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L'Apocolokyntosis è un libello satirico, che
circolò in forma anonima pochi giorni dopo la morte dell'imperatore
Claudio e che l'opinione pubblica attribuì immediatamente (e
a ragione) al filosofo Seneca. Il titolo, alquanto singolare, fa riferimento
alla parola greca kolokynta, cioè "zucca", ortaggio
emblema della stupidità; l'opera è una parodia della divinizzazione
di Claudio, decretata dal senato romano, alla sua morte. In sostanza,
Seneca "celebra" la trasformazione di Claudio in un dio dalla
forma di zucca, ovvero in uno "zuccone", con evidente riferimento
alla fama di sciocco di cui Claudio godeva tra i suoi oppositori. Il
componimento narra la morte dell'imperatore e la sua ascesa all'Olimpo,
nella vana pretesa di essere assunto tra gli dei, che invece lo condannano
a tornare negli inferi, come tutti i mortali. Seneca traccia un ritratto
impietoso di Claudio, denunciando tutti gli aspetti più negativi
del suo passato regime, contrapponendo, invece, parole di elogio e stima
per il nuovo successore Nerone, che viene presentato come il restauratore
di una rinnovata età dell'oro, sulla scia del grande Augusto.
Accanto all'intento satirico, dunque, ne sussistono altri di carattere
politico e di notevole importanza: Seneca intende rassicurare l'opinione
pubblica sull'orientamento del nuovo governo, che prenderà le
distanze dal precedente. Nella figura di Nerone, appena accennata, compaiono
già quegli elementi celebrativi che caratterizzeranno tutta la
successiva propaganda imperiale: il principe è presentato nei
toni di un novello Apollo, circonfuso di un simbolismo solare e divino,
e sembra racchiudere in sé le speranze in un regno giusto e migliore.
Stilisticamente, Seneca si richiama alla satira menippea, un genere
che alternava prosa e versi, con un singolare impasto linguistico fatto
di coloriture colloquiali e toni più solenni, con frequenti incursioni
anche nel lessico volgare.
L'esordio
[1- 4,1] lo intendo tramandare alla storia quello che avvenne in cielo
il 13 d'ottobre di un anno nuovo, inizio di un'era felicissima. Né
a rancore si indulgerà, né a favore. La mia è la
pura verità. Se taluno me ne chiedesse la fonte, prima cosa,
se non ne ho voglia, non risponderò. E chi mi potrebbe costringere?
Io so di essere diventato libero, dacché mise fine ai suoi giorni
quello che aveva avverato il proverbio che bisogna nascere o re o scemi.
Se mi piacerà di rispondere, dirò ciò che mi verrà
alla bocca. Chi ha mai preteso dei garanti dagli storici? Tuttavia,
se sarà necessario produrre un testimonio, cercate quel galantuomo
che vide Drusilla andarsene in cielo: lui medesimo dirà di aver
visto Claudio far "a passi disuguali" la strada. Voglia o
non voglia, a lui gli tocca di vedere tutto quello che succede in cielo:
è ispettore della via Appia, per la quale tu sai bene che il
divo Augusto e Tiberio Cesare andarono fra gli dèi. Se lo interroghi,
a quattr'occhi ti parlerà: in pubblico non aprirà bocca.
Infatti da quando in senato giurò di aver visto Drusilla salirsene
in cielo, e per cosi bella notizia nessuno credette a quello che aveva
visto, dichiarò solennemente che non avrebbe rivelato più
nulla, anche se avesse visto un uomo ucciso in pieno foro. Ciò
che udii allora da lui, eccolo per filo e per segno; e cosi lui mi possa
stare sano e felice!
Già Febo abbreviando il suo cammino aveva accorciato la luce
del giorno e più lunghe si facevano le ore dell'oscuro Sonno,
e già Cinzia vittoriosa allargava il proprio regno e l'informe
Inverno guastava i suoi begli ornamenti al ricco Autunno e il pigro
Vendemmiatore, fatto invecchiare Bacco, coglieva rari grappoli.
Credo che mi si capirà meglio, se dico: il mese era l'ottobre,
il giorno il 13 d'ottobre. L'ora precisa non te la posso dire: sarà
più facile che si trovino d'accordo due filosofi che due orologi.
Tuttavia era tra mezzogiorno e il tocco. "Uh, come sei rozzo! tutti
i poeti si dilettano tanto in queste cose, non contenti di descrivere
aurore e tramonti, che disturbano perfino il mezzogiorno; e tu passerai
sopra ad un'ora così bella?".
Già Febo col cocchio aveva a metà diviso il suo corso
e più vicino alla notte stanco scuoteva le briglie, traendo già
per l'obliquo sentiero la declinante luce.
Claudio cominciò a tirare l'anima, ma non poteva trovare l'uscita.
Allora Mercurio, che aveva sempre preso gusto a quel suo temperamento,
prende da parte una delle tre Parche e dice: "Donna crudelissima,
perché lasci che questo infelice venga cosi tormentato? Non avrà
mai pace dopo tanto lunghi tormenti? Sono sessantaquattro anni che lotta
con la sua anima. Perché ce l'hai tanto con lui e col popolo
romano? Lascia che gli astrologhi l'azzecchino una buona volta; che,
da quando quello è diventato principe, non passa anno, non passa
mese che non lo dian per sepolto. E del resto non è strano se
sbagliano e se nessuno sa la sua ora: nessuno infatti lo ha ritenuto
mai nato. Fa' ciò che fare bisogna: "fallo morire, lascia
uno più degno regnare nell'aula vacante"". Ma Cloto:
"E io, per Ercole, che gli volevo dare una giuntina di vita, finché
concedesse la cittadinanza a questi pochi che rimangono, - aveva deciso
infatti di vedere tutti in toga: Greci, Galli, Ispani, Britanni -; ma
siccome è deciso che qualche straniero rimanga come semenza,
e tu vuoi che cosi sia fatto, cosi sia!". Ed apre una cassettina
e ne tira fuori tre fusi: uno era di Augurino, il secondo di Baba, il
terzo di Claudio. "Questi tre" disse "li farò
morire nello stesso anno, l'uno poco dopo l'altro, e non lascerò
che lui se ne vada senza buona compagnia. Non sta bene infatti che quello,
mentre fino a poco fa vedeva tante migliaia di persone venirgli dietro,
tante precederlo, tante affollarglisi intorno, se ne rimanga all'improvviso
tutto solo. Per ora si contenterà di questi camerati".
Così disse, e avvolti i fili attorno al tetro fuso spezzò
il corso della stolida vita regale. Ma Lachesi, redimita le chiome,
ornata i capelli, coronando il crine e la fronte con pieno lauro, stacca
da un candido vello bianchi fili che si appresta a muovere con mano
propizia: questi, filati, ecco che hanno assunto novello colore. Guardano
stupite i pennecchi le sorelle: la vile lana si muta in prezioso metallo,
aurei secoli discendono dallo splendido stame. Filano senza misura:
filano i velli abbondanti e godono di riempirne le mani: sono dolci
i pennecchi. Il lavoro si affretta da sé, e senza fatica morbidi
stami discendono dal filo che gira. Superano gli anni di Titone e superano
quelli di Nestore. Febo è presente e aiuta col canto e gode dell'avvenire,
e lietamente tocca ora il plettro, ora porge la lana. Col canto le tiene
intente all'opera ed inganna la loro fatica. E mentre fanno grandi lodi
della cetra e dei canti del fratello, più del solito han filato
le loro mani e l'opra ammirata ha trasceso gli umani destini. "Nulla
togliete, o Parche!" dice Febo "Superi la durata di una vita
mortale quegli che mi assomiglia nel volto e nella grazia, né
mi cede nel canto e nella voce. Agli stanchi egli assicurerà
secoli felici, e romperà delle leggi il silenzio. Quale Lucifero
cacciando gli astri che si dileguano o qual sorge Espero al ritorno
degli astri, o quale - dopoché la rosseggiante aurora, dissipate
le tenebre, riconduce il giorno - radioso il sole contempla l'universo
e primamente spinge fuori dalle sbarre il cocchio: tal Cesare è
là, tale ormai Roma contemplerà Nerone. Di mite splendore
il suo volto luminoso rifulge ed il bel collo sotto gli effusi capelli".
Il finale: discesa agli inferi e condanna di Claudio
[13, 1] Godeva Claudio di quelle lodi e aveva voglia di stare ancora
a vedere lo spettacolo. Il Taltibio degli dèi (ovvero il messo
per eccellenza degli dèi, cioè Mercurio; ndr) lo agguanta
e, con la testa coperta perché nessuno potesse riconoscerlo,
lo trascina per il campo Marzio, e fra il Tevere e la via Coperta discende
agli Inferi. [2] A ricevere il padrone, li aveva già preceduti
per una scorciatoia il liberto Narciso, e, tutto pulito, uscito com'era
dal bagno, gli va incontro e dice:
"Che vengono a fare gli dèi fra gli uomini?". "Presto"
dice Mercurio "e va' ad annunziare il nostro arrivo". [3]
In men che si dica Narciso vola via. Là tutto è in pendio,
e discendere è facile. E cosi, per quanto podagroso, arriva in
un momento alla porta di Dite, dove giaceva Cerbero o, come dice Orazio,
"la belva dalle cento teste". Si piglia un po' di fifa - era
abituato a coccolarsi una cagnolina bianchiccia, - quando vede quel
cane nero, villoso, di quelli che non vorresti certo incontrare di notte.
[4] E a gran voce grida: "Arriva Claudio! ". Plaudendo si
avanzano allora gli altri cantando: "L'abbiamo trovato; insieme
gioiamo!". C'era là G. Silio console designato, Giunco ex-pretore,
Sesto Traulo, M. Elvio, Trogo, Cotta, Vezio Valente, Fabio, cavalieri
romani che Narciso aveva fatto condannare. In mezzo a questa turba che
cantava c'era il pantomimo Mnestere, che Claudio, per bellezza, aveva
accorciato un po'. [5] Tutti - si sparse presto il rumore della venuta
di Claudio - volano da Messalina: per primi i liberti Polibio, Mirone,
Arpocrate, Anfeo, Feronatto, che Claudio aveva mandati avanti, per non
trovarsi in alcun luogo sprovvisto di servizio; poi i due prefetti Giusto
Catonio e Rufrio Pollione, poi gli amici Saturnino Lusio e Pedone Pompeo
e Lupo e Celere Asinio, di rango consolare; da ultimo la figlia del
fratello, la figlia della sorella, i generi, i suoceri, le suocere,
i congiunti tutti insomma. [6] E messisi in fila vanno incontro a Claudio.
Al vederli questi esclama: "Quanti amici! Ma voi come ci siete
venuti qui?". Allora Pedone Pompeo: "Cosa dici, mostro che
non sei altro? e ce lo domandi? chi altri ci ha spedito qui se non tu,
assassino di tutti gli amici? Andiamo in tribunale: gli scranni, qui,
sarò io a mostrarteli".
[14, 1] E lo porta al tribunale di Eaco (questi istruiva processi in
base alla legge Cornelia sugli omicidi). Chiede la iscrizione della
causa, e dichiara il capo d'accusa: uccisi 35 senatori, 221 cavalieri,
e gli altri "quanti la sabbia e la polvere". [2] Claudio non
trova un avvocato. Alla fine si fa avanti P. Petronio, un suo vecchio
compagno, uomo di claudiana eloquenza, il quale chiede la proroga. Non
viene concessa. Pedone Pompeo accusa con grandi clamori. L'avvocato
comincia a voler rispondere. Eaco, uomo giustissimo, lo vieta e, udita
soltanto una delle due parti, lo condanna e dice:
"Se tu patissi quel che hai fatto, sarebbe giusta sentenza".
[3] Silenzio di tomba. Tutti erano stupiti per la novità della
cosa, dicevano che non era mai capitato. A Claudio sembrava più
iniquo che nuovo. Si disputò a lungo intorno al genere di pena,
come la dovesse scontare. C'era chi diceva che a lungo Sisifo aveva
portato il suo carico, che Tantalo sarebbe morto di sete se non gli
si porgeva un aiuto, che la ruota del povero Issione andava una buona
volta frenata. [4] Non piacque di mettere in congedo nessuno dei vecchi,
ché anche Claudio non avesse mai a sperare qualcosa di simile.
Fu deciso che bisognava stabilire una nuova pena, che bisognava escogitare
per lui una fatica vana e la fallace speranza di una qualche passione.
Allora Eaco ordina che egli debba giuocare a dadi con un bossolo bucato.
E già aveva cominciato a rincorrere i dadi sempre fuggenti e
a non combinar nulla
[15, 1] Infatti tutte le volte che egli li stava per lanciare dal suonante
bossolo, tutt'e due i dadi fuggivano dal fondo sfondato, e come si arrischiava
a lanciare i dadi raccolti, simile a colui che sempre vorrebbe giuocare
e sempre corre dietro ai dadi, questi ingannavano la sua aspettativa:
sfugge il dado ingannatore e con truffa continua scivola via dalle sue
stesse dita. In pari modo gli inutili pesi rotolano giù dal collo
di Sisifo, quando già vien toccata la sommità del monte.
[2] All'improvviso comparve G. Cesare e si dette a chiederlo in schiavo
e a produrre testimoni, che lo avevano visto ricevere da lui scudisciate,
nerbate e schiaffi. Vien aggiudicato a G. Cesare; Cesare lo regala ad
Eaco. Questi lo affida al suo liberto Menandro per farne un addetto
giudiziario.
Trad. C.F. Russo
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