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MOUNIER Jean Joseph Nasce a Grenoble nel 1758. È coetaneo di Robespierre. Studia giurisprudenza all'università di Orange e si dedica, con impegno e indubbia fortuna, alla professione forense. La passione per gli studi, l'interesse per le scienze naturali e per quelle giuridiche, la volontà di non sottrarsi alla vivacità del confronto politico, lo inducono tuttavia a passare alla magi- stratura. Nel 1783 assume l'incarico di giudice. Le sue idee si vengono via via modellando lungo i tracciati teorici del più recente liberalismo inglese. Di grande interesse sono, al proposito, le sue Considerations sur les gouvernements, uscite a stampa a Grenoble nel 1789. Vi sono contenuti i principi ispiratori della sua azione politica, già validamente intrapresa nel corso della revolution nobiliaire del Delfinato, prima come deputato, poi come segretario dell'Assemblea grenoblese dei tre ordini. All'inizio del 1789 figura come primo eletto tra i deputati del Terzo stato del Delfinato per gli Stati generali di Versailles. A Parigi, si mette subito in luce tra i più qualificati esponenti del nuovo corso politico, aperto dalla costituzione dell'Assemblea nazionale. Nel settembre viene eletto presidente dell'Assemblea, ma dopo neppure un mese si dimette dall'incarico, si allontana da Parigi, torna nel Delfinato. Il suo giudizio, relativamente al dibattito in corso all ' Assemblea e ai sommovimenti che cominciano a determinarsi alla base del Paese, è che stiano dischiudendosi prospettive preoccupanti di eversione. Egli invita il re a tener duro contro le posizioni politiche emergenti, a non recedere da una difesa ferma e irriducibile dei poteri dell’esecutivo, a salvaguardare il proprio diritto di veto sulle decisioni del potere legislativo, a non arrendersi di fronte alla piazza. I cedimenti della Corona 10 inducono prima a tornare nel Delfinato, poi a prendere la via dell'esilio. Pubblica a Ginevra, nel 1790, l'Appel au tribunal de l'opinion publique; a Berna., nel 1974, la Recherche sur les causes qui ont empeche les franr;ais de devenir libres; a Tubinga, nel 1801, De l'influence attribuee aux philosophes} aux francs-marcons et aux illuminees sur la revolution de France. Esule a Berna, a Dresda e, infine, a Weimar, dove apre una scuola per l'insegnamento della storia, della filosofia del diritto, rientra in Francia solo nel 1801. Napoleone gli affida una prefettura, poi ne favorisce la promozione a membro della Legion d'onore e a consigliere di Stato, Muore a Parigi nel 1806. Nel 1781, Necker è costretto alle dimissioni. L 'uscita del Compie rendu, con la presentazione di un falso attivo di bilancio, contro un passivo reale di oltre 40 milioni, non era bastata, anche per i più ingenui, agli occhi dei quali sarebbe parsa incredibile una falsificazione tanto disonesta, a restituirgli la popolarità necessaria per conservare il proprio incarico. Il tentativo di costituire assemblee locali con funzioni amministrative, come premessa per giungere a un riordino del sistema della riscossione delle imposte e a una progressiva copertura del disavanzo, aveva sollevato fiere opposizioni. Esse avrebbero teso a svuotare le funzioni dei Parlemenis e a intaccare prerogative e diritti al cui riguardo la nobiltà e gli stessi magistrati si battevano, al contrario, affinchè venissero chiaramente ribaditi e, semmai, accresciuti. Le riforme timidamente annunciate anche nel Compie rendu avevano dato a Necker il colpo di grazia. Gli subentra Joly de Fleury , cui non resta che provvedere a un ritocco in aumento delle tasse. Ma il suo licenziamento è cosa fatta in due anni, e la stessa sorte tocca, dopo pochi mesi, a d'Ormesson, che era stato messo al suo posto. Così, viene nominato Calonne, un avversario ostinato di Necker e della sua politica finanziaria, un uomo deciso e dalle idee chiare. Ma le idee chiare non si potevano agevolmente intonare con le difficoltà di carattere politico presenti nella situazione: Gli erano al fianco i vecchi collaboratori di Turgot. Egli intendeva far fronte ai livelli allarmanti del debito pubblico nei tempi lunghi, cercando frattanto di agire, attraverso l'abolizione delle dogane interne e delle restrizioni del commercio dei grani, attraverso la concessione in affitto delle terre del demanio regio e il sostegno di prestiti a lungo termine, in vista di uno sviluppo economico che avrebbe conseguentemente portato anche a un netto incremento delle entrate tributarie: Era chiaro che le vecchie strutture politico-amministrative del regno avrebbero dovuto subire un robusto processo di trasformazione. Occorreva, dunque, mettere da parte ogni timidezza e andare molto al di là delle impacciate proposte di Necker e dei suoi poco lungimiranti successori. Era bene, a suo avviso, che si arrivasse a una più piena conoscenza della situazione reale da parte dei notabili del regno; solo così almeno gli sembrava sarebbero sorte le collaborazioni necessarie a procedere in avanti. Ma le classi privilegiate era un fatto inevitabile avrebbero dovuto pagare un prezzo assai alto, non solo in termini di denaro ma anche di potere. Calonne proponeva allora la convocazione da parte del re di un'assemblea di notabili da lui stesso designati, sperando di conquistarsi la simpatia degli alti magistrati e di scongiurare la richiesta di convocazione degli Stati generali. Dopo lunghe titubanze, il re convocava l'assemblea per il gennaio del 1887. Ma l'assemblea respingeva una per una, con calma e abilità, le proposte riformatrici di Calonne, per cui, a sua volta, era costretto come Turgot, come Necker, come tutti gli altri, a dimettersi. Forse Calonne era stato maldestro, forse avrebbe dovuto insistere presso il re per ottenere una seria riduzione del potere dei magistrati, prima di affrontare un confronto temerario con le loro più autorevoli e privilegiate rappresentanze. E’la strada che tenta il suo successore, Brienne. Ma il decreto che il re approva,su suo suggerimento, per una drastica riduzione dei poteri e delle funzioni dei Parlements porta direttamente alla rivolta dei nobili e a una nuova, catastrofica, resa. Il fallimento del colpo di Stato, per meglio dire della tardiva riforma costituzionale del maggio del 1788, costringe il re alla convocazione degli' Stati generali. È un modo per non dare vittoria ai Parlements e per tentare una mediazione su scala più ampia, ricercando, tra l'altro, ancora una volta nell'accresciuta forza reale del Terzo stato la possibilità di salvare le sorti del regno da un inevitabile naufragio. La monarchia avrebbe dovuto in ogni modo andare incontro a un ridimensionamento di potere. L 'assolutismo, era un'esperienza finita. È in questa congiuntura, dopo la vanità di tutti i tentativi intrapresi, dopo le dimissioni a catena dei ministri preposti alle finanze, da Turgot fino a Calonne, che, in effetti, a fronte della rivolta nobiliare, per certi versi goffa e velleitaria, si ridesta il Terzo stato, riprende spessore il ruolo egemone della borghesia, la sua capacità, già sperimentata sul finire del Cinquecento, di porre rimedio al caos e di assumere le proporzioni di un interlocutore politico-sociale insostituibile. Ma il Terzo stato, nei suoi rappresentanti più vivi e consapevoli, resta, come in passato, legato, per- sino con accenti anacronistici, al destino della monarchia, alla necessità del suo ripristino, soccorrendola nel momento della maggiore difficoltà. È sintomatico che la rivolta contro la monarchia per il perpetrato tentativo di colpo di Stato sia partita, ma non per giungere a un'eversione istituzionale, non per imboccare la via della repubblica, in un territorio che maggiormente aveva risentito del livellamento assolutistico, nel Delfinato, cui Richelieu aveva tolto quelle autonomie che ne avevano caratterizzato la storia e la crescita civile. È dal Delfinato che parte la rivolta. Essa tende a riproporre l'instaurazione delle vecchie libertà, ma c'è un fatto, un fatto che esula dalle ragioni di resistenza e di opposizione alle manovre finanziarie del regno: la ribellione non avviene, come sembrerebbe logico e conseguente, in nome dei diritti calpestati e offesi dei parlements, ma in nome della resurrezione, della restituzione degli Stati, di una liberalizzazione che non ha nulla a che fare con le pretese delle correnti costituzionaliste, ma che si rifà, invece, a quella congerie di articolazioni consultive, ma sostanzialmente obbliganti, a quelle canalizzazioni delle rivendicazioni nazionali, a quelle forme di temperamento politico concreto della sovranità, che da Bodin in avanti, o meglio da Coquille in avanti, per quanto riguardava specificamente il Delfinato, avevano costituito la chiave di volta di un processo unitario di consolidamento articolato dello Stato. Nel giugno del 1788 la popolazione di Grenoble insorge contro l' esecuzione dei decreti del sovrano. Vi sono morti e feriti e solo la promessa di rinviare ogni provvedimento di attuazione dei decreti riporta una situazione di calma. I notabili cominciano a riunirsi nelle città, rivolgono petizioni al re, rivendicando la restituzione dei poteri ai Parlamenti, ma anche la convocazione degli Stati, pretendendo l'elezione dei rappresentanti e il riconoscimento della parità del Terzo stato rispetto alla somma degli altri due. Il governo è costretto a consentire per il momento alla convocazione degli Stati provinciali, che iniziano a riunirsi periodicamente in assemblea a Romans. E, fra tanti notabili, è Jean Joseph Mounier, appena compiuti 30 anni (era nato a,Grenoble nel 1758), ad assumere le redini del movimento e a caratterizzarlo sul piano ideologico. Discendente da una famiglia bor- ghese benestante, Mounier si era laureato in legge nell'università di Orange e si era avviato, nel 177.6, all'attività forense. Nel 1783 era giudice regio, ma alternava all'esecuzione dei doveri professionali l'approfondimento degli studi politici e di storia. Gli era bastato poco tempo per mettersi in luce nell'ambiente intellettuale della sua città, per entrare nel vivo della massoneria locale, punto d'incontro di tensioni che si coagulavano singolarmente nelle loro agevoli provenienze dall'entroterra francese, dai territori svizzeri e italiani, gravitanti nelle loro appendici nord-occidentali su Grenoble. La filantropia massonica, filtrata attraverso l'unificazione delfinese delle logge aristocratiche e borghesi, penetra nell'animo del giovane giurista, e lo predispone all'accettazione di quelle idee di riforma e di rinnovamento che agitano il finire del secolo. Mounier vive il suo tempo con intelligenza e curiosità. Avverte alle spalle la pressione della cultura « filosofica », ma non ha nulla a che spartire col parigino Condorcet. È un uomo di provincia; alle sue spalle stanno soprattutto le robuste tradizioni di autonomia del Delfinato e costumi di autogoverno che, ai tempi di Coquille, avevano consentito, nella loro spiccata e forse irripetibile dimensione civile, di evitare lo scoglio, altrove così tremendo e disastroso, delle più accanite guerre di religione. Il Terzo stato era una realtà ricca di consistenza politica e civile persino nell'ultimo quarto del Cinquecento. Non per nulla era partita proprio di lì la generosa utopia di uno Stato unitario, ma fondato, luogo per luogo, sulla forza del diritto consuetudinario, sulla varietà dei costumi, sulla vitalità delle istituzioni giuridiche e politiche locali. Nel momento della crisi più drammatica e verticale della monarchia francese, ormai alla vigilia della rivoluzione, non è a caso se il Delfinato, nel suo innescare la rivolta, cerca di contenere ogni spinta eversiva, tra le tante che agitavano la società francese, all'interno di una formula che, in definitiva, salvaguardi la continuità della Corona, l'intangibilità sostanziale dell'istituto monarchico. È Mounier che redige la Declaration de la ville de Grènoble del 14 giugno del 1788 e la Lettre du Clerge de la noblesse et des autres notables citoyens de Grenoble au Roi; la richiesta della convocazione degli Stati, dell'elezione dei loro membri, della proporzione aggiornata dalle rappresentanze, vi si associa a una traccia, sia pure ancor vaga e approssimativa, di riforma generale della costituzione del regno. Una traccia dietro cui si avverte la conoscenza approfondita di Montesquieu e di Blackstone, l'influenza degli ultimi studi costituzionali di Diderot e Delolme, l'ammirazione per le istituzioni inglesi, unita però alla consapevolezza delle peculiarità storiche dell'esperienza francese, alla necessità di affiancare gli « Stati » ai Parla- menti, a metà strada tra dispotismo illuminato e costituzionalismo monarchico, in una sintesi certo complessa e apparentemente contraddittoria, ma in pratica priva di alternative.4 La costituzione inglese appariva a Mounier come il punto più alto della speculazione politica del suo tempo e come un fatto operante e sufficientemente sperimentato. Il Terzo stato non avrebbe avuto nulla da temere da una sua eventuale trasposizione all'interno dell'ordinamento" francese, temprato, oltretutto, dalla presenza attiva delle assemblee generali e provinciali degli « Stati » .5 I tempi per passare a vie di fatto erano maturi. Un 'ulteriore perdita di tempo avrebbe significato, come dimostravano le vicende che si erano succedute dall'allontanamento di Turgot in avanti, l'apertura di un processo di crisi rapide e devastanti, fino alla totale ingovernabilità del Paese. Nelle Nouvelles observations sur les etats generaux de France, Mounier chiarisce meglio il proprio pensiero, sottolineando la necessità di comprimere le pretese provinciali, le rivendicazioni particolaristiche, alI 'interno di un disegno costituzionale unitario, cosi da non creare alcun conflitto e da togliere di mezzo tutta la materia dell'accanito e continuo contendere tra diritti dei Parlements e diritti della nazione. La riorganizzazione politica del regno avrebbe prodotto, a suo avviso, un'ampia rigenerazione sociale e una spontanea riqualificazione dei rapporti tra Stato e cittadini. Il pro- blema, al momento, era quello di conciliare le istanze diverse delle parti sociali e istituzionali in un grande sforzo di rinnovamento, vissuto, con la necessaria moderazione, all'interno diun robusto quadro unitario. Ma era possibile, di fronte alle prove di disfacimento dell'ancien regime che ve- nivano ogni giorno alla ribalta? Era difficile dirlo. Questo però, era il compito che Mounier si era coraggiosamente assunto, convinto ancora, come gran parte dei protagonisti della vita politica fran- cese, che la rivoluzione non fosse alle porte. A suo avviso, era possibile e doveroso gettare acqua sul fuoco, contribuire a riportare la calma nel Paese, non impensierire troppo i notabili; le riforme andavano attuate con fermezza, ma senza la pressione imprudente di sommosse popolari, senza l'insorgere confuso e fuorviante de la populace. I diritti del popolo, inalienabili, sottratti persino alle convenzioni politiche liberamente adottate, non andavano confusi con un disordinato e irrazionale insurrezionismo. La monarchia costituzionale, proposta da Mounier nelle Considerations sur les gouvernements et principalment sur celui qui convient à la France, ricalcata sul bicameralismo inglese e sui criteri di separazione del potere introdotto oltremanica dalla « grande rivoluzione », si sarebbe attuata riconoscendo un ruolo all'aristocrazia, potenziando le rappresentanze del Terzo stato, contenendo la spinta delle masse popolari con provvedimenti sociali urgenti, con piani di sviluppo dilazionati nel tempo, assunti però in modo impegnativo. Ma Versailles non era Grenoble, la Francia, in preda a squassanti agitazioni, non era il Delfinato dove la rivolta era stata impostata, controllata e portata a conclusioni politiche dai nobili. A Versailles, i piani di Mounier non trovarono un minimo di udienza, il suo Proje de premiers articles de la consiuion venne accolto con estrema freddezza e lasciato cadere. L 'ottica di Mounier non era condivisa dai rappresentanti del resto della Francia. L' Assemblea nazionale, sorta rapidamente dalla trasformazione degli Stati generali, era dominata da possenti contrapposizioni dialettiche. La logica rigorosa ma formale di Mounier, l'incapacità di rassegnarsi al senso della situazione politica e di agirvi all'interno per quello che era, la verifica delle disgregazioni che si operavano all 'interno della classe politica, lo indussero a una sorta di emarginazione e, di n, al più tetro pessimismo e alle dimissioni. Il lealismo monarchico, proclamato solennemente nel finale delle sue Considerations, appariva, al più, anacronistico, se non provocatorio. Nel 1790 è tra i primi a prendere la via dell'esilio, ad aprire il grande processo dell'emigrazione politica. Le vicende rivoluzionarie gli daranno l'impressione di aver colto nel segno, di aver avanzato proposte giuste e costruttive quando si sarebbe stati ancora in tempo. E quanto traspare nell'Exposè ma conduite dans 1'Assemblee nationale et motife mon retour en Dauphine, contestuale alle dimissioni, ma soprattutto, nell'Appel à l’opinion publique del 1792, nelle Recherches sur les causes qui ont empeche les Francais de devenir libres del 1794 e nei Principes elementaires de la politique e resultats de la plus cruelle des experiences del 1795. A Tubinga, nel 1801, dà alle stampe De l'influence attribuee aux philosophes) aux franc-macons e aux illumines sur la Revolution de France, in cui alla dissociazione sempre più netta delle proprie responsabilità rispetto agli eventi rivoluzionari, cerca di aggiungere quella di un processo culturale e umano i cui obiettivi erano stati distorti, la cui filosofia era stata sostanzialmente disattesa. Muore nel 1806, a soli 48 anni. Ne erano bastati soltanto due, tra il 1788 e il 1790, per portare al più alto livello e per bruciare la sua singolare esperienza politica. Era rientrato in Francia durante il Consolato; aveva ottenuto riconoscimenti e attestati di stima. Ma non era più, in pratica, un uomo del suo tempo. La sua stagione era stata breve, vivace, interessante e si era spenta prima ancora che l'ondata rivoluzionaria si abbattesse sulla Francia.. |
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Opere, testi, documenti disponibili in: Gallica.BNF
Exposé de la conduite de M. Mounier, dans l'Assemblée nationale,
et des motifs de son retour en Dauphiné : édition exacte
/ [Mounier] Délibération de la ville de Grenoble, du samedi 14 juin
1788 / [J. J. Mounier] Assemblée des trois ordres de la province du Dauphiné /
[J. J. Mounier] Plan pour la formation des états du Dauphiné, arrêté
& rédigé par les Etats assemblés à Romans
le 14 septembre 1788 / [J. J. Mounier] Très-respectueuses représentations des trois ordres de
la province de Dauphiné / [Mounier] Lettre écrite au roi par les trois ordres de la province de Dauphiné
assemblés à Romans, le 14 septembre 1788 ; Lettre écrite
à M. Necker, par les trois ordres de la province de Dauphiné,
assemblés à Romans / [signé : Mounier] Lettre écrite au roi par les trois ordres de la province de Dauphiné,
sur les états généraux / [signé : Mounier]
Lettre écrite par plusieurs citoyens du clergé, de la noblesse
& des communes de Dauphiné à messieurs les syndics généraux
des états de Béarn / [signé : Mounier,...] Réponse des députés de la province de Dauphiné
aux états généraux, au nouveau mémoire intitulé
"Mémoire pour une partie du clergé & de la noblesse
de Dauphiné" Nouvelles observations sur les états généraux de
France / par M. Mounier,... Aux Dauphinois / par M. Mounier Recherches sur les causes qui ont empêché les François
de devenir libres, et sur les moyens qui leur restent pour acquérir
la liberté. Tome premier / par M. Mounier De l'influence attribuée aux philosophes, aux francs-maçons
et aux illuminés sur la Révolution de France / par J. J.
Mounier Réflexions politique, sur les circonstances présentes /
par M. Mounier De l'influence attribuée aux philosophes, aux francs-maçons
et aux illuminés sur la Révolution de France / par J. J.
Mounier Lettre écrite à plusieurs citoyens du clergé, de
la noblesse et des communes de Dauphiné, à messieurs les
syndics-généraux des états de Béarn / [signé
Anglès,... Brochier,... Hélie,... [et al.]]. Avis aux gens
de toute profession, science, arts, commerce et métiers, composant
l'ordre du tiers état de la province de Bretagne / par un propriétaire
en ladite province [Joseph Mounier] Lettre écrite au Roi par les trois ordres de la province de Dauphiné,
sur les Etats généraux / [signé : J. G.,... et Mounier,...]
Nouvelles observations sur les Etats-généraux de France
/ par M. Mounier,... Lettre de MM. du clergé, de la noblesse et autres notables citoyens
de Grenoble, au Roi : [le 2 juillet 1788] / [réd. par Barthélemy
Dorbanne et Jean-Joseph Mounier] Lettre écrite à M. Necker par les Etats de la province
de Dauphiné, sur son rapport fait au Roi dans son conseil : [à
Romans, le 12 janvier 1789] / [signé : J. G.,... et Mounier,...]
Lettre écrite par plusieurs citoyens du clergé, de la noblesse
et des communes de Dauphiné, à messieurs les syndics-généraux
des Etats de Béarn : [Grenoble, le 24 octobre 1788] / [signé
: Mounier,...] Procès-verbal de l'Assemblée générale des
trois-ordres de la province de Dauphiné, tenue dans la ville de
Romans, le 2 novembre 1788 / Mounier,... Procès-verbal des Etats de Dauphiné, assemblés à
Romans dans le mois de décembre 1788 / Mounier,... Nouvelles observations sur les Etats-généraux de France
/ par M. Mounier,... Plan d'éducation nationale adressé aux Etats généraux
/ par un père de famille dauphinois [Jean-Joseph Mounier] Plan d'éducation nationale adressé aux Etats généraux
/ par un père de famille dauphinois
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