Pierre Grimal
IL "DE CLEMENTIA" E L'IDEOLOGIA DEL PRINCIPATO
Estratto da: Seneca, Collezione Storica Garzanti, Milano 1992, pagg 73-79

Quarta di copertina
Seneca appartiene a quella stretta schiera di figure storiche intorno alle quali la polemica- spinta talora a scandalo- non si è mai acquietata. Scrittore dallo stile inarrivabile, filosofo moralista profondo ed efficace, acuto lettore della crisi morale e religiosa del suo tempo, egli rimane però, nella memoria collettiva, soprattutto il consigliere di Nerone. Per riuscire a comprendere a tutto tondo un personaggio così contraddittorio, si rende necessaria un'indagine che abbracci tutta l'età di Seneca, dagli anni di Tiberio a quelli della tirannide neroniana. Ma cosa, più dell'opera dello stesso Seneca, ci può introdurre proficuamente nel clima di un'epoca così fondamentale per l'intera storia dell'umanità?
L'indagine di Grimal si è orientata soprattutto verso il pensiero di Seneca, la sua adesione convinta e totale alle dottrine stoiche, il suo impegno a coglierne continuamente i risvolti morali e pratici. Ci imbattiamo così in un uomo che si adopera soprattutto a salvaguardare - per sé e per le persone amate - quel margine di libertà interiore che permette di cogliere gli eventi mondani, anche quelli in cui si è personalmente implicati, nel loro aspetto di contingenza, affinchè la macchina della storia non travolga la dignità personale.
Un'istanza, questa, che definisce il volto intero di un'epoca, offrendo al cristianesimo - che nasce proprio in quegli anni - il terreno adatto al suo sviluppo interra romana.

Insediato nella casa del principe per le cariche ricoperte presso il giovane Nerone già prima della morte di Claudio, Seneca è coinvolto nei progetti di Agrippina e del suo partito; ma solo con l'avvento di Nerone sarà direttamente associato alla gestione della politica imperiale. A quanto sembra, non ha conservato un'impressione molto favorevole della sua pretura, che considera come una funzione puramente onorifica; infatti qualche tempo dopo, nel De tranquillitate animi, scriveva che le incombenze del pretore urbano così come del praetor peregrinus (che giudicava i casi in cui fossero implicati dei forestieri), consistono quasi sempre nel ripetere solennemente le parole dettate da un assistente. Seneca sa bene che le magistrature ufficiali non sono che una caricatura: il vero potere risiede altrove, nel consiglio degli "amici del principe"; ed è là che si accinge a esercitarlo. Ma prima di dedicarsi all'attività politica quotidiana, Seneca ha esposto i principi dello stoicismo in un trattato dedicato a Nerone, spiegando al suo "allievo" la vera natura della clementia. Questo trattato, qualsiasi cosa si sia detto in contrario, è databile con sufficiente precisione in base a una esplicita allusione: Nerone ha appena compiuto i 18 anni, il che colloca la composizione tra il 15 dicembre del 55 d.C. e la fine del 56. (…)
Il De c/ementia si presenta nella forma di un'opera in due libri, di mole molto diversa giacché il secondo non raggiunge la quarta parte del primo. E non è questa la sola differenza; come il primo è composto con cura, così il secondo è informe e dà l'impressione di essere incompleto, almeno nella stesura giunta fino a noi; ma non è affatto certo che tale impressione sia il risultato di una mutilazione accidentale.
Il secondo libro riveste la forma di un trattato teorico, nel quale sono discusse le definizioni delle virtù nei termini propri della dottrina stoica. Sono evidenti alcune analogie di metodo con il De vita beata. Il primo libro, al contrario, è un vero e proprio discorso, formato da due parti di lunghezza press'a poco uguale, divise dal capitolo XI e simmetriche tra loro. Come in una suasoria tradizionale, sono esposti successivamente due punti di vista, quello dello ius e quello dell'aequitas. Vi si alternano esempi raccontati con ammirevole senso drammatico (al punto che Corneille, come è noto, ne trasse ispirazione per il suo Cinna) e consigli precisi dati a Nerone.
Per tutti questi motivi si è tentati di ritenere che il trattato, così come lo conosciamo, sia il risultato di una sintesi incompiuta tra un discorso a Nerone e l'abbozzo di un'opera più tecnica, un'analisi della clementia, dello stesso genere di un'opera successiva, il De constantia, dove pure si mescolano consigli pratici e sillogismi stoici. Se si accetta questa ipotesi, ne deriva che il discorso contenuto nel primo libro del De clementia, composto, come si è detto, fra il 15 dicembre 55 e il 15 dicembre 56, deve essere stato pronunciato in quest'arco di tempo, in occasione di una cerimonia solenne. Due occasioni appaiono particolarmente idonee, in quei dodici mesi, per una simile dichiarazione di principi, che enuncia la direttiva fondamentale del regno: la nuncupatio votorum, alle Calende del 3 gennaio, e l'entrata in carica di Seneca come console suffectus, probabilmente il 10 luglio. Ma tra le due date la scelta è facile: è più verosimile pensare alla prima non solo perché, secondo le parole stesse di Seneca, Nerone è allora appena entrato nel diciannovesimo anno, ma anche
perché la nuncupatio votorum era celebrata, sotto Nerone, con una solennità particolare. Sembra naturale che Seneca, responsabile davanti all'opinione pubblica del giovane principe, abbia pronunciato un discorso nel quale indicava pubblicamente a Nerone delle massime di governo e tracciava un programma "di buon augurio". Ciò non significa, certo, che il primo libro del trattato riproduca fedelmente il discorso del 10 gennaio 56; quando concepì il progetto di inserirlo in un trattato più ampio sulla clemenza, Seneca probabilmente lo rielaborò, ma gli conservò il carattere oratorio e il significato essenziale, che è una definizione della funzione della monarchia nella nuova Roma. Questo carattere è tanto evidente che Plinio si ispirerà a più riprese al De clementia nel Panegirico di Traiano, pronunciato in una occasione simile a quella che secondo la nostra supposizione diede lo spunto al "discorso" di Seneca. Il De clementia precisa e conferma il "discorso del trono" pronunciato all'avvento di Nerone, poco più di un anno prima. Il regno di Gaio vi era rievocato in termini che lasciavano poco spazio al dubbio, e non meno chiara era la condanna delle crudeltà di Claudio, "che fece cucire in un sacco più gente di quanta subì la stessa sorte, a quanto sappiamo, in tutti i secoli precedenti".
Per contro si rievocano i primi tempi del regno di Tiberio e soprattutto il periodo di Augusto, ma non di un Augusto riconciliato col senato e divenuto pompeiano. Certo, si può vedere in questo discorso nient'altro che adulazione, ma sono degni di nota i punti di contatto con il tema dell'Apocolokyntosis, e anche con i propositi che abbiamo letto nella Consolatoria a Polibio e nella Consolatoria a Marcia. Infine, è sicuro che tali parole rispondevano alle attese dell'opinione senatoria, che Seneca aveva il compito di riconciliare con il principe. E ciò tanto più in quanto era ancora vivo il ricordo della tragedia di palazzo che si era svolta un anno prima (l'assasinio di Britannic, ordinato da Nerone, che vedeva nel figlio legittimo di Claudio un pericoloso rivale; ndr). I moderni hanno spesso ritenuto che Seneca non poté celebrare la clementia di Nerone dopo la morte di Britannico, ed è questa per loro una delle ragioni più importanti per datare il trattato all'inizio dell'anno 55; ma vi è in ciò un errore di metodo, consistente nel modificare i fatti, contro l'evidenza, in nome di una certa verosimiglianza morale, che è a ben vedere anacronistica. Come Seneca avrebbe avuto l'ipocrisia di scrivere che il principe non ha ancora versato una goccia di sangue, mentre aveva appena ucciso suo fratello?
Ma l'opinione pubblica non si dimostrò severa quanto i critici moderni riguardo a un assassinio che sembrava autorizzato dalla consuetudine delle case principesche. Nel De clementia si parla di massime generali, di una filosofia della monarchia, non di singoli atti che talvolta, in gran segreto, la ragion di Stato esige. Anche se la morte di Britannico fu realmente dovuta ad avvelenamento - e recentemente forti argomenti sono stati addotti in contrario - anche se Nerone soppresse deliberatamente l'uomo del quale Agrippina stava per fare uno strumento di guerra civile, poteva sembrare "clemente" nei confronti dello Stato e del mondo evitare al prezzo di una sola morte il sacrificio di innumerevoli vite umane. L'esperienza del secolo precedente doveva indurre i Romani all'indulgenza. Quando, nel 68, si scatenerà nuovamente la guerra civile, si misureranno sui campi di battaglia, nello scontro tra gli eserciti rivali, le conseguenze di una "rivoluzione di palazzo".
D'altronde, durante l'anno 55 ci fu la prova di come Nerone esercitasse la clemenza all'interno della propria casa; per esempio nel modo in cui il principe, consigliato da Seneca, aveva regolato i problemi che si erano presentati, istruito il processo ad Agrippina, accusata di complotto, e poi quello di Burro, con una tale generosità che l'accusato aveva potuto sedere fra i giudici. Nell'udire Seneca dichiarare a Nerone che "la clemenza rende felice e tranquilla ogni casa in cui si manifesta; ma in un palazzo reale è tanto più ammirevole quanto più è rara", gli ascoltatori si ricordavano di due episodi in netto contrasto con il comportamento di Claudio, che aveva fatto morire Messalina senza neanche ascoltarla. La "clemenza" di Nerone in quelle circostanze faceva pensare che la morte di Britannico, dopo tutto, forse era stata naturale. Infine è raro che i discorsi politici, i discorsi programmatici in particolare, siano confessioni pubbliche; l'estremo rigore dei principi che si vorrebbero veder applicati da Seneca mal si concilia con le necessità del potere. Si può immaginare Seneca che, il giorno della votorum nuncupatio, di fronte allo stesso Nerone e ai magistrati in procinto di entrare in carica, deplora la morte di Britannico, sia pure con parole velate? Si obietterà forse che avrebbe potuto tacere. Ma ciò avrebbe significato lasciar il campo libero alle interpretazioni più maligne: per tutto l'anno precedente, infatti, Nerone, ispirato da Seneca, aveva preso come tema principale della sua propaganda l'idea della clemenza. Dopo un anno di regno, ci si aspettava un bilancio. Il discorso del Campidoglio (se si accetta la nostra ipotesi) ebbe questo carattere: in quanto atto politico non poteva obbedire agli scrupoli di una coscienza solitaria. Ma si comprende pure perché Seneca, se per un momento pensò di inserire questo discorso in un trattato sulla clemenza, non trovò mai il coraggio di portare il disegno a compimento: non sarebbe più apparso, allora, l'uomo di Stato intento a rassicurare un'opinione pubblica scossa forse, malgrado tutto, dalla morte di Britannico, mediante l'insistenza sul motivo della clemenza, ma un filosofo capace di tradire la propria coscienza e di mentire davanti a tutti. Che Seneca, uomo di lettere, abbia avuto la tentazione di "non rinunciare a nulla", lo comprendiamo; ma comprendiamo altresì come egli si sia fermato nel suo tentativo e non abbia mai portato a conclusione questo trattato. Tanto più che Seneca ebbe i più foschi presentimenti sulla natura di Nerone, se dobbiamo credere alla testimonianza dello stesso scolio a Giovenale, che ci ha informati sullo stato d'animo del filosofo al suo ritorno dalla Corsica. Secondo questo scolio Seneca, di casa presso la corte, si accorse in fretta "che Nerone era di indole crudele e mostruosa, e tentò di addolcirla; nell'intimità era solito dire che questo leone feroce, una volta gustato sangue umano, avrebbe inevitabilmente ritrovato la crudeltà originale". Viene spontaneo ricordare il famoso passo di Svetonio, che racconta come Seneca, quando fu scelto come precettore di Nerone, sognò di divenire il maestro di Caligola. Si obietta, è vero, che Seneca non credeva ai presagi contenuti nei sogni; la cosa è senza importanza. Lo scolio a Giovenale ci dice che, fra i suoi amici, Seneca esprimeva sul suo allievo un giudizio ben diverso da quello imposto dalle esigenze della politica.
Nel De clementia si trovano gli elementi di una teoria del potere monarchico, chiaramente delineata e basata sullo stoicismo più ortodosso. Per convincersene basta ricordare formule come la seguente: "allo stesso modo che il corpo intero è al servizio dello spirito...", l'universo intero è diretto da un'anima dalla quale dipende la sua salvezza e, allo stesso modo, in uno Stato è il re che assicura la pace. La "regalità" era considerata, sin dai primi stoici, come una forma della virtù del saggio. Lo spirito regale consiste nel non riconoscere alcuna altra autorità se non quella della Ragione - ciò che è, per gli stoici, l'ideale dello spirito libero: la vera regalità sarà quella che prende per norma, come Dio stesso nell'amministrazione dell'Universo, la Ragione perfetta. A questa condizione gli uomini, "animali ribelli", saranno disposti a obbedire, mentre rifiuterebbero di lasciarsi condurre da un'autorità arbitraria.
La regalità, dice Seneca, è conforme alla natura, non solo perché è l'immagine dell'ordine universale, ma perché la vediamo realizzata nel mondo animale e, in particolare, fra le api. È significativo trovare nel primo libro del De clementia tutta una parafrasi del mito virgiliano delle api, le cui implicazioni politiche (e stoiche) sono state da molto tempo messe in luce.
Ma Seneca si spinge un po' più lontano dei suoi maestri stoici: una o due volte egli assimila il re all'astro del giorno; se questa nozione della regalità solare non è estranea al Portico, l'accostamento assume un significato particolare quando si tratta di Nerone, la cui nascita, lo abbiamo ricordato, era stata contrassegnata da una "unione al disco solare". I termini dei quali si serve Seneca per rivolgersi al giovane principe non si comprendono veramente se non si tiene presente questa nascita "solare": "Quando noi andiamo e veniamo", dice Seneca, "poche persone se ne accorgono, possiamo uscire, ritirarci e cambiarci d'abito senza che la folla se ne accorga, ma tu, tu non potrai, non più del sole, restare nascosto. Di fronte a te vi è una grande luce, e gli occhi di tutti sono rivolti verso quella. Penserai forse che esci dalla tua casa? Tu sei al tuo oriente!". Anche se l'oratore pareva indulgere a una semplice immagine, il giovane principe, da parte sua, non poteva non comprendere.
Per questo il De clementia appare come un tentativo per rendere accettabile la monarchia di Nerone a un'opinione senatoria già abituata a considerare come una necessità l'istituzione imperiale. Quest'ultima è ormai inevitabile, in proposito Seneca non si fa più illusioni, come non se ne era fatte Tiberio e non se ne farà Tacito. Le menti migliori riconoscono questa realtà e la deplorano: per rendere la situazione accettabile occorre, come già dice Seneca e postulava Cicerone, basandosi sull'analisi stoica dell'orgoglio umano - che il "re" sia in pari tempo un saggio, o che gli rassomigli il più possibile. Nerone, discepolo di Seneca, non sarà forse un "saggio" ma, fedele alla consegna di Zenone e Crisippo, tenterà di utilizzare una soluzione di ricambio: fungere lui, filosofo, da consigliere del "re". Ma ciò non basta. Bisogna che l'opinione senatoria lo sappia, che lo approvi, e il tema-programma della clementia è il più adatto a convincerla - prima di tutto perché, dopo Caligola e Claudio, la clemenza di Nerone sarà un dono prezioso, poi perché la clemenza appare, grazie alla coerenza fondamentale tra le virtù, come la garanzia di tutte le altre.
Ma questo programma deve anche riscuotere l'approvazione di Nerone: questo giovane di diciannove anni ha già un proprio concetto della funzione regale. Abbiamo detto come la tradizione antoniana, il miraggio egiziano fossero presenti al suo spirito. Con discrezione Seneca gli parla nel linguaggio a lui gradito. Come il giovane re dei paesi del Nilo, egli è il sole nascente, è l'astro i cui raggi vivificano il mondo intero. È il benefattore universale. Simili fantasie erano certamente esaltanti per quel giovane un po' incline all'utopia, desideroso di lasciare un nome glorioso.
Che le immagini solari, accolte da Seneca, abbiano esaltato la fantasia di Nerone, non può essere messo in dubbio. Non occorre ricordare la teologia solare della quale Nerone si circondò nel corso degli anni. Le testimonianze, ormai ben note, sono state raccolte per la prima volta da H.P. L'Orange che, in una memoria dei Serta Eitremiana, ha dimostrato che la Domus Aurea era un "pa/azzo del sole". Lo stesso autore ha insistito, inoltre, sui simboli solari che appaiono sulle monete a partire dal 64 d.C., e sul colosso solare di Nero -Helios che si ergeva nel vestibolo del palazzo. F. Cumont aveva tratto la conclusione che la teologia solare di Nerone gli era stata ispirata dalla sua iniziazione ai misteri di Mitra. In effetti è probabile che la religione di Mitra andasse a rafforzare, nel principe, la fede nel suo destino solare; ma abbiamo visto i motivi per i quali questa fede doveva già esistere in lui, e le origini egiziane che le si possono assegnare. H.P. L'Orange, che non fa menzione della "predestinazione" di Nerone a proposito della tradizione egiziana, nè dei riti dell'investitura solare, discerne nondimeno l'influenza esercitata sul suo pensiero dalla monarchia tolemaica. L'impressione è che questa teologia solare, inizialmente ispirata al giovane principe dalle circostanze quasi miracolose della sua nascita, fu utilizzata con cautela da Seneca per appoggiare una teoria stoica della monarchia - la sola accettabile da un'aristocrazia molto impregnata delle dottrine del Portico - poi, una volta scomparso il filosofo, si manifestò senza più veli. Non è necessario supporre che Nerone nutrisse un sentimento religioso, una devozione particolare nei confronti del dio Sole: il Sole è il simbolo del suo destino, egli stesso si considera votato alla divinizzazione astrale. Lo è in virtù delle leggi dell'Universo; possiede il carisma supremo, conferitogli dal Destino, e se alberga in lui un sentimento di devozione, è verso sé stesso, "artista" sovrano, fonte di ogni bellezza e di ogni eccellenza.
Risulta chiara allora l'importanza politica del De clementia. Questo trattato - o meglio, diremmo, questo discorso - segna una tappa nel regno di Nerone e anche nell'evoluzione del principato. Con un senso vivissimo della storia, Seneca sa che il regime imperiale sarà accettabile per l'élite romana solo se ha delle basi filosofiche, se il principe è, in qualche misura, un saggio, se possiede le virtù fondamentali della sapientia. Si ricorda, forse, del clupeus virtutis offerto dai senatori ad Augusto e già si delinea la concezione antoniana del potere, quella dell'Optimus princeps, che non nasce ai tempi di Traiano ma affonda le sue radici nella primitiva elaborazione del principato. Seneca prosegue così l'opera iniziata da Cicerone con il De republica.

 

 

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