Jules Michelet
IL RINNOVAMENTO DELLA REGALITA' E LE
VITTORIE DI LANDAU, TOLONE, LE MANS
(DICEMBRE 1793)

In Storia della Rivoluzione Francese, a cura di Jules Michelet, Rizzoli Editore,
Milano 1981, vol. IV, pag. 55/68


Vien chiesto che il comitato sia rinnovato di mese in mese. Avrebbe dovuto esserlo, ma lentamente. Questa amovibilità avrebbe indebolito troppo il governo. Trinità dittatoriale. Missioni dei robespierristi. Robespierre il giovane a Tolone. Saint-Just a Strasburgo. Hoche e Pichegru. Lotta di Baudot e Lacoste contro Saint-Just. Kléber, Marceau, fine della Vandea. Nantes e Lione. Le Vieux Cordelier. Uno tra i robespierristi propone l'amnistia. Desmoulins domanda un comitato di clemenza.

Una fatalità molto dura pesava sulla Francia. L'impotenza d'associazione, lo spirito d'isolamento, creato e rafforzato dalla lunga servitù, la forza delle abitudini monarchiche, tutto la riportava verso la regalità. Nessuno, in realtà, meditava la tirannide. E tuttavia essa rinasceva. A causa del suo stato morale, la nazione complottava contro se stessa. Sempre minorenne, non preparata alla maggiore età, essa era condotta dalla stanchezza all' abdicazione e posta sulla triste china di un ritorno involontario al governo di uno solo.
La guerra e l'estremo pericolo in cui ci trovammo prima di Wattignies esigevano la dittatura. In seguito, la Francia era sempre intaccata alle estremità, ma non minacciata al centro; c'era motivo di esaminare se la dittatura, ancora utile, non andasse modificata per mezzo di un parziale rinnovamento del comitato di salute pubblica.
È appunto ciò che Bourdon, dell'Oise, e Merlin, de Thionville, domandarono il 12 dicembre.
Merlin ebbe il torto di proporre il rinnovamento di mese in mese, cosa che avrebbe indebolito troppo il governo.
Non era questione di allontanare dal comitato coloro che ne costituivano la forza e la gloria, i capi dell'opinione, i grandi uomini della tribuna, e nemmeno i lavoratori eroici che, con incredibili sforzi, ristabilivano in quel momento tutte le amministrazioni. Per quanto minima fosse la modificazione che avrebbe ricevuto il comitato, essa era indispensabile per fare testimonianza della repubblica, per ammonire questo comitato sovrano che esso dipendeva legittimamente dall'Assemblea, suo autore e creatore, unica sorgente del suo diritto. Per la crisi, la Convenzione aveva fatto un re collettivo, a condizione, beninteso, che l'amovibilità lo avrebbe sufficientemente distinto dall'antica regalità.
Era l'opinione dei più saggi, e quella dello stesso comitato. Era l'opinione di Lindet, il quale pregò vari membri influenti della Convenzione di ottenere il rinnovamento parziale. Disgraziatamente lo stesso Merlin rese la cosa poco ammissibile,esagerandola, domandando che un terzo del comitato uscisse ogni mese.
Ci sarebbe voluto un rinnovamento meno rapido, ma, insomma, un rinnovamento ci voleva. Nel crescente bisogno di unità che tutti provavano, se l'Assemblea non fosse riuscita a stabilire un'armonia tra sé e il comitato per mezzo di mutamenti graduali e legali, sarebbe certamente accaduto che il comitato, in disaccordo non essa, avrebbe tentato di intonarla alle proprie esigenze epurando, tagliando, sbocconcellando, sino al giorno in cui essa lo spezzasse, il che fu fatto a termidoro, ma non poté essere fatto se non uccidendo in pari tempo la repubblica.
Si deve credere che il comitato contenesse e assorbisse in modo tanto completo tutto ciò che v'era di vita e di ingegno nella Convenzione, da far sì che fosse impossibile sostituirne un solo membro? Nemmeno per sogno. Parecchi membri del comitato erano uomini secondari, uno o due molto
pericolosi (parlo soprattutto di Barère). Essi sarebbero stati, senza alcun dubbio, efficacemente sostituiti da taluni montagnardi illustri che hanno scritto il loro nome sulle Alpi, sui Pirenei e sul Reno; da grandi cittadini, uomini di principi, come Romme, come Cambon, del quale l'Assemblea aveva allora accettato il Gran libro. L'esclusione di un uomo tanto importante fu e rimase una causa di debolezza per il comitato di salute pubblica.
L'utilità del rinnovamento era così evidente, che il comitato non osava fare la minima obiezione. Un giurista venne in suo aiuto: Cambacérès, che aveva molto da espiare dopo il 3 giugno nei riguardi di Robespierre, parlò per il comitato. " Il rinnovamento imposto", disse, " limiterebbe di molto il potere dell'Assemblea; lasciamolo libero. Ogni membro eserciti liberamente il suo diritto".
Il voto fu rimandato al giorno seguente; e il giorno dopo un violento robespierrista, Yay-Sainte-Foy, disse insolentemente: "Intendo domandare l'appello nominale... Sì, occorrerebbe domandarlo per conoscere coloro che votano una misura così favorevole al nemico". Seguiva un elogio altero del comitato di salute pubblica, che, solo, aveva fatto tutto. L'Assemblea cedette e rinnovò senza mutamento, senza condizione.
Nessuno più ci perse del comitato stesso. Esso cadeva irrimediabilmente sotto la sovranità di Robespierre.
Onnipotente ai Giacobini, pesante sulla Convenzione, questa sovranità era schiacciante al comitato di salute pubblica.
Essa si era manifestata due volte al di fuori, a nudo e senza riguardi: il 21 novembre, con la smentita che egli aveva dato alla Convenzione, senza tener conto del decreto del 16; il 12 dicembre, con la pressione che aveva esercitato sui Giacobini, esigendo da essi l'umiliante atto di versatilità consistente nello scacciare colui che avevano da poco nominato loro presidente.
L'autorità era la Convenzione; il potere erano i Giacobini.
Convenzione e Giacobini, autorità e potere, tutto era stato piegato. Un uomo era più autorevole dell'autorità, era più potente del potere.
Ci si fanno idee assolutamente false circa il meccanismo interno del comitato di salute pubblica. Ci si figura che vi fossero deliberate le grandi misure. Niente di meno esatto.
I suoi registri non danno notizia di nessuna delle cose più decisive; le loro lacune sono eloquenti; basterebbero per dimostrare, quand'anche non lo si sapesse per altra via, che le grandi faccende rivoluzionarie non erano trattate alla Comune.
Robespierre, uno in tre persone, era il governo.
La trinità dittatoriale, Robespierre, Couthon, Saint-Just, bastava a se stessa. Tre firme erano sufficienti perché un decreto proposto fosse considerato opera del comitato riunito. Esso apprendeva sovente dai giornali, non senza stupore, di aver voluto questo, di aver deciso quest'altro, e via dicendo.
E tuttavia questa trinità trovava ordinariamente appoggio nella rigidezza di Billaud-Varenne, nella flessibilità di Barère, nel furioso genio mimico di Collot d'Herbois.
Billaud, Collot, i due terroristi entrati il 6 settembre, erano lì per sorvegliare Robespierre, per perderlo, qualora, per la via della clemenza, si fosse avviato alla tirannide.
La trinità governativa, librata su tutto, si muoveva in virtù di due cose che non le erano per nulla amiche, ma la servivano mirabilmente.
Per mezzo di Billaud, volto immutabile del Terrore, estraneo agli interessi di partito, essa diceva: Io sono il governo rivoluzionario.
Per bocca di Lindet, Carnot, Prieur, Jean-Bon Saint-André, diceva: Io sono l'ordine, la previdenza, la vittoria.
Questi grandi e ammirevoli lavoratori avevano reso alla Francia il servizio capitale di detronizzare il caos. Per mezzo di Carnot, Prieur e Lindet era stato smembrato il regno hébertista del ministro della Guerra. Essi lo sostituirono, ripararono i suoi errori; ma, disgraziatamente, non lo piegarono. Si crearono degli uffici a lato, vi si rinchiusero e fecero ciò ch'era necessario fare. Vi fu un capo della Guerra, un capo delle amministrazioni militari (sussistenze, trasporti, vestiario, ecc.), i quali, d'altronde, estranei agli affari politici, non preoccupavano minimamente l'alta trinità dittatoriale. Il loro lavoro di sedici ore il giorno li rendeva infinitamente comodi per i loro colleghi. Essi firmavano, generalmente senza leggere, ciò che veniva inviato loro, sostenendolo con i loro nomi onorati e con la loro ben nota probità, col loro accordo apparente, nello stesso tempo in cui il successo dei loro lavori li copriva di gloria.
Tutto operava a favorire questa dittatura dei tre. La violenza del terrorismo esacerbata da Billaud, Collot, la protezione che il comitato di sicurezza accordava ai piccoli tiranni locali, gettavano le popolazioni nella disperazione e facevano sì che esse guardassero sempre più in alto, verso quella soccorrevole trinità.
Chi reclutava, alimentava i quattordici eserciti della Francia? Le requisizioni (di uomini, cavalli, granaglie, denaro, stoffe, scarpe, ecc. ecc.). Non c'è possibilità di requisizione senza terrore, non v'è terrore senza tirannia. Questa sarebbe stata locale o centrale? La prima, intollerabile, faceva sì che si desiderasse la seconda.
La Francia vinta, sospetta, realista o girondina, faceva appello, contro il terrore locale che la perseguitava dappertutto, al buon tiranno.
La Francia vittoriosa, repubblicana e montagnarda, subiva già l'ascendente del censore universale, del temuto tutore politico.
E tutto ciò veniva riassunto da questa frase giacobina, già citata: "Speriamo in un Dio salvatore".
Questo Dio scendeva di tanto in tanto, interveniva difatti in modo sovente saggio, utile, e tanto più mortale per la libertà. I messi di Robespierre apparivano come quelli di una potenza superiore, e in una posizione dominante nei riguardi di quelli della Convenzione. Couthon, Saint-Just, Robespierre il giovane, altri agenti, anche inferiori, abituavano le popolazioni a collocare la loro speranza di salvezza non più in se stesse, nella Francia o nell'Assemblea nazionale, ma in un solo individuo.
Abbiamo visto la strana operazione, grandiosa e popolare, con la quale Couthn trascinò, assoldò magnificamente un mondo di contadini alverniati per la rovina di Lione; poi, tenendo il fulmine sospeso sulla disgraziata città, improvvisamente fece grazia, arrestò le vendette e non lasciò Lione se non dopo averla convinta che essa era salva se non aveva da temere altri che Couthon e Robespierre.
Lungi dal rispondere al memoriale del vincitore di Lione, di Dubois-Crancé, Couthon, rientrato ai Giacobini, gli parlò non come collega, ma come giudice, lo interrogò, facendogli sentire pienamente la distanza che c'è tra un membro del comitato di salute pubblica e un semplice rappresentante del popolo. Un uomo di Robespierre, Jullien, della Drôme, soffocò bruscamente la cosa. Dubois-Crancé fu ridotto al silenzio.

Robespierre il giovane a Tolone
Robespierre il giovane, che non aveva neanche lontanamente l'importanza di Couthon, si trovò a possedere, lo volesse o no, un'importanza principesca, quasi dinastica, nella sua missione a Tolone. Come Couthon aveva raccolto il successo già pronto di Lione, questo ragazzo arrivò al momento giusto per dividere l'onore della questione tanto popolare del Mezzogiorno. Una fortissima artiglieria era stata avviata da Lione e dalle Alpi, concentrata intorno a Tolone insieme con forze considerevoli, e poiché gli assediati inglesi e spagnoli non avevano potuto far nulla per stabilirsi nel paese, il successo era assicurato. Esso era molto avanzato grazie agli sforzi di Fréron e di Barras.
Robespierre voleva farli richiamare affinché suo fratello potesse comandare solo. Ma essi furono avvertiti a tempo (27 ottobre).
Una deputazione formidabile di quattrocento società popolari del Mezzogiorno dichiarò di voler trattenere Barras e Fréron, che soli erano all' altezza della situazione e non sospetti di moderatismo. Di conseguenza, Robespierre il giovane non andò che in sottordine ai due altri, il che non impedì che essi fossero posti in disparte. Si formò una specie di corte, un focolaio di intrighi e di ambizioni intorno al nuovo arrivato. Un giovane ufficiale di artiglieria, il corso Bonaparte, spirito prodigiosamente irrequieto, si era dato a Barras, a Fréron (vale a dire ai dantonisti). Una volta giunto il giovane Robespierre, diventò robespierrista, e fece giungere al comitato di salute pubblica un piano contro quello del suo generale Dugommier. Vedendo tuttavia che il vento soffiava a sinistra, l'intraprendente giovanotto pensò che il patronato dei due Robespierre non bastasse. La sera stessa del giorno in cui entrò a Tolone, scrisse alla Convenzione una lettera estremamente violenta e firmata col nome di Bruto.
Barras e Fréron, senza preoccuparsi della politica dei due Robespierre e delle loro idee di clemenza interessata, eseguirono la legge alla lettera e fucilarono sin dal principio ottocento uomini presi con le armi alla mano.
La cosa fu ancora più chiara a Strasburgo; Saint-Just vi apparve non come un rappresentante, mia come un re, come un dio. Armato di poteri immensi su due eserciti e cinque dipartimenti, si considerò ancora più grande per effetto della sua alta e orgogliosa natura. Nei suoi scritti, nelle sue parole, nei suoi minimi atti, in tutto, infine, egli rivelava l'eroe, il grand'uomo ricco d'avvenire, ma grande di quella grandezza che non conviene alle repubbliche. L'idea di un glorioso tiranno, quale il Montesquieu ce l' ha data di Silla nel suo famoso Dialogo, sembrava attuarsi perfettamente in questo stupefacente giovanotto, senza che si distinguesse ancora bene ciò che derivava dal fanatismo, dalla tirannia dei principi o da quella del carattere. Un uomo tanto al di sopra degli altri non sarebbe stato tollerato due giorni nella città antica. Atene lo avrebbe incoronato e scacciato dalle sue mura.
Notiamo di passata che il modello originale dello stile ufficiale, impiegato più tardi con tanto successo da abili imitatori, altro non è che quello di Saint-Just.
Questo giovane così violento si mostrò in pari tempo dotato di una consumata abilità. Egli raggiunse precisamente l'ideale del terrore, ottenendo tutti gli effetti necessari senza aver bisogno di versare il sangue.
Ciò dipese dalla profonda e subitanea impressione con cui, sin dal principio, s'impose alle immaginazioni.
L'uomo dominante di Strasburgo era l'ex cappuccino Schneider, versato nelle lettere antiche, possente nella sua lingua tedesca e ardente predicatore, direttore adorato dalle donne. Ancora oggi, in quella città dove si creata contro di lui una leggenda di esecrazionie, alcune donne (ormai vecchie) che egli amò, non si sono consolate.
Schneider, furioso democratico, era tale al modo degli antichi anabattisti, del re sarto di Leida, che, per il numero delle donne, pretendeva lottare con Salomone. Questo frate era insaziabile; si assicura che, non contento di quelle che, spontaneamente, correvano a lui, al suo passaggio, ponesse le donne in requisizione.
Nondimeno, voleva farsi una famiglia e aveva proprio allora sposato una fanciulla per forza, terrorizzandola. Era sera, ed egli rientrava in città rumorosamente con la sua nuova conquista; vettura a quattro cavalli. Era tardi per una piazzaforte; le porte erano chiuse; egli le fa aprire. Saint-Just afferra questo pretesto, quello d'aristocrazia per il suo equipaggio, e lo fa arrestare la notte stessa nel suo letto di sposo. Al mattino, Strasburgo, sorpresa al punto di non credere ai propri occhi, vede il suo tiranno legato al palo della ghigliottina. Rimane per tre ore in quella pietosa condizione, e non ne uscì che per essere inviato a Parigi e alla morte.
Durante l'esposizione, fu visto Saint-Just apparire al balcone sulla piazza e guardare il prigioniero con superba impassibilità. Questa popolazione cattolica, nell'umiliazione del rinnegato, riconobbe la mano di Dio, e coprì di benedizioni l'inviato di Dio e di Robespierre.
Saint-Just, insieme con Schneider, inviava imparzialmente a Parigi gli avversari dello stesso Schneider, gli amministratori della città sospetti di volersi arrendere. D'altra parte, non una goccia di sangue. Soltanto requisizioni per l'esercito del Reno, sotto pena di esposizione alla ghigliottina. Un abile equilibrio tra i due fanatismi che si suddividevano la città. Per piacere all'uno, fece affiggere che le figure del portale della cattedrale sarebbero state distrutte, e per riguardo all'altro, le fece coprire con un assito.
L'azione militare di Saint-Just e del suo compagno Lebas è stata completamente sfigurata. La mania francese di riferire tutto al potere centrale, sia per istinto idolatra, sia per semplificare la storia, ha sviato qui tutti i narratori. Noi ristabiliremo i fatti in base ai documenti trovati negli Archivi della Guerra.
Nello stesso tempo in cui Saint-Just e Lebas, membri degli alti comitati, arrivavano a Strasburgo, all'esercito del Reno (fine di ottobre), due rappresentanti montagnardi, Lacoste e Baudot, prendevano la direzione dell'esercito della Mosella. I due eserciti erano comandati da due soldati: quello del Reno, dal flemmatico e politico Pichegru, la cui estrema obbedienza piaceva a Saint-Just; Lacoste e Baudot avevano ottenuto che il comando della Mosella fosse affidato a Hoche, ex guardia francese, che aveva fatto cose prodigiose a Dunkerque. Era un giovane parigino di ventisei anni, di una capacità straordinaria, di un ardore terribile; in altri tempi aveva scritto a Marat, poi a Carnot, che fu stupito e disse : "Quel sergente andrà lontano".
Baudot e Lacoste, completamente estranei alla guerra, vi si mostrarono ammirevoli. Essi si applicarono a essa non già come rappresentati, ma come intrepidi soldati, duri, sobri, dormendo sulla neve dei Vosgi. Poi, con un saldo buon senso che sfiora il genio, lasciarono da parte l'abitudine terroristica di guidare i generali col bastone e il coltello, facendoli denunciare e accusare tutti i giorni. Ebbero fede nella natura, fede nella repubblica, non credettero che un uomo, chiunque egli fosse, potesse rivaleggiare con la patria. Compresero che non c'era da aspettarsi nessuna vittoria senza unità, e che l'unità militare era quella dell'anima e del corpo, del generale e del soldato. E per generale, presero il più amato e il più amabile, il più ricco di doni del cielo, un uomo che era il fascino della Francia, l'immagine della vittoria.
L'esercito fu entusiasta di lui prima ancora che avesse fatto qualche cosa. Un ufficiale scriveva: " Ho visto il nuovo generale. Ha lo sguardo dell'aquila, fiero e vasto. È forte come il popolo, giovane come la Rivoluzione".
Hoche aveva davanti i prussiani, e Pichegru gli austriaci. Hoche doveva sfondare le linee dei Vosgi, sbloccare Landau, operare la sua congiunzione con Pichegru. L'esercito della Mosella, che aveva più da fare di qualunque altro, era stato sino allora un esercito sacrificato, spesso indebolito a profitto dell'esercito del Nord, e recentemente di quello del Reno, che ne trasse sei battaglioni. Era anche più indebolito dalla sua lunga inerzia e, per essere stato mischiato agli uomini della leva in massa, dall'indisciplina. Hoche comprese le difficoltà. Un simile esercito poteva spiegare un grande slancio, ma non adattarsi a manovre complesse. Era difficile seguire le idee metodiche del comitato. La rapidità era tutto. Hoche soppresse i bagagli, persino le tende, e in pieno dicembre. Disgraziato nei primi attacchi, tornò alla carica con straordinario accanimento. Tutto l'esercito gridava: "Landau o la morte!".
Fu una fortuna per lui in questo momento di essere un soldato venuto dalla gavetta. Nobile, sarebbe stato sospetto, destituito, e sarebbe salito sul patibolo; ma egli ricevette una lettera rassicurante e generosa di Saint-Just e di Lebas. Lacoste e Baudot lo seguivano passo passo, e combattevano con lui, i prussiani cedettero; l'esercito della Mosella sboccò dai Vosgi, scese nella pianura; Landau fu salvata; la congiunzione con Pichegru operata, Fioche si gettò nelle sue braccia: "Che diavolo d'uomo è questo Pichegru?", scriveva. "Le sue guance mi sono sembrate di marmo". E il primo bollettino datato da Landau, fu inviato da Pichegru. Barère parlò della vittoria, senza dire una parola su Hoche.
Che cosa si sarebbe fatto ora? Chi avrebbe dovuto comandare i due eserciti per agire insieme?
Saint-Just non si degnava di comunicare a Baudot e a Lacoste le sue istruzioni segrete. Essi si stancarono di questo silenzio e dell' inazione di Pichegru. Giocarono la propria vita: il 24 dicembre ordinarono a Pichegru di obbedire a Hoche. Tutto andò come il fulmine. Hoche lanciò seimila uomini al di là del Reno alle spalle del nemico. Poi, egli stesso, in cinque giorni di combattimenti terribili, accaniti, spinse il nemico a morte e lo rigettò verso il Reno. Ecco l'Alsazia salvata, lo straniero scacciato, il Reno ripreso, conquistato, conservato (sino al 1815)!
Baudot e Lacoste, giustificati dalla vittoria, scrissero seccamente al comitato sovrano: "Avevamo dimenticato di scrivervi che abbiamo dato il comando in capo al generale Hoche. Se Saint-Just si fosse affratellato con noi, se avessimo avuto conoscenza dei vostri piani, le nostre misure non si sa sarebbero opposte le une alle altre".
Quali erano questi piani ammirevoli che si fa rimprovero a Hoche, Lacoste e Baudot di aver fatto mancare con le loro vittorie? Si sarebbe, così si scrive, accerchiato l'esercito austriaco; è ciò che si voleva che Houchard facesse a Dunkerque con l'esercito inglese. L'idea fissa era sempre quella di
prendere e accerchiare. Sembra che non si sapesse che cosa erano gli eserciti della repubblica. Questi non avevano nulla di comune con gli eserciti imperiali. Molto coraggiosi, erano ancora pochissimo manovrieri; capaci di uno slancio negli attacchi frontali, ma assai meno di quelle operazioni complicate, che è stato facile combinare al tavolino, ma tanto difficile eseguire sul terreno con soldati novizi, emozionati, spontanei, e che, a causa della loro stessa passione, erano infinitamente meno adatti a servire da strumento ai calcoli degli strateghi.
Né bisogna dimenticare che quell'esercito austriaco tanto disprezzato, era saldamente appoggiato sulle popolazioni d'Alsazia; il suo generale, Wurmser, era del luogo e lì aveva tutte le sue radici. L'offensiva brillante in Germania, che Hoche iniziò e che fu arrestata, era certamente cosa più fattibile del tentativo di prendere, come in una rete, un esercito agguerritissimo servendosi del nostro, formato appena ieri: i veterani ungheresi con le nostre giovanissime reclute.
Hoche, arrestato sul più bello dei suoi successi, divenne furioso, scrisse brutalmente che avrebbe spezzato la propria spada e sarebbe andato a vendere formaggio nella bottega di sua zia, la fruttivendola (carte di Rubert Lindet).
Il comitato, indignato, spaventato da questo linguaggio insolito, lo allontanò dai suoi soldati "per un altro comando". Questo comando fu ai Carmelitani, in una scuderia di sei piedi quadrati.
Riconosciamo però che, nonostante questa crudele ingiustizia e tante enormi miserie, in quel momento, questa Francia del '93 era grande: a Tolone Dugommier, il valoroso creolo, che ben presto sferrò con l'esercito di Spagna la più brillante delle offensive; sui Pirenei in nostro vecchio generale Dagobert,audace a ottant'anni, venerato, adorato da tutti, il quale, morto in piena vittoria e povero, fu sepolto con i soldi che diede ogni soldato; e Soubrany, Milhaud,sempre in prima fila con la sciabola in pugno; tutti costoro, incorrotti e feroci rappresentanti della Montagna, attenti soltanto al nemico, ignari degli intrighi e dei moti dell'interno,coprivano la Francia, col loro corpo e l'ampliavano con le loro conquiste .
L'Ovest, dall'ottobre al dicembre, vide cose non meno eroiche; la fratellanza immortale di Klèber e di Marceau, che chiude la Vandea, la loro abnegazione, i loro pericoli. "Combattiamo insieme", dicevano; "insieme saremo ghigliottinati".
Il comitato aveva nominato l'inetto generale Lèchelle, di cui Klèber fa questo elogio: "Non vidi mai un generale così stupido né un così vile soldato". Lèchelle, ammalato, fu sostituito da un altro che non valeva più di lui, Turreau; ma, tra i due, vi fu per fortuna un intervallo durante il quale Klèber, Marceau, Westermann vibrarono finalmente in Vandea lo spaventevole colpo della battaglia del Mans. Ferita a morte, essa venne a spirare a Savenay, che non fu se non una carneficina. Allora arrivò Turreau, il generale del comitato. Marceau fu brutalmente messo in disparte e si parlò più di una volta di far ghigliottinare Klèber.
La vittoria mise i vincitori in un imbarazzo terribile. Che fare di quella popolazione che aveva varcato la Loira, morente di fame, di miseria e per le malattie, raccolta su tutte le strade? La difficoltà era la stessa e anche peggiore che a Lione, dove l'immensa maggioranza delle vittime era sfuggita. Benché i soldati ne salvassero un numero incredibile, migliaia di vandeani erano respinti su Nantes. I decreti erano precisi: tutti coloro che avevano preso la coccarda bianca dovevano essere messi a morte.
L'occasione era bella e grande per l'amico dell'umanità che avesse potuto intervenire. Era tentatrice per il politico che avesse avuto l'abilità e l'audacia di rispondere al bisogno dei cuori.
C'era nella Convenzione un numero notevole di uomini i quali desideravano che a qualunque prezzo quei decreti di morte, emanati in un'altra epoca, quale rappresaglia per le stragi realiste e in un momento di estremo pericolo, ricevessero un'interpretazione più umana. Disgraziatamente, l'iniziativa di questa attenuazione era stata presa a Lione, in ottobre,dall'uomo di Robespierre, il che faceva si che qualsiasi ritorno all'umanità prendesse la spiacevole apparenza di un complotto robespierrista.
Già il 29 novembre, Collot d'Herbois scriveva alla Comune di Parigi: "C'è un grande complotto per domandare l'amnistia".
L'amnistia si presentava come la consacrazione del dittatore.
Questa situazione, questo pericolo della repubblica, contribuirono senz' alcun dubbio alla precipitazione feroce con la quale Carrier, Collot e Frèron, a Nantes, a Lione, a Tolone, misero in esecuzione e sorpassarono i decreti dell'Assemblea. Essi abbreviarono le cose facendo mitragliare e annegare. Collot il 4 dicembre, fa sparare i cannoni contro sessanta uomini presi con le armi alla mano. In pochi giorni, le sue commissioni fecero fucilare, ghigliottinare duecentodieci persone. Egli scrisse a Robespierre, con crudele ironia: "Noi tentiamo di attuare la sublime iscrizione (Lione non è più ) che tu hai proposto". Tolone esisteva ancora e Collot accelerava tanto più le esecuzioni nella speranza di spaventare nello stesso tempo Tolone e Parigi, di sparare sugli inglesi e di sparare sul dittatore".
Un flutto invincibile saliva, tuttavia, come una possente marea, un'emozione generale di pietà e di clemenza. Il 13 dicembre, una folla di donne vennero a piangere alla sbarra della Convenzione, a pregare per i loro mariti, per i loro figli.

Le Vieux Cordelier. Uno tra i robespierristi propone l'amnistia. Desmoulins domanda un comitato di clemenza.

Il 15, la grande voce del tempo, il mobile artista che aveva anticipato, annunciato i grandi moti della Rivoluzione, Desmoulins, lanciò il numero 3 del Vieux Cordelier. Semplice traduzione di Tacito, per rispondere ai detrattori della repubblica, a coloro che avrebbero potuto trovare il '93 un po' duro, egli racconta loro il Terrore di Tiberio e di Domiziano: esso somiglia talmente al nostro, che questa apologia appare (ed è ) una satira.
Gli esagerati, con la loro goffa ferocia, aiutavano a dare ampiezza al moto che li minacciava. Ronsin, il barbaro esecutore dei mitragliamenti di Lione, per rispondere alle accuse, opponendo l'audacia all'audacia, giunge a Parigi, fa affiggere un manifesto orribile. Lo stesso giorno, alla Convenzione, si approfittò di ciò. L'attacco fu iniziato molto abilmente contro gli agenti hébertisti della Guerra che si erano impadroniti di dispacci diretti alla Convenzione, peggio ancora, avevano fermato su una strada un rappresentante, senza nessun riguardo per la sua qualità. Bourdon arrivò a dire che occorreva sopprimere i ministri, il consiglio esecutivo.
Ciò che stupì maggiormente è il fatto che, mentre il comitato di sicurezza cercava di attenuare la cosa, il comitato di salute pubblica, per bocca di Couthon, appoggiò le domande avanzate contro questi agenti hébertisti della polizia militare. Lebon, altro robespierrista, riportò un discorso insolente degli uffici della Guerra contro il comitato di salute pubblica.
L'atteggiamento incoraggiante di Robespierre contro gli esagerati permetteva di andare più in là. Fabre d'Èglantine domanda, strappa l'autorizzazione per l'immediato arresto di Vincent. Altri aggiungono: "Ronsin e Maillard". Decretato. "Aggiungete dunque Héron" grida Bourdon, dell'Oise. "Héron che ha osato prendere il nostro collega Panis per il collo".
A questo nome di Héron, tutto tacque. La questione fu rinviata prudentemente al comitato di sicurezza. Héron era un personaggio. Uomo triplice, serviva e la polizia militare e quella dei comitati; nelle cose gravi, riceveva la parola d'ordine da Robespierre. La violenza di Bourbon aveva oltrepassato il segno aveva colpito più in alto degli hèbertisti.
Nondimeno il moto contro l'esagerazione era così forte, che continuò egualmente. Il 18, alla notizia della terribile disfatta dei vandeani, il robespierista Levasseur (l'uomo che non aveva fatto mai se non proposte violente) si arrischiò a dire: "Ci sarebbe un modo assai semplice di pacificare il paese, sarebbe quello di proclamare un'amnistia per tutti quei vandeani che sono stati semplicemente sviati".
Frattanto, si preparava una macchina ingegnosa. Un fratello del rappresentante Gauthier aveva incoraggiato a Lione quattro patrioti affinché venissero a Parigi per pregare in favore della loro disgraziata città. Gente senza lettere, costoro si rivolsero a un giovane realista che scrisse loro una petizione, molto abile e molto commovente. Questo giovanotto era Fontanes, l'uomo più prudente che sia vissuto ai nostri giorni.
Dobbiamo pensare che egli osasse servirsi della penna in una faccenda tanto pericolosa senza essere ben sicuro che questi uomini erano appoggiati da Couthon (vale a dire da Robespierre)? Non lo crederò mai.
La Convenzione diede un segno non equivoco della sua impressione favorevole per la petizione lionese, prendendo quale presidente Couthon, colui che era accusato di essere stato troppo moderato e troppo umano a Lione.
Lo stesso giorno (20 dicembre) in cui questa petizione fu accolta dall'Assemblea, Robespierre si dichiarò. Di nuovo le mogli dei prigionieri, in una folla immensa, erano venute alla sbarra; tutti erano commossi. Robespierre fu molto abile. Le ricevette malissimo, le rimproverò, le accusò, chiedendo anzi "che evidentemente quella folla era stata sospinta lì dall'aristocrazia". Ma quando ebbe sufficientemente parlato "contro il perfido moderatismo", tra gli applausi della Convenzione, propose precisamente ciò che quelle donne domandavano "che i due comitati nominassero dei commissari per cercare i patrioti che fossero stati arrestati, e che i comitati avrebbero potuto mettere in libertà".
La parola d'ordine fu così lanciata. La cosa votata entusiasticamente, tra applausi sinceri, incredibili. Tuttavia una cosa rimaneva ambigua. I nomi di questi commissari, "per evitare le sollecitazioni", così diceva il decreto, dovevano restare ignoti. Era facile prevedere che questi misteriosi inquisitori di clemenza, tutti giacobini, senz'alcun dubbio, sarebbero stati scelti sotto l'unica influenza del solo uomo che potesse mostrarsi moderato senza suscitare nessun sospetto di moderatismo. Enorme accrescimento per la sua influenza! Solo, egli avrebbe tenuto le chiavi delle prigioni.
Il giorno dopo, 21 dicembre, al mattino, il libraio Desenne aveva alla sua porta la lunga coda dei compratori che si strappavano il quarto numeno del Vieux Cordelier. Lo si pagava di seconda, di terza mano, e il prezzo aumentava sempre, sino a raggiungere quello di un luigi. Lo si leggeva per la strada, e i lettori erano soffocati per la strada, il cuore della Francia si era liberato, e con esso la voce dell'umanità, la cieca, l'impaziente, l'onnipotente pietà, la voce della viscere dell'uomo, che buca le muraglie, rovescia le torri… il grido divino che scuoterà eternamente le anime: "il comitato della clemenza!". Questo foglio, ardente di lacrime, era pieno di incoerenza nella sua candida violenza : "Niente amnistia !", diceva . E, due righe dopo: "Volete che io adori la vostra Costituzione, che cada in ginocchio dinanzi a essa? Aprite le porte ai duecentomila cittadini che chiamate sospetti".
Ma chi sarebbe stato padrone di quel movimento immenso? Lo si sarebbe attribuito a uno solo, ne sarebbe nata una religione, un salvatore, un messia. Quest'uomo avrebbe regnato, suo malgrado. Suo malgrado, sarebbe stato posto vivo sull'altare.
E credete che questo pericolo spaventi molto Desmoulins? Niente affatto. "O mio caro Robespierre, o mio vecchio camerata di collegio!... ricordati che l'amministrazione e la religione nacquero dai benefici, che gli atti di clemenza sono '' la scala di menzogna'', come diceva Tertulliano, grazie ai quali i membri dei comitati di salute pubblica si sono elevati sino al cielo".

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