Roberto Moro
La crisi dell'antico regime in Francia 1774-1788

3. La rivolta aristocratica

Progetti... - ... e realtà - Nel mondo dell'opposizione - 1788

 

1. Progetti...

Calonne proveniva dai ranghi della burocrazia, era stato intendente, e aveva saputo costruirsi vaste clientele e un piccolo partito a corte che ottenne la sua nomina al mi­nistero. Di tratto aristocratico e di modi suadenti, aveva la fama di intrigante e non piaceva ne al rè ne al governo; la magistratura gli era ostile. A questi inconvenienti oppose i consueti rimedi: cercò di accontentare tutti individual­mente, concesse liberalità, pagò pensioni, accordò favori e formulò promesse rassicuranti che gli sarebbero poi state duramente rimproverate.
Quando fu edotto della reale condizione del Tesoro si rese subito conto che « non bastava essere vivamente preoccu­pati circa le decisioni da prendere per il futuro; bisognava esserlo anche per il presente, e soprattutto bisognava non lasciar trasparire ne le difficoltà per le prime, ne le inquie­tudini per le seconde ». E aggiungeva nelle sue memorie che « era egualmente importante che il deficit non fosse noto fino al momento opportuno per porvi rimedio. Ero dunque costretto a nascondere, sotto apparenze di tran­quillità e di serenità, le ansietà che mi tormentavano inti­mamente ». Quindi cercò subito di risollevare il credito e in parte vi riuscì.
Si era circondato di abili e prestigiosi collaboratori, Dupont de Nemeurs, Talleyrand, Mirabeau, i banchieri Clavière e Panchaud, l'avvocato Gerbiér, tutti uomini che la rivolu­zione saprà valorizzare, e con l'appoggio di costoro rior­ganizzò la Cassa di Sconto (una vera banca di stato creata da Turgot nel 1776 e caduta in discredito dopo le dimis­sioni di Necker) e creò una Cassa di Ammortamento. Per conquistare i ceti borghesi non lesine nel finanziare una serie di lavori pubblici (soprattutto attrezzature portuali e opere di canalizzazione) che avrebbero rianimato il com­mercio; con grandi sacrifici pagò puntualmente le rendite e gli interessi dei creditori dello stato (fu un avvenimento inatteso e quasi rivoluzionario) e lasciò intravedere una futura azione riformatrice: « non appena saranno pagati i debiti della guerra, io mi impegnerò a eseguire un piano di miglioramento generale che, fondato sulla costituzione stessa della monarchia, ne coinvolga tutte le parti senza distruggerne alcuna, allontani per sempre l'idea di utiliz­zare rimedi empirici e violenti di cui non bisogna neppure sollevare il ricordo e permetta tuttavia di trovare il vero segreto di alleggerire le imposte nell'uguaglianza propor­zionale della loro ripartizione come nella semplicità della loro percezione ». Così le richieste di prestito ottennero una risposta del pubblico e per più di due anni la lotta per la sopravvivenza quotidiana dello stato conobbe una tregua. Durante il suo ministero Calonne sarebbe riuscito i* rastrellare uno dopo l'altro 653 milioni. Ma nel 1785, anno difficile anche per l'economia, Calonne avvertì i primi sintomi di opposizione. Il suo credito de­clinava nel mondo della finanza, circolava qualche libello contro di lui, e Necker, che non aveva rinunciato alle sue ambizioni, lavorava apertamente a scalzarlo. Per il ministro era dunque giunto il momento di prendere decisioni estre­me; del resto egli sapeva che era impossibile appesantire ulteriormente il debito dello stato, o aggravare le imposte. L'andamento della situazione economica e dei prezzi ren­deva evidente, in quest'anno in cui il prelievo signorile sul prodotto agricolo quasi raddoppiava con un balzo prodi­gioso, che il problema finanziario era insolubile se i privi­legiati rifiutavano l'eguaglianza fiscale. Così quelle riforme che Turgot aveva tentato, che Necker aveva timidamente cercato di sperimentare, Calonne decise di realizzarle con­cretamente.
Il 20 agosto 1786 Calonne sottopose al rè un Abbozzo per un piano ài miglioramento delle finanze. « Quel che la situazione delle finanze esige — vi si leggeva, — la di­struzione degli abusi deve procurarlo; ed è in un regime fisca­le più equo, più giusto, che Vostra Maestà può trovare al tempo stesso l'aumento necessario dei suoi redditi e il sollievo dei suoi popoli. L'eguaglianza proporzionale nella ripartizione dell'imposta, senza che vi si possa derogare in virtù di alcun privilegio, di alcuna eccezione, ne esenzione, è la prima di tutte le leggi, il più sicuro strumento per aumentare il reddito pubblico senza schiacciare i popoli, è il solo segreto che occorre ricercare nella finanza... Ciò che è indispensabile per la salute dello stato sarebbe im­possibile da ottenere con operazioni parziali, ed è indispen­sabile rimuovere l'intero edificio dello stato per prevenirne la rovina... Impossibile imporre di più, rovinoso abbando­narsi al prestito, insufficiente limitarsi alle riforme eco-nomiche. Il solo partito che rimane da prendere, il solo strumento per giungere infine a porre ordine nelle finanze deve consistere nel revisionare lo stato intero con lo spoglio di tutto quanto vi è di vizioso nella sua costituzione.
Impresa audace, ne convengo, ma non troppo quando sia dimostrato che è necessaria ». I progetti erano grandiosi e riflettevano in pieno gli ideali del dispotismo illuminato offrendo un modello di quello stato assoluto rigenerato che avrebbe dovuto sorgere dalla concorde volontà del popolo e del monarca. In primo luogo era necessario realizzare « l'uguaglianza proporzionale nella ripartizione dell'imposta » senza alcuna deroga o esenzione. La tassa screditata ed evasa sul ventesimo del reddito doveva quindi essere trasformata in una « sovvenzione territoriale » in natura da applicare alle terre qualunque fosse la qualità del proprietario. Una serie di assemblee elettive, senza di­stinzione di ordini al loro interno bensì di soli proprietari terrieri (ciascuno dei quali avrebbe avuto una quantità di voti proporzionale alla estensione della sua proprietà), avreb­bero portato alla creazione di assemblee provinciali cui veniva affidata la ripartizione e il prelievo delle nuove im­poste. La libertà del commercio del grano veniva solenne­mente proclamata e sarebbe stata applicata concretamente. La corvée regia sarebbe stata abolita, la taglia alleggerita. Sarebbero crollate tutte le dogane interne: « nulla ostacolerà più la circolazione all'interno; il negoziante e il vetturale, l'artigiano e il coltivatore, il francese e lo straniero non saranno più fermati, inquietati, stancati da queste visite importune, tormento dei viaggiatori e fonte perenne di lamentele, difficoltà, a volte di vessazioni ». La corona da parte sua rinunciava ad alcuni diritti esclusivi sulle imposte di circolazione e di consumo e la gabella veniva infine messa sotto accusa e radicalmente trasformata. Si proponeva la alienazione dei domini regi per eliminare tutto l'apparato burocratico che vi era preposto e ne assorbiva quasi per intero il già scarso reddito. Una serie di prestiti, program­mati sul lungo periodo, avrebbe infine garantito la graduale estinzione del debito pubblico. Calonne denunciava gli abusi e i privilegi e li condannava in modo definitivo. A chi non avesse avuto la sensibilità di percepire il vero potenziale rivoluzionario dei ceti borghesi, questo tardivo programma di riforme poteva sembrare un toccasana per la società dell'antico regime. L'idea di un ceto di proprie­tari terrieri illuminati, garanti del buon andamento economico e partecipi del potere insieme al sovrano, aveva allet­tato le generazioni progressiste della prima metà del secolo, sorprese dal buon andamento della rendita agricola, fiduciose nell'autorità del monarca e ancora legate all'immagine di una Francia esclusivamente contadina. Ma i ceti medi e piccolo-borghesi della seconda metà del secolo vissuti in un clima di recessione, i rentiers lontani dalla terra e attratti dal mondo della politica, dalle professioni liberali, dai successi del commercio, soggiogati dai primi prodigi della tecnica e dell'industria, nonché dall'esempio di paesi socialmente ed economicamente più progrediti come l'Inghil­terra e il nuovo stato d'oltreoceano, erano sostanzialmente indifferenti al modello proposto da Calonne, e se pure qualcuno se ne rallegrò la maggioranza non scese in campo a difenderlo limitandosi a osservare l'ultimo conflitto tra governo e opposizione. Comunque il ministro apparteneva all'antico regime, era fedele alla monarchia e, in quanto uomo di governo, era un agente dell'assolutismo; il suo programma aveva l'indubbio merito di ridurre a unifor­mità il disperso apparato istituzionale di cui tutti si dole­vano; nemmeno i suoi collaboratori, tutti futuri rivolu-zionari, potevano nel 1784 immaginare quel modello di stato e di società che solo la rivoluzione avrebbe potuto realiz­zare. Le riforme vecchie ormai di vent'anni parvero agli ambienti del ministero l'unico strumento per salvare lo stato assoluto.
Naturalmente Calonne si rendeva perfettamente conto che un simile programma di riforme non avrebbe mai superato l'opposizione del parlamento e le ostilità della corte come ili molti colleghi di governo. Decise dunque di aggirare l'ostacolo ricorrendo a uno strumento straordinario, una I assemblea di notabili.

2. ... e realtà

Dal punto di vista istituzionale le assemblee dei notabili erano, nella costituzione consuetudinaria del regno, un or­gano straordinario del consiglio regio, e la monarchia nella sua storia vi aveva fatto più volte ricorso nei momenti dif­ficili per dar forza a gravi decisioni senza ricorrere agli Stati generali. Diversamente da questi ultimi, le assemblee di notabili non implicavano procedure elettorali: i mèmbri venivano infatti direttamente nominati dal sovrano e scelti tra gli esponenti più significativi degli ordini. La nazione non sarebbe stata dunque sottoposta al trauma di una campagna elettorale, le tensioni sociali potevano essere smussate e al tempo stesso una pubblica e approfondita di­scussione dei provvedimenti e delle iniziative da parte dei notabili superava e assorbiva le funzioni del parlamento che in caso di consenso dell'assemblea non doveva neppure essere consultato per la registrazione. La convocazione dei notabili, facili da guidare e controllare se oculatamente scelti, parve dunque a Calonne la sola via da seguire.
Eppure la situazione politica era deteriorata a tal punto che quest'idea fece tremare il governo e divise i ministri in drammatiche discussioni. Si disse che convocare un'assem­blea significava aprire la porta agli Stati generali, scatenare l'opposizione parlamentare, esporre la monarchia, riaprire il problema del deficit; ma in assenza di ogni altro stru­mento di sopravvivenza Luigi XVI, dopo incerte consulta­zioni e tortuosi ripensamenti, si decise a decretare la con­vocazione e ne fissò la data per i primi mesi del 1787.
Secondo Calonne occorreva osservare due condizioni nella scelta e nella nomina dei notabili: « l'una, che coloro che sono chiamati a questa augusta consultazione siano persone importanti, degne della fiducia del pubblico e tali che il loro voto influisca in modo possente sull'opinione pubblica. L'altro, che siano affezionati al servizio del rè, zelanti per il bene pubblico, estranei a ogni intrigo, a ogni parzialità, affinchè non vi sia da temere che lo spirito di opposizione si impadronisca dell'assemblea »; solo dopo la convocazione ci si sarebbe accorti che simili condizioni non potevano essere esaudite. Comunque, cercando di seguire questi prin­cipi, furono nominati 144 mèmbri (7 principi del sangue, 14 prelati, 36 aristocratici, 12 consiglieri di stato, 37 par­lamentari, 12 deputati delle province, 25 sindaci delle più importanti città) e il 22 febbraio 1787 l'assemblea si in­sediò e passò all'esame dei progetti di riforma.
Dapprima vi furono consensi e pacati dissensi. I notabili plaudirono alle assemblee provinciali e parvero accedere all'eguaglianza fiscale; la diminuzione della taglia preoccupò I alcuni per il maggior carico di imposte che ne sarebbe de-rivato ai proprietari, e i rappresentanti di alcune province si allarmarono per l'abolizione delle dogane interne che poteva ledere l'economia di singole regioni o comunità; l'abo­lizione della corvée ottenne l'unanime consenso, come pure la liberalizzazione del commercio del grano. Ma la denuncia di 112 milioni di deficit fu un fulmine a ciel sereno che drammatizzò la situazione. Richiesto di spiegazioni, Ca­lonne si lasciò andare ad accusare la gestione di Necker, il che insinuò profondi quanto immotivati sospetti. Si cominciò a parlare del ministro come di un « infame bancarottiere ». Vista la piega che prendevano gli avvenimenti, Calonne cercò di minimizzare mostrando di interpretare le critiche mossegli dai notabili come blandi e insignificanti consigli. Guidati dai rappresentanti del clero e del parlamento che si sentivano punti sul vivo dalla messa sotto accusa degli abusi e dei privilegi, i notabili aprirono le ostilità e accu­sarono Calonne di ammanchi e dilapidazioni. Calonne, in uno scritto ampiamente diffuso, tacciò l'assemblea di rea­zionarismo e di egoismo aristocratico e fece appello al popolo. I notabili giudicarono questo metodo « indegno dell'autorità regia che non deve mai parlare al popolo se non attraverso le leggi ». Calonne sospese l'assemblea per una settimana. I notabili recero sapere che non avrebbero più collaborato col ministro. Parte del governo, con atto suicida, fece causa comune con l'assemblea e Calonne tu congedato (8 apri­le 1787).
Questa vittoria ingigantì la forza dell'assemblea sul paese e nei confronti della monarchia e ormai si stentava a tro­vare un nuovo ministro delle finanze. Richiamare Necker significava una resa completa del trono nei confronti dei notabili, e Luigi XVI optò per Bouvard de Fourqueux, - onest'uomo e stretto collaboratore di Calonne, la cui designazione irritò l'assemblea. Quando la discussione delle riforme toccò la proposta dell'alienazione di buona parte dei domini regi (male amministrati e che rendevano poco) ; vi fu una levata di scudi. Si rilevò con enfasi l'incostituzionalità dell'operazione e si decise che solo gli Stati generali avrebbero potuto pronunciarsi in merito. Il ministro dovette soccombere (18 maggio 1787). La tensione cresceva. Tanti schiamazzi sul deficit, sul debito pubblico, sulle dilapidazioni e addirittura i furti di Calunni fecero di nuovo crollare il credito dello stato; le indecisioni del rè, il suo carattere debole e incerto erano ormai noti a tutti. Si usciva da un inverno difficile e i raccolti promettevano poco; i prezzi salivano a ritmo di inflazione. In questa temperie minacciosa prendeva la guida delle finanze un ecclesiastico, l'arcivescovo Lomenie de Brienne, che aveva guidato l'opposizione dell'assemblea a Calonne e al governo. Questa resa completa, che imbaldanzì l'assem­blea, indebolì la monarchia e contribuì alla confusione delle istituzioni di governo, era dettata dalla legittima preoccu­pazione di un imminente disastro finanziario: le casse del Tesoro erano nuovamente vuote.
Giunto al potere Brienne fu atterrito dalla gravita della situazione e non potè far altro che riprendere il programma di riforme che aveva ferocemente combattuto fino al giorno prima: perciò decise l'applicazione della «sovvenzione territoriale» e di quadruplicare l'imposta sulla carta da bollo. I notabili si dichiararono incompetenti e vi fu chi lanciò l'idea di convocare un' «assemblea nazionale». Brienne de­cise subito di sciogliere l'assemblea e rinviare i notabili. Tutto quello che si era riusciti a ottenere in quattro mesi di lotte logoranti era l'autorizzazione a contrarre un pre­stito di 48 milioni.
Gli avvenimenti, che ormai più nessuno riusciva a controllare, portavano in un'unica dirczione: la convocazione degli Stati generali, che in fondo nessuno sinceramente voleva. Gli Stati generali erano stati invocati più volte nel corso del secolo, quasi sempre al culmine della lotta tra parlamento e governo. Nella tattica parlamentare questa richiesta, una sorta di appello al popolo, costituiva l'ultima arma contro il monarca. L'idea di una convocazione di questa antica assemblea dal funzionamento e dalle competenze incerte era di per sé inconciliabile con l'ideologia della monarchia asso­luta e ripugnava ai rè e al governo. L'ultima convocazione era avvenuta nel 1614, poi, con l'avvento di Luigi XIV e il trionfo dell'assolutismo, questi antichi istituti feudali parvero morti per sempre. Ma nel XVIII secolo il ricordo degli Stati era ritornato alle menti di coloro che per ragioni diverse intendevano contrastare il potere assoluto del mo­narca e ripristinare qualche meccanismo di partecipazione politica. I filosofi e gli storici ne avevano a lungo discusso ed era ormai unanime giudizio che gli Stati generali fos­sero parte della costituzione del regno ed anzi la fonte prima del potere e dello stato. Divergenze profonde erano insorte però circa la natura politica dell'istituto. La nobiltà, il par­lamento, le borghesie avevano cercato di appropriarsene dandovi una interpretazione ora democratica e popolare, ora oligarchica e conservatrice. Confusioni e malintesi avevano suscitato le ricerche storiche condotte sulle antiche convo­cazioni e non si era riusciti a determinare con precisione il sistema elettorale e i criteri rappresentativi del remoto meccanismo assembleare. Anche in questa materia il par­lamento si sentiva autorizzato a dare lezioni a tutti, ma la necessità di costruire le più contraddittorie alleanze lo aveva indotto a non prendere partito e a non pronunciarsi chia­ramente sul problema. Del resto i magistrati erano certi che una convocazione sarebbe stata impossibile, e anche qualora ciò fosse accaduto si illudevano di essere i soli in grado di padroneggiare la campagna elettorale e quindi gli Stati come già era accaduto molte volte in passato. Nei ceti medi e piccolo-borghesi, mediamente colti e ignoranti della storia patria, avevano avuto grande risonanza i fatti d'Ame­rica e si era ingenerata l'idea che gli antichi istituti feudali potessero essere assemblee nazionali di liberi cittadini chia­mati, non tanto a votare le imposte e a sostenere la mo­narchia, quanto a tracciare la costituzione scritta del mo­derno stato borghese. Per tutte queste ragioni il governo, consapevole della declinante autorità della monarchia, aveva con fermezza respinto ogni idea di convocare gli Stati nel corso del secolo, e le dottrine dell'assolutismo illuminato, preoccupate di un ritorno alle istituzioni feudali, avevano risposto alle insopprimibili esigenze di partecipazione poli­tica elaborando vari modelli di assemblee locali elettive o di nomina regia che avrebbero potuto cancellare il ricordo degli Stati e avrebbero dovuto gradualmente trasformare l'assolutismo fronteggiando in pari tempo la reazione aristo­cratica.
Brienne respinse dunque l'idea di un ricorso agli Stati e decise di affrontare il parlamento. Quest'ultimo, scomparsa l'assemblea dei notabili alla quale era sempre stato sotter­raneamente ostile, riacquistò tutta la forza di unico ba­stione del popolo contro il dispotismo.
La registrazione degli editti che i notabili si erano rifiutati di varare dichiarandosi incompetenti fu oggetto del primo scontro tra Brienne e il parlamento (giugno 1787). I magi­strati approvarono senza discutere le assemblee provinciali, la libertà del commercio, l'abolizione delle dogane, riforme troppo attese e desiderate dal pubblico per essere contra­state, e così facendo si conquistarono il favore popolare. Dissero di no all'imposta sulla carta da bollo dalla quale il governo si riprometteva introiti immediati e che colpiva particolarmente la borghesia forense e mercantile. Il go­verno insistette e la magistratura si ostinò. Il 9 luglio ven­nero presentate delle rimostranze in cui si chiedeva l'accer­tamento pubblico del deficit e vagamente si faceva accenno agli Stati generali. Seguì un Letto di giustizia a Versailles e la registrazione forzata, ma in presenza del monarca i par­lamentari dichiararono apertamente che « solo la nazione rappresentata dagli Stati generali ha il diritto di fornire al rè quei sussidi di cui sia dimostrata la necessità ». Poi, rientrato in Parigi già messa a rumore dagli incredibili avve­nimenti, il parlamento dichiarò, in una seduta imponente gremita di pubblico, nullo e illegale il Letto di giustizia e, 80 voti contro 40, dichiarò le nuove imposte « contrarie ai diritti della nazione ». I parlamentari furono portati in trionfo e nella capitale, l'entusiasmo e la tensione crebbero immediatamente; avvocati e magistrature inferiori avevano fatto causa comune col parlamento; le rimostranze stam­pate in migliaia di esemplari andarono a ruba. Il parlamento blandito e sicuro di sé rincarò la dose mettendo sotto accusa Calonne e gridando al dispotismo ministeriale.
A giudizio del governo gli avvenimenti erano andati al di là del limite di sicurezza; il parlamento paralizzava il paese e si potevano temere sommosse; non restava che esiliare i magistrati sfidando l'opinione pubblica della capitale e lo spirito di solidarietà dei parlamenti di provincia (25 ago­sto ). Ma anche in esilio, confinato nella cittadina di Troyes, il parlamento continuò ad agitarsi e a tempestare il governo e il paese di dichiarazioni e proteste per richiedere la con­vocazione degli Stati. A Parigi vi erano stati disordini di piazza con morti e feriti (17 agosto). In provincia, fin dal mese di luglio le vicende politiche della capitale erano state seguite con profonda emozione; i parlamenti denunciavano le violenze dei ministri, la violazione della costituzione, il dispotismo degli intendenti, l'eccesso di imposte, la miseria delle campagne e ostacolavano la percezione delle tasse. Tutta la magistratura, le municipalità e buona parte della corte e dell'aristocrazia imploravano il ripristino del parla­mento parigino nelle sue funzioni. Si ebbe timore di una rivolta della capitale e fu decisa la chiusura dei clubs e dei luoghi pubblici che ospitavano cenacoli politici e culturali; ai fabbricanti, agli artigiani, agli avvocati, ai notai, ai bot­tegai fu intimato di non lasciar circolare i loro apprendisti e dipendenti.
In questo clima di sfacelo Brienne, divenuto primo ministro, meditava la definitiva distruzione dei parlamenti.

3. Nel mondo dell'opposizione

Ad animare questa lotta politica vi erano dei « partiti »? e se vi erano, quali erano e chi ne faceva parte? Certo, as­sunto nella sua ordierna dimensione di istituzione politica, il partito non trova corrispettivo nella Francia dell'antico regime. Vi erano però sicuramente gruppi di pressione e di opinione, clientele, solidarietà e cenacoli ad animare la rete di alleanze e opposizioni di cui abbisogna la lotta poli­tica. Almeno due milioni di persone partecipavano in modo attivo, anche se con una visione confusa, alle vicende poli­tiche. Nelle città parlamentari, nelle capitali delle province e nei grossi centri commerciali si sentivano tutti più o meno compresi dei problemi dello stato e del governo, la cui politica finanziaria e fiscale aveva riflessi immediati sulla vita quotidiana. Una discreta rete di giornali, una vasta produzione di libelli e un'industria editoriale attiva e spe-culatrice facevano infine filtrare l'eco degli avvenimenti pubblici anche nel ristretto e disperso mondo alfabeta dei vil­laggi rurali. Perciò nel paese esisteva un'opinione pubblica; il nerbo ne erano ovviamente i ceti borghesi urbani, ma anche il basso clero ne era parte importante; poi ne faceva parte l'aristocrazia che, con il suo danaro e quel tanto di prestigio che le era rimasto, tentava di egemonizzarla e di guidarla. E quest'opinione pubblica ancora nel 1787 era divisa tra governo e parlamento, unici poli della lotta po­litica.
Esisteva sicuramente un « partito nazionale », un partito delle riforme e della monarchia. Ed esso raccoglieva una mi­noranza aristocratica di vocazione massonica e liberale e ampie fasce dell'alta borghesia sua pari ed alleata. Domi­nato dagli ideali del dispotismo illuminato ed erede del partito filosofico, questo eterogeneo gruppo teneva a sé legati tutti coloro che speravano di trarre profitto dalle riforme così a lungo promesse: avvocati desiderosi di acce­dere alla magistratura, burocrati cui era preclusa la carriera o compiacenti verso il governo in vista di una personale ascesa, ufficiali dell'esercito di origine borghese ai quali solo una trasformazione del sistema avrebbe permesso di acce­dere agli alti gradi.     Il governo essendo diviso e la mo­narchia impotente, il gruppo aveva stretto le fila e si era confuso con il governo il quale da parte sua lo aveva uti­lizzato.
Il governo e la monarchia non erano riusciti, deboli come erano, a creare una rete di propaganda tale da fronteggiare l'opposizione. A stento, nel corso del secolo, isolati ministri avevano costituito nuclei di collaboratori in grado di lavo­rare in accordo e in vista di precisi obiettivi. Turgot e Necker lo avevano fatto e anche Calonne. Brienne, come i suoi predecessori, cercò l'alleanza del partito nazionale e finanziò libellisti abili che animarono una vivace campagna di stampa senza peraltro riuscire a fronteggiare l'opposi­zione.
Il grosso dell'aristocrazia era unito, ma non costituiva un partito, ne riusciva più ad attrarre a sé l'opinione pubblica. Nelle campagne lo spirito antifeudale e antiaristocratico aveva ormai conquistato le grandi masse contadine. Nelle città l'aristocrazia era soggiogata al parlamento. Nell'esercito, sostanzialmente fedele al governo, lo spirito di corpo mili­tare prevaleva sullo spirito di casta aristocratico. La corte era divisa e non si rendeva conto della direzione che ave­vano preso gli avvenimenti. Molti si illusero che una con­vocazione degli Stati avrebbe assicurato una definitiva re­staurazione dell'ordine sull'assolutismo. Una forza a sé e quasi un partito era costituito dal duca d'Orléans il quale presentava il 20 agosto, al culmine della crisi politica, una memoria al rè in favore del parlamento e in cui venivano messi sotto accusa il governo e i ministri. Uomo da poco e dalle futili ambizioni, egli raccoglieva intorno a sé un gruppo eterogeneo di spiriti, tra i quali molti dei futuri rivoluzionari, senza tuttavia costituire una guida ne avere un chiaro disegno politico.
La magistratura parlamentare costituiva, come si è visto, una vera forza politica. Essa poteva contare sulla solidarietà di tutti i parlamenti del regno, sulla fedeltà delle magistra­ture inferiori e sull'appoggio dell'ordine degli avvocati che trascinava con sé un esercito di praticanti colpiti nei loro interessi da ogni sospensione dell'attività giudiziaria. Il ri­chiamo ai valori tradizionali, la difesa del regime e la lotta per la conservazione coagulavano poi forze considerevoli. Aderivano al partito parlamentare tutti coloro che ritene­vano, a torto o a ragione, di avere qualcosa da perdere: dagli appaltatori delle imposte con il loro esercito di infor­matori e agenti, agli esponenti delle municipalità e delle autonomie locali, agli artigiani gelosi del sistema corporativo. Ma il fronte parlamentare non era compatto. Avvocati, procuratori e praticanti lottavano a fianco della magistra­tura anche nella speranza di riaprire i canali di accesso al parlamento da tempo chiusi alla borghesia forense, e ciò costituiva un malinteso e al tempo stesso un motivo di attrito tra magistrati e avvocati. Inoltre le decisioni del parlamento, sempre prese a maggioranza di voti e assai di rado all'unanimità, rivelavano un discreto margine di in­certezze e di dissensi. Nel 1787 il parlamento parigino era guidato da giovani magistrati ambiziosi e smaniosi di con­quistarsi celebrità e fare carriera politica, e costoro avevano accolto il linguaggio del secolo e con esso avevano rivestito e in parte rigenerato la vecchia ideologia parlamentare per renderla accetta ai ceti borghesi. Più prudenti e concilianti, i vecchi parlamentari cercavano di frenare l'impeto antiassolutista di queste giovani leve tenendosi, se possibile, al riparo e cercando di scongiurare i più violenti conflitti. Ma vi erano anche coloro, una minoranza in verità, che aderivano sinceramente e consapevolmente agli ideali liberali e demo­cratici dell'illuminismo e lottavano per la costruzione di uno stato nuovo ben sapendo che in esso la vecchia istitu-2Ìone parlamentare non avrebbe più avuto alcuna funzione.
Così la Société des trente era nata dall'ambiente parlamen­tare parigino e raggruppava i più lungimiranti uomini del Terzo stato, da Sieyès a Mirabeau a Condorcet a Duport. Essa conduceva una propria politica in vista della convoca­zione degli Stati generali e cercava di influire sul parla­mento facendone un proprio strumento. Alla creazione del futuro stato borghese si lavorava anche in altri salotti, clubs e cenacoli della capitale, ma le idee erano, ancora nel 1787, vaghe e confuse.
I ceti popolosi del Terzo stato, le medie e le piccole bor­ghesie si tenevano discoste dalle vicende e osservavano incerte senza prendere posizione. « Neppure un sol uomo prima del 1789 ha immaginato la rivoluzione. — scriverà un grande rivoluzionario — ne ha calcolato il suo cammino o dedicato il minimo pensiero agli ostacoli che avrebbe saputo superare ». Eppure l'appello, mille volte ripetuto dal parlamento, ai « diritti della nazione », alla « costitu­zione del regno », alle « leggi sacre e inviolabili », alla lotta contro il dispotismo e alle « primitive libertà della nazio­ne » aveva finito per scuotere l'opinione di questi ceti tra­scinandola nelle passioni di piazza.
Divenuto primo ministro il 28 agosto 1787, Brienne se ne assunse tutte le responsabilità. Operò decisi ritagli alla spesa della casa reale riducendola massicciamente. Condusse poi trattative segrete col parlamento esiliato e giunse a un accordo; nel mese di settembre i magistrati furono richia­mati a Parigi. Ma la manovra screditò agli occhi del pub­blico tanto la monarchia quanto il parlamento. Il partito nazionale fu deluso del governo, i partigiani del parlamento si sentirono umiliati e confusi. Ma fu solo un attimo di smarrimento; ben presto la lotta riprese. Con un'attività davvero encomiabile il ministro aveva ri-I maneggiato il programma di Calonne e lo stava realizzando; ma oltre alle riforme occorrevano soldi e subito. Il bilancio di previsione per il 1788 prevedeva un deficit di 160 milioni.
L'andamento generale dell'economia era insoddisfacente, la ; rendita feudale toccava il suo culmino e superava di gran lunga il prelievo fiscale, le riforme avrebbero dato i loro ^ profitti solo col tempo; non si vedeva dunque donde trarre nuovo danaro. Anche qui Brienne riprese i progetti di Ca­lonne e decise di ricorrere al prestito, ma un prestito pro­grammato in un arco di tempo quinquennale per l'ammon­tare complessivo di 420 milioni.
Per ottenere la registrazione di un simile editto occorreva tuttavia togliere al parlamento ogni arma di offesa, promet­tere una futura convocazione degli Stati, prendere insomma l'iniziativa sulla magistratura in questa pericolosa corsa di appello al popolo. E così il 19 novembre 1787, in una se­duta solenne del parlamento alla presenza del rè e dei pari di Francia, fu data lettura degli editti di prestito e pro­messa la convocazione degli Stati per il 1792. Colti di sorpresa i magistrati si agitarono senza ordine ne strategia e non trovarono altra forma di opposizione che chiedere una convocazione immediata degli Stati. Il duca d'Orleans protestò per l'illegalità della seduta e per l'ordine di regi­strazione. Poco mancò che la riunione degenerasse in una rissa armata alla presenza del monarca.
Brienne reagì con decisione: il duca d'Orleans fu esiliato, alcuni magistrati incriminati, le rimostranze del parlamento cassate. Riprese la lotta; in provincia riprese l'agitazione più violenta che mai. « Gli abusi a lungo tollerati e l'oblio delle regole di governo — scrivevano i parlamentari di Rennes — conducono al disprezzo delle leggi e il disprezzo delle leggi prepara la caduta degli imperi ». Ma con la sola promessa della convocazione degli Stati generali la monar­chia assoluta aveva dichiarato fallimento e con essa falliva la società di antico regime.


4. 1788

I primi sintomi di una chiara presa di coscienza del Terzo stato si avvertono qui. Nei primi mesi del 1788, in mezzo a un turbinare di libelli parlamentari contro la monarchia e del governo contro il parlamento, prende vita in modo spontaneo una campagna di stampa del Terzo stato in fa­vore di una più sollecita convocazione degli Stati generali. « Oggi di chi mai volete che si fidi la nazione? — si scri­veva nel 1788. — I parlamenti che la difendono tanto male l’hanno ancora abbandonata. Le promesse del rè sono relative al carattere e ai principi dei suoi ministri. Ci oc­corre una barriera contro il ritorno degli abusi, ci occor­rono Stati generali o qualcosa di simile: ecco quel che si ripete da ogni parte ». « Tutti sono concordi nel dire che gli Stati generali del regno non possono essere riuniti senza che una generale libertà ne sia l'immediata conseguenza, ma tra le persone che incontro — si scrive ancora — ve ne sono poche che abbiano idee giuste sulla libertà, tanto che non so di che specie sarà mai questa nuova libertà che sta per nascere ». Cominciarono a circolare libelli in cui si chiedeva una convocazione « giusta » e degli Stati si par­lava come di un organismo nuovo, costruito all'occorrenza e atto a risolvere i grandi problemi della nazione. Gli Stati già venivano confusi con le assemblee nazionali. Molti si rendevano conto che sarebbe stato impossibile rinviarli di cinque anni: « sicuramente non sono necessari cinque anni ne per convocarli ne per prepararvisi, e le condizioni della nazione sono troppo critiche perché si possa permettere a quelli che l'hanno gettata nel caos di vivere altri sessanta mesi con puri espedienti ». Quel che resta del vecchio par­tito nazionale e dei fedeli dell'assolutismo illuminato ab­bandona definitivamente il governo e prende posizione in favore di una sollecita convocazione degli Stati trasferendo in questo antico istituto tutte le aspettative di radicale riforma del sistema. La parte più attiva e lungimirante della magistratura già lavora a definire le caratteristiche della futura assemblea, i suoi compiti e le sue funzioni.
Nella prima metà di quest'anno la rivolta aristocratica tocca il suo culmine. I parlamenti continuano nella loro ostinata opposizione nei mesi di gennaio, febbraio e marzo, paralizzando il governo e presentando rimostranze sempre più corrosive del potere monarchico, sempre più populiste nel tono e demagogiche nel contenuto.
Rimostranza dopo rimostranza si istruisce così un vero e proprio processo all'assolutismo: vengono condannate le lettres de cachet, difese le libertà individuali, messi sotto accusa gli agenti della monarchia, la giustizia personale del monarca, il suo diritto di governare e di legiferare. Brienne, da parte sua, decide nel mese di aprile la distruzione del parlamento mediante una definitiva riforma di tutto il si-ttema giudiziario e amministrativo del regno. L'8 maggio 1788, in un drammatico Letto di giustizia durato più di trenta ore, furono registrati uno a uno gli editti di distru­zione del parlamento e del sistema giudiziario di antico regime; poi furono nominati nuovi magistrati e le vecchie corti furono dichiarate in vacanza a Parigi come in tutto il regno. Fu l'ultimo scontro: la struttura sociale e istituzio­nale dell'antico regime ebbe ancora un violento sussulto.
La magistratura organizzò una resistenza furiosa. Scoppia­rono sommosse a Parigi, Tolosa, Digione. Altrove i parla­menti, sorretti dall'aristocrazia e dal popolo, rifiutarono di autodistruggersi. Le nuove istituzioni giudiziarie conobbero una tale opposizione che neppure riuscirono a costituirsi. Nel Bearn, in Bretagna e in Delfinato riemerse il regiona­lismo e il patriottismo locale e si invocarono gli Stati pro­vinciali. L'esercito diede sintomi di indisciplina e molti ufficiali dimissionarono piuttosto di partecipare alla repres­sione. Si ebbe allora la sensazione di un imminente collasso della monarchia e della fine dell'unità nazionale.
In molti luoghi i ceti borghesi stavano a guardare, ma al­trove presero parte attiva alla lotta in favore del parla­mento e in Delfinato guidarono l'opposizione. Comunque essi lavoravano ormai in favore di un nuovo corso politico: sulle porte sbarrate del palazzo di giustizia parigino, già sede del parlamento, si lesserò queste parole: « parlamento da vendere, ministro da impiccare, corona da affittare ». Ovunque si invocavano gli Stati generali e a Grenoble, dove la borghesia forense aveva preso la guida della rivolta, un'assemblea indicò anche quali avrebbero dovuto essere la struttura e le funzioni della prossima assemblea nazionale. Era ormai evidente che nulla avrebbe più mantenuto l'or­dine se non una resa completa del governo e della monar-chia, e il 5 luglio, dopo due mesi di paralisi nell'attività governativa, Brienne emanò un decreto di convocazione degli Stati generali e di apertura della campagna elettorale. Una crisi di sussistenza sconvolgeva tutto il paese, la paralisi economica fece crollare anche il gettito delle imposte in­dirette, i benefici del prestito contratto l'anno precedente si erano rapidamente esauriti. Si mise mano a tutti i fondi reperibili, poi, il 16 agosto, lo stato cessò di pagare stipendi, rendite, pensioni e interessi sui debiti e decretò bancarotta. Il 25 agosto Brienne dimissionava, ma ormai la monarchia francese aveva cessato di esistere come sistema politico organizzato.