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L'opera, scritta negli anni del ritiro di Seneca, è
un trattato filosofico in VII libri, nel quale l'autore fa uno studio
approfondito di quel vincolo sociale, fondato sulla reciprocità
del donare e del ricevere, che è il beneficio. Seneca esamina
la natura e le varie modalità degli atti di beneficenza e il
legame che essi stabiliscono tra benefattore e beneficiato. Dal gesto
in sé, dal singolo "beneficio", scaturisce tutta una
serie di doveri morali (gratitudine, rispetto, solidarietà) e
codici comportamentali, che legano gli individui tra loro. Il beneficio
viene considerato un elemento coesivo importantissimo all'interno di
una società, in grado di creare equilibri e armonie fondamentali
per la concordia dei singoli componenti di essa. Seneca rivolge un appello
soprattutto alle classi elevate, alla nobilitas romana, esortandole
alla filantropia e alla liberalità, affinché si instaurino
relazioni sociali più stabili e tenaci, indispensabili per realizzare
una comunità di cittadini equilibrata e concorde. Accanto alla
formulazione teorica delle leggi del dare e del ricevere, Seneca inserisce
nel trattato numerosi riferimenti alla storia e alla cronaca contemporanea,
a personaggi o vicende notevoli della corte neroniana; di conseguenza,
l'opera si sostanzia di una ricca aneddotica, oltre che di una serie
di giudizi più o meno velati sul costume e gli eventi di allora.
In ogni pagina, all'enunciazione di un comportamento ideale fa da contrappunto
un esempio negativo tratto dalla vita quotidiana, che l'autore ritrae
con realistica amarezza. L'opera diventa, così, l'analisi disincantata
di una società piena di contraddizioni e Seneca riesamina passato
e presente con la lucidità e il distacco di chi ha ormai preso
le distanze dalle vicende politiche.
Quarta di copertina
I libri di Seneca rimangono un vero e proprio best-seller e, fra
tutte le opere degli autori latini pervenuteci, si collocano oggi al
primo posto, al pari di quelle di Platone in ambito greco. Quest'opera
offre al lettore tutto ciò che Seneca ha scritto in prosa, che
è quanto di meglio ci ha lasciato, e ciò che ancora moltissimi
uomini di cultura di oggi mostrano di gustare e di amare. [
] In
questo volume, Giovanni Reale offre una vera e propria monografia in
cui spiega tutte le novità del neostoicismo senecano e la struttura
concettuale che sorregge i suoi vari messaggi. Il lettore ha a disposizione
per la fruizione del pensiero di Seneca uno strumento completo e unico
a livello internazionale.
Libro Primo
Parte sesta. Definizione di beneficio
[1] Che cos'è, dunque, il beneficio? Un'azione benevola che procura
gioia e gioisce nel procurarla, accompagnata da una inclinazione e da
una disposizione d'animo a compierla. Perciò, non importa ciò
che si fa o si dà, ma con quale intenzione, per. ché il
beneficio consiste non in ciò che si fa o si dà, ma proprio
nella disposizione d'animo di chi dà odi chi fa.
[2] Che ci sia una gran differenza tra queste cose, si può capire
anche dal fatto che il beneficio è in ogni caso un bene, mentre
ciò che si fa o si dà non è né un bene né
un male. E la disposizione d'animo che rende grandi le piccole cose,
nobilita le cose meschine, rende misere le cose considerate importanti
e pregiate; persino le cose che noi desideriamo hanno una natura indifferente,
né di bene né di male: ciò che conta è dove
le orienta colui che le governa e che dà loro forma.
[3] L'essenza del beneficio non consiste in ciò che si possiede
o che passa da una mano all'altra, così come l'onore reso agli
dèi non consiste affatto nelle vittime, ma nella volontà
onesta e religiosa di chi li venera. Pertanto, ai buoni basta un po'
di farro e del vasellame di terracotta per mostrare la loro devozione;
i malvagi, invece, non sfuggono all'empietà, per quanti altari
bagnino di sangue.
Parte settima. Caratteristiche di un beneficio autentico
[1] Se i benefici consistessero nelle cose donate e non nella volontà
stessa di fare il bene, sarebbero tanto maggiori quanto maggiori sono
i doni che riceviamo. Questo, invece, è falso: non di rado ci
sentiamo maggiormente in debito con chi ci ha donato poco, ma con generosità,
con chi eguagliava le ricchezze dei re con la disposizione d'animo,
con chi ci ha reso un servizio minimo, ma di buon animo, con chi ha
dimenticato la sua povertà guardando la mia, con chi ha avuto
non soltanto la volontà, ma quasi la brama di aiutarmi, con chi
ha ritenuto di ricevere egli stesso un beneficio facendolo a me, con
chi ha ricevuto il contraccambio come se non avesse mai donato, con
chi ha cercato e ha colto l'occasione per essermi utile. [2] Invece,
non sono graditi, come ho detto, benché sembrino di valore e
molto belli, quei doni che vengono quasi carpiti o che cadono di mano
al donatore, poiché risulta molto più gradito un dono
che giunge spontaneamente di uno a piene mani. [3] E' poco ciò
che costui mi ha dato, ma non avrebbe potuto darmi di più; invece,
è molto ciò che mi ha dato quell'altro, ma ha esitato,
ha rinviato, si è lamentato nel dare, ha dato con arroganza,
ha fatto sapere a tutti di quel dono e ha voluto riuscire gradito, ma
non a colui al quale l'offriva; ha donato per la sua ambizione, non
per me.
Parte ottava. Socrate e un discepolo povero
[1] Poiché a Socrate offrivano, ciascuno in proporzione alle
sue possibilità, molti doni, Eschine, un discepolo povero, gli
disse: "Non trovo niente da offrirti che sia degno dite, e per
questo soltanto mi rendo conto di essere povero. Perciò, ti dono
l'unica cosa che possiedo: me stesso. Ti prego di gradire questo dono,
qualunque sia, e pensa che gli altri, pur avendoti donato molto, hanno
tenuto per se stessi molto di più".
[2] E Socrate gli rispose: "E perché il dono che mi hai
fatto non dovrebbe essere prezioso, a meno che tu non abbia poca stima
di te? Avrò, dunque, cura di restituirti te stesso migliore di
come ti ho ricevuto". Con questo dono Eschine superò la
generosità di Alcibiade, che era pari alla sua ricchezza, e quella
di tutti i discepoli ricchi.
Parte decima. Bisogna concedere benefici anche se andranno sprecati
[1] Ma l'impeto, stimolato dal soggetto, mi porta troppo lontano; perciò,
fermiamoci, perché la colpa non ricada tutta sulla nostra generazione.
Di questo si sono lamentati i nostri antenati, di questo ci lamentiamo
noi, di questo si lamenteranno i posteri: che i costumi sono stati ribaltati,
che regna la malvagità, che l'umanità precipita verso
il peggio e verso ogni nefandezza; ma queste cose restano allo stesso
punto e vi resteranno, soltanto muovendosi leggermente in un senso o
nell'altro, come le onde che l'alta marea spinge più lontano,
la bassa marea, invece, riconduce dentro i limiti interni dei lidi.
[2] Ora l'adulterio sarà una colpa commessa più spesso
delle altre e la castità romperà i freni che la trattengono;
ora sarà di moda la smania dei banchetti e l'arte culinaria,
ignobile causa di rovina per i patrimoni; ora la cura eccessiva del
corpo e la preoccupazione per la bellezza esteriore, che mostra la bruttezza
dell'animo; ora una libertà male regolata sfocerà in insolenza
e impudenza; ora si andrà verso le efferatezze private e pubbliche
e la pazzia delle guerre civili, che profanano tutto quanto c'è
di santo e di sacro; talvolta si onorerà l'ubriachezza e il valore
consisterà nel bere più vino degli altri.
[3] I vizi non si fermano in un unico luogo, ma, mobili e in discordia
fra loro, si agitano, scacciano o sono a loro volta messi in fuga; per
altro, su di noi dobbiamo dare sempre lo stesso giudizio: siamo malvagi,
siamo stati malvagi e, aggiungerò controvoglia, saremo malvagi.
[4] Ci saranno sempre omicidi, tiranni, ladri, adulteri, seduttori,
sacrileghi, traditori; ma peggiore di tutte queste colpe è l'ingratitudine,
se non altro perché tutte queste derivano dall'ingratitudine,
senza la quale quasi nessun grave delitto ha assunto vaste proporzioni.
Tu guardati dal commettere questo crimine, considerandolo come il più
grave di tutti, però perdonalo come se fosse il più lieve,
se viene commesso nei tuoi riguardi. Infatti, tutto il torto subito
si riduce a questo: hai sprecato un beneficio. Ti resta intatto, però,
il meglio di esso: l'aver donato.
[5] Ora, come bisogna curarsi di rivolgere i nostri benefici soprattutto
vero coloro che risponderanno con gratitudine, così ne faremo
alcuni anche senza speranza che siano bene impiegati, e li accorderemo
non solo se penseremo che i destinatari saranno ingrati, ma anche se
sapremo che lo sono già stati. Per esempio, se potrò restituire
a qualcuno i figli, dopo averli sottratti a un grave pericolo, senza
correre alcun rischio, non esiterò a farlo. Se uno lo merita,
lo difenderà anche a prezzo del mio sangue e condividerò
con lui i pericoli; se uno non lo merita, ma potrà strappano
ai briganti con un semplice grido, non mi spiacerà levare quel
grido che può salvare la vita a un uomo.
Libro II
Parte prima: come concedere i benefici
[1] Esaminiamo, o Liberale, che sei il migliore fra gli uomini, ciò
che rimane ancora della prima parte, cioè come si debba concedere
il beneficio, questione per la quale, credo, indicherò la soluzione
più semplice: doniamo così come vorremmo ricevere.
[2] Prima di tutto di buon animo, prontamente, senza alcuna esitazione.
Non è gradito quel beneficio che è rimasto attaccato a
lungo alle mani di chi lo concedeva, quel beneficio da cui l'autore
è sembrato distaccarsi a malincuore, come se gli venisse strappato.
Anche se sopraggiunge qualche motivo di indugio, evitiamo in ogni modo
di dare l'impressione di essere stati indecisi: chi esita è molto
vicino a chi nega e non attirerà alcuna riconoscenza. Infatti,
nel beneficio ciò che fa più piacere è la volontà
di chi dà, ma poiché l'esitazione testimonia che uno dà
controvoglia, in realtà costui non ha dato, ma ha resistito male
agli sforzi di chi lo tirava verso di sé; molti, infatti, sono
resi generosi o dal caso o dalla debolezza.
[3] I benefici più graditi sono quelli dati prontamente, con
naturalezza, quelli che vengono quasi incontro, nei quali non c'è
alcun indugio, se non per il pudore di chi riceve. Ottima cosa è
prevenire il desiderio di ciascuno o assecondarlo immediatamente; è
meglio, però, anticiparlo prima di essere pregati, perché
a un uomo virtuoso, quando chiede, si serrano le labbra e il viso si
cosparge di rossore, e quindi chi gli risparmia questo tormento moltiplica
il valore del suo dono.
[4] Chi riceve dopo aver chiesto non riceve gratuitamente, poiché
come è parso anche ai nostri antenati, uomini molto seri, nulla
costa più caro di ciò che si compra con le preghiere.
Gli uomini esprimerebbero con più moderazione i loro desideri,
se lo dovessero fare in pubblico; e anche gli dèi - ai quali
è onorevole rivolgere le nostre suppliche - preferiamo pregarli
in silenzio e nell'intimità del nostro cuore.
Parte seconda
[1] "Chiedo" è una parola sgradita, pesante, da dirsi
ad occhi bassi. Bisogna evitarla, una parola simile, all'amico e a chiunque
tu, rendendotene benemerito, voglia far diventare tuo amico: tardi ha
concesso un beneficio chi, pur affrettandosi, lo ha concesso solo dietro
richiesta. Per questo bisogna indovinare i desideri di ognuno e, una
volta compresili, bisogna evitargli il pesante obbligo di chiedere:
ricòrdati che solo quel beneficio che è venuto spontaneo
vivrà gradito e perenne nell'animo. [ 2] Se non ci è stato
possibile prevenire la richiesta, interrompiamo almeno i lunghi discorsi
di chi domanda e per non dare l'impressione che ci siamo fatti pregare,
ma solo che ci siamo fatti informare, promettiamo subito e dimostriamo,
già con la nostra fretta, senza bisogno di ripetute richieste,
che noi manteniamo le promesse. Come per gli ammalati il cibo dato al
momento opportuno è salutare e un po' d'acqua somministrata a
tempo e luogo vale come medicina, così un beneficio, anche se
di poco conto e comune, se dato prontamente, senza la benchè
minima perdita di tempo, ci guadagna assai e riesce più gradito
di uno magari prezioso, ma dato tardi e dopo lunga esitazione. Non c'è
dubbio che chi agisce così prontamente, agisce spontaneamente:
quindi agisce con gioia e sul suo volto traspare la sua disposizione
d'animo.
Parte undicesima. Quali benefici concedere e in
che modo
[1]Ci resta da dire quali siano i benefici da concedere e in che modo.
Prima di tutto, concediamo ciò che è necessario, poi ciò
che è utile, poi ciò che è piacevole, e in ogni
caso in modo che duri.
Bisogna cominciare da ciò che è necessario, poiché,
come si dice, un beneficio che conservi la vita ha ben altro effetto
rispetto a un beneficio che la abbellisca o la renda comoda. Ci può
sempre essere qualcuno schizzinoso nei confronti di ciò di cui
potrebbe facilmente fare a meno, che dica: "Riprenditelo, non lo
voglio; sono soddisfatto di quello che ho". Talvolta poi si avrebbe
voglia non solo di restituire ciò che si è ricevuto, ma
di gettarlo lontano da se.
[2] Fra i benefici che sono necessari, il primo posto spetta ad alcuni
senza i quali non potremmo vivere, il secondo ad alcuni senza i quali
non dovremmo vivere, il terzo ad alcuni senza i quali non vorremmo vivere.
[3] I primi sono di questo genere: essere strappati alle mani dei nemici
o all'ira dei tiranni o alle proscrizioni o agli altri pericoli che
in modi vari e imprevedibili insidiano la vita umana. Quanto più
grave e terribile sarà stata la disgrazia che avremo stornato,
tanto maggiore sarà la riconoscenza cui andremo incontro; poi,
infatti, subentra la riflessione sulla gravità del male evitato
e la paura provata prima rende più gradito il beneficio ricevuto.
Non per questo, però, cioè perché la paura dia
più valore al nostro beneficio, dobbiamo intervenire più
tardi per salvare qualcuno. [4] Subito dopo questi ci sono i benefici
senza i quali potremmo sì vivere, ma una vita tale che sarebbe
preferibile la morte, come la libertà, la pudicizia, la moralità.
Dopo questi metteremo ciò che ci è caro o per parentela
o per legame di sangue o per un rapporto abituale e inveterato, come
i figli, la moglie, la casa e le altre cose alle quali ci siamo affezionati
tanto che il distacco da esse ci sembra più grave di quello dalla
vita. [5] Dopo questi vengono i benefici utili, àmbito vario
ed esteso. Qui rientrerà il denaro, in quantità non eccessiva,
ma procurato in misura equilibrata; qui rientreranno gli onori e i successi
per coloro che aspirano all'ascesa sociale: infatti, non c'è
niente di più utile che il rendersi utile ai cittadini.
Dopo questi, gli altri benefici sono un sovrappiù e risvegliano
la raffinatezza: faremo in modo che questi benefici risultino graditi
per la loro opportunità, che non siano grossolani, che o siano
pochi ad averli o pochi fra quelli del nostro tempo o che, pur non essendolo
per loro natura, diventino preziosi per il momento o per il luogo in
cui sono stati conferiti. [6] Cerchiamo il dono la cui offerta arrecherà
più piacere, che più di frequente cadrà sotto gli
occhi del possessore e ogni volta gli susciti il nostro ricordo; eviteremo
in ogni caso di inviare doni inutili, come armi da caccia a una donna
o a un vecchio, libri a un campagnolo o reti a un uomo dedito agli studi.
E, viceversa, dovremo fare ugualmente attenzione, proprio volendo fare
doni graditi, a non regalare cose che rinfaccino al destinatario il
suo difetto, come vino a un ubriacone e medicine a uno cagionevole di
salute. Infatti, comincia a diventare un'offesa, non più un dono,
ciò in cui si riconoscono i difetti del destinatario.
Parte dodicesima. Caratteristiche che rendono graditi
i benefici
[1] Se la scelta del dono dipende da noi, cercheremo soprattutto cose
destinate a durare, perché il dono sia il meno possibile caduco.
Pochi, infatti, sono così riconoscenti da tener presente quello
che hanno ricevuto anche quando è sottratto alla loro vista.
11 ricordo del beneficio assale anche gli ingrati contemporaneamente
all'immagine del dono stesso, quando questo è davanti ai loro
occhi e non solo non consente di dimenticarsene, ma ridesta e imprime
nell'animo il ricordo del suo donatore. E dobbiamo cercare beni destinati
a durare anche per un altro motivo: perché non dobbiamo farli
ricordare noi; sia l'oggetto stesso a risvegliare la debole memoria.
[2] Donerò più volentieri dell'argenteria che delle monete
d'argento, una statua piuttosto che un abito o qualcosa che l'uso consuma
rapidamente. Sono pochi quelli che continuano a essere riconoscenti
anche dopo la scomparsa del dono; presso i più il ricordo del
dono non dura oltre il tempo per cui ne fanno uso. Io, se possibile,
non voglio che il mio dono si consumi: resista, si attacchi al mio amico,
viva con lui.
Parte quattordicesima: talvolta il beneficio è negare, non dare
[1] Ci sono alcuni doni però che nuocerebbero a coloro che li
chiedono: allora il beneficio consiste non nel darli ma nei negarli;
dovremo valutare pertanto l'utilità e non il desiderio di coloro
che chiedono. Spesso, infatti, bramiamo cose a noi nocive né
ci è possibile capire quanto danno ci arrecherebbero perchè
le nostre facoltà di giudizio sono offuscate dalla passione;
quando però si acquieta la nostra bramosia, quando vien meno
quella eccitazione dell'animo che impedisce il discernimento, malediciamo
coloro che col concederci doni dannosi ci hanno fatto del male. [2]
Come neghiamo l'acqua fredda agli ammalati, e un'arma a coloro che si
affliggono o che sono furenti contro se stessi, come agli innamorati
neghiamo tutto ciò che la loro esaltata passione chiede e che
userebbero a loro danno, allo stesso modo le cose che potrebbero essere
dannose saremo inflessibili nel non darle, anche se ce le chiedono con
insistenza, con umiltà, e talvolta anche riuscendo a suscitare
la nostra commozione. Bisogna guardare non solo i primi frutti di un
beneficio, ma anche le ultime conseguenze e quindi bisogna dare quei
doni che ci sia gradito non solo ricevere, ma anche aver ricevuto. [3]
Ci sono molti che dicono: "So che questo non gli gioverà,
ma che fare? egli chiede ed io non posso resistere alle sue preghiere;
se la veda poi lui: si lamenterà di se stesso, non di me ".
E' un criterio sbagliato: proprio di te si lamenterà e ben a
ragione; quando tornerà a ragionare rettamente, quando gli sarà
sbollita quella furia che gli infiammava l'animo, come non dovrà
odiare colui che lo ha aiutato per il suo danno e per la sua rovina?
[4] Accogliere le preghiere di coloro che chiedono cose rovinose per
loro, significa dar prova di una bontà che ha del crudele. Come
è un'opera quanto mai lodevole salvare, loro malgrado, anche
coloro che non vorrebbero essere salvati, così il concedere,
a coloro che li chiedono, doni che saranno rovinosi significa, malgrado
l'apparente bontà e comprensione, voler loro male. Cerchiamo
di dare invece doni che con l'andar del tempo piacciano sempre più,
che non si risolvano mai in danno. Non darò del denaro a chi
so già che lo porterà ad una adultera, né mi farò
complice, col mio aiuto, di chi macchina una turpe impresa o un turpe
piano; se potrò, cercherò di dissuaderlo, altrimenti non
aiuterò affatto la sua impresa criminosa. [5] Sia che l'ira lo
spinga là dove non dovrebbe, sia che un'ardente ambizione lo
distolga dalla giusta strada, io non permetterò che si serva
di altre forze che non siano le sue e non farò in modo che un
giorno possa dire: "Quegli, col volermi bene, mi ha rovinato ".
Spesso non c'è alcuna differenza tra i doni degli amici e le
speranze dei nemici.
Parte ventiduesima: come accettare i benefici.
[1] Quando giudichiamo che si deve accettare, accettiamo con letizia,
manifestando la nostra gioia e questo dimostriamolo palesemente a colui
che ci dà il dono affinchè ne tragga un frutto immediato:
è un legittimo motivo di contentezza vedere contento l'amico,
motivo ancora più legittimo è l'averlo reso contento;
indichiamo con l'effusione dei nostri sentimenti non solo di fronte
al donatore, ma in qualsiasi occasione, quanta gioia ci abbia arrecato
quel dono. Chi riceve il beneficio con animo grato è come se
avesse pagato la prima rata del suo debito.
Parte ventitreesima: come accettare i benefici
[1] Vi sono alcuni che non sono disposti ad accettare se non in segreto
ed evitano che qualcuno sia testimone o a conoscenza del beneficio da
loro ricevuto: gente simile - puoi esserne sicuro -è male intenzionata.
Come colui che dà deve divulgare la notizia del dono fatto, quel
tanto che farà piacere a colui che lo riceve, allo stesso modo
questi deve chiamare il pubblico a testimonio: altrimenti se si vergogna
di essere in debito, non avrebbe dovuto accettare. [2] Alcuni ringraziano
di nascosto e parlandoti all'orecchio: questo modo d'agire non è
dettato da un senso di pudore, ma è un modo di minimizzare il
loro debito: chi ringrazia senza voler testimoni è un ingrato.
Alcuni, ricevendo denaro a prestito, non vogliono che il creditore segni
il loro nome, nè che ci siano intermediari, nè che si
chiamino testimoni per firmare, acconsentono solo a rilasciare una dichiarazione
autografa; allo stesso modo si comportano coloro che cercano di mantenere
quanto più segreto possibile il bene ricevuto.
Temono di renderlo noto, perchè vogliono si dica che l'hanno
ottenuto più per i loro meriti che per l'aiuto altrui; e nel
compiere i loro doveri verso coloro cui devono la vita o il loro rango
sociale, non mostrano troppo zelo e per volersi guardare dalla taccia
di clienti, cadono in quella, ben più grave, di ingrati.
Parte ventiquattresima
[1] Alcuni parlano con più astio proprio di quelli da cui hanno
maggiormente ricevuto. Certuni è meno pericoloso offenderli anzichè
averli beneficati: infatti ricorrono all'odio per dimostrare di non
esserci debitori di nulla. Invece a nulla si deve badare di più
che a radicare in noi il ricordo dei nostri debiti, che bisogna continuamente
ravvivare, dato che non può manifestare la gratitudine se non
chi ricorda, e chi ricorda la manifesta già. [2] Non si deve
accettare facendo gli schizzinosi, e nemmeno con servile umiltà.
Chi infatti è poco entusiasta proprio nel momento in cui riceve,
proprio quando ogni dono, appunto perchè nuovo è gradito,
come si comporterà quando il piacere iniziale vien meno? C'è
chi accoglie il dono con sufficienza, come se dicesse: [3] "Non
ne ho di bisogno, ma poichè tu ci tieni tanto, mi metterà
a tua disposizione"; c'è chi lo accoglie passivamente sì
da far sorgere, nella mente di chi offre, il dubbio che non se ne sia
accorto; un altro invece muove a stento le labbra e dimostra più
ingratitudine che se avesse taciuto. [4] Bisogna spenderne parecchie
di parole, invece, in rapporto alla grandezza di ciò che si riceve
ed aggiungere anche: "Sono più numerosi di quanto credi
coloro che ti sono obbligati" (non c'è nessuno che non si
compiaccia di veder ampliato il suo beneficio); "Tu non sai il
favore che mi hai fatto, ma devi proprio sapere quanto esso sia più
grande di quel che tu pensi" (si dimostra subito riconoscente colui
che si accresce il suo debito); "Non potrò mai adeguatamente
sdebitarmi; e non cesserà di proclamano, in ogni occasione: non
potrò mai sdebitarmi ".
Libro III
Parte ventinovesima: possono i figli superare i genitori nei benefici?
[I]
Ci si pone anche questo problema: se i figli, talvolta, possano
fare ai loro genitori un bene maggiore dì quello che hanno ricevuto.
[2] Anzitutto si ammetterà che molte volte i figli sono diventati
più potenti e più importanti dei loro genitori; e molte
volte anche migliori. Ammesso ciò, può succedere che possano
dare anche di più, dato che dispongono di una maggiore fortuna
e di sentimenti migliori.
[4] "Qualsiasi cosa il figlio dia al padre" si dice "
è sempre meno, perché questa stessa facoltà di
dare, la deve al padre. E così, per quanto riguarda i benefici
non si può superare colui che ci ha dato proprio questa possibilità
di poterlo superare ".
Anzitutto c'è da obiettare che alcune cose traggono inizio da
altre e tuttavia finiscono col diventare maggiori; il fatto che una
cosa non avrebbe potuto andare avanti se non avesse avuto un inizio
non è una buona ragione perché non diventi maggiore di
ciò che le ha dato origine. [4] Non c'è cosa che non superi
a gran passi la sua origine. Le sementi sono la causa di ogni cosa,
e tuttavia sono una parte piccolissima di ciò che poi generano.
Guarda il Reno, l'Eufrate e tutti gli altri fiumi famosi: non sono nulla
se tu li consideri alla loro origine; tutto ciò che li rende
temibili o famosi l'hanno acquistato man mano che procedevano. [5] Elimina
le radici: non ci saranno più boschi e rimarranno spoglie le
immense montagne. Considera gli alberi sia per l'altezza (s'innalzano
verso il cielo) che per la rigogliosa ampiezza dei rami (si estendono
largamente in giro): quanto è poco, al loro paragone, lo spazio
che la radice con le sue esigue fibre occupa! Templi e città
poggiano sulle loro fondamenta, ma proprio esse, che furono gettate
per sostenere tutta quanta la costruzione, non si vedono. [6] Lo stesso
avviene in altri campi: il principio delle cose è sempre travolto
dalla loro successiva crescita. Non avrei mai potuto conseguire nulla
se i miei genitori non mi avessero prima giovato coi loro benefici.
Ma non per questo, tutto quanto ho conseguito deve essere da meno di
ciò che ne è stata la premessa inevitabile.
[8]
Se io sono debitore alla mia origine, di tutto ciò che sarò,
medita allora che né mio padre né il mio avo sono la mia
origine, ma ci sarà sempre qualcosa di precedente da cui deriva
ciò che sembra essere l'origine immediata. Nessuno però
dirà che io sono debitore, in misura maggiore che a mio padre,
ad antenati ignoti e addirittura al di fuori delle possibilità
della mia memoria: eppure debbo loro veramente una maggiore gratitudine,
dal momento che la possibilità di avermi generato, mio padre
la deve ai suoi antenati.
Libro VII
Parte diciannovesima. Che cosa significa rendere un beneficio
[1] "Rendere", si dice, "significa dare a chi accetterà.
Ma come? Se tu devi del vino a qualcuno e questi te lo fa versare in
una reticella o in un crivello, dirai di averglielo restituito? O vorrai
rendere ciò che mentre viene reso, passando di mano, va perso?".
[2] Rendere significa dare quello che devi al proprietario che lo vuole
indietro. Solo questo io devo fare; che poi egli conservi quello che
ha ricevuto da me è un'altra questione; io non sono tenuto a
fargli da custode, ma a tener fede all'impegno ed è molto meglio
che sia lui a non conservare piuttosto che io a non rendere. [3] Anche
a un creditore che porterà subito al macello ciò che riceverà
io restituirà; anche se farà cadere il denaro che riceverà
dalle pieghe della toga indossata senza cintura, io glielo darò.
Io ho il dovere di restituire, non di conservare o di sorvegliare dopo
aver restituito; io ho il dovere di custodire un beneficio quando l'ho
ricevuto, non quando l'ho reso. Finché resta presso di me, sia
intatto, per il resto, anche se sfugge dalle mani di chi lo riceve,
bisogna darglielo quando ce lo chiede. All'uomo virtuoso restituirà
quando gli converrà, al malvagio quando me lo chiederà.
[4] "Non puoi rendergli un beneficio dello stesso genere di quello
che hai ricevuto; infatti, l'hai ricevuto da un saggio, lo rendi a uno
stolto", si obietta. No; io lo restituisco a lui nello stato in
cui ora lo può ricevere, non dipende da me se restituisco peggiorato
ciò che ho ricevuto, ma dipende da lui: se egli ritorna alla
saggezza, gli restituirà il beneficio nello stato in cui me l'ha
dato, mentre è nella malvagità glielo restituirò
nello stato in cui può riceverlo.
[5] "E se egli è diventato non solo malvagio, ma anche feroce,
bestiale, come Apollodoro o Falaride, gli renderai il beneficio che
hai ricevuto?", si chiede. La natura non permette un cambiamento
così radicale nel saggio. E inevitabile che chi cade dal massimo
bene al massimo male conservi anche nel male qualche traccia del bene,
non credi? La virtù non si spegne mai a tal punto da non imprimere
nell'animo dei segni troppo netti perché un qualsiasi cambiamento
li cancelli. [6] Le bestie feroci domate da noi, se forzano le gabbie
per fuggire nei boschi, conservano qualcosa della loro precedente mansuetudine
e si differenziano tanto dagli animali più miti quanto dalle
fiere vere e proprie che non hanno mai sentito la mano dell'uomo. Nessuno
che abbia aderito alla saggezza cade mai nel grado più basso
della malvagità; se ne è impregnato troppo profondamente
per poterla cancellare completamente e trasformarla nel colore della
malvagità. [7] E poi domando se quest'uomo è feroce solo
nell'intimo o se lo manifesta anche all'esterno, provocando danno generale.
Tu mi hai menzionato il tiranno Falaride e Apollodoro: ora, se il malvagio
dentro di sé ha la natura di costoro, perché non dovrei
restituirgli il beneficio, per non avere più niente a che fare
con lui?
[8] Se, invece, non solo gode del sangue umano, ma se ne pasce ed esercita
la sua crudeltà insaziabile torturando persone di ogni età
e infierisce non solo con collera, ma con quasi una brama di accanirsi,
se sgozza i figli sotto gli occhi dei genitori, se non contento della
morte pura e semplice, tortura e non solo brucia, ma arrostisce coloro
che ha intenzione di far morire, se la sua rocca gronda sempre di sangue
fresco, allora è poco non rendergli il beneficio. Qualunque fosse
il legame che mi univa a lui, la violazione da parte sua di ogni legge
della vita associata lo ha reciso. [9] Se egli mi avesse fatto del bene,
ma desse inizio alle ostilità contro la mia patria, perderebbe
qualunque riconoscenza si fosse meritato, e dimostrargli riconoscenza
sarebbe considerato un delitto; se non assale la mia patria, ma opprime
la sua e, lontano dalla mia gente, perseguita la sua, una tale malvagità
d'animo rescinde ugualmente ogni mio legame con lui e, anche se non
me lo rende nemico, me lo rende odioso, perché il mio dovere
verso il genere umano viene prima ed è più importante
del mio dovere verso un singolo uomo.
Parte ventesima. Restituirò un beneficio
a un malvagio, se ciò non sarà di danno ad altri
[1] Ma, benché le cose stiano così e io sia libero di
agire come mi pare nei suoi confronti, dal momento in cui, violando
ogni legge, ha fatto sì che niente fosse illecito verso di lui,
io crederei di dover mantenere con lui questo criterio: se il mio beneficio
non gli darà maggiori forze da impiegare per la rovina generale,
né rinsalderà quelle che ha, se quindi sarà qualcosa
che gli si possa restituire senza provocare un danno generale, glielo
restituirlo.
[2] Salverà il suo bambino piccolo: questo beneficio come potrà
nuocere a coloro che sono straziati dalla sua crudeltà? Non gli
fornirò, però, denaro con il quale stipendiare i suoi
sgherri. Se desidererà marmi e vesti, questo apparato del suo
lusso non danneggerà nessuno, ma non gli fornirò soldati
e armi.
[3] Se chiederà come un gran dono attori e meretrici e cose che
mitighino la sua ferocia, glieli offrirò volentieri. A colui
al quale non manderei triremi e navi rivestite di lamine di bronzo,
manderà navi da diporto e navi cabinate e altri oggetti per il
divertimento dei re che scherzano spensieratamente sul mare. E se non
ci sarà più alcuna speranza che egli guarisca, con lo
stesso gesto con cui darà un beneficio a tutti, lo restituirà
a lui, perché per uomini del genere il rimedio è la morte,
e la cosa migliore per chi non potrà più ritornare in
sé è andarsene. [4] Ma una tale malvagità è
rara ed è sempre considerata una cosa mostruosa, come le voragini
che si aprono nel terreno o l'eruzione del fuoco dalle profondità
del mare; perciò, lasciamola stare e parliamo di quei vizi che
detestiamo senza averne orrore.
[5] A quell'uomo malvagio che posso trovare in qualunque piazza e del
quale i singoli hanno paura, renderò il beneficio che ho ricevuto.
Non bisogna che io tragga vantaggio dalla sua malvagità: ciò
che non è mio ritorni al suo padrone! Che egli sia buono o cattivo,
che importanza ha? Farei un'indagine approfondita, se dovessi dare,
non restituire.
Trad. Monica Natali
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