ù

LAFAYETTE Marie Joseph Paul Yves Roch Gilbert (marqui de.)


Il 29 luglio 1830 La Fayette è eletto per acclamazione al comando della guardia nazionale di Parigi. Quarantun anni prima, quasi lo stesso giorno, il 15 luglio 1789, aveva conosciuto lo stesso omaggio da parte di un'insurrezione vittoriosa. Allora non aveva ancora trentadue anni; ora ne ha settantatré. E uno degli ultimi eroi del 1789 ancora viventi: non si onora in lui un simbolo, portatore di una speranza? Per uno scorcio agiografico che non si preoccupa troppo delle raffinatezze, egli attraversa la svolta del secolo senza che venga intaccata neppure per un istante la sua fedeltà alle idee liberali, a quella monarchia costituzionale che la caduta dell'ultimo dei Borboni rende ormai possibile. Dall'impresa americana all'opposizione sotto la restaurazione, La Fayette incarna l'attaccamento ai grandi principi del 1789. E una figura del giusto mezzo, i "furori del giacobinismo" lo hanno costretto all'esilio, le monarchie europee lo hanno gettato in carcere. Il suo ritorno in Francia dopo il 18 brumaio ha segnato l'inizio di un tenace silenzio durato quindici anni. Nel celebrarlo, gli uomini del 1830 possono rivendicare come propria l'eredità del 1789, senza il 1793 e senza brumaio. Questo La Fayette artificiale è un caleidoscopio di immagini di Epinal: l'eroe dei due mondi, l'idolo trionfale del 1789, il prigioniero di Olmùtz, il silenzioso oppositore dell'impero. La sua leggenda si alimenta a monte come a valle della rivoluzione; non resta nulla del generale, del politico che, per tre anni, dal 1789 al 1792, s'impegnò senza riserve nella lotta politica. Forse era necessario, perché rinascesse un giorno la sua straordinaria popolarità, che fosse occultato l'insuccesso delle sue ambizioni.
L'uomo ha suscitato scarsi elogi: è un "idolo mediocre" che la rivoluzione ha innalzato molto al disopra del suo povero talento, secondo Michelet. Parecchi dei suoi contemporanei hanno condiviso la stessa opinione. Quando i giacobini lo accusano di cesarismo, Brissot replica che "Cromwell aveva carattere, ma La Fayette non ne ha". Dopo la fuga del re, Danton gli chiede ironicamente se è un traditore o se è soltanto stupido. Mirabeau è ancor più sbrigativo quando, in una delle sue note destinate alla corte, mette in rilievo "l'imbecillità del suo carattere, la pavidità del suo animo e le piccole dimensioni del suo cervello". Michelet gli riconosce di buon grado un grande coraggio, uno spirito cavalleresco, ma questa generosità unita a tanta mediocrità fa di lui lo strumento privilegiato di tutte le manipolazioni. Madame de Staèl invece respinge "l'accusa di stupidità" di cui è fatto segno, volendo vedere in lui soltanto l'uomo di incrollabile fedeltà alle proprie convinzioni, qualunque ne sia il prezzo. Ma la sua unica convinzione
non è forse 1' "amore della gloria" e il "favore popolare", come ammette egli stesso nelle sue Memorie? Madame de Staél alla fine è obbligata a sottolineare il suo "desiderio di brillare nei salotti" e "l'amore della popolarità, passione favorita della sua anima
Di carattere controverso, l'uomo non spicca neppure per le sue qualità di pensatore. Ha scritto poco: un Mémoire au Roi nell'aprile 1790, alcune pagine pomposamente intitolate Sur la démocratie royale de 1789 et le républicanisme des vrais Constitutionnels nel 1799 e, in seguito, delle annotazioni alle opere di Mounier e Malouet, alle Memorie di Madame Roland e al libro di Thiers. Le sue stesse Memorie non sono che una compilazione disordinata, dove si limita a ripetere di continuo i pochi principi che ha servito, senza apportarvi nessun arricchimento significativo. La sua unica "opera~~ e una Dichiarazione dei diritti, letta all'Assemblea costituente l'il luglio 1789, ma che si ispirava largamente al testo redatto da Jefferson nel 1776 per lo stato della Virginia.
La mediocrità dell'uomo non può tuttavia offuscare tutto ciò che il personaggio rappresenta. Erede di un nome prestigioso, di una fortuna immensa che, alla morte precoce dei suoi genitori, gli lascia a disposizione 120 000 lire di rendita annuale, il suo destino avrebbe potuto essere privo di sorprese, fra le dissipatezze di un giovane gentiluomo e una carriera militare senza splendore. Nel 1774, all'età di diciassette anni, egli cominciò proprio in questo modo: sposò una Noailles, entrò nei dragoni col grado di capitano, frequentando assiduamente la corte e il seguito della regina. Ma la sua corrispondenza con la moglie rivela un uomo ben diverso, che rifiuta l'avvenire che la tradizione e l'ambiente vorrebbero imporgli: mentre fa solo velate allusioni a un matrimonio che gli pesa, non smette mai di adirarsi per la monotonia della vita militare e la futilità della corte.
Ma d'oltreoceano gli giunge l'eco dell'epopea che egli sogna per liberarsi dalla "vita senza gloria" cui si crede condannato, "in mezzo alle persone più contrarie al mio modo di pensare" (lettera del 30 maggio 1777). A partire dal luglio 1776 l'opinione pubblica si è schierata con gli insorti. Anche La Fayette ne è conquistato, ma non vuol limitarsi a quell'entusiasmo da salotto, e nel maggio 1777 si imbarca per l'America dopo una rocambolesca avventura. Partito per conquistare la gloria sui campi di battaglia, lo "spirito americano lo conquista alla sua causa per effrazione, se così si può dire, facendo di quel giovane e prestigioso rampollo della nobiltà francese una figura centrale delle idee liberali e riformiste del decennio prerivoluzionario. Fin dal suo primo soggiorno (1777-1778) egli si entusiasma per l'uguaglianza dei diritti, per lo spirito civico di cui i cittadini di quel paese danno prova: "Le relazioni repubblicane mi affascinavano." Sente di trovarsi in presenza di un avvenimento che oltrepassa le frontiere dell'America; a varie riprese, scrive ai suoi familiari che laggiù è in gioco l'avvenire dell'Europa.
Dopo il ritorno in Francia nel 1782, forse egli si serve del suo prestigio per affrettare il trionfo dei principi che si sono appena affermati a Yorktown; forse non fa che svolgere il ruolo previsto dell' "eroe dei due mondi". Resta il fatto che si prodiga senza risparmio, con una bulimia che suscitò l'ironia di Lacretelle. Percorre la Prussia, poi la Francia, dove milita a favore dei diritti civili dei protestanti; diventa massone, poi si lascia trascinare dalla voga del mesmerismo, e durante un soggiorno negli Stati Uniti nel 1784 si dà un gran da fare per esportare il "magnetismo animale " ; moltiplica le dichiarazioni antischiaviste,

compra una piantagione a Caienna per condurvi un esperimento di emancipazione. In questo impegno a tutto spiano non c'è altro che uno snobismo un po' ridicolo. Senza dubbio egli si sforza di coltivare la sua popolarità da salotto: nella corrispondenza, lo si vede cercare con avidità le cause da difendere — nel 1785 deplora che non si possa far niente per l'Irlanda o l'Olanda; l'anno successivo chiede a Washington di non dimenticarlo in caso di guerra con la Spagna: "Una visita a Messico o a Nuova Orléans mi sarebbe stata molto gradita," scrive. Ma, come molti uomini illuminati della sua generazione, egli partecipa alla diffusione delle idee nuove al di fuori dei canali tradizionali. Infatti non è un mercenario. Nel 1786 biasima la rivolta del Perù, osservando che "quel popolo è molto lontano dalle idee che portano a una rivoluzione sensata". In tale rivoluzione consiste, in ultima analisi, tutto il suo credo, e vi resterà attaccato con la perseveranza non comune che sarà lodata da Madame de Stael.
La Fayette scorge le premesse della "rivoluzione sensata" nella riunione dell'Assemblea dei notabili, cui è chiamato a partecipare, nella convinzione che il fallimento di essa renderà necessari gli Stati generali, dei quali chiede a più riprese la convocazione. Non si accontenta di dichiarazioni a effetto, ma s'impegna nell'azione, figurando in buona posizione fra i leader del partito "patriottico" e partecipando alle attività del Comitato dei trenta, che lancia le parole d'ordine e coordina l'azione. Con Lauzun, Beauharnais, La Rochefoucauld, Mirabeau e molti altri nobili liberali, è all'avanguardia della lotta, rivendicando, di fronte a una monarchia indebolita, il ruolo politico di cui l'assolutismo aveva privato la nobiltà.
Le violenze che accompagnano l'agitazione parlamentare nel 1788 non lo sgomentano. Nell'ottobre 1787, quando compie una diagnosi della situazione per il suo amico Washington, è ottimista: nota il contrasto fra l'organizzazione giuridica del potere, che qualifica come "orientale", e la "libertà generale" che vede manifestarsi, orizzontalmente, nella società francese; ne conclude che "tutti questi ingredienti mescolati insieme [ci] porteranno a poco a poco, senza grandi convulsioni, a una rappresentanza indipendente, e di conseguenza a una diminuzione dell'autorità regia". Questa monarchia costituzionale sarà, negli anni seguenti, il riferimento permanente della sua azione politica. Ma l'attaccamento a un ideale condiviso dalla maggior parte degli uomini del 1789, se non fa di La Fayette un teorico, non lo trasforma neppure in uno stratega: di fronte alla scelta dei mezzi si rivelerà incapace di adattarsi a un'evoluzione politica che, fin dalle prime settimane, supererà le sue capacità di valutazione.
La sua difficile elezione agli Stati generali è la prova di una popolarità fragile e circoscritta alla capitale. All'assemblea della nobiltà del siniscalcato di Riom, gli altri due deputati hanno ottenuto una vittoria più larga della sua:
il conte de Langhac, siniscalco, presidente dell'assemblea, è eletto con 382 suffragi su 397 votanti; il marchese de Laqueuille con 212 voti su 393 votanti. La Fayette raccoglie soltanto 198 dei 393 suffragi espressi, superando di poco il limite della maggioranza assoluta. L'uomo ha dei nemici: è poco apprezzato a Versailles, dove le sue passate attività lo rendono sospetto di demagogia; altrove, la sua popolarità susciterà ben presto inquietudine, apparendo troppo cospicua. Nel luglio 1789, però, ne raccoglie il beneficio: il 13, la Costituente lo elegge vicepresidente, e il 15, a Parigi, è eletto per acclamazione comandante della "guardia borghese", con l'aiuto decisivo del suo amico
Moreau de Saint-Méry. Questa "elezione" rafforza in realtà una popolarità che essa pretenderebbe di consacrare, poiché nessuna votazione ha permesso di misurarla concretamente. 1117 luglio, accompagnato dal sindaco Bailly, La Fayette riceve nella capitale Luigi XVI, il quale è venuto a fare "ammenda onorevole", secondo l'espressione di Jefferson. Quel giorno, egli è davvero il re di Parigi!
Ma la capitale, durante quelle settimane, è una città in ebollizione, dove è difficile riportare la calma, e dove si scava rapidamente un abisso tra il ruolo che La Fayette vorrebbe svolgere e quello che i suoi obblighi gli impongono:
nei distretti, lo stato maggiore della guardia nazionale è accusato di voler reprimere il movimento popolare di luglio, mentre i suoi interventi rassicura-no soltanto a metà la "gente per bene". In effetti, a varie riprese La Fayette ha dovuto inchinarsi davanti alle minacce della folla, come il 22 luglio, quando il suo coraggioso intervento non ha potuto impedire il linciaggio di Foullon. Da parte sua, la corte sospetta che egli incoraggi segretamente i persistenti disordini nella speranza di diventare l'ultima risorsa di un re in difficoltà.
Malgrado le violenze e i malintesi, la popolarità di La Fayette rimane cospicua. Egli la coltiva, per esempio quando rifiuta l'indennità che la municipalità gli offre, attirandosi così i fulmini di Brissot che, nel Patriote francais, vede in questa apparente generosità verso le casse dello stato un atto demagogico per conquistarsi il favore popolare. Potente nella capitale, èassai meno influente a Versailles, dove fa soltanto rare apparizioni. Nell'agosto 1789, tenta di imporsi come mediatore fra i monarchiens e la "sinistra" dell'Assemblea, divisi sulla questione del veto reale. Ma il suo tentativo fallisce, al termine di inutili riunioni. Il doppio gioco di cui lo si accusa sta qui:
nel disegno di rafforzare la sua influenza politica nell'Assemblea e presso il re, conservando il capitale di fiducia di cui dispone ancora a Parigi.
Da La Fayette, come da tutti gli uomini della prima generazione rivoluzionaria, le "giornate" dell'ottobre 1789 sono state vissute come un vero trauma che, secondo la frase di Michelet, creò per contraccolpo una "folla di monarchici". Nel corso di quelle ore drammatiche, La Fayette mantiene un comportamento ambiguo, che testimonia soprattutto l'impossibilità di incanalare a colpo sicuro la violenza popolare: il 5 ottobre, quando forse non ha ancora misurato l'eccezionale gravità del movimento che si profila, egli resiste per quasi sei ore alle ingiunzioni delle proprie guardie nazionali affinché le conduca egli stesso a Versailles. Alla fine cede, comprendendo che Parigi lo giudicherà a seconda della sua decisione. Una volta al castello, dove insorti e guardie nazionali fraternizzano, non cerca in alcun modo di impedire l'assalto, il che è dimostrato dalla debolezza dei posti di guardia collocati per la notte intorno al recinto. Ma il giorno dopo è lui a salvare la coppia reale apparendo al balcone del castello, facendo acclamare il monarca, ma in condizioni così umilianti per Luigi XVI che il generale parigino sarebbe diventato, a corte, oggetto di esecrazione.
Contrariamente ai monarchiens, per i quali il 6 ottobre aveva distrutto la speranza di vedere la rivoluzione ancorarsi all'alleanza fra la nazione e il re, La Fayette non si ritirò, non avendo forse valutato nel loro giusto valore le conseguenze di quella giornata. Come si è detto, è ostinato, perseverante, e pensa che la sua ambizione personale e il suo progetto politico non siano compromessi. Forse crede addirittura che le sue possibilità aumenteranno, una volta che il re sia ricondotto a Parigi e posto sotto la protezione — la guardia?- delle sue
truppe. Durante l'inverno 1789-1790, criticherà quelli che hanno preferito ritirarsi o emigrare. Scrive a Mounier: "Voi partiste, fu un grande errore." Al marchese Bouillé ripete che è necessario "ricaricare il potere esecutivo", ristabilirlo "in forte misura", per porre fine all' "anarchia" e assicurare una libertà costituzionale". Perché, nello stesso tempo, non si può rimettere in discussione il 1789: come scrive a Bouillé, bisogna "ricaricare la macchina nel senso della rivoluzione", aggiungendo, nel tentativo di convincerlo: "Il re è penetrato di questa verità." Ma Luigi XVl non ascolta i consigli di La Fayette, che tuttavia aspetta il suo momento.
La Fayette si crede forte, indispensabile, simile in ciò a tutti i tenori della Costituente. Tutti, da Mirabeau a Barnave, hanno in comune lo stesso ideale politico ma, spinti dalle proprie ambizioni personali, dal proposito di rappresentare l'estrema risorsa del monarca in difficoltà, hanno esaurito in quest'accanita competizione le loro probabilità di successo, restando continuamente in bilico fra la ponderazione che poteva riunirli ogni tanto nei momenti di crisi, e il doppio gioco che solo poteva smarcare ciascuno di essi dai rispettivi concorrenti. La Fayette, così, alla fine del 1789 respinge un'alleanza proposta da Mirabeau, con cui il tribuno pensava in realtà di poter neutralizzare quel rivale ingombrante. Nella primavera del 1790 si allontana ostentatamente dal club dei giacobini, dove i "triumviri" hanno il vento in poppa, per fondare con Sieyès e Bailly la Société de 1789. Ma la sua tenacia, i suoi sforzi per imporsi come capo del partito moderato non riescono a dissimulare il suo progressivo isolamento. Mirabeau ha ben compreso quanto sia artificiosa la popolarità di La Fayette. Nella sua nota segreta del 10 settembre 1790 dice di attendere il giorno in cui, per un errato calcolo politico, La Fayette "si sarebbe ferito a morte da sé".
1114 luglio 1790 egli è, secondo i suoi biografi, "allo zenit della gloria". Si potrebbe anche dire che quel giorno l'idolo comincia a crollare. Acclamato dalla provincia, è lo zimbello della stampa parigina. Loustalot scrive che "schiavi rivestiti di uniformi dei vari dipartimenti" hanno "baciato... le mani, le cosce, gli stivali di La Fayette". E aggiunge: "Se allora vi fosse stata qualche elezione ci sarebbe stato da temere che la follia popolare prodigasse al suo cavallo gli onori che Caligola aveva tributato al proprio."
All'indomani del suo giorno di gloria La Fayette commette l'errore irreparabile che lo travolgerà, volendo ottenere col terrore la stabilizzazione che nessuno è riuscito a imporre con la politica. La rivoluzione si era imballata dopo le giornate di ottobre, fino a minacciare, a quanto sembrava, le fondamenta dell'ordine sociale. Per tutti quelli che ormai si sforzavano di restaurare l'autorità dello stato, l'esercito era il simbolo dell'estrema gravità della situazione: scoppiavano ammutinamenti, i club diffondevano le idee rivoluzionarie nelle guarnigioni, e comitati di soldati, contestando la gerarchia e la disciplina, volevano applicare al mondo militare i principi che avevano sconvolto la società civile. Ai primi di agosto del 1790 diversi reggimenti acquartierati a Nancy si erano ribellati, esigendo il versamento degli arretrati della loro paga e il diritto di controllare l'attività amministrativa dello stato maggiore. L'8 agosto, informato di questi nuovi incidenti, La Fayette scrive a Bouillé: "Mi sembra, caro cugino, che dobbiamo vibrare un colpo tale da impressionare tutto l'esercito e arrestare con un esempio severo lo sbandamento generale che si sta preparando." Di concerto, i due generali fanno allora convergere su Nancy truppe di linea e battaglioni "sicuri" della guardia nazionale.

Il 31 agosto, al termine di una vera e propria battaglia, l'ordine è brutalmente ristabilito: parecchi ammutinati, appartenenti al reggimento svizzero di Chàteauvieux, vengono giustiziati, altri sono condannati alle galere da una corte marziale.
La scelta dei mezzi non poteva essere più impolitica: La Fayette dava ai giacobini un'arma contro di lui, diveniva un traditore, mentre agli occhi del "partito dell'ordine" tutto il beneficio dell'operazione toccava al suo esecutore, il marchese de Bouillé, uomo in ascesa durante l'estate del 1790 e che costituisce una "risorsa~' molto più credibile del generale parigino, ebbro dell'illusione della propria forza. Durante i mesi seguenti, egli si imprigiona nelle contraddizioni di un'azione politica poco coerente, che risponde inoltre a un progetto sorpassato e irrealizzabile. Con varie manifestazioni di obbedienza alla coppia reale, dilapida il proprio capitale di popolarità e presta il fianco alle denunce dei giacobini, senza per questo convincere il re a unirsi alla rivoluzione sotto la sua egida. La Fayette resta attaccato alle proprie ambizioni contro la stessa evidenza, poiché in quel momento la fuga del re è diventata il piano dichiarato della regina e dell'emigrazione.
Con l'andar dei mesi, diversi incidenti mostrano che La Fayette si trova in una posizione sempre più delicata: al principio del 1791 è il bersaglio della corte, che non può perdonargli l'atteggiamento della guardia nazionale nel losco affare di Vincennes (28 febbraio 1791). Più tardi, La Fayette affermerà che la marcia del faubourg Saint-Antoine sul castello era stata "organizzata", al fine di costringere la guardia nazionale ad allontanarsi da Parigi, per dar tempo ai partigiani del re di attaccare le Tuileries. Tornate nella capitale, le truppe di La Fayette avevano cacciato via senza riguardi i "cavalieri del pugnale". I giacobini, invece, sospettarono La Fayette di aver tramato tutta la faccenda d'accordo con la corte, per giustificare una prossima azione repressiva contro le sezioni più frondiste di Parigi.
Due mesi dopo, il club lo attacca di nuovo, sospettandolo di aver ordinato, invano, l'impiego della forza per permettere la partenza della famiglia reale per Saint-Cloud (17 aprile 1791), dove il re doveva celebrare la Pasqua. Secondo i giacobini, La Fayette avrebbe, nella peggiore delle ipotesi, partecipato a un tentativo di fuga mascherato, e nella migliore voluto dare una prova della non libertà del monarca.
Quest'affare avrebbe avuto conseguenze incresciose, abilmente sfruttate dai nemici di La Fayette: accusato dalla municipalità per la sua compiacenza verso il re, egli dà le dimissioni il 21 aprile. La sera stessa, 23 dei 60 battaglioni della guardia nazionale gli chiedono di restare al suo posto. Poiché sembra esitare, 40 battaglioni avanzano una nuova richiesta. La Fayette allora cede e ritira le sue dimissioni. Un semplice moto impulsivo? Non è affatto sicuro: forse aveva voluto provare la fedeltà delle sue truppe, di cui alcune gli erano venute a mancare il 17 aprile. La trappola si richiudeva su di lui: un generale, la cui autorità derivava tutta dalla legge, aveva ricevuto un giuramento di fedeltà personale; in effetti, molti battaglioni gli avevano giurato "un inviolabile attaccamento e una fiducia illimitata", procedendo addirittura all'esclusione dei refrattari. Non sconfessando questo plebiscito, La Fayette se ne rendeva complice.
I suoi nemici cominciano allora ad accusarlo di voler passare il Rubicone, benché si possano ritrovare accuse simili in date precedenti. A partire dal giugno 1790, Mirabeau lo descrive così al re: "Si farà fare generalissimo"
"otterrà la dittatura di fatto"; se non si frena la sua ambizione, finirà per essere "il più assoluto, il più temibile dei dittatori". Una frase dettata senza dubbio dal rancore del tribuno, ma ora, nella primavera del 1791, non si tratta più di un risentimento personale. Le accuse convergono, alimentano le discussioni al club dei giacobini, e infine trovano conferma durante la crisi di regime dell'estate 1791.
Dato che La Fayette è incaricato di rispondere del re davanti alla nazione, la fuga di Luigi XVI, il 21 giugno 1791, è per lui un vero e proprio colpo basso. Sembra che in quell'occasione sia stato abilmente raggirato, ignorando del tutto i preparativi della partenza. In effetti, è poco probabile che la cerchia intorno al re l'avesse scelto come confidente; d'altra parte, era una bella occasione per rovinare in modo definitivo un credito politico traballante; infine, il progetto iniziale, cui La Fayette avrebbe magari potuto aderire, era stato profondamente rimaneggiato: i mezzi militari messi a disposizione di Bouillé erano stati ridotti, di modo che il ricorso all'esercito austriaco diventava inevitabile per intraprendere la riconquista del territorio nazionale. A questo, La Fayette non poteva consentire.
Dopo il 21 giugno, La Fayette avanza l'ipotesi, subito ripresa dall'Assemblea, che il re non sia fuggito, ma sia stato rapito. Lo salva soprattutto il fatto di accettare l'alleanza proposta dal triumvirato, grazie alla quale l'offensiva scatenata contro di lui al club dei giacobini da Danton fa cilecca, nonostante le sue spiegazioni incoerenti e il brusco rifiuto di venire a giustificarsi. Malgrado l'ostilità e lo scetticismo di parte dei membri della società, Lameth chiude a catenaccio il club, provocando il furore di Marat (28 giugno). La Fayette utilizza questo rinvio per tentare un'altra volta il proprio "sistema". Fedele alla propria duplice politica, umilia il re, dopo il suo ritorno alle Tuileries, organizzando con zelo la sorveglianza di colui che al tempo stesso contribuisce a "risollevare", partecipando all'elaborazione del famoso decreto del 15 luglio, con cui si cercava di far dimenticare l'accaduto.
La sparatoria del Campo di Marte, il 17 luglio 1791, è la risposta alla scissione dei giacobini e dei foglianti, che la vigilia aveva fatto andare in frantumi la preziosa impalcatura innalzata dai costituenti per salvare l'opera loro. Per il suo risultato, il 17 luglio è la ripetizione dell'affare di Nancy, anche se la responsabilità di La Fayette resta problematica: egli è presente al Campo di Marte, caracollando alla testa delle sue truppe, ma non si può accusarlo con certezza di aver dato l'ordine di aprire il fuoco sui dimostranti. L'importante, del resto, non è di sapere se egli fu responsabile del massacro oppure no, ma che lo si sia considerato tale. Desmoulins lo denuncia come un nuovo Carlo IX, i giacobini lanciano una campagna contro di lui. Questa volta, il divorzio fra la capitale e il generale che essa ha ricoperto di adulazioni è consumato. Come per sanzionare la sua rovina, i mandati di La Fayette giungono al termine: la Costituente si scioglie alla fine del settembre 1791; il mese seguente egli deve lasciare il comando della guardia nazionale, poiché lo stato maggiore è stato riformato. In novembre riceve la prova irrefutabile della sua sconfitta: alle elezioni municipali raccoglie contro Pétion soltanto 3000 suffragi, su circa 11000 votanti.
Respinto dalla capitale, ci vorrà ancora un anno prima che egli scompaia del tutto dalla scena politica. Ma ormai non è più padrone del suo destino. Fino a ora, maldestramente, La Fayette ha mostrato un saldo attaccamento alla costituzione. La sua ambizione personale lo portava senza dubbio aricercare le più alte responsabilità, forse il ministero, ma era pronto, e di ciò diede abbondanti prove, ad attendere che il re comprendesse che solo attraverso di lui era possibile riconciliare il trono e la rivoluzione. Ora, di questo legalista convinto la propaganda avversaria farà un uomo fazioso e pericoloso. Dopo la nomina di La Fayette al comando dell'armata del Centro, Danton, il 14 dicembre 1791, pretende di smascherarlo davanti ai giacobini: "Il desiderio di farsi nominare sindaco di Parigi era una finta, il suo vero ruolo lo sta svolgendo adesso." Le accuse si moltiplicano nell'imminenza dell'entrata in guerra, poi in occasione dei preparativi per la festa in onore delle sue vittime del 1790, i soldati di Chàteauvieux. Il suo passato, le funzioni che ha rivestito, le prove di forza del 1790 e del 1791, il plebiscito in seguito all'incidente di Saint-Cloud, alimentano a sufficienza il sospetto di cesarismo.
Nella primavera del 1792 si diffonde l'idea che La Fayette attenda l'occasione propizia per scatenare la guerra civile. Accusato dal club dei giacobini di essere complice di La Fayette, Brissot, in un discorso pronunciato ai giacobini il 25 aprile 1792, solleva il problema di fondo. Comincia con lo sbarazzarsi dell'accusa di collusione, negando ogni credibilità al supposto traditore. Poi, interrogandosi sui continui appelli alla vigilanza contro un prossimo colpo di stato, prosegue: "Voi che credete di vedere in La Fayette un nuovo Cromwell, non conoscete né La Fayette, né il vostro secolo, né il popolo francese." Additando alla vendetta popolare un generale di nessun valore, non si vogliono piuttosto dissimulare i veri istigatori del colpo di stato che si sta preparando? Infatti la minaccia non sta nella spada, ma nella parola: "Perché i tribuni, signori," azzarda Brissot, "sono un'altra classe di nemici, ben più pericolosi per il popolo." Ma La Fayette reciterà coscienziosamente la parte che ci si attende da lui. Per quasi sette settimane le sue iniziative di generale fazioso serviranno da combustibile ai più radicali per accrescere la pressione, per portare la crisi politica al parossismo. La Fayette ha perduto ogni consistenza reale, è diventato per così dire una figura del discorso giacobino, la prova vivente che il complotto esiste.
Ultimo atto: il 16 giugno 1792 La Fayette invia due lettere, una all'Assemblea legislativa, l'altra al re. Nella prima, ribadisce il suo attaccamento alla libertà e alla costituzione, raccomanda al corpo legislativo di colpire i suoi nemici con armi legali, anche se in filigrana si può leggere una minaccia, quando afferma di rispettare i rappresentanti, ma "più ancora il popolo di cui la costituzione è la suprema volontà". La lettera al re è meno prudente. Gli offre ancora una volta il suo aiuto, e questa volta, chiaramente, gli propone la sua spada "per difenderlo contro i complotti dei ribelli e le imprese dei faziosi". Il 28 giugno 1792, dopo la sommossa del 20 giugno, passa alle vie di fatto e varca il Rubicone, ma da solo. Presentatosi alla sbarra della Legislativa, senza autorizzazione, "supplica" l'Assemblea di perseguire gli istigatori del 20 giugno, di prendere misure contro la "setta giacobita" — come i nemici dei giacobini li chiamavano a quel tempo — e di far rispettare l'autorità dell'Assemblea e quella del re. Come nella lettera del 16, il tono umile è al tempo stesso pieno di minaccia: "Oso infine supplicarvi... di dare all'esercito l'assicurazione che la costituzione non riceverà alcuna offesa all'interno." L'intervento di Ramond fece sì che l'Assemblea, in maggioranza, accogliesse la richiesta in modo favorevole, ma fu così lirico che Saladin lo interruppe: In effetti, un corpo legislativo ormai moribondo, dopo essersi piegato davanti a una sommossa, sembrava applaudire per paura l'ombra di un generale già defunto. La sera stessa, La Fayette tenta senza successo di far aderire la guardia nazionale ai suoi progetti: poco dopo, vede il re, che lo mette alla porta. Quando, l'indomani, ritorna al proprio esercito, i parigini bruciano la sua effigie.
"Chiedo al signor Ramond se sta facendo l'elogio funebre del signor La Favette!”
Dopo la "giornata" del 10 agosto e la caduta della monarchia, fece un ultimo tentativo per far insorgere le sue truppe. Sconfessato, messo sotto accusa il 18 agosto, toccò a lui, nella notte dal 19 al 20, darsi alla fuga. Cinque anni di prigione lo attendevano oltre frontiera; ma anche, appannatisi i ricordi nel tempo, una seconda giovinezza: "Gli austriaci gli resero il favore capitale di arrestarlo, e in tal modo lo riabilitarono" (Michelet).

PATRICE GUENIFFEY

http://www.cronologia.it/storia/biografie/lafayett.htm

http://fr.encyclopedia.yahoo.com/articles/ni/ni_3120_p0.html

http://www.encyclopedia.com/html/L/LafayettM1J1.asp

http://revolution.1789.free.fr/Les_personnages.htm

http://membres.lycos.fr/histoire1789/Lafayette.htm


lastoria.org
home page