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Quarta di copertina
Seneca appartiene a quella stretta schiera di figure storiche intorno
alle quali la polemica- spinta talora a scandalo- non si è mai
acquietata. Scrittore dallo stile inarrivabile, filosofo moralista profondo
ed efficace, acuto lettore della crisi morale e religiosa del suo tempo,
egli rimane però, nella memoria collettiva, soprattutto il consigliere
di Nerone. Per riuscire a comprendere a tutto tondo un personaggio così
contraddittorio, si rende necessaria un'indagine che abbracci tutta
l'età di Seneca, dagli anni di Tiberio a quelli della tirannide
neroniana. Ma cosa, più dell'opera dello stesso Seneca, ci può
introdurre proficuamente nel clima di un'epoca così fondamentale
per l'intera storia dell'umanità?
L'indagine di Grimal si è orientata soprattutto verso il pensiero
di Seneca, la sua adesione convinta e totale alle dottrine stoiche,
il suo impegno a coglierne continuamente i risvolti morali e pratici.
Ci imbattiamo così in un uomo che si adopera soprattutto a salvaguardare
- per sé e per le persone amate - quel margine di libertà
interiore che permette di cogliere gli eventi mondani, anche quelli
in cui si è personalmente implicati, nel loro aspetto di contingenza,
affinchè la macchina della storia non travolga la dignità
personale.
Un'istanza, questa, che definisce il volto intero di un'epoca, offrendo
al cristianesimo - che nasce proprio in quegli anni - il terreno adatto
al suo sviluppo interra romana.
Insediato nella casa del principe per le cariche ricoperte
presso il giovane Nerone già prima della morte di Claudio, Seneca
è coinvolto nei progetti di Agrippina e del suo partito; ma solo
con l'avvento di Nerone sarà direttamente associato alla gestione
della politica imperiale. A quanto sembra, non ha conservato un'impressione
molto favorevole della sua pretura, che considera come una funzione
puramente onorifica; infatti qualche tempo dopo, nel De tranquillitate
animi, scriveva che le incombenze del pretore urbano così come
del praetor peregrinus (che giudicava i casi in cui fossero implicati
dei forestieri), consistono quasi sempre nel ripetere solennemente le
parole dettate da un assistente. Seneca sa bene che le magistrature
ufficiali non sono che una caricatura: il vero potere risiede altrove,
nel consiglio degli "amici del principe"; ed è là
che si accinge a esercitarlo. Ma prima di dedicarsi all'attività
politica quotidiana, Seneca ha esposto i principi dello stoicismo in
un trattato dedicato a Nerone, spiegando al suo "allievo"
la vera natura della clementia. Questo trattato, qualsiasi cosa si sia
detto in contrario, è databile con sufficiente precisione in
base a una esplicita allusione: Nerone ha appena compiuto i 18 anni,
il che colloca la composizione tra il 15 dicembre del 55 d.C. e la fine
del 56. (
)
Il De c/ementia si presenta nella forma di un'opera in due libri, di
mole molto diversa giacché il secondo non raggiunge la quarta
parte del primo. E non è questa la sola differenza; come il primo
è composto con cura, così il secondo è informe
e dà l'impressione di essere incompleto, almeno nella stesura
giunta fino a noi; ma non è affatto certo che tale impressione
sia il risultato di una mutilazione accidentale.
Il secondo libro riveste la forma di un trattato teorico, nel quale
sono discusse le definizioni delle virtù nei termini propri della
dottrina stoica. Sono evidenti alcune analogie di metodo con il De vita
beata. Il primo libro, al contrario, è un vero e proprio discorso,
formato da due parti di lunghezza press'a poco uguale, divise dal capitolo
XI e simmetriche tra loro. Come in una suasoria tradizionale, sono esposti
successivamente due punti di vista, quello dello ius e quello dell'aequitas.
Vi si alternano esempi raccontati con ammirevole senso drammatico (al
punto che Corneille, come è noto, ne trasse ispirazione per il
suo Cinna) e consigli precisi dati a Nerone.
Per tutti questi motivi si è tentati di ritenere che il trattato,
così come lo conosciamo, sia il risultato di una sintesi incompiuta
tra un discorso a Nerone e l'abbozzo di un'opera più tecnica,
un'analisi della clementia, dello stesso genere di un'opera successiva,
il De constantia, dove pure si mescolano consigli pratici e sillogismi
stoici. Se si accetta questa ipotesi, ne deriva che il discorso contenuto
nel primo libro del De clementia, composto, come si è detto,
fra il 15 dicembre 55 e il 15 dicembre 56, deve essere stato pronunciato
in quest'arco di tempo, in occasione di una cerimonia solenne. Due occasioni
appaiono particolarmente idonee, in quei dodici mesi, per una simile
dichiarazione di principi, che enuncia la direttiva fondamentale del
regno: la nuncupatio votorum, alle Calende del 3 gennaio, e l'entrata
in carica di Seneca come console suffectus, probabilmente il 10 luglio.
Ma tra le due date la scelta è facile: è più verosimile
pensare alla prima non solo perché, secondo le parole stesse
di Seneca, Nerone è allora appena entrato nel diciannovesimo
anno, ma anche
perché la nuncupatio votorum era celebrata, sotto Nerone, con
una solennità particolare. Sembra naturale che Seneca, responsabile
davanti all'opinione pubblica del giovane principe, abbia pronunciato
un discorso nel quale indicava pubblicamente a Nerone delle massime
di governo e tracciava un programma "di buon augurio". Ciò
non significa, certo, che il primo libro del trattato riproduca fedelmente
il discorso del 10 gennaio 56; quando concepì il progetto di
inserirlo in un trattato più ampio sulla clemenza, Seneca probabilmente
lo rielaborò, ma gli conservò il carattere oratorio e
il significato essenziale, che è una definizione della funzione
della monarchia nella nuova Roma. Questo carattere è tanto evidente
che Plinio si ispirerà a più riprese al De clementia nel
Panegirico di Traiano, pronunciato in una occasione simile a quella
che secondo la nostra supposizione diede lo spunto al "discorso"
di Seneca. Il De clementia precisa e conferma il "discorso del
trono" pronunciato all'avvento di Nerone, poco più di un
anno prima. Il regno di Gaio vi era rievocato in termini che lasciavano
poco spazio al dubbio, e non meno chiara era la condanna delle crudeltà
di Claudio, "che fece cucire in un sacco più gente di quanta
subì la stessa sorte, a quanto sappiamo, in tutti i secoli precedenti".
Per contro si rievocano i primi tempi del regno di Tiberio e soprattutto
il periodo di Augusto, ma non di un Augusto riconciliato col senato
e divenuto pompeiano. Certo, si può vedere in questo discorso
nient'altro che adulazione, ma sono degni di nota i punti di contatto
con il tema dell'Apocolokyntosis, e anche con i propositi che abbiamo
letto nella Consolatoria a Polibio e nella Consolatoria a Marcia. Infine,
è sicuro che tali parole rispondevano alle attese dell'opinione
senatoria, che Seneca aveva il compito di riconciliare con il principe.
E ciò tanto più in quanto era ancora vivo il ricordo della
tragedia di palazzo che si era svolta un anno prima (l'assasinio di
Britannic, ordinato da Nerone, che vedeva nel figlio legittimo di Claudio
un pericoloso rivale; ndr). I moderni hanno spesso ritenuto che Seneca
non poté celebrare la clementia di Nerone dopo la morte di Britannico,
ed è questa per loro una delle ragioni più importanti
per datare il trattato all'inizio dell'anno 55; ma vi è in ciò
un errore di metodo, consistente nel modificare i fatti, contro l'evidenza,
in nome di una certa verosimiglianza morale, che è a ben vedere
anacronistica. Come Seneca avrebbe avuto l'ipocrisia di scrivere che
il principe non ha ancora versato una goccia di sangue, mentre aveva
appena ucciso suo fratello?
Ma l'opinione pubblica non si dimostrò severa quanto i critici
moderni riguardo a un assassinio che sembrava autorizzato dalla consuetudine
delle case principesche. Nel De clementia si parla di massime generali,
di una filosofia della monarchia, non di singoli atti che talvolta,
in gran segreto, la ragion di Stato esige. Anche se la morte di Britannico
fu realmente dovuta ad avvelenamento - e recentemente forti argomenti
sono stati addotti in contrario - anche se Nerone soppresse deliberatamente
l'uomo del quale Agrippina stava per fare uno strumento di guerra civile,
poteva sembrare "clemente" nei confronti dello Stato e del
mondo evitare al prezzo di una sola morte il sacrificio di innumerevoli
vite umane. L'esperienza del secolo precedente doveva indurre i Romani
all'indulgenza. Quando, nel 68, si scatenerà nuovamente la guerra
civile, si misureranno sui campi di battaglia, nello scontro tra gli
eserciti rivali, le conseguenze di una "rivoluzione di palazzo".
D'altronde, durante l'anno 55 ci fu la prova di come Nerone esercitasse
la clemenza all'interno della propria casa; per esempio nel modo in
cui il principe, consigliato da Seneca, aveva regolato i problemi che
si erano presentati, istruito il processo ad Agrippina, accusata di
complotto, e poi quello di Burro, con una tale generosità che
l'accusato aveva potuto sedere fra i giudici. Nell'udire Seneca dichiarare
a Nerone che "la clemenza rende felice e tranquilla ogni casa in
cui si manifesta; ma in un palazzo reale è tanto più ammirevole
quanto più è rara", gli ascoltatori si ricordavano
di due episodi in netto contrasto con il comportamento di Claudio, che
aveva fatto morire Messalina senza neanche ascoltarla. La "clemenza"
di Nerone in quelle circostanze faceva pensare che la morte di Britannico,
dopo tutto, forse era stata naturale. Infine è raro che i discorsi
politici, i discorsi programmatici in particolare, siano confessioni
pubbliche; l'estremo rigore dei principi che si vorrebbero veder applicati
da Seneca mal si concilia con le necessità del potere. Si può
immaginare Seneca che, il giorno della votorum nuncupatio, di fronte
allo stesso Nerone e ai magistrati in procinto di entrare in carica,
deplora la morte di Britannico, sia pure con parole velate? Si obietterà
forse che avrebbe potuto tacere. Ma ciò avrebbe significato lasciar
il campo libero alle interpretazioni più maligne: per tutto l'anno
precedente, infatti, Nerone, ispirato da Seneca, aveva preso come tema
principale della sua propaganda l'idea della clemenza. Dopo un anno
di regno, ci si aspettava un bilancio. Il discorso del Campidoglio (se
si accetta la nostra ipotesi) ebbe questo carattere: in quanto atto
politico non poteva obbedire agli scrupoli di una coscienza solitaria.
Ma si comprende pure perché Seneca, se per un momento pensò
di inserire questo discorso in un trattato sulla clemenza, non trovò
mai il coraggio di portare il disegno a compimento: non sarebbe più
apparso, allora, l'uomo di Stato intento a rassicurare un'opinione pubblica
scossa forse, malgrado tutto, dalla morte di Britannico, mediante l'insistenza
sul motivo della clemenza, ma un filosofo capace di tradire la propria
coscienza e di mentire davanti a tutti. Che Seneca, uomo di lettere,
abbia avuto la tentazione di "non rinunciare a nulla", lo
comprendiamo; ma comprendiamo altresì come egli si sia fermato
nel suo tentativo e non abbia mai portato a conclusione questo trattato.
Tanto più che Seneca ebbe i più foschi presentimenti sulla
natura di Nerone, se dobbiamo credere alla testimonianza dello stesso
scolio a Giovenale, che ci ha informati sullo stato d'animo del filosofo
al suo ritorno dalla Corsica. Secondo questo scolio Seneca, di casa
presso la corte, si accorse in fretta "che Nerone era di indole
crudele e mostruosa, e tentò di addolcirla; nell'intimità
era solito dire che questo leone feroce, una volta gustato sangue umano,
avrebbe inevitabilmente ritrovato la crudeltà originale".
Viene spontaneo ricordare il famoso passo di Svetonio, che racconta
come Seneca, quando fu scelto come precettore di Nerone, sognò
di divenire il maestro di Caligola. Si obietta, è vero, che Seneca
non credeva ai presagi contenuti nei sogni; la cosa è senza importanza.
Lo scolio a Giovenale ci dice che, fra i suoi amici, Seneca esprimeva
sul suo allievo un giudizio ben diverso da quello imposto dalle esigenze
della politica.
Nel De clementia si trovano gli elementi di una teoria del potere monarchico,
chiaramente delineata e basata sullo stoicismo più ortodosso.
Per convincersene basta ricordare formule come la seguente: "allo
stesso modo che il corpo intero è al servizio dello spirito...",
l'universo intero è diretto da un'anima dalla quale dipende la
sua salvezza e, allo stesso modo, in uno Stato è il re che assicura
la pace. La "regalità" era considerata, sin dai primi
stoici, come una forma della virtù del saggio. Lo spirito regale
consiste nel non riconoscere alcuna altra autorità se non quella
della Ragione - ciò che è, per gli stoici, l'ideale dello
spirito libero: la vera regalità sarà quella che prende
per norma, come Dio stesso nell'amministrazione dell'Universo, la Ragione
perfetta. A questa condizione gli uomini, "animali ribelli",
saranno disposti a obbedire, mentre rifiuterebbero di lasciarsi condurre
da un'autorità arbitraria.
La regalità, dice Seneca, è conforme alla natura, non
solo perché è l'immagine dell'ordine universale, ma perché
la vediamo realizzata nel mondo animale e, in particolare, fra le api.
È significativo trovare nel primo libro del De clementia tutta
una parafrasi del mito virgiliano delle api, le cui implicazioni politiche
(e stoiche) sono state da molto tempo messe in luce.
Ma Seneca si spinge un po' più lontano dei suoi maestri stoici:
una o due volte egli assimila il re all'astro del giorno; se questa
nozione della regalità solare non è estranea al Portico,
l'accostamento assume un significato particolare quando si tratta di
Nerone, la cui nascita, lo abbiamo ricordato, era stata contrassegnata
da una "unione al disco solare". I termini dei quali si serve
Seneca per rivolgersi al giovane principe non si comprendono veramente
se non si tiene presente questa nascita "solare": "Quando
noi andiamo e veniamo", dice Seneca, "poche persone se ne
accorgono, possiamo uscire, ritirarci e cambiarci d'abito senza che
la folla se ne accorga, ma tu, tu non potrai, non più del sole,
restare nascosto. Di fronte a te vi è una grande luce, e gli
occhi di tutti sono rivolti verso quella. Penserai forse che esci dalla
tua casa? Tu sei al tuo oriente!". Anche se l'oratore pareva indulgere
a una semplice immagine, il giovane principe, da parte sua, non poteva
non comprendere.
Per questo il De clementia appare come un tentativo per rendere accettabile
la monarchia di Nerone a un'opinione senatoria già abituata a
considerare come una necessità l'istituzione imperiale. Quest'ultima
è ormai inevitabile, in proposito Seneca non si fa più
illusioni, come non se ne era fatte Tiberio e non se ne farà
Tacito. Le menti migliori riconoscono questa realtà e la deplorano:
per rendere la situazione accettabile occorre, come già dice
Seneca e postulava Cicerone, basandosi sull'analisi stoica dell'orgoglio
umano - che il "re" sia in pari tempo un saggio, o che gli
rassomigli il più possibile. Nerone, discepolo di Seneca, non
sarà forse un "saggio" ma, fedele alla consegna di
Zenone e Crisippo, tenterà di utilizzare una soluzione di ricambio:
fungere lui, filosofo, da consigliere del "re". Ma ciò
non basta. Bisogna che l'opinione senatoria lo sappia, che lo approvi,
e il tema-programma della clementia è il più adatto a
convincerla - prima di tutto perché, dopo Caligola e Claudio,
la clemenza di Nerone sarà un dono prezioso, poi perché
la clemenza appare, grazie alla coerenza fondamentale tra le virtù,
come la garanzia di tutte le altre.
Ma questo programma deve anche riscuotere l'approvazione di Nerone:
questo giovane di diciannove anni ha già un proprio concetto
della funzione regale. Abbiamo detto come la tradizione antoniana, il
miraggio egiziano fossero presenti al suo spirito. Con discrezione Seneca
gli parla nel linguaggio a lui gradito. Come il giovane re dei paesi
del Nilo, egli è il sole nascente, è l'astro i cui raggi
vivificano il mondo intero. È il benefattore universale. Simili
fantasie erano certamente esaltanti per quel giovane un po' incline
all'utopia, desideroso di lasciare un nome glorioso.
Che le immagini solari, accolte da Seneca, abbiano esaltato la fantasia
di Nerone, non può essere messo in dubbio. Non occorre ricordare
la teologia solare della quale Nerone si circondò nel corso degli
anni. Le testimonianze, ormai ben note, sono state raccolte per la prima
volta da H.P. L'Orange che, in una memoria dei Serta Eitremiana, ha
dimostrato che la Domus Aurea era un "pa/azzo del sole". Lo
stesso autore ha insistito, inoltre, sui simboli solari che appaiono
sulle monete a partire dal 64 d.C., e sul colosso solare di Nero -Helios
che si ergeva nel vestibolo del palazzo. F. Cumont aveva tratto la conclusione
che la teologia solare di Nerone gli era stata ispirata dalla sua iniziazione
ai misteri di Mitra. In effetti è probabile che la religione
di Mitra andasse a rafforzare, nel principe, la fede nel suo destino
solare; ma abbiamo visto i motivi per i quali questa fede doveva già
esistere in lui, e le origini egiziane che le si possono assegnare.
H.P. L'Orange, che non fa menzione della "predestinazione"
di Nerone a proposito della tradizione egiziana, nè dei riti
dell'investitura solare, discerne nondimeno l'influenza esercitata sul
suo pensiero dalla monarchia tolemaica. L'impressione è che questa
teologia solare, inizialmente ispirata al giovane principe dalle circostanze
quasi miracolose della sua nascita, fu utilizzata con cautela da Seneca
per appoggiare una teoria stoica della monarchia - la sola accettabile
da un'aristocrazia molto impregnata delle dottrine del Portico - poi,
una volta scomparso il filosofo, si manifestò senza più
veli. Non è necessario supporre che Nerone nutrisse un sentimento
religioso, una devozione particolare nei confronti del dio Sole: il
Sole è il simbolo del suo destino, egli stesso si considera votato
alla divinizzazione astrale. Lo è in virtù delle leggi
dell'Universo; possiede il carisma supremo, conferitogli dal Destino,
e se alberga in lui un sentimento di devozione, è verso sé
stesso, "artista" sovrano, fonte di ogni bellezza e di ogni
eccellenza.
Risulta chiara allora l'importanza politica del De clementia. Questo
trattato - o meglio, diremmo, questo discorso - segna una tappa nel
regno di Nerone e anche nell'evoluzione del principato. Con un senso
vivissimo della storia, Seneca sa che il regime imperiale sarà
accettabile per l'élite romana solo se ha delle basi filosofiche,
se il principe è, in qualche misura, un saggio, se possiede le
virtù fondamentali della sapientia. Si ricorda, forse, del clupeus
virtutis offerto dai senatori ad Augusto e già si delinea la
concezione antoniana del potere, quella dell'Optimus princeps, che non
nasce ai tempi di Traiano ma affonda le sue radici nella primitiva elaborazione
del principato. Seneca prosegue così l'opera iniziata da Cicerone
con il De republica.
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