuria ricevuta: che se Arunte avesse veduto potersi vendicare con i modi della città,
non arebbe cerco le forze barbare. Ma come queste accuse sono utili in una republica,
così sono inutili e dannose le calunnie, come nel capitolo seguente discorreremo.
Capitolo 8
Quanto le accuse sono utili alle republiche, tanto sono perniziose le calunnie.
Non ostante che la
virtù di Furio Cammillo, poi ch'egli ebbe libera Roma dalla oppressione de' Franciosi,
avesse fatto che tutti i cittadini romani, sanza parere loro torsi riputazione o grado,
cedevano a quello; nondimanco Manlio Capitolino non poteva sopportare che gli fusse
attribuito tanto onore e tanta gloria; parendogli, quanto alla salute di Roma, per avere
salvato il Campidoglio, avere meritato quanto Cammillo; e, quanto all'altre belliche
laude, non essere inferiore a lui. Di modo che, carico d'invidia, non potendo quietarsi
per la gloria di quello, e veggendo non potere seminare discordia infra i Padri, si volse
alla Plebe, seminando varie opinioni sinistre intra quella. E intra le altre cose che
diceva, era come il tesoro il quale si era adunato insieme per dare ai Franciosi, e poi
non dato loro, era stato usurpato da privati cittadini; e, quando si riavesse, si poteva
convertirlo in publica utilità, alleggerendo la Plebe da' tributi, o da qualche privato
debito. Queste parole poterono assai nella Plebe; talché cominciò a avere concorso, ed a
fare a sua posta dimolti tumulti nella città: la quale cosa dispiacendo al Senato, e
parendogli di momento e pericolosa, creò uno Dittatore, perché ci riconoscesse questo
caso, e frenasse lo empito di Manlio. Onde è che subito il Dittatore lo fece citare, e
condussonsi in publico all'incontro l'uno dell'altro; il Dittatore in mezzo de' Nobili, e
Manlio nel mezzo della Plebe. Fu domandato Manlio che dovesse dire, appresso a chi fusse
questo tesoro ch'e' diceva, perché n'era così desideroso il Senato, d'intenderlo, come
la Plebe: a che Manlio non rispondeva particularmente; ma, andando sfuggendo, diceva come
non era necessario dire loro quello che si sapevano: tanto che il Dittatore lo fece
mettere in carcere.
È da notare, per questo testo, quanto
siano nelle città libere, ed in ogni altro modo di vivere, detestabili le calunnie; e
come, per reprimerle, si debba non perdonare a ordine alcuno che vi faccia a proposito.
Né può essere migliore ordine, a torle via, che aprire assai luoghi alle accuse;
perché, quanto le accuse giovano alle republiche, tanto le calunnie nuocono: e dall'una
all'altra parte è questa differenza, che le calunnie non hanno bisogno né di testimone
né di alcuno altro particulare riscontro a provarle, in modo che ciascuno e da ciascuno
può essere calunniato; ma non può già essere accusato, avendo le accuse bisogno di
riscontri veri e di circunstanze che mostrino la verità dell'accusa. Accusansi gli uomini
a' magistrati, a' popoli, a' consigli; calunnionsi per le piazze e per le logge. Usasi
più questa calunnia dove si usa meno l'accusa, e dove le città sono meno ordinate a
riceverle. Però, un ordinatore d'una republica debbe ordinare che si possa in quella
accusare ogni cittadino, sanza alcuna paura o sanza alcuno rispetto; e fatto questo, e
bene osservato, debbe punire acremente i calunniatori: i quali non si possono dolere
quando siano puniti, avendo i luoghi aperti a udire le accuse di colui che gli avesse per
le logge calunniato. E dove non è bene ordinata questa parte, seguitano sempre disordini
grandi: perché le calunnie irritano, e non castigano i cittadini; e gli irritati pensano
di valersi, odiando più presto, che temendo, le cose che si dicano contro a loro. Questa
parte, come è detto, era bene ordinata in Roma; ed è stata sempre male ordinata nella
nostra città di Firenze. E come a Roma questo ordine fece molto bene, a Firenze questo
disordine fece molto male. E chi legge le istorie di questa città, vedrà quante calunnie
sono state in ogni tempo date a' suoi cittadini, che si sono adoperati nelle cose
importanti di quella. Dell'uno dicevano, ch'egli aveva rubato i danari al Comune;
dell'altro, che non aveva vinta una impresa per essere stato corrotto; e che quell'altro
per sua ambizione aveva fatto il tale ed il tale inconveniente. Di che ne nasceva che da
ogni parte ne surgeva odio: donde si veniva alla divisione, dalla divisione alle sètte,
dalle sètte alla rovina. Che se fusse stato in Firenze ordine d'accusare i cittadini, e
punire i calunniatori, non seguivano infiniti scandoli che sono seguiti; perché quelli
cittadini, o condannati o assoluti che fussono, non arebbono potuto nuocere alla città, e
sarebbeno stati accusati meno assai che non ne erano calunniati, non si potendo, come ho
detto, accusare come calunniare ciascuno. Ed intra l'altre cose di che si è valuto alcun
cittadino per venire alla grandezza sua, sono state queste calunnie: le quali venendo
contro a cittadini potenti che all'appetito suo si opponevano, facevono assai per quello;
perché, pigliando la parte del Popolo, e confermandolo nella mala opinione ch'egli aveva
di loro, se lo fece amico. E benché se ne potessi addurre assai esempli, voglio essere
contento solo d'uno. Era lo esercito fiorentino a campo a Lucca, comandato da messer
Giovanni Guicciardini, commessario di quello. Vollono o i cattivi suoi governi o la
cattiva sua fortuna che la espugnazione di quella città non seguisse: pure, comunque il
caso stesse, ne fu incolpato messer Giovanni, dicendo com'egli era stato corrotto da'
Lucchesi: la quale calunnia sendo favorita dagl'inimici suoi, condusse messer Giovanni
quasi in ultima disperazione. E benché, per giustificarsi, e' si volessi mettere nelle
mani del Capitano; nondimeno non si potette mai giustificare, per non essere modi in
quella republica da poterlo fare. Di che ne nacque assai sdegni intra gli amici di messer
Giovanni, che erano la maggior parte degli uomini grandi ed infra coloro che desideravano
fare novità in Firenze. La quale cosa, e per questa e per altre simili cagioni, tanto
crebbe che ne seguì la rovina di quella republica.
Era adunque Manlio Capitolino
calunniatore, e non accusatore; ed i Romani mostrarono, in questo caso appunto, come i
calunniatori si debbono punire. Perché si debbe farli diventare accusatori; e quando
l'accusa si riscontri vera, o premiarli o non punirli: ma quando la non si riscontri vera,
punirli, come fu punito Manlio.
Capitolo 9
Come egli è necessario essere solo a volere ordinare una
repubblica di nuovo, o al tutto fuor degli antichi suoi ordini riformarla.
Ei parrà forse ad
alcuno, che io sia troppo trascorso dentro nella istoria romana, non avendo fatto alcuna
menzione ancora degli ordinatori di quella republica, né di quelli ordini che alla
religione o alla milizia riguardassero. E però, non volendo tenere più sospesi gli animi
di coloro che sopra questa parte volessono intendere alcune cose; dico come molti per
avventura giudicheranno di cattivo esemplo, che uno fondatore d'un vivere civile, quale fu
Romolo, abbia prima morto un suo fratello, dipoi consentito alla morte di Tito Tazio
Sabino, eletto da lui compagno nel regno; giudicando, per questo, che gli suoi cittadini
potessono con l'autorità del loro principe, per ambizione e desiderio di comandare,
offendere quelli che alla loro autorità si opponessero. La quale opinione sarebbe vera,
quando non si considerasse che fine lo avesse indotto a fare tal omicidio.
E debbesi pigliare questo per una regola
generale: che mai o rado occorre che alcuna republica o regno sia, da principio, ordinato
bene, o al tutto di nuovo, fuora degli ordini vecchi, riformato, se non è ordinato da
uno; anzi è necessario che uno solo sia quello che dia il modo, e dalla cui mente dependa
qualunque simile ordinazione. Però, uno prudente ordinatore d'una republica, e che abbia
questo animo, di volere giovare non a sé ma al bene comune, non alla sua propria
successione ma alla comune patria, debbe ingegnarsi di avere l'autorità, solo; né mai
uno ingegno savio riprenderà alcuno di alcuna azione straordinaria, che, per ordinare un
regno o constituire una republica, usasse. Conviene bene, che, accusandolo il fatto, lo
effetto lo scusi; e quando sia buono, come quello di Romolo, sempre lo scuserà: perché
colui che è violento per guastare, non quello che è per racconciare, si debbe
riprendere. Debbi bene in tanto essere prudente e virtuoso, che quella autorità che si ha
presa non la lasci ereditaria a un altro: perché, sendo gli uomini più proni al male che
al bene, potrebbe il suo successore usare ambiziosamente quello che virtuosamente da lui
fusse stato usato. Oltre a di questo, se uno è atto a ordinare, non è la cosa ordinata
per durare molto, quando la rimanga sopra le spalle d'uno; ma sì bene, quando la rimane
alla cura di molti e che a molti stia il mantenerla. Perché, così come molti non sono
atti a ordinare una cosa, per non conoscere il bene di quella, causato dalle diverse
opinioni che sono fra loro; così, conosciuto che lo hanno, non si accordano a lasciarlo.
E che Romolo fusse di quelli che nella morte del fratello e del compagno meritasse scusa,
e che quello che fece, fusse per il bene comune, e non per ambizione propria, lo dimostra
lo avere quello, subito ordinato uno Senato, con il quale si consigliasse, e secondo la
opinione del quale deliberasse. E chi considerrà bene l'autorità che Romolo si riserbò,
vedrà non se ne essere riserbata alcun'altra che comandare agli eserciti quando si era
deliberata la guerra e di ragunare il Senato. Il che si vide poi, quando Roma divenne
libera per la cacciata de' Tarquini, dove da' Romani non fu innovato alcun ordine dello
antico, se non che, in luogo d'uno Re perpetuo, fossero due Consoli annuali; il che
testifica, tutti gli ordini primi di quella città essere stati più conformi a uno vivere
civile e libero, che a uno assoluto e tirannico.
Potrebbesi dare in sostentamento delle
cose soprascritte infiniti esempli; come Moises, Licurgo, Solone, ed altri fondatori di
regni e di republiche, e' quali poterono, per aversi attribuito un'autorità, formare
leggi a proposito del bene comune: ma li voglio lasciare indietro, come cosa nota.
Addurronne solamente uno, non sì celebre, ma da considerarsi per coloro che desiderassono
essere di buone leggi ordinatori: il quale è, che, desiderando Agide re di Sparta ridurre
gli Spartani intra quelli termini che le leggi di Licurgo gli avevano rinchiusi,
parendogli che, per esserne in parte deviati, la sua città avesse perduto assai di quella
antica virtù, e, per consequente, di forze e d'imperio, fu, ne' suoi primi principii,
ammazzato dagli Efori spartani, come uomo che volesse occupare la tirannide. Ma succedendo
dopo di lui nel regno Cleomene, e nascendogli il medesimo desiderio per gli ricordi e
scritti ch'egli aveva trovati d'Agide, dove si vedeva quale era la mente ed intenzione
sua, conobbe non potere fare questo bene alla sua patria se non diventava solo di
autorità; parendogli, per l'ambizione degli uomini, non potere fare utile a molti contro
alla voglia di pochi: e presa occasione conveniente, fece ammazzare tutti gli Efori, e
qualunque altro gli potesse contrastare; dipoi rinnovò in tutto le leggi di Licurgo. La
quale diliberazione era atta a fare risuscitare Sparta, e dare a Cleomene quella
riputazione che ebbe Licurgo, se non fusse stata la potenza de' Macedoni, e la debolezza
delle altre republiche greche. Perché, essendo, dopo tale ordine, assaltato da' Macedoni,
e trovandosi per sé stesso inferiore di forze, e non avendo a chi rifuggire, fu vinto; e
restò quel suo disegno, quantunque giusto e laudabile, imperfetto.
Considerato adunque tutte queste cose,
conchiudo, come a ordinare una republica è necessario essere solo; e Romolo, per la morte
di Remo e di Tito Tazio, meritare iscusa e non biasimo.
Capitolo 10
Quanto sono laudabili i fondatori d'una republica o d'uno
regno, tanto quelli d'una tirannide sono vituperabili.
Intra tutti gli uomini
laudati sono i laudatissimi quelli che sono stati capi e ordinatori delle religioni.
Appresso, dipoi, quelli che hanno fondato o republiche o regni. Dopo a costoro, sono
celebri quelli che, preposti agli eserciti, hanno ampliato o il regno loro o quello della
patria. A questi si aggiungono gli uomini litterati. E perché questi sono di più
ragioni, sono celebrati, ciascuno d'essi, secondo il grado suo. A qualunque altro uomo, il
numero de' quali è infinito, si attribuisce qualche parte di laude, la quale gli arreca
l'arte e lo esercizio suo. Sono pel contrario, infami e detestabili gli uomini distruttori
delle religioni, dissipatori de' regni e delle republiche, inimici delle virtù, delle
lettere, e d'ogni altra arte che arrechi utilità e onore alla umana generazione; come
sono gl'impii, i violenti, gl'ignoranti, i dappochi, gli oziosi, i vili. E nessuno sarà
mai sì pazzo o sì savio, sì tristo o sì buono, che, prepostagli la elezione delle due
qualità d'uomini, non laudi quella che è da laudare, e biasimi quella che è da
biasimare: nientedimeno, dipoi, quasi tutti, ingannati da uno falso bene e da una falsa
gloria, si lasciono andare, o voluntariamente o ignorantemente, nei gradi di coloro che
meritano più biasimo che laude; e potendo fare, con perpetuo loro onore, o una republica
o uno regno, si volgono alla tirannide: né si avveggono per questo partito quanta fama,
quanta gloria, quanto onore, sicurtà, quiete, con sodisfazione d'animo, ei fuggono; e in
quanta infamia, vituperio, biasimo, pericolo e inquietudine, incorrono.
Ed è impossibile che quelli che in stato
privato vivono in una republica, o che per fortuna o per virtù ne diventono principi, se
leggessono le istorie, e delle memorie delle antiche cose facessono capitale, che non
volessero quelli tali privati vivere nella loro patria più tosto Scipioni che Cesari; e
quelli che sono principi, più tosto Agesilai, Timoleoni, Dioni, che Nabidi, Falari e
Dionisii: perché vedrebbono questi essere sommamente vituperati, e quelli eccessivamente
laudati. Vedrebbero ancora come Timoleone e gli altri non ebbono nella patria loro meno
autorità che si avessono Dionisio e Falari, ma vedrebbono di lunga avervi avuta più
sicurtà.
Né sia alcuno che s'inganni, per la
gloria di Cesare, sentendolo, massime, celebrare dagli scrittori: perché quegli che lo
laudano, sono corrotti dalla fortuna sua, e spauriti dalla lunghezza dello imperio, il
quale, reggendosi sotto quel nome, non permetteva che gli scrittori parlassono liberamente
di lui. Ma chi vuole conoscere quello che gli scrittori liberi ne direbbono, vegga quello
che dicono di Catilina. E tanto è più biasimevole Cesare, quanto più è da biasimare
quello che ha fatto, che quello che ha voluto fare un male. Vegga ancora con quante laude
ei celebrano Bruto; talché, non potendo biasimare quello, per la sua potenza, ei
celebravano il nimico suo.
Consideri ancora quello che è diventato
principe in una republica, quanta laude, poiché Roma fu diventata Imperio, meritarono
più quelli imperadori che vissero sotto le leggi e come principi buoni, che quelli che
vissero al contrario: e vedrà come a Tito Nerva, Traiano, Adriano, Antonino e Marco, non
erano necessari i soldati pretoriani né la moltitudine delle legioni a difenderli,
perché i costumi loro, la benivolenza del Popolo, l'amore del Senato, gli difendeva.
Vedrà ancora come a Caligola, Nerone, Vitellio, ed a tanti altri scelerati imperadori,
non bastarono gli eserciti orientali ed occidentali a salvarli contro a quelli inimici che
li loro rei costumi, la loro malvagia vita, aveva loro generati. E se la istoria di
costoro fusse bene considerata, sarebbe assai ammaestramento a qualunque principe, a
mostrargli la via della gloria o del biasimo, e della sicurtà o del timore suo. Perché,
di ventisei imperadori che furono da Cesare a Massimino, sedici ne furono ammazzati, dieci
morirono ordinariamente e se di quelli che furono morti ne fu alcun buono come Galba e
Pertinace, fu morto da quella corruzione che lo antecessore suo aveva lasciata nei
soldati. E se tra quelli che morirono ordinariamente ve ne fu alcuno scelerato, come
Severo, nacque da una sua grandissima fortuna e virtù; le quali due cose pochi uomini
accompagnano. Vedrà ancora, per la lezione di questa istoria, come si può ordinare un
regno buono: perché tutti gl'imperadori che succederono all'imperio per eredità, eccetto
Tito, furono cattivi, quelli che per adozione, furono tutti buoni come furono quei cinque
da Nerva a Marco: e come l'imperio cadde negli eredi, e' ritornò nella sua rovina.
Pongasi, adunque, innanzi un principe i
tempi da Nerva a Marco, e conferiscagli con quelli che erano stati prima e che furono poi;
e dipoi elegga in quali volesse essere nato, o a quali volesse essere preposto. Perché,
in quelli governati da' buoni, vedrà un principe sicuro in mezzo de' suoi sicuri
cittadini, ripieno di pace e di giustizia il mondo; vedrà il Senato con la sua autorità,
i magistrati co' suoi onori; godersi i cittadini ricchi le loro ricchezze, la nobilità e
la virtù esaltata; vedrà ogni quiete ed ogni bene; e, dall'altra parte, ogni rancore,
ogni licenza, corruzione e ambizione spenta; vedrà i tempi aurei, dove ciascuno può
tenere e difendere quella opinione che vuole. Vedrà, in fine, trionfare il mondo; pieno
di riverenza e di gloria il principe, d'amore e sicurtà i popoli. Se considererà, dipoi,
tritamente i tempi degli altri imperadori, gli vedrà atroci per le guerre, discordi per
le sedizioni, nella pace e nella guerra crudeli: tanti principi morti col ferro, tante
guerre civili, tante esterne; l'Italia afflitta, e piena di nuovi infortunii; rovinate e
saccheggiate le cittadi di quella. Vedrà Roma arsa, il Campidoglio da' suoi cittadini
disfatto, desolati gli antichi templi, corrotte le cerimonie, ripiene le città di
adulterii: vedrà il mare pieno di esilii, gli scogli pieni di sangue. Vedrà in Roma
seguire innumerabili crudeltadi e la nobilità, le ricchezze, i passati onori, e sopra
tutto la virtù, essere imputate a peccato capitale. Vedrà premiare gli calunniatori,
essere corrotti i servi contro al signore, i liberti contro al padrone; e quelli a chi
fussero mancati inimici, essere oppressi dagli amici. E conoscerà allora benissimo quanti
oblighi Roma, l'Italia, e il mondo, abbia con Cesare.
E sanza dubbio, se e' sarà nato d'uomo,
si sbigottirà da ogni imitazione de' tempi cattivi, ed accenderassi d'uno immenso
desiderio di seguire i buoni. E veramente, cercando un principe la gloria del mondo,
doverrebbe desiderare di possedere una città corrotta, non per guastarla in tutto come
Cesare, ma per riordinarla come Romolo. E veramente i cieli non possono dare agli uomini
maggiore occasione di gloria, né gli uomini la possono maggiore desiderare. E se, a
volere ordinare bene una città, si avesse di necessità a diporre il principato,
meriterebbe, quello che non la ordinasse per non cadere di quel grado, qualche scusa: ma
potendosi tenere il principato ed ordinarla, non si merita scusa alcuna. E, in somma,
considerino quelli a chi i cieli dànno tale occasione, come ei sono loro preposte due
vie: l'una che li fa vivere sicuri, e dopo la morte li rende gloriosi; l'altra li fa
vivere in continove angustie, e, dopo la morte, lasciare di sé una sempiterna infamia.
© 1998 - by prof. Giuseppe Bonghi
- E-mail: Giuseppe.Bonghi@mail.fausernet.novara.it
data ultima modifica: 08 febbraio, 1998