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Opposizione parlamentare e lotta politica
- La monarchia assoluta e lo stato - Deficit e debito pubblico
- Gli ultimi ministri
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1. Opposizione parlamentare e lotta politica
Nell'ultimo secolo dell'antico regime la vita
politica della Francia è dominata da due organismi che costituiscono
il tessuto istituzionale del regno: la monarchia assoluta con il suo
governo, i suoi ministri e un vasto apparato di funzionar! delegati,
alla quale compete tutto il potere legislativo ed esecutivo, e i parlamenti,
tribunali superiori dotati di una certa autonomia cui competono il potere
giudiziario e la tutela dei valori morali del regime. L'assenza di una
costituzione scritta, il fenomeno di espansione delle istituzioni, la
sedimentazione storica e le alterne vicende della lotta politica avevano
tuttavia confuso a tal punto le competenze di questi organismi, l'evoluzione
dell'assetto sociale ne aveva così corroso l'individualità e trasformata
la struttura da opporre parlamenti e monarchia e renderli diretta pressione
di quella tensione sociale che attraverso molte incertezze e ambiguità
andava da tempo crescendo e maturava nel ventennio pre-rivoluzionario.
NATURA E COMPETENZA DEL PARLAMENTO. Tribunali istituiti per rendere
giustizia in nome del re, i parlamenti e primo fra tutti il parlamento
di Parigi, nucleo e centro della opposizione al governo, altro non erano
alla loro origine (secoli XIV-XV) che organi della monarchia cui spettava
di registrare e dare esecuzione ai decreti dell'autorità sovrana, ma
col tempo essi avevano conquistato il diritto, o per lo meno imposto
la consuetudine, di giudicarli nel merito, suggerirvi modifiche e impugnarne
la legittimità respingendoli (droit de remontrance). A tanto
potere e autonomia, una vera e propria « sovranità » secondo l'ideologia
parlamentare, si era giunti nel corso dei secoli in forza della trasformazione
dello stato feudale in monarchia assoluta. Proprio per condurre la sua
lotta contro i signori feudali, la monarchia fin dal XIII secolo aveva
costruito un apparato burocratico centralizzato di amministrazione
della giusitizia e ne aveva aperto le porte agli uomini del Terzo italo.
E siccome l'eminente funzione della magistratura dava titolo di nobiltà,
accanto all'aristocrazia di nascita era sorta una nuova aristocrazia
di toga che a poco a poco si era insinuata e definitivamente radicata
nel regime del privilegio. Poi, bisognosa di danaro e costretta a ricorrere
alla vendita di cariche e uffici per impinguare le casse dello stato,
la corona aveva progressivamente allargato l'area di questo nuovo strato
sociale complicandone la struttura e accrescendo le competenze dell'istituzione
fino a perderne il controllo. La confusione tra servizio pubblico e
proprietà privata, cui da luogo la venalità degli uffici, aveva infine
trasformato la nobiltà di toga in una sorta di corporazione dominata
dallo spirito di casta e alla ricerca di poteri sempre più vasti, di
una assoluta autonomia, di un attivo ruolo politico. Con la venalità
dell'ufficio i magistrati, creditori di uno stato che non avrebbe mai
potuto risarcirli, avevano ottenuto l'inamovibilità, poi pagando esclusivo
di cooptazione nella compagnie che li aveva allontanati gradualmente
dalla loro condizione di origine confondendoli sempre più nei ranghi
dell'aristocrazia. Nei secoli XVII e XVIII l'autorità dei circa 2000
magistrati che affollano i parlamenti è immensa. Polizia, legislazione,
finanze, assistenza pubblica, istruzione, organizzazione della reggenza,
cassazione di testamenti regi, disciplina ecclesiastica, problemi religiosi,
interpretazione degli statuti, giustizia civile e penale in ultimo
appello, costituzione del regno: non vi è materia che sfugga alla competenza
reale o presunta delle corti sovrane che avocano, intervengono, aprono
inchieste e su tutto giudicano o almeno sputan sentenze. Ne consegue
un prestigio per il magistrato che lo pone al centro della scena sociale
e attrae tanto la nobiltà quanto la borghesia che nella professione
della magistratura intravede il più efficace strumento di ascesa. Ma
nel XVIII secolo i 12 parlamenti di Francia chiudono sistematicamente
le porte al Terzo stato. Il fenomeno, già in corso sul finire del XVII
secolo, è nel 1770 un fatto compiuto, e ormai per ambire a una carica
occorrono quasi ovunque le prove dei 4/4 di nobiltà. L'aristocrazia
di toga si confonde così definitivamente con la nobiltà di corte e di
spada e ne segue i destini condividendone la lotta politica e il tentativo
di operare una restaurazione feudale. Con metodo e tono diverso però.
ideologia parlamentare. Più
matura e meditata, più articolata e complessa di quella aristocratica,
l'ideologia parlamentare si eleva di molto al di sopra del semplice
e brutale sentimento di classe che aleggia sulla corte e in seno alla
retriva nobiltà di campagna, ricerca alleanze, costruisce un vasto apparato
dottrinario fatto di mediazioni e temporeg giamenti, sviluppa una tattica
precisa e un modello di comportamento politico.
Giuristi sottili e ostinati, educati all'arte del cavillo e della severa
eloquenza, gelosi del loro prestigio e abili nello sfruttare tutto
il potere che la posizione di giudice può dare in una società in cui
il diritto non è codificato, i parlamentari posti a mezza strada tra
il popolo e il monarca si assumono il ruolo di rappresentanti della
nazione presso il trono a mano a mano che il potere e la popolarità
degli Stati generali declinano e la loro indefinita proroga lascia la
nazione lenza garanzie e il potere senza freno. E nel XVIII secolo fi
assiste all'ingigantirsi, nello spirito parlamentare, di una profonda
vocazione politica che trova le sue basi in una dui trina capace di
assicurare al parlamento un ruolo di (rbitro nella vita del paese. La
Francia, secondo l'ideologia purliimentare, ha un governo monarchico
temperato da un nucleo di « leggi fondamentali » che fissano in modo
inde-ronnbile i limiti del potere regio e ne dettano la pratica di ((«verno.
Consuetudinarie e mai assoggettate a una formale codificazione, queste
leggi sono il risultato di un patto tra un/ione e monarca stipulato
nelle assemblee nazionali, gli Stilli generali, alle quali solo compete
di decidere circa il mutamento costituzionale del regno. In loro assenza
le lois fondnmentales sono affidate al parlamento, organo essenziale
del sistema politico, che ha il compito di controllarne la Applicazione
o denunciarne la violazione. Così i magistrati divengono l'« autorità
tutelare » della nazione, i rappresen-liinti del popolo, i garanti della
pace e del bene dei sudditi contro le intraprese del potere che, sviato
da cattivi amministratori o degenerato rispetto alla sua primitiva
funzione, può divenire arbitrario o dispotico. In questo caso la magistratura
ha il dovere di opporsi al potere e il conseguente diritto di respingere
l'applicazione o sospendere l'esecuzione di ogni legge, decreto o ordinanza,
anche a firma regia, emanati dal governo. Che cosa poi in concreto
siano queste leggi fondamentali l'ideologia parlamentare non si è curata
di definirlo, ma l'idea che della nazione si fanno i magistrati non
lascia dubbi circa la natura della loro vocazione politica. Nazione
è un insieme di corpi e di ordini organizzati gerarchicamente, a ciascuno
dei quali compete una porzione di potere crescente e decrescente a
seconda della posizione occupata nella gerarchla sociale; privilegi
e dignità personali o di gruppi sociali sono dunque parte essenziale
della nazione e devono riflettersi nel sistema politico. Si tratta insomma
della società pluralistica di ordini dell'antico regime che i parlamentari
ritengono principiare appunto dall'antica struttura degli Stati generali.
Ma ciò che più conta nel valutare il peso e la posizione del parlamento
alla fine dell'antico regime è por mente al fatto che l'idea di dispotismo
appena abbozzata dall'aristocrazia trova in questo strato sociale una
sua precisa dimensione giuridica e politica e che il parlamento costituisce
in fondo una sorta di opposizione costituzionale, pubblica e ufficiale,
legalizzata dalla natura stessa della istituzione e ormai codificata
in una precisa procedura.
L'opposizione fino al 1774.
Infatti, non meno dell'ideologia, anche l'azione politica, la tattica
di opposizione del parlamento hanno raggiunto piena maturità nell'ultimo
secolo dell'antico regime. In sintesi, e dimenticando le infinite sfumature
giuridico-procedurali che può recare in sé, l'azione del parlamento
si sviluppa nel modo seguente: il decreto che gli vien sottoposto per
la registrazione è ritenuto contrario alle leggi fondamentali, ai diritti
della provincia o di una certa comunità, ai privilegi o allo status
di una certa persona? il parlamento deciderà di impugnarlo chiedendone
la modificazione o l'annullamento. Il sovrano, se non intende ritirarlo,
potrà seguire la via della immediata repressione o semplicemente riproporlo
ordinandone la registrazione. Un nuovo rifiuto da parte della corte
porrà in atto il meccanismo repressivo della monarchia assoluta che
può giovarsi di due strumenti: il Letto di giustizia o lo scioglimento,
o entrambi. Nel Letto di giustizia la monarchia dispiegava tutta la
sua forza: chiamati al cospetto del monarca, che con la sua presenza
annulla il potere del parlamento (revocando quella che, secondo la dottrina
dello assolutismo, altro non è che una volontaria delega di potere),
dei principi del sangue e dei Pari di Francia, delle più alte autorità
dello stato, sorvegliati dalla guardia del rè, impediti di parlare ad
alta voce, i magistrati subivano l'umiliazione di vedersi costretti
alla registrazione. A volte, in caci più gravi e specie per i lontani
parlamenti di provincia, la procedura repressiva era più spiccia e brutale.
Munito di mandati sovrani, il governatore, militare prelevava i magistrati
e li inviava in esilio nelle loro terre o in qualche sperduto villaggio.
Ma, trascinati nella loita, i parlamenti avevano pur sempre armi estreme
per rispondere al potere regio: gridando al dispotismo, alla costituzione
violata, potevano richiedere la solidarietà di tutta la magistratura
e scatenare uno sciopero giudiziario in tutto il regno tale da paralizzare
la vita del paese; investendosi del loro ruolo di rappresentanti della
nazione e dispiegando un'abile propaganda potevano infine sollevare
la popolazione, creare disordini e violente rivolte. La nobiltà parlamentare
disponeva infatti, grazie alla sua elastica dottrina dagli accenti popolari
e a volte quasi democratici, di una vasta rete di solidarietà a cominciare
dalla sua clientela diretta: la borghesia forense, saldamente legata
alla magistratura e a questa moralmente sottomessa. Nei momenti di
tempesta l'ordine degli avvocati forniva le truppe di prima linea al
parlamento e allora i 5000 avvocati del regno potevano trascinare nella
lotta migliala di procuratori, notai praticanti, organizzare la resistenza
di tutte le magistrature inferiori, di piccoli ufficiali e buoni borghesi
che al conflitto davano proporzioni preoccupanti. Facendo leva sui residui
dello spirito regionalista, richiamando in vita il ricordo delle antiche
autonomie provinciali e cittadine solo a stento soffocate dall'assolutismo,
il parlamento poteva scuotere le città e risvegliare intere province
alla vita politica. Allora con la corruzione, l'intimidazione e promesse
di perdono, trattative sotterranee e concessioni reciproche tra governo
e parlamentari, a poco a poco ritornava la calma.
Solo Luigi XIV aveva trionfato su questa turbolenta noblesse de robe
e sull'istituto parlamentare, vera spina nel fianco dell'assolutismo.
Le corti « sovrane » erano state declassate a semplici corti « superiori
» nel 1684 e nel 1687 avevano perso il diritto di rimostranza. Per il
resto del regno l'opposizione parlamentare era morta. Ma nel 1715 la
politica e il vento di fronda avevano di nuovo fatto irruzione nei
tribunali portandovi tutte le loro passioni, gli intrighi, l'eccitazione
del dibattito. L'alleanza tra aristocrazia di corte e noblesse de
robe era stata naturale e immediata; mentre i parlamenti riacquistavano
il diritto di rimostranza, a Parigi i magistrati cassavano il testamento
del defunto monarca e decretavano la legittimità della reggenza riaffermando
il loro essenziale ruolo politico. Poi era ricominciata la lotta che
avrebbe seguito nel corso del secolo due principali direttive: la costante
censura della gestione finanziaria del regno e quindi la ostinata opposizione
a ogni tentativo di accrescere la pressione fiscale, e la riaffermazione
dell'universalità delle competenze del parlamento e quindi l'opposizione
a ogni riforma istituzionale. Nel 1715 sui problemi finanziari era subito
cominciata l'opposizione alla reggenza che si doveva trascinare per
qualche anno. Nel 1725 nuova opposizione a riforme fiscali che coinvolge
molti parlamenti del regno. Poi negli anni '30 fu sui problemi della
religione che la magistratura diede battaglia. La guerra di successione
austriaca aveva per qualche tempo annullato l'opposizione, ma nel 1750
l'azione parlamentare aveva ripreso a ostacolare il governo e col tempo
assunse una tale violenza da indurre il monarca, per evitare la paralisi
del sistema, a estreme decisioni. Il parlamento di Parigi fu disciolto
e una riforma generale della magistratura fu varata per abolire definitivamente
l'opposizione parlamentare. Ma le corti sovrane erano troppo intimamente
connesse al tessuto istituzionale della monarchia di antico regime e
l'assolutismo ormai troppo debole per trasformare se stesso. Luigi XVI,
richiamando in vita i parlamenti, nel 1774 ripristinava l'opposizione.
2. La monarchicia assoluta e lo stato
All'origine di questa accanita opposizione
vi è un fatto essenziale: la monarchia del XVIII secolo non corrisponde
in nulla all'idea che di essa si fanno gli ordini privilegiati. Essa
segue ormai, per forza di inerzia, una linea di sviluppo tracciata da
secoli e giunta a una sorta di apice con l'assolutismo di Luigi XIV.
La lenta evoluzione della monarchia francese può essere rappresentata
schematicamente in tré tappe fondamentali che segnano gli otto secoli
della sua storia. Dapprima la monarchia feudale indiretta in cui il
potere monarchico si manifesta solo indirettamente sull'insieme della
nazione essendo il rè nient'altro che il primo tra i nobili, il più
ricco e più potente, ma sempre situato all'intemo del rango signorile.
Poi la monarchia temperata caratterizzata dal primato della regalità
sulla nobiltà feudale, in cui il potere regio si appoggia su molteplici
strutture sociali e istituzionali facendo opera di mediazione fra i
conflitti degli ordini. Infine la monarchia assoluta divenuta indipendente
non solo nei confronti della nobiltà ma anche nei confronti del Terzo
stato, una monarchia che sovrasta l'intera nazione e governa tramite
un corpo di funzionari.
NATURA E IDEOLOGIA DELL'ASSOLUTISMO. Fin dal XVII secolo si assiste
al trionfo della monarchia assoluta. Lo stato prevale sulla nazione,
quasi l'assorbe, e si assume tutte 'e incombenze della vita pubblica.
L'assolutismo però, in guanto sistema politico, non è mai stato oggetto,
nella sua pratica, di una semplice codificazione o di una interpretazione
univoca. Nella prima metà del Seicento, ad esempio, due cardinali ministri
hanno fatto prevalere, per un certo tempo, una forma di governo in cui
il primo ministro, ricevendo una delega revocabile d'autorità, governa
all'ombra dell'autorità regia; dopo il 1661, Luigi XIV impone invece
una formula del tutto diversa in base alla quale il potere regio, raccolto
nella persona fisica del monarca, riposa sui ministri e sui consiglieri
ma senza accettare la preminenza di nessuno dei corpi subordinati dello
stato. Solo la volontà del monarca decide nelle scelte politiche e nella
pratica di governo, e questa volontà finirà per affermare che « in Francia
la nazione non è nulla al di fuori della persona fisica del monarca
». Il paese e lo stato si piegano dunque di fronte alla regalità, si
volgono al suo esclusivo servizio e con essa si identificano in virtù
di una visione del mondo che vuole la vita sociale essere un ordinato
meccanismo gerarchico frutto di un supremo disegno celeste.
Una simile concezione che riconosce al monarca un sacro mandato divino
segnava il punto estremo di una crisi sociale alla quale già si era
giunti nella prima metà del Seicento quando l'aristocrazia feudale in
declino, ma ancor troppo forte per essere distrutta, e i ceti borghesi
in ascesa, ma resi deboli da una sfavorevole congiuntura, si erano impegnati
in un drammatico conflitto dagli incerti obiettivi politici che aveva
rischiato di affondare lo stato e il paese negli orrori della guerra
civile. Allora, nell'angoscia della lotta, gli spiriti si erano volti
a una istituzione che garantisse la pace sociale, e la monarchia aveva
costituito ancora una volta la più sicura mediazione tra le accese fazioni
e i sotterranei odi di classe. arto sulle rovine del mondo feudale e
del declino della aristocrazia, lo stato di Luigi XVI doveva tuttavia
rappresentare proprio la sublimazione del sentimento aristocratico;
la manifestazione più chiara e più elevata dell'aggressività, della
volontà di comando intollerante di ogni controllo e di ogni contraddizione
del primo tra i nobili del regno su un popolo di sudditi. « Reputazione,
gloria, grandezza, dignità », e tutto quanto ancora si può raccogliere
nel concetto intraducibile di éclat, erano infatti i sentimenti
personali, tratti dall'ideologia aristocratica, di cui il monarca,
incapace di sfuggire al suo proprio modello di autocrate, si era posto
al servizio. Il « mestiere di rè », come appunto lo precisava Luigi
XIV nelle sue « Memorie al Delfino », consisteva nella consapevolezza
dell'onnipotenza regia, missione divina del comando sulla terra, nella
possibilità di conoscere le cose segrete e in una assoluta potestà di
influire sulle vicende umane, in cui ne l'economia del paese, ne tanto
meno la vita materiale dei sudditi costituivano materia di governo.
Distruggendo i poteri feudali e le autonomie locali, cristallizzando
le libertà municipali, questa volontà, repressiva più che produttiva,
aveva finito col far prevalere sull'antica suddivisione in ordini la
massa indifferenziata dei sudditi e il tentativo di organizzarla aveva
dato luogo a una prima immagine del totalitarismo inteso appunto come
organizzazione delle masse in relazione diretta alla persona investita
del potere. « Solo nella mia persona risiede il poetre sovrano, — afferma
a metà del secolo Luigi XV — a me solo appartiene il potere legislativo
senza menomazione alcuna ne divisione; tutto l'ordine pubblico emana
da me, e i diritti e gli interessi della nazione, di cui si osa fare
un corpo separato dal monarca, sono per natura uniti nelle mie mani,
riposano nella mia persona, ne io devo conto ad alcuno ». Era questa
l'ideologia dell'assolutismo affermatasi nel XVII secolo e alla quale
ancora si ispirava Luigi XVI quando nel 1789 dichiarava agli Stati generali
di essere « l'unico e il solo rappresentante legale della nazione ».
E tuttavia, frutto di circostanze eccezionali, favorito dalla nevrosi
della dissoluzione che dominava la società del Seicento, dallo stato
di guerra, da un assetto economico precario, l'assolutismo del Rè Sole
non trovava più nel XVIII secolo le condizioni per la sua esistenza.
Inoltre, sotto i suoi successori, molto meno appassionati al potere,
meno dediti alle fatiche del governo e dell'etichetta, meno certi forse
della loro missione, l'assolutismo doveva rivelare tutte le sue debolezze
e i suoi limiti. Fin dal 1715, lu scomparsa fisica del Rè Sole e la
minorità di Luigi XV, nonché nuove condizioni economiche rendono impossibile
nei fatti una guida univoca della cosa pubblica e l'assolutismo resta
un vissuto psicologico più che una realtà; le maglie del sistema si
mostrano larghe, la corte ribelle, i parlamenti incontrollabili, la
scalata al potere possibile; funzionali e ministri riacquistano, al
riparo dell'incerta volontà dei sovrani, una sorta di autonomia; la
lotta e l'intrigo politico si generalizzano e si trasmettono a tutte
le elites. Nel linguaggio come nell'ideologia della risorta opposizione
aristocratica e parlamentare questa formula monocefala di governo, che
ha però perso il controllo del suo stesso corpo, assume una precisa
fisionomia politica: l'assolutismo diviene « dispotismo », violazione
del patto originario tra monarca e nazione, arbitraria prevaricazione
degli istituti costituzionali e delle leggi fondamentali che la tradizione
ha nel corso dei secoli codificato. E anche la macchina dello stato,
lenta e corrotta, groviglio inestricabile di competenze e apparato
burocratico in perenne conflitto, favorisce la similitudine tra questa
monarchia degenerata e il « dispotismo orientale », vaga formula con
cui i letterati e gli scienziati politici del tempo indicano il sistema
di governo dei lontani imperi asiatici nemici della libertà.
Di fatto però l'assolutismo aveva tentato di distruggere, assai di rado
aveva veramente rinnovato; aveva insomma aggiunto nuove funzioni e nuovi
istituti mutilando solo parzialmente il vecchio edificio feudale del
paese. Così, accanto all'apparato centralizzato, erano sopravvissute
le ve-stigia delle antiche autonomie regionali e cittadine; ai vecchi
organismi amministrativi si erano aggiunti nuovi corpi di funzionar!,
e questo confuso esercito di burocrati, quasi un nuovo ordine in seno
alla vecchia gerarchia sociale, appariva ormai alla mentalità razionalistica
e critica del nuovo secolo, al suo empirismo borghese, null'altro che
un caos solo apparentemente organizzato. A cominciare da quella casa
reale, una sorta di ministero dedito alla persona del monarca, la cui
complessa struttura doveva rispondere al disegno assolutistico di organizzare
l'aristocrazia di corte in modo da controllarla, da piegarla alla volontà
del sovrano annullandone ogni forza politica.
La casa reale. Potenziata
negli ultimi decenni del regno di Luigi XIV, la Maison du Roi,
ministero posto al vertice della gerarchia politica e amministrativa
dell'antico regime, consta nel Settecento di 22 ripartizioni suddivise
a loro volta in una miriade di sottocomitati che raccolgono uno stuolo
di circa 20.000 aristocratici mantenuti a Versailles a spese della corona
e dello stato. Grande casa, musica del rè, cappella comune, servizi
di camera, bocca del rè, guardaroba, alloggio, grandi scuderie, piccole
scuderie, equipaggi di caccia ecc. sono altrettanti organismi burocratici
cui è demandato il compito di assicurare il funzionamento della corte
e dell'etichetta, cioè quell'insieme di procedure cerimoniali che devono
sempre ricordare l'assoluta preminenza del monarca e la sacralità della
sua persona. Allo stesso modo la « Casa militare del rè », in una decina
di reggimenti (gendarmeria della guardia del rè, guardia del corpo,
cavalleggeri, moschettieri neri, moschettieri grigi, guardia francese,
guardia svizzera ecc.), raccoglie 10.000 aristocratici di « razza »
il cui compito si esaurisce in variopinte parate, caroselli, fastosi
servizi di guardia. Stipendi e pensioni cospicue e il fasto della corte
avevano richiamato, all'epoca di Luigi XIV, il meglio dell'aristocrazia
a Versailles, le avevano fatto brigare incarichi e funzioni in questo
articolato ministero in cui l'onore di servire il rè si accompagnava
all'umiliante rinuncia della propria individualità e autonomia di classe;
ma dal 1715 la nobiltà e la corte avevano in parte abbandonato Versailles
e la casa reale si era ben presto trasformata in un groviglio di fazioni
e piccole clientele in lotta tra loro, fonti di costante debolezza per
l'istituto monarchico. Governo e ministri. Non solo la corte del resto
palesava profonde fratture e agiva quale forza centrifuga del potere
monarchico; lo stesso governo, minato dalla confusione di potere legislativo
ed esecutivo, risultava nel XVIII secolo difficile da controllare. Quattro
importanti consigli teoricamente presieduti dal sovrano (il consiglio
di stato, il consiglio degli interni, il consiglio delle finanze, il
consiglio privato) e sei ministeri (delle finanze, della guerra, della
marina, degli esteri, della casa reale, della giustizia) assor-hivaho
la quasi totalità delle funzioni e dei poteri pubblici. All'epoca di
Luigi XVI i consigli erano stati ridotti a un ruolo esclusivamente consultivo,
i ministeri agivano in un mnbito di competenze ristrette; la vecchia
aristocrazia era mata allontanata dalle cariche più importanti, e ministri
e consiglieri, nominati dal monarca e forniti di una delega revocabile,
di potere, si erano trasformati in fedeli strumenti della volontà regia.
Ma, anche qui, con la fine del governo personale del Rè Sole e con l'accresciuta
complessità delle funzioni di governo questi organismi avevano riconquistato
uno spazio politico. Mutevoli nelle loro competenze, i consigli avrebbero
dovuto solo sottoporre al rè chiarimenti e utili indicazioni ai fini
di una visione generale della politica. Alcuni consigli però, particolarmente
specializzati, come quelli delle finanze e degli interni, rappresentavano
qualcosa di più: erano organismi burocratici che collazionavano e preparavano
testi, raccoglievano dati, prospettando soluzioni difficili da deformare
o criticare nell'insieme; il loro ruolo pertanto non era più puramente
consultivo. Ingigantiti nella loro dimensione, anche i ministeri possedevano
una sorta di autonomia, avanzavano programmi di riforma, usavano criteri
discrezionali nell'applicazione di ordinanze e regolamenti, e in più
di un caso godevano di un vero potere decisionale.
Alla periferia e nelle province gli agenti dell'assolutismo erano gli
intendenti (una trentina in tutto il territorio nazionale) che, dotati
di vasti poteri, si sostituivano al vecchio apparato dell'amministrazione
feudale. Costoro operavano attraverso un esercito di sottointendenti,
intendenti aggiunti e sottodelegati, il cui controllo sfuggiva ormai
al monarca e al governo. Scelti per lo più tra famiglie di recente nobiltà
o addirittura borghesi e nominati dal monarca su segnalazione di ministri,
cortigiani e grandi ufficiali, questi funzionari sono all'origine di
costanti polemiche e vivaci conflitti tra le province e il potere centrale.
Le loro competenze, che vanno dalla ripartizione e percezione delle
imposte, al contenzioso amministrativo, alla regolamentazione dei servizi
di polizia, fino alla tutela dei domini della | corona, alla revisione
dei conti delle municipalità, alla nomina e revoca di ufficiali subalterni,
al controllo della leva militare, urtano infatti e sovrastano i poteri
di magistrature che, pur mutilate o svuotate delle loro funzioni, preesistevano
all'assolutismo e a questo sono sopravvissute come i governatori, i
tribunali locali e le specifiche istituzioni regionali, provinciali
e cittadine.
Le autonomie locali. Di
questi istituti antichi e un tempo vitali che avevano caratterizzato
la monarchia temperata, l'assolutismo ne aveva risparmiati ben pochi.
Nella seconda metà del XVII secolo, come i parlamenti avevano perso
il diritto di rimostranza, così le province avevano perso
i loro Stati provinciali (periodiche assemblee dei tré ordini organizzate
a imitazione degli Stati generali), le città le loro assemblee cittadine.
Sindaci e consiglieri municipali erano divenuti semplici funzionar!
nominati dal rè e le cariche da elettive si erano trasformate in venali,
a volte ereditarie. Ma il ricordo delle antiche autonomie non era andato
perduto e contro la spinta accentratrice dell'assolutismo esso doveva
ingigantire nel corso del Settecento. I parlamenti sapevano poi alimentare
questo ricordo e chiamare a raccolta i superstiti relitti delle antiche
autonomie (le corporazioni urbane e le assemblee dei notabili) per
organizzare un fronte di opposizione al governo e al potere.
L'AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA. Infine, del Confuso mondo
della giustizia al suo più alto grado, cioè a livello parlamentare,
già si è detto. Sfiorando appena il mondo delle magistrature inferiori,
fortemente subordinate al parlamento, vi scorgiamo un groviglio di
cariche e uffici in cui a stento gli storici delle istituzioni e del
diritto riescono a orientarsi. Giudici regi, avvocati del rè, procuratori,
notai, costituiscono, come si è detto, un corpo intermedio in cui si
riflette più direttamente la tensione sociale del secolo. Qui, come
negli altri settori dello stato assoluto, aristocrazia e borghesia si
fronteggiano congiungendosi o contrapponendosi in una politica di alleanze
che contribuisce a rendere ancor più precario l'assetto istituzionale,
vanificando, nella realtà, quella concentrazione di potere nelle mani
del monarca che le dottrine assolutiste continuano a proclamare.Prestigio
e declino della monarchia. Eppure, nonostante questi elementi di disgregazione,
l'istituto monarchico e lo stato assoluto vivono nelle coscienze, e
questa immensa concentrazione di potere stupisce e sovrasta le menti
del tempo. La natura monarchica dello stato è indiscutibile come è indiscutibile
il potere in sé, e nessun autore giungerà,prima della rivoluzione, a
formulare una dottrina repubblicana che si adatti in concreto alla
società francese.
Nel corso del secolo gli spiriti più avveduti sanno riconoscere
nel modello di monarchia temperata proposta dalla nobiltà di spada e
di toga una impossibile operazione storica dal sapore decisamente reazionario.
Così la generazione che non ha vissuto gli anni oscuri del regime del
Rè Sole, e accetta il primato della nazione sullo stato e sul monarca,
o l'idea di una costituzione che tracci chiaramente i confini tra autorità
legittima e potere arbitrario, ritiene di poter mettere a profitto l'assolutismo
rovesciando i principi su cui è sorto e dunque senza ricorrere alle
antiche istituzioni feudali. Non più il popolo al servizio del monarca,
bensì il monarca al servizio del popolo; non più il mestiere di rè,
peraltro impossibile da esercitare in presenza di un organismo ormai
troppo complesso, ma una vera e propria professione di rè intesa come
azione sociale ispirata dalle leggi e dal metodo della ragione. Il vasto
apparato amministrativo dispiegato da Luigi XIV e cementato dai suoi
successori attrae la cultura dell'illuminismo. Seppure imprecisa alla
coscienza del tempo, l'immagine della futura società industriale trova
qualcosa che le è proprio nello stato centralizzato e autoritario cui
si attribuisce il potere di piegare tutto ai suoi fini. Così il dispotismo
diviene, per i sostenitori dello stato e della nazione contro le pretese
restauratrici dell'aristocrazia, uno strumento duttile, possibile da
plasmare e volgere verso un obiettivo di radicale rigenerazione dello
stato. Nella prima metà del secolo nasce la dottrina del « dispotismo
illuminato » o « dispotismo legale » in base alla quale il monarca,
arbitro assoluto della vita politica ma naturalmente conquistato agli
ideali di libertà e di progresso del secolo, dovrebbe operare da sé
la trasformazione della società e dare corso a vasti programmi di emancipazione
civile. Nell'entusiasmo della favorevole congiuntura economica e nel
clima di ottimismo diffuso dalla prorompente cultura dei lumi, questa
dottrina e le speranze che suscita avevano assunto consistenza; le alites
borghesi, prudenti e sospettose nell'aderire all'opposizione antiassolutistica
dell'aristocrazia, l'avevano fatta propria con fiducia offrendo un'ultima
concreta opportunità di alleanza tra Terzo stato e monarchia. E l'avvento
di Luigi /XVI, rè celebrato per la sua bontà d'animo, alieno dal fasto
della corte e dagli obblighi dell'etichetta, rè « borghese » per il
suo tenore di vita dimesso e quasi meschino, virtuoso nei suoi affetti
familiari, sembra per un attimo dare concreto fondamento alla dottrina
del dispotismo illuminato. Ma il richiamo dei parlamenti, il fallimento
delle riforme proposte da Turgot avevano sollevato seri dubbi sulla
validità della dottrina. L'idea di un sovrano illuminato e legislatore
naufragava già intorno agli anni '70 in un clima di diffuso pessimismo.
La crisi economica del ventennio pre-rivoluzionario avrebbe poi avuto
un effetto decisivo sui giudizi dell'opinione pubblica in merito all'assolutismo
e alla monarchia. Di fronte alla recessione questo sistema politico
e istituzionale, sempre bisognoso di danaro e perennemente insolvente,
cominciava ad apparire nulla più che un debito per il paese, una tratta
spiccata sul futuro della nazione. Di fatto la crisi istituzionale della
monarchia assoluta aveva già toccato il suo culmino e sfocia in una
drammatica crisi finanziaria che apre la strada alla rivoluzione.
3. Deficit e debito pubblico
Quanto
costa al paese l'apparato istituzionale dell'antico regime? Nel 1715,
alla morte del Rè Sole, le spese dello stato si aggirano intorno ai
147 milioni, ma il debito pubblico supera l'enorme cifra di 1200 milioni,
pari forse a due intere annate di reddito nazionale, a 8-10 anni di
entrate. Sulla carta la monarchia e la corte inghiottono poco più di
7 milioni e mezzo, ma anche le altre voci della pubblica spesa celano
una quantità di stipendi, pensioni, provvidenze e vari emolumenti riservati
al mondo dei privilegiati, aristocratici o borghesi che siano. Così
6 milioni se ne vanno in pensioni, 6 e mezzo in « affari segreti »,
6 sono riservati alla nobiltà di spada, 15 agli stipendi della nobiltà
di toga, più di tré costituiscono il costo di funzionamento del consiglio
regio, 1 tiene in vita le legazioni diplo-m.itlche anch'esse riservate
alla nobiltà, i 18 milioni della marina coprono a stento le spese di
un enorme apparato burocratico, e così via. Sprovvista del sentimento
di avere Un qualunque dovere nei confronti del paese, la monarchia gestisce
il patrimonio nazionale come un gran signore gestisce) la propria rendita,
con prodigalità e incuria.
Il sistema
fiscale. Di fronte a questo regime di spese crescenti e improvvise
il sistema fiscale e i metodi di prelievo si mostrano del tutto inadeguati
a raccogliere i capitali. Le imposte dirette fanno leva sulla «taglia»,
antichissima imposta di origine feudale, che grava per intero sulla
popolazione rurale. Vessatoria e arbitrariamente ripartita, raccolta
con infinite difficoltà e lungaggini burocratiche, essa frutta poco
più di 40 milioni nel 1715 e, nonostante gli sforzi di tutti gli amministratori,
resta costante per tutto il corso del secolo. La «capitazione» (imposta
pro capite) e il «decimo» (imposta sul decimo del reddito individuale),
più eque e teoricamente dovute da tutti i sudditi senza eccezione di
rango, sono in pratica così mal applicate e tanto sistematicamente evase
da rendere poco più di 50 milioni e gravare anch'esse per la maggior
parte sulla popolazione rurale, quasi una taglia aggiuntiva. L'esercito
di amministratori preposto alla riscossione di queste imposte dirette
frena ogni sforzo di innovazione e al tempo stesso alimenta lo spirito
antifìscale proprio all'antico regime. 34 uffici di finanza, 32 tribunali
di elezione, 450 ricevitori generali e 31 intendenti che operano attraverso
uno stuolo di sottodelegati si disputano l'ammontare delle imposte dispiegando
una innumerevole quantità di conflitti di competenza, giudiziari e amministrativi,
che rendono impossibile il controllo dell'intera amministrazione, la
tenuta di registri contabili e il flusso costante delle entrate. Non
meno caotico il sistema delle imposte indirette: la « gabella » (imposta
sul sale), gli «aiuti» (che raggruppano numerose imposte di consumo),
i diritti di dogana, l'imposta sul tabacco, e altre ancora minori,
numerosissime e settoriali, frutto di consuetudini e tradizioni antiche
o comparse in circostanze eccezionali e poi tenute in vita dalla costante
esigenza di danaro della monarchia assoluta. Date in appalto ogni sei
anni a lotti (ferme generale} o singolarmente (fermes particulières),
assicurano allo stato un introito immediato sul capitale versato in
cauzione dagli appaltatori (fermièrs); ma al tempo stesso questa
procedura favorisce, in presenza di una classe politica e di una i burocrazia
avida e corrotta, la speculazione. Infatti al fine di raccogliere i
capitali necessari per vincere le gare di appalto il fermièr
è costretto a ricorrere al prestito previsto trasformandosi in un banchiere
in grado di assicurare cospicui interessi ai suoi creditori. Egli cercherà
quindi in ogni modo di rifarsi sul contribuente estendendo al massimo
la pressione fiscale. Secondo una inchiesta dell'epoca rivoluzionaria
la sola ferme generale avrebbe reso più di mille milioni tra
il 1715 e il 1789. Soldi che sarebbero affluiti nelle tasche di poche
centinaia di persone. Dopo il 1770 il governo cercherà più volte di
distruggere il sistema di appalto tentando una diretta gestione, ma
simili interventi toccavano interessi ben consolidati e pertanto fallirono.
Comunque il reddito delle fermes cresce nel corso del secolo.
L'aumento della produzione e del consumo, l'accresciuta circolazione
delle merci triplicano il valore degli appalti (la ferme generale
passa dai 48 milioni del 1715 ai 150 del 1789), ma con essi crescono
le spese dello stato in tale misura da vanificare ogni beneficio.
Infine, i rimedi straordinari di cui l'antico regime dispone per aumentare
le entrate sono peggiori del male. Al di là di un aumento della pressione
delle tasse, diretta o indiretta, che il paese non sembra più in grado
di sopportare e il cui risultato pare sempre incerto agli amministratori
e al governo, e in assenza di una capacità o volontà riformatrice del
sistema, la monarchia dispone del ricorso al prestito e della vendita
di cariche e uffici. La fede profonda nell'istituto monarchico, la
generale convinzione circa la smisurata ricchezza della corona rendono
ancora nel XVIII secolo possibile un ricorso al prestito. Biglietti
di stato a buon tasse» di sconto, rendite vitalizie e a termine costituiscono
un;i mercé sempre richiesta in un secolo in cui « vivere borghesemente
» significa in fondo vivere di rendita sugli interessi del proprio
capitale. Prestare allo stato ad alto interesse, istituire una rendita
vitalizia per i propri figli è dunque una operazione abbastanza comune
nella Francia dell'ani iqo regime. La vendita di uffici, dunque di
impieghi nella pubblica amministrazione, nell'esercito e nella giusti-xia,
praticata con misura nel corso del Settecento, costituisce Infine un
mezzo sicuro per raccogliere capitali che solo col tempo verranno rimborsati
sotto forma di stipendi; ma in questo modo il fardello delle spese si
ingigantisce sul lungo periodo, i guasti e gli intoppi della burocrazia
si moltipllcano, il corpo dello stato insomma si ammala divenendo quella
macchina impossibile da governare che appunto è la monarchia assoluta
del XVIII secolo.
È stata infatti l'utilizzazione indiscriminata di questi strumenti
eccezionali negli ultimi decenni del regno di Luigi XIV a ridurre l'erario
in condizioni rovinose dalle quali non si risolleverà più. Nel 1715,
di fronte a un debito pubblico di 1200 milioni (così ripartito: 137
di anticipazioni sulle entrate future, 185 di arretrati, 600 di biglietti
di stato, 542 di uffici da rimborsare) e a una spesa corrente di 147
milioni, il governo dispone di una entrata netta di 69 milioni (quella
lorda di 165 essendo gravata da anticipazioni e altre somme da versare
per interessi sui prestiti). Deficit: 77 milioni.
La politica finanziaria. Per
fronteggiare la drammatica situazione di bilancio la scienza finanziaria
dell'antico regime disponeva di quattro classici strumenti: la bancarotta,
la riduzione delle spese, il ricorso al prestito, l'aumento della pressione
fiscale. Ma nel XVIII secolo il marasma era tale e il dissesto tanto
cronico da rendere inefficaci queste misure.
La bancarotta aveva solo parzialmente salvato lo stato e la monarchia
negli anni della reggenza. Una svalutazione nel 1715 e la riduzione
forzata del debito pubblico ai danni dei creditori avevano a stento
contenuto il disavanzo. Un programma di economie e l'abolizione di un
certo numero di uffici avevano dato poco respiro e diffuso un generale
malcontento tra gli aristocratici e i borghesi colpiti dai provvedimenti.
Durante la gestione finanziaria del duca di Borbone (1722-1729) si era
fatto ricorso a qualche espediente fiscale richiamando in vita vecchi
diritti feudali , (come il « diritto di lieto avvenimento »), ma era
anche stata necessaria una nuova svalutazione per portare il deficit
alla cifra, denunciata nel 1724, di soli 4 milioni, cifra peraltro piuttosto
inverosimile e certo ampiamente approssimativa per difetto. Poco o
nessun effetto avevano invece sortito i tentativi di riforma fiscale.
Poi il ministro Fleury ricorse al prestito con l'emissione di rendite
e la vendita di uffici (1733), misure alquanto onerose per lo stato;
il tentativo di accrescere la pressione fiscale con una nuova imposta
generale diretta (il decimo) risultò vano e una ondata di imposte indirette
salvò dalla catastrofe la monarchia. Ma nonostante questi espedienti,
intorno agli anni '50 il deficit denunciato era di 30 milioni e la guerra
dei sette anni faceva salire il disavanzo a 130 milioni.
Tutti gli amministratori si rendevano conto delle necessità di una imposizione
che colpisse equamente i contribuenti e raggiungesse anche i redditi
dell'aristocrazia e di tutti coloro che erano a vario titolo coperti
dal regime del privilegio, ma la vivace opposizione del parlamento
che impugnava per incostituzionalità ogni decreto fiscale e lo spirito
di restaurazione aristocratica che aleggiava a corte e penetrava nel
governo resero vano ogni tentativo di riorganizzazione del sistema.
Alla fine del 1769 le casse dello stato erano vuote ne si sapeva di
che pagare le spese dell'anno che stava per cominciare. « Sono atterrito
dal pericolo imminente in cui si trova lo stato » affermava Terray
nell'assumere la gestione finanziaria. Per salvarsi egli diede un nuovo
giro di vite: ricorse al prestito, alla riduzione forzata del debito
pubblico, alla vendita di cariche, e a tutta la forza dello stato per
appesantire la pressione fiscale. Misure affannose, caotiche e contraddittorie,
dettate dalle imminenti necessità, misure che allontanavano solo il
pericolo suscitando malessere e gravando infine sul buon andamento dell'economia.
Nonostante ciò nel 1774 il deficit si era stabilizzato intorno ai 40
milioni.
Un'inversione di tendenza rispetto ai consueti metodi di gestione finanziaria
intervenne con la designazione di Turgot a ministro delle finanze (1774).
Di origine borghese, colto e illuminato, Turgot aderiva alla dottrina
del dispotismo illuminato. Poco seducente e animato da un entusiasmo
interiore, amministratore esperto e buon politico, era salito
al governo con un programma da tempo costruito e pazientemente meditato:
« nessuna bancarotta, nessun aumento di tasse, nessun prestito », solo
le riforme del sistema economico e fiscale, nuove istituzioni politiche
e civili avrebbero dovuto sanare il bilancio e assicurare prosperità
alla nazione. Di riforme già se ne erano tentate nel corso del secolo,
piccoli esperimenti erano stati avviati in sede locale, ma Turgot proponeva
un piano globale, anteponeva la nazione al tesoro regio e, preoccupato
forse dei primi sintomi della sfavorevole congiuntura, subordinava i
problemi finanziari a una generale ripresa della vita economica che
lo stato avrebbe dovuto e potuto promuovere. Nei suoi obiettivi le li
forme fiscali si confondevano con quelle economiche e sociali suggerite
dalla filosofia dei lumi. Così il sistema di appalto delle imposte dirette
era stato smembrato e sottoposto a severi controlli; tra mille difficoltà
e resistenze era stato liberalizzato il commercio del grano; le tasse
più onerose per la produzione erano state ridotte e si avanzava l'idea
della creazione di un catasto così da permettere una più equa e rigorosa
percezione delle imposte dirette. Altre riforme erano allo studio quando
l'abolizione della corvée regia, vero colpo al sistema feudale,
e la decisione di sciogliere le corporazioni di mestiere per liberalizzare
il mercato del lavoro suscitarono una opposizione insormontabile. Nobiltà,
clero e parlamento si erano coalizzati ancora una volta al fine di evitare
l'evoluzione del sistema. Essi denunciarono l'incostituzionalità delle
riforme, le mire dispotiche del ministro, la palese violazione dei
privilegi degli ordini e dei diritti della nazione, e la loro forza
congiunta aveva sopraffatto il governo e la buona volontà del monarca.
4.
Gli ultimi ministri
clugny.
Il licenziamento di Turgot (avvenuto il 12 maggio 1776) fu per
molti il segnale della fine; alle menti più illuminate pareva ormai
chiaro che l'antico regime non avrebbe più avuto la forza di riformare
se stesso. La crisi economica era cominciata e con essa la reazione
feudale; il deficit dello stato, solo a stento contenuto dalla politica
riformatrice (nel 1776 le entrate erano stimate a 378 milioni, le spese
superavano i 402 milioni), incombeva su tutto rendendo la monarchia
incapace di governare. Allontanato Turgot, la reazione aristocratica
minacciava di scatenarsi su vasta scala: si parlò di possibili rivolte,
si minacciò una formale richiesta degli Stati generali; il programma
di riforme fu definitivamente accantonato e una vivace campagna di
stampa accusò la monarchia di intenti dispotici e rivo-luzionari.
A livello ministeriale, lo strumento di questa reazione fu
Clugny, già intendente di Bordeaux, noto per la sua corruzione
e le sue immoralità, e per qualche mese ministro delle finanze. Costui
ritornò ai vecchi espedienti: una lotteria reale, che raccolse una decina
di milioni, avrebbe dovuto assicurare il pareggio del bilancio. Ormai
alla dissestata monarchia di Luigi XVI mancava solo una guerra per rendere
incolmabile il deficit, ed era appunto la guerra di indipendenza americana
quella in cui la Francia si impegnava nel luglio del 1776. Sul piano
della spesa pubblica gli effetti di questa guerra furono sicuramente
decisivi (gli stanziamenti della marina passarono da 32 a 72 milioni,
per l'esercito da 64 a 67); crollò il credito pubblico e le azioni delle
compagnie di stato registrarono un calo pauroso; i debiti contratti
e i prestiti accordati al giovane stato d'oltre oceano avrebbero gravato
per più di vent'anni sul bilancio dello stato.
Intanto Clugny moriva (18 ottobre 1776) e le speranze della nazione
come della monarchia, entrambe timorose della reazione aristocratica,
si volgevano a Jacques Necker, chiamato a dirigere le finanze del regno.
necker. Borghese, straniero, protestante,
Necker aveva tutte le caratteristiche per dispiacere all'aristocrazia.
Ma questo uomo venuto dal nulla, piccolo impiegato di banca ginevrino
che pure aveva saputo costruirsi con abilità e tenacia una immensa fortuna,
filantropo incline agli ideali dell'illuminismo, impersonava quel modello
del grande banchiere, del finanziere-banchiere, capace di soggiogare
i ceti borghesi conquistandone la fiducia. Ottimista e rassicurante
fino a essere superficiale, egli non dispiaceva neppure ai sovrani e
al governo bisognosi di appoggio in quei difficili frangenti. Se non
la vanità almeno l'ambizione avevano cementato in lui il desiderio di
piacere, costi quel che costi, e di guadagnare il favore dell'opinione
pubblica, cioè delle borghesie che in fondo non avevano condiviso l'audace
politica riformatrice di Turgot i cui lontani orizzonti erano percepibili
solo agli intelletti più acuti. Forse, al di là delle inclinazioni emotive,
vi era nella costante ricerca di popolarità di Necker quel tanto di
sfiducia nella dottrina del dispotismo illuminato che bastava a renderlo
consapevole della potenza ici ceti borghesi; governare senza il loro
appoggio era ormai impossibile. Ma il nuovo ministro non fu all'altezza
«.lei suo compito e non seppe utilizzare sino in fondo la popolarità
e il consenso di cui godeva.
Da banchiere qual era egli usò il suo credito per ricorrere al prestito
e il prestito fu lo strumento privilegiato e quasi esclusivo della sua
gestione. Così tra il 1776 e il 1781, cartelle di rendita e biglietti
di stato fecero la loro ricomparsa trionfalmente in Francia e inondarono
il mercato finanziario. A tassi di interesse rovinosi per lo stato i
prestiti furono incessantemente lanciati e registrarono sollecite quanto
numerose sottoscrizioni. 24 milioni sono raccolti nel 1776, 25 l'anno
successivo, poi 48 milioni nel 1778, altri 10 nell'81. Ma a questi prestiti
diretti e ufficiali, registrati dal parlamento, se ne devono aggiungere
molti altri indiretti e sollecitati dal ministro a mezzo di complesse
operazioni finanziarie che non mancarono di gonfiare oltre misura il
debito pubblico. Sicuramente questo credito accordato allo stato trova
la sua spiegazione nella particolare congiuntura economica. Il ristagno
dei prezzi e della produzione agricola, i disagi suscitati dalla reazione
signorile favoriscono lo spostamento di capitali e il loro utilizzo
a tassi di interesse così elevati (10-25%) da richiamare anche capitali
stranieri. Necker dal canto suo cercava di rafforzare il credito dello
stato rassicurando il pubblico con promesse e facilitazioni di ogni
genere: buona parte degli interessi sarebbero stati esenti da imposte
e non si sarebbe fatta una emissione « senza aver assicurato l'interesse
dei creditori »; « le economie e le riforme compiute nel settore delle
finanze — si affermava in un editto del 1779 — hanno assicurato un esatto
pareggio tra le entrate e le spese fisse e ordinarie ». Seguendo questa
strada pericolosa si giungeva infine al Rendiconto del 1781.
Per la prima volta nella storia di Francia il bilancio dello stato veniva
reso pubblico, stampato e diffuso in migliaia di esemplari. L'opuscolo,
consistente in un'ampia prefazione in cui Necker faceva l'apologia di
se stesso e nelle tabelle contenenti le voci particolareggiate della
spesa e dell'entrata, denunciava una entrata di 264 milioni e una spesa
di 254 milioni. Il deficit risultava dunque colmato, lo stato libero
da impegni mostrava tutti i sintomi di una imminente prosperità, dopo
un secolo di timori la nazione e la monarchia erano salve e solide.
La popolarità di Necker toccava il suo apice e una ulteriore richiesta
di prestito di 70 milioni registrava una offerta di 100.
Si è a lungo discusso sul Rendiconto di Necker, e il suo confronto
con altri dati reperibili ha sollevato polemiche circa la buona o la
mala fede del ministro. In realtà il prospetto di bilancio concerneva
solo le spese ordinarie e fisse dello stato; la labilità delle procedure
contabili del tempo e l'assenza di organici criteri nella stesura degli
atti finanziari assolvono in parte il ministro dalle accuse più dure.
Tuttavia il Rendiconto non rispecchiava per nulla la reale situazione
della finanza pubblica. Conti più precisi e completi denunciano, per
il 1781, 437 milioni di entrate e 527 milioni di spesa con un passivo
di 90 milioni; per il debito pubblico si è avanzata la cifra di 600
milioni, frutto in buona parte dei debiti contratti da Necker. Ma il
guasto maggiore prodotto dalla politica di questo ministro stava altrove:
non sappiamo in cifre quanto sia costato all'economia francese questo
drenaggio di capitali; sicuramente però esso contribuì ad aggravare
la congiuntura stornando capitali dai settori della produzione per volgerli
verso una macchina dello stato dilapidatrice proprio mentre l'economia
languiva sotto il peso della cattiva metereologia, di un assetto istituzionale
soffocante, della reazione feudale. Del resto, pur nel generale entusiasmo
degli anni '76-'81, i pericoli di una politica finanziaria tutta basata
sul prestito erano stati denunciati da più voci che accusavano il ministro
di favorire il gusto immorale per la speculazione, di ipotecare il futuro,
di abbandonare il paese agli usurai. Ne agli uomini esperti era sfuggita
la superficialità del Rendiconto e nel mondo della finanza insorsero
dubbi e disagi. Inoltre in sei anni di governo Necker si era fatto molti
nemici, il clero gli era sempre stato avverso perché protestante, l'aristocrazia
non gli perdonava alcuni interventi di riduzione delle spese nella
casa reale, l'abolizione della manomorta (decretata nel 1779) era parsa
un vero attentato al mondo del privilegio; le critiche mosse al regime
degli intendenti e al sistema di amministrazione centralizzata, la
soppressione di numerose cariche gli avevano alienato le simpatie della
burocrazia; e infine il parlamento si era irrigidito di fronte ai timidi
tentativi di una più equa ripartizione delle imposte.
L'opposizione che aveva tollerato Necker quale abile collettore di
capitali gli sbarrò la strada dell'ascesa al potere e lo costrinse alle
dimissioni il 19 maggio 1781. joly de fleury—d'ormesson. Era ormai
una esperienza acquisita che il paese non avrebbe sopportato un aggravamento
della pressione fiscale, che una riforma del sistema di imposizioni
avrebbe incontrato l'insormontabile opposizione del parlamento e degli
ordini privilegiati, che le economie sulla casa reale o sui vari ministeri
non potevano risolvere da sole i problemi della finanza pubblica. Privi
del credito di cui aveva goduto Necker, i nuovi ministri non ebbero
più alcuno strumento per frenare il corso degli avvenimenti. Joly de
Fleury, che assumeva il controllo delle finanze dopo le dimissioni di
Necker, apparteneva a una famiglia parlamentare e si sperava che questo
avrebbe facilitato il suo compito spianando gli ostacoli dell'opposizione.
Operò qualche economia e appesantì la pressione fiscale di -una "trentina
di milioni: mezzucci in quelle circostanze! Il tesoro esausto abbisognava
di 160 milioni per fronteggiare le spese dell'anno in corso e di 295
per quello successivo. Non restava che seguire la strada tracciata
da Necker, il ricorso al prestito. Affettando ottimismo Joly de Fleury
lanciò una serie di sottoscrizioni per qualche centinaio di milioni,
richiese anticipazioni agli appaltatori delle imposte e riuscì a rinviare
il collasso. Poi vennero gli scontri col parlamento.
Di fronte a un progetto relativo a una nuova imposta generale indiretta
(un ventesimo del reddito) il parlamentoparigino presentò delle rimostranze
in cui dichiarava che le imposte erano cresciute di 100 milioni in vent'anni
assorbendo i redditi del coltivatore e del proprietario, menomando
il diritto di proprietà e le franchigie di singoli individui e delle
comunità. I parlamenti provinciali inalberarono il vessillo delle autonomie
locali e gridarono al dispotismo; alcuni dichiararono la loro incompetenza
a registrare l'imposta e richiesero la convocazione degli Stati generali.
In Franca Contea l'opposizione degenerò: dopo avere subito la registrazione
forzata dell'editto in un Letto di giustizia a Versailles, i magistrati,
rientrati a Besancon, annullarono nuovamente la registrazione e dichiararono
incostituzionale la legge e la procedura di registrazione coatta. Il
parlamento fu sciolto.
Tanti ostacoli vanificarono gli sforzi del governo e, pur approvata,
la nuova tassa non raccolse che una ventina di milioni. Nel marzo 1783
Joly presentava al rè un rendiconto più veritiero di quello del 1781
e che naturalmente non ebbe pubblicità; il deficit era stimato a 80
milioni. Qualche giorno dopo il ministro dimissionava.
Lefevre d'Ormesson che prese il suo posto nell'aprile 1783 ebbe l'acume
di riconoscersi al di sotto delle circostanze. Tentò di ricorrere al
prestito, ma senza successo. Ormai lo stato e con esso la monarchia
e il governo erano screditati e ogni operazione suscitava il panico
nel mondo della finanza e presso i contribuenti. Poi cercò di guadagnare
qualcosa sulle imposte indirette annullando gli appalti già aggiudicati
e gestendo direttamente il prelievo, ma le proteste dei fermièrs,
che richiesero un immediato rimborso di 70 milioni, decisero le sorti
del ministro. Prendendo a pretesto nuove spese della corona d'Ormesson
dimissionò il 2 novembre 1783. Calonne, che ne raccolse la non invidiabile
successione, scriverà ricordando quegli anni: «sembra che si sia sempre
camminato nelle tenebre; non potendo intravedere ne il punto da cui
si partiva ne quello verso cui si andava, non ci si occupò che di arrivare,
a forza di sussidi, di anticipazioni e per così dire di sotterfugi,
alla fine di ogni anno; non si è potuto ricoprire i vuoti se non scavandone
di più profondi e di più grandi ancora, ci si è perfino forzati di sviare
accuratamente il pubblico e di ingannare in qualche modo anche se stessi
urea il reale stato delle finanze ».
La situazione si era fatta esplosiva e il malessere si era trasformato
in uno stato costante di allarme. Sotto il regno di Luigi XV la cultura
dell'illuminismo aveva lavorato attivamente indicando il cammino da
seguire per una rigenerazione del paese e una radicale trasformazione
del regime, ma erano passati 8 anni dall'avvento di Luigi XV e non ti
era fatto nulla. Con le dimissioni di Necker i ceti borghesi avevano
perso buona parte della loro fiducia nella monarchia; la guerra di indipendenza
americana aveva scosso lo spirito pubblico e idee repubblicane cominciavano
a circolare.
Intanto crisi finanziaria e crisi economica sommavano i loro effetti.
A partire dal 1780 la curva di discesa dei prezzi e quella di ascesa
della pressione fiscale si incrociano annullando il profitto. Il prelievo
signorile registra punte mai toccate nel corso del secolo e continua
a crescere a dismisura sino al 1788. La produzione diminuisce ma la
popolazione continua ad aumentare, e i primi sintomi di un rialzo dei
prezzi preoccupano i borghesi i quali vi intravedono una imminente crisi
di sussistenza. Le borghesie ancora incerte avevano tuttavia abbandonato
la monarchia e lasciavano il campo aperto all'opposizione aristocratica
che doveva trasformarsi in aperta rivolta. Solo Calonne, ministro intelligente
e manovriero, riuscì a rinviare di qualche anno la fine.