Gerolamo Cardano
ELOGIO DI NERONE

Mansuetudine, acume politico e saggezza di un esecrato tiranno
Commento di Marcello Dell'Utri
Claudio Gallone Editore, Milano 1994, pagg 3-23


Quarta di copertina
"Non è compito mio scrivere il verdetto, la sentenza. Cardano ha letto nella condanna di Nerone un errore del giudizio storico. Prendiamone atto. Il suo Elogio è un esercizio per la mente oltre che una piacevole lettura. Ci abitua a giudicare con calma, ad ascoltare le cause dopo aver capito, conosciuto, indagato, vagliato le dichiarazioni dei testimoni". Così Marcello Dell'Utri, strizzando l'occhio all'attualità nel suo saggio introduttivo, giudica complessivamente l'Elogio di Nerone di Gerolamo Cardano. Facendo leva sulla testimonianza degli stessi antichi storici latini che lo avversarono, Cardano riabilita Nerone: lo dimostra migliore degli imperatori che l'hanno seguito o preceduto; superiore a supposti modelli di saggezza come Cicerone; ricco di doti non comuni. Più che una difesa appassionata, l'Elogio è un tentativo di comprenderne le azioni, nel bene e nel male, senza pregiudizi e senza fargli scontare la condanna che lo colpì subito dopo la morte.

Paragrafo I
Spesso accade che nell'esprimere un giudizio o nel proporre una valutazione a proposito di esseri umani, specialmente se si tratta di persone eminenti, siano i tratti peggiori a prevalere sui migliori; del resto, è una caratteristica della realtà stessa; si pensi solo al prevalere del corpo sull'anima e delle attrattive dei sensi sulla ragione. Ecco perché una volta sorta sulle labbra del popolino, degli ignoranti e dei disonesti l'opinione volgare che Nerone fosse disonesto e crudele, essa si è a tal punto diffusa nella mente di tutti, a tal punto ha stravolto anche il cervello dei saggi che quella è ormai l'immagine di Nerone accettata da tutti. Se qualcuno si azzardasse a esprimere un'opinione diversa o a ricordarne i pregi, darebbe l'impressione di volersi esprimere per paradossi. Se invece si riflettesse sul celebre aureo detto di Antistene secondo cui ha io stesso identico valore essere lodati dai disonesti ed essere rimproverati dagli onesti ovvero essere rimproverati dai disonesti ed essere lodati dagli onesti, le critiche mosse a Nerone potrebbero procurargli non poca lode: di fatto è noto che gli uomini di quell'epoca, e soprattutto i Romani, erano tanto disonesti che non si potrebbe immaginare niente di peggiore; si prendano in esame gli ignoranti o si prendano gli stessi intellettuali, non si può sbagliare nel giudizio. In effetti Tacito fu sacerdote di idoli, un individuo spinto da una sfrenata ambizione e disonestà - a voler ricavare un quadro della sua vita semplicemente dalle sue parole. Ma di quanto sarebbe opportuno ritenerlo peggiore di quello che spontaneamente rivale di se stesso? Insomma, per dirla in breve, quell'empio adoratore di dèi si ostinava a considerare delitto le offese subite dai membri delle classi più elevate, cioè non valutava pene e condanne sulla base della giustizia e delle motivazioni, ma sulla base delle ricchezze, del potere e della nobiltà: tutto il resto, tutto quello che oggi si considera un gravissimo delitto, secondo lui non doveva essere preso nemmeno in considerazione: alludo a rapine, violenze, furti di qualsiasi genere, imbrogli, crudeltà, oppressione degli infelici, sentenze comprate con la Corruzione e simili faccende. Il secondo della serie, Svetonio, arriva a corrompere la moglie di quell'imperatore di cui era segretario, cioè Antonino: valuta il resto da questo fatto soltanto!
Ebbene, da questi giudici, da questi testimoni è stato condannato Nerone! Eppure la loro sentenza di condanna non è potuta essere tanto completa che anche sulla base delle loro testimonianze non lo si debba considerare un ottimo principe. Vogliamo allora sottoporre la causa al giudizio del senato, delle persone eminenti? Mi pare molto opportuno ricordare la splendida espressione di Cicerone: "O sono pazzo io o lo sono loro". Mentre, in effetti, la maggioranza lo condannava e lo giudicava folle perché aveva posto in secondo piano la sicurezza sua e dei suoi e aveva operato in difesa dello Stato, egli con lucida consapevolezza ebbe l'audacia di proclamare saggio soltanto se stesso di fronte a tanti matti; e, delle due, una sola era necessariamente vera: o che tutti gli altri fossero pazzi e lui solo saggio o che, presi per ragionevoli tutti gli altri, il pazzo fosse solo lui. Ed è proprio quello che affermo: è inevitabile che o Nerone fosse disonesto e tutti gli altri invece fossero innocenti e onesti, o che solo Nerone fosse onesto e il senato intero con gli ottimati di allora fosse composto da delinquenti inclini a ogni sorta di delitto. Quanto al senato e agli ottimati, è arcinoto che qualità abbiano mostrato individui per i quali tutto il genere umano era motivo di scherno: degli esseri umani in teatro venivano abbandonati agli animali, la violenza sostituiva il diritto e la giustizia, il popolo e il senato romano venivano considerati dèi. Che ragione c'è di ricordare i singoli fatti se tra di essi non si trova un solo atto degno di un uomo? Se dunque è un atto di crudeltà punire uomini siffatti, allora ogni re, ogni senato è crudele. Se uccidere degli uomini è un atto che contraddistingue l'uomo malvagio, allora, poiché nessun senato uccide meno uomini di una qualsiasi banda di briganti, si deve concludere che ogni senato e più violento di una banda di briganti. Se dunque la causa, il luogo, il tempo, la persona, la necessità possono non solo giustificare un assassinio, ma anzi rendere degni di lode quelli che l'hanno voluto, non c'è ragione che condanniamo Nerone per atti di violenza, per il fatto cioè che ha ucciso molte persone, ma solo se le ha uccise ingiustamente e senza motivo. Nessuna calunnia e più certa di quella cui si dà vita quando è posto sotto accusa il fatto in sé, ma non se ne precisano anche le motivazioni. Ammettiamo che abbia ucciso suo padre, sua madre, i suoi figli, i suoi fratelli, sua moglie; fin qui non si dice nulla, in quanto non si e dimostrato che ha ucciso senza motivo. Avrebbe potuto uccidere contro la propria volontà, costretto da un giusto motivo, ingannato: nessuna di queste condizioni può portare a condannarlo; qualcuna è anzi motivo di stima. Timoleonte uccise suo fratello che minacciava la patria: da tutti viene lodato, risulta protetto dagli dèi, reso celebre dopo questa azione da numerose vittorie. Bruto e Cassio uccisero i propri figli, eppure sono elogiati. Virginio la propria figlia vergine per impedire che fosse trascinata in schiavitù e il suo gesto è approvato da tutti. I sovrani degli Ottomani, che sembrano protetti da Dio, uccidono padri, fratelli, figli, nipoti (sia figli di fratelli che figli di figli) e non per questo sono considerati delinquenti; in effetti la motivazione per tutti è la volontà non solo di regnare con sicurezza, ma anche senza possibilità di rivolta e di danno dei sudditi. Che ragione c'è allora che per Nerone definiate delitto un'azione senza precisarne la causa? Se Nerone si comportò correttamente, non merita di essere criticato; se fu un malvagio, di solito sotto principi malvagi si comportano correttamente i governatori, i magistrati e gli altri funzionari, almeno per paura; sicché talvolta è meglio (come diceva il console Frontone) trovarsi sottomessi a principi sotto i quali non è lecito nulla (e alludeva a Domiziano) che a quelli sotto i quali è lecito tutto (e indicava precisamente Nerva, senz'altro ottima persona, ma reso debole dall'età).
Allora metti a confronto il carattere feroce di Domiziano col temperamento bonario di Nerva, e Domiziano con Nerone, i tempi con i tempi, quando ormai era stato spezzato il potere di Domiziano e insieme con esso quello dei soldati, del senato e delle classi più elevate in conseguenza di tante guerre civili e intestine, di tante proscrizioni; mettili a confronto con le vittorie, i trionfi, le minacce, le stragi di quando Nerone era ancora vivo, con il dolce ricordo della libertà, con gli animi insofferenti di una schiavitù mai prima provata: allora ti renderai conto che Nerone fu migliore ai propri tempi che Nerva ai propri. E, se si fosse invertita o potuta invertire la successione, Nerone ai tempi di Nerva sarebbe sembrato un dio, Nerva all'epoca di Nerone un incapace. Paragona, se senti il bisogno di essere corretto nei tuoi giudizi, gli uomini con gli uomini, i tempi coi tempi, non semplicemente le azioni degli uomini; il luogo, il tempo, le leggi, le consuetudini, l'età portano tante modifiche; per questo spessissimo i malvagi appaiono migliori, gli onesti peggiori.

Paragrafo II
Se Nerone punì dei colpevoli, agì correttamente; se permise che fossero oppressi degli innocenti, fu un malvagio. Se infine si verificarono entrambi i fatti, Nerone è comunque migliore di Nerva. Peraltro non solo è noto che Nerone agi duramente con i colpevoli, ma non v'è alcun dubbio che fu mite con tutti gli innocenti e gli infelici, che fu generoso e pronto ad aiutare. Di quanti gradini allora, se mi si passa l'espressione, porremo Nerone più in alto di Nerva? E se invece Nerone non fosse stato un ottimo imperatore e non ci fosse alcuna ragione che io tessessi il suo elogio? Può essere che dopo tanti secoli io mi concilii o plachi il suo spirito? Oppure otterrò la gratitudine dei suoi discendenti o dei fanatici del suo genere di vita dopo i millecinquecento anni trascorsi? O magari metterei a rischio la mia abilità di parola, io che sono quasi muto, spinto dall'ira, dall'amore, dall'odio o dalla speranza di qualcuno? o per passatempo? Ma se il tempo, me ne rendo conto, non basta nemmeno a scrivere quanto è necessario! O, ancora, incupito per l'assassinio di mio figlio, spererò di pubblicare un'operetta più audace intitolata Contro gli autori dell'omicidio? No, di certo: è noto invece che questo elogio l'ho sempre avuto in mente, l'ho impostato e iniziato già da tempo, l'ho steso alcuni anni prima della morte di mio figlio e l'ho annoverato tra i miei libri. Dunque è stata la sola indegnità del fatto a spingermi a scrivere, quando ho visto che, come spesso accade, un ottimo principe veniva annoverato con un ragionamento falso e capzioso tra i peggiori. Del resto come si siano svolti effettivamente i fatti risulta da quanto è scritto qui di seguito.

Se è vero che C. Giulio Cesare, individuo dal carattere dispotico, si impadronì dello Stato romano con l'inganno, la ribellione e la violenza, è altrettanto vero che, dopo il suo tragico assassinio, Antonio, Ottaviano e Lepido ottennero alla fine il potere con la defezione, il tradimento e la congiura. Quanto a Ottaviano, era figlio di Accia e di Ottavio; Accia a sua volta era figlia di Giulia, sorella di Caio Cesare, e di Balbo. Così Ottaviano era nipote della sorella di Cesare e da quest'ultimo fu adottato come figlio. Egli, aggrediti entrambi i colleghi, spinse Marco Antonio al suicidio e fece uccidere il suo figlio maggiore; così, impadronitosi del potere, dopo aver ucciso con una crudeltà indicibile trecento membri dell'ordine senatorio, due dell'ordine equestre, trenta del popolo e averli spogliati anche dei beni, dopo aver tolti di mezzo anche le mogli e i figli di alcuni di essi, quasi novello Aristide assunse i pieni poteri nello Stato romano; quello Stato al quale né lui né i suoi antenati avevano apportato alcun ingrandimento. Dato di fatto: suo padre era stato un costipulante, suo nonno un banchiere, almeno a sentire Cicerone. Antonio e Crasso invece sostengono che il nonno fu un semplice agente di cambio e che lavorò in un mulino. E noto che entrambi, sia il nonno che il padre, esercitarono traffici precari. Dalla moglie Scribonia, che era già stata sposata due volte, ebbe la figlia Giulia. Ben presto, stufo del matrimonio con quella che definiva una bisbetica, sposò Livia, moglie di Tiberio; costei aveva già avuto dal marito il figlio Tiberio e in quel momento era incinta di sei mesi di Druso. Pertanto Ottaviano ebbe una figlia e due figliastri. Da Livia non poté avere figli, perché la donna uscì sterile da un aborto. Per tali motivi dà dunque in matrimonio la figlia Giulia ad Agrippa, genero della sorella Ottavia. Intanto dopo il divorzio cerca dappertutto un'altra moglie. Fu, se non altro, fortunato appunto per i nipoti che ebbe da Agrippa (Agrippa Secondo, Caio e Lucio), che peraltro morirono senza figli e in gioventù; lo fu anche per le nipoti, Giulia seconda e Agrippina. Quanto alla nipote Giulia, la diede in moglie a Lucio Paolo, figlio del censore. Morto Agrippa, diede in moglie la figlia Giulia a Tiberio, dopo averlo costretto a ripudiare la moglie che egli amava come nessun altro e dalla quale aveva avuto il figlio Druso. Ci tengo a precisare che fino a questo momento Ottaviano aveva sempre agito, se non onestamente e giustamente, almeno con cautela. Quest'ultima decisione pero non la prese né con saggezza, né con cautela. Anzi, Tiberio, stufo di questo matrimonio per quanto prestigioso, preferì ritirarsi a Rodi piuttosto che dover sopportare il peso di una moglie disonesta che non poteva uccidere a causa del padre, né sopportare per la degradazione morale in cui viveva. In quel lasso di tempo, grazie a un astuzia della moglie Livia (almeno così suppongo), venne a sapere che entrambe le Giulie, la figlia e la nipote, si comportavano poco onestamente. Per tale motivo le cacciò in esilio entrambe. Vietò anche che il figlio della nipote, nato dopo la condanna, venisse tenuto in vita, anzi ordinò di esporlo; che fosse l'ira degli dèi a spingerlo a un tale atto o che fosse la sua naturale ferocia, quella ferocia che nella guerra perugina lo spinse ad ammazzare come pecore trecento nemici arresisi, appartenenti a entrambi gli ordini, davanti all'altare di Giulio. Non diversamente, ad altri che erano stati catturati e scongiuravano di essere risparmiati rivolse quelle parole crudeli e disumane: "Bisogna morire". Ormai, dunque, ridotta tutta la sua discendenza alla speranza offerta dalla sola Agrippina, la diede in matrimonio a Germanico figlio del figliastro Druso: il risultato fu tanto positivo che da essa ebbe sei pronipoti che gli sopravvissero, tre maschi (Druso, Nerone e Caligola) e altrettante femmine (Drusilla, Livilla e Agrippina Seconda). Evito peraltro di citare tutti gli altri figli, nati dai medesimi genitori, che morirono prima della morte di Augusto. Druso aveva avuto da Antonia, nipote per parte della figlia del triumviro Marco Antonio, due altri figli oltre a Germanico, cioè Claudio, che in seguito divenne imperatore, e Livilla. E' evidente pertanto che né Claudio né Tiberio hanno niente a che fare con la discendenza di Augusto; Claudio invece era figlio del figliastro e in quanto nipote della figlia discendeva dal più fiero nemico di Ottaviano; quanto a Tiberio, non era altro che un figliastro. Fino a questo momento tutte le azioni furono da Augusto portate a termine se non con cautela, almeno senza commettere sciocchezze, e, comunque, le si sarebbero potute sempre giustificare. Quelle che seguirono, invece, furono da lui portate a termine senza intelligenza, senza il minimo senso di opportunità, tanto che egli sembrava completamente privo di capacità mentali. A voler essere precisi, quando erano ancora in vita la nipote Agrippina e suo marito Germanico, nominò erede dell'impero Tiberio, che non aveva niente a che fare con lui. Non prese in considerazione Agrippa, che era giovane, era suo nipote, era stato adottato come figlio con Tiberio ed era vivo e vegeto. È più che sufficiente, no? Si dirà che era in esilio? Ma Germanico, figlio dell'altro figliastro e padre di tanti suoi nipoti, con che diritto poteva essere trascurato? Perciò, non appena Ottaviano cessò di vivere, Tiberio fece immediatamente uccidere Agrippa nell'isola dove si trovava. Inoltre, per dire il vero, non manca il sospetto che sia stata una congiura di Livia a far morire Caio, nipote (come ho ricordato) di Ottaviano, mentre tornava dall'Armenia; va detto però che aveva subito una grave ferita. Quanto a Druso, l'altro figliastro, era morto ormai da molto tempo. Per cui il potere, nella sua globalità, finiva col ricadere su Germanico, nipote per parte del fratello di Tiberio e comandante supremo degli eserciti. Ma sia per il rispetto dovuto allo zio, sia per il fatto che forse il testamento di Augusto glielo proibiva, sia perché forse non aveva fiducia nelle proprie forze o anche era trattenuto da una certa pigrizia, fatto sta che non osò nemmeno preparare un progetto contro Tiberio. Tutt'al contrario quello, com'era ovvio, non potendo ottenere il legittimo potere finché fossero stati in vita i legittimi eredi, per prima cosa aggredì Germanico con dolo per mezzo di Pisone e riuscì a ucciderlo o col veleno o con arti malefiche o istillandogli un'angosciosa disperazione. Subito dopo aggredì i suoi due figli maggiori; il senato, senza problemi, condannò a morte d'autorità Druso e Nerone. Nel delitto riuscì a coinvolgere anche la madre. E, se un destino fortunato non avesse salvato Caligola, Tiberio sarebbe riuscito a spegnere tutta la discendenza di Germanico. Tuttavia, mentre si abbandona contemporaneamente ai delitti e ai piaceri, per dare l'apparenza di una maggiore legalità alle condanne dei nipoti, mediante adozione sostituisce loro un certo Seiano, servo di tutti costoro. Costui, non appena vede pressoché estinta la famiglia di Germanico e sì rende conto che questo vecchio, in conseguenza delle sue immense colpe, si è reso odioso agli dèi e agli uomini, subito, trascinato dal desiderio di conquistare il potere, di propria iniziativa avvelena Druso, il giovane figlio di Tiberio, sul quale si fondava la speranza di tutto l'impero. La scoperta di tale delitto ebbe come conseguenza la salvezza di Caligola; così come la morte di Seiano. Di fatto a questo punto non rimaneva più nessun erede per l'impero, salvo Caligola. Questi non fu salvato perché fosse pronipote di Augusto, ma perché era nipote di Druso, fratello di Tiberio. Da ciò appare evidente con quanta stoltezza Augusto abbia lasciato il potere a Tiberio. Chi del resto avesse avuto come figlio Druso, come avrebbe potuto sperare di lasciare il potere al figlio finché fosse stato in vita un discendente di Augusto? Di fatto, anche se non si fosse preoccupato di ottenerlo con le preghiere, sarebbe stato costretto o a lasciare l'impero al figlio o a distruggere l'intera discendenza di Augusto, se avesse voluto garantire la propria sopravvivenza e quella del figlio.

Paragrafo III
A questa successione voluta dal destino si aggiunse un non trascurabile favore da parte di Tiberio, che di fronte a Tiberiolo, nato da suo figlio Druso, si rifiutò di riconoscerlo come legittimo. Le cose poi andarono diversamente, perché, nonostante questa decisione, lo costituì suo erede con Caligola. Questi però, per cautelarsi e vendicarsi degli assassinii di tanti suoi parenti, immediatamente dopo aver assunto il potere, ordinò di uccidere Tiberiolo.
Quando fu ucciso anche Caligola a causa dei suoi smisurati delitti, venne letteralmente trascinato al potere Claudio, figlio (come ho detto) di Druso e pronipote di Antonio; egli non aveva alcun rapporto di parentela con Augusto, non poteva vantare alcun diritto, ma solo la follia dei soldati e l'ambizione del senato.
Ancora una volta il problema era stato risolto con l'esclusione dei discendenti delle figlie di Germanico e pronipoti di Augusto, al di fuori cioè della sua famiglia, secondo una norma che è quanto di più iniquo si possa dare (se, beninteso, a un tiranno si può riconoscere un qualche diritto a regnare) o contro qualsiasi norma, se non fece alcuna concessione.
A questo punto, di nuovo, la fortuna che aveva per così dire prestato giuramento alla loro famiglia trovò una meravigliosa soluzione. Claudio aveva una moglie di nome Messalina, figlia del cugino Barbato Messalla, lei stessa discendente di quel Messalla che era stato uno dei tre più importanti amici di Augusto (ricordo che essi furono Mecenate, Messalla e Agrippa); essa, insozzata da vergogne di ogni genere, giunse a un tale punto di follia da sposare il figlio quando Claudio era ancora vivo. Di conseguenza per ordine di Claudio fu uccisa. Egli, incapace di sopportare il celibato, in contrasto con tutta la normativa giuridica romana, prende in moglie Agrippina, già moglie di Domizio Enobarbo, dal quale aveva avuto Nerone, e che era sua nipote, in quanto figlia del fratello di lui, Germanico.
La donna, con un'astuta decisione, fa anzitutto sposare Nerone, ormai giovanotto, con Ottavia, figlia di Claudio. In seguito, benché Claudio avesse già un figlio abbastanza maturo, cioè Britannico, lo convince ad adottare Nerone. Per quali motivi egli abbia accettato non lo so con precisione; ma a convincere Claudio qualsiasi motivo poteva essere sufficiente e nessuno di essi sarebbe potuto essere sufficiente per un altro. Infine convinse addirittura Claudio che il figliastro maggiore apparteneva alla famiglia di Augusto, mentre (come ho detto) non aveva niente a che fare in linea di diritto con essa; perciò, ben protetto dalle armi materne, Nerone fu adottato come figlio da Claudio.
Poi Agrippina, fatte pervenire a Claudio delle false accuse, lo convince a privare Britannico di tutte le guardie del corpo più fidate. In questo caso sarebbe stato facile ingannare anche una persona saggia, dal momento che a dar manforte ad Agrippina erano intervenuti tutti quelli che erano stati d'accordo sull'uccisione di Messalina; era loro interesse, ovviamente, che il successore di Claudio non fosse Germanico, che avrebbe cercato di vendicarsi sugli assassini e sui nemici in genere della madre.
Quando però Agrippina, che fino a quel momento aveva assunto un atteggiamento di saggezza, cominciò a lerciare con la sua sfacciata lascivia il letto di Claudio ed egli cominciò lentamente a rendersi conto con risentimento dell'umiliazione di quella convivenza, della stupidaggine dell'adozione, del comportamento pericolosamente capriccioso di Agrippina, l'imperatore cambiò decisione e cercò di mandare tutto all'aria. Ma parlò prima di prendere una decisione, tanto era stupido e folle. Perciò la donna, temendo di perdere in un attimo con la forza quel potere che aveva perseguito per tanti anni con l'inganno, arrivò addirittura a uccidere Claudio con dei funghi avvelenati con l'aiuto di Alato, eunuco al suo servizio, e di Locusta, maestra di arti venefiche. E, in questo modo, procurò al figlio l'impero, a lui almeno
di nome, a sé di fatto. Infatti pose al fianco di Nerone Seneca come professore di letteratura e Burro come ministro, cercando comunque di controllare di persona il diritto imperiale. E, per mantenere il figlio in uno stato di maggiore paura e più ligio al dovere, finse di prendere sotto la propria speciale protezione Britannico e anche di aumentarne la speranza di conquistare il potere. Sperava anche che Burro e Seneca potessero essere spaventati con qualche minaccia e tenuti legati al loro compito in grazia del beneficio ricevuto (in effetti è noto che Seneca, dopo il richiamo dall'esilio, voluto da Agrippina, aveva riottenuto i suoi beni e altri molto più ampi) e che da essi venisse controllato il giovane.
Era giunta a un tale punto di spudoratezza e di provocazione che, un giorno in cui gli ambasciatori armeni sostenevano con suppliche una loro causa davanti a Nerone, essa si dispose a salire sulla tribuna dell'imperatore e a presiedere l'udienza; se non che, mentre tutti gli altri restavano bloccati dalla paura, Seneca sollecitò Nerone a farsi incontro alla madre che stava sopraggiungendo; così, con la finzione dell'affetto filiale, si evitò il disonore.
Dopo tali tentativi, anche perché sembrava non ottenere alcun risultato positivo, spinse il figlio ai piaceri sessuali, convinta che per questa strada lo si potesse raggirare. È in questo ambito che vanno ricercati i motivi che lo spinsero a uccidere il fratello: non voleva che la madre, col potere della sua audacia e della sua grazia, anteponesse a lui quel giovinetto del sangue dei Claudii e figlio di imperatore: e non temeva tanto per il potere quanto addirittura per la vita. Poi, consapevole che la madre continuava non meno nelle sue macchinazioni, al punto che non era tanto lui quanto lei a regnare e che era maggiore il diritto della moglie che quello della madre, pur dopo mille esitazioni, alla fine segui i suggerimenti di quelli che lei gli aveva imposto come guide e che, come tutti gli altri, non riuscivano più a sopportare lo strapotere della donna. E la uccise. Per la stessa ragione uccise anche la moglie. Infatti, qualora si fosse deciso a espellere dalla famiglia imperiale tanto la madre quanto la moglie, esse si sarebbero comunque potute risposare, ponendosi nelle condizioni di predisporre la fine di Nerone. Egli avvertiva appunto che sia gli avversari suoi personali, sia una parte dei suoi amici, sia tutti gli amici delle due donne e dell'eventuale nuovo marito avrebbero combattuto contro di lui.
Nel frattempo si mostrava mite e comprensivo nei confronti di tutti, paladino della giustizia e dell'onestà. Poco dopo però, messo in agitazione da una duplice congiura, anzitutto quella più grave di Pisone e poi quella di Vinicio, a Benevento fece uccidere parecchi complici di esse; tra di essi Seneca e il nipote di lui, Lucano, nei confronti dei quali si mostrò però addirittura mite in rapporto alla gravità del fatto, dal momento che non condannò nessuno se non semplicemente alla morte, ma ne risparmiò anche parecchi con un atteggiamento sorprendente di clemenza.

Paragrafo IV
Accadde anche che nello stesso lasso di tempo la città di Roma bruciasse per sei giorni interi. Con quanta iniquità in tale occasione egli sia stato incolpato come autore dell'incendio risulta evidente, essendo accertato che venne in soccorso del popolo per la riedificazione delle case distribuendo una quantità immensa d'oro. Sicché quanti lo accusano non risultano coerenti con se stessi. So bene che poi i cristiani furono gravati della falsa accusa di essere loro gli autori di questo incendio e che scontarono un'ingiusta punizione. Ma dove c'è una difficoltà, nessuno smuove la pietra. A che scopo avrebbe sottoposto all'accusa uno che non fosse stato al corrente del delitto?
Infine Nerone viene calunniosamente accusato di aver tolto di mezzo col veleno la zia e Burro, sulla base di sospetti così inconsistenti che mi vergognerei a riferire sciocchezze del genere.
Quella che pare l'accusa più grave che gli viene mossa, pero, è che gareggiò come auriga, si esibì come cantante, fece il ballerino. Tutti comportamenti che, caso mai, sono la riprova di un carattere particolarmente umano o, se proprio si volesse criticare l'atteggiamento con particolare asprezza, di un animo un po' troppo tenero, ma non certo di delinquenza o di violenza. Certo, cacciata la paura, suggestionato dalle parole melliflue degli adulatori, egli si abbandonò un po' ai piaceri, ma si tratta pur sempre di una disposizione tipica della giovinezza. Ed è per questo motivo che lo fanno a pezzi con una cattiveria che è addirittura incredibile. Il fatto è che, se avessero avuto qualcosa di più consistente a cui attaccarsi, non si sarebbero gettati tutti su un accusa tanto futile. Si tratta piuttosto di peccati di gioventù, stimoli creati dal potere, attrattive dei sensi, effetto dei consigli e della protezione degli adulatori; e di queste motivazioni non ne mancò una sola a Nerone.
Ma non potranno porre sotto accusa la clemenza, la libertà, la giustizia, l'amore per i saggi, per gli onesti e per le persone più umili, l'appassionata attenzione all'interesse pubblico, la mansuetudine, lo splendore dei lavori intrapresi, la genialità della mente, l'abilità oratoria, la memoria, la gratitudine nei confronti di chi avesse ben meritato, il culto degli dèi, lo scrupolo religioso! Se avessero potuto far credere colpe questi atteggiamenti, non avrebbero esitato a rinfacciarglieli e sarebbero ben serviti, no?, a cancellare o, almeno, a ridurre la sua gloria.
Ma, dal momento che egli sotto ogni punto di vista si dimostrò degno di ammirazione, dal momento che superò tutti i suoi antenati in onestà, ritengo sia veramente sciocco accusarlo sulla base di difetti da adolescente o da giovanotto.
E vero invece che comandanti sediziosi e amministratori perfidi, spinti dall'avidità e dall'ambizione, incapaci di ricordare tanti benefici ricevuti, sollevarono le legioni con uno spergiuro comune e le incitarono a prendere le armi contro un principe equo e giusto solo perché egli non voleva che essi uscissero dai confini, non voleva che fossero depredati i popoli vicini e innocenti né la gente infelice, che era invece proprio quello di cui avevano maggior voglia i soldati. Ebbene, questi che sono delitti di altri vengono attribuiti a Nerone!
A riprova delle mie affermazioni c'è il fatto che durante il regno di Nerone, nel pur così ampio territorio dell'impero romano, non si combatté alcuna guerra, se non quella contro i Parti per l'Armenia. Ma egli, conseguendo sia la gloria per le vittorie sia l'ammirazione per la generosità dimostrata, evitò di esasperare tale guerra, la mantenne cioè in una sorta di equilibrio per cui da una parte non strappò nulla ai nemici per accrescere l'impero con l'inganno o con la violenza, dall'altra non perse un solo territorio per debolezza o per viltà. Queste due colpe sono invece rinfacciate a quegli imperatori che pure furono considerati i migliori in assoluto, cioè Traiano e Adriano: al primo dei due niente sembrava mai abbastanza; l'altro provava invidia perfino per le azioni del padre, considerata la propria estrema debolezza.
Comunque, Nerone, abbandonato dai soldati disonesti è facinorosi, affrontò una morte degna di lui e del proprio valore e, dandosi con coraggio la morte, dimostrò che non aveva mai avuto nulla da temere chi non aveva nemmeno fuggito una morte onorevole. Anzi, quale coraggio abbia mantenuto lo manifestò proprio nel momento in cui avverti di stare morendo: a un soldato che fingeva di essere accorso in suo aiuto disse: "Troppo tardi" e avrebbe voluto concludere: "se è per portarmi aiuto". Poi aggiunse: "Anche questa è lealtà"; non voleva far credere che aveva capito l'inganno. Rifletta ora il lettore quale straordinario ingegno abbia avuto, quale forza. Ecco come si spiegano le celebri parole: "Non si addice a Nerone, no (sottinteso, sopportare tali situazioni e trovarsi in un luogo tanto squallido); bisogna vigilare in una situazione di tal genere. Su dunque, sveglia te stesso".
Lui stesso si occupò della sistemazione del sepolcro e, quando sentì l'arrivo dei cavalli, recitò: "Lo strepito dei cavalli incitati risuona intorno alle orecchie". Ciò ci permette di comprendere che proprio sulla soglia della morte (infatti non cercò di respingere il colpo di spada che lo trafiggeva) egli non aveva perso la testa. In che modo infatti parleranno - con la lingua degli altri - gli individui terrorizzati, dal momento che molti non riescono nemmeno a parlare?
Dunque, in quell'ora egli seppe affrontare una morte piena di dignità, tanto che, pur essendo stato condannato da uno sciaguratissimo senato, per paura del popolo che provava pietà per una condanna tanto indegna, per l'abbandono, per il tradimento, per la crudele fine dell'uomo, nessuno osò insultarlo, come invece toccò a Galba che lo tradì, a Vitellio e ad altri; anzi, fu cremato durante una cerimonia funebre che venne a costare cinquemila corone d'oro, avvolto in drappi candidi intessuti d'oro, gli stessi che aveva indossato il primo di gennaio.
Quanto al resto, per passare cioè ai pregi della sua vita, aggiungerò poche cose delle molte possibili e senza dilungarmi; dimostrerò che il suo destino fu miserevole più che lieto, benché splendido. Giovane nato da una nobile famiglia, ma sotto una stella poco fortunata, in mezzo all'odio del popolo romano e del senato, davanti alla crudeltà e alla ingiustizia, in mezzo ai vizi innominabili di quell'età e di quella città, agli abusi e alle leggi inique, che non poteva eliminare senza pericolo, né lasciare senza gravissimo detrimento per tutta quanta l'umanità, con una madre rotta a ogni inganno, dei consiglieri disonesti, degli amici privi del benché minimo senso di giustizia, Nerone fu costretto a lottare contro tutti.
Ritengo che, se fosse dipeso da lui, non avrebbe mai accettato il potere offertogli con tanti pericoli e anche con tante preoccupazioni. Lo accettò dietro le esortazioni, anzi gli ordini di sua madre; rinviano più in là non era sicuro. Poco fortunato e poco augurale fu l'inizio; né erano da sperarsi diversi il prosieguo e la conclusione. Fu ingannato dalla madre, che gli proibì gli studi di filosofia, e dal suo maestro Seneca, il più disonesto degli uomini, che aveva appunto persuaso sua madre di come non si addicesse a un principe la filosofia, solo per darsi maggiori arie davanti a Nerone.
Fu educato sin dalla prima infanzia (sembra fatto apposta per dimostrare che la fortuna non avversava assolutamente la sua virtù) in casa della zia Lepida, sotto due pedagoghi, un ballerino e un barbiere. Quali insegnamenti, mi chiedo, quali onesti comportamenti o esempi fuori del comune o precetti di governo avrebbe potuto apprendere sotto maestri del genere? Eppure, non appena gli capitò di avere come precettore Seneca, il più rapidamente possibile (questa era la sua natura: eccellente) si sforzò con tutto se stesso di imitarlo alla perfezione. Perciò tutto quello che di buono si manifestò in lui fu intrinseco alla sua natura, alla sua capacità di giudizio e di decisione. Se in qualche particolare sbagliò, se per qualche aspetto venne meno, certamente dipese da mancanze di altri, senz'altro di quelli che sarebbe stato più vergognoso allontanare da sé che rispettare.

Paragrafo V
A questo punto però mi pare necessario precisare le qualità dell'ottimo principe. Per farlo, è necessario anzitutto sapere quali siano i suoi doveri. A quanto ne so, tali doveri non sono stati illustrati da nessuno in maniera adeguata o intelligente, ma piuttosto col metodo "peripatetico" di quegli esperti che mescolano, confondono e rovinano ogni argomento fino a renderlo incomprensibile. Così grazie a costoro adesso i migliori sono considerati tiranni e i disonesti invece ottimi governanti.
Perciò, ripeto, è necessario parlare del dovere dell'ottimo principe. E, poiché in tutte le cose alcune sono necessarie, altre più necessarie, altre ancora assolutamente necessarie, bisogna introdurre questa medesima distinzione nelle istituzioni dell'ottimo principe. Niente vi è infatti di più dannoso, nella pratica quanto mai varia e nella teoria della realtà, che ingannarsi o sulla realtà in sé, come sarebbe scambiare le cose buone per quelle cattive o viceversa, oppure sull'ordine, ad esempio quando anteponiamo le cose buone alle ottime o anche le pessime a quelle semplicemente cattive o piuttosto cattive.
Vediamo dunque le condizioni assolutamente necessarie per aversi un ottimo principe: esse sono la pace all'esterno o il condurre solo una guerra necessaria; inoltre coltivare all'interno la giustizia e l'equità.
Piuttosto necessarie, ma non quanto le precedenti, sono il provvedere al benessere di tutti, particolarmente però degli onesti e dei bisognosi.
Necessario, ma non in senso assoluto, è il rendere più bello e più elegante il proprio paese. Così nelle città templi, edifici magnifici, spettacoli; nelle campagne le colture, una buona sistemazione delle strade, i ponti sui fiumi, il prosciugamento delle paludi, il controllo dei torrenti pericolosi, togliere i sassi, rendere percorribili i passi montani, impiegare le forze di polizia contro i briganti, eliminare le bestie feroci, creare punti di ristoro nei luoghi necessari, favorire l'attività dei contadini, rendere tutto il paese sicuro e piacevole. Affinché tutto questo sia realizzato dal principe è necessario che egli sia dotato autenticamente di saggezza e bontà. Poco si avverte la mancanza di forza in lui quando siano presenti queste qualità, in quanto la protezione può trovarla nelle masse. Quanto alla bontà, essa si esercita in una duplice direzione: da una parte deve anteporre ciò che è buono a ciò che è cattivo; dall'altra non deve risparmiare nessun disagio o fatica per provvedere alla pubblica utilità. Che questi dunque e non di più siano i doveri dell'ottimo principe lo vedono tutti, anche se nessun Glaucone Polemarco si sente di approvare le mie parole in quanto improprie.
Ma ora cerchiamo di vedere se le cose stiano tutte veramente così o se abbiamo bisogno di ulteriori precisazioni e come le si debba intendere. Allora, a conclusione del discorso, dimostreremo che Nerone ha rispettato proprio tutte le esigenze sopra ricordate.
Anzitutto, che la pace sia da anteporre alla guerra non ritengo necessario che lo dimostriamo, ma tuttavia per gli ostinati non sarà inopportuno il farlo. La pace porta arricchimento e serenità al genere umano, la guerra turbamento e morte. In pace le buone arti sono coltivate, in guerra distrutte. La pace è amica di tutti i buoni e consola gli infelici; la guerra opprime i buoni, distrugge senza scrupoli gli infelici. La pace esercita le leggi e punisce i disonesti; la guerra crea i disonesti e mette il bavaglio alle leggi. La pace, ancora, rende fertili i campi, fa sorgere nuovi edifici; la guerra devasta i campi, distrugge gli edifici già esistenti. Infine, la guerra esiste a fine di pace, non la pace a fine di guerra. Alle nazioni barbare la guerra è famigliare; agli individui umani, colti, buoni e saggi sta a cuore la pace. La guerra nasce tra uomini furiosi e pazzi; la pace invece tra quelli pacifici, felici e saggi.
Detto questo, chi potrà eguagliare Nerone in questa lode? Ascolta che cosa ne dice Svetonio: "Non fu mai mosso da volontà né da speranza di aumentare e accrescere l'impero e pensò addirittura di ritirare l'esercito dalla Britannia e ci rinunciò solo per la vergogna di sembrar offendere la gloria del padre. Ridusse a provincia solo il regno del Ponto ceduto da re Polemone e parimenti il regno delle Alpi alla morte di re Cozio".
Bene, queste sono le notizie che ci ha tramandato Svetonio; non so però se le avrebbe scritte qualora avesse avvertito che in esse era contenuto un elogio tanto notevole.
In effetti, certamente da questo punto di vista non si sarebbero potute prendere iniziative più intelligenti o più compiute. Non volle infatti accrescere l'impero con la violenza, come Traiano, né con vergognoso inganno, come Tiberio, per il quale sarebbe stato meglio aver diminuito l'impero in queste condizioni piuttosto che averlo accresciuto. Per cui di Tiberio così scrive Tacito: "Convocò Archelao re di Cappadocia, che aveva mantenuto al potere per cinquant'anni, facendogli scrivere una lettera dalla propria madre, nella quale prometteva falsamente il perdono. Non appena quello giunse da lui, lo denunciò al senato; così, con l'umiliazione, l'angoscia e la vecchiaia lo spinse alla morte o volontaria o per malattia e ridusse il suo regno a provincia romana". Allo stesso modo ingannò il germanico Maraboduo e il trace Rescupori e, per contro, non si preoccupò che l'Armenia fosse devastata dai Pàrti, la Mesia dai Daci e dai Sarmati, la Gallia dai Germani.
Perciò Alessandro Severo non osò ampliare il pomerio della città di Roma, sostenendo che ciò era stato lecito soltanto a tre Cesari, Augusto, Nerone e Traiano, giacché questi allargarono i confini dell'impero e mantennero le conquiste.
Per quanto detto, Nerone, in fatto di moderazione del potere dalla cupidigia e di impegno a difendere la pace, non fu inferiore a nessun buon principe, anzi fu superiore alla maggioranza […]


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