Mirabeau ha avuto due vite, una sotto l'ancien régime, l'altra con la rivoluzione francese. La prima è fallita, anche se presenta già qualche lampo di genio. La seconda gli ha dato la gloria, anche se contiene alcuni episodi inconfessabili. Del rampollo più disprezzato della vecchia nobiltà, la rivoluzione fa il personaggio più brillante della Costituente, ma il talento o il carattere di Mirabeau, più che cambiar natura, hanno trovato impiego: sicché non c'è miglior illustrazione dello sconvolgimento del 1789 di questa esistenza, alla quale la grande annata conferisce, seppur tardivamente, il suo significato.
A quest'epoca egli ha già 40 anni, e la sua vita è trascorsa fra tempeste familiari e amorose, il carcere e l'esilio, grandi scandali e piccola letteratura. È nato in una famosa famiglia della nobiltà provenzale, figlio del celebre marchese appassionato di agronomia e di economia politica, amico dei fisiocratici, autore di grossi libri didattici. Ma questo "amico degli uomini” non e precisamente un padre amorevole! E siccome non ha un figlio di tutto riposo, la cronaca familiare è una vera cronaca d'ancien régime, fatta di lettres de cachet più che di sentimenti. Il marchese filantropo e il futuro leader della rivoluzione hanno riservato la filosofia del secolo all'uso pubblico.
Il figlio, in verità, è un vulcano. Giovanissimo, abbandona il reggimento, accumula i debiti, compromette le donne (fra cui sua moglie), va a letto con sua sorella, bastona i rivali. Il marchese moltiplica le procedure e le interdizioni giudiziarie, lo fa rinchiudere al castello d'If di fronte a Marsiglia, poi lo fa esiliare a Joux, fra le nevi del Giura — donde Mirabeau evade, l'anno seguente (1776), con peripezie da film western, portando in sella la giovane moglie del vecchio presidente della Corte dei conti di Dòle, Sophie de Mounier. Si rifugia in Olanda, dove la collera paterna e la polizia del re di Francia lo acciuffano per rinchiuderlo nella torre di Vincennes (1777), da cui esce solo nel 1780. Cominciano allora lunghi anni di contenzioso familiare, contro suo padre, contro sua moglie.
Dell'ancien régime, il conte di Mirabeau avrà un'esperienza incomparabile. I suoi futuri colleghi all'Assemblea costituente sono uomini di legge, giudici, avvocati. Lui invece è un criminale, un carcerato, un querelante.
A parte le donne, i debiti, i processi, una sola costante occupazione: scrivere. Figlio di un grande grafomane, Mirabeau ha ereditato la passione del padre persecutore. Anche lui, il figlio, vuol conquistarsi la gloria non più con la spada, ma con la penna, come scrittore, come filosofo, come benefattore dell'umanità. Già nel 1772, a ventitré anni, ha scritto un Essai sui- le despotisme, poi, nei vari soggiorni in prigione e in esilio, dal castello d'If alla torre di Vincennes, e nel frattempo a Joux e ad Amsterdam, una serie di memoriali sui soggetti più svariati, ma dedicati sempre, a parte le giustificazioni personali, all'edificazione o all'utilità pubbliche: sulla sua famiglia, sulle saline della Franca Contea, sulle lettres de cachet e le prigioni di stato, più un Avis aux Hessois per dissuadere gli abitanti dell'Assia dal combattere contro gli insorti americani sotto la bandiera inglese; per non parlare di tutto quanto scrive per guadagnarsi (mai abbastanza) da vivere, dalle traduzioni di poeti latini, alle opere pornografiche, ai romanzetti storici.
Se in Mirabeau il disordine della vita privata è straordinario, quello della produzione letteraria è invece tipico di questa fine secolo, piena di idee spicciole che annunciano la distruzione di un mondo a opera della filosofia. Le grandi opere, le grandi idee sono arrivate fino al vasto pubblico, e gli vengono servite da poligrafi che "fiutano" il mercato. Mirabeau continua a stendere progetti editoriali. A lungo sogna di dar vita a un'enciclopedia delle conoscenze, poi a una collana di opere dedicate ai principali stati europei. Si possono misurare i progressi del secolo constatando che ciò che era una mania un po' stravagante nel padre è divenuto conformismo nel figlio. Come letterato, il padre era un eccentrico; il figlio è come tutti gli altri. Pur essendo conte di Mirabeau, condivide le ambizioni dei giovani, focosi plebei della sua generazione: farsi un nome coi libri! La società balzachiana è già presente, negli spiriti, sulle rovine del mondo nobiliare, prima che scoppi la grande tempesta. Che altro desiderano Barnave, e Brissot, e Desmoulins, e Saint-Just? Tutti immaginano una sola via per giungere alla notorietà: scrivere. Tutti sono ossessionati da "re" Voltaire. Poiché la letteratura ha assunto una funzione politica, non sorprende che essa appaia alle generazioni degli anni settanta e ottanta come la strada maestra della gloria. E quando si apre loro la carriera politica, esse vi investono con la massima naturalezza la letteratura.
Nel frattempo, Mirabeau vende la sua penna, e quella degli altri, senza troppi scrupoli. Negli ultimi anni dell'ancien régime, quest'aristocratico allo stremo è manipolato dai potenti e pubblica a favore di Calonne contro Necker, e per l'aggiogatore Panchaud contro i suoi rivali, una serie di memoriali scritti spesso da altri, soprattutto dal suo amico ginevrino Clavière e dal giovane Brissot. Riversa le sue ambizioni letterarie nella Monarchie prussienne, vasta compilazione storico-statistica in quattro volumi in onore del grande Federico, in armonia con lo spirito del tempo e del resto dignitosa, se non originale. L'autore principale è un ufficiale del genio, professore a Brunswick, il maggiore Mauvillon, del cui lavoro Mirabeau si appropria senza vergogna. Ma quando il libro appare, nel 1787, dopo il fallimento dell'Assemblea dei notabili, la storia apre infine a questo ingegno miseramente sprecato un nuovo repertorio in cui potrà pienamente realizzarsi.
Mirabeau ha fallito in tutto, e tutto sta per sorridergli. Quest'uomo dispersivo, incostante, infedele, venale, afferra al volo l'occasione della sua vita: diventare la voce della nuova nazione. Nel 1788, i ministri del re gli chiedono aiuto contro i parlamenti che hanno dato il segnale della rivolta. Sanno, come tutti, che la sua penna è in vendita, e poi come potrebbe questo querelante inveterato, che i giudici hanno fatto tanto soffrire, che si è battuto tutta la vita contro l’ "aristocrazia parlamentare", respingere l'insperata fortuna di questa rivincita.

Invece egli rifiuta nettamente un tale regolamento di conti personale, spiegando al ministro Montmorin, in una lettera del 18 aprile 1788, che la posta in gioco è ormai più grande: "In effetti, e senza contare i pericoli personali che correrei attirandomi l'odio implacabile dei corpi che non sono stati sgominati, che divoreranno un gran numero di nemici prima di esserlo, o piuttosto, per parlar chiaro, che non lo saranno mai finché li si attaccherà senza aver l'aiuto della nazione, è questo il momento adatto per far denunciare alla Francia un'aristocrazia di magistrati, quando il re non ha sdegnato di denunciarla egli stesso? Si può oggi servire utilmente il governo portando la sua livrea? E’ forse il momento di combattere per l'autorità, quando non si è temuto di mettere in bocca al re un discorso che risuonerà in tutta la Francia, e da cui risulta, a fil di logica, che solo la volontà del monarca fa la legge? E possibile credere che quanti affermano simili principi desiderino in buona fede e preparino gli Stati generali? Ho avuto l'onore di dirvelo, signor Conte, e l'ho ripetuto al signor Guardasigilli: non mi batterò mai contro i parlamenti se non in presenza della nazione."
E la fine del pubblicista prezzolato. Il grande Mirabeau ha appena trovato se stesso, comprendendo fra i primi — un anno prima della riunione degli Stati generali a Versailles — l'immenso avvenimento che sta per sorgere, e le nuove regole del gioco. Ciò che chiama "nazione" è la democrazia: il trasferimento radicale della sovranità. Egli sarà l'uomo di questa nuova epoca. E se viene di nuovo in urto con i suoi, i nobili di Provenza, al momento della campagna elettorale, almeno ha trovato finalmente la sua bandiera. Così, il 6 aprile è eletto deputato del Terzo Stato di Aix-en-Provence. Respinto dal suo ordine, ancor più egli è deputato della nazione.
E un ruolo che assume subito per eccellenza, e più di qualunque altro suo collega. E il più in vista, il più potente, il più geniale. Possiede forza, inventiva, senso della decisione e della battuta. "Mirabeau," scriverà Michelet nella sua storia a proposito della prima seduta degli Stati generali, "attirava tutti gli sguardi. La sua immensa capigliatura, la sua testa leonina, segnata da una possente bruttezza, suscitavano stupore, quasi spavento; non si riusciva a staccarne gli occhi... Tutti presentivano in lui la grande voce della Francia." E Victor Hugo: "A quarant'anni, gli si manifesta intorno in Francia una di quelle formidabili anarchie di idee su cui si fondano le società che hanno fatto il loro tempo. Mirabeau ne è il despota... Il 23 giugno 1789 è lui che, silenzioso fino a quel momento, grida a Brézé: 'Andate a dire al vostro padrone...' Il vostro padrone! il re di Francia viene così dichiarato un estraneo. Viene a tracciarsi un confine fra trono e popolo. La rivoluzione si lascia sfuggire il suo grido. Nessuno l'aveva osato prima di Mirabeau. Spetta ai grandi uomini pronunciare le parole che decidono di un'epoca" (Sur Mirabeau).
Da dove gli derivano questi accenti? Che cosa fa di lui, così presto, la personalità più simbolica della rivoluzione? E il mistero del suo talento oratorio e della sua prontezza di spirito; ma in parte lo si deve anche al suo passato, reinvestito nei tempi nuovi.
Nonostante i tumulti e le miserie della sua vita, è uno degli uomini intellettualmente più preparati agli eventi che sono sorti. Saint-Just compone poesie per le dame, e Robespierre fa i salamelecchi nei salotti di Arras all'epoca in cui Mirabeau, dopo essersi duramente scontrato con l'ancien régime, è uno dei pochi uomini del suo tempo a prevederne la caduta e a immaginarne la successione.

Non possiede la competenza giuridica dei legisti che popolano l'Assemblea, ma ha su di loro la superiorità che gli deriva dall'aver vissuto l'interdizione giudiziaria e l'arbitrio dell'autorità. Le tempeste della sua vita lo hanno armato per la tempesta nazionale. Tuttavia, non avrebbe potuto trarre solo dai suoi lavori, o dalla sua avventura, o dal suo talento, o anche dalle persecuzioni di cui è stato vittima, il potere d'incarnazione di cui gli avvenimenti del 1789 lo investono. Egli si giova di un prestigio supplementare, probabilmente decisivo: il conte di Mirabeau è un nobile. Declassato finché si vuole, marginale quanto si può, ma nobile: la sua esistenza non ha potuto cancellare ciò che era stato definito prima per nascita.
Si cercherebbe invano, nei grandi personaggi della rivoluzione, una simile mescolanza di nobiltà e di bohème. Molti dei leader del 1789 sono nobili — La Fayette, i Lameth, Talleyrand — ma un nobile liberale non è un nobile declassato, anzi: il liberalismo è un bene comune alla borghesia e all'aristocrazia. In quanto alla bohème, Dio sa che essa è ben rappresentata nella rivoluzione francese, ma nel 1789 la sua ora non è ancora arrivata. Quando verrà, un po' più tardi, nel 1792, la nobiltà del sangue sarà diventata una maledizione. Ma il 1789 cerca ancora a tastoni, nel caos degli eventi, di costituire un'élite "all'inglese", che mescoli la nobiltà liberale alla borghesia illuminata del Terzo Stato. Questa fusione, che nella storia inglese si compie in diversi secoli, il vecchio regno deve farla d'un colpo solo, e in mezzo al tumulto popolare. Chi può farsene garante di fronte alla "nazione" appena nata? Chi è insieme abbastanza democratico e abbastanza aristocratico da inchinare la bandiera della tradizione davanti a quella della rivoluzione? Mirabeau è il solo nobile abbastanza declassato, e il solo declassato abbastanza nobile da unire il passato al nuovo evento.
Da questa provvidenziale ibridazione egli trae, da grande musicista, accenti indimenticabili: è "la voce stessa della rivoluzione" (Michelet). Poco importa che non scriva da sé i suoi discorsi, redatti quasi sempre dalla sua "bottega" (Clavière, Etienne Dumont soprattutto); e poco importa che, delle materie tecniche di cui tratta talvolta, abbia solo una conoscenza superficiale: da sempre ha saccheggiato le opere altrui, e la rivoluzione non cambia le sue abitudini. Quel che essa rivela è il suo genio: l'aggressività, l'inventiva, l'intuizione, il senso del teatro. Sieyès è il pensatore della rivoluzione, lui ne è l'artista. S'impadronisce dei discorsi degli altri, delle idee degli altri per apporvi, come dice, il "tratto". Della Costituente, popolata di uomini intelligenti e capaci, egli è l'immaginazione. Questo poligrafo, questo dilettante, questo esagitato ha scoperto la strana potenza dell 'incarnazione, e vi investe la sua formidabile energia: la popolarità è la nuova regola della democrazia.
Ora, si tratta dello stesso uomo che nel 1790 firma un accordo segreto con la corte, tramite il suo amico conte de La Marck, amico a sua volta di Merck Argenteau, ex ambasciatore di Maria Teresa a Parigi: la trafila austriaca della regina. Mirabeau sarà il consigliere della famiglia reale. In cambio i suoi debiti vengono pagati (più di 200 000 lire), riceve 6000 lire al mese, più altre 300 per un copista: gli è stato poi promesso un milione allo scioglimento dell'Assemblea. In Mirabeau, l'avventuriero è sopravvissuto alla straordinaria mutazione della sua esistenza. Le sue abitudini di agiatezza, le sue storie di donne, le sue necessità di denaro hanno travolto mille nuove occasioni di successo. Vive con larghezza, tiene tavola imbandita, circondato da
una corte che è la rivincita della sua vita: il fatto è che vive a credito, trasformando il suo credito politico in credito finanziario. L'intesa con la corte cancella il passivo e lo rassicura sull'avvenire. Il denaro del re paga ormai le sue abitudini e le sue sregolatezze. Donde l'accusa di corruzione, che è già nell'aria, e che sarà precisata dalla propaganda giacobina due anni dopo, al momento della scoperta della corrispondenza segreta della corte nell'armadio di ferro delle Tuileries. Gli universitari giacobini, che di Mirabeau non amano né le donne, né i debiti, né le idee, né il genio, nel XX secolo hanno fatto a gara per condannare, in nome della virtù, il suo doppio gioco.
E tuttavia la sua causa, già difesa da Sainte-Beuve, non è difficile da perorare con successo. Le abitudini di quel tempo non sono più le nostre. A quell'epoca, che per tanti aspetti e costumanze è ancora tanto vicina all'ancien régime, il servizio del re si paga sempre in denaro e in ricompense, che non alterano la dignità della funzione o del ruolo, anzi ne costituiscono il riconoscimento. Mirabeau appartiene tanto più a questa tradizione in quanto desidera con passione di essere ufficialmente ciò che è in segreto: ministro del re di Francia. Coltiva tale progetto fin dal 1781, quando esce da Vincennes: "Mi ci vogliono ancora quindici o vent'anni, e posso arrivarci benissimo. Appena non sarò più adatto all'amore, non avrò più niente da fare qui, a meno che non sia ministro." Ed è la rivoluzione che gli dà i mezzi per percorrere questa carriera-tipo di un aristocratico del XVIII secolo: le donne, poi la politica. Non si è risparmiato nessun intrigo, non ha trascurato nessuna relazione per spingere avanti la sua candidatura: ha parlato con Necker, ha fatto aperture alla corte, ha preso contatto col partito orléanista, ha delle relazioni con i giacobini. Ma tutti conoscono il suo passato e sospettano le sue intenzioni. La coppia reale detesta tutto ciò che egli rappresenta. L'Assemblea è gelosa del suo talento e della sua popolarità: nel novembre 1789 ha votato, contro di lui, che nessun deputato potrà essere ministro del re.
Sarà dunque il suo ministro segreto: trattato ineguale, che lo priva della pubblicità della funzione e rende aleatorio l'impegno del re. In effetti la famiglia reale lo paga più per sondarlo che per seguirlo, e ne paga anche altri. Mirabeau invece fa di questo mercato clandestino il più alto magistero del regno. Basta leggere le note periodiche che invia a Luigi XVI e a Maria Antonietta per capire che le redige come se presiedesse il Consiglio reale d'un tempo. Del resto, il 3 febbraio 1791, a proposito del viaggio di Mesdames (le zie di Luigi XVI) a Roma, gli sfugge una frase che lo ritrae perfettamente:
"Nel Consiglio, avrei certamente espresso l'opinione che..."
Se prende così sul serio questa funzione un po' ridicola, se è così lontano dal considerarla un espediente finanziario — lui che è così portato a giudicare gli uomini con cinismo — non è solo perché essa gli offre una rivincita sulla sua giovinezza, una posizione che avrebbe potuto impressionare suo padre. E soprattutto perché gli permette di difendere le sue idee. Consentendogli l'accesso diretto a Luigi XVI e a Maria Antonietta, essa gli dà la speranza di realizzare la sua più nobile ambizione, che è di riconciliare la rivoluzione e la monarchia, per la salvaguardia della libertà. Il suo amico La Marck, che conosce tutta la storia perché è lui che funge da intermediario con Maria Antonietta, ha ben riassunto il ruolo di Mirabeau: "Si fa pagare solo per restare della propria opinione.
La convinzione di Mirabeau dipende dal fatto che per lui la rivoluzione ha svolto la sua funzione, a partire dal 1789, fondando da una parte la sovranità del popolo, dall'altra una società di cittadini uguali davanti alla legge. L'appropriazione del potere costituente da parte dei deputati, in nome della nazione, in giugno-luglio, e i decreti del 4-11 agosto che hanno posto fine al sistema feudale: questo è risultato dalla rivoluzione, e questo risultato è irreversibile. Ma se esso ha spazzato via la monarchia di diritto divino, non è affatto incompatibile con una monarchia di nuovo tipo: l'esistenza di una società fatta di individui uguali, in contrapposizione alla vecchia società dei corpi costituiti (a Richelieu sarebbe piaciuta quest'idea, scrive Mirabeau a Luigi XVI), è anzi un cambiamento che favorisce l'esercizio di un forte potere regio. Ora, questo potere è tanto più necessario in quanto il regime di assemblea rappresentativa, instaurato dalla Costituente sotto l'influenza di Sieyès, rischia di alienare la sovranità nazionale a una nuova aristocrazia parlamentare: Mirabeau non ha mai cessato di indicare, nei suoi discorsi, soprattutto a partire dal settembre 1789, e quindi molto prima di entrare al servizio di Luigi XVI, che un re forte era una garanzia per la nazione di fronte a un'assemblea incaricata di fare la legge. Il re, del resto, è una figura della storia nazionale che risale ai tempi più remoti, che unisce il passato al presente, e fornisce alla democrazia moderna l'appoggio dell'autorità tradizionale. Mirabeau è Chateaubriand con trent'anni d'anticipo: egli vuole "nazionalizzare" la monarchia.
Che cosa cerca di fare, presso il re e l'Assemblea, questo grande attore sdoppiato? Separare la famiglia reale dalla controrivoluzione, che è un vicolo cieco, una politica senza prospettive. Influire sulla Costituente nel senso di un equilibrio dei poteri e di ciò che egli chiama una buona costituzione. A corte difende la rivoluzione, o i suoi risultati irreversibili. All'Assemblea difende il re, o il mantenimento dell'autorità regia in nome della nazione. E vero che, posto nell'insostenibile situazione di incarnare la rivoluzione e di sostenere il potere regio — mentre la rivoluzione respinge il re nel passato e il re rifiuta la rivoluzione — egli non mantiene sempre il controllo del proprio genio. All'Assemblea, di fronte alla violenza della destra controrivoluzionaria, gli capita di oltrepassare i limiti che si era imposto e di farsi una nuova provvista di popolarità con bordate di retorica rivoluzionaria. Nelle note destinate al re, si impania talvolta in meschini intrighi e si lascia trasportare dall'odio per La Fayette. Ma in fondo rimane lo spirito più libero dell'epoca, proprio perché conosce i due campi e in entrambi è solo. È — forse — l'uomo più grande della rivoluzione, perché ha saputo incarnarla senza perdersi in essa: il "tradimento" del conte di Mirabeau è il suo dialogo con se stesso.
Quando muore, il 2 aprile 1791, alla vigilia di Varennes, il suo grande progetto ha le ali tarpate. Il re si è meno che mai riconciliato con la rivoluzione, e la rivoluzione è meno che mai decisa a spartire il potere con il re. E il fallimento della stabilizzazione tentata dai foglianti, all'indomani di Varennes, sarà anche il fallimento di Mirabeau senza Mirabeau. Anche se fosse vissuto, il corso delle cose probabilmente non sarebbe cambiato: in verità era straordinariamente difficile rimaneggiare così presto, appena due anni dopo il 1789, l'antica monarchia e la nuova idea di democrazia. Se la rivoluzione avesse osato cambiare re — quanti dei suoi capi hanno pensato al duca d'Orléans! —non è sicuro e nemmeno probabile che sarebbe stata capace di condurre in porto il progetto di Mirabeau: in quegli anni caratterizzati da un così grande fermento popolare ogni sforzo per trasformare l’avvenimento in istituzioneera come un castello di sabbia davanti alla marea della sera.
Ma questo progetto resta fondamentale nella misura in cui è l'espressione più coerente, e la più precoce, del sogno di "terminare la rivoluzione", che ossessionerà tutti i suoi leader, di fronte all'incerta deriva del potere. Chi di loro, a cominciare da Mirabeau fino a Bonaparte, non ci ha pensato? Chi di loro non ha tentato di utilizzare il fragile equilibrio delle forze per fondare istituzioni durature? Dopo Mirabeau, sarà la volta di Barnave e dei foglianti, poi dei girondini, di Danton, infine di Robespierre che, in mancanza del re, cioè della storia, schiera nel proprio campo l'Essere supremo. In fondo, dopo l'insuccesso della repubblica termidoriana, è Bonaparte che diventa lo strumento del progetto di Mirabeau: un re della rivoluzione. Ma a un prezzo cui Mirabeau non avrebbe consentito: la libertà.

FRANCOIS FURET

Opere, testi, documenti disponibili in: Gallica.BNF

 


Essai sur le despotisme / Mirabeau ; [préf. Simone Goyard-Fabre]
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N005576

Sur Moses Mendelssohn, sur la réforme politique des juifs / Le Comte de Mirabeau
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N009337

Discours et opinions / Mirabeau
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N030828

Discours et opinions / Mirabeau
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N030829

Discours et opinions / Mirabeau
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N030830

Lettres à Sophie. Tome Ier / Mirabeau
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N030831

Lettres à Sophie. Tome II / Mirabeau
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N030832

Lettres à Sophie. Tome III / Mirabeau
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N030833

[Des] lettres de cachet et des prisons d'état / par Mirabeau
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N030834

Essai sur le despotisme : histoire secrète de la cour de Berlin / Mirabeau. précédées d'une notice sur sa vie et ses ouvrages / par M. Mérilhou
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N030835

[Les] candidats de Paris jugés, ou Contre-poison, adressé aux électeurs de Paris / par M. le comte de M***
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N040184

[Les] grands hommes du jour. Seconde partie / [attribué à Choderlos de Laclos] ; [A. de Rivarol et G.H. de Mirabeau]
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N040281

Discours du comte de Mirabeau, dans la séance du 19 octobre 1789 : après la réception de la commune de Paris
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N040602


Opinion du comte de Mirabeau, sur le réglement donné par le roi, pour l'exécution de ses lettres de convocation aux prochains états généraux de son comté de Provence
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N041682

Caisse d'épargnes et de bienfaisance du sieur Lagarge. Rapport fait au nom des Comités de finances et de mendicité, réunis, sur le plan de tontine viagère & d'amortissement proposé par le sieur Lagarge, rapporté à l'Assemblée nationale, le 30 octobre dernier, par M. l'abbé Gouttes,... Discours prononcé par M. de Mirabeau,...
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N043104

Discours et réplique sur les assignats-monnoie, prononcés par M. Mirabeau l'aîné, dans l'Assemblée nationale
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N043401

Dénonciation de l'agiotage au Roi et à l'assemblée des notables / par le comte de Mirabeau
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N047007

Lettres du comte de Mirabeau, sur l'administration de M. Necker
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N047008


Suite de la "Dénonciation de l'agiotage" / par le comte de Mirabeau
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N047009

Discours de monsieur Mirabeau l'aîné, sur l'éducation nationale
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N048973

Travail sur l'éducation publique, trouvé dans les papiers de Mirabeau l'aîné / publ. par P. J. G. Cabanis,...
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N048974

[33 pamphlets sur les droits féodaux et l'abolition de la féodalité]
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N056647

Considérations sur l'ordre de Cincinnatus... / par le comte de Mirabeau
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N074539

Oeuvres de Mirabeau... [1], Les Ecrits / avec une introduction et des notes par Louis Lumet
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N075070

Oeuvres de Mirabeau... [3], Les Discours. -1921 / avec une introduction et des notes par Louis Lumet
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N075071

[Le] libertin de qualité, ou Ma conversion : édition revue sur celle originale de 1783 / par le Cte de Mirabeau
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N089087

Lettres originales de Mirabeau : écrites du donjon de Vincennes, pendant les années 1777, 1778, 1779 et 1780, contenant tous les détails sur sa vie privée, ses malheurs et ses amours avec Sophie Ruffei, marquise de Monnier / recueillies par P. Manuel,...
http://gallica.bnf.fr/scripts/ConsultationTout.exe?E=0&O=N089088

 

http://www.histoire-en-ligne.com

http://perso.wanadoo.fr/olga.bluteau/hydroc/Mirabeau.htm

http://home.nordnet.fr/~blatouche/H1.html

http://fr.encyclopedia.yahoo.com/articles/m/m0004615_p0.html

http://www.cronologia.it/storia/biografie/mirabeau.htm

http://www.encyclopedia.com/html/M/Mirabeau.asp

http://revolution.1789.free.fr/Les_personnages.htm

http://membres.lycos.fr/histoire1789/mirabeau.htm

http://rcombes.ifrance.com/rcombes/mirabeau.htm

 


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