Jules Michelet
Moto del 10 marzo 1793 - Tribunale Rivoluzionario


In Storia della Rivoluzione Francese, a cura di Jules Michelet,
Rizzoli Editore, Milano, 1981, vol. III, pp. 201 - 220


Moto nazionale a Parigi, il 9 e 10 marzo. Che cosa volevano gli agitatori rivoluzionari? Vole­vano neutralizzare la Gironda, e non scannarla (9 e 10 marzo ‘93). Progetti violenti del comi­tato del Vescovado, di Varlei, Pournier, ecc. (9 marzo ‘93). Torto della stampa girondina che nega il periodo. Triplice pericolo della Francia, conosciuto il 9 al mattino (marzo '93). Le stam­perie girondine sono devastate. I devastatori tentano di trascinare le sezioni e la Comune (10 inarzo ‘93). Spingono il popolo verso i Giacobini. La Convenzione il 10 marzo. Discorso di Danton, slancio generoso, minacce. Organizzazione del tribunale rivoluzionario, domandata da Cambac?r?s, proposta da Lindet. Resistenza di Cambon e dei Girondini. Insistenza di Dan­ton. La Gironda minacciata si assenta dalla Convenzione. La Comune non appoggia i progetti di assassinio. Il Tribunale rivoluzionario ? organizzato nella seduta serale.

Un moto, senza dubbio, doveva aver luogo il 9, per salvare o perdere la Francia, per la vita o per la morte. Sarebbe stato questo moto un grande slancio militare? Non si osava sperarlo troppo. Parigi sembrava abbattuta. Le assemblee delle sezioni erano pressoch? deserte. I club si spopolavano. Niente o pochi arruolamenti. Questo ultimo punto ? costatato, deplorato dai giornali del tempo (ancora il 4 marzo). Dove era lo slancio per la partenza del '92? era la stessa Parigi? e c'era ancora una citt‡ di questo nome? Tutto l'inverno, la mancanza assoluta di commercio e lavoro, il Freddo e la fame, tutte le miserie avevano minato, sfibrato quella disgraziata popolazione. Cosa pi? grave! Settembre aveva vibrato un colpo all'anima. Tutte le alter­native del processo del re, le difese intime che di Luigi XVI erano state in seno a ogni famiglia, i pianti delle donne, avevano inflitto al morale una grave scossa.
Tuttavia, il 9, al mattino, quando, da tutti i punti della citt‡, si scorse sulle torri di Notre-Dame la sinistra bandiera nera, quando, dalla casa co­munale, si vide spiegare al vento la bandiera, ormai storica, che annuncia­va il pericolo della patria, la bandiera d? Valmy e di Jemmapes, Parigi ritrov? una volta di pi? se stessa. Vi fu ancora un soffio nei petti scarniti, una la­crima negli occhi incavati. Quelli che non avevano mangiato si trovarono saziati, e quelli che non avevano bevuto si trovarono come ebbri. L'atteg­giamento del sobborgo Saint-Antoine f? ammirevole, eroico. Il sobborgo non scese verso Parigi, non lanci? gridi inutili. Lungi dal partecipare ai torbidi, l'11 marzo, offr? una gu‡rdia alla Convenzione. Esso si occup? u­nicamente del pericolo pubblico. Aveva il cuore alla frontiera, e il suo uni­co pensiero di di armarsi in fretta. Ricevere i nomi che si offrivano in folla, equipaggiare i volontari il meno male che fosse possibile, tutti i piccoli accornodamenti familiari che provoca una brusca partenza, gli addii, le strette di mano, le lagrime delle iiiadri: questo fu tutto il movimento che si verific? nel sobborgo.
Le cose andarono diversamente ai Mercati. Tra coloro che erano desi­gnati a partire il giorno dopo e i loro parenti e amici che li vedevano forse per l'ultima volta, fu stabilito che, la sera della domenica (10 marzo), a­vrebbero mangiato, rotto ancora il pane insieme. Cupa partenza del '93! per tornare quando? Mai. Essi stavano per iniziare quella corsa da Ebreo errante che li ha portati per tutta la terra e non ha trovato il riposo se non nelle nevi di Russia. Pochi, ben pochi ebbero la disgrazia di vedere il 1815, per rientrare nelle loro case, spogliare l'uniforme, rovine di uomini, curvi, disfatti, mutilati, lavorare col braccio che restava loro, vedere qui l'esercito dei cosacchi e la gioia dell'emigrato!
Quei poveri diavoli fecero con le proprie mani il loro banchetto d'ad­dio, un vasto banchetto civico al quale sedevano migliaia di uomini sotto i pilastri dei Mercati. Ognuno recava i propri viveri, per lo meno quelli che ne avevano; chi aveva soltanto pane, portava pane, e chi non ne aveva, mangiava ugualmente. Chi aveva un po' di denaro, pagava il vino. Perch? risparmiare in una simile circostanza? Ci sarebbe stato un domani?... Il ne­mico era in Francia, a quanto si diceva, lo si vedeva gi‡ a Valenciennes, tra non molto dinanzi a Parigi... Ma ci? che turbava ancor pi? le teste, erano i racconti terribili, certo esagerati, che circolavano tra il popolo, sulla cata­strofe dei nostri amici di Liegi che si erano perduti per noi. Si credeva che la citt‡ fosse stata saccheggiata da cima a fondo; si arrivava ad affermare che gli austriaci avessero avuto la crudelt‡ di scannare i chirurghi che ave­vano curato i feriti francesi... L'emozione fu intansa per i cittadini fuggia­schi di Liegi; essi ve?nero ricevuti con una cordialit‡, una sincera effusione che onora per sempre l'anima della Francia. L'H?tel de Ville divenne la loro casa; vi vennero accolti i loro archivi; il trasporto che ne venne fatto attraverso Parigi fu di una commovente solennit‡. Era Liegi stessa, con tut­to il suo diritto antico, che veniva ad assidersi al focolare della grande citt‡. Per riceverla, fu fondata la festa della Fratellanza.
L'emozione del banchetto del 10 marzo fu profonda e forte, non pas­seggera, non di quelle che svaniscono dopo il pasto, coi fumi del vino. Una sola sezione, il Mercato del Grano, una delle meno miserabili, perch? il suo commercio era fisso, quella che aveva forse meno braccia inattive, die­de la domenica mille volontari che, venuta la sera, sfilarono ai Giacobini. Questi uomini forti, per i quali le parole sono atti, attuarono immediata­mente con l'abnegazione e il sacrificio ci? che il cuore dettava loro per la salvezza della Francia, per la vendetta di Liegi, per la causa della libert‡ del inondo. I portatori, specialmente, o, come si chiamarono essi stessi da quel giorno, i Forti per la Patria, se ne andarono, lasciando le loro famiglie, la­sciando il loro mestiere, i loro onesti salari, per soffrire, combattere con un esercito senza pane.
Ecco il moto popolare del 9 e del 10 marzo '93, in tutto simile ai pi? bei momenti del '92. Soltanto, vi fu in questo caso meno slancio che eroismo ragionato, meno gioyinezza e speranza.
E ora, qual era il pensiero degli agi tatori rivoluzionari? come intende­vano essi approhttare di questo moto per ottenere d‡lla Convenzione le misure t?rti e terribili che imponeva il pericolo pubblico? » ci? che convie­ne esamuiare.
Il pensiero della Montagna, il pensiero della Comune, in questo caso del tutto identico, fu che la Francia era perduta se la Convenzione non usci­va dal suo timido sistema di legalismo, se essa non concentrava tutti i poteri nel le proprie ma , compreso , il potere giudiziario, che avrebbe esercitato per il tramite di un suo tribunale, un tribunale che risiedesse a Parigi, sotto gli occhi, nel cuore stesso della Rivoluzione.
Questa opinione era stata espressa in un primo tempo dagli stessi Gi­rondini. Questi avevano riconosciuto pi? di una volta che, in mezzo al­l'immensa cospirazione realista nella quale la Rivoluzione si trovava come avviluppata, ci voleva un tribunale speciale, di azione rapida, efficace, un tribunole rivoluzionario. I tribunali ordinari non avevano alcuna azione; pro­vocavano la derisione dei nemici pubblici. Quando mandarono assolto un conticrivoluzionario dichi‡rato, un uomo di Luigi XVI, Lacoste, ministro della marina, Buzot deplor? questa assoluzione, e riconobbe che, in verit‡, coritinuand4 per la via di questa debolezia e di questa impotenza, la Rivo­luzione era perduta.
D'altra parte, i Girondini, per una nobile incoerenza, pur domandan­do un tribunale speciale, non volevano che esso fosse nomin‡to dalla Con­venzione, ma direttamente dal popolo. Al pensiero del mostruoso potere che, nominando questi giudici, l'Assemblea avrebbe concentrato nelle proprie mani, si sentivano fremere. Essi volevano fare delle leggi, si capisce e delle leggi repressive, ma non applicarle per il tramite di un tribunale che dipendesse da loro, da una commissione non libera. Toccare la spada della giustizia, trasformarsi da legislatori in giudici, peggio ancora, fare e disfare i giudici. che sarebbero stati dei meri strumenti del potere politico, erano tutte cose che li riempivano di orrore. Agendo cos?, avrebbero creduto di sconl?ssair tutta la Rivoluzione, di risalire pi? indietro della monarchia, sino alle tirannidi dell'antichit‡. Una volta su questa china, pensavano, si sarebbe rapidamente giunti alle proscrizioni di Ottavio, alle tavole di Silla.
Nobile resistenza, gloriosa! era necessario per l'onore della Francia che il principio fosse difeso cos?... E tuttavia, il pericolo era imminente, im­menso... E che cosa proponeva la Gironda? Nulla che non fosse vago e lontano.
Coloro che hanno visto un uomo annegare, e sanno di che sia capace in quei momenti l'istinto di conservazione, con quale stretta terribile, con che mani di ferro quell'uomo afferri tutto ci? che trova, foss'anche una spada a due tagli, capiranno quale fu il furore che i Girondini ispirarono in quell'annegamento della Francia.
Un rimedio brutale, detestabile, balenava a qualche spirito: ?Se i Gi­rondini sono l'ostacolo, niente di pi? semplice: scarichiamo i Girondini ?.
In altre parole: ?Nel momento in cui vogliamo l'unit‡, in cui attacchia­mo la Gironda come nemica di questa unit‡, scannandola, noi cominceremo la guerra civile?.
Bisogna dirlo, questa abominevole follia non pu? essere rimproverata in marzo a nessuno dei grandi capi rivoluzionari: n? a Danton, n? a Robe­spierre o ai Giacobini, n? alla Comune, n? allo stesso Marar. Il sospetto della Gironda a proposito di ci? ? veramente ingiusto. I suoi nemici non volevano minimamente che essa perisse; volevano che fosse neutralizzata, posta in condizioni da non poter pi? rappresentare un ostacolo all'assoIuta concentrazione dei poteri, alla immediata creazione del tribunale Ri­voluzionario.
Marat ha detto che, in quei giorni d'emozione, egli aveva avvertito l? societ‡ patriottiche e tentato di contenerle: ?Avrei coperto col mio corpo i rappresentanti del popolo?, dice. Non credo che abbia mentito. Il pi? semplice buon senso indica che l'assassinio dei Girondini avrebbe allora perduto la Montagna, le avrebbe impedito per sempre di afferrare il timone della Rivoluzione.
Ma Marat era ancora il migliore dei maratisti. Quel nome odioso uomo di Stato che egli dava ai Girondini, i suoi discepoli e ammiratori lo davano a lui, Marat. Essi sentivano piet‡ per la sua moderazione, le sue delicatezze politiche.
Gli uomini della Comune, H?bert e Chaumette, non erano d'opinione che si versasse il sangue. Vedremo come eludessero le insistenze di coloro di volevano una esecuzione.
C'era in Parigi un'assemblea irregolare di delegati delle sezioni che se deva nella maggioranza dei casi al Vescovado. L'abbiamo vista, sin da l'o ttobre '92, dall'apertura della Convenzione, prendere la pi? violenta delle iniziative Abbiamo visto ai Giacobini Couthon (vale a dire Robespierre) tentar di neutralizzare questa violenza valendosi dell'autorit‡ della grande Societ‡. Di tanto in tanto, sotto diversi pretesti (soprattutto per sussistenze), vi furono nuove riunioni al Vescovado. Qui covava sempre un focolare di insurrezione. I capi erano molto oscuri. In ottobre, troviamo spagnolo Gusm‡n. Nel marzo '93, non appare nessun capo propriamet detto. I pi? violenti del Vescovado si riunivano sovente la notte, dopo l'ora dei club e delle sezioni, con taluni Cordeliers, taluni uomini della Comune (per esempio, Tallien), taluni Giacobini (Collot d'Herbois). Il punto di riunione era il caff? Corazza, al Palais-Royal. Questi Cordeliers, questi Giacobini, grandi urlatori, predicatori di sangue, di assassinio e di rovina, non erano uomini d'azione. Quelli del Vescovado, per lo meno tre o quattro di essi, erano pi? impazienti, pi? pronti a colpire. C'era il giovane Varlet che si impazientiva di non uccidere ancora se non a parole; i lauri di Settembre non lo lasciavano dormire. C'era Fournier l'alvernate, questo duro pian­tatore d'America che, per natura e per abitudine, amava colpire e versare il sangue. Alcuni altri si univano a essi, meno perversi, ma follemente furiosi, come il polacco Lazouski, che aveva brillato al 10 agosto. Bell'uomo, con una bella chioma nera e naturalmente arricciata, egli era l'eroe, l'idolo del sobborgo Saint-Marceau, e per sostenere questa parte badava a non uscir dall' ebbrezza.
Questa trinit‡ di saggi risolvette di agire in ogni modo, senza fare atten­none alle rimostranze, alle debolezze di Marat, n? alle delicatezze della Co­mune. A quanto sembra, essi credevano che se, il sabato sera, avessero messo il popolo sulla via di compiere qualche violenza (spezzando i torchi da stampa, per esempio, prima di spezzare gli uomini), alla domenica si sa­rebbero formati numerosi assembramenti che sarebbe stato facile elettriz­zare; che il grande banchetto civico, il vino, i canti patriottici, avrebbero potuto ubriacare quella folla inducendola a invadere, forse a trascinare i Giacobini. D'altra parte, sarebbe bastato agitare una sezione, una grande e popolosa sezione, i Gravilliers, i Cordeliers, per sollevare la Comune, e farle, volente o nolente, assumere il potere. La Comune, obbediente, avrebbe e­purato la Convenzione. I Girondini sarebbero stati scacciati o uccisi... La patria sarebbe stata salva.
Essi erano inclini a credere che Danton e Robespierre non avrebbero frapposto ostacoli all'azione. L'8 sera, Robespierre si era recato alla sezio­ne Bonne-Nouvelle, aveva scagliato invettive contro la Gironda. Durante il discorso, uno dei suoi, che lo attendeva alla porta, diceva che si dovevano massacrare non soltanto i Girondini, ma tutti i firmatari delle famose peti­zioni: ?gli ottomila e i ventimila ?.
Il sabato 9, al mattino, tutti si dicevano: ?Sta per succedere qualche co­sa?. Tutti sapevano che c'erano uomini risoluti ad agire, ma i pi? erano in­finitamente lontani dal sospettare come il loro numero fosse tanto esiguo. Molti, mossi da una buona intenzione, altri per diffondere lo spavento, a­vevano detto alle donne che di solito andavano alla Convenzione: ?Oggi ? meglio che non ci andiate?.
Quel mattino, dunque, verso le nove, all'apertura dell'Assemblea, Fon­fr?de, che, pure essendo della Gironda, se l'intendeva abbastanza con la Montagna, va a trovare Danton e gli chiede che cosa sappia del moto. ?Ah! Bah! non ? niente?, risponde quello, con la strana giovialit‡ che aveva nei momenti di grande agitazione; ?bisogner‡ tuttavia che permettiamo loro di rompere qualche torchio da stampa?.
Sapeva perfettamente che tale era l'intenzione dei furiosi. Costoro, dato il loro numero esiguo, non avevano che una probabilit‡ di trascinare il popolo, ed era di sfruttare la sua legittima indignazione contro la stampa girondina. questa si ostinava ad affermare, l’8, e poi anche il 9, "ch'era impossibile che il nemico si arrischiasse a entrare in Belgio, che Liegi pote­va essere stata evacuata, ma non era occupata". E i commissari della Con­venzione arrivavano per confermare il disastro! e i cittadini di Liegi arri­vavano, nudi, lanciando i loro gridi sino al cielo, invocando la vendetta di Dio, la parola della Francia!
Fonfr?de, poco rassicurato dall'indifferenza di Danton, insistette, e gli domand?: ?C'? dunque un complotto?... ?. ?S?, Si?, disse ancora Danton, ?c'? un grande complotto realista?.
I Girondini applicavano questa frase a Parigi. Danton parlava della Francia.
C'era realmente in Francia un grande, un immenso complotto realista. La coincidenza delle date mostra a sufficienza che i moti diversi che scop­piarono in punti cosi lontani del paese non furono frutto del caso e delle instirrezioni popolari. Lione, la Bretagna, la Vandea scattarono nello stes­so tempo. Anche in Borgogna, in Alvernia, nel Calvados vi furono som­mosse. E tutto ci? non ha provocato unicamente dalla resistenza alla re­quisizione, come ? stato detto e ripetuto. La faccenda di Lione non ebbe nessun rapporto con ci? e si svolse con altre caratteristiche. La parola di tutti questi enigmi, il segnale di questi moti, si trova nel campo degli au­striaci, ? l'attacco alle nostre linee, l'invasione del nemico. Tutti i moti in­terni hanno atteso, per scoppiare, che l'esercito austro-prussiano si metta in moto verso Liegi.
In verit‡, quando si pensa alla moltitudine dei colpi, terribili e mortali che colpivano insieme la Francia, ci si sente colti da vertigine. La giovialit‡ di Danton, la mattina del 10, il tragico sorriso col quale rispose alle do­mande di Fonfr?de, mostrano a sufficienza come il pericolo fosse al colmo; tale esso era in tutte le situazioni estreme e quasi disperate; tale era stato il 10 agosto, e al momento dell'invasione prussiana. Il 10 marzo '93, il pericolo era pi? grande.
Vediamo tutto ci? che Danton sapeva il 9 al mattino.
Sapeva che Lione, non potendo ancora eleggere un sindaco aperta­mente realista ne aveva eletto uno girondino; che i battaglioni dei Figli di famiglia si erano impadroniti dell'arsenale, della polvere e dei cannoni; che l'intrepido Legendre, inviato dalla Convenzione, senza forza e senza trup­pa, non avendo in mano altro che la Comune rivoluzionaria, le aveva la­sciato compiere il gesto audace di arrestare quel sindaco, nella notte del 4. Che risultati antbbe avuto questa audacia? Non se ne sapeva ancor nulla. Forse il 10, si poteva prevederlo, Legendre sarebbe stato trucidato, la ban­diera bianca inalberata a Fourvi?re, i sardi gi‡ in marcia su Lione.

Danton conosceva molto bene il tragico avvenimento che, il 3 marzo, fece tremare tutta la Bretagna; decise l'insurrezione. L'agente di Danton, Latouche, venuto dall'inghilterra, aveva rivelato, trasmesso all'agente spe­ciale della Convenzione il filo fatale della grand? trama che avviluppava la penisola. Quest'ultimo, Morillon-Laligant, doveva ricevere un corpo di settemila uomini. Di settemila non ne giunse neppur uno, Morillon ebbe il coraggio di entrar solo, in persona, senz'altro appoggio che poche guardie nazionali, in quei cupi manieri in cui si tramava la rivolta. Vi trov?, esum?, insieme col cadavere di La Rotierie, la lista dei congiurati, ch'era stata na­scosta in un locale e sepolta nella terra. C'era li tutta la Bretagna nobile, ed essa fu presa. La lista, aperta e pubblicata, gettava nella rivolta armata tut­to un mondo di nobili, costretti a combattere o a perire. Essi.attendevano un nuovo capo, il valoroso Malseigne, la migliore spada dell'emigrazione. Attendevano una flotta che avrebbe recato loro gli emigrati di Jersey. Un soccorso ancor pi? sicuro veniva loro dalla requisizione che doveva comin­ciare il 10, e che, in anticipo, il 4, aveva gi‡ fatto scorrere il sangue a Cholet, in Vandea. Morillon, solo e sperduto in un mare di contadini furiosi, mo­str? un coraggio indomabile. Arrest? di sua mano ventitr? persone, i ricet­tatori della lista, e, prima del 10, li imprigion? a Saint-Malo. Ma al mattino di quello stesso 10 marzo, chi lo sapeva a Parigi? Era pi? facile credere che Morillon in Bretagna, Legendre a Lione f?ssero morti, che la controrivolu­zione avesse avuto partita vinta alle due estremit‡ della Francia.
In Belgio, come si ? visto, la situazione era terribile. C'era da temere non soltanto la ritirata, ma l'annientamento dell'esercito. Questo sarebbe accaduto senza le lentezze del generale Coburgo, che non seppe approfitta­re n? delle sue truppe leggere, i terribili ussari ungheresi, n? dell'irritazione dei belgi, che, soprattutto nel Brabante, se f?ssero stati appoggiati da que­sta avanguardia, sarebbero piombati sui francesi. Quali le speranze in tan­to pericolo? Il ritorno di Dumouriez impegnato in Olanda. Ma che pensare di Dumouriez stesso? Nessuno si fidava di lui, e nondimeno tutti, alla notizia del disastro, dissero che egli solo poteva ancora portare rimedio al male. Tale fu l'opinione non soltanto dei Girondini e di Danton, ma di Ro­besperre, di Marat. La Francia, sull'orlo dell'abisso; obbligata a scavalcar­lo, non aveva che questa tavola fradicia che scricchiolava sotto i suoi piedi.
Tale era l'orrore della situazione, tale la tempesta di notizie spaventevo­li che, la mattina del 9, si agitava nella testa di Danton. Egli non si senti im­paurito n? turbato, e prese subito la sua decisione. La Montagna vedeva chiaramente i mali, ma era troppo agitata per accordarsi circa i rimedi. La destra, preoccupata del moto parigino, che riteneva artificiale e prendeva per una sommossa, non era stata abbastanza colpita dagli avvenimenti lon­tani che causavano qui tanta agitazione. Questi uomini cos? intelligenti, e­rano dunque sordi, ciechi? Essi sedevano nei comitati, conoscevano molto bene le notizie; la Francia s'inabissava sotto i loro occhi, ed essi non vede­vano che Parigi!
Bisognava rompere questo stupore, questa paralisi fatale, che la destra comunicava a tutta la Convenzione. I violenti asserivano che essa non si sa­rebbe svegliata senza la campana a stormo, il cannone d'allarme, la voce tonante di Parigi. I politici, specialmente Danton, Pache e la Comune, si resero conto assai bene di come usando questi mezzi, si rischiasse di rendere il moto afl??tto cieco, aff‡tto fortuito, di allontanarlo dal suo scopo. Essi non respinsero i mezzi terroristici, ne usarono e li contennero, strapparono alla Convenzione le misure tivoluzionarie che essa non avrebbe mai accordate, e tutto ci? non cost? una goccia di sangue.
Di buon'ora, il sindaco e il procuratore della Comune erano alla Con­venzione. Chiedevano due misure, una di grazia, una di giustizia: ?soccorsi per le famiglie di coloro che partivano, un tribunale rivoluzionario per giudicare e contenere i traditori, i cattivi cittadini?.
I volontari che partivano e avevano ottenuto di sfilare nell'aula offriva­no a queste domande il loro naturale commento.
?Padri della patria?, dicevano, ?noi vi lasciamo i nostri figli?.
?Noi non ci limiteremo a inviare gli altri alla frontiera?, risposero loro i rappresentanti, ?andremo anche noi?. Su proposta di Carnot, fu stabilito che una parte notevole dell'Assemblea (ottantadue membri) si sarebbe re­cata presso l'esercito.
I deputati che erano stati incaricati di visitare le sezioni esposero come esse insistessero per la creazione del tribunale rivoluzionario. ?Senza que­sto tribunale?, dicevano, ?voi non potrete mai vincere la durezza degli egoisti che non vogliono combattere n? aiutare quelli che si battono per loro?.
La domanda fu appoggiata da Jean-Bon-Saint-Andr?, formulata e re­datta da Levasseur, la cui redazione venne adottata, votata dalla Conven­zione.
I soli nomi di questi due uomini che figurarono cos? gloriosamente nelle missioni militari, indica abbastanza che il tribunale fu votato come un'arma di guerra; quella che veniva cos? foggiata non era soltanto una spada della giustizia, ma una spada senz'altro. Coloro che costrinsero in certo qual modo la Convenzione a impugnare quest'arma terribile, erano uomini che si preoccupavano pochissimo della loro sorte. Mai vi furono uomini pi? pronti al sacrificio di Levasseur e Saint-Andr?, n? pi? intrepidi. Intuivano, vien fatto di chiedersi, l'uso che essi stessi avrebbero dovuto fare di quella spada? No, certo no. Erano due eroi, non due carnefici. Il sangue che volevano versare per la Francia, era soprattutto il loro.
Chi erano questi due uomini? Levasseur, un medico; e v'era in lui una tale fede, che, inviato presso un armata in piena rivolta, per domarla gli bast? una parola, urlo sguardo. Jean-Bon, un pastore protestante; e v era in lui una tale lede, che seppe creare in un momento ci? che v'? di meno improvvisabile, una marina da guerra, e la lanci?, e, una volta che l'ebbe lanciata, si imbarc? e la condusse contro il nemico.
Il principio f? votato pressoch? senza reclami, nei suoi termini generici. Sino a questo punto, poche difficolt‡. La stessa Gironda aveva, cos? sem­brava, riconosciuto poco prima l'indispensabile necessit‡ di un tribunale eccezionale.
Restava da regolare l'organizzazione di questo tribunale. Qui comin­ciavano le difficolt‡. Per vincere le ripugnanze della Convenzione, Danton credette fosse necessario un supplemento di Terrore.
Fece all'Assemblea una proposta significativa che poteva farle intuire come una strage fosse possibile, e che la rapida organizzazione del tribuna­le poteva evitarla. Il lettore ricorder‡ che, in Settembre, i prigionieri per debiti erano stati salvati aprendo loro le prigioni. Quel giorno, 9 marzo, Danton richiese che fossero posti in libert‡.
E ci?, scartando ogni idea d'intimidazione, sotto la forma nobile e degna della consacrazione di un principio: ?Consacrate?, disse, ?questo principio che nessuno pu? essere privato della libert‡ se non per aver dan­neggiato la societ‡. Sopprimiamo la prigione per debiti, aboliamo la tiran­nia della ricchezza sulla miseria... I proprietari non si allarmino: essi non hanno pi? niente da temere... Rispettate la miseria, questa rispetter‡ l'opu­lenza...?. L'Assemblea comprese benissimo tutto il significato e la portata di questa mozione filosofica; si alz? rapidamente, e con moto unanime convert? in legge il voto di Danton.
La banda di cui si temevano le violenze non si era avviata alle pri­gioni. Agi pi? direttamente. And? in via Tiquetonne, dov'erano le princi­pali stamperie girondine, da Gorsas e da Fi?v?, sp?zz? i torchi, bruci? la carta, sparpagli? i caratteri. Gorsas, con la pistola in pugno, attravers? quella folla di briganti, e, trovando la porta vigilata, scavalc? un muro e pass? nel cortile della casa attigua. Di qui, intrepidamente, corse alla sezio­ne. Tutto fu finito. La banda, che non raggiungeva i duecento uomini e che non aumentava, credette di doversi limitare a questa spedizione, e pruden­temente si disperse.
La notizia recata la sera stessa alla Convenzione produsse un sinistro ef­fetto. Gorsas era rappresentante. La Convenzione fu ferita, spaventata per l'attentato contro la propria inviolabilit‡. Pareva che fosse pronta a pren­dere una misura vigorosa. Si limit? invece a decretare che da ora innanzi si sarebbe dovuto optare tra la qualit‡ di rappresentante e quella di gior­nalista. Questa misura colpiva a un tempo Gorsas e Marat; Gorsas, gi‡ suf­ficienternente colpito dalla sommossa, era ulteriormente punito. Strana giustizia, in verit‡! La Convenzione si mostrava debole e, nella sua stessa debolezza, se la prendeva con la Montagna, che accusava, a torto, di avere voluto la violenza. C'era cia scommettere che, il giorno dopo, l'organizza­zione dei tribunale rivoluzionario non sarebbe stata approvata.
In che misura Danton, la Comune, i grandi capi rivoluzionari avrebbe­ro domenica lasciato agire la banda del comitato insurrezionale? Era una domanda terribile, quando ci si ricordava l'inizio delle stragi, la domenica del 2 settembre. Per noi, una cosa ? evidente, ed ? che essi volevano unicamente far paura alla destra, trascinare la Convenzione. Qualsiasi ell?isione di sangue andava oltre i loro scopi e poteva perderli.
Alle quattro dei mattino, a notte fonda, Varlet e i suoi corrono ai Gravilliers. La sezione in permanenza era poco numerosa, sonnecchiava. ?Noi siamo?, proclamarono arditainente, ?gli inviati dei Giacobini. I Giacobi­ni vogliono l'insuritzione, e che la Comune si impadronisca della sovrani­t‡ ed epuri la Colivenzione?. La sezione dei Gravilliers agiva soltanto per l'impulso di un prete, Jacques Roux (quegli che aveva condotto Luigi XVI alla tuorte). Roux faceva parte della Comune, e questa non voleva nes­suna precipitazione; attendeva l'effetto del banchetto civico che doveva aver luogo verso sera. La sezione, educatamente, senza brutalit‡, mise alla porta i pretesi Giacobini.
Congedati, nella mattinata, questi si rivolsero a una sezione ancor meno numerosa, quella delle Quattro Nazioni, riunita all'Abazia. ?Noi siamo?, dicono questa volta, ?inviati dai Cordeliers; quello che vi rechiamo ? il voto dei Cordilier??. Con questa nuova menzogna, ottennero l'adesione delle poche persone intimidite che costituivano in quel momento tutta l’assemblea della sezione.
Armati di questa adesione, cotrono alla Citt‡ verso l'ora del banchetto civico; avevano qui i loro agenti e non disperavano di trascinare la folla. scegliendo proprio quell'ora, giungono alla Comune, non soltanto come portatori del proclama dei Cordeliers e delle Quattro Nazioni, ma come portavoce del popolo, di quel grande popolo seduto a tavola, che non sapeva niente di cio che veniva affermato in suo nome. Il sindaco Pache, pi? spaventato che insiugato della dittatura insurrezionale che veniva offerta alla Comune, trovo non so che pretesto per f‡rli aspettare. Anche H?bert li tenne a bada. Bisognava pui'e vedere quale piega prendesse il banchetto civico.
Questo volgeva alla fine. A tutto quel popolo riscaldato, ai volontari dei Mercati, che si disponevano a partire in gran numero, vien proposto di andare ad affratellarsi ?coi nostri fratelli dei Giacobini?. Accettato, e con tutto il cuore. La folla s'infila nella via Saint-Honor? tra canti patriottici, gridando soprattutto: ?Vincere o morire! ?. Parecchi, un po' alticci, aveva­no la sciabola in pugno. Entrano. Un volontario, non parigino, ma del Mezzogiorno, in un dialetto orribile, chiede di fare una mozione. La patria non pu? essere salvata se non con la strage dei traditori; questa volta ?bi­sogna ripulire la casa, uccidere i ministri perfidi, i rappresentanti infede­li...?. Questa proposta omicida non andava a genio ai Giacobini; uno di essi si alza: ?Facciamo qualche cosa; cominciamo con l'arrestare i tradi­tori...?. La proposta, cosi emendata, stava per essere messa ai voti. Per fortuna la Montagna era informata. Un deputato montagnardo (molto probabilmente inviato da Danton e Robespierre), Dubois-Cranc?, entra proprio in quel momento e domanda la parola. Era un uomo di statura co­lossale, dorato di una grande energia militare. Parl? molto arditamente; disse che, volendo salvare la patria, essi la avrebbero perduta. Ed eccoli mutati di colpo. ?Ha ragione?, dicono. Escono dai Giacobini. La maggior parte, in lunghe colonne, se ne andarono, attraversando la Senna, ad affratellarsi con i Cordeliers. Un certo numero, tra i pi? accaniti, andarono al palazzo della Guerra e gettarono gridi di morte contro il ministro Beur­nonville, il cui tradimento, affermavano, aveva provocato tutti i rovesci dell'esercito.
La scena dei Giacobini aveva avuto un testimonio in tutto adatto a rice­vere e a propagare una viva impressione di terrore. Era la moglie di Lou­vet, che, abitando li presso, avesa udito il rumore e si era precipitosamente insinuata in una tribuna. Essa ud? la mozione della strage, e immediata­mente, senza ascoltare Dubois-Cranc?, senza rendersi edotta del carattere pacifico che la cosa aveva assunto alla fine, corse ad avvertire Louvet; Lou­vet avverti tutta la destra.
Bisogna dire in che stato si trovasse la Convenzione. La seduta di quel giorno (domenica 10), al mattino, era aperta con un gesto violento della destra. Questa aveva denunciato le frasi intimidatorie (?Le donne non ven­gano?). Bar?re, che personalmente non aveva niente da temere, predic? il coraggio e la dignit‡. Disse queste forti parole: ?Come temere per le teste dei deputati? non riposano esse sull'esistenza di tutti i cittadini? non sono posate su ogni dipartimento della Repubblica? Chi oserebbe alzare la mano contro di esse?... Il giorno di un tale delitto, Parigi sarebbe annien­tata?. Si pass? all'ordine del giorno.
Furono lette le lettere di Dumouriez, e Robespierre, contro ogni aspettativa, disse, che pur senza rispondere di questo generale, aveva ancora fidu­cia in lui. Frase molto politica, e anche veramente patriottica; il pi? grande pei;icolo che si potesse correre era di scuotere la fiducia dell'esercito nell'uomo che aveva in pugno la salute pubblica. Robespierre aggiunse con molta opportunit‡ che il momento richiedeva un potere forte, segreto, rapido, una vigorosa azione governativa. Non poteva, tuttavia, liberarsi abbastaina del suo carattere per rinunciare all'accusa. Si mise infatti a ri­masticare le sue eterpe denunce contro la Gironda, dicendo che, da tre mesi, Dumouriez chiedeva di invadere l'olanda e che i Girondini glielo impedivano.
?Tutto ci? ? vero?, dice Danton, ?ma importa meno esaminare le cau­se dei nostri disastri che cercare a essi un rimedio. Quando un edificio ? in fiamme, io non mi occupo dei bricconi che rubano i mobili, ma spengo l'incendio... Non c'? un momento da perdere se vogliamo salvare la repub­blica... Vogliamo essere liberi?... Se tale non ? pi? la nostra aspirazione, ci conviene perire, giacch? lo abbiamo giurato tutti. Se lo vogliamo ancora, in marcia... Prendiamo l'Olanda, e Cartagine ? distrutta; l'Inghilterra non vivr‡ che per libert‡. il partito della libert‡ non ? morto iu Inghilterra; esso si mostrer‡... Tendete la mano a tutti coloro che invocano la liberazio­ne, la patria ? salva, e il mondo ? libero.
?Fate partire i vostri commissari; partano questa sera, questa notte. Dicano alla classe opulenta: "Bisogna che l'arist9crazia dell'Europa soc­comba sotto i nostri sfbrzi, paghi il nostro debito, o che lo paghiate voi; il popolo non ha che sangue, e lo prodiga. Suvvia, miserabili, prodigate le vostre ricchezze"?. (Vivi applausi). ?Vedete, cittadini, quali splendidi de­stini ci attendano!... Come! voi avete una nazione intera per leva, la ragio­ne per punto d'appoggio e non avete ancora sconvolto il mondo!... ?. (Gli applausi raddoppiano). ?Ma per giungere a ci? ci vuole carattere, e la veri­t‡ ? che esso ci ? mancato. lo metto in un canto tutte le mie passioni; esse mi sono tutte egualmente estranee, eccettuata quella del bene pubblico. In circostanze pi? difficili, quando il nemico era alle porte di Parigi, io ho det­to a coloro che governavano allora: "Le vostre discussioni sono miserabi­li; io conosco soltanto il nemico, battiamo il nemico!"?. (Nuovi applausi). ?"Voi che mi stancate con le vostre contestazioni particolari, invece di oc­cuparvi della salute della repubblica io vi ripudio tutti, come traditori del­la patria, e vi metto tutti in un mazzo”?.
A questa rivelazione totale del pensiero di Danton, vi fu un'esplosione generale di ammirazione e di entusiasmo; ognuno dimentic? se stesso, si alz? al di sopra di se stesso; i partiti sembravano scomparsi... Ma egli co­nosceva troppo bene lo spi?to mobile delle assemblee per limitarsi a ci?; perci? rafforz? il colpo, piantando nelle anime un pungolo di terrore: ?"E inoltre", diceva a tutti: "Che cosa volete che mi importi della mia reputa­zione?... Purch? la Francia sia libera, venga pure infamato il mio nome!... Che m'importa di essere chiamato bevitore di sangue? Ebbene, beviamo il sangue dei nemici dell'umanit‡, se ? necessario; combattiamo, conquistia­mo la libert‡...''?.
A questa fase selvaggia, nessuno dubit? che Danton non fosse d'accor­do con coloro che volevano sangue. La versione esatta era invece quella contraria. Egli stesso fece avvertire senza compromettersi i Girondini che la loro vita era minacciata.
L'Assemblea avrebbe finito col limitarsi a una piccola misura, l'arresto dei due generali sospetti, allorch? un membro che parlava raramente e rimaneva volentieri nell'ombra, si avanz? e prese una grande iniziativa. Disse senza lasciarsi trasportare che erano necessari mezzi pi? vasti, che biso­gnava seduta stante, decretare l'organizzazione del tribunale rivoluzionario.
Questo membro era un giurista stimato, collega di Cambon nella de­putazione di Montpellier, tanto moderato quanto Cambon era violento; era il primo relatore del codice civile (agosto '93), pi? tardi destinato a es­sere il secondo console, il grande cancelliere dell'impero, il grave e dolce Cambac?r?s. Egli si avvicinava volentieri agli uomini che possedessero al pi? alto grado quel che mancava a lui, voglio dire l'energia virile. Analo­gamente e come in un'altra epoca doveva accostarsi a Bonaparte, oggi, nel '93, in due momenti decisivi egli si tenne vicinissimo a Danton. Solo, in tut­ta la Convenzione, egli appoggi? Danton, il 9 gennaio, nella proposta che avrebbe salvato Luigi XVI; allora, egli vot? per la vita. E ora, il 10 marzo, si pu? dire che votasse per la morte, autorizzando con la sua parola sempre calma e moderata, sempre gradevole al centro, la sinistra proposta del tribunale rivoluzionario. Ed aggiunse con lo stesso tono: ?Tutti i poteri vi sono affidati, voi dovete esercitarli tutti; non vi dev'essere pi? separazione tra il corpo deliberante e quello che esegue... In casi come questo, non si possono seguire i principi ordinari?.
A questo punto, una tempesta di grida: ?Ai voti! ai voti!?.
Buzot f? allora molto bello; eloquente ed energico: ?Si mira a un de­spotismo pi? terribile di quello dell'anarchia?. (A questo punto, grida fu­riose). ?Io rendo grazie di ogni momento di vita che mi rimane a coloro che me lo lasciano ancora... Mi concedano soltanto il tempo di salvare la mia memoria, di sf?ggire al disonore, votando contro la tirannia della Convenzione!... Che importa se il tiranno ? uno o molteplice? Quando voi avete ricevuto poteri illimitati, n?n era per usurpare la libert‡ pubblica. Se voi confondete tutti i poteri, se tutto ? qui, dove finir‡ questo despotismo, del quale, alla fine, sono stanco io stesso?... ?.
Lacroix ottenne che si passasse oltre. E Robert Lindet, l'avvocato d'tvreux, trasse di tasca il progetto gi‡ redatto. Lindet, soprannominato la iena, non meritava questo nome; era un avvocato normanno dell'antico re­gime, moderato di carattere, ma della vecchia scuola monarchica, abituato alle sentenze imposte, e che applicava senza scrupoli alle necessit‡ rivolu­zionarie le violente ordinanze di Luigi XIV, quelle soprattutto fatte per col­pire i protestanti. Egli trovava gi‡ pronte nel vecchio arsenale del Terrore monarchico le armi per il nuovo Terrore. C'erano da fare poche spese, una parola da mutare, cancellare la parola Re e mettere la parola Convenzione.
?Nove giudici nominati dalla Convenzione giudicheranno coloro che saranno deferiti loro per decreto della Convenzione. Nessuna forma d'istruttoria. Niente giurati. Qualunque metodo ammesso per confermare la colpevolezza.
?Saranno denunciati non soltanto coloro che prevaricheranno nelle loro funzioni, ma coloro che le disertano o le trascurano; coloro che, per la loro condotta, le loro parole o i loro scritti, potessero mettere il popolo fuori di strada; coloro che per i posti occupati in passato ricordino prero­gative usurpate dai despoti?.
Terribile imprecisione! crudeli tenebre, in cui la legge, con gli occhi bendati, si aggirer‡ colpendo nel buio!
Aggiungete cose pueiilmente odiose, di una ostentazione tirannica:
?Vi sar‡ sempre nella sala del tribunal? un membro per ricevere le de­nunce?.
?» l'inquisizione?, disse Vergniaud, ?e peggiore di quella di Venezia?.
?Certo?, disse Cambon, ?ci vuole un potere rivoluzionario; l'ho pro­clamato cento volte... Ma se vi ingannate?... Il popolo si ? pure ingannato nelle elezioni... I vostri nove giudici, quale argine porrete alla loro tiranni­de? E se essi colpiscono la stessa Assemblea?... ?
?Ah, Voi vorreste un giuri??, disse il furioso Duhem. ?Andate a vedere se hanno un giuri i patrioti che vengono scannati a Liegi!... Questo tribu­nale ? detestabile? Tanto meglio: ? ottimo per degli assassini?.
?Badate bene?, disse ancora Cambon; ?con un simile tribunale, voi non troverete pi? degli uomini onesti disposti ad accettare le funzioni pub­bliche...?.
Bar?re appoggi? vivamente: ?I giurati?, esclam?, ?sono la propriet‡ di ogni uomo libero?.
A questa bella frase, la Montagna parve colpita al cuore. Billaud-Va­rennes dichiar? ch'egli era del parere di Carnbon, che un simile tribu­nale sarebbe stato pericoloso, che ci volevano dei giurati e nominati dalle sezioni.
I Montagnardi si dividevano: ?Niente giurati?, disse Philippeaux. Altri Montagnardi volevano i giurati, ma scelti a Parigi.
Il giur? fu ottenuto. sennonch?, la Convenzione lo teneva in pugno, ri­serbandosene la nomina, e lo traeva da tutti i dipartimenti.
L'Assemblea levava la seduta. Ma ecco che alla tribuna appare Danton, il quale, con un gesto, con una voce terribile, la inchioda al suo posto: ?Ordino ai buoni cittadini di non lasciare il loro seggio?.
Tutti si fermarono: ?Come, cittadini, voi ve ne andate senza prendere le grandi misure che esige la salute pubblica? Pensate che se Miranda ? battuto, Dumouriez, aggirato, pu? essere costretto a deporre le armi... I nemici della libert‡ alzano una fronte audace; dovunque confusi, essi si mostrano dovunque provocanti. Vedendo l'onesto cittadino occupato al suo focolare, l'artigiano nel suo laboratorio, essi hanno l'idiozia di ritenersi in maggioranza: ebbene, strappateli voi stessi alla vendetta popolare; l'umanit‡ ve lo impone... Questo tribunale supplir‡ per essi al tribunale supremo della vendetta popolare... Poich? si ? osato ricordare quelle gior­nate sulle quali ogni buon cittadino ha lacrimato, io oser‡ dire, io, che se un tribunale fosse esistito, il popolo non le avrebbe insanguinate... Or­ganizziamo un tribunale, non bene, ci? ? impossibile, ma il meno male che si potr‡..
?E fatto ci?, alle armi! Facciamo partire i nostri commissari, creiamo il nuovo ministero... soprattutto la marina. Dov'? la vostra? Le vostre fregate sono alla fonda nei porri, e l'Inghilterra si imp‡dronisce delle vostre navi... Spieghiamo tutti i mezzi della potenza nazionale, ma affidiamone la di­rezione soltanto a uomini il cui contatto permanente con voi garantisca l'insieiue e l'esecuzione delle misure che voi preparerete. Voi non siete un corpo costituito, voi potete costituire tutto?.
?Riassumiamo. Questa sera stessa, il tribunale e il ministero; domani, movimento militare e partenza dei vostri commissari; nessuno obietti pi? che questo ? di sinistra o di destra... Allora la Francia si alzi, marci contro il nemico, l'Olanda sia invasa, il Belgio libero, gli amici della libert‡ rialzati in Inghilterra. Le nostre armi vittoriose portino ai popoli la liberazione e la f?licit‡! Il mondo sia vendicato!?.
La seduta f? sospesa alle sette di sera. Era il momento in cui Louvet, av­vertito da sua moglie della scena svoltasi ai Giacobini, comunicava alla de­stra che una mano d'armati marciava sulla Convenzione per trucidare una parte dei rappresentati. Quelli che non trov? alla seduta, Louvet corse ad avvertirli di casa in casa. La maggior parte, molto coraggiosi (lo si vide all'atto della loro morte), non considerarono utile immolarsi il 10 marzo, favorire con la loro riunione i progetti degli assassini. Il girondino Kerv?­l?gan corse in sobborgo Saint-Marceau ad avvertire i suoi arditi e onesti compatrioti, i federati br?toni, che non erano ancora partiti da Parigi; il ministro della guerra, Beurnonville, si mise alla loro testa, e costitui con essi delle pattuglie. Non si incontrava pi? nessuno. La folla si era dispersa, al che non poco aveva contribuito la pioggia che cadeva. Uno dei Girondi­ni aveva bene giudicato la situazione, era P?tion: anzich? cercare altrove un asilo, non si degn? di uscire di casa. Quando Louvet, molto accaldato, ven­ne a comunicargli il pericolo e a dirgli di porsi al sicuro, P?tion, natural­mente freddo, invecchiato in pochi anni nell'esperienza delle rivoluzioni, si limit? ad aprir la finestra: ?Non accadr‡ niente?, disse, ?piove?.
Due ministri, tra i meno minacciati, Garat e Lebrun, si erano incaricati di andare in persona a quella terribile Comune per chiedere al sindaco Pache come stessero realmente le cose. Trovarono Pache assolutamente cal­mo come il solito. Si mlava molto al Consiglio generale; era sempre cos?. Pache disse loro che Varler, Fournier, il comitato insurrerzionale, erano stati mistificati; che dopo avere lungamente atteso alla Comune, parlato con H?bert, che li aveva tenuti a bada, se n'erano andati furiosi, dicendo che quella Comune altro non era se non un covo di aristocratici.
Sia timidezza, sia saggezza e deferenza per Danton, per Robespierre e per i capi della Montagna, la Comune era rimasta perfettamente immobi­le. Il sindaco Pache, ieri girondino, oggi giacobino, peggio ancora, seduto alla Ville accanto a H?bert e a Chaumette, esitava senza dubbio ancora ad autorizzare la strage degli amici che aveva appena abbandonato, dei Gi­rondini, di Roland, che avevano fatto di lui (figlio di un portinaio) un ministro e il sindaco di Parigi. H?bert, Chaumette e Roux erano infinita­mente irritati contro l'audacia del piccolo Varlet e della sua banda che, senza loro ordine, mascherandosi da giacobini, avevano al mattino tentato di trascinare i Granvilliers. Le sezioni non si erano mosse; la sezione Pois­sonni?re si era limitata ad affermare che le cose non potevano andar bene se non si arrestavano duecento membri. Quella del Buon Consiglio, diretta da Luillier, confidente di Robespierre, del quale esprimeva quasi sempre il pensiero, serri da regolatrice, e disse esattamente quello che Robespierre voleva fosse detto: Si arrestassero (non gi‡ duecento membri, ma soltan­to) i Girondini?
Che cosa faceva il sobborgo Saint-Antoine? il suo atteggiamento a­vrebbe tutto deciso; Santerre avrebbe seguito il sobborgo, e tutto il resto avrebbe seguito Santerre. Il generale birraio attese nella sua birreria. La se­ra, vedendo come l'onesto sobborgo restasse tranquillo ai suoi focolari, si reco finalmente alla Ville, balbett? un discorso inintelligibile che aveva per lo meno due significati.
Poich? il vento aveva evidentemente girato contro l'insurrezione, gli uomini bifronti, il sindaco e il generale, Pache e Santerre, corsero alla Convenzione a fare atto di buoni cittadini. Era stabilito tra di loro che tutta la faccenda sarebbe stata presentata sotto l'aspetto di un complotto reali­sta; che, al bisogno, si sarebbero sacrificati gli uomini di punta, Varlet, Fournier, ecc. Santerre present? cos? la cosa, disse che non v'era altro sco­po se non quello di ristabilire il re, di far re Egalit?, ma che non c'era nulla da temere. Mise in valore con iattanza, come cosa che gli faceva onore, la saggezza del grande sobborgo.
L'Assemblea alla quale Santerre espose queste cose non era numerosa. Era rientrata in seduta alle nove di sera. Ma un gran numero di deputati non aveva giudicato opportuno tornare. Si vedevano qua e l‡ grandi zone deserte. Si sarebbe potuto credere che la falce del '93 fosse gi‡ passata. Tut­to era squallido, sinistro. Il centro era mal popolato, e di deputati ritti in piedi; in quelle giornate difficili c'erano uomini che non volevano sedere. La cosa pia significativa, era la profonda solitudine della destra. Ci? dimo­strava abbastanza come l'Assemblea, decimata in anticipo, non avesse nessuna sicurezza. Il Terrore che stava per muovere dalla Convenzione sedeva nella Convenzione stessa.
Nel punto della destra occupato dalla Gironda, solo, o quasi solo, si scorgeva Vergniaud.
Egli aveva sprezzantemente ed egualmente trascurato gli avvertimenti di Louvet e qu?lli di Danton. Sia che la sagacia superiore del suo grande spirito gli avesse fatto capire che i violenti miravano soltanto a spaventare, non a uccidere, sia che il suo sprezzo della vita lo avesse spinto a sfidare quest'ultima probabilit‡, certo si ? che egli venne a sedere su quei banchi deserti ove sembrava aleggiare la morte. E qui sopport? pazientemente, ar­ticolo per articolo, la lettura, la votazione del terribile progetto di Lindet. Non disse che una parola: ?Domando l'appello nominale, bisogna conoscere coloro che hanno sempre sulle labbra la libert‡ per annientarla?. L'appello nominale era richiesto anche da un altro onest'uomo, La Revel­l?re-Lepaux.
La semplice frase di Vergniaud bastava come dichiarazione della legge spirante.
Un montagnardo voleva che non vi fossero giurati. ?No?, disse Thu­riot, l'amico di Danton, ?i giurati ci vogliono, ma che dicano la loro opinione a voce alta?. La Convenzione approv?. Il Terrore era in questa frase pi? che in tutto il progetto.
Quella sera la Convenzione non aveva n? denaro, n? forza, n? esercito organizzato, e per far fronte a tutto, cre? un fantasma.
Evocato in tutta l'Europa contro la Francia dai realisti, il Terrore fu ri­mandato loro come un sogno sanguinoso.
L'esercito arretrava demoralizzato, rientrava e scorse il Terrore alla frontiera.
Il Tesoro era inaridito. Il 1? febbraio, per pagare l'esercito, avevamo trenta milioni di carta moneta. Il miliardo votato non era incassato. In fondo alla cassa, fu posto il Terrore.
Che inviare a Lione? Niente. In Vandea, in Bretagna? Niente. In Bel­gio? Niente. A Magonza? Niente.
Rimaneva alla Francia una forza: la giustizia rivoluzionaria. Essa non cost? se non un decreto e un foglio di carta.
Di pi?, il cuore stesso della Francia.
La morte dei fondatori della repubblica, dei migliori amici della patria, le teste di Danton, di Vergniaud, il sangue di quelli che votarono e di quelli che rifiutarono, di cotro che rappresentarono la protesta della legge, e di coloro che ne furono Necessit‡.
Necessit‡, fatalit‡!... Qi? che fu libero prima del '92, prima delle gior­nate di Settembre, fu fatale.
Quella stessa domenica, 10 agosto, nell'ora in cui la Convenzione istituiva a Parigi il suo tribunale rivoluzionario, gli insorti realisti istjtuiroflo il loro a Machecoul, tra la Loira inferiore e il Marais vandeano. La strage iniziata al mattino dai contadini insorti, fu resa regolare la sera da un comitato di onesti uomini, che fecero perire, in sei settimane, cinquecentoquarantadue patrioti.

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