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L'opera in cui Seneca ha esposto più compiutamente
e sistematicamente il proprio ideale politico è il De clementia,
scritta nel 56 d.C. e dedicata al giovanissimo Nerone. Seneca espone
le linee del suo programma politico, trattando il problema, assai dibattuto,
del "buon sovrano". L'autore non discute la legittimità
costituzionale del principato, né l'aspetto apertamente monarchico
che esso stava ormai assumendo, anzi, il potere unico è sicuramente
il più conforme alla concezione stoica di un ordine cosmico governato
dal Logos (la "ragione universale"). La monarchia sembra il
sistema più idoneo a rappresentare l'ideale stoico di un universo
cosmopolita, fungendo da vincolo unificante per i tanti popoli che formavano
l'impero romano. Il problema, dunque, non è quello di una restaurazione
repubblicana (caldeggiata, invece, dai circoli dell'opposizione aristocratica),
quanto quello di avere un buon sovrano. Egli deve agire secondo equità
e giustizia, seguendo la propria coscienza, per evitare degenerazioni
tiranniche. Se la coscienza è l'unico freno alla tirannide, ne
consegue che l'educazione e la formazione morale del principe, fin dalla
sua fanciullezza, siano di vitale importanza per garantire un governo
giusto. La filosofia, quindi, e la presenza di un saggio (o di un'élite
di saggi) accanto al sovrano diventano garanzia e fonte di ispirazione
della linea politica dello Stato. Virtù essenziale del principe
è la clementia, ovvero quel generale atteggiamento di filantropia
e benevolenza che deve regolare il suo rapporto con i sudditi. In sintesi,
l'ideale politico di Seneca è la realizzazione di un'equilibrata
distribuzione del potere tra un sovrano assoluto, che regni nell'interesse
del suo popolo, e un senato che collabori positivamente con il principe,
vedendo, in cambio, salvaguardate la propria libertà e dignità.
All'interno di questo progetto, al filosofo spetta il compito di promuovere
la formazione morale del principe e dell'élite politica, fungendo
da mediatore tra le due parti.
Quarta di copertina
I libri di Seneca rimangono un vero e proprio best-seller e, fra tutte
le opere degli autori latini pervenuteci, si collocano oggi al primo
posto, al pari di quelle di Platone in ambito greco. Quest'opera offre
al lettore tutto ciò che Seneca ha scritto in prosa, che è
quanto di meglio ci ha lasciato, e ciò che ancora moltissimi
uomini di cultura di oggi mostrano di gustare e di amare. [
] In
questo volume, Giovanni Reale offre una vera e propria monografia in
cui spiega tutte le novità del neostoicismo senecano e la struttura
concettuale che sorregge i suoi vari messaggi. Il lettore ha a disposizione
per la fruizione del pensiero di Seneca uno strumento completo e unico
a livello internazionale.
PROEMIO
I. La clemenza di Nerone
[1] Ho deciso di scrivere sulla clemenza, Nerone Cesare, per poter fare
in qualche modo la parte dello specchio, e mostrarti l'immagine dite
stesso che sei avviato a raggiungere il massimo dei piaceri. Infatti,
benché il vero frutto delle azioni rette sia averle compiute
e non ci sia alcun premio degno delle virtù al di fuori delle
virtù stesse, giova esaminare attentamente e percorrere la propria
buona coscienza, e poi posare lo sguardo su questa immensa moltitudine
discorde, sediziosa, incapace di dominarsi, pronta a saltar su per la
rovina altrui e per la propria, una volta che avrà abbattuto
questo giogo; e giova parlare così con se stessi:
[2] "Sono, dunque, io quello che fra tutti i mortali è stato
preferito e scelto per fare in terra le veci degli dèi? Sono
l'arbitro della vita e della morte delle nazioni: è nelle mie
mani la decisione sulla sorte e sulla condizione di ciascuno; quello
che la fortuna vuole che sia dato a ciascuno dei mortali, lo fa sapere
attraverso la mia bocca; da una nostra risposta popoli e città
traggono motivi per rallegrarsi; nessun luogo prospera, se non per la
mia volontà e per il mio favore; tutte queste migliaia di spade,
che la mia Pace fa rimanete nel fodero, ad un mio cenno verranno sguainate;
quali popoli debbano essere distrutti completamente, quali fatti spostare
altrove, a quali si debba dare là libertà, a quali strapparla,
quali re debbano essere ridotti in schiàùitù e
quali teste debbano essere insignite della dignità regale, quali
città debbano crollare, quali sorgere, dipende tutto dalla mia
autorità.
[3] Nonostante tutto questo potere, l'ira non mi ha mai spinto ad infliggere
supplizi iniqui; non mi ci ha mai spinto l'impeto giovanile, né
la temerarietà o la tracotanza degli uomini, che spesso toglie
la pazienza anche dagli animi più tranquilli; non mi ci ha mal
spinto l'orgoglio funesto, ma diffuso in chi è a capo di grandi
imperi, di ostentare la propria potenza seminando terrore. La mia spada
è riposta nel fodero, anzi è legata, ed io ho cura di
risparmiare il più possibile anche il sangue più vile;
non c'è nessuno che, pur essendo privo di altri titoli, non trovi
grazia presso di me solo per il suo nome di uomo.
[41 Tengo nascosta la severità e sempre pronta, invece, la clemenza;
sorveglio me stesso, come se dovessi poi render conto alle Leggi, che
ho richiamato dalla dimenticanza e dalle tenebre alla luce. Prima mi
sono commosso per la tenera età di uno, poi per l'anzianità
dell'altro; ad uno ho perdonato per la sua dignità, ad un altro
per la sua umiltà; ogni volta che non ho trovato una ragione
di misericordia, ho risparmiato per me stesso. Qggi sono pronto, se
gli dèi mi chiedono il conto, ad enumerare tutto il genere umano".
[5] Tu puoi, Cesare, proclamare audacemente che tutto ciò che
è stato posto sotto la tua protezione e la tua tutela è
pienamente al sicuro e che da parte tua non si stia preparando alcun
male, né per via violenta né di nascosto, alla repubblica.
Tu hai bramato una lode rarissima e che finora non è stata concessa
ad alcun principe: l'innocenza dalle colpe. Questa tua bontà
singolare non spreca fatica e non trova uomini ingrati e malignamente
avari della propria stima. Ti si è grati: nessun singolo uomo
fu mai tanto caro quanto lo sei tu al popolo romano, per il quale sei
un bene grande e durevole.
[6] Ma ti sei imposto un peso enorme; nessuno, infatti, parla più
del divo Augusto né dei primi tempi di Tiberio Cesare, e nessuno
cerca al di fuori di te un modello da presentarti perché tu lo
imiti: si pretende che il tuo principato sia conforme a questo assaggio
che ne hai dato. Questo sarebbe stato difficile, se questa tua bontà
non fosse in te naturale, ma come presa in prestito per un certo tempo:
nessuno, infatti, può indossare a lungo una maschera. Le cose
simulate ricadono presto nella, loro natura; quelle sotto le quali c'è
la verità, e che, per così dire, nascono da qualcosa di
sostanzioso, col tempo si accrescono e migliorano.
[7] Il popolo romano correva un gran rischio poiché era incerto
in che direzione, si sarebbe orientata la tua nobile indole: ora i voti
pubblici sono al sicuro, poiché non c'è pericolo che tu
sia colto da un'improvvisa dimenticanza dite stesso. L'eccessiva prosperità
rende certuni insaziabili, e le brame non sono mai tanto temperate da
cessare una volta raggiunto ciò cui si mirava: gradualmente si
passa dal grande all'ancora più grande e una volta ottenute cose
insperate, si abbracciano speranze smisurate. Oggi, tuttavia, tutti
i tuoi concittadini confessano apertamente che sono felici e che a questi
beni non si potrebbe aggiungere nulla, purché siano duraturi.
[8] Molte cose li costringono a questa confessione, la più tardiva
che gli uomini di solito fanno: una profonda e piena sicurezza, un diritto
posto al di sopra di ogni violazione; l'avere sempre presente una forma
di governo graditissima alla quale non manca nulla, tranne la possibilità
di essere distrutta, per godere di una libertà assoluta.
[9] Tuttavia, quella che ha destato uguale ammirazione nei più
grandi così come nei più umili è la tua clemenza;
gli altri beni, infatti, ciascuno li sente o se li aspetta maggiori
o minori in proporzione alla sua condizione personale; dalla clemenza,
invece, tutti sperano lo stesso; e non c'è nessuno che si compiaccia
tanto della sua innocenza da non rallegrarsi poi di stare al cospetto
della Clemenza, indulgente di fronte agli errori umani.
I. Partizione della materia
[1] So che c'è chi ritiene che la Clemenza dia soltanto sostegno
agli uomini peggiori, datò che essa è inutile tranne che
dopo un delitto, ed è l'unica virtù che rimane inattiva
in mezzo a uomini privi di colpe. Ma prima di tutto bisogna osservare
che, come la medicina, che si usa per i malati, è tenuta in onore
anche presso i sani, così la Clemenza, sebbene sia invocata da
uomini meritevoli di punizione, è però venerata anche
da uomini privi di colpe. Essa ha un posto 'anche in coloro che sono
innocenti, perché talvolta la nostra condizione tiene il posto
della colpa. E la clemenza non soccorre soltanto l'innocenza, ma spesso
anche la virtù, poiché, per le circostanze del momento,
accadono fatti che possono essere puniti se lodati. Aggiungi che c'è
una gran parte degli uomini che può ritornare all'innocenza,
se la perdoni.
[2] Tuttavia, non conviene perdonare indiscriminatamente; infatti, quando
è tolta la differenza tra buoni e cattivi, ne segue confusione
e il dilagare dei vizi. Perciò, bisogna far uso di moderazione,
che sappia distinguere le indoli per le quali c'è possibilità
di guarigione da quelle in condizione disperata. E non bisogna avere
né una clemenza indifferenziata e volgare, né una clemenza
inaccessibile: infatti, è crudeltà sia perdonare a tutti
sia non perdonare a nessuno. Dobbiamo tenere la misura: ma, poiché
è difficile trovare la giusta proporzione, tutto quello che sarà
in eccesso sul giusto inclini alla mitezza.
Parte Prima
I Un generoso detto di Nerone
[1] Mi ha spinto a scrivere sulla clemenza, Nerone Cesare, soprattutto
un tuo detto, che ricordo di aver udito con ammirazione quando venne
pronunciato e di aver poi riferito con ammirazione ad altri, un detto
generoso, che rivelava un animo grande e una grande mitezza, che ti
è venuto all'improvviso senza essere stato preparato e senza
essere stato destinato alle orecchie altrui, e che ha rivelato la tua
bontà in lotta contro i doveri della tua condizione.
[2] Burro, tuo prefetto, uomo eccezionale e nato per avere te come principe,
dovendo punire due briganti, ti chiedeva di scrivere i nomi di coloro
che volevi fossero puniti e per quale motivo volevi che fossero puniti;
e poiché tu rimandavi spesso, insisteva perché la cosa
infine si facesse. Suo malgrado, arrivò da te con la carta e,
tuo malgrado, te la consegnò, e tu allora esclamasti: "Vorrei
non saper leggere e scrivere!".
[3] Oh parole degne di essere udite da tutti i popoli, da quelli che
abitano l'impero romano e da quelli che vi si trovano accanto, in una
condizione di libertà incerta, e da quelli che si levano contro
l'impero con le forze o con gli animi6! Oh parole da portare nell'assemblea
di tutti gli uomini, con le quali dovrebbero giurare principi e re!
Oh parole degne dell'età dell'innocenza assoluta del genere umano!
Parole alle quali restituire il pubblico dell'età antica!
[4] Ora sarebbe certo conveniente che gli uomini si unissero per l'equità
e per il bene, rimuovendo la brama delle cose altrui, dalla quale deriva
ogni male dell'anima; sarebbe conveniente che risorgessero la pietà
e l'integrità insieme con la lealtà e la modestia, e che
i vizi, dopo aver abusato del loro lunghissimo dominio, cedessero finalmente
il passo ad un'età felice e pura.
II. La bontà di Nerone
[1] Che questo avverrà in gran parte, o Cesare,
piace sperare e confidare. Questa mansuetudine del tuo animo si comunicherà
e si diffonderà a poco a poco per tutto l'immenso corpo dell'impero,
e tutto si conformerà sul tuo modello. La salute si diffonde
dalla testa a tutte le parti del corpo; e le membra sono vigorose e
salde oppure sono abbattute per la debolezza a seconda che il loro principio
animatore sia vivace o languido. I cittadini saranno degni di questa
bontà, lo saranno gli alleati e in tutto il mondo ritorneranno
i retti costumi; dappertutto ti si risparmierà di usare le mani
per punire.
Parte seconda
I. Definizione della clemenza
[1] E perché non ci inganni il magnifico nome di
clemenza, e non ci conduca all'estremo opposto, esaminiamo che cosa
sia la clemenza, che natura abbia e quali siano i suoi limiti.
La clemenza è la moderazione dell'animo nell'uso del suo potere
di punire; oppure è mitezza di un superiore nei confronti di
un inferiore nell'assegnargli una pena. E più sicuro proporre
più definizioni, perché non succeda che una sola definizione
non sia sufficiente a comprendere la cosa e, per così dire, sia
condannata per un vizio di forma; perciò, può essere definita
anche un'inclinazione dell'animo alla mitezza nell'infliggere una pena.
[2] Incontrerà dei contraddittori quest'altra definizione, benché
sia quella che più si avvicina al vero, cioè quella in
cui affermiamo che la clemenza è la moderazione che rimette entro
una certa misura la pena meritata e dovuta; si obietterà che
nessuna virtù fa a qualcuno meno di quanto gli sia dovuto. Eppure,
tutti capiscono che questo è la clemenza, che si arresta prima
di arrivare a quel grado di punizione che avrebbe potuto a buon diritto
essere fissato.
Parte terza
I. La clemenza è la virtù che più si addice
all'uomo
[1] In terzo luogo ricerchiamo in che modo l'animo possa essere condotto
a questa virtù, in che modo si possa rinforzarla e renderla sua
con l'uso.
[2] Che fra tutte le virtù non ce n'è alcuna che convenga
di più all'uomo, perché nessuna è più umana,
deve essere ammesso come cosa evidente non solo da noi, che vogliamo
considera. re l'uomo come un animale sociale e nato per il bene comune,
ma anche da coloro che abbandonano l'uomo al piacere e le cui parole
e azioni mirano tutte al loro interesse personale. Infatti, se l'uomo
tende alla quiete e all'ozio, raggiunge il grado supremo della sua natura
con questa virtù che ama la pace e trattiene la mano.
[3] Non c'è nessuno, tuttavia, al quale la clemenza si addica
maggiormente che ad un re o ad un principe. Così, infatti, una
gran forza è motivo d'onore e di gloria se il suo potere è
saluta. re; è, invece, rovinosa quale forza che serve solo per
nuocere. Infine, è stabile e ben fondata la grandezza dell'uomo
che tutti sanno essere tanto al di sopra di loro quanto agire a loro
favore, della cui cura, che veglia per la salute di ciascuno e di tutti,
fanno ogni giorno esperienza, al comparire del quale non fuggo. no qua
e là, come se un animale cattivo o nocivo fosse balzato fuori
dalla sua tana, ma accorrono verso di lui a gara, come se si avvicinassero
ad un astro luminoso e benefico. Prontissimi ad esporsi per lui alle
spade di aggressori in agguato, e a stendersi a terra sotto i suoi piedi,
se egli per salvarsi dovesse aprirsi una via attraverso un cumulo di
cadaveri, proteggono il suo sonno con veglie notturne, difendono i suoi
fianchi mettendosi davanti ed attorno a lui; e si pongono come ostacolo
ai pericoli che sopraggiungono.
[4] Non è senza ragione questo consenso di popoli e città
nel proteggere e nell'amare così i loro re e nell'offrire se
stessi e le proprie cose dovunque lo richieda la salvezza del capo;
e non è disprezzo di se stessi o insensatezza che tante migliaia
di uomini si espongano alle spade nemiche per la salvezza di uno solo
e riscattino con molte morti una vita sola, che talvolta è quella
di un uomo vecchio e invalido.
[5] Tutto il corpo è al servizio dell'anima e, benché
quello sia molto più grande e molto più appariscente e
questa rimanga nascosta e sia sottile e non si sappia bene dove si celi,
tuttavia le mani, i piedi, gli occhi si danno da fare per essa è
l'anima che la pelle protegge, è per ordine dell'anima che stiamo
sdraiati o corriamo irrequieti di qua e di là; e quando essa
ha ordinato, se è una padrona avida, esploriamo il mare a scopo
di profitto, se è ambiziosa, già da un pezzo abbiamo messo
la mano sul fuoco" o ci siamo lanciati volontariamente sotto terra.
Allo stesso modo questa immensa moltitudine che sta attorno ad un solo
essere vivente è governata dallo spirito di costui, è
diretta dalla sua ragione e si precipiterebbe e si spezzerebbe con le
sue forze, se non fosse sostenuta dalla sua saggezza.
II. Il principe è l'anima dello Stato
[1] Gli uomini, pertanto, amano la propria incolumità, quando
per proteggere un solo uomo, schierano dieci legioni in ordine di battaglia,
quando si lanciano in prima linea ed offrono il petto alle ferite, perché
le insegne del loro comandante non siano messe in fuga. Egli è,
infatti, il legame grazie al quale le forze pubbliche restano unite,
egli è quel soffio vitale che respirano tutte queste migliaia
di uomini, che di per sé non sarebbero niente se non un peso
e una preda, se venissero privati di quella mente che ha il comando.
Finché il re è incolume, la volontà per tutte è
una sola;
perso, si rompe il patto (Virgilio, Georgiche, IV, 212-213; ndr)
[2] Questo evento sarebbe la distruzione della pace romana, esso sarebbe
causa di rovina per la prosperità di un popolo così grande;
e da tale pericolo il popolo si manterrà lontano fino a quando
saprà sopportare i freni; se, invece, li spezzerà oppure,
rimossi da qualche accidente, non permetterà che gli vengano
rimessi, questa unità e questo legame si disgregherà in
molte parti, e per questa città la fine del dominare coinciderà
con la fine dell'obbedire.
[3] Perciò, non c'è da meravigliarsi che principi, re
e tutti coloro che a qualsiasi titolo hanno la tutela dello Stato siano
amati anche al di là dei legami privati: infatti, se per gli
uomini assennati le cose pubbliche sono più importanti di quelle
private, ne consegue che a loro è più caro colui nel quale
lo Stato si identifica. Da tempo, infatti, l'imperatore si è
talmente immedesimato nello Stato che non si può separare l'uno
dall'altro senza danneggiare entrambi, poiché l'uno ha bisogno
di forze, l'altro di un capo.
III. La clemenza è la virtù che
più si addice al principe
[1] Sembra che il mio discorso si sia allontanato molto dall'argomento
in esame; ma, in realtà, serra da presso il nocciolo della questione.
Infatti, se, cosa che finora appare chiara, tu sei l'anima della repubblica
ed essa è il tuo corpo, vedi bene, credo, quanto sia necessaria
la clemenza: risparmi, infatti, te stesso, quando sembra che risparmi
qualcun altro. Pertanto, bisogna risparmiare anche cittadini riprovevoli,
così come si risparmiano le membra malate, e, se talvolta è
necessario spargere sangue, bisogna però trattenere la spada
perché non penetri più del necessario.
[2] Dunque, la clemenza è, come dicevo, secondo natura per tutti
gli uomini, ma si addice soprattutto agli imperatori, in quanto in loro
ha più da salvare ed ha maggiori occasioni per esplicarsi. Infatti,
quanto poco nuoce la crudeltà privata! La crudeltà dei
principi, invece, è guerra.
[3] Mentre poi fra le virtù c'è concordia, e nessuna è
migliore o più bella di un'altra, tuttavia una certa virtù
è più adatta a certe persone. La magnanimità si
addice a qualsiasi mortale, anche a quello che non ha nessuno inferiore
a sé: che cosa ci può essere, infatti, di più grande
o di più forte del respingere gli attacchi dell'avversa fortuna?
Questa magnanimità ha, tuttavia, un campo più vasto nella
buona fortuna, e si vede meglio quando sta in alto che al livello del
suolo.
[4] La clemenza, in qualunque casa sarà entrata, la renderà
felice e tranquilla, ma in una reggia, quanto è più rara,
tanto più è mirabile. Che cosa c'è, infatti, di
più bello di colui alla cui ira non si può opporre alcun
ostacolo, alla cui sentenza più severa assentono gli stessi condannati
a morte, al quale nessuno può presentare obiezioni, al quale,
anzi, se ha dato un po' troppo in escandescenze, nessuno può
neppure rivolgere preghiere, e che fa violenza a se stesso e si serve
del suo potere in un modo migliore e più pacifico, pensando a
questo: "Tutti possono uccidere contro la legge, ma nessuno può
salvare tranne me"?
[5] A una grande fortuna si addice un animo grande, poiché, se
l'animo non si innalza fino ad essa e non la domina, scende al contrario
al di sotto di essa. Ma è proprio di un animo grande essere sereno
e tranquillo e guardare dall'alto le ingiurie e le offese. È
da donne l'andare fuori di sé quando si è adirati; è
proprio delle fiere, e non di quelle più nobili, l'assalire a
morsi e l'accanirsi sulle vittime già abbattute. Gli elefanti
e i leoni passano oltre, dopo aver atterrato la vittima; l'ostinazione
è propria delle bestie ignobili.
[6] Non si addice a un re un'ira crudele e inesorabile, poiché
si innalza ben poco al di sopra di colui al quale si è reso uguale
adirandosi; se, invece, dà la vita, se lascia la dignità
a coloro che sono condotti davanti a lui in giudizio e meriterebbero
di perderla, egli fa ciò che non è consentito a nessuno
tranne a chi detiene il sommo potere: la vita, infatti, si toglie anche
ad un superiore, ma non la si concede mai, se non ad un inferiore.
[7] Il salvare è proprio di una grandissima condizione di fortuna,
che non deve mai essere maggiormente ammirata che quando le capita di
avere un potere pari a quello degli dèi, per beneficio dei quali
veniamo alla luce, buoni e cattivi. Perciò, il principe, assumendo
quella disposizione d'animo propria degli dèi, guardi con benevolenza
alcuni dei suoi concittadini perché sono utili e buoni, altri
invece li lasci a far numero; gioisca dell'esistenza di alcuni, sopporti
quella di altri.
X. Differenza tra re e tiranni
[1] "Ma come? Anche i re non sono soliti uccidere?". Sì,
me solo quando l'interesse pubblico li convince a farlo: i tiranni,
invece, hanno la crudeltà nel cuore. Il tiranno è diverso
dal re per le azioni, non per il nome; infatti, anche Dionigi il Vecchio
può essere preferito giustamente e a buon diritto a molti re,
e che cosa impedisce di chiamare tiranno L. Silla, che cessò
di uccidere per la penuria di nemici?
[2] Sarà anche disceso dal rango di dittatore e sarà tornato
alla toga civile, ma chi fra i tiranni bevve il sangue umano tanto avidamente
quanto lui, che ordinò di trucidare settemila cittadini romani
e, avendo sentito, mentre era seduto nelle vicinanze, presso il tempio
di Bellona, le grida di tante migliaia di persone che gemevano sotto
le spade, disse di fronte al Senato atterrito:
"Proseguiamo la seduta, Padri Coscritti: pochissimi sediziosi vengono
uccisi per mio ordine"? In questo non mentì: a Silla sembravano
pochi.
[3] Ma tra poco comprenderemo in che modo ci si debba adirare contro
i nemici, specialmente se nelle loro schiere sono passati dei cittadini,
come membra strappate dal medesimo corpo. Intanto, la clemenza, come
dicevo, fa si che ci sia una gran differenza tra un re e un tiranno,
benché entrambi siano ugualmente protetti da una barriera di
soldati; ma l'uno ha a disposizione forze armate di cui si serve per
difendere la pace, l'altro, invece, se ne serve per reprimere grandi
odii con grande paura, e non guarda sicuro neppure quelle mani alle
quali si è affidato.
[4] È spinto dai contrasti che incontra a nuovi contrasti:
infatti, essendo odiato perché è temuto, vuole essere
temuto perché è odiato, e si serve di quell'abominevole
verso che ha condotto molti alla rovina: "Mi odino, purché
mi temano", ignaro di quanto furore si generi quando gli odii sono
cresciuti oltre misura.
Un timore moderato tiene a freno gli animi, ma un timore costante e
vivo e che fa presagire mali gravissimi, spinge all'audacia anche quelli
che sono abbattuti e li convince a tentare di tutto.
XI. Un principe è protetto dal bene che
fa
[1] Ad un re pacifico e tranquillo tutti i suoi sostenitori sono fedeli,
perché egli se ne serve per il benessere comune, e il soldato
orgoglioso (poiché essi si rendono conto di collaborare per la
sicurezza pubblica) sopporta volentieri ogni fatica, considerandosi
come custode del padre di tutti; ma il re feroce e sanguinario è
inevitabile che sia sopportato di mal animo dalle sue guardie.
[2] Nessuno può avere dei funzionari di buona volontà
e fedeli, se se ne serve per infliggere torture, come ci si serve di
un cavalletto o di altri strumenti di morte, se getta loro in pasto
uomini come si gettano alle bestie. Egli è più travagliato
e più ansioso di qualunque colpevole, poiché teme uomini
e dèi quali testimoni e vendicatori dei suoi delitti, essendo
giunto a un punto tale da non poter più cambiare costumi. La
crudeltà, infatti, tra gli altri guai, ha questo: deve perseverare
e non le resta aperta una via per tornare indietro, poiché i
delitti vanno difesi con delitti. E che cosa c'è di più
infelice per colui per il quale l'essere cattivo è ormai una
necessità?
[3] Oh come fa compassione, per lo meno a se stesso. Infatti, per gli
altri sarebbe cosa empia provar compassione per uno che ha esercitato
il suo potere con stragi e rapine, che si è comportato in modo
tale da dover sospettare di tutto, sia in casa sia fuori, e temendo
le armi, ricorre alle armi, e non crede alla lealtà degli amici
né all'affetto dei figli, che, quando si è guardato attorno,
per vedere che cosa ha fatto e che cosa farà ed ha messo a nudo
la sua coscienza piena di delitti e di tormenti, spesso teme la morte,
più spesso se la augura, più odioso a se stesso che a
coloro che lo servono.
[4] Al contrario, colui che si prende cura di tutto, che protegge alcune
cose di più, altre di meno, che dà sostegno a tutte le
parti dello Stato, che è incline a provvedimenti più miti
e che dimostra, anche quando è utile punire, quanto malvolentieri
muova la mano verso rimedi duri, nel cui animo non c'è alcun
sentimento di ostilità, nessuna ferocia, che esercita l suo potere
in modo pacifico e salutare, desiderando che il suo governo riscuota
l'approvazione dei concittadini, e che si considera felice se è
riuscito ad estendere a tutti la sua fortuna, che è affabile
nel parlare, disponibile ad essere avvicinato, amabile nel viso, incline
ai desideri equi, aspro a malapena perfino coi malvagi, costui è
amato, difeso e venerato da tutti i cittadini.
XII. I doveri di un principe sono quelli di un
buon padre
[1] Qual è, dunque, il suo dovere? È quello dei buoni
genitori, che sono soliti rimproverare i figli a volte blandamente,
a volte minacciosamente, e talvolta anche ammonirli picchiandoli. Forse
che un uomo assennato disereda il figlio alla prima offesa ricevuta?
Se molti e gravi torti non hanno vinto completamente la sua pazienza,
se ciò che egli teme non è più di ciò che
condanna, non si decide a firmare la sentenza definitiva: prima fa molti
tentativi per richiamare al dovere un'indole indecisa, anche se è
già andata verso il peggio; solo quando ormai dispera, tenta
estremi rimedi. Nessuno giunge ad infliggere supplizi, se non dopo aver
esaurito tutti i rimedi.
[2] Ciò che deve fare il padre, deve farlo anche il principe,
al quale non per vana adulazione abbiamo attribuito il nome di Padre
della Patria. Gli altri soprannomi, infatti, sono stati dati a titolo
d'onore: abbiamo chiamato alcuni Grandi, Felici, Augusti, ed abbiamo
coperto di tutti i titoli una maestà ambiziosa, per onorarli;
ma abbiamo chiamato il principe Padre della Patria, perché sapesse
che gli era stata data la patria potestà, che è la più
moderata che ci sia, poiché si prende cura dei figli e mette
i propri interessi dopo i loro.
[3] Come padre, sia tardo nel decidersi a tagliare una delle proprie
membra, e anche dopo averla tagliata, sia desideroso di rimetterla al
posto in cui prima si trovava, e gema nel tagliarla, dopo molta e lunga
esitazione; infatti, chi condanna in fretta è vicino al condannare
volentieri, e chi punisce esageratamente è vicino al punire ingiustamente.
XIII. Il buon padre e il buon principe: Tario
e Augusto
[1] Ai nostri tempi Tricone, cavaliere romano, poiché aveva ucciso
un suo figlio a frustate, fu trafitto a colpi di stilo dalla gente nel
Foro; e a stento l'autorità di Cesare Augusto lo strappò
alle mani minacciose di padri e figli.
[2] Tutti ammirino Tario, che, colto il figlio mentre progettava il
parricidio, dopo un'inchiesta giuridica, si accontentò di condannano
all'esilio, anzi a un esilio piacevole, e tenne confinato a Marsiglia
il parricida e gli assegnò una somma annuale pari a quella che
gli dava quando non aveva ancora commesso la colpa. Questa generosità
fece sì che, in una città in cui non manca mai un difensore
agli uomini peggiori, nessuno dubitò che fosse meritata la condanna
di un reo che aveva potuto essere condannato da un padre che non sapeva
odiare.
[3] Con questo stesso esempio ti presenterò il buon principe,
perché tu lo confronti con il buon padre. Prima di processare
il figlio, Tario chiamò in consiglio Cesare Augusto; egli venne
presso quel focolare domestico, si sedette accanto a lui, fu un membro
del consiglio convocato da altri, non disse: "Venga lui piuttosto
a casa mia!": se l'avesse fatto, il processo sarebbe stato svolto
da Cesare, non dal padre.
[4] Sentita la questione ed esaminato in ogni aspetto sia quello che
il giovane aveva detto in sua difesa, sia quello che sosteneva l'accusa,
chiese che ciascuno scrivesse il proprio giudizio, per evitare che tutti
si conformassero a quello di Cesare; poi, prima che venissero aperte
le tavolette, giurò che egli non avrebbe mai accettato l'eredità
di Tario, che era molto ricco.
[5] Qualcuno dirà: "Fu segno di animo meschino l'aver paura
che la condanna del figlio sembrasse destinata ad apnirgli delle speranze".
Io sono di parere contrario; uno qualsiasi di noi di fronte a ipotesi
maligne avrebbe dovuto avere abbastanza fiducia nella sua coscienza
retta, ma i principi devono tenere conto molto anche dell'opinione pubblica.
XIV. Il modo migliore di comandare
[1] Oh principe degno di essere chiamato in consiglio dai padri! E degno
di comparire nei testamenti come coerede con i figli privi di colpe!
E questa la clemenza che si addice al principe: ovunque vada, renda
ogni cosa più mite. Nessuno sia tanto spregevole per il re che
costui non si accorga della sua morte: in qualunque condizione <si
trovi">, ognuno è parte dell'impero!
[2] Per i grandi imperi prendiamo esempio dagli imperi più piccoli.
Non esiste un solo tipo di governo: il principe governa sui propri concittadini,
il padre sui figli, il precettore sui discepoli, il tribuno o il centurione
sui soldati.
[3] Non ci sembrerà un pessimo padre quello che terrà
a freno i figli ricorrendo spesso alle percosse anche per i motivi più
futili? E quale precettore sarà più degno della sua professione,
quello che torturerà i suoi discepoli se la loro memoria viene
meno o se gli occhi poco agili esitano durante la lettura, o quello
che preferisce correggere e insegnare attraverso rimproveri e suscitando
vergogna? Presentami un centurione crudele: produrrà dei disertori,
ai quali tuttavia noi perdoniamo.
[4] Infatti, è forse giusto che si comandi con più gravosità
e durezza a un uomo che ai muti animali? Eppure, un maestro esperto
nel domare i cavalli non terrorizza il cavallo frustandolo spesso, perché
diventerà pauroso e riottoso, se non lo rabbonisci con carezze
affettuose.
[5] La stessa cosa fa quel cacciatore, sia che addestri i cagnolini
a seguire le tracce, sia che, dopo averli già addestrati, se
ne serva per stanare o per inseguire le fiere; e non li minaccia continuamente
(poiché così ne fiaccherebbe l'ardore e rovinerebbe tutte
le loro qualità con una trepidazione degenere), e non lascia
loro la libertà di vagabondare e di andare in giro dappertutto.
A questi esempi aggiungi quello di chi conduce le bestie da soma più
lente: esse, benché siano nate per sopportare oltraggi e miserie,
con una crudeltà eccessiva verrebbero costrette a sottrarsi al
giogo.
XII. I cittadini obbediscono maggiormente se
governati con mitezza
[1] Una volta si decretò con un voto del Senato che gli schiavi
dovessero distinguersi dai liberi per l'abbigliamento; poi, però,
ci si rese conto di quale pericolo ci avrebbe minacciato, se i nostri
schiavi avessero cominciato a contarci. Sappi che bisogna temere lo
stesso pericolo se non si perdona a nessuno: presto ci si accorgerà
di quanto prevalga la parte deteriore dei cittadini. I numerosi supplizi
non sono meno disonorevoli per un principe che i numerosi funerali per
un medico. A chi governa con più mitezza si obbedisce meglio:
[2] l'animo umano è ostinato per natura, e si sforza contro ciò
che si pone come ostacolo difficile da superare, e segue più
facilmente di quanto non si lasci condurre; e, come i cavalli generosi
e nobili si lasciano governare meglio con un freno leggero, così
l'innocenza segue spontaneamente per un proprio impulso la Clemenza,
e i cittadini credono che essa meriti di essere conservata per il proprio
interesse. Perciò, in questo modo, si ottengono risultati migliori.
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