Mirabeau ha avuto due vite, una sotto
l'ancien régime, l'altra con la rivoluzione francese. La prima
è fallita, anche se presenta già qualche lampo di genio.
La seconda gli ha dato la gloria, anche se contiene alcuni episodi inconfessabili.
Del rampollo più disprezzato della vecchia nobiltà, la rivoluzione
fa il personaggio più brillante della Costituente, ma il talento
o il carattere di Mirabeau, più che cambiar natura, hanno trovato
impiego: sicché non c'è miglior illustrazione dello sconvolgimento
del 1789 di questa esistenza, alla quale la grande annata conferisce,
seppur tardivamente, il suo significato.
A quest'epoca egli ha già 40 anni, e la sua vita è trascorsa
fra tempeste familiari e amorose, il carcere e l'esilio, grandi scandali
e piccola letteratura. È nato in una famosa famiglia della nobiltà
provenzale, figlio del celebre marchese appassionato di agronomia e di
economia politica, amico dei fisiocratici, autore di grossi libri didattici.
Ma questo "amico degli uomini” non e precisamente un padre
amorevole! E siccome non ha un figlio di tutto riposo, la cronaca familiare
è una vera cronaca d'ancien régime, fatta di lettres de
cachet più che di sentimenti. Il marchese filantropo e il futuro
leader della rivoluzione hanno riservato la filosofia del secolo all'uso
pubblico.
Il figlio, in verità, è un vulcano. Giovanissimo, abbandona
il reggimento, accumula i debiti, compromette le donne (fra cui sua moglie),
va a letto con sua sorella, bastona i rivali. Il marchese moltiplica le
procedure e le interdizioni giudiziarie, lo fa rinchiudere al castello
d'If di fronte a Marsiglia, poi lo fa esiliare a Joux, fra le nevi del
Giura — donde Mirabeau evade, l'anno seguente (1776), con peripezie
da film western, portando in sella la giovane moglie del vecchio presidente
della Corte dei conti di Dòle, Sophie de Mounier. Si rifugia in
Olanda, dove la collera paterna e la polizia del re di Francia lo acciuffano
per rinchiuderlo nella torre di Vincennes (1777), da cui esce solo nel
1780. Cominciano allora lunghi anni di contenzioso familiare, contro suo
padre, contro sua moglie.
Dell'ancien régime, il conte di Mirabeau avrà un'esperienza
incomparabile. I suoi futuri colleghi all'Assemblea costituente sono uomini
di legge, giudici, avvocati. Lui invece è un criminale, un carcerato,
un querelante.
A parte le donne, i debiti, i processi, una sola costante occupazione:
scrivere. Figlio di un grande grafomane, Mirabeau ha ereditato la passione
del padre persecutore. Anche lui, il figlio, vuol conquistarsi la gloria
non più con la spada, ma con la penna, come scrittore, come filosofo,
come benefattore dell'umanità. Già nel 1772, a ventitré
anni, ha scritto un Essai sui- le despotisme, poi, nei vari soggiorni
in prigione e in esilio, dal castello d'If alla torre di Vincennes, e
nel frattempo a Joux e ad Amsterdam, una serie di memoriali sui soggetti
più svariati, ma dedicati sempre, a parte le giustificazioni personali,
all'edificazione o all'utilità pubbliche: sulla sua famiglia, sulle
saline della Franca Contea, sulle lettres de cachet e le prigioni di stato,
più un Avis aux Hessois per dissuadere gli abitanti dell'Assia
dal combattere contro gli insorti americani sotto la bandiera inglese;
per non parlare di tutto quanto scrive per guadagnarsi (mai abbastanza)
da vivere, dalle traduzioni di poeti latini, alle opere pornografiche,
ai romanzetti storici.
Se in Mirabeau il disordine della vita privata è straordinario,
quello della produzione letteraria è invece tipico di questa fine
secolo, piena di idee spicciole che annunciano la distruzione di un mondo
a opera della filosofia. Le grandi opere, le grandi idee sono arrivate
fino al vasto pubblico, e gli vengono servite da poligrafi che "fiutano"
il mercato. Mirabeau continua a stendere progetti editoriali. A lungo
sogna di dar vita a un'enciclopedia delle conoscenze, poi a una collana
di opere dedicate ai principali stati europei. Si possono misurare i progressi
del secolo constatando che ciò che era una mania un po' stravagante
nel padre è divenuto conformismo nel figlio. Come letterato, il
padre era un eccentrico; il figlio è come tutti gli altri. Pur
essendo conte di Mirabeau, condivide le ambizioni dei giovani, focosi
plebei della sua generazione: farsi un nome coi libri! La società
balzachiana è già presente, negli spiriti, sulle rovine
del mondo nobiliare, prima che scoppi la grande tempesta. Che altro desiderano
Barnave, e Brissot, e Desmoulins, e Saint-Just? Tutti immaginano una sola
via per giungere alla notorietà: scrivere. Tutti sono ossessionati
da "re" Voltaire. Poiché la letteratura ha assunto una
funzione politica, non sorprende che essa appaia alle generazioni degli
anni settanta e ottanta come la strada maestra della gloria. E quando
si apre loro la carriera politica, esse vi investono con la massima naturalezza
la letteratura.
Nel frattempo, Mirabeau vende la sua penna, e quella degli altri, senza
troppi scrupoli. Negli ultimi anni dell'ancien régime, quest'aristocratico
allo stremo è manipolato dai potenti e pubblica a favore di Calonne
contro Necker, e per l'aggiogatore Panchaud contro i suoi rivali, una
serie di memoriali scritti spesso da altri, soprattutto dal suo amico
ginevrino Clavière e dal giovane Brissot. Riversa le sue ambizioni
letterarie nella Monarchie prussienne, vasta compilazione storico-statistica
in quattro volumi in onore del grande Federico, in armonia con lo spirito
del tempo e del resto dignitosa, se non originale. L'autore principale
è un ufficiale del genio, professore a Brunswick, il maggiore Mauvillon,
del cui lavoro Mirabeau si appropria senza vergogna. Ma quando il libro
appare, nel 1787, dopo il fallimento dell'Assemblea dei notabili, la storia
apre infine a questo ingegno miseramente sprecato un nuovo repertorio
in cui potrà pienamente realizzarsi.
Mirabeau ha fallito in tutto, e tutto sta per sorridergli. Quest'uomo
dispersivo, incostante, infedele, venale, afferra al volo l'occasione
della sua vita: diventare la voce della nuova nazione. Nel 1788, i ministri
del re gli chiedono aiuto contro i parlamenti che hanno dato il segnale
della rivolta. Sanno, come tutti, che la sua penna è in vendita,
e poi come potrebbe questo querelante inveterato, che i giudici hanno
fatto tanto soffrire, che si è battuto tutta la vita contro l’
"aristocrazia parlamentare", respingere l'insperata fortuna
di questa rivincita.
Invece egli rifiuta nettamente un tale regolamento di conti personale,
spiegando al ministro Montmorin, in una lettera del 18 aprile 1788, che
la posta in gioco è ormai più grande: "In effetti,
e senza contare i pericoli personali che correrei attirandomi l'odio implacabile
dei corpi che non sono stati sgominati, che divoreranno un gran numero
di nemici prima di esserlo, o piuttosto, per parlar chiaro, che non lo
saranno mai finché li si attaccherà senza aver l'aiuto della
nazione, è questo il momento adatto per far denunciare alla Francia
un'aristocrazia di magistrati, quando il re non ha sdegnato di denunciarla
egli stesso? Si può oggi servire utilmente il governo portando
la sua livrea? E’ forse il momento di combattere per l'autorità,
quando non si è temuto di mettere in bocca al re un discorso che
risuonerà in tutta la Francia, e da cui risulta, a fil di logica,
che solo la volontà del monarca fa la legge? E possibile credere
che quanti affermano simili principi desiderino in buona fede e preparino
gli Stati generali? Ho avuto l'onore di dirvelo, signor Conte, e l'ho
ripetuto al signor Guardasigilli: non mi batterò mai contro i parlamenti
se non in presenza della nazione."
E la fine del pubblicista prezzolato. Il grande Mirabeau ha appena trovato
se stesso, comprendendo fra i primi — un anno prima della riunione
degli Stati generali a Versailles — l'immenso avvenimento che sta
per sorgere, e le nuove regole del gioco. Ciò che chiama "nazione"
è la democrazia: il trasferimento radicale della sovranità.
Egli sarà l'uomo di questa nuova epoca. E se viene di nuovo in
urto con i suoi, i nobili di Provenza, al momento della campagna elettorale,
almeno ha trovato finalmente la sua bandiera. Così, il 6 aprile
è eletto deputato del Terzo Stato di Aix-en-Provence. Respinto
dal suo ordine, ancor più egli è deputato della nazione.
E un ruolo che assume subito per eccellenza, e più di qualunque
altro suo collega. E il più in vista, il più potente, il
più geniale. Possiede forza, inventiva, senso della decisione e
della battuta. "Mirabeau," scriverà Michelet nella sua
storia a proposito della prima seduta degli Stati generali, "attirava
tutti gli sguardi. La sua immensa capigliatura, la sua testa leonina,
segnata da una possente bruttezza, suscitavano stupore, quasi spavento;
non si riusciva a staccarne gli occhi... Tutti presentivano in lui la
grande voce della Francia." E Victor Hugo: "A quarant'anni,
gli si manifesta intorno in Francia una di quelle formidabili anarchie
di idee su cui si fondano le società che hanno fatto il loro tempo.
Mirabeau ne è il despota... Il 23 giugno 1789 è lui che,
silenzioso fino a quel momento, grida a Brézé: 'Andate a
dire al vostro padrone...' Il vostro padrone! il re di Francia viene così
dichiarato un estraneo. Viene a tracciarsi un confine fra trono e popolo.
La rivoluzione si lascia sfuggire il suo grido. Nessuno l'aveva osato
prima di Mirabeau. Spetta ai grandi uomini pronunciare le parole che decidono
di un'epoca" (Sur Mirabeau).
Da dove gli derivano questi accenti? Che cosa fa di lui, così presto,
la personalità più simbolica della rivoluzione? E il mistero
del suo talento oratorio e della sua prontezza di spirito; ma in parte
lo si deve anche al suo passato, reinvestito nei tempi nuovi.
Nonostante i tumulti e le miserie della sua vita, è uno degli uomini
intellettualmente più preparati agli eventi che sono sorti. Saint-Just
compone poesie per le dame, e Robespierre fa i salamelecchi nei salotti
di Arras all'epoca in cui Mirabeau, dopo essersi duramente scontrato con
l'ancien régime, è uno dei pochi uomini del suo tempo a
prevederne la caduta e a immaginarne la successione.
Non possiede la competenza giuridica dei legisti che popolano l'Assemblea,
ma ha su di loro la superiorità che gli deriva dall'aver vissuto
l'interdizione giudiziaria e l'arbitrio dell'autorità. Le tempeste
della sua vita lo hanno armato per la tempesta nazionale. Tuttavia, non
avrebbe potuto trarre solo dai suoi lavori, o dalla sua avventura, o dal
suo talento, o anche dalle persecuzioni di cui è stato vittima,
il potere d'incarnazione di cui gli avvenimenti del 1789 lo investono.
Egli si giova di un prestigio supplementare, probabilmente decisivo: il
conte di Mirabeau è un nobile. Declassato finché si vuole,
marginale quanto si può, ma nobile: la sua esistenza non ha potuto
cancellare ciò che era stato definito prima per nascita.
Si cercherebbe invano, nei grandi personaggi della rivoluzione, una simile
mescolanza di nobiltà e di bohème. Molti dei leader del
1789 sono nobili — La Fayette, i Lameth, Talleyrand — ma un
nobile liberale non è un nobile declassato, anzi: il liberalismo
è un bene comune alla borghesia e all'aristocrazia. In quanto alla
bohème, Dio sa che essa è ben rappresentata nella rivoluzione
francese, ma nel 1789 la sua ora non è ancora arrivata. Quando
verrà, un po' più tardi, nel 1792, la nobiltà del
sangue sarà diventata una maledizione. Ma il 1789 cerca ancora
a tastoni, nel caos degli eventi, di costituire un'élite "all'inglese",
che mescoli la nobiltà liberale alla borghesia illuminata del Terzo
Stato. Questa fusione, che nella storia inglese si compie in diversi secoli,
il vecchio regno deve farla d'un colpo solo, e in mezzo al tumulto popolare.
Chi può farsene garante di fronte alla "nazione" appena
nata? Chi è insieme abbastanza democratico e abbastanza aristocratico
da inchinare la bandiera della tradizione davanti a quella della rivoluzione?
Mirabeau è il solo nobile abbastanza declassato, e il solo declassato
abbastanza nobile da unire il passato al nuovo evento.
Da questa provvidenziale ibridazione egli trae, da grande musicista, accenti
indimenticabili: è "la voce stessa della rivoluzione"
(Michelet). Poco importa che non scriva da sé i suoi discorsi,
redatti quasi sempre dalla sua "bottega" (Clavière, Etienne
Dumont soprattutto); e poco importa che, delle materie tecniche di cui
tratta talvolta, abbia solo una conoscenza superficiale: da sempre ha
saccheggiato le opere altrui, e la rivoluzione non cambia le sue abitudini.
Quel che essa rivela è il suo genio: l'aggressività, l'inventiva,
l'intuizione, il senso del teatro. Sieyès è il pensatore
della rivoluzione, lui ne è l'artista. S'impadronisce dei discorsi
degli altri, delle idee degli altri per apporvi, come dice, il "tratto".
Della Costituente, popolata di uomini intelligenti e capaci, egli è
l'immaginazione. Questo poligrafo, questo dilettante, questo esagitato
ha scoperto la strana potenza dell 'incarnazione, e vi investe la sua
formidabile energia: la popolarità è la nuova regola della
democrazia.
Ora, si tratta dello stesso uomo che nel 1790 firma un accordo segreto
con la corte, tramite il suo amico conte de La Marck, amico a sua volta
di Merck Argenteau, ex ambasciatore di Maria Teresa a Parigi: la trafila
austriaca della regina. Mirabeau sarà il consigliere della famiglia
reale. In cambio i suoi debiti vengono pagati (più di 200 000 lire),
riceve 6000 lire al mese, più altre 300 per un copista: gli è
stato poi promesso un milione allo scioglimento dell'Assemblea. In Mirabeau,
l'avventuriero è sopravvissuto alla straordinaria mutazione della
sua esistenza. Le sue abitudini di agiatezza, le sue storie di donne,
le sue necessità di denaro hanno travolto mille nuove occasioni
di successo. Vive con larghezza, tiene tavola imbandita, circondato da
una corte che è la rivincita della sua vita: il fatto è
che vive a credito, trasformando il suo credito politico in credito finanziario.
L'intesa con la corte cancella il passivo e lo rassicura sull'avvenire.
Il denaro del re paga ormai le sue abitudini e le sue sregolatezze. Donde
l'accusa di corruzione, che è già nell'aria, e che sarà
precisata dalla propaganda giacobina due anni dopo, al momento della scoperta
della corrispondenza segreta della corte nell'armadio di ferro delle Tuileries.
Gli universitari giacobini, che di Mirabeau non amano né le donne,
né i debiti, né le idee, né il genio, nel XX secolo
hanno fatto a gara per condannare, in nome della virtù, il suo
doppio gioco.
E tuttavia la sua causa, già difesa da Sainte-Beuve, non è
difficile da perorare con successo. Le abitudini di quel tempo non sono
più le nostre. A quell'epoca, che per tanti aspetti e costumanze
è ancora tanto vicina all'ancien régime, il servizio del
re si paga sempre in denaro e in ricompense, che non alterano la dignità
della funzione o del ruolo, anzi ne costituiscono il riconoscimento. Mirabeau
appartiene tanto più a questa tradizione in quanto desidera con
passione di essere ufficialmente ciò che è in segreto: ministro
del re di Francia. Coltiva tale progetto fin dal 1781, quando esce da
Vincennes: "Mi ci vogliono ancora quindici o vent'anni, e posso arrivarci
benissimo. Appena non sarò più adatto all'amore, non avrò
più niente da fare qui, a meno che non sia ministro." Ed è
la rivoluzione che gli dà i mezzi per percorrere questa carriera-tipo
di un aristocratico del XVIII secolo: le donne, poi la politica. Non si
è risparmiato nessun intrigo, non ha trascurato nessuna relazione
per spingere avanti la sua candidatura: ha parlato con Necker, ha fatto
aperture alla corte, ha preso contatto col partito orléanista,
ha delle relazioni con i giacobini. Ma tutti conoscono il suo passato
e sospettano le sue intenzioni. La coppia reale detesta tutto ciò
che egli rappresenta. L'Assemblea è gelosa del suo talento e della
sua popolarità: nel novembre 1789 ha votato, contro di lui, che
nessun deputato potrà essere ministro del re.
Sarà dunque il suo ministro segreto: trattato ineguale, che lo
priva della pubblicità della funzione e rende aleatorio l'impegno
del re. In effetti la famiglia reale lo paga più per sondarlo che
per seguirlo, e ne paga anche altri. Mirabeau invece fa di questo mercato
clandestino il più alto magistero del regno. Basta leggere le note
periodiche che invia a Luigi XVI e a Maria Antonietta per capire che le
redige come se presiedesse il Consiglio reale d'un tempo. Del resto, il
3 febbraio 1791, a proposito del viaggio di Mesdames (le zie di Luigi
XVI) a Roma, gli sfugge una frase che lo ritrae perfettamente:
"Nel Consiglio, avrei certamente espresso l'opinione che..."
Se prende così sul serio questa funzione un po' ridicola, se è
così lontano dal considerarla un espediente finanziario —
lui che è così portato a giudicare gli uomini con cinismo
— non è solo perché essa gli offre una rivincita sulla
sua giovinezza, una posizione che avrebbe potuto impressionare suo padre.
E soprattutto perché gli permette di difendere le sue idee. Consentendogli
l'accesso diretto a Luigi XVI e a Maria Antonietta, essa gli dà
la speranza di realizzare la sua più nobile ambizione, che è
di riconciliare la rivoluzione e la monarchia, per la salvaguardia della
libertà. Il suo amico La Marck, che conosce tutta la storia perché
è lui che funge da intermediario con Maria Antonietta, ha ben riassunto
il ruolo di Mirabeau: "Si fa pagare solo per restare della propria
opinione.
La convinzione di Mirabeau dipende dal fatto che per lui la rivoluzione
ha svolto la sua funzione, a partire dal 1789, fondando da una parte la
sovranità del popolo, dall'altra una società di cittadini
uguali davanti alla legge. L'appropriazione del potere costituente da
parte dei deputati, in nome della nazione, in giugno-luglio, e i decreti
del 4-11 agosto che hanno posto fine al sistema feudale: questo è
risultato dalla rivoluzione, e questo risultato è irreversibile.
Ma se esso ha spazzato via la monarchia di diritto divino, non è
affatto incompatibile con una monarchia di nuovo tipo: l'esistenza di
una società fatta di individui uguali, in contrapposizione alla
vecchia società dei corpi costituiti (a Richelieu sarebbe piaciuta
quest'idea, scrive Mirabeau a Luigi XVI), è anzi un cambiamento
che favorisce l'esercizio di un forte potere regio. Ora, questo potere
è tanto più necessario in quanto il regime di assemblea
rappresentativa, instaurato dalla Costituente sotto l'influenza di Sieyès,
rischia di alienare la sovranità nazionale a una nuova aristocrazia
parlamentare: Mirabeau non ha mai cessato di indicare, nei suoi discorsi,
soprattutto a partire dal settembre 1789, e quindi molto prima di entrare
al servizio di Luigi XVI, che un re forte era una garanzia per la nazione
di fronte a un'assemblea incaricata di fare la legge. Il re, del resto,
è una figura della storia nazionale che risale ai tempi più
remoti, che unisce il passato al presente, e fornisce alla democrazia
moderna l'appoggio dell'autorità tradizionale. Mirabeau è
Chateaubriand con trent'anni d'anticipo: egli vuole "nazionalizzare"
la monarchia.
Che cosa cerca di fare, presso il re e l'Assemblea, questo grande attore
sdoppiato? Separare la famiglia reale dalla controrivoluzione, che è
un vicolo cieco, una politica senza prospettive. Influire sulla Costituente
nel senso di un equilibrio dei poteri e di ciò che egli chiama
una buona costituzione. A corte difende la rivoluzione, o i suoi risultati
irreversibili. All'Assemblea difende il re, o il mantenimento dell'autorità
regia in nome della nazione. E vero che, posto nell'insostenibile situazione
di incarnare la rivoluzione e di sostenere il potere regio — mentre
la rivoluzione respinge il re nel passato e il re rifiuta la rivoluzione
— egli non mantiene sempre il controllo del proprio genio. All'Assemblea,
di fronte alla violenza della destra controrivoluzionaria, gli capita
di oltrepassare i limiti che si era imposto e di farsi una nuova provvista
di popolarità con bordate di retorica rivoluzionaria. Nelle note
destinate al re, si impania talvolta in meschini intrighi e si lascia
trasportare dall'odio per La Fayette. Ma in fondo rimane lo spirito più
libero dell'epoca, proprio perché conosce i due campi e in entrambi
è solo. È — forse — l'uomo più grande
della rivoluzione, perché ha saputo incarnarla senza perdersi in
essa: il "tradimento" del conte di Mirabeau è il suo
dialogo con se stesso.
Quando muore, il 2 aprile 1791, alla vigilia di Varennes, il suo grande
progetto ha le ali tarpate. Il re si è meno che mai riconciliato
con la rivoluzione, e la rivoluzione è meno che mai decisa a spartire
il potere con il re. E il fallimento della stabilizzazione tentata dai
foglianti, all'indomani di Varennes, sarà anche il fallimento di
Mirabeau senza Mirabeau. Anche se fosse vissuto, il corso delle cose probabilmente
non sarebbe cambiato: in verità era straordinariamente difficile
rimaneggiare così presto, appena due anni dopo il 1789, l'antica
monarchia e la nuova idea di democrazia. Se la rivoluzione avesse osato
cambiare re — quanti dei suoi capi hanno pensato al duca d'Orléans!
—non è sicuro e nemmeno probabile che sarebbe stata capace
di condurre in porto il progetto di Mirabeau: in quegli anni caratterizzati
da un così grande fermento popolare ogni sforzo per trasformare
l’avvenimento in istituzioneera come un castello di sabbia davanti
alla marea della sera.
Ma questo progetto resta fondamentale nella misura in cui è l'espressione
più coerente, e la più precoce, del sogno di "terminare
la rivoluzione", che ossessionerà tutti i suoi leader, di
fronte all'incerta deriva del potere. Chi di loro, a cominciare da Mirabeau
fino a Bonaparte, non ci ha pensato? Chi di loro non ha tentato di utilizzare
il fragile equilibrio delle forze per fondare istituzioni durature? Dopo
Mirabeau, sarà la volta di Barnave e dei foglianti, poi dei girondini,
di Danton, infine di Robespierre che, in mancanza del re, cioè
della storia, schiera nel proprio campo l'Essere supremo. In fondo, dopo
l'insuccesso della repubblica termidoriana, è Bonaparte che diventa
lo strumento del progetto di Mirabeau: un re della rivoluzione. Ma a un
prezzo cui Mirabeau non avrebbe consentito: la libertà.
FRANCOIS FURET
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