|
Il sogno politico di un filosofo stoico
La ricerca intende evidenziare quegli elementi del pensiero politico di
Seneca che orientarono e guidarono il governo dell'imperatore Nerone,
soprattutto durante il famoso "quinquennio aureo", celebrato
dalle fonti come il periodo più positivo del regno di Nerone e
maggiormente influenzato dalla leader-ship del filosofo. Non è
semplice dare un giudizio su un personaggio come Seneca, ora esaltato
come un anticipatore della morale cristiana, ora condannato come un doppiogiochista
e dissimulatore che non disdegnò ricchezza e potere accettandone
i compromessi e divenendo complice dei crimini dell'imperatore. In ogni
caso, si può affermare che egli segnò una tappa fondamentale
nella storia politica del principato. In un Impero, la cui vastità
territoriale era ormai in attrito con gli interessi ristretti della vecchia
classe dirigente (la nobilitas senatoria), Seneca comprese che il punto
di incontro fra esigenze tanto contrastanti doveva essere la figura del
princeps. Partendo da questo principio, si adoperò ad aumentarne
il prestigio presso le masse popolari e i ceti provinciali, cercando,
nello stesso tempo, di riconquistargli la fiducia e la collaborazione
della nobilitas. Quest'ultima doveva trasformarsi da pericolosa fronda
d'opposizione (quale era stata sotto i precedenti imperatori, Caligola
e Claudio) in docile strumento al servizio del sistema imperiale. Accanto
a Nerone, come suo tutore e consigliere, Seneca sentì che si schiudeva
per la prima volta la possibilità di attuare un governo illuminato,
dove un'èlite preparata (la nobilitas stessa) poteva controbilanciare
le tendenze assolutistiche di un principe, il quale a sua volta, grazie
agli enormi poteri che accentrava su di sè, avrebbe tutelato anche
gli interessi delle masse e dei ceti provinciali. Seneca è un uomo
del suo tempo, che accetta pienamente il principato, visto come l'unico
sistema politico in grado di garantire ordine, concordia e unità
all'interno di un grande impero. Egli riprende l'ideale (iniziato con
Platone) di un connubio tra politica e filosofia: il principe deve servirsi
del consiglio di un sapiente (ovvero di un'èlite di "saggi")
che con i suoi avvertimenti stimoli le sue doti di clemenza, giustizia,
liberalità in nome del benessere dello Stato. Solo attraverso questo
connubio, questa collaborazione tra il basilèus e il sophòs,
il principato può essere attuato come una monarchia benefica senza
degenerare in tirannide. Alla base di questo progetto politico sta lo
stoicismo moderato di Panezio, di cui il nostro filosofo è imbevuto:
Seneca, infatti, abbraccia l'ideale stoico di una monarchia assoluta,
ma illuminata, che si fondi sui princìpi di liberalità,
clemenza, moderazione, saggezza. Accantonate le sue giovanili posizioni
di repubblicanesimo radicale, egli giunge ad una piena e definitiva accettazione
della monarchia, consapevole di quanto possa essere inutile quanto anacronistica
una restaurazione repubblicana in un impero che ha ormai raggiunto così
vasti confini e che raccoglie culture molteplici, aspirazioni ed esigenze
diversissime tra loro. Per questo, quando Agrippina, la potente quanto
spregiudicata moglie dell'imperatore Claudio, richiama il filosofo dall'esilio
(a cui era stato condannato) e gli affida l'educazione del figlio Nerone,
Seneca si rende immediatamente conto della grande occasione capitatagli.
Il giovane discepolo, infatti, non è il rampollo di una qualsiasi
famiglia aristocratica, ma un futuro principe: al buon esito della sua
crescita emotiva e spirituale sono legate le sorti stesse di un impero.
L'incarico di educare Nerone assume un significato politico importantissimo,
anzi è di per sè un atto politico, diventa un servigio che
il filosofo stoico ha il dovere morale di rendere alla società
a cui appartiene. La realizzazione di un buon governo dipende, secondo
la dottrina stoica, dalla coscienza stessa del principe, perciò
è compito del saggio preparare il futuro sovrano a divenire un
rex iustus e guidarlo sulla retta via, mirando al suo costante perfezionamento
morale. E' questo il migliore dei modi per essere utili allo Stato, l'imperativo
etico a cui l'uomo e il filosofo Seneca non può sottrarsi. Il saggio
non discute più la legittimità costituzionale del principato,
il problema non è più quello di restaurare l'antica libertà
repubblicana, ma di avere un sovrano giusto, che regni con clementia (moderazione
e mitezza), magnitudo animi (generosità), benignitas (benevolenza
verso i sui sudditi), qualità che possono essere alimentate e garantite
solo attraverso una profonda e adeguata educazione morale. Spinto proprio
da queste convinzioni, Seneca diventa tutore del giovanissimo Nerone,
intenzionato ad offrire alla società quel principe modello che
sappia esercitare il suo imperium maius et infinitum (con questa formula
si definivano i poteri e le competenze del princeps) nel rispetto dell'antica
tradizione e in nome del benessere e della felicità dei suoi sudditi.
All'interno di questo disegno ambizioso, Seneca probabilmente sentiva
di ricoprire non solo il ruolo di guida, ma anche di mediatore tra le
parti: un ago della bilancia tra la nobilitas, gelosa dei suoi antichi
privilegi, le masse di sudditi che popolavano l'Impero e che chiedevano
da tempo una figura che tutelasse i loro interessi e il principe stesso.
Ed è proprio in virtù di questo ruolo e di questo progetto
che Seneca rimane accanto a Nerone anche quando il suo impegno di tutore
è ormai esaurito e il discepolo diventa principe. La formazione
di Nerone è terminata, ma al suo mentore tocca ora il compito di
pianificare il programma di governo e di consolidare il potere del principe.
Guidare il neo imperatore è la tappa principale e più gravosa
di tutta la carriera politica di Seneca: significa mettere effettivamente
in pratica l'ideale politico in nome del quale egli aveva cresciuto fino
ad allora il suo pupillo.
Seneca creatore dell'immagine pubblica del principe
Due opere vanno assunte come manifesto programmatico del nuovo principato:
l'Apocolokyntosis e il De clementia. Scritte tra il 55 e il 56 d.C., esse
riassumono il pensiero politico di Seneca ed esprimono, l'una in chiave
satirica, l'altra sotto forma di trattato filosofico, le linee guida del
governo.
L'Apocolokyntosis (letteralmente: la "zucchificazione", termine
coniato da Seneca parodiando il processo di "divinizzazione"
che il senato romano decretava agli imperatori defunti e in questo caso
all'imperatore Claudio) è un mordace libello, che attacca e ridicolizza
il predecessore di Nerone. La satira, ufficialmente anonima, ma da subito
attribuita a Seneca, venne considerata dai suoi detrattori un'espressione
dell'opportunismo del filosofo. Secondo alcuni studiosi l'opera sarebbe,
invece, databile al periodo successivo alla crisi tra Seneca e Nerone,
e andrebbe interpretata come un'accusa indiretta al regime assoluto instaurato
dal principe. Tuttavia, alla luce di recenti interpretazioni, si può
ritenere che l'Apocolokyntosis risponda ad un preciso scopo politico,
quello, cioè, di agire sull'opinione pubblica, rassicurandola riguardo
al nuovo principe e al nuovo governo. Infatti, attaccare il defunto imperatore
significa prendere le distanze dal suo orientamento politico. Sottolineando
gli aspetti più negativi del regno di Claudio, ovvero lo strapotere
concesso ai liberti imperiali (che si erano sostituiti alla nobilitas
nella gestione della Domus imperiale), il monopolio dell'imperatore sull'amministrazione
della giustizia, le irregolarità nella procedura giudiziaria (che
avevano colpito soprattutto la classe dirigente), il neo imperatore e
Seneca si impegnavano davanti all'opinione pubblica a ricostruire le basi
di un governo giusto e migliore. Nella satira, Nerone è presentato
in una luce favorevole, circondato da quel simbolismo apollineo e solare
che era già stato un leit-motiv nella propaganda di Augusto, il
grande modello di riferimento. Anche Nerone, come Augusto, diventa il
princeps per eccellenza, nel quale si concentrano tutte le speranze di
giustizia e libertà che erano state cancellate dal precedente regime:
il suo avvento viene presentato come l'inizio di una nuova "età
dell'oro".
Il discorso, pronunciato dal neo imperatore davanti al senato e preparato
da Seneca stesso, contiene molti elementi comuni all'Apocolokyntosis;
ce ne resta un'idea grazie alle fonti storiche (Tacito, Dione Cassio,
Svetonio). In esso, Nerone proclama Augusto proprio modello di riferimento
e promette di porre riparo a tutte le ingiustizie perpetrate dal precedente
regime, ma, soprattutto, manifesta la volontà di restituire al
senato (e quindi alla nobilitas) la sua antica autorità, avviandosi
verso una proficua collaborazione con esso. E' evidente come, dietro ad
un simile discorso, ci sia la mente di Seneca che si fa sostenitore e
garante di questo nuovo progetto di principato illuminato.
Nel 56 d.C., Seneca pubblica il manifesto del proprio pensiero politico,
l'opera che consacra l'immagine di Nerone quale principe giusto e restauratore
della concordia e dell'ordine, sulla medesima via tracciata da Augusto.
E' il De clementia, il trattato filosofico che codifica la teoria del
principato illuminato. Il sovrano è qui presentato come vincolo
unificatore e garanzia di concordia tra i numerosi popoli dell'Impero:
per questo, ogni sua azione deve tendere in assoluto all'equità
e alla clemenza. La sua figura viene palesemente assimilata all'astro
solare, un'immagine che ha le sue origini nel simbolismo delle monarchie
orientali e che, da tempo, era presente nel pensiero politico dello stoicismo.
L'accostamento di Nerone ad Apollo e al Sole diventerà, gradualmente,
il motivo portante di tutta la propaganda neroniana anche negli anni successivi
al ritiro politico di Seneca, quando l'imperatore affermerà autonomamente
il proprio assolutismo e darà al suo regime l'impronta di una teocrazia
su modello orientale. Al momento della pubblicazione dell'opera, la simbologia
adottata da Seneca doveva servire soprattutto a soddisfare la sensibilità
delle provincie d'oriente, abituate a monarchie teocratiche e bisognose,
nel loro immaginario, di un preciso riferimento: un monarca divinizzato
che fosse per loro una garanzia di protezione. Questo motivo, tuttavia,
era poco gradito alla mentalità romana e Seneca, consapevole di
ciò, usa una certa cautela nel proporlo, sottolineando di esso
soprattutto quegli elementi che già erano stati propri della propaganda
di Augusto, l'imperatore che ancora incarnava il princeps ideale agli
occhi della vecchia classe dirigente. Seneca, per tranquillizzare l'opinione
pubblica, insiste soprattutto sul ruolo di protettore ricoperto dal principe,
che deve operare per il benessere dello Stato, in piena armonia con un
senato ristabilito nella sua auctoritas di un tempo. Per tutta l'opera,
il filosofo insiste su quella che è sentita come la qualità
indispensabile e più importante del buon principe, la clementia:
essa significa moderazione e mitezza nel giudicare e punire, rispetto
verso i sudditi, capacità di dar ascolto alle loro esigenze, astensione
da qualsiasi arbitrarietà e crudeltà, benevolenza. Tutte
queste virtù morali sono racchiuse in un'unica parola densa di
profondi significati semantici e politici.
La studiosa M. Griffin scorge nel De clementia, oltre ad un chiaro intento
propagandistico e programmatico, anche il desiderio da parte di Seneca
di giustificare, in qualche modo, la propria posizione accanto a Nerone:
egli è il saggio, l'amicus principis che, con l'efficacia dei propri
insegnamenti morali e dei propri avvertimenti, sostiene il principe e
lo mantiene sulla retta via, evitando degenerazioni tiranniche.
Il "quinquennio aureo": Seneca al fianco
di Nerone
Dall'analisi delle fonti a nostra disposizione, non è possibile
capire con certezza quale fu l'effettivo contributo di Seneca nella gestione
degli affari, infatti, è del tutto assente un qualsiasi riferimento
esplicito ad un suo intervento diretto negli affari. Tuttavia, i tre storici
più autorevoli, Tacito, Dione Cassio e Svetonio, sono concordi
nell'esaltare i primi anni del regno di Nerone (il famoso "quinquennio
aureo" come viene definito proprio da Tacito), attribuendo il merito
dei risultati positivi raggiunti alla presenza, accanto al giovane principe,
di Seneca e di un'altra figura molto importante: il prefetto del pretorio
Afranio Burro. I tre storici lasciano ad intendere al lettore che Seneca
e Burro esercitarono la loro influenza dietro alle quinte, quali consiglieri
personali dell'imperatore. Quest'ultimo viene generalmente rappresentato
come un inetto, un vizioso, assolutamente incapace di attendere ai suoi
compiti e sempre bisognoso dell'aiuto e dell'intervento dei suoi due mentori.
Va però considerato che le fonti possono aver esagerato parte della
reale situazione e che la diretta partecipazione di Nerone agli affari
di stato non scese mai sotto quel livello minimo descritto nei testi:
infatti, egli doveva, per lo meno, dedicare parte del suo tempo alle controversie
giudiziarie, alle questioni militari e alle nomine dei magistrati (in
questo caso si può supporre che la scelta cadesse su uomini indicati
da Seneca). Tra l'uno e l'altro di questi impegni, Nerone si abbandonava
ai sui svaghi e capricci (dalle corse sui carri, agli agoni poetici e
musicali), mentre Seneca e Burro, secondo le fonti, si assumevano l'effettiva
responsabilità del governo. Tacito è il più preciso
nel definire il ruolo dei due personaggi: a Seneca toccava il compito
di sostenere e preparare il principe nell'ambito dell'oratoria (ovvero
gestiva i rapporti tra Nerone e il senato), a Burro spettava invece l'organizzazione
militare (nello specifico, egli era capo della guardia pretoriana, un
corpo armato alle dirette dipendenze dell'imperatore). Come si è
già detto sopra, nonostante l'importanza politica che le fonti
accordano a Seneca e a Burro, esse non riferiscono mai di un intervento
diretto dei due personaggi nell'ambito di una legge o di un editto promulgati
sotto Nerone. Si può ritenere che essi preferissero agire in via
non ufficiale per non sminuire il prestigio e l'autorità della
figura del principe: egli doveva restare il simbolo unico e indiscusso
di ogni emanazione di legge. A questo punto, viene spontaneo chiedersi
quale fosse la posizione "ufficialmente" ricoperta da Seneca,
nell'ambito degli affari pubblici. A tutti gli effetti, egli era un senatore
e un membro del consilium principis (l'organo consultivo e collegiale
che in età imperiale aveva affiancato il senato e che solitamente
era formato da uomini di fiducia del principe). E' verosimile che Seneca
esercitasse il proprio influsso non in senato, ma all'interno del consilium.
A conferma di questa ipotesi, le fonti dicono che Nerone, soprattutto
nei primi anni di regno, ricorse molto spesso al parere del suo consilium
per le controversie e le questioni pubbliche più importanti. In
generale, egli fu molto più dipendente da questo organo collegiale
rispetto ai suoi predecessori Tiberio e Claudio e una spiegazione va rintracciata,
senza dubbio, nella giovanissima età e nella conseguente inesperienza
del principe che salì al potere ad appena diciassette anni.
La politica interna
Fin dall'inizio, le fonti registrano un'evidente sforzo, da parte del
neo imperatore, di riconquistare la fiducia del senato e della nobilitas,
che si erano sentiti oggetto dei soprusi e delle prevaricazioni di Claudio
e dei suoi collaboratori. Nerone manifesta, sia con gli atti (rifiuta
pubblicamente il titolo di padre della patria, la collocazione di statue
d'oro raffiguranti la sua immagine e altri simbolici omaggi alla sua persona
che erano entrati nel cerimoniale di corte, ma che, fondamentalmente,
urtavano con l'antica tradizione) sia con i discorsi pubblici, la propria
volontà di collaborazione con un senato ristabilito nella sua auctoritas
e dignitas di un tempo. L'intento di Nerone e dei suoi sostenitori è
quello di riconquistare la fiducia del venerando consiglio e della nobilitas,
per ottenerne la piena collaborazione. Uno dei primi provvedimenti dell'imperatore
fu l'istituzione di una pensione annua statale per quei senatori che si
fossero trovati in difficoltà finanziarie (Tacito, Ann., XIII,
31): era un modo per riconciliare col principato quelle famiglie della
classe senatoria che erano rimaste vittime delle confische operate da
Claudio. Nello stesso tempo, Nerone, attraverso queste gratifiche economiche,
vincolava maggiormente a sè quella parte della nobilitas che, altrimenti,
avrebbe costituito una pericolosa fronda d'opposizione. Ma la mossa decisiva
per riconciliare la nobilitas col sistema del principato era porre un
freno all'espansione politica del ceto dei liberti, la cui ricchezza e
il cui potere nella gestione degli affari pubblici erano divenuti tali
da minacciare la stabilità dell'antica classe dirigente. Uno dei
principali motivi di biasimo verso il regno di Claudio era stata proprio
l'eccessiva invadenza dei liberti nelle questioni dello stato e nelle
funzioni amministrative della Domus imperiale. Nerone decretò,
quindi, che ai liberti e ai figli di liberti fosse impedito l'ingresso
nell'ordine senatorio e che a coloro che vi erano già entrati fosse
interdetto l'accesso ad ulteriori magistrature (Svetonio, Nero, 15). La
classe senatoria poteva così sentirsi al sicuro, senza il timore
di vedersi sostituita o estromessa dagli affari pubblici. Va però
ricordato che Nerone continuò a servirsi di liberti a lui fidati
per mansioni molto importanti, a partire da Faone (nominato segretario
a rationibus, cioè responsabile dell'amministrazione del tesoro
imperiale) per finire con Aniceto, capo della flotta navale di Miseno,
e Beryllo, posto a capo della flotta di Classe, (Tacito,Ann., XIV, 3).
Questo perchè la politica di ossequio verso il senato non mirava
assolutamente a restituirgli gli antichi poteri, ma solo a integrarlo
perfettamente negli ingranaggi della "macchina imperiale", a
trasformarlo in prezioso strumento al servizio del principato. Un'altra
delle importanti promesse, mantenute dal neo imperatore nei confronti
del senato, fu la rinuncia al monopolio sui processi, mostrando, così,
di voler porre fine alle irregolarità giudiziarie e agli abusi
con cui Claudio aveva colpito esponenti della classe dirigente.
Il principe deve contare anche sul pieno consenso delle masse popolari,
per trovare sostegno alla propria affermazione politica. Due erano sempre
state le strade per conquistare il favore politico delle masse: l'allestimento
di giochi e spettacoli e, soprattutto, assicurare approvvigionamenti alimentari
regolari e a prezzi accessibili. A tale scopo, vennero rafforzati gli
scali portuali e migliorati i collegamenti con la capitale, per favorire
il trasporto delle merci, mentre un editto del 58 d.C. liberava dai dazi
le imbarcazioni adibite al trasporto di grano ed eliminava la tassa sui
generi alimentari venduti nel Foro Olitorio, con conseguente ribasso dei
prezzi. Le fonti, poi, descrivono i grandiosi spettacoli con cui Nerone
sollazzava il popolino (va ricordato che giochi e spettacoli creavano
una notevole mole di lavoro indotto con ripercussioni molto positive sull'economia)
e parlano di cospicui donativi in grano e sesterzi che egli elargiva alla
plebe e alle guardie pretoriane. Con questi atti di evergetismo, che in
età repubblicana erano stati una prerogativa delle più ricche
e nobili famiglie di Roma, il principe fa mostra di avere a cuore il benessere
e la felicità dei suoi sudditi. Gli storici antichi giudicavano
questi atteggiamenti un'espressione del folle esibizionismo di Nerone,
ma un'analisi più attenta rivela che essi rientravano in quella
sapiente strategia di propaganda preparata dai collaboratori del principe
e volta ad assicurargli un vastissimo consenso popolare. Elargizioni,
donativi e spettacoli, un tempo dovere dell'aristocrazia romana, ora spettano
esclusivamente all'imperatore e, quando un principe è così
munifico, ai privati non resta che limitare i propri atti di liberalità
alla cerchia ristretta degli amici: questo è il messaggio che Seneca
indirizza alla nobilitas nel De beneficiis.
L'intera propaganda imperiale di quei primi anni, dietro il cui allestimento
è impossibile non ravvisare l'intervento di Seneca, è tutta
un inneggiare ai sommi benefici concessi dal principe al senato e al popolo:
l'imperatore ha già i connotati di un monarca assoluto, più
che di un primus inter pares. E' un sovrano che beneficia i suoi sudditi,
che "concede" e "tutela", che "vigila" sul
suo popolo. E Seneca è l'artefice di questa trasformazione: egli
è più vicino al concetto di monarchia assoluta, che non
all'ideale romano di una diarchia principe/senato. In fondo, il pensiero
stoico, di cui il nostro era imbevuto, era sorto proprio nell'ambito delle
grandi monarchie ellenistiche, delle quali aveva analizzato tutti i meccanismi
che ne regolavano il funzionamento.
L'attenzione verso le province
La benevolenza del principe non poteva restare limitata alla popolazione
di Roma, ma doveva gratificare anche i "sudditi" di territori
ben più lontani ed estesi e, in particolare, delle province orientali,
così da conquistare anche il loro consenso. Per questo furono presi
provvedimenti volti a frenare il malgoverno e la corruzione che regnavano
nell'amministrazione provinciale, aumentando soprattutto i controlli statali.
Con un decreto si vietò ai governatori provinciali l'allestimento
degli spettacoli, che spesso diveniva il pretesto per esose tassazioni
straordinarie; oltre a tutto, in tal modo, il principe rivendicava per
sè il privilegio assoluto di organizzare spettacoli e giochi, proprio
come un vero monarca (vedi paragrafo precedente). Ma il controllo del
principe si esercitò, in particolar modo, sul sistema di riscossione
delle imposte, che erano date in appalto ai pubblicani, la cui rapacità
era motivo di lagnanze continue da parte dei provinciali. Con un editto
del 58 d.C., si decretò l'obbligo di rendere pubbliche le regolamentazioni
di ogni singola tassa, fino ad allora considerate riservate, così
da evitare irregolarità. Nel 62 d.C., Nerone diede vita ad una
commissione speciale di tre consolari di nomina imperiale con l'incarico
di sovrintendere alla riscossione delle imposte indirette. In tal modo,
il principe manifestava il proprio interesse per il benessere dei provinciali
e, contemporaneamente, attuava un'ulteriore concentrazione dei poteri
su di sè, in linea con la politica di affermazione monarchica a
cui tendevano tutti i provvedimenti fino ad allora attuati e con quella
concezione paternalistica e assolutistica del principato espressa proprio
nel De clementia da Seneca.
Secondo lo studioso J. Crook, Seneca incoraggiò questa politica
di attenzione verso le province anche per motivi strettamente personali,
in quanto egli stesso era di origine provinciale, essendo nativo della
penisola Iberica. Ma al di là di questa puntualizzazione fatta
dal Crook, l'intento propagandistico e la ricerca del consenso restano
i motivi preponderanti. A conferma di ciò, sappiamo da Tacito (Ann.,
XII, 58) che, fin dal 53 d.C., il giovanissimo Nerone pronunciò
in senato discorsi a favore di importanti località provinciali
(Rodi, Ilio, Apamea). Lo scopo era di far giungere un'immagine positiva
del futuro principe anche nelle province più lontane ed è
molto probabile che i discorsi fossero stati preparati proprio da Seneca,
incaricato già allora da Agrippina di organizzare un'accurata propaganda
attorno al futuro imperatore.
Seneca e Agrippina
A questo punto dell'analisi, è inevitabile soffermarsi su una figura
che giocò un ruolo importantissimo nell'intera vicenda storica,
Agrippina. La donna, al tempo in cui Seneca rientrò dall'esilio,
poteva vantare legami di sangue che le garantivano una forza politica
non indifferente: era, infatti, figlia di Germanico (la cui morte prematura
era stata l'unico impedimento alla sua salita al trono imperiale come
successore di Tiberio e il cui prestigio era ancora vivissimo, specialmente
tra l'esercito), nonchè terza moglie dell'imperatore Claudio. Agrippina
aveva convinto l'imperatore ad adottare il figlio Domizio (che prenderà
il nome adottivo di Claudio Nerone), avuto dal precedente matrimonio con
il nobile Domizio Enobarbo. Con questa mossa astuta e spregiudicata, ella
intendeva scalzare dalla successione il legittimo erede di Claudio, il
giovanissimo Britannico, spianando a Nerone la strada verso il trono imperiale.
Il suo scopo finale era di esercitare il proprio potere attraverso il
figlio stesso, una volta che egli fosse divenuto imperatore. Naturalmente
le occorreva costituire un solido e compatto gruppo di collaboratori che
le fosse di supporto, le garantisse prestigio e sostegno nella sua lotta
per il potere. Probabilmente fu per questo motivo che ella chiese a Claudio
di richiamare Seneca dal lungo esilio a cui l'imperatore stesso l'aveva
condannato su istigazione della precedente moglie, Valeria Messalina.
Annoverando Seneca nella propria cerchia di collaboratori, Agrippina sperava
di sfruttare la sua indiscussa notorietà, il suo prestigio e le
sue riconosciute doti di oratore, ma soprattutto intendeva affidargli
la formazione del giovane Nerone. Seneca, quindi, era legato ad Agrippina
da un forte debito di riconoscenza: era a lei che doveva la propria riabilitazione
e la possibilità di riprendere la carriera politica bruscamente
interrotta dall'esilio. Tuttavia, non appena Nerone salì al trono,
le rivalità fra Seneca e Agrippina sorsero immediate. Secondo le
fonti, sembra che la donna, nei primi mesi di regno, esercitasse una sorta
di coreggenza al fianco del figlio (prova ne sia che la sua effigie appare
sulle monete del periodo accanto a quella di Nerone). Seneca, probabilmente,
si rese subito conto che Agrippina, con il suo potere e le sue interferenze,
era un ostacolo alla realizzazione di quel progetto di monarchia illuminata
che egli aveva maturato negli anni in cui era stato tutore di Nerone.
Per questo motivo il filosofo cercò fin dall'inizio di allontanare
il suo pupillo dalla pericolosa sfera materna, cercando di sfruttare,
a tal proposito, il dissidio che si creò ben presto tra madre e
figlio nell'esercizio del potere. Le fonti parlano chiaramente di questa
crisi, raccontando di come Agrippina alternasse violente sfuriate contro
il figlio a tentativi di blandirlo e plagiarlo, ora con promesse, ora
con ricatti. Seneca, dal canto suo, si prestava volentieri ad ascoltare
gli sfoghi del giovane Nerone, sempre più angustiato dalle ingerenze
e dalle prevaricazioni di una madre autoritaria, che pretendeva di controllare
e gestire ogni sua iniziativa. Giocando su questo forte contrasto, Seneca,
che sicuramente conosceva bene l'indole del suo discepolo, diventò
ben presto per Nerone un rifugio e un alleato, riuscendo gradualmente
ad estromettere Agrippina dalla gestione degli affari pubblici. Le forti
tensioni tra madre e figlio si concluderanno drammaticamente nel 59d.C.,
con il matricidio. Le fonti ostili a Seneca lo accusano di aver istigato
egli stesso Nerone, di averlo appoggiato e guidato nel turpe gesto. Le
accuse sembrerebbero eccessive, anche perchè ormai Seneca aveva
neutralizzato la sua avversaria e non aveva alcun interesse a suscitare
un simile scandalo politico. Si può invece supporre che il gesto
di Nerone fosse l'estremo tentativo di liberarsi dal pesante predominio
psicologico della madre: un gesto, dunque, dettato dall'esasperazione
e dal desiderio di autoaffermare la propria personalità, fino ad
allora limitata da quella materna. Resta il fatto che Seneca intervenne
subito a tranquillizzare l'opinione pubblica, scossa dall'accaduto. Sappiamo,
infatti, che il filosofo scrisse immediatamente una lettera indirizzata
al senato, in cui spiegava che Agrippina si era suicidata dopo il fallito
tentativo di attuare un colpo di stato contro Nerone. La lettera era corredata
di una pesante accusa contro la donna, indicata come responsabile di molti
degli aspetti negativi del regno di Claudio. Dal resoconto tacitiano,
risulta che Nerone predispose l'assassinio autonomamente; tuttavia, quando
il primo tentativo fallì, egli, in preda al panico, chiese aiuto
a Seneca e Burro. I due compresero subito che era ormai troppo tardi per
tornare indietro: Agrippina, sopravvissuta, avrebbe preso le sue contromisure,
tentando quasi sicuramente di attuare un colpo di stato per sostituire
il figlio. Disponeva infatti di ricchezze e appoggi politici tali da permetterle
di rovesciare il regime di Nerone con una certa facilità. Di fronte
alla possibilità di uno scandalo lesivo del prestigio dell'imperatore
e di fronte a una concreta minaccia della stabilità dello Stato,
Seneca e Burro non avevano scelta: Agrippina andava eliminata. Più
tardi, in un passo del De beneficiis (V; 20,7), il filosofo giustificherà
implicitamente l'appoggio dato a Nerone in quell'occasione, affermando
che "la salvezza e la stabilità dello Stato devono prevalere
sopra a qualsiasi considerazione".
Secondo Tacito la morte di Agrippina segna una svolta decisiva nel principato
di Nerone, infatti lo storico sostiene che il principe, istigato dalla
nuova amante Poppea Sabina e reso sempre più consapevole delle
possibilità e del potere conferitigli dalla sua posizione, inizia
ad allontanarsi dai suoi due fidati consiglieri.
La trasformazione della società
Le fonti, nel consegnarci il ritratto di Nerone, insistono molto sul suo
comportamento folle e sui i suoi atteggiamenti istrionici. Fin dall'inizio
del suo regno, egli viene descritto come un effemminato, un capriccioso,
un inetto, dedito solo a svaghi poco degni di un principe e di un romano:
le corse sui cocchi, gli esercizi ginnici, la musica e la poesia. Sembra
che egli si abbandoni con maggior intensità a queste sue passioni
soprattutto dopo l'eliminazione della madre, quando è orami libero
di affermare in pieno la sua personalità e Tacito interpreta le
sue esibizioni come auriga e musico quale indizio di follia e megalomania,
ricordando che esse suscitavano, da un lato, il giubilo del popolino,
ma, dall'altro, l'estrema disapprovazione della nobilitas. Dalla narrazione
storica, risulta evidente che Nerone cercò di incrementare queste
attività e di diffondere tali interessi artistici tra l'aristocrazia
romana. Fin dal 57 d.C., infatti, venne modificato il carattere degli
spettacoli romani, vietando i combattimenti gladiatori all'ultimo sangue
e incoraggiando forme di spettacolo più vicine a quelle della cultura
greco-ellenistica, quali gli agoni musicali e poetici, le gare atletiche,
le corse sui carri. Non ultimo, si introdusse la regola per cui i partecipanti
non potevano più essere schiavi e criminali, ma il fior fiore della
nobiltà romana, come da sempre era avvenuto in Grecia. Nel 59 d.C.,
Nerone istituì i giochi Iuvenalia (Tacito, Ann., XIV; 15,1), che
consistevano in esibizioni drammatiche e musicali in greco e latino, celebrate
in forma semiprivata nei giardini del principe (che non perse l'occasione
per prendervi parte!). Nel 60 d.C., venne istituito il Certamen Quinquennale,
che comprendeva competizioni atletiche e agoni di musica, poesia e oratoria.
Anche questa volta, Nerone incoraggiò la partecipazione delle classi
elevate, secondo quello spirito proprio della cultura greco-ellenistica.
Nel 61 d.C., venne fondato a Roma il primo ginnasio, dove i giovani romani
avrebbero potuto esercitarsi e dedicarsi all'attività sportiva:
il principe voleva indebolire quella convinzione, tutta romana, per cui
gli esercizi ginnici erano indizio di mollezza ed effeminatezza. Sicuramente
gli interessi artistici del principe dovevano essere sinceri e, probabilmente,
era stato Seneca stesso ad inculcarglieli, ma trovavano un ostacolo nella
mentalità romana che considerava come uniche attività degne
di rispetto solo l'oratoria e l'arte militare. Le fonti interpretano gli
atteggiamenti e le passioni del principe come un segno di stravaganza,
di follia estrema, con cui egli sviliva la dignità propria e del
popolo romano: non era concepibile, infatti, un principe che si esibiva
con la cetra, che si lanciava in folli corse sui carri e che, per giustificare
questi "vizi", obbligava l'aristocrazia romana a fare altrettanto.
Ma un esame più attento della situazione permette di spiegare tutte
le iniziative sopra descritte come un tentativo mirato di intervenire
sulla mentalità e la tradizione culturale di Roma, cercando di
avvicinare la società romana a quella greco-ellenistica. E questo
perchè, se si voleva far accettare ai Romani l'idea di una monarchia
illuminata, ma assoluta, nella quale si stava trasformando il principato
di Nerone, occorreva agire anche sulla mentalità e i costumi, cercando
proprio di avvicinarli il più possibile a quelli ellenistico-orientali,
che ormai da tempo avevano accettato il sistema della monarchia assoluta.
Senza dubbio, la mente di tutto ciò era Seneca, visto che proprio
egli era il principale sostenitore del sistema monarchico e si era adoperato
fin dall'inizio per promuovere l'immagine di un principe dai connotati
semi divini, di monarca teocratico, circondando la sua figura di un simbolismo
apollineo e solare tipico delle teocrazie orientali. Inoltre, Seneca sapeva
bene che, per ottenere l'appoggio soprattutto delle masse popolari, era
necessario intrattenerle e soddisfarle con giochi e spettacoli: proprio
nel De ira (II; 8,3) egli riconosce l'estrema importanza di essi nella
creazione del consenso, pur manifestando, con le consuete obbiezioni dei
filosofi, la sua disapprovazione per quelli più cruenti. Fu, quindi,
per suo suggerimento che Nerone proibì i combattimenti gladiatori
all'ultimo sangue, incentivando, invece, gli spettacoli teatrali, gli
agoni ginnici e poetici, in linea con la grande tradizione ellenica. Si
può ritenere che, finchè Seneca mantenne la sua influenza
sul principe, questo tentativo di ellenizzazione dei costumi romani fu
attuato con una certa cautela, per non urtare troppo violentemente con
la tradizione. A partire, invece, dal 64 d.C., quando Nerone è
ormai del tutto svincolato dal suo antico consigliere, il richiamo alla
cultura greco orientale diverrà più esplicito. Il principe
inizierà ad esibirsi pubblicamente come attore, auriga, poeta e
musico, suscitando l'acclamazione e l'entusiasmo della plebe, ma alienandosi
i ceti aristocratici. Le sue esibizioni istrioniche diverranno per gli
oppositori lo spunto da cui far partire le critiche al regime. Nerone,
dal canto suo, assumerà atteggiamenti sempre più provocatori
nei confronti della nobilitas, della quale non cercherà più
nè il consenso nè l'approvazione, dal momento che si stava
spingendo verso una teocrazia fondata sull'appoggio dei ceti popolari
e dell'esercito. Non spetta, tuttavia, a quest'analisi approfondire i
meccanismi di quella svolta antioligarchica che caratterizzerà
l'orientamento politico di Nerone dopo la sua rottura con Seneca e con
quei delicati equilibri che il filosofo stesso aveva cercato di instaurare
e mantenere nei rapporti tra il principe e l'aristocrazia.
La fine del "quinquennio aureo": il declino
di Seneca
Con l'anno 59 d.C., secondo la tradizione storiografica, termina il famoso
"quinquennio aureo", suggellato dall'assassinio di Agrippina.
Il principe, libero dall'influenza materna e spalleggiato dalla nuova
amante Poppea Sabina, inizia a sentire la presenza di Seneca e Burro come
un ostacolo all'affermazione del proprio potere. Ma la data cruciale,
che segna la definitiva rottura dell'idillio tra il principe e i suoi
collaboratori è il 62 d.C.: infatti, Burro muore proprio all'inizio
di quell'anno e Seneca, sentendo indebolita la propria posizione per la
perdita di un valido alleato, decide di ritirarsi dagli affari pubblici,
(Tacito, Ann., XIV; 51, 1). Da questo momento le fonti individuano un
graduale passaggio delle consegne, in quanto attorno a Nerone inizia a
costituirsi un nuovo gruppo di collaboratori e "amici". Seneca,
senza venire in aperta rottura con il principe, sceglie un prudente ritiro
dalla corte, per sfuggire all'ostilità sempre più incalzante
dei nuovi personaggi della cerchia di Nerone. Tacito dice che costoro
attaccavano il filosofo con accuse di vario genere, per offuscare la sua
immagine agli occhi dell'imperatore. In particolar modo, lo accusavano
di essere tanto ricco e ambizioso da aspirare al trono stesso. Allarmato
da questi attacchi continui, Seneca prende formalmente congedo da Nerone,
dichiarandosi pronto a restituirgli tutti i benefici ricevuti (Tacito,
Ann., XIV, 53-54). Come scriverà nel De vita beata, il saggio deve
capire quando è opportuno lasciare gli impegni politici, evitando
che siano proprio essi a prevaricarlo e a sopraffarlo. Senza dubbio, per
ragioni di prudenza e diplomazia, il ritiro di Seneca dalla gestione degli
affari pubblici fu il più graduale possibile, come testimoniano
le lettere che il nostro scrisse in quegli anni all'amico Lucilio, nelle
quali si rintracciano allusioni a mansioni ufficiali che Seneca espletò
almeno fino al 64 d.C.. Un allontanamento troppo ostentato rischiava di
essere interpretato come una forma di aperta opposizione al regime e avrebbe
sicuramente attirato l'attenzione dei nemici politici. Il filosofo addusse,
come pretesto alle sue sempre più frequenti assenze da Roma, il
peggioramento delle proprie condizioni di salute e il desiderio di riprendere
gli amati studi filosofici, da cui i fitti impegni politici lo avevano
sottratto per lungo tempo. Alcuni studiosi avanzano l'ipotesi che fu,
invece, Nerone a non volere un allontanamento repentino di Seneca dalla
scena politica, temendo che ciò potesse suscitare il panico e il
disappunto dell'ordine senatorio, che in un certo qual modo vedeva in
Seneca una garanzia di legalità.
Gli anni tra il 62 e il 65 d.C. vedono Seneca impegnato nei suoi studi
filosofici e in una cospicua produzione letteraria: le epistole a Lucilio
ci svelano un uomo sereno e disincantato, consapevole di aver perso la
scommessa di attuare un principato illuminato, ma per nulla angustiato
da rimpianti o rancori di alcun tipo. Proprio nel De otio, egli spiega
come la scelta della speculazione filosofica non sia un ripiego dell'azione,
ma un suo completamento. Contemplazione e meditazione sono virtù
che lo Stoicismo pone sullo stesso piano dell'azione politica, con la
quale esse si alternano. Sono proprio le circostanze mutevoli a causare
una simile alternanza e il saggio, senza scoraggiarsi, deve capire e adattarsi
alla situazione; se partecipare alla vita politica per il bene della società
è per lo stoico un dovere morale, egli deve continuare nella sua
missione almeno fino a quando ciò gli sia possibile (De tranquillitate
animi, 4,8). Sono questi i pensieri e le considerazioni di Seneca, che
a poco a poco si ritira in un isolamento sempre più ostinato e
inaccessibile, forse in segno di protesta, forse per coerenza con il suo
credo stoico o più semplicemente perchè disilluso e timoroso
di una condanna del principe, intenzionato ad eliminare chiunque ostacolasse
la sua affermazione. Sembra quasi che Seneca voglia sparire, essere dimenticato
nell'ombra; questo almeno fino al momento della congiura ordita contro
Nerone nel 65 d.C.. E' a questo punto che le fonti tornano ad interessarsi
di Seneca, vedendolo ora come l'ispiratore morale di essa, ora come il
principale istigatore e addirittura come il leader, al fianco dell'altro
importante personaggio coinvolto, il nobile e brillante avvocato Calpurnio
Pisone (con il quale Seneca era in rapporti di amicizia). Dal resoconto
storico, risulta che la congiura raccoglieva attorno a Pisone tutti coloro
che un tempo erano stati tra i migliori e più fidati collaboratori
di Nerone e che, per tanto, avevano fatto parte della cerchia politica
di Seneca. Le circostanze della congiura restano ancora poco chiare e
i dati in nostro possesso non sono sufficienti per decidere se il nostro
vi abbia effettivamente partecipato: in ogni caso, è impensabile
ritenere che Seneca fosse all'oscuro dell'intero progetto, dal momento
che era legato da vincoli e di parentela e di amicizia con moltissimi
dei personaggi coinvolti. Non si può valutare con sicurezza neppure
se egli fosse disposto o meno ad un ritorno alla vita politica, una volta
che Nerone fosse stato eliminato dalla scena. Purtroppo sono andate perdute
le ultime lettere a Lucilio, scritte nell'inverno del 65, altrimenti utilissime
nella ricostruzione di parte delle vicende. Tuttavia, per valutare l'opinione
di Seneca, può essere utile leggere un passo del De beneficiis
(VII, 20): "Se proprio non c'è alcuna speranza che egli (il
tiranno) guarisca (dalla sua ferocia)...per uomini come lui la morte è
il rimedio.". Quindi, la morte sembra essere l'unico "beneficio"
che si possa restituire al tiranno in cambio della sua crudeltà.
E' interessante notare come Svetonio e Tacito pongano in bocca ai congiurati,
a giustificazione del loro gesto di ribellione, gli stessi concetti espressi
da Seneca nel passo sopra citato. Scrive Tacito: "Il centurione Sulpicio
Aspro, a Nerone che gli chiedeva perchè avesse congiurato per ucciderlo,
rispose che in nessun altro modo sarebbe stato possibile venirgli in aiuto,
dopo che si era macchiato di così tanti delitti:", (Ann.,
XV, 68). Dunque possiamo affermare che Seneca giustificasse il tirannicidio,
considerandolo un atto politico, un dovere morale nei confronti non solo
della società, ma anche del tiranno stesso.
Per questi motivi, è impossibile ritenerlo totalmente estraneo
alla congiura e negare il suo consenso più o meno esplicito alla
congiura. Sicuramente, una risposta ai molti interrogativi in proposito
ci è data dal coraggio e dalla fermezza d'animo con cui egli attese
la vendetta del principe e affrontò la condanna a morte. Il suicidio
di Seneca (imposto da Nerone e dignitosamente accettato dal filosofo)
va interpretato come il suo estremo atto politico, l'accusa finale contro
l'intolleranza del suo persecutore e contro ogni degenerazione tirannica.
Egli affrontò la morte con una serenità tale da rendere
inevitabile un confronto con un altro grande personaggio vittima dell'intolleranza
e dell'ingratitudine del suo governo: Socrate. E forse, Seneca stesso
ebbe un ultimo pensiero per il suo predecessore, quando, prima di morire,
volle offrire una libagione simbolica a Juppiter Liberator, poichè,
morendo, egli raggiungeva finalmente la libertà.
|