BARNAVE Antoine
Nato a Grenoble come Stendhal, ma una generazione prima, anche Barnave sarebbe potuto diventare uno scrittore appassionato e razionale. E comunque un giovane come quelli che prediligerà Stendhal, elegante, intelligente, amabile, che sotto la grazia cela un occhio clinico sul mondo. Figlio di un avvocato al parlamento del Delfinato e di una madre bella e aristocratica, educato con cura e affetto in quell'ambiente di notabili protestanti, fa il suo debutto nel foro a vent'anni, nel 1781. Ma le sue curiosità vanno oltre la professione, e le sue ambizioni al di là della carriera. Ha letto e studiato i classici, la filosofia del secolo, francese e inglese, e le sue note giovanili rivelano uno spirito che da questi studi ha ricavato insieme i piaceri dell'immaginazione e il gusto del ragionamento. Ha talento, ha già successo, e ha sicuramente un avvenire, ma pensa ad altro: ora sogna di rivestire un grande ruolo — letterario o politico, non importa — ora giura di non cedere a nessuna lusinga, dato che l'epoca è tutta apparenza.
Ma proprio l'epoca gli aprirà le braccia.
Nel Delfinato, la rivoluzione francese è cominciata presto, con un anno di anticipo, contro gli editti di Lamoignon e Brienne del maggio 1788, che cercavano d'infrangere l'opposizione dei parlamenti. Il 7 giugno, giorno di mercato a Grenoble, la folla disselcia le strade, sale sui tetti e bombarda i soldati del re a colpi di selci e di tegole. Barnave si è già gettato nel movimento, redigendo in tutta fretta un Esp~it des édits enregistrés militairement au Parlernent de Grenoble le 10 mai 1788, che è un atto d'accusa contro i ministri del re e un appello al re perché riunisca gli Stati generali. Del resto, il Delfinato non attende il permesso di Luigi XVI per convocare gli Stati: già il 14 giugno si tiene a Grenoble un'assemblea illegale dei tre ordini che s'incarica di convocare gli Stati del Delfinato, specificando, innovazione capitale, che i deputati del Terzo Stato vi saranno presenti in numero uguale a quelli del clero e della nobiltà riuniti. Il 21luglio, a Vizille, i tre ordini siedono insieme, decidono insieme, reclamano insieme gli Stati generali, i diritti del Terzo Stato, la ritrovata unità del regno. Mounier ha redatto il testo, ma anche Barnave avanza nella sua scia, attivo, agitato, bene in vista. Quando il re cede, il mese successivo, resta l'elezione decisiva, quella dei rappresentanti a Versailles. Ai primi del 1789, a Romans, Barnave diventa, dopo Mounier, deputato del Terzo Stato di Grenoble agli Stati generali.
A Versailles diventa subito un personaggio di primo piano, fin dall'inizio dei dibattiti sui poteri: si rivela uno dei migliori oratori dell'Assemblea, capace di improvvisare un’argomentazione senza perdere il filo del ragionamento, metre quasi tutti leggono interventi scritti in anticipo.

Un'eloquenza molto intellettuale, incline alla dimostrazione, meno intuitiva di quella di Mirabeau e, a dire il vero, meno geniale — "non c'è divinità in lui," dice del resto Mirabeau. Ma il deputato di Grenoble non ha da riscattare il passato di scandalo che pesa sul più anziano, e i suoi discorsi hanno un'affascinante freschezza che ben si accorda con l'epoca, un tono quasi candido, dove riappare il giovane dei diari intimi. Barnave manca di moderazione, ma ha stile.
Si separa da Mounier molto presto, il 17 giugno, appoggiando la mozione con cui i deputati del Terzo diventano "Assemblea nazionale". Nel 1789 partecipa a tutte le lotte dello schieramento "patriottico", uno degli uomini più in vista, onnipresenti, popolari della rivoluzione: certo il periodo più felice della sua vita, poiché gli offre a ventotto anni, insieme con la gloria e la grande storia, il pieno appagamento della sua anima inquieta. Una frase inopportuna, ma non imperdonabile, perché riflette l'epoca oltre che la sua esaltazione, gli sfugge all'Assemblea il 23 luglio, all'indomani dell'uccisione di Foullon e di Bertier de Sauvigny a opera della folla parigina. Lally-Tollendal vuole intenerire i suoi colleghi evocando le atroci circostanze di quegli assassini, e Barnave: "Ci vogliono commuovere, signori, a favore del sangue che è stato versato ieri a Parigi: quel sangue era dunque così puro?" Tratto demagogico e malaccorto, che esprime tuttavia un'idea presente in molti e che fa risalire le violenze della rivoluzione a quelle dell'ancien régime.
Ciò dà almeno un'idea della passione rivoluzionaria di Barnave, che può essere misurata anche dalla sua rottura con Mounier, consumata tra la fine di agosto e i primi di settembre con il dibattito sulla costituzione e sul diritto di veto del re. All'Assemblea, Barnave si è fatto dei nuovi amici, press'a poco della sua età e patrioti come lui benché provengano dalla nobiltà: Adrien Duport, ex consigliere al parlamento di Parigi, e Alexandre de Lameth, giovane colonnello che ha fatto le sue prime esperienze nella guerra d'America. Questo trio di rampolli di buona famiglia, ben presto chiamato il "triumvirato", fatto di una solidarietà di coetanei nell'impegno rivoluzionario, è un valido simbolo della nuova società che sta nascendo sulle rovine dei vecchi ordini del regno. Essi non hanno risparmiato fatiche né lesinato l'appoggio al popolino delle campagne e delle città per distruggere l'ancien régime: Adrien Duport è l'autore del famoso decreto dell'lì agosto. Ma di questa rivoluzione ormai compiuta, e compiuta il più radicalmente possibile, essi vogliono controllare il corso, ritenendosi i più degni di dirigerla. Come gli altri, non riusciranno a portare a termine questa missione impossibile, in ogni caso prematura, e la rivoluzione continuerà senza di loro.
E a questo punto, nel 1790, che la vita di Barnave prende la sua piega decisiva, nel momento in cui a poco a poco egli cambia i suoi avversari e sostituisce al pericolo aristocratico quello dell'estremismo democratico. Bisognerebbe commentare giorno per giorno i dibattiti dell'Assemblea per seguire quest'evoluzione frastagliata, dove le amicizie, gli intrighi, le tattiche hanno una parte così importante. In marzo, sotto l'influsso dei fratelli Lameth, legati al commercio coloniale, Barnave difende lo statu quo nelle "isole", a rischio di apparire come l'uomo dei piantatori, proprio lui, l'uomo dei diritti dell'uomo. In maggio, si ricrea una popolarità a sinistra attaccando Mirabeau e le sue concessioni al re in materia di diritto di pace e di guerra. In ottobre, èal culmine degli onori, eletto presidente dell'Assemblea a meno di trent'anni, ma il dibattito coloniale si riaccende, e Barnave vi sostiene di nuovo la causa dei coloni bianchi, contro i mulatti liberi e gli schiavi negri. Viene quindi denunciato, non solo da Marat, che denuncia tutti, ma da una "Lettera aperta" di Brissot, che non gli perdona il suo tradimento dei principi nella questione coloniale. All'inizio del 1791 riguadagna il terreno perduto con dei discorsi "duri" sul giuramento dei preti e sul diritto d'emigrazione, ma da un bel pezzo non c'è più, fra la rivoluzione e lui, quel trasporto entusiastico che è stato il segreto del 1789.
La morte di Mirabeau, il 2 aprile 1791, lo mette in prima linea, con i suoi amici. E’ uno dei caratteri del primo periodo della rivoluzione francese, quest'incapacità dei leader dell'Assemblea costituente di mettersi d'accordo per tentare di fondare una monarchia costituzionale sui nuovi principi. Mirabeau detestava gli uomini del triumvirato, che lo ricambiavano, così come del resto l'uno e gli altri, separatamente, detestavano La Fayette, il terzo polo dell'Assemblea. Ora, Mirabeau ha le stesse idee di Barnave e dei suoi amici: i principi del 1789, una monarchia forte ma limitata da un'Assemblea, un re che abbia rotto i ponti con la società aristocratica, un suffragio censuario allargato, che comprenda tutta la classe media. E quanto egli consiglierà in segreto a Luigi XVI, a partire dalla metà del 1790 fino alla sua morte. Barnave, e Duport, e Alexandre de Lameth riprenderanno questa fiaccola clandestina poco dopo, nell'estate del 1791, e per dare gli stessi consigli. Così, una volta morto il loro grande rivale, essi possono ingenuamente credersi vicini alla meta, mentre invece ereditano un destino cui egli è stato sottratto dalla morte, e di cui saranno loro a pagare il duro prezzo.
L'episodio di Varennes rivela questa nuova situazione. Il re, arrestato nel villaggio lorenese, viene ricondotto a Parigi. L'Assemblea ha delegato tre dei suoi, La Tour-Maubourg, Pétion e Barnave, per andare incontro al funebre corteo. Barnave viaggia nella berlina reale, e si può fantasticare su questo strano, interminabile incontro fra il celebre rappresentante del popolo e la coppia sventurata, riportata alle Tuileries in mezzo a un popolo in armi. Ma non c’é bisogno di inventare un Barnave innamorato della regina per immaginarlo insieme commosso dalla sventura e toccato nelle sue idee. Il mese precedente è stato battuto due volte all'Assemblea, prima sui diritti politici accordati ai mulatti liberi (ancora la questione coloniale, che si trascina dietro come una palla al piede), poi sulla non rieleggibilità dei costituenti alla prossima Assemblea. La Francia si troverà d'un sol tratto priva di tutti i suoi uomini politici. E se, per giunta, la monarchia costituzionale sarà senza re?
Bisogna dunque salvare il re, per salvare la costituzione e l'ordine pubblico. E’ l'ultima grande lotta politica di Barnave. Parigi si agita, i club manifestano per il processo a Luigi XVI, Condorcet chiede la repubblica, e Barnave, il 15 luglio, all'Assemblea: "Termineremo la rivoluzione, la ricominceremo? Per quelli che vorrebbero andare più lontano, quale notte del 4 agosto resta ancora da fare, se non delle leggi contro le proprietà?" Così, nell'estate del 1791, insieme con i suoi amici diventa l'uomo della restaurazione del re (a costo di fingerne il "rapimento"), il campione dell'ordine pubblico contro i club parigini, e di una costituzione riveduta, votata, suggellata. Ma il suo apparente trionfo è un rabberciamento, minacciato da tutte le parti: egli ha definitivamente perduto la sua popolarità approvando la repressione dell'agitazione popolare al Campo di Marte, il 17 luglio; ha abbandonato nelle mani di Robespierre i giacobini, fondando il club rivale dei foglianti; e non si è
guadagnato la fiducia della coppia reale, che ha la memoria lunga, più di quanto vi siano riusciti Mirabeau e La Fayette. Leader, infine, dell'Assemblea per lo spazio di un'estate, non è rieleggibile. La ragione di fondo del suo fallimento è che la Francia di quell'estate è ancora quella del 1789: l'unione dei proprietari non è ancora una parola d'ordine su cui si possa costituire un fronte di tutti i possidenti contro la minaccia delle classi popolari. All'Assemblea, i realisti giubilano quando vedono Robespierre dirigere su Barnave i suoi sospetti: non è il momento del "giusto mezzo".
Per altri tre mesi dopo lo scioglimento dell'Assemblea, fino a Natale, l'ex costituente, ridiventato semplice cittadino, scambia con la regina una corrispondenza patetica e ridicola, poiché le chiede di fare della vecchia monarchia un'istituzione della rivoluzione, mentre la regina continua a fidarsi solamente dei suoi, Fersen, Mercy-Argenteau, l'imperatore suo fratello. Barnave ha la saggezza di non premere in favore della guerra, ma ormai è solo un uomo senza peso. Torna a Grenoble negli ultimi giorni dell'anno, e finisce per restarvi, per motivi che la sua corrispondenza non spiega, ma in cui si possono indovinare la gravità dei colpi ricevuti, la piega presa dagli avvenimenti a Parigi, il desiderio di ritrarsi in se stesso. Lavora, legge, si occupa delle sue proprietà, comanda la guardia nazionale di Saint-Egrève, dove si trova la casa della sua famiglia. Ma dopo il 10 agosto, fra i documenti sequestrati alle Tuileries si scopre una carta che comprova un "Progetto del Comitato dei ministri, concertato con i signori Alexandre Lameth e Barnave":
ce n'è abbastanza perché l'Assemblea legislativa, il 15, lo metta sotto accusa. Viene arrestato tre giorni dopo, e passerà ormai quel che gli resta da
vivere in prigione. Prima nel Delfinato, dove continua a lavorare e a scrivere per più di un anno, nella speranza di essere dimenticato laggiù; ma al principio di novembre del 1793 viene trasferito a Parigi, giudicato sommariamente dal Tribunale rivoluzionario il 27, e ghigliottinato il 29.
Alla sua morte, lasciò un certo numero di carte, annotazioni, lettere e il piano dettagliato di un'opera, pubblicati nel 1843 in quattro volumi a cura di Bérenger de la Dròme, pari di Francia e membro dell'Istituto. Queste carte, donate più tardi da sua sorella alla biblioteca della città di Grenoble, sono sempre consultabili. Ciò ha permesso agli specialisti di criticare il modo in cui è stata condotta l'edizione del 1843: Bérenger de la Dròme, infatti, ha proceduto ad aggiunte e tagli. Una piccola parte delle carte di Barnave, dedicate a una panoramica della storia europea dopo l'antichità, è stata pubblicata nel 1960 da Fernand Rude sotto il titolo (che non è di Barnave) Introduction à la Révolution francaise. E in corso l'edizione critica delle opere politiche di Barnave, il cui primo volume sarà pubblicato nel 1989.
Il carattere più sorprendente di questa Introduction à la Révolution francaise, da parte di un protagonista così impegnato nell'avvenimento di cui tratta, è il distacco, la distanza che rivela rispetto alla storia che ha appena fatto. Carattere ancor più sorprendente se si pensa alle circostanze in cui queste pagine sono state scritte, in un periodo in cui il loro autore è sconfessato dalla piega che la rivoluzione ha preso, sorpassato, minacciato, già in carcere: come l'Abbozzo di Condorcet, l'Introduction di Barnave è scritta da un uomo sulla soglia della morte e privo di illusioni sul proprio destino. Sono entrambi testi incompiuti, composti frettolosamente;il secondo in particolare, succinto, perentorio, senza intestazioni

di capitoli, senza ornamenti stilistici, lo scheletro di un libro più che un libro vero e proprio. Ma il contrasto più spettacolare che offrono sta nel tono. Mentre Condorcet disegna un affresco dei progressi dello spirito umano in cui investe il suo ottimismo antropologico, Barnave mette per iscritto le leggi che hanno governato gli uomini della rivoluzione francese, a loro insaputa, come se egli non vi avesse avuto nessuna parte. Condorcet resta ciò che non ha mai cessato di essere; Barnave contempla ciò che è stato con aristocratico distacco.
Vi è un altro modo per spiegare questo sdoppiamento. La rivoluzione francese è stata fatta in nome del diritto naturale, e gli uomini del 1789 hanno voluto fondare una nuova società sulla ragione astratta. Tre anni dopo, Barnave, sconfitto, prigioniero, ne trasferisce l'origine nella ragione storica. È’ in questa sostituzione delle leggi della storia al diritto naturale che sta l'originalità del manoscritto lasciato da Barnave; sostituzione così precoce da presupporre nel suo autore una visione già conclusa dell'evento, mentre la rivoluzione francese è ben lontana dall'aver terminato il suo corso. Forse è un modo per realizzare nel pensiero quel che il deputato alla Costituente non ha potuto ottenere con l'azione nell'estate 1791: una fine della rivoluzione che sia conforme alla sua natura, cioè la vittoria della "classe media". Ma questo modo è così diverso da quello con cui gli attori della rivoluzione hanno concepito fino allora il proprio ruolo, che introduce una novità radicale nell'interpretazione dell'evento. Barnave è morto troppo presto per aver fallito nella vita politica, ma il suo manoscritto postumo gli apre una sopravvivenza intellettuale nel XIX e nel XX secolo.
Bisogna leggere la Storia socialista di Jaurès per comprenderlo. Ciò che il leader socialista scopre nell'lntroduction del leader dei foglianti non è più il discorso esumato dai Moniteur, quelle parole fossilizzate dal tempo sulla sovranità della nazione e il governo rappresentativo; è già storia, anzi di più, una storia vicina a quella che egli stesso scrive, poiché vi scorge un tipo di interpretazione che conduce a Marx. Nel legame che Barnave stabilisce fra la rivoluzione da una parte, i progressi della produzione economica e della proprietà mobiliare dall'altra, Jaurès abbozza una genealogia del marxismo:
Barnave è un Marx incompiuto, quello della rivoluzione borghese. Un'idea valida nella misura in cui indica una filiazione intellettuale (benché Marx non abbia letto Barnave), ma che, maneggiata senza sfumature, ha indotto troppi commentatori, dopo Jaurès, a leggere l'Jntroduction attraverso quel Marx che dovrebbe preannunciare. Metodo più corretto è comprendere un autore sulla base di quanto lo ha preceduto, non di quanto lo ha seguito; e le vaste letture che formano l'impalcatura del lavoro di Barnave non sono misteriose, dato che ne ha lasciato testimonianza nelle sue carte: la filosofia francese, Montesquieu soprattutto, e poi i grandi scozzesi, Smith in testa — gli stessi che, guarda caso, anche Marx avrebbe molto studiato mezzo secolo dopo.
E da Montesquieu, il suo autore preferito, che deriva il suo relativismo storico, con l'idea che la ricerca delle origini del potere, delle condizioni che lo hanno reso possibile e delle forze che lo sottendono, è più importante della questione della sua legittimità. Dalla filosofia scozzese egli trae la sua visione di una storia europea dominata dal rapporto fra l'uomo e la natura, i progressi della popolazione, delle arti e del commercio, e coronata dalla società moderna ricca e civilizzata (la commercial society degli scozzesi), dominata dalla proprietà mobiliare: il potere della democrazia vi ha sostituito quello dell'aristocrazia. Dall'economia generale di questo schema si può misurare fino a che punto Barnave sia lontano da Rousseau, come testimoniano le sue annotazioni: egli se la prende con l'astrattezza, con lo stato di natura, con l'arroganza della ragione in nome dell'osservazione e dell'empirismo — temi che ricorrono in alcuni dei suoi discorsi dell'estate del 1791, un po' come una riflessione sul 1789. La sua visione della storia sostituisce sì una filosofia a un'altra, ma rinuncia all'ambizione di ricostruire il sociale sulla base della ragione, nella trasparenza della volontà e dell'azione; non attribuisce alla rivoluzione altro che una funzione di adattamento del politico al sociale. L'uomo può esserne non l'attore consapevole, ma l'osservatore intelligente, a condizione di piegare il proprio spirito all'esperienza, e non pretendere di crearla.
La storia degli uomini in società è quindi costituita da una dialettica fra lo stato sociale e lo stato politico, le basi del potere e la natura ditale potere. Barnave conserva la classificazione aristotelica di democrazia, aristocrazia e monarchia, ma la fonda sull'evoluzione storica delle società: la monarchia riposa su un forte esercito, l'aristocrazia sulla proprietà fondiaria, la democrazia sull'opinione pubblica. All'origine l'uomo vive in democrazia, ignorando la proprietà, vive nell'indipendenza e nell'uguaglianza: Barnave trasforma lo stato di natura di Rousseau in società elementare. Poi vengono la sedentarizzazione, la proprietà fondiaria, l'accrescimento della popolazione, che producono secondo i casi il dominio aristocratico o il potere di un solo capo, la monarchia. Infine, i progressi delle arti, della proprietà mobiliare e dell'opinione pubblica riportano la democrazia, ma a un livello superiore.
Questa maniera di concettualizzare la storia umana non è, in Barnave, rigidamente meccanica. Lascia spazio al gioco di altre causalità, come la dimensione del territorio, o il clima (dove si ritrova nuovamente Montesquieu). Permette anche di far intervenire fattori particolari, che possono contrastare l'effetto delle cause generali e portare a una confusione dei regimi politici. Per esempio, lo spirito commerciale, che è all'origine dell'emancipazione del popolo e della democrazia, può essere spinto in certe repubbliche al punto di provocare lo straordinario arricchimento di alcuni; dal che deriva che queste repubbliche — Barnave pensa alle Province Unite — sono governate da un'aristocrazia borghese, diversa, è vero, dall'aristocrazia fondiaria. Altro esempio: il conflitto, in una repubblica espansionistica, fra lo spirito commerciale che ne costituisce la ragion d'essere e la necessità di avere un forte esercito, indispensabile alla sua politica estera, ma pericoloso per la stabilità interna (come nel caso dell'antica Cartagine e della Venezia moderna).
Il nucleo del piccolo libro di Barnave è dedicato, come è facile capire, all'evoluzione della società francese, prima dal feudalesimo alla monarchia assoluta, poi dalla monarchia assoluta alla rivoluzione. Il regime feudale caratterizza il periodo dominato da un'aristocrazia proprietaria, militare e sacerdotale, che controlla le tre basi del potere, la terra, l'esercito e l'opinione. La nascente democrazia, in un tale periodo, ha solo la forza di sostenere con le imposte il principe contro l'aristocrazia; ma ben presto i progressi della proprietà mobiliare la rendono abbastanza forte, non ancora per governare da sé, ma per far trionfare il principe: è l'ora della monarchia assoluta.
Questa rappresenta perciò uno stato di equilibrio fra aristocrazia e democrazia.
Il re infrange il potere nobiliare con la forza pubblica, col denaro del popolo. Il
potere del re, quindi, non si fonda sul carattere della produzione dei beni, poichè
trae origine proprio dalla situazione in cui le due forze contrastanti della
terra e del capitale mobiliare si neutralizzano a vicenda; la monarchia assoluta si fonda sull'esercito. Essa è peculiare all'epoca in cui "il governo, uscito dal feudalesimo, si avvia verso un'altra forma che non è ancora sviluppata, in cui l'aristocrazia ha cessato di essere tirannica senza che il principe sia ancora despota o che il popolo sia ancora libero; epoca in cui predomina il potere regio, mitigato dal ricordo del potere dei nobili, e dall'opinione pubblica, che è il preludio del potere del popolo". In questa superba definizione, che certo prefigura Marx, ma più ancora di Marx, Augustin Thierry e Guizot, si riconosce il carattere provvisorio e fragile della monarchia, così come la intende Barnave: governo instabile, portatore di differenti possibilità future, che vanno dal dispotismo al potere popolare, passando per la monarchia "libera e limitata", in cui il parlamentare fogliante trova il proprio ideale. Al limite, non si tratta di un regime relativamente stabile come l'aristocrazia o la democrazia, ma di un governo continuamente in bilico fra questi due cardini. Su questo punto Barnave si separa nettamente dal suo maestro Montesquieu, vecchio ammiratore di una monarchia francese erede del suo passato feudale: "Montesquieu mi sembra aver eretto a governo ciò che non è se non uno stato precario e un passaggio tra due forme di governo più definite; ha ritratto la situazione in cui gli era dato vedere alcuni stati dell'Europa nel momento in cui scriveva, senza considerare che tale situazione non poteva durare perché (si) fondava su una forza d'opinione la cui base non esisteva più, e che la monarchia avrebbe avuto ben presto bisogno di altri limiti e di altri supporti. La monarchia di Montesquieu si avvia verso il dispotismo militare, o verso la monarchia organizzata."
La "monarchia organizzata" è la monarchia inglese? No. Il Barnave del 1792 non dà ragione, a posteriori, ai monarchiens, che ha combattuto nell'estate del 1789, al momento del dibattito sull'organizzazione dei nuovi poteri pubblici. Il fatto è che l'Inghilterra è un'isola, senza esercito, un regno commerciale in cui i Comuni non hanno da temere una Camera dei pari che in Francia, invece, soggiogherebbe sia il popoìo che il re; del resto la sua rivoluzione democratica è avvenuta un secolo prima di quella francese, il che spiega il suo carattere religioso, e non filosofico. In Francia, questa rivoluzione ci ha messo un po' ad arrivare, ma non per questo era meno necessaria, preparata dal declino dell'aristocrazia, dall'assolutismo, dal progresso della ricchezza mercantile, del popolo e dei Lumi. La guerra d'America ne costituisce il preludio. E poco dopo, nel 1789, l'inettitudine del re, la miopia della corte, l'indecisione di Necker danno tutto il potere al popolo. All'interno della necessità della rivoluzione, Barnave fa posto, proprio alla fine del suo manoscritto, all'ipotesi che le cose avrebbero potuto andare diversamente e, forse, meglio: "... ciò che si sarebbe potuto fare attraverso il governo si fece senza e contro di esso; i comuni, stanchi di tanta (lentezza) e sentendosi appoggiati dall'opinione pubblica, dichiararono, nell'atto di costituirsi, che avrebbero rappresentato la nazione; e da quel momento furono l'unica potenza; e da allora, la sorte della rivoluzione fu quasi interamente decisa."
Resta da riflettere su quel "quasi": nell'edizione Bérenger, il centinaio di pagine
dedicate alla filosofia della storia europea è seguito da analisi su argomenti più
attuali, in cui Barnave fa il bilancio del lavoro dell'Assemblea costituente e cerca
di comprendere perché le cose hanno preso una brutta piega con la Legislativa.
Egli attribuisce grande importanza alla disposizione circa la non rieleggibilità dei
membri della Costituente nella nuova Assemblea che Robespierre aveva fatto votare contro di lui nel 1791: in seguito a tale decreto, ottenuto grazie a una combinazione di stanchezze individuali, di ambizioni e di calcoli, la Legislativa divenne ben presto una raccolta di spiriti chimerici manipolati dai club parigini.
Barnave sottolinea tanto più questa ragione, in quanto si rifiuta di pensare che l'opera della Costituente, alla quale aveva preso tanta parte, sia stata irrilevante. Egli conosce le obiezioni e le critiche, e a leggerlo si capisce che le condivide anche un poco, perché condivide lo spirito che le anima: si tratta infatti di creare delle istituzioni libere, dove i differenti poteri si equilibrino, secondo la lezione di Montesquieu. La costituzione del 1789, riveduta nel 1791, possiede quell'equilibrio? Poteva raggiungerlo? Barnave riprende con se stesso la discussione del settembre 1789 sul valore dell'esempio inglese per la Francia rivoluzionaria, come a proseguire il dialogo interrotto col concittadino Mounier. No, risponde, non era possibile ricreare nell'estate del 1789 una Camera alta, che avrebbe inevitabilmente evocato una restaurazione dell'aristocrazia. Più fondate, ai suoi occhi, sono altre due obiezioni: il non aver dato mezzi sufficienti al potere esecutivo e l'aver accordato troppo poco alla proprietà nella rappresentanza nazionale, nonostante gli sforzi fatti in tal senso al momento della revisione costituzionale del 1791.
Ma l'ex deputato fogliante ritorce che, a meritare la critica, a questo proposito, è più la deriva delle istituzioni che non il loro assetto. "Su questo punto," egli scrive, "come su molti altri, si sono confusi completamente gli effetti dello stato rivoluzionario con quelli della costituzione." Da una parte il re, sospettato di continuo dai club parigini, non ha potuto esercitare i poteri che erano stati previsti per lui. Dall'altra, poiché l'aristocrazia era emigrata o ostile al nuovo regime, la proprietà ha potuto opporre all'esasperazione demagogica solo un fronte molto indebolito.
Così la riflessione di Barnave, applicata allo stato presente della Francia, si arricchisce di una nuova categoria, sconosciuta alla filosofia della storia, quella dello "stato rivoluzionario", modalità di transizione fra due regimi, periglioso passaggio tra il passato e l'avvenire, dove la presa degli uomini sulle cose è più incerta che mai. La Francia del 1791 non ha ancora radici, e ha contro di sé la resistenza della proprietà aristocratica e l'estremismo dei demagoghi. La sua costituzione, benché segnata dai tumulti in cui era nata, non era cattiva, ma sarebbe stato necessario applicarla. Ora gli uomini che l'hanno creata lasciano tutti insieme il potere, per far posto a uomini nuovi, senza pratica degli affari, nouvelle vague di teorici alla mercé dei demagoghi parigini. In tal modo "lo stato rivoluzionario" ha il sopravvento sullo "stato costituzionale", e attraverso la guerra l'Assemblea legislativa crea le condizioni di una seconda rivoluzione. "Tornato al mio focolare," scrive Barnave nel 1792, verso giugno, "mi chiedo se non sarebbe stato meglio non lasciarlo mai..." Ma questa considerazione malinconica non resiste al pensiero della necessità del progresso: "Tuttavia, per poco che ci si rifletta, ci si convince che, qualunque cosa accada, non possiamo cessare di essere liberi, e che i principali abusi che abbiamo distrutto non ricompariranno mai. Quante disgrazie occorrerebbe subire per dimenticare simili vantaggi!"
Questo pensiero costituisce un buon testamento per quest'uomo morto a trentadue anni, e che ha trascorso l'ultimo anno della sua vita come un eroe dell'antichità, a riflettere in carcere sulla forza delle cose, e non sulla malvagità degli uomini. Quell'anno stoico, e tragicamente concluso, donde nasce la meditazione di Barnave sulla storia d’Europa, fa rimpiangere più i libri che non ha scritto che la carriera che non ha fatto. Sainte-Beuve, come sempre, l'ha capito per primo, ricordando gli onori resi da Bonaparte alla sua memoria: "Il Console, che fece collocare la statua di Barnave accanto a quella di Vergniaud sulla grande scalinata del palazzo del Senato, gliene avrebbe fatto salire, se fosse vissuto, i gradini. Sarebbe divenuto il conte Barnave, sotto l'Impero. Sarebbe invecchiato in modo onorevole, ma sentendo la sua fiamma indebolirsi e non portandone più lo splendore sulla fronte."

FRANCOIS FURET

 

Links

BARNAVE Antoine Pierre Joseph Marie

http://fr.encyclopedia.yahoo.com/articles/b/b0001009_p0.html

http://www.encyclopedia.com/html/B/Barnave.asp

http://revolution.1789.free.fr/Les_personnages.htm

http://membres.lycos.fr/histoire1789/barnave.htm

http://www.libredition.net/bibliotheque_universelle.htm

http://www.dirittopubblicomc.org/barnave.php#one


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