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Sconfitta della controriforma
Mentre il continente era straziato dalle lotte religiose, l'Inghilterra
superò la crisi della Riforma senz'essere turbata da invasioni straniere
o da gravi tumulti interni. Alla fine del regno di Elisabetta, la gran
massa del popolo inglese accettava la Chiesa di stato, né romana, né presbiteriana,
che la regina aveva saputo difendere contro la pressione di forze contrastanti.
L'attacco della Controriforma era stato respinto. La Bolla di deposizione,
così poco saggiamente emessa da Pio V, imponendo ai cattolici inglesi
un tragico conflitto di coscienza, aveva alienato dalla causa papale quella
grande massa di opinione cattolica che si sentiva inglese prima che romana.
Identificandosi con la potenza nemica della Spagna, l'antica fede aveva
perduto ogni popolarità. Le congiure dei gesuiti per uccidere la regina
erano state sventate. Lo stato era così forte che poteva essere clemente.
A confronto dei protestanti bruciati per eresia sotto il regno di Maria,
il numero dei cattolici giustiziati per alto tradimento da Elisabetta
ci appare insignificante. La persecuzione è sempre deplorevole, ma non
bisogna dimenticare che i condannati, anche se spiriti magnanimi, erano
tuttavia alleati di una potenza straniera che tendeva ad abbattere lo
stato.
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L'umanesimo, la Bibbia e il mare
Favorito in tal modo dalla fortuna, il popolo inglese fu educato dall'umanesimo,
dalla Bibbia e dal mare. Ciò che, durante la Riforma, s'era perduto per
la disorganizzazione materiale delle scuole, fu compensato dalle fresche
correnti d'inspirazione entrate nella vita del popolo attraverso queste
tre fonti così diverse. All'epoca di Elisabetta, gl'inglesi, sebbene ancor
rozzi, erano divenuti un popolo amante della poesia, della musica, della
Bibbia e del mare. Ancora dominavano le scuole le discipline umanistiche,
derivate dall'impeto originale dell'insegnamento di Erasmo e di Colet.
Nobili e possidenti mandavano i propri figli a Oxford e a Cambridge, che
cominciavano allora a esercitare l'ufficio a cui assolvono anche oggi
impartendo ai laici un'educazione superiore. Dame e gentiluomini studiavano
il greco e il latino, l'italiano e il francese. Si traducevano in inglese
i classici spagnoli, francesi e italiani. Viaggiare in Italia, scrivere
sonetti o versi sciolti all'italiana era il sogno ambizioso dei fortunati.
Storie prese da tutto il mondo, da Boccaccio e Bandello e Saxo Grammaticus,
e dalla più remota antichità celtica, entravano nel dramma popolare, preparando
nuovo materiale al genio di Shakespeare.
A questo libero svolgimento artistico che si veniva diffondendo nella
società, più in accordo col movimento e la vivacità della corte, del castello,
dell'osteria e del teatro che non colla disciplina claustrale della scuola
e del collegio, il secondo grande fattore dell'educazione nazionale, e
cioè la ricchezza e maestà della Bibbia appena allora scoperta impedì
di degenerare, com'era accaduto in Italia, nella licenza e nella trivialità.
Per due secoli e mezzo, prima che si diffondessero giornali e romanzi
a buon prezzo, i sacri libri ebraici furono il principale elemento intellettuale
e il cibo spirituale degl'inglesi della classe povera e media. L'autorità
di questa letteratura melodiosa e austera era unica e universale. In ogni
parrocchia la Bibbia, vera università popolare, era aperta e liberamente
accessibile a tutti. In questa vasta miscellanea, in cui tutti gli elementi
più solenni e sublimi del lontano oriente si fondono coi documenti dell'antica
barbarie, gl'inglesi erravano a piacere, senza imposizioni e senza ceppi,
trovandovi sempre una guida per la vita pratica, a volte piena d'infinita
profondità e bellezza, ma tal altra causa di tetraggine, orgoglio e presunzione.
Terzo elemento dell'educazione inglese dell'epoca fu il mare: Il popolo
era affascinato dal romanzesco geografico, come se nulla fosse impossibile
in un'epoca che aveva visto ampliarsi a tal segno i confini della speranza
e del sapere. «Quale re di questa terra prima di Sua Maestà»,
si chiedeva Hakluyt, «vide mai le proprie bandiere sul mar Caspio?
Quale mai trattò, come Sua Maestà, con l'imperatore di Persia, ottenendo
per i suoi mercati grandi e preziosi privilegi? Chi vide mai, prima di
questo governo, un suddito inglese nel maestoso portico del grande Signore
di Costantinopoli? Chi mai trovò consoli e agenti inglesi a Tripoli, nella
Siria, ad Aleppo, a Babilonia, a Balsava e, ciò che più conta, chi mai
sentì parlare prima d'ora di un inglese a Goa? Si videro mai prima d'ora
navi inglesi ancorate nel possente fiume de La Plata?». Impossibile
negare che lo spirito confidente dell'avventuriero marinaro inspirasse
ai poeti elisabettiani alcunché della propria fiduciosa speranza, a volte
in maniera evidente, come nel Tamerlano di Marlowe e nel Musophilus
di Daniel, altre volte in modo quasi impercettibile. Ma assai più importante
di qualsiasi diretta efficacia sulla cultura fu anzitutto lo spirito di
disciplina imposto dal mare a tutti i suoi devoti e, in secondo luogo,
lo splendore che quest'epoca di avventure, scoperte e guerra marittima,
diede alla vita marinara. Invece di apparire oggetto d'orrore, come a
Orazio, il mare fu considerato d'allora in poi come la fortuna dell'Inghilterra.
And who in time, knows whither we may vent
The treasure of our tongue, to what strange shores
This gain of our best glory shall be sent,
T'enrich unknowing nations with our stores?
What worlds in th'yet unformed occident
May come refined with th'accents that are ours?
Lo spirito d'avanguardia del Musophilus di Daniel (1601) ci appare
come il simbolo della nuova forma mentis inglese, risultante dall'azione
combinata del Rinascimento e della Riforma. Il cattolicesimo aveva creato
una filosofia coerente della vita, foggiata dal genio latino e perfezionata
nel secolo tredicesimo. Da questa dottrina limitata l'umanesimo, il libero
studio della Bibbia e l'avventura marittima venivano ora allontanando
la parte migliore della nazione. Il centro dell'interesse intellettuale
s'era spostato. Il genio profetico di Francesco Bacone invitava lo studioso
ad abbandonare Aristotele e la Scolastica, per volgersi all'attento esame
della natura. Non con la ragione a priori, bensì con l'induzione
era possibile svelare i segreti del mondo.
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Il metodo scientifico
Il secolo diciassettesimo, iniziatosi coi fervidi sogni di Francesco
Bacone, si chiude con Isacco Newton, il quale dimostra in modo preciso
che l'intero universo è un unico immenso meccanismo. Tra questi due nomi
è compreso un lungo e splendido capitolo della scienza inglese, iniziatosi
con la scoperta della legge della circolazione del sangue, fatta dallo
Harvey nel 1624 col metodo sperimentale, continuato con l'opera chimica,
destinata a fare epoca, di Roberto Boyle, e illustrato dalla fondazione
della Royal Society che diede all'Inghilterra, nella vita intellettuale
d'Europa, un'importanza che la fama insulare di Shakespeare e Milton non
avrebbe potuto assicurarle. Ché, alla morte di Elisabetta e fino all'epoca
di Oliviero Cromwell, l'Inghilterra contava abbastanza poco in Europa.
La grande fioritura della poesia e del dramma, durante il regno di Elisabetta
e del suo successore Giacomo I, passò quasi inavvertita sul continente,
sino alla fine del diciottesimo secolo, quando Schlegel tradusse Shakespeare
in tedesco, e, nell'Inghilterra stessa, fu offuscata dalle fitte nebbie
del puritanesimo. Né, prima della Repubblica, l'Inghilterra ebbe mai vera
importanza nell'equilibrio della politica continentale. La flotta fu trascurata
da Giacomo e, nonostante il maggiore interesse di Carlo per lo sviluppo
navale, neanche durante il suo regno, acquistò mai, per l'eccessiva parsimonia
del Parlamento, forza sufficiente per adeguatamente difendere i mari britannici
dai pirati. Valorosi soldati inglesi combattevano per la causa protestante
nel Palatinato, nei Paesi Bassi, e negli eserciti di Gustavo. Ma non esisteva
un esercito permanente; e l'Inghilterra non fu mai in grado di agire efficacemente
sul corso della politica continentale prima che Cromwell non la convertisse,
per la prima volta nella sua storia, in uno stato militare.
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Prevalenza dello spirito d'intolleranza
Durante questo periodo d'isolamento e relativa oscurità, gl'inglesi lottarono
per risolvere due grandi problemi tra loro connessi, religioso il primo,
costituzionale e politico il secondo.
La Chiesa di stato d'Elisabetta era ben lungi dal soddisfare i progrediti
spiriti religiosi che traevano la loro inspirazione dalle avanzate chiese
protestanti della Svizzera. Ripugnava ad alcuni il principio di Chiesa
di stato in se stesso, spiaceva ad altri l'istituzione dell'episcopato,
a molti altri ancora l'uso del rocchetto, la posizione dell'altare a est
della Chiesa e una liturgia troppo intimamente simile a quella romana.
Ci si chiese allora se la Chiesa potesse essere tanto ampliata da accogliere
dentro di sé questi ampi e diversi movimenti di pensiero e sentimento
protestante, o, in caso contrario, quale sarebbe la posizione dei protestanti
lasciati fuori. Si potevano tollerare scrupoli puritani nell'interno della
Chiesa? Si poteva permettere d'esistere a comunità protestanti riconosciute,
fuori di essa? Alla prima domanda si rispose subito negativamente. La
proposta d'inclusione fu respinta da Giacomo I, da Laud, dai teologi anglicani
della Restaurazione. E fu un peccato: ché forse, con maggiore elasticità
e tolleranza verso i travagli della coscienza puritana nella questione
delle cerimonie, si sarebbero, durante il regno dei primi due Stuart,
evitati molti guai. Si seguì invece la strada opposta. Quando, nel 1604,
trecento ministri puritani diedero le dimissioni piuttosto che uniformarsi
al Libro di preghiera, com'era loro imposto, si presentò alla dinastia
degli Stuart il problema che portò a morte Carlo I.
L'idea della tolleranza, vera risposta alla seconda domanda e unica soluzione
dell'interno problema, era estranea alla mentalità dell'epoca, e soltanto
alla fine del secolo, attraverso una guerra civile e un cambiamento di
dinastia, fu parzialmente riconosciuta con una legge del parlamento. Non
certo sotto il lungo governo della Chiesa romana l'Europa aveva potuto
imparare la tolleranza religiosa e, tra le furiose passioni suscitate
dalla grande scissione non poteva apprenderla che assai lentamente. Giovanni
Knox e Guglielmo Laud non erano spiritualmente più liberali di quel che
non fossero Ignazio da Loyola e il duca d'Alba. Finché visse la grande
regina, la via di mezzo della chiesa anglicana poté essere difesa grazie
alla ferma amministrazione dell'arcivescovo Whitgift contro i settari
romanisti da una parte e i protestanti dall'altra. Ma la vera tendenza
dell'opinione all'interno della Chiesa non dava luogo a equivoci e sempre
più si veniva allontanando da Roma, in direzione del puritanismo.
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Teoria del diritto divino dei sovrani
A tale corrente dell'opinione pubblica Giacomo I, prole straniera
di Maria Stuart ed Enrico Darnley, e Carlo, suo figlio, erano decisamente
avversi. Non che questi due sovrani intendessero rientrar nel gregge romano.
Il titolo di capo supremo della Chiesa d'Inghilterra appagava in pieno
la loro coscienza e il loro orgoglio. Ma erano episcopali e in grado diverso
- ché Carlo era più deciso di suo padre - sacerdotalisti. «Non v'è
re senza vescovo», disse Giacomo ai principali ministri puritani
alla conferenza di Hampton Court nel 1604; e questa unione del sacerdozio
con la monarchia, divenuta pietra angolare del sistema degli Stuart, fu
in un certo senso convalidata da una nuova dottrina vigorosamente predicata
dai prelati cortigiani, secondo la quale la corona spettava al re per
diritto divino. Teoria assurda, ma conveniente: i ministri della Chiesa
erastiana si affrettarono ad approvare una filosofia che attenuava il
carattere mondano del loro ufficio; e il re Giacomo, i cui diritti alla
successione erano alquanto discutibili, fu felice di sentir dire che la
monarchia degli Stuart regnava per volontà divina.
Ma fondar la politica sulla teologia è oltremodo pericoloso. Un re teocratico
non può cedere mai. Concessioni e accomodamenti che renderebbero più facile
il corso della politica son negati a un re che si crede il portavoce dell'inalterabile
volontà di Dio. Meno male se la dottrina del diritto divino dei re fosse
stato semplicemente un ameno artificio rettorico. Ma quando, nel 1604,
Giacomo disse ai capi del movimento puritano che, se non si fossero piegati,
«li avrebbe costretti con le sue persecuzioni a lasciare il paese»,
la minaccia non era rettorica: e, piuttosto che cedere, trecento ministri
protestanti diedero le dimissioni.
L'intimo significato della battaglia così iniziatasi tra i puritani e
la monarchia degli Stuart può essere inteso soltanto quando si consideri
la forza del sentimento antiromano, prevalente allora non soltanto in
gran parte del clero, ma anche a Londra, nei porti marittimi e nelle classi
più battagliere della società. Queste zone della pubblica opinione furono
per molte generazioni dominate dalla paura e dall'odio verso Roma. Quando
Giacomo I salì al trono, le persecuzioni di Maria, l'Armada spagnola,
le macchinazioni contro la vita della grande regina erano ricordi ancora
recenti; e prima che questi ricordi fossero svaniti, ecco la congiura
di Cuy Fawkes (combinata da alcuni gentiluomini cattolici) per far saltare
in aria il palazzo del parlamento, delitto il cui orrore s'impresse così
profondamente nello spirito pubblico che la sua memoria è ancora rievocata
ogni anno, in alcune città e villaggi inglesi, con pubblici fuochi rappresentanti
il rogo del papa.
A queste cause di rancore e apprensione s'aggiungeva poi l'interesse con
cui le ondeggianti e incerte fortune dei protestanti sul continente erano
considerate dai correligionari inglesi. Le guerre degli ugonotti, la lunga
e disperata lotta degli olandesi, la catastrofe della causa protestante
in Boemia e nel Palatinato suscitarono in Inghilterra la più viva simpatia.
Nello stato d'animo battagliero così creato, piccoli elementi di rito
o di cerimoniale che, in epoca più calma e indulgente, sarebbero parsi
inezie, acquistarono un significato solenne e tremendo; e molti preferirono
abbandonare la patria e il focolare e affrontare le tempeste dell'Atlantico
piuttosto che sopportare la vista, nella chiesa del loro villaggio, della
tavola della comunione spostata all'estremità est, con evidente richiamo
all'abbominevole messa dei cattolici.
Il problema costituzionale consisteva nel risolvere se la vera autorità
sovrana appartenesse alla corona o al parlamento. Fu forse un bene che
questo grave problema riguardante la sistemazione delle forze interne
dello stato non fosse mai fatto argomento di teorie filosofiche, ma dibattuto
fra uomini pratici a proposito delle questioni pratiche di ogni giorno
e alla luce dei precedenti storici. Ecco perché la soluzione definitiva,
inspirata dall'esperienza, e cioè un gabinetto di ministri, contemporaneamente
consigliere della corona e responsabile di fronte al parlamento di tutte
le sue azioni, poté resistere alle tempeste e al susseguirsi di varie
situazioni politiche, dimostrandosi uno dei principali contributi della
sagacia dell'uomo alla scienza del libero governo. Ma la soluzione era
complicata, oscura, priva di precedenti. Alla fine del secolo diciottesimo,
i creatori della costituzione americana non riuscivano ancora a comprendere
la funzione e la natura del governo di gabinetto. Non è dunque meraviglia
che per tanto tempo non la intendessero i politici dell'epoca degli Stuart.
La fondamentale importanza di questo problema costituzionale derivava
dall'interesse vivo e appassionato con cui i componenti della Camera
dei Comuni consideravano molte questioni di politica pubblica e specialmente
la religione, la politica estera come ramo della religione, e la finanza,
da un punto di vista diametralmente opposto a quello della corona.
La vecchia tradizione dell'Inghilterra era parlamentare. Il dispotismo
dei Tudor era cosa nuova, accettabile come alternativa alla guerra civile
e all'invasione straniera, e sostenuta dal prestigio, la capacità e l'abilità
parlamentare dei sovrani Tudor. Finché non fu superato il pericolo rappresentato
dall'Armada spagnola nessuno mai sognò di opporsi, nel parlamento, agli
atti della corona. Ma già alla fine del regno di Elisabetta si levarono
mormorii, forieri dell'uragano imminente. Anzi, una volta, a proposito
dei monopoli (1601), sembrando a Elisabetta che le proteste della Camera
dei Comuni rappresentassero il sentimento popolare, vide saggiamente in
un'opportuna arrendevolezza la via più prudente. Con quell'aria grandiosa,
che ci spiega il segreto del suo fascino, ella pronunciò la sua capitolazione, «Benché Iddio», ella disse ai fedeli Comuni, «mi abbia posta in alto,
considero tuttavia questo solo come gloria della mia corona: aver regnato
col vostro amore. E per questo son felice non tanto che Iddio mi abbia
fatto regina, quanto d'esser regina di un popolo così grato».
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Giacomo I
Privo di queste qualità affascinanti, e con una mentalità radicalmente
opposta a quella della piccola nobiltà e dei giureconsulti che si radunavano
nella cappella di Santo Stefano a Westminster, Giacomo I s'attirò ben
presto una grave opposizione parlamentare. Intelligente, dotto, pieno
di umorismo, in molti sensi più illuminato e umano della maggioranza del
suo popolo, il re era viceversa intrattabile per la sua presunzione. Non
mai sedé sul trono inglese peggior giudice della situazione politica.
Tutto gli andava a rovescio. Suscitò una tempesta con la sua politica
estera filospagnola. Scelse dei favoriti - prima Roberto Carr e poi Giorgio
Villiers, duca di Buckingham - che incorsero nell'animosità generale.
Si alienò i mercanti della City e violò il credo fiscale di Westminster,
tentando d'imporre tasse indirette («imposizioni») sulla base
delle sue prerogative. Riguardo al parlamento aveva una teoria sbagliata
e fu così poco saggio da manifestarla, dicendo ai Lord e ai Comuni che
i privilegi di cui godevano non spettavan loro di diritto, ma dipendevano
dal favore reale. Sostenne che la Camera dei Comuni aveva «una competenza
semplicemente privata e locale» e affermò chiaramente che, mentre
spettava ad essa votare le imposte ed esprimere le opinioni dei suoi componenti,
la direzione della politica e l'ordinamento della Chiesa nazionale erano
alte questioni di stato riservate al raziocinio del re. A tali affermazioni
il parlamento del 1621 ribatté con una famosa protesta in cui si chiariva
la base essenziale della grande controversia, affermando che «le
libertà, le franchigie, i privilegi e le giurisdizioni del parlamento
sono antico e indiscutibile diritto e patrimonio ereditario dei sudditi
inglesi»: e che «le questioni difficili e importanti riguardanti
il re, lo stato e la difesa del regno e della Chiesa d'Inghilterra, e
la creazione e il mantenimento delle leggi e la eliminazione degli abusi...
sono i veri argomenti di cui si deve disporre e discutere in parlamento».
Tale concezione era così decisamente contraria all'idea del re sulla costituzione,
che questi strappò la pagina incriminata dalle relazioni della Camera,
sciolse il parlamento e mise in stato d'accusa sette dei suoi membri,
tra cui Giovanni Pym, iniziatore della rivoluzione puritana.
Se si riconosceva al parlamento il diritto di dirigere o contrastare il
corso della politica pubblica si doveva, di conseguenza, ammettere che
potesse licenziare i ministri, le opinioni dei quali apparissero pericolose
al bene comune. Ma in che modo? Non si trovò nulla di meglio dell'antico
e rozzo sistema dell'impeachment per cui i pari o ministri della
Corona venivano sottoposti a un processo giudiziario dinanzi alla Camera
dei Lord, dietro accuse pronunciate dalla Camera dei Comuni. Metodo grossolano,
irregolare, fondamentalmente inadatto; ché le colpe degli statisti non
erano per lo più tradimento, fellonia o cattiva condotta, o altri delitti
passibili d'inchiesta giudiziaria, bensì errori di giudizio, di carattere
e di calcolo. Ecco perché l'impeachment, benché indubbiamente utile
nei suoi risultati politici, era quasi sempre ingiusto nella procedura
e nelle pene. Durante il secolo diciassettesimo, i Comuni ricorsero più
volte a questo espediente per ottenere ciò che altrimenti sarebbe parso
irraggiungibile, e cioè il licenziamento di ministri impopolari e opprimenti.
E fu quest'arma rozza e brutale che permise ai capi del parlamento dell'epoca
di spianare la via ai metodi più semplici e regolari della nostra moderna
pratica parlamentare.
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Carlo I
Giorgio Villiers, duca di Buckingham, valoroso, prodigo, affabile, era
un buon camerata, ma, negli affari di stato, un consigliere temerario
e capriccioso. Già consigliere favorito di Giacomo I durante gli anni
della sua decadenza, divenne intimo amico e fido consigliere di suo figlio
Carlo, succedutogli nel 1625. Il parlamento ne diffidava, lo criticava,
e alla fine cercò di liberarsene con l'impeachment. Finché accanto
al trono si trovava questo appariscente e presuntuoso favorito, i capi
della Camera dei Comuni non potevano avere nel governo fiducia alcuna.
Causa delle contese di Carlo coi suoi tre primi parlamenti non fu, in
fondo, che l'ostinazione del sovrano a sostenere un ministro che i Comuni
volevano abbattere a ogni costo. A prescindere da ogni atto più o meno
saggio del giovane re, la sua testarda amicizia per Buckingham era sufficiente
a creare un'atmosfera di malanimo: malanimo lasciato in eredità dall'antico
al nuovo regno. Subito, i membri del parlamento, interrompendo la tradizione
costituzionale, anziché concedere al nuovo re l'imposta sul vino e le
merci importate (tonnage and poundage) (circa trentamila sterline)
a vita, ne limitarono la concessione alla durata di un anno. Frugali fino
alla parsimonia e diffidenti sino all'ingiustizia, non vollero affidare
a Buckingham neanche una particella del denaro dell'erario.
Giustamente si rimproverò ai primi parlamenti degli Stuart non solo di
non aver tenuto conto della diminuzione dei redditi tradizionali della
Corona, prodotta dal ribasso nel valore della circolazione, ma anche di
essersi rifiutati a pagare le spese necessarie alla politica ch'essi stessi
avevano imposta. Volevano combattere contro gli spagnoli, salvare il Palatinato,
aiutare gli ugonotti contro Richelieu, ma non erano affatto disposti a
fornire le somme che imprese di tal genere e di tale estensione necessariamente
esigevano. Forse se il controllo delle spese e dell'amministrazione fosse
stato nelle loro mani, si sarebbero venuti abituando a una più saggia
generosità. Ma, data la situazione, rimpiangevano ogni soldino. La loro
avarizia costrinse Carlo a espedienti anticostituzionali per raccoglier
denaro - imposta per la costruzione delle navi, prestiti forzosi, - suscitando
infine una contesa così violenta che provocò la sospensione per dieci
anni del governo parlamentare.
Nulla di paragonabile, in nessun paese d'Europa, ai politici inglesi che
in questo periodo combatterono per la libertà costituzionale, in gran
parte gentiluomini campagnoli, nobilitati da una certa cultura umanistica,
i quali, pur divertendosi a coltivare e cacciare, prendevano tuttavia
parte attiva, come giudici di pace, all'amministrazione locale della contea.
Benché fosse impossibile immaginare un gruppo di uomini meno intellettuali,
erano familiari con la procedura inglese e tenacemente attaccati al principio
legale. A qualcosa di quel tono di alta serietà religiosa, che distingueva
i giureconsulti giansenisti dell'università di Parigi, univano una più
ampia esperienza di vita e maggior capacità d'adattamento alle violente
necessità della politica. Spiriti gravi e appassionati, sentivano in genere
profondamente i problemi più vitali e, sebbene la Camera dei Comuni fosse
ormai divenuta, col suo sistema di comitati, uno strumento eccellente
per l'efficace disbrigo degli affari difficili, c'erano tuttavia circostanze
in cui sotto l'impeto della commozione, i suoi componenti scoppiavano
a piangere dirottamente.
Carlo non sapeva trattare con questi uomini seri, energici ed esigenti.
Virtù e raffinatezza non possono sostituire quel gagliardo e flessibile
senso comune che, solo, può tenere a galla il vascello dello statista
sulle acque di un mare tempestoso. Il re avrebbe potuto sciogliere un
parlamento turbolento; avrebbe potuto imprigionarne senza processo un
membro particolarmente pericoloso. Ma non sapeva trattare onestamente
con un onesto avversario e non si faceva scrupolo d'influire sui giudici
per ottenere verdetti secondo i desideri della Corona. E tuttavia, quanti
segni forieri di pericolo! Nel 1626, quindici pari si rifiutarono di sottoscrivere
al prestito forzoso; cinque cavalieri, ugualmente rifiutatisi a sottoscrivere
al prestito, furono imprigionati «per speciale mandato del re»
e sostennero, in una causa famosa, che, nonostante questo, la legge dell'Habeas
corpus dava loro diritto alla libertà provvisoria i mercanti di Londra
rifiutarono di pagare le imposte; e finalmente, durante il parlamento
del 1628, si ebbe la «petizione dei diritti», abbozzata sotto
la pressione di un personaggio importante come Edoardo Coke, giudice supremo
della corte delle cause comuni, che dichiarò illegali quattro pratiche
del governo: le corti marziali, il biglietto d'alloggio per soldati e
marinai nelle case private, i prestiti e le tasse senza il consenso del
Parlamento e l'imprigionamento arbitrario. Ma Carlo non badò a questi
segni: e il 2 marzo 1629 la tempesta scoppiava.
Nella seconda sessione del terzo parlamento, la Camera rifiutò di rimandare
la riunione, secondo l'ordine del re. Lo speaker fu costretto a
forza nella sua seggiola, e, per istigazione di John Eliot, si lesse alla
Camera un decreto per cui chiunque introducesse innovazioni arminiane
papiste nella religione, chiunque consigliasse l'imposizione di tasse
senza il permesso del parlamento, e chiunque le pagasse, era dichiarato
nemico del regno e della cosa pubblica. Al che il re sciolse il parlamento,
iniziando un periodo di governo personale, prolungatosi per oltre undici
anni.
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Strafford e Laud
Primo tra gli uomini politici a cui si dovette «la petizione di
diritti», era Tommaso Wentworth, più tardi conte di Strafford. I
motivi che indussero questo forte e immaginoso statista a schierarsi prima
col parlamento, e più tardi a usare la propria energia in difesa della
Corona non erano certo chiari per i contemporanei come per noi. Wentworth
fu accusato di apostasia politica; ma in una guerra di movimento si può
chiamare apostata soltanto chi rinunci alla parte migliore di se stesso.
E questo Wentworth non fece mai. Aveva nel sangue la lealtà verso il re,
ma anche la passione per un governo forte, giusto ed efficace. Nel 1628,
lo troviamo capo dell'opposizione alla Corona, perché, diffidando della
politica di Buckingham, gli pareva che le prerogative reali fossero state
troppo estese e credeva il parlamento «il gran medico capace di
creare un vero consenso tra re e popolo». Se più tardi, prima come
presidente del nord e poi durante l'amministrazione irlandese, ci appare
come precursore della lunga serie dei proconsoli inglesi, ciò si deve
alla convinzione, maturatasi in lui durante la tensione appassionata del
conflitto parlamentare, che il governo del paese fosse più sicuro affidato
al re che al parlamento. «Il benessere indivisibile di sudditi e
sovrano» rimaneva tuttora la grande meta a cui tendeva; ma era giunto
alla conclusione che una mano ferma o, secondo la sua espressione, una
politica «integrale» fosse la medicina più adatta ai mali
dell'epoca.
In quest'impresa Wentworth poteva contare sulla collaborazione di
un inglese meno importante di lui che esercitò tuttavia una grande efficacia
sulla storia del mondo. La politica ecclesiastica di Guglielmo Laud ebbe
come conseguenza la fondazione delle colonie della Nuova Inghilterra e
l'insurrezione armata della Scozia presbiteriana contro il Libro di preghiera
anglicano, destinata a precipitare la grande rivoluzione. Il fatto ch'egli
suscitasse due movimenti di tanta importanza, di qua e di là dall'Atlantico,
come la fondazione della Nuova Inghilterra e la deposizione di Carlo I,
dimostra non l'arte di stato di Laud, ma piuttosto lo straordinario risentimento
suscitato dalla sua politica. E tuttavia i suoi meriti, benché inferiori
ai suoi difetti, sono innegabili. Una intelligenza potente, anche se limitata,
s'univa in lui a una profonda e inalterabile sfumatura di devozione, a
una coscienza sensibile sino a esser morbosa e al gusto d'intervenire
nelle più piccole cose. Oxford, dove riformò l'università e i collegi,
era il posto adatto per lui. Il suo tentativo di costringere a furia il
popolo inglese ad accettar cerimonie che a quel tempo sembravano papiste,
condusse a uno straordinario e inevitabile disastro.
A paragone delle feroci persecuzioni della Spagna, dei Paesi Bassi e della
Boemia, le pene inflitte da questo abile e attivo reverendo di Oxford
agli spiriti recalcitranti che rifiutavano di accettate il modello uniforme
ch'egli intendeva imporre alla Chiesa Inglese, sono veramente insignificanti.
I martiri laudiani erano privati della loro fortuna e, in casi estremi,
condannati alla frusta o alla perdita di un orecchio; non erano né bruciati
sul rogo, né decapitati, né torturati sul cavalletto, né condannati a
lavorare come schiavi nelle galere. E tuttavia la politica dell'arcivescovo
era così odiata da gran parte dei suoi concittadini che provocò una corrente
di emigrazione verso le coste dell'America del nord. Ogni anno, dal 1629
al 1640, centinaia di gentiluomini e piccoli proprietari inglesi, agricoltori
e ministri religiosi, non dissenzienti dalla chiesa d'Inghilterra, ma
desiderosi, nell'ambito di questa stessa chiesa, di adorare Dio a modo
loro, lasciarono il paese nativo per stabilirsi sulle spiagge del Massachusetts.
È curioso notare come dalla politica innovatrice di un pedante
prelato di Oxford sorgessero gli stati della Nuova Inghilterra, culla,
a quanto si disse, di un quarto della popolazione attuale degli Stati
Uniti. Il più grande avvenimento della storia inglese nell'epoca carolina
fu l'imprevista conseguenza di una cattiva politica. Gl'inglesi che fuggivano
l'oppressione di Laud portarono con sé nella Nuova Inghilterra le istituzioni
e i caratteri della loro razza. Le colonie della Nuova Inghilterra, densamente
popolate, si distinsero sempre per tre caratteristiche: la chiesa congregazionale,
il consiglio cittadino e la scuola di villaggio. Questi elementi fondamentali
della nostra antica vita inglese si radicarono così solidamente nel suolo
americano che, quando l'epoca del vapore rovesciò sul continente nuovi
milioni di emigranti provenienti da altre parti d'Europa, questi vi trovarono
un paese i cui abitanti ubbidivano la legge, parlavano la lingua e presentavano
ancora molte caratteristiche essenziali del governo inglese.
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Ribellione scozzese e resistenza
parlamentare
La grande rivoluzione scoppiò perché gli scozzesi dei bassipiani,
militari e presbiteriani rifiutarono di accettare il Libro di preghiera
anglicano che Carlo I e il suo poco saggio consigliere, l'arcivescovo
Laud, volevano imporre loro a ogni costo.
Carlo, che non conosceva affatto la Scozia, fu assai sorpreso che gli
scozzesi, piuttosto d'accettare la liturgia anglicana, mettessero in campo
un esercito che i pacifici campagnoli di Inghilterra non seppero a tutta
prima respingere. I travagli della coscienza presbiteriana erano per lui
un mistero, come la prontezza degli scozzesi ad affrontar la prova della
battaglia. Mentre la piccola nobiltà inglese coltivava, cacciava e amministrava
le contee, l'ardore militare degli scozzesi era stato alimentato dalle
discordie feudali, dalla vicinanza dei fieri montanari, e dallo zelo e
dalla capacità professionale di molti avventurieri di ritorno dalle guerre
tedesche. Era invero stupefacente che gli scozzesi, sotto la guida del
conte di Argyll, avessero la presunzione, alla loro assemblea di Glasgow,
di respingere un Libro di preghiera che gl'inglesi stimavano abbastanza
buono per sé: ma ancora più sconcertante il fatto che questo piccolo paese
impoverito potesse di colpo lanciare al di là della frontiera un esercito
che il re d'Inghilterra non poteva sperare di respingere senza uno speciale
appello al parlamento.
L'esperienza del parlamento «breve», convocato perché votasse
le imposte necessarie alla guerra scozzese, ma sciolto non appena convocato
(13 aprile - 5 maggio 1640), bastò a dimostrare al re che, soltanto riformando
gli abusi, poteva ottenere denaro. E il denaro gli occorreva a ogni costo.
L'esercito scozzese, sotto la guida di Alessandro Leslie, veterano delle
guerre tedesche, attraversò il Tweet, occupò Durham e il Northumberland,
domandando per ritirarsi, una somma di denaro che Carlo poteva ottenere
solo ricorrendo a un nuovo parlamento. Un importante gruppo di gentiluomini
campagnoli, guidati da Giovanni Pym e Giovanni Hampden, decise che a quest'assemblea
almeno partecipassero membri disposti a costringere il re a riformare
gli abusi di cui soffriva il paese.
Il parlamento «lungo» è famoso non soltanto nella storia
inglese, ma nella storia generale perché pose fine all'autocrazia della
corona inglese, con le estreme conseguenze che un fatto simile ebbe sullo
svolgimento della libertà politica in tutto il mondo. Nella sua prima
sessione, quest'assemblea di uomini seri e infuriati abolì i tribunali
privilegiati (la «Camera Stellata», «la Corte d'Alta
Commissione», la giurisdizione privilegiata i Consigli del Galles
e del nord), solennemente affermando l'illegalità d'imporre tasse sul
vino e sulle merci importate (tonnage and poundage), e contributi
per la costruzione di navi senza il consenso del parlamento. I limiti
allora posti al potere regio non furono più superati. Il parlamento si
assicurò così irrevocabilmente il diritto di dirigere la finanza e, attraverso
la finanza, la politica della nazione. E i diritti civili dei sudditi
furono protetti d'allora in poi contro l'arbitrario intervento della Corona.
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John Pym
Ma a quell'epoca, ben pochi osavano sperare che questi princìpi
essenziali fossero fissati e concretati nella costituzione. Circolavano
voci allarmistiche e la figura di Strafford, alla testa di un feroce esercito
irlandese in marcia su Londra per restaurarvi il potere della Corona,
ossessionava i capi del parlamento. Finché Strafford rimaneva libero nel
paese, Pym, ch'èra la forza agente del movimento parlamentare, non stimava
sicura la libertà inglese. Si sottopose perciò il primo all'impeachment;
ma a metà del solenne processo, sembrando incerta la condanna, lo si condannò
a morte come reo di alto tradimento («bill of attainder»).
Strafford era troppo formidabile per sperare giustizia dai suoi oppositori.
I parlamentari che votarono la sua condanna a morte, la plebe urlante
intorno al palazzo reale di Whitehall o accorsa in massa all'esecuzione
dell'«uomo nero» sulla collina della Torre, non si preoccupavano
della giustizia, bensì della propria sicurezza. L'uccisione di quest'uomo
intelligente e valoroso fu una necessità di guerra, una severa e ponderata
misura di precauzione contro un grande pericolo politico, vivamente temuto
come minaccia al benessere dello stato.
Dopo di ciò, gli eventi mossero rapidi verso la lotta aperta. Strappando
al re uno statuto per cui non poteva esser sciolto senza il proprio consenso,
il parlamento, sotto la guida di Pym con l'appoggio della città di Londra
dove più forte era il sentimento puritano, emise audacemente una serie
di misure e proposte intese a trasformare il carattere dello stato. Poiché
Pym e i suoi amici aborrivano i vescovi, si propose, col nuovo appoggio
d'una petizione con numerose firme di cittadini, che l'episcopato fosse
radicalmente abolito. Una chiesa puritana, diretta da commissari parlamentari
laici, pareva a Pym preferibile a una chiesa arminiana, diretta da funzionari
reali che, favorendo l'autocrazia in politica, tendevano, in religione,
al ritualismo. Ma, sotto la guida di questi valorosi, il parlamento non
s'accontentò d'arrogarsi il diritto di riformare la Chiesa. Una terribile
insurrezione d'irlandesi cattolici, risoltasi in un gran massacro di protestanti,
portò il problema del comando dell'esercito in primo piano nella politica
inglese.
Malgrado tutti i precedenti, Pym sostenne decisamente che l'esercito da
inviarsi in Irlanda doveva essere diretto non dal re, ma dal Parlamento,
insistendo perché i ministri del re fossero «tali che d'ora innanzi
il Parlamento possa aver fiducia in loro». Ma, dominando la finanza,
la Chiesa, l'esercito, ed il consiglio, il parlamento praticamente governava
la nazione. E Carlo non era affatto disposto a dare il proprio consenso
a un simile stato di cose. In un vero accesso di follia, decise prima
di mettere in stato d'accusa e poi di far arrestare (4 gennaio 1642) i
cinque membri del parlamento (Pym, Hampden, Hazlerigg, Holles e Strode)
che avevano diretto l'attacco parlamentare. Ma quando, il 4 gennaio, ritornò
alla Camera dei Comuni, «gli uccellini erano volati via»;
e, sei giorni dopo, Carlo stimò prudente volar via anche lui per salvarsi
dalla folla tumultuosa e ostile di Londra.
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La guerra civile
Durante questi dibattiti appassionati e tormentosi, l'unità del «lungo»
parlamento, conservata finché si trattava di restaurare l'antico equilibrio
tra corona e parlamento, fu irrimediabilmente spezzata. Gli episcopali
moderati furono spinti tra le file dei realisti dalla legge radicale (Root
and branch bill) contro l'episcopato. Si formarono partiti i cui dissidi
s'inasprirono quando si vide chiaramente che Pym, non pago di riconquistare
al parlamento i propri diritti, tendeva ad affidargli la sovranità suprema.
Secondo i calcoli, allo scoppio della Guerra civile, soltanto trenta membri
della Camera dei Lord e trecento dei Comuni avevano sposato la causa parlamentare.
Il popolo inglese, in cui ancora viveva una lunga e felice tradizione
di armonia sociale, si divise lentamente e con penosa riluttanza nei due
opposti campi dei Cavalieri e delle Teste Rotonde. Mancavano le circostanze
che di solito inaspriscono la lotta civile o ne prolungano la durata.
Non esisteva lotta di classe, né furore di affamati contro i ricchi, e
neanche il paese era sacrificato agl'interessi creati di bande erranti
di truppe mercenarie. Dal principio sino alla fine, la bandiera dei princìpi
costituzionali sventolò sul campo del combattimento, visibile a tutti.
La piccola nobiltà campagnola diede capi a entrambi i partiti. I conti
di Sussex e di Manchester, Lord Fairfax e Oliviero Cromwell, capi principali
del partito parlamentare, appartenevano tutti alla classe terriera. Una
colta e illuminata aristocrazia di sportivi, lenti alla collera e pronti
a perdonare, purificava la guerra dei suoi mali più velenosi, alleviandone
un poco la barbarie. Le generose condizioni concesse a Oxford, quando
si arrese alla fine della guerra (20 giugno 1646), furono il naturale
coronamento della controversia.
La guerra, durata cinque anni, fu vinta alla fine dai parlamentari che,
avendo dietro di sé la flotta, la capitale, le città industriali e le
contee orientali, possedevano una decisiva superiorità finanziaria. E
tuttavia il denaro, benché assicurasse la vittoria definitiva senz'alcun
fallimento della morale puritana, fu lento nel produrre i suoi effetti.
Nella campagna del 1643, la cavalleria dei realisti, più abili degli avversari
e guidati dal trascinante entusiasmo del principe Rupert, nipote del re,
ebbe un vantaggio così minaccioso per i nemici, che Pym fu costretto a
invocar gli scozzesi per ristabilire l'equilibrio. I ministri della guerra
debbono accettare i rischi della guerra. Piuttosto di una sconfitta, Pym
era disposto ad affrontar il predominio di un esercito scozzese sulla
scena politica di Westminster. E nella battaglia di Marston Moor, la più
importantante di tutta la guerra (2 luglio 1644), la sua decisione apparve
giustificata, poiché un esercito misto di scozzesi e di uomini dello Yorkshire
e dell'East Anglia sconfisse i realisti del principe Rupert e riconquistò
il nord alle Teste Rotonde, salvando contemporaneamente la causa del parlamento
da un probabile disastro.
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Oliver Cromwell
Fu su questo campo di battaglia dello Yorkshire che Oliviero Cromwell
(1599-1658) dimostrò per la prima volta, in una grande azione, la sua
eccezionale capacità di comandante di cavalleria. Il ben diretto impeto
dei suoi cavalieri dai fianchi di ferro (Ironsides), irruenti,
ma disciplinati, assicurò la vittoria.
Il Parlamento seppe compensare il genio del suo nuovo generale. Benché
Cromwell in religione fosse un indipendente e perciò in urto con l'intollerante
erastianesimo di Westminster, i capi del parlamento facilitarono il suo
avanzamento e ascoltarono i suoi consigli. Una volta ancora le differenze
religiose cedettero alla necessità di una vittoria militare. La guerra
che, sotto una direzione fiacca, avrebbe potuto trascinarsi per molti
anni avvelenando la vita del paese, fu bruscamente e definitivamente portata
a termine dagli uomini energici e decisi successi a Pym nel governo del
congegno parlamentare. Il merito della vittoria spetta in parti uguali
a Cromwell, creatore, e ai parlamentari, finanziatori di quell'esercito
professionale ben pagato e ben nutrito, composto di combattenti zelanti
e noto sotto il nome di esercito di «nuovo modello», che vinse
la battaglia di Naseby nel 1645 e vibrò gli ultimi colpi agli smembrati
frammenti del partito realista. Fedeli alla massima che primo dovere di
un governo in guerra sia vincere la guerra, i legislatori puritani dimenticarono
le fisime religiose e aiutarono Cromwell a foggiare lo strumento che portò
il re al patibolo e il «lungo» parlamento a triste e vergognosa
fine.
Poiché questo parlamento, che aveva vinto la guerra, si dimostrò incapace
d'organizzare la pace. Perseguitò i realisti con multe rovinose, tolse
al clero anglicano i suoi benefici, proscrisse l'uso del Libro di preghiera
anglicano, distruggendo così ogni possibilità di conciliarsi i nemici
sconfitti. Con intolleranza anche meno saggia, i pedanti puritani della
vittoriosa Camera dei comuni si alienarono i loro amici. Elemento decisivo
del trionfo delle Teste Rotonde nella guerra civile era stato l'esercito
di nuovo modello, reclutato in gran parte tra i piccoli proprietari delle
contee orientali, e contrariamente agli altri eserciti parlamentari, accogliente
verso ogni tipo di opinione delle sette protestanti. Perseguitando i settari
e rifiutando all'esercito il pagamento giustamente preteso, il «lungo»
Parlamento preparò la propria rovina. Un'assemblea che si dimostrava ostile
alle forze più libere e più vive dell'opinione protestante inglese, e
indifferente ai servizi dell'esercito che ne aveva assicurato il trionfo,
non poteva più governare l'Inghilterra. Oliviero Cromwell e Giovanni Milton,
i due più grandi inglesi viventi, furono offesi dalla sua angusta intolleranza.
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Seconda guerra civile e condanna
a morte di Carlo
Nella lotta che seguì, tra parlamento ed esercito, troviamo una circostanza
assai significativa per il carattere inglese. Né un partito né l'altro
era disposto a trattare con la monarchia e, ciononostante, entrambi lottarono
per impossessarsi della persona del re, con lo scopo di venire a patti
e dirigere la vita del paese sotto il suo nome, antico e familiare. Nei
negoziati a tre fra Carlo, esercito e parlamento, ciascun partito rappresentava
princìpi diversi, ma tutti necessari al paese e che, sistemati in modo
opportuno e definitivo, crearono l'impalcatura di una stabile pace inglese:
il re rappresentava la monarchia e il Libro di preghiera, il parlamento,
la legge comune e il governo responsabile, l'esercito, la tolleranza religiosa
da estendersi ai non-conformisti delle sette protestanti. Ma era destino
che Carlo non riaffermasse il proprio potere, né con l'aiuto dell'esercito,
di cui rifiutò le oneste condizioni (non essendo disposto a esercitare
la parte di roi fainéant su vescovi senza potenza e settari senza
freno), né degli scozzesi, di cui, benché presbiteriani, non si fece scrupolo
d'invocare l'aiuto.
Aizzando il Parlamento contro l'esercito, la Scozia contro l'Inghilterra
e sempre sperando in un colpo di fortuna che gli permettesse di debellare
i propri nemici, Carlo «impasto delle qualità di una donna, di un
prete e di un ragazzo smarrito e delicato, non completamente sviluppato»,
si lasciò sfuggire tutte le occasioni favorevoli. La seconda guerra civile
segnò la sua definitiva rovina. L'esercito non poteva perdonare al re
l'accordo con gli scozzesi, che aveva provocato un'incursione dell'esercito
del duca di Hamilton nel Lancashire, minacciando all'Inghilterra una monarchia
presbiteriana, imposta e sostenuta dalle picche degli scozzesi. Al suo
ritorno dal nord, dopo la battaglia di Preston, Cromwell si venne spiritualmente
preparando ad accettare e imporre l'energica decisione dell'esercito di
sopprimere «l'uomo del sangue», finché, liberatosi dagli ostacoli
parlamentari col brusco metodo della Purga del Pride, fece rappresentare,
dinanzi al palazzo di Whitehall, l'ultimo atto della tragedia che, richiamando
il popolo inglese al sentimento di devozione monarchica, diede a Carlo
il Martire, morto come un grande gentiluomo inglese e come un santo, l'assoluzione
finale delle sue molte colpe.
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Forza militare e navale della
repubblica
I profeti che presagivano breve vita alla repubblica dei regicidi non
tenevano conto delle energie suscitate né dell'organizzazione imposta
da una guerra vittoriosa. L'efficacia del governo inglese era stata raddoppiata
dalla prova subita dal paese. Con grande sorpresa dell'Europa, la nuova
repubblica, anziché essere indebolita o esaurita da cinque anni di lotta
intestina, appariva non soltanto più forte che mai per possibilità finanziarie
e potenza militare, ma anche infiammata da un ardore militante e aggressivo,
contrastante col suo stato d'animo abituale. Nell'epoca della Repubblica,
le battaglie e le carneficine erano continue. Irlanda e Scozia furono
sottomesse da Cromwell. Una guerra d'aggressione fu mossa prima contro
gli olandesi, poi contro gli spagnoli. La Giamaica e Dunkerque furono
conquistate e annesse. Per la prima e ultima volta nella sua storia, l'Inghilterra
divenne il primo stato militare d'Europa. «Ho visto gl'inglesi»,
scrisse il Turenne a Mazarino, alla vigilia della battaglia delle Dune
che diede Dunkerque a Cromwell: «sono le migliori truppe che si
possano immaginare» (21 giugno 1657). Nessun esercito continentale
poteva infatti gareggiare per tono, disciplina ed esperienza, con le «giacche
rosse» di Cromwell.
Le campagne d'Irlanda e di Scozia facevano parte d'un disegno generale
per assicurare alla repubblica puritana il predominio su tutte le isole
britanniche, affinché né i papisti, né i partigiani degli Stuart potessero
mai sperare di abbatterla. In una breve e crudele campagna (dall'agosto
all'ottobre del 1649), Cromwell scrisse il suo nome a caratteri di sangue
negli annali dell'Irlanda. Come Strafford, come Giacomo I, come Elisabetta,
volle fare dell'Irlanda un paese inglese e protestante. E, come questi,
fallì: ma il suo fallimento fu tanto più dannoso per la maggiore energia
della sua concezione. Dall'opera di colonizzazione di Cromwell le condizioni
dell'Irlanda furono nettamente peggiorate. Gl'indigeni irlandesi, cacciati
dalle loro case per far posto ai soldati e agli speculatori di terre inglesi,
si rifugiarono tra le desolate paludi di Connaught, dove i loro discendenti
continuano ancora oggi, nonostante quanto è stato fatto per i distretti
congestionati, a presentare uno spettacolo di miseria materiale senza
paragone nelle isole britanniche. Anziché promuovere la religione
protestante, l'impresa di Cromwell rese perciò ancor più profonda l'avversione
degl'indigeni irlandesi per una fede che aveva inspirato i massacri di
Drogheda e Wexford e cacciato dal proprio paese migliaia di umili famiglie
celtiche per sostituirvi un'aristocrazia territoriale straniera. Un'unione
legislativa di breve durata, che portò trenta irlandesi protestanti a
Westminster, non fu certo compenso sufficiente a questi mali.
Anche la conquista militare della Scozia, compiuta nel 1652, fu diretta
conseguenza della guerra civile inglese. Benché avessero resistito all'imposizione
laudiana del Libro di preghiera, gli scozzesi non potevano provar simpatia
alcuna per i settari inglesi che avevano giustiziato un re di origine
scozzese. Accolsero perciò Carlo II e lo incoronarono re di Scozia a Scone,
costringendo questo giovane intelligente e festaiolo, il più riluttante
ed evasivo dei convertiti, a prestar giuramento alla loro solenne lega
e accordo (covenant). Ma il sogno di una restaurazione degli Stuart, attuata
col bizzarro aiuto di questi tetri presbiteriani fu praticamente distrutto
da Cromwell, a Dunbar (3 settembre1650) e a Worcester (3 settembre 1651).
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Carattere e conseguenze del protettorato
Cromwell somministrò così alla Scozia una buona dose di medicina,
meno violenta di quella data all'Irlanda, ma di sapore tuttavia molto
amaro. Cromwell era un grande unionista. Per la prima volta, sotto il
suo Protettorato, Inghilterra, Scozia e Irlanda furono unite con un unico
Parlamento. Nuovo portento, il Protettore si presentò al mondo come padrone
non più dell'Inghilterra soltanto, ma di tutta la Gran Bretagna. Ma un'unione
battezzata col vino della violenza non può essere durevole. L'opera di
Cromwell fu distrutta prima che l'asprezza della conquista militare fosse
mitigata e alleviata dalla politica civile. Con la Restaurazione, ricomparvero
a Dublino ed Edimburgo i vecchi parlamenti, e le vecchie animosità continuarono
minacciose. Anche dove non esistevano ostacoli religiosi, la vera unione
si conquistò molto lentamente. Dove poi esisteva un contrasto fra protestanti
e cattolici, il profondo abisso non poté mai essere colmato. Passarono
quarantasette anni prima che Scozia e Inghilterra acconsentissero a mettersi
d'accordo; e soltanto nel 1921, dopo le convulsioni della guerra mondiale,
l'Inghilterra e la cattolica Irlanda giunsero faticosamente a trovarsi
d'accordo nel riconoscere, almeno per il momento, che non potevano andare
d'accordo.
La repubblica olandese, al di là del mare del nord, era legata ai regicidi
inglesi dalla costituzione democratica e dal comune interesse alla difesa
protestante. L'idea che inglesi e olandesi potessero coalizzarsi in un'unione
politica era così naturale che fu veramente argomento di trattative. Ma
gli olandesi erano rivali degl'inglesi sul mare e nel commercio e da quando
Guglielmo d'Orange, il loro Statholder (morto nel 1650), aveva sposato
Maria, principessa reale d'Inghilterra, essi erano in fondo simpatizzanti
per la famiglia che i regicidi inglesi più avevan ragione di temere. Come
navi divise da un vento impetuoso, i due popoli, prima così strettamente
uniti, si allontanarono. Furenti, i mercanti di Amsterdam seppero che
Westminster, allo scopo evidente di rovinare il commercio di trasporti
olandese, aveva decretato (legge sulla navigazione del 1651) che nessuna
merce inglese potesse essere affidata per il trasporto a navi straniere;
né migliori sentimenti si nutrivano a Westminster verso i Paesi Bassi,
stimati nido di congiurati e pericolosi Cavalieri. A queste cause di malinteso,
le gelosie e gli urti di due eserciti rivali nei mari interni aggiunsero
un elemento formidabile, creando uno stato d'animo in cui qualsiasi piccolo
incidente poteva scatenare le ostilità. Il rifiuto degli olandesi a salutare
la bandiera inglese fu il segnale di una tremenda guerra marina tra grandi
flotte comandate da brillanti marinai, in cui Tromp e Blake furono alternativamente
vittoriosi, mentre il grande commercio estero dei Paesi Bassi era danneggiato
in modo irreparabile. Fu questa la prima delle tre guerre anglo-olandesi
che segnarono la decadenza dei Paesi Bassi come potenza mondiale. Chiudendola
col trattato del 1654, Cromwell preparò gradatamente la via alle combinazioni
diplomatiche più gradite alla coscienza protestante. Alla fine, alleatosi
con la Svezia e la Francia, riprese l'ormai classico conflitto con la
cattolica Spagna.
I critici hanno rimproverato al Protettore d'aver volto contro la Spagna
l'impeto della potenza militare e navale dell'Inghilterra. Avrebbe dovuto
prevedere, dicono, l'incombente pericolo del predominio francese e cercar
di frenarlo. Non lo fece; e nell'unico momento in cui l'Inghilterra era
veramente forte, la sua potenza fu usata a sproposito. Ma del senno di
poi son piene le fosse. A quell'epoca molte eran le ragioni a favore dell'alleanza
con una potenza che, ostile, avrebbe potuto esser pericolosa sostenendo
il re esiliato, e ch'era tradizionalmente protestante nella politica estera.
E, in secondo luogo, le pericolose ambizioni di Luigi XIV non s'erano
ancora manifestate. Se Cromwell fosse vissuto altri dieci anni, avrebbe
forse potuto ergersi come campione delle libertà protestanti in Europa
(anticipando la funzione di Guglielmo III) contro l'aggressiva intolleranza
della Francia cattolica.
Ma un'altra caratteristica della politica estera di Cromwell era tuttavia
in accordo con gl'interessi permanenti della Gran Bretagna. Data dal 1654
l'alleanza anglo-portoghese, che permetteva flotta inglese l'uso dello
splendido porto di Lisbona. Lisbona era la chiave del Mediterraneo. Le
flotte inglesi, riparate e rifornite a Lisbona, assicuravano la difesa
di Gibilterra, permettendo all'Inghilterra, prima della scoperta del vapore,
di figurare come potenza mediterranea. Con quale prodigiosa bravura iniziò
questa sua nuova camera, quando la flotta di Blake, cacciando le navi
corsare del principe Rupert, chiese indennità alla Toscana e al Papa,
bombardò Tunisi, e mostrò la sua bandiera a Malta e Venezia, Tolone e
Marsiglia! Assai prima che si scorgesse la necessità di una catena di
porti navali lungo la via marittima dell'India, Blake, il soldato marinaio
della Repubblica, aveva dimostrato con quanta semplicità la si potesse
conquistare.
Il periodo della Repubblica e del Protettorato, benché ricco di discussioni
politiche ed esperimenti costituzionali, dev'essere considerato piuttosto
come un intermezzo nella storia interna del popolo britannico che non
come un vero contributo al suo progresso. Nulla sopravvisse di quanto
fu tentato o attuato in questo periodo. Oliviero, come già s'è detto,
non poteva governare né col parlamento, né senza di esso. Si trovava nella
posizione impossibile di un reggitore costituzionale e per natura amante
della libertà, costretto dalla forza degli eventi rivoluzionari a imporre
un governo militare privo di radici nel consenso nazionale. In qualsiasi
momento, dopo l'esecuzione di Carlo I, il libero voto del popolo avrebbe
restaurato la monarchia. Ma questa libertà Oliviero non poteva concederla.
Esistevano argomenti fondamentali, come, ad esempio, la sua stessa posizione,
e la tolleranza verso i settari protestanti su cui si fondava il suo potere,
che non era possibile porre in discussione senza mettere in pericolo l'intera
impalcatura dello stato: ed eran proprio questi i problemi che ogni parlamento
desiderava discutere. Se il Protettore avesse assunto la corona, come
molti membri civili del suo consiglio e molti presbiteriani di Londra
desideravano, avrebbe regolarizzato una situazione piena di anomalie e
d'incertezze, almeno dal punto di vista legale. Un Protettorato invece,
anche se glorificato da vittorie per mare e per terra, era, agli occhi
di un popolo sentimentale e conservatore, più incerto e meno convincente
della vecchia monarchia. Ma Oliviero, pur avendo ricostruito l'ombra di
una Camera dei Lord (1657), rifuggiva, forse per orgoglio, forse per prudenza,
o per senso critico di opportunità, dal tradizionale rito dell'incoronazione.
Il grande soldato morì dunque protettore, e l'eredità più durevole lasciata
dal suo governo puritano fu forse quell'odio per gli eserciti permanenti,
considerati nemici delle libertà civili, che per tanto tempo dominò il
popolo inglese e ancora sopravvive nella pratica costituzionale per cui
il bilancio dell'esercito è fissato anno per anno. Gli ultimi anni del
governo di Oliviero furono aspramente impopolari. L'Inghilterra era divisa
in undici aree, ognuna delle quali sottoposta a un funzionario col grado
locale di maggior generale, incaricato non solo di mantenere l'ordine,
ma di sopprimere il vizio e incoraggiare la virtù. Il paese non dimenticò,
né perdonò per molto tempo la meschina tirannide di questi despoti puritani
(molti dei quali di bassa origine e scarsa educazione), che proibivano
ogni divertimento e tormentavano la piccola nobiltà con continue angherie.
Assai prima che Oliviero esalasse l'ultimo respiro, già la nazione, amante
per natura di feste e di piaceri, aspirava a liberarsi della tetra costrizione
di una virtù obbligatoria.
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