1.La
crisi Economica e sociale
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1776 - Produzione e prezzi - L'assetto
sociale - Contraddizioni e crisi - Recessione e reazione
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1. 1776
Quando il 12 maggio 1776 Luigi XVI, da pochi
mesi salito al trono di Francia, decise di licenziare Turgot ministro
delle finanze, uno stato di generale soddisfazione si diffuse in seno
alla corte. L'aristocrazia e il parlamento trionfavano sul ministro
che più di ogni altro aveva tentato di porre mano al dissestato e traballante
apparato istituzionale e finanziario dell'antico regime. Le riforme
avviate furono subito liquidate e dei vasti disegni di generale rinnovamento
dello stato che questo ministro aveva proposto non rimase che un incerto
ricordo. L'opinione dei ceti medi non rimpianse Turgot, ma alle menti
più illuminate, ai filosofi e agli economisti che avevano animato il
dibattito politico dell'illuminismo, ai più tenaci assertori del dispotismo
illuminato parve chiaro che la politica delle riforme era ormai sconfitta
per sempre. Il dibattito intellettuale e politico sarebbe ormai languito
per anni mentre la grande stagione dei lumi si avviava al tramonto e
con essa declinava anche la prosperità e la floridezza economica del
regno. La Francia entrava in un grave periodo di recessione. Al XVIII
secolo, epoca di decollo del capitalismo europeo e di grande espansione
economica, la Francia si era affacciata con un apparato istituzionale,
sociale e politico inadeguato. Fin dagli ultimi decenni del Seicento
il sistema assolutistico di Luigi XIV, sorto e affermatesi in un periodo
di stagnazione economica, non aveva mancato di porre seri ostacoli al
riaprirsi della favorevole congiuntura e anzi ne aveva ritardato i positivi
effetti sulla economia francese. Le guerre incessanti, le inestinguibili
esigenze di danaro dello stato, l'espulsione degli attivi ceti borghesi
seguita alla revoca dell'editto di Nantes (1697), avevano mantenuto
entro ristretti orizzonti l'economia del paese. Tuttavia dopo la morte
del Rè Sole (1715) i sintomi della ripresa cominciarono a farsi sentire.
Un vigoroso accrescimento demografico offrì nuove braccia alla terra,
le favorevoli condizioni climatiche permisero di soddisfare l'accresciuta
domanda, la pace interna e internazionale, l'arrivo dell'oro brasiliano
contribuirono a dare stabilità al sistema economico e rinforzarono
le esportazioni. Intorno agli anni '30 il ricordo-delie crisi di sussistenza
che avevano tormentato il regno di Luigi XIV, riducendo in modo pauroso
la vita media, era ormai lontano.
2.
Produzione e prezzi
Per quanto in ritardo rispetto ad altri paesi
europei già attivamente operanti nella dimensione del nascente capitalismo,
la Francia possiede nel Settecento tali risorse da riguadagnare la china.
Vasto e popoloso, da secoli pacificato e dotato di una spiccata omogeneità
culturale, il regno gode di una posizione geografica che favorisce ogni
sorta di colture (vasti pascoli a nord e nelle zone montane, regioni
cerealicole nel nord-est, fasce boschive nell'ovest, terre 'mediterranee
a colture pregiate nel sud). Coperto per due terzi da foreste, il territorio
offre immense riserve all'agricoltura. Sui 19-20 milioni di abitanti
che nel 1700 stanziavano in Francia, 1'85% della popolazione, dispersa
in innumerevoli villaggi, è contadina; sono poche le città che superano
i 50.000 abitanti, Parigi, che ne possiede 300.000 all'inizio del secolo,
è la sola vera metropoli del regno. L'economia francese è quasi nella
sua totalità una economia agricola.
Tecnologicamente arretrato e ancora lontano da quella rivoluzione agricola
che in Olanda e in Inghilterra apre la strada alla rivoluzione industriale,
il contadino francese dispone di una esperienza e di un ambiente naturale
che gli permettono di incrementare il prodotto. Nel Settecento si esperimenta
per la prima volta sul suolo di Francia il mais, il rapporto tra seminativo
e scorte per i cereali si accresce, si accresce il patrimonio zootecnico,
e l'aumento della domanda favorisce gli investimenti spingendo infine
al dissodamento di nuove terre; il prodotto nazionale cresce. Non possediamo
dati globali circa l'effettivo aumento della produzione agricola, ma
il graduale aumento dei prezzi, effetto di un equilibrato giuoco di
domanda e offerta, segna l'indice dell'espansione. Dopo un secolo di
sbandamenti e di incertezze, di repentine cadute e di variazioni cicliche,
la curva dei prezzi dei cereali prende slancio nel XVIII secolo; fecondata
da una accresciuta domanda si innalza e trascina con sé quella dei prezzi
agricoli nel loro insieme, nonché l'indice del volume degli scambi commerciali.
Dopo il 1715 la Francia entra in una favorevole congiuntura di lungo
periodo (1715-1770) che si inserisce nella più lunga lievitazione di
prezzi agricoli della storia economica dell'occidente (1715-1815).
Tra il 1730 e il 1770 i raccolti copiosi si susseguono, appena interrotti
dal riapparire di crisi locali e circoscritte; una favorevole metereologia
contribuisce a rendere splendido e opulento il tramonto dell'antico
regime e l'inattesa prosperità assicura, pur entro i limiti propri alla
gerarchla sociale dell'antico regime, un'articolata ripartizione delle
ricchezze.
Colti di sorpresa dai nuovi tassi di produzione, i proprietari delle
terre non riescono ad adeguarvisi, e i fitti agricoli, come il prelievo
fiscale, lievitano in modo moderato consentendo al coltivatore un margine
utile o per lo meno condizioni accettabili di esistenza. Così il flusso
delle carestie che ha ciclicamente segnato la storia demografica dell'occidente
rallenta e si ferma; l'affittuario trova di che nutrire la sua famiglia
e dispone di un surplus commerciabile; il piccolo proprietario si arricchisce
e la nuova massa di beni entrando in un vasto circuito commerciale si
trasforma in un reale aumento di reddito.
Si arricchisce la campagna e si arricchisce la città. Sia la città parassitaria
di antico regime che vive consumando il prelievo (feudale e fiscale)
sul prodotto agricolo, sia la città borghese e artigiana che trasforma
i prodotti della terra e li commercia gestendo l'anonimo capitale finanziario.
Allora il paesaggio della Francia si trasforma; le strutture urbane
si rafforzano durante tutto il corso del secolo e l'immigrazione urbana
diviene un fenomeno di vasta portata; migliorano le infrastrutture,
l'assetto stradale e portuale. Abbandonata da tempo la vita rurale,
l'aristocrazia abbandona anche Versailles dopo la morte di Luigi XIV
e, conquistata dallo stile di vita borghese, trova modo di ricostruire
il suo habitat nella capitale e nelle città di provincia dove affluisce
circa il 40-50% della produzione agricola. È un processo di mutamento
abbastanza rapido e imponente che incide in modo profondo sul tessuto
sociale dell'antico regime.
3. L'assetto sociale
In presenza di questa radicale trasformazione
delle condizioni materiali di esistenza, la rigida distinzione dell'assetto
sociale in ordini (clero - nobiltà - Terzo stato) si sfibra e mostra
i sintomi della decomposizione.
Nella sua più lontana radice la tripartizione degli ordini riflette
infatti l'assetto dell'arcaica società feudale organizzata in tre distinte
funzioni: pregare, combattere, lavorare. Clero, nobiltà, Terzo stato
non sono tuttavia che traballanti espressioni linguistiche nella Francia
del XVIII secolo. La natura eminentemente agricola dell'economia francese
contrappone due classi: una minoranza di proprietari terrieri e una
numerosa classe contadina. E poiché l'agricoltura francese si basa su
un modo di produzione feudale, essere proprietario (nobile, ecclesiastico
o laico) significa in fondo godere di una somma di diritti esclusivi
e di privilegi intimamente connessi allo status di feudatario. Aristocrazia
privilegiata e popolo contadino sono dunque i poli estremi dell'assetto
sociale di antico regime.
L'aristocrazia, classe in declino, è ancora nel XVIII secolo tutta pervasa
dagli ideali della società feudale: ossequio alla tradizione, fedeltà
verso l'istituto monarchico inteso come indispensabile tutore dell'ordine
sociale e della gerarchia, vivo sentimento dei propri privilegi e distinzioni
di rango, infine un sostanziale disprezzo per i subordinati, una schietta
ripugnanza per i valori della cultura borghese e una totale incuria
per i problemi di vita materiale delle classi subalterne. Facendo leva
sul tessuto istituzionale del paese che ancora si fonda sul modo di
produzione feudale, l'aristocrazia rivendica il totale monopolio della
gestione del potere, comanda e si nutre della certezza di doverlo fare
in virtù di un disegno divino, per sempre. Ma dei circa 400.000 aristocratici
che la Francia conta nel Settecento ben poche sono le famiglie in grado
di vantare un antico casato. L'ondata di annobilitazioni resa necessaria
dal dissesto economico della monarchia assoluta, la vendita indiscriminata
di uffici che danno titolo di nobiltà nei secoli (XV-XVII) hanno sfigurato
la struttura dell'ordine. Accanto all'antica nobiltà feudale si colloca
dunque una nobiltà più recente, vi è una nobiltà di toga e una nobiltà
di spada, una nobiltà di corte, di città, di campagna, una piccola nobiltà,
e questi vari gruppi organizzati in una complessa gerarchla costituiscono
un insieme di ceti, di condizioni sociali, economiche e culturali tra
loro diverse, con comportamenti politici ambigui e a volte opposti
che lacerano e indeboliscono la coscienza di classe dell'ordine, la
quale si manifesta solo in una univoca e determinata volontà di conservazione.
Contro questa incerta e disunita armata si erge compatto il popolo contadino.
Venti milioni e più di analfabeti ai quali solo la ripresa economica
e la favorevole congiuntura assicurano un minimo livello di sussistenza.
Uno stato di costante tensione, che spesso degenera in aperta lotta,
contrappone queste due forze sociali dagli interessi del tutto divergenti.
La storia dell'antico regime e quella del Settecento è tutta punteggiata
da sedizioni popolari, esplosioni di collera e di disperazione incontenibili
che si propagano rapidamente e vengono poi represse con metodo e durezza.
Esse testimoniano la miserevole condizione di braccianti, mezzadri,
piccoli affittuari e piccoli proprietari sui quali grava il maggior
carico di mantenimento dello stato e della classe aristocratica.
La variabile di questa netta contrapposizione di classi è costituita
dai ceti borghesi, maggiori beneficiari del trasferimento della rendita
dalla campagna alla città. L'appaltatore di diritti feudali e di tasse,
il commerciante all'ingrosso e al minuto, l'artigiano, l'esportatore,
l'imprenditore, il finanziere o più semplicemente il libero professionista
o il piccolo impiegato dello stato acquirente di uffici, il magistrato
di grado inferiore costituiscono quel tessuto di condizioni intermedie
cresciuto all'ombra della monarchia assoluta che, da secoli, specula
e trionfa sulla congiuntura. Durante il XVIII secolo le borghesie francesi
crescono numericamente e si arricchiscono. Secondo una stima grossolana
ma indicativa le unità che appartengono alla classe borghese sarebbero
all'inizio del secolo meno di un milione (5% della popolazione circa,),
alla vigilia della rivoluzione giungerebbero a una cifra di 2.200.000
unità (poco meno del 10% della popolazione). Dietro a questo fenomeno
di crescita quantitativa si nasconde il fenomeno di ascesa: mimetizzata
all'interno della società di ordini, la borghesia penetra nell'area
del privilegio e preme su quelle porte di accesso al potere che l'aristocrazia,
già in declino e incapace di mettere a profitto gli effetti della congiuntura,
intende sbarrare. Il cammino che conduce il piccolo proprietario terriero,
uscito a stento dai ranghi del bracciantato, alla nobiltà è da tempo
fissato secondo regole di mobilità sociale che l'assolutismo ha in
certo modo codificato allo scopo di indebolire l'originario nucleo dell'aristocrazia
feudale sempre pronta a contestare il potere e i diritti della casa
regnante. Poiché in Francia si può essere nobili non solo per nascita
ma anche per grazia regia: una breccia nel mondo del privilegio è da
tempo aperta e si allarga con il progressivo affermarsi della autorità
monarchica sull'aristocrazia. Ed è per questa via che i ceti borghesi
riescono a penetrare nel regime del privilegio. Le lettres de noblesse
che si acquistano il più delle volte in danaro sonante, come anche le
cariche pubbliche che implicano (specie nell'ambito della magistratura)
un titolo di nobiltà trasmissibile, sono divenute sempre più numerose
(a partire dal XVI secolo) a mano a mano che la monarchia assoluta,
nel tentativo di umiliare l'aristocrazia feudale, ha stretto alleanza
con i ceti borghesi. Arricchire in campagna per risiedere in città,
farsi una fortuna con il commercio o con le libere professioni per acquistare
un titolo o un impiego che dia titolo, è divenuto così il sogno dominante
delle borghesie dell'antico regime, multiforme strato sociale in costante
fermento e dominato da una sorta di « evasione aristocratica ». Questa
tendenza alla fuga dalla propria condizione sociale induce per secoli
una crisi di identità nei ceti borghesi, che male tollerano la loro
posizione intermedia, costituisce una sorta di elemento disgregante
dell'unità di classe, e li disperde politicamente. Così i borghesi tutelano
i loro interessi ora alleati alla monarchia e al popolo contro l'aristocrazia
feudale, ora a fianco dei signori nelle campagne, pronti a reprimere
le ondate di ribellione popolare per poi fomentarne di nuove contro
l'autorità accentrata della monarchia, e queste necessità tattiche ostacolano
il formarsi di una precisa ideologia borghese.
Ma nel XVIII secolo si assiste al graduale formarsi di una coscienza
politica univoca e ben determinata dei vari ceti borghesi. Ancora incerta
e divisa sul piano dell'azione politica, questa vasta fascia sociale
trova una forte unità sul terreno ideologico. Sulla scorta dei tangibili
sintomi di benessere materiale, si afferma e si diffonde l'idea di
un immutabile « progresso » che governa le vicende umane e sociali.
L'apparire delle macchine, la necessità di un più spinto sfruttamento
del lavoro umano, l'esigenza di una più equilibrata gestione finanziaria
dello stato, elementi che stanno alla base del moderno capitalismo,
inducono l'avanguardia della classe borghese, l'intellettuale-filosofo
del XVIII secolo, a rivendicare vaste trasformazioni nel dissestato
organismo della monarchia assoluta. Tra il 1715 e il 1770 un generoso
dibattito illumina la cultura francese: la storia delle istituzioni
e l'economia, nuovi sistemi di organizzazione sociale, i limiti del
sistema feudale sono al centro delle preoccupazioni intellettuali dei
filosofi. In questi anni insomma la Francia scopre se stessa, si osserva
e si studia, e la cultura borghese vaglia a uno a uno tutti gli elementi
che compongono l'assetto economico, sociale e politico dell'antico
regime, tenta di spiegarli, di comprenderne le origini lontane, ma spesso
li pone sotto accusa e li condanna.
4.
Contraddizioni e crisi
E vi sono ovvii motivi ad alimentare e tenere
vivo questo dibattito. Il mutarsi della situazione economica e il decom-porsi
delle strutture sociali urtano contro l'apparato istituzionale del
regno, visibile intelaiatura dei comportamenti politici. Al trasformarsi
delle realtà economiche e sociali si contrappone infatti, nella Francia
del Settecento, la stabilità quasi assoluta dell'assetto istituzionale.
Quest'ultimo, che fissa in modo rigoroso le regole di comportamento
del paese, è — lo vedremo oltre nei particolari — il risultato di una
greve sedimentazione storica difficile da scalfire e trasformare e che
comunque alla pressione del nuovo progresso offre una sorta di fronte
compatto, un'accanita resistenza che spinge inevitabilmente verso la
recessione.
Innanzitutto il modo di produzione agricolo è, nella sua struttura,
ancora feudale nel senso che i lavoratori hanno sulla terra diritti
di uso e di occupazione mentre la proprietà appartiene a una ristretta
gerarchia di signori che hanno sul prodotto diritti di prelievo fissati
dalla legge e dalla consuetudine. Il 50% dell'intero territorio è proprietà
di poco più del 10% della popolazione (approssimativamente così diviso:
25% nobiltà, 10% clero, 15% borghesia) che asporta per intero o quasi
il prodotto (la rendita feudale, che si compone di una serie di diritti
mutevoli da regione a regione sia nella natura che nel peso, sfiora
quasi ovunque il 30-40%), senza quindi permettere un'accumulazione di
capitale nelle mani dei ceti popolari. L'apparato dello stato, gonfio
e contorto, aggrava attraverso un brutale prelievo fiscale (15-20% della
produzione) la spoliazione della campagna e colpisce duramente quella
numerosa fascia di piccoli proprietari (2-3.000.000 di capi famiglia)
che costituiscono l'humus dei ceti borghesi che assai di rado riescono
a fronteggiare la concorrenza del prodotto aristocratico del tutto esente
da imposte. Su questa robusta classe, che per certi aspetti costituisce
il nerbo della nazione contadina, si accanisce poi l'assetto amministrativo
del paese che con il suo cumulo di dazi e dogane ostacola la circolazione
delle merci e impedisce il formarsi di un vero mercato nazionale. Anche
nel mondo urbano le contraddizioni dell'antico regime sono evidenti:
il peso di un'agricoltura frenata, un sistema di spoliazione globale
della campagna imprigionano infatti la città in se stessa e riducono
considerevolmente il mercato del consumo, ostacolando di conseguenza
commercio e industria. A un mercato di consumo ridotto si deve poi
aggiungere la sostanziale immobilità del mercato del lavoro; il sistema
medievale delle corporazioni grava ancora sulla produzione artigiana
del XVIII secolo. Infine l'economia pressoché autarchica del villaggio
contadino e la concentrazione delle ricchezze nelle mani di un ristretto
numero di notabili riducono buona parte della produzione di manufatti
all'industria del lusso che di per sé limita l'espansione industriale.
I nuovi tassi di incremento demografico offrivano certo nuove braccia
alla città, ma la loro utilizzazione era quanto mai problematica.
Occorrevano dunque riforme per salvaguardare e sfruttare la favorevole
congiuntura, e riforme erano state invocate e a più riprese tentate.
Ma il feudalesimo non sarebbe morto senza difendersi. A ogni modo di
produzione corrispondono non solo un sistema di rapporti sociali di
produzione, ma anche un sistema di diritto, di istituzioni; e un sistema
sociale in declino si serve appunto di questo diritto e di queste istitu2Ìoni
per opporre tutta la sua forza alle innovazioni che ne minacciano l'esistenza.
L'aristocrazia è ancora classe dominante nella Francia del XVIII secolo;
dispone di un potere immenso e di un prestigio che solo a stento la
nascente ideologia dei ceti borghesi è riuscita a scalfire. Utilizzando
a fondo l'apparato istituzionale che gli è proprio, il mondo del privilegio
è riuscito a sbarrare sistematicamente la strada ai tentativi di trasformazione
che la borghesia vorrebbe imporre; e quando nella seconda metà degli
anni '70 si apre una crisi di congiuntura, l'aristocrazia, e con essa
il vecchio regime, coglie la sua ultima occasione di sopravvivenza.
È una battaglia perduta, lenta, di esaurimento, e con essa coincide
la crisi dell'antico regime.
5. Recessione e reazione
Sia per effetto delle mancate riforme, sia
per un fatto di struttura insito nel dualismo proprio della società
di antico regime, sia infine in virtù di eventi eccezionali che superano
la possibilità della conoscenza storica, l'euforia di una società in
crescita economica e demografica, la fiammata di prosperità che investe
la Francia della prima metà del Settecento sembrano esaurirsi rapidamente
dopo il 1770. La data esatta della regressione è impossibile da precisare
poiché il fenomeno non si manifesta ovunque nello stesso momento, ne
ovunque si produce con la stessa intensità. Dopo il 1776 l'inversione
di tendenza è però già un fatto compiuto. Ovunque i prezzi sono in
discesa; cadono i prezzi del vino, perdono di slancio quelli del grano
e dei cereali, una crisi foraggera si manifesta nel 1780 e culmina nel
1785 decimando il patrimonio zootecnico del paese, e l'economia francese
entra in una crisi interciclica di recessione (cioè una crisi che si
manifesta all'interno di una congiuntura di più lungo periodo di ascesa)
che vedrà la sua fine solo nel 1791. Il regno di Luigi XVI novera un
triste succedersi di ogni sorta di calamità agricole; raccolti insufficienti,
cattive vendemmie, epizoozie e siccità prolungate che ledono il cuore
dell'organismo economico e la produzione agricola e si ripercuotono
su tutta la società aggravandone le tensioni, il malessere, il malcontento.
Questa crisi interciclica, che non cessa di trovare conferma negli studi
specializzati del periodo, è l'elemento di fondo della storia francese
nel ventennio pre-rivoluzionario; su di essa va misurato il malessere
sociale poiché, esasperando i contrasti, essa coinvolge e si ripercuote
su tutto l'apparato istituzionale e fa del mutamento un imperativo collettivo.
Meno dura di tante crisi del passato e dei lunghi periodi di stagnazione
che la storia di Francia ha conosciuto, ma sopraggiunta a spezzare una
fase di rigoglio e di decollo economico, fu ancor più crudelmente sentita
ed ebbe effetti disastrosi sul sistema politico.
Le masse popolari arretrarono rispetto alle posizioni faticosamente
conquistate e furono di nuovo ricacciate in un'area ''di incerta sussistenza.
I venti favorevoli alla borghesia cadono, negli anni '70, con i primi
sintomi di questa crisi. Il prezzo dell'affitto agricolo cresce sproporzionatamente
nel ventennio pre-rivoluzionario, mentre il prodotto diminuisce e l'affittuario,
piccolo o grande, diviene perdente; triplicano le imposte dirette alle
quali è difficile sottrarsi; l'incetta di cnpitali a bassa rendita che
la monarchia compie per salvarsi dalla bancarotta rinsecchisce il credito
e impoverisce vasti ceti di rentiers; la guerra d'America (1774-1782)
rallenta il commercio internazionale; i tentativi di riduzione della
spesa pubblica rischiano di bloccare i meccanismi della mobilità sociale
chiudendo ai borghesi le porte di accesso alla burocrazia che da tempo
offre una concreta possibilità di ascesa.
Per contro l'aristocrazia coglie l'occasione per prendere la iniziativa
sulle borghesie che si sono rafforzate nella prima metà del secolo;
essa vuole una rivincita economica e spreme fino al midollo il suo
potere feudale scatenando quella che, in presenza della crisi, diviene
una brutale « reazione signorile ». Il tentativo di accrescere i redditi
si traduce nel vertiginoso aumento dei fitti agricoli, nel severo controllo
del prelievo feudale che non ammette più la minima eva-sione, e, all'occasione,
nel ripristino di diritti e privilegi caduti in desuetudine o mai chiaramente
accertati. Così la foresta viene strappata all'uso della comunità rurale
e il prezzo del legno, tanto necessario all'economia domestica dell'antico
regime, decuplica in pochi anni; i pascoli un tempo aperti sono ora
utilizzabili dietro contropartita: il che contribuisce a elevare il
prezzo della carne; i beni comunali vengono poi assorbiti e assimilati
alle signorie e anche i più rutili privilegi vengono dati in appalto
a un fermier che saprà farli fruttare; la speculazione del signore
sulla elementare trasformazione del prodotto agricolo, come la riduzione
del grano in farina per mezzo del mulino signorile, diviene vessatoria,
e la concorrenza del prodotto aristocratico, esente dalle imposizioni
fiscali, risulta intollerabile per il contadino. La fuga da Versailles
e il parziale ritorno sulle terre per sorvegliare l'andamento della
rendita esigono inoltre il ripristino di molte corvées come
quella di « abbellimento sontuario dei castelli » che è resa ancor più
gravosa dal desiderio degli aristocratici di partecipare alle novità
artistiche del secolo. Non meno dura è la pressione dell'aristocrazia
al di fuori del mondo rurale. Nelle città, dove i privilegiati (soprattutto
il clero) sono proprietari di vasti blocchi di immobili e si dedicano
attivamente alla speculazione, sia gli affitti che il prezzo delle case
raddoppiano nella seconda metà del secolo. Nel mondo degli offices
e nell'apparato dello stato, seppure fallisce il tentativo di una completa
restaurazione aristocratica, la nobiltà resiste sulle sue posizioni
e riesce a frantumare ogni tentativo di evoluzione in senso liberale
del sistema monarchico ostacolando tenacemente la ascesa delle borghesie.
La storia politica della crisi dell'antico regime nasce appunto da questa
resistenza aristocratica che costituisce il nucleo essenziale dell'opposizione
al governo e alla monarchia e cristallizza l'evoluzione del sistema
degradando le istituzioni fino a distruggerle. Cerchiamo di esaminarla
nei particolari penetrando più a fondo nel tessuto istituzionale della
Francia, di narrare le vicende politiche nel ventennio pre-rivo-luzionario.