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Seneca

Apocolokyntosis: la trasformazione di un imperatore in un dio dalla forma di "zucca"
Estratto da: Storia e testi della letteratura latina. Vol. III, Le Monnier Editore, 1992

L'Apocolokyntosis è un libello satirico, che circolò in forma anonima pochi giorni dopo la morte dell'imperatore Claudio e che l'opinione pubblica attribuì immediatamente (e a ragione) al filosofo Seneca. Il titolo, alquanto singolare, fa riferimento alla parola greca kolokynta, cioè "zucca", ortaggio emblema della stupidità; l'opera è una parodia della divinizzazione di Claudio, decretata dal senato romano, alla sua morte. In sostanza, Seneca "celebra" la trasformazione di Claudio in un dio dalla forma di zucca, ovvero in uno "zuccone", con evidente riferimento alla fama di sciocco di cui Claudio godeva tra i suoi oppositori. Il componimento narra la morte dell'imperatore e la sua ascesa all'Olimpo, nella vana pretesa di essere assunto tra gli dei, che invece lo condannano a tornare negli inferi, come tutti i mortali. Seneca traccia un ritratto impietoso di Claudio, denunciando tutti gli aspetti più negativi del suo passato regime, contrapponendo, invece, parole di elogio e stima per il nuovo successore Nerone, che viene presentato come il restauratore di una rinnovata età dell'oro, sulla scia del grande Augusto. Accanto all'intento satirico, dunque, ne sussistono altri di carattere politico e di notevole importanza: Seneca intende rassicurare l'opinione pubblica sull'orientamento del nuovo governo, che prenderà le distanze dal precedente. Nella figura di Nerone, appena accennata, compaiono già quegli elementi celebrativi che caratterizzeranno tutta la successiva propaganda imperiale: il principe è presentato nei toni di un novello Apollo, circonfuso di un simbolismo solare e divino, e sembra racchiudere in sé le speranze in un regno giusto e migliore. Stilisticamente, Seneca si richiama alla satira menippea, un genere che alternava prosa e versi, con un singolare impasto linguistico fatto di coloriture colloquiali e toni più solenni, con frequenti incursioni anche nel lessico volgare.

 

L'esordio
[1- 4,1] lo intendo tramandare alla storia quello che avvenne in cielo il 13 d'ottobre di un anno nuovo, inizio di un'era felicissima. Né a rancore si indulgerà, né a favore. La mia è la pura verità. Se taluno me ne chiedesse la fonte, prima cosa, se non ne ho voglia, non risponderò. E chi mi potrebbe costringere? Io so di essere diventato libero, dacché mise fine ai suoi giorni quello che aveva avverato il proverbio che bisogna nascere o re o scemi. Se mi piacerà di rispondere, dirò ciò che mi verrà alla bocca. Chi ha mai preteso dei garanti dagli storici? Tuttavia, se sarà necessario produrre un testimonio, cercate quel galantuomo che vide Drusilla andarsene in cielo: lui medesimo dirà di aver visto Claudio far "a passi disuguali" la strada. Voglia o non voglia, a lui gli tocca di vedere tutto quello che succede in cielo: è ispettore della via Appia, per la quale tu sai bene che il divo Augusto e Tiberio Cesare andarono fra gli dèi. Se lo interroghi, a quattr'occhi ti parlerà: in pubblico non aprirà bocca. Infatti da quando in senato giurò di aver visto Drusilla salirsene in cielo, e per cosi bella notizia nessuno credette a quello che aveva visto, dichiarò solennemente che non avrebbe rivelato più nulla, anche se avesse visto un uomo ucciso in pieno foro. Ciò che udii allora da lui, eccolo per filo e per segno; e cosi lui mi possa stare sano e felice!
Già Febo abbreviando il suo cammino aveva accorciato la luce del giorno e più lunghe si facevano le ore dell'oscuro Sonno, e già Cinzia vittoriosa allargava il proprio regno e l'informe Inverno guastava i suoi begli ornamenti al ricco Autunno e il pigro Vendemmiatore, fatto invecchiare Bacco, coglieva rari grappoli.
Credo che mi si capirà meglio, se dico: il mese era l'ottobre, il giorno il 13 d'ottobre. L'ora precisa non te la posso dire: sarà più facile che si trovino d'accordo due filosofi che due orologi. Tuttavia era tra mezzogiorno e il tocco. "Uh, come sei rozzo! tutti i poeti si dilettano tanto in queste cose, non contenti di descrivere aurore e tramonti, che disturbano perfino il mezzogiorno; e tu passerai sopra ad un'ora così bella?".
Già Febo col cocchio aveva a metà diviso il suo corso e più vicino alla notte stanco scuoteva le briglie, traendo già per l'obliquo sentiero la declinante luce.
Claudio cominciò a tirare l'anima, ma non poteva trovare l'uscita. Allora Mercurio, che aveva sempre preso gusto a quel suo temperamento, prende da parte una delle tre Parche e dice: "Donna crudelissima, perché lasci che questo infelice venga cosi tormentato? Non avrà mai pace dopo tanto lunghi tormenti? Sono sessantaquattro anni che lotta con la sua anima. Perché ce l'hai tanto con lui e col popolo romano? Lascia che gli astrologhi l'azzecchino una buona volta; che, da quando quello è diventato principe, non passa anno, non passa mese che non lo dian per sepolto. E del resto non è strano se sbagliano e se nessuno sa la sua ora: nessuno infatti lo ha ritenuto mai nato. Fa' ciò che fare bisogna: "fallo morire, lascia uno più degno regnare nell'aula vacante"". Ma Cloto: "E io, per Ercole, che gli volevo dare una giuntina di vita, finché concedesse la cittadinanza a questi pochi che rimangono, - aveva deciso infatti di vedere tutti in toga: Greci, Galli, Ispani, Britanni -; ma siccome è deciso che qualche straniero rimanga come semenza, e tu vuoi che cosi sia fatto, cosi sia!". Ed apre una cassettina e ne tira fuori tre fusi: uno era di Augurino, il secondo di Baba, il terzo di Claudio. "Questi tre" disse "li farò morire nello stesso anno, l'uno poco dopo l'altro, e non lascerò che lui se ne vada senza buona compagnia. Non sta bene infatti che quello, mentre fino a poco fa vedeva tante migliaia di persone venirgli dietro, tante precederlo, tante affollarglisi intorno, se ne rimanga all'improvviso tutto solo. Per ora si contenterà di questi camerati".
Così disse, e avvolti i fili attorno al tetro fuso spezzò il corso della stolida vita regale. Ma Lachesi, redimita le chiome, ornata i capelli, coronando il crine e la fronte con pieno lauro, stacca da un candido vello bianchi fili che si appresta a muovere con mano propizia: questi, filati, ecco che hanno assunto novello colore. Guardano stupite i pennecchi le sorelle: la vile lana si muta in prezioso metallo, aurei secoli discendono dallo splendido stame. Filano senza misura: filano i velli abbondanti e godono di riempirne le mani: sono dolci i pennecchi. Il lavoro si affretta da sé, e senza fatica morbidi stami discendono dal filo che gira. Superano gli anni di Titone e superano quelli di Nestore. Febo è presente e aiuta col canto e gode dell'avvenire, e lietamente tocca ora il plettro, ora porge la lana. Col canto le tiene intente all'opera ed inganna la loro fatica. E mentre fanno grandi lodi della cetra e dei canti del fratello, più del solito han filato le loro mani e l'opra ammirata ha trasceso gli umani destini. "Nulla togliete, o Parche!" dice Febo "Superi la durata di una vita mortale quegli che mi assomiglia nel volto e nella grazia, né mi cede nel canto e nella voce. Agli stanchi egli assicurerà secoli felici, e romperà delle leggi il silenzio. Quale Lucifero cacciando gli astri che si dileguano o qual sorge Espero al ritorno degli astri, o quale - dopoché la rosseggiante aurora, dissipate le tenebre, riconduce il giorno - radioso il sole contempla l'universo e primamente spinge fuori dalle sbarre il cocchio: tal Cesare è là, tale ormai Roma contemplerà Nerone. Di mite splendore il suo volto luminoso rifulge ed il bel collo sotto gli effusi capelli".

Il finale: discesa agli inferi e condanna di Claudio
[13, 1] Godeva Claudio di quelle lodi e aveva voglia di stare ancora a vedere lo spettacolo. Il Taltibio degli dèi (ovvero il messo per eccellenza degli dèi, cioè Mercurio; ndr) lo agguanta e, con la testa coperta perché nessuno potesse riconoscerlo, lo trascina per il campo Marzio, e fra il Tevere e la via Coperta discende agli Inferi. [2] A ricevere il padrone, li aveva già preceduti per una scorciatoia il liberto Narciso, e, tutto pulito, uscito com'era dal bagno, gli va incontro e dice:
"Che vengono a fare gli dèi fra gli uomini?". "Presto" dice Mercurio "e va' ad annunziare il nostro arrivo". [3] In men che si dica Narciso vola via. Là tutto è in pendio, e discendere è facile. E cosi, per quanto podagroso, arriva in un momento alla porta di Dite, dove giaceva Cerbero o, come dice Orazio, "la belva dalle cento teste". Si piglia un po' di fifa - era abituato a coccolarsi una cagnolina bianchiccia, - quando vede quel cane nero, villoso, di quelli che non vorresti certo incontrare di notte. [4] E a gran voce grida: "Arriva Claudio! ". Plaudendo si avanzano allora gli altri cantando: "L'abbiamo trovato; insieme gioiamo!". C'era là G. Silio console designato, Giunco ex-pretore, Sesto Traulo, M. Elvio, Trogo, Cotta, Vezio Valente, Fabio, cavalieri romani che Narciso aveva fatto condannare. In mezzo a questa turba che cantava c'era il pantomimo Mnestere, che Claudio, per bellezza, aveva accorciato un po'. [5] Tutti - si sparse presto il rumore della venuta di Claudio - volano da Messalina: per primi i liberti Polibio, Mirone, Arpocrate, Anfeo, Feronatto, che Claudio aveva mandati avanti, per non trovarsi in alcun luogo sprovvisto di servizio; poi i due prefetti Giusto Catonio e Rufrio Pollione, poi gli amici Saturnino Lusio e Pedone Pompeo e Lupo e Celere Asinio, di rango consolare; da ultimo la figlia del fratello, la figlia della sorella, i generi, i suoceri, le suocere, i congiunti tutti insomma. [6] E messisi in fila vanno incontro a Claudio. Al vederli questi esclama: "Quanti amici! Ma voi come ci siete venuti qui?". Allora Pedone Pompeo: "Cosa dici, mostro che non sei altro? e ce lo domandi? chi altri ci ha spedito qui se non tu, assassino di tutti gli amici? Andiamo in tribunale: gli scranni, qui, sarò io a mostrarteli".
[14, 1] E lo porta al tribunale di Eaco (questi istruiva processi in base alla legge Cornelia sugli omicidi). Chiede la iscrizione della causa, e dichiara il capo d'accusa: uccisi 35 senatori, 221 cavalieri, e gli altri "quanti la sabbia e la polvere". [2] Claudio non trova un avvocato. Alla fine si fa avanti P. Petronio, un suo vecchio compagno, uomo di claudiana eloquenza, il quale chiede la proroga. Non viene concessa. Pedone Pompeo accusa con grandi clamori. L'avvocato comincia a voler rispondere. Eaco, uomo giustissimo, lo vieta e, udita soltanto una delle due parti, lo condanna e dice:
"Se tu patissi quel che hai fatto, sarebbe giusta sentenza". [3] Silenzio di tomba. Tutti erano stupiti per la novità della cosa, dicevano che non era mai capitato. A Claudio sembrava più iniquo che nuovo. Si disputò a lungo intorno al genere di pena, come la dovesse scontare. C'era chi diceva che a lungo Sisifo aveva portato il suo carico, che Tantalo sarebbe morto di sete se non gli si porgeva un aiuto, che la ruota del povero Issione andava una buona volta frenata. [4] Non piacque di mettere in congedo nessuno dei vecchi, ché anche Claudio non avesse mai a sperare qualcosa di simile. Fu deciso che bisognava stabilire una nuova pena, che bisognava escogitare per lui una fatica vana e la fallace speranza di una qualche passione. Allora Eaco ordina che egli debba giuocare a dadi con un bossolo bucato. E già aveva cominciato a rincorrere i dadi sempre fuggenti e a non combinar nulla
[15, 1] Infatti tutte le volte che egli li stava per lanciare dal suonante bossolo, tutt'e due i dadi fuggivano dal fondo sfondato, e come si arrischiava a lanciare i dadi raccolti, simile a colui che sempre vorrebbe giuocare e sempre corre dietro ai dadi, questi ingannavano la sua aspettativa: sfugge il dado ingannatore e con truffa continua scivola via dalle sue stesse dita. In pari modo gli inutili pesi rotolano giù dal collo di Sisifo, quando già vien toccata la sommità del monte.
[2] All'improvviso comparve G. Cesare e si dette a chiederlo in schiavo e a produrre testimoni, che lo avevano visto ricevere da lui scudisciate, nerbate e schiaffi. Vien aggiudicato a G. Cesare; Cesare lo regala ad Eaco. Questi lo affida al suo liberto Menandro per farne un addetto giudiziario.
Trad. C.F. Russo

 

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