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Seneca

De clementia: l'ideale di una monarchia illuminata
Estratto da: Seneca. Tutti gli scritti. A cura di Giovanni Reale, Rusconi Libri, Milano 1994

L'opera in cui Seneca ha esposto più compiutamente e sistematicamente il proprio ideale politico è il De clementia, scritta nel 56 d.C. e dedicata al giovanissimo Nerone. Seneca espone le linee del suo programma politico, trattando il problema, assai dibattuto, del "buon sovrano". L'autore non discute la legittimità costituzionale del principato, né l'aspetto apertamente monarchico che esso stava ormai assumendo, anzi, il potere unico è sicuramente il più conforme alla concezione stoica di un ordine cosmico governato dal Logos (la "ragione universale"). La monarchia sembra il sistema più idoneo a rappresentare l'ideale stoico di un universo cosmopolita, fungendo da vincolo unificante per i tanti popoli che formavano l'impero romano. Il problema, dunque, non è quello di una restaurazione repubblicana (caldeggiata, invece, dai circoli dell'opposizione aristocratica), quanto quello di avere un buon sovrano. Egli deve agire secondo equità e giustizia, seguendo la propria coscienza, per evitare degenerazioni tiranniche. Se la coscienza è l'unico freno alla tirannide, ne consegue che l'educazione e la formazione morale del principe, fin dalla sua fanciullezza, siano di vitale importanza per garantire un governo giusto. La filosofia, quindi, e la presenza di un saggio (o di un'élite di saggi) accanto al sovrano diventano garanzia e fonte di ispirazione della linea politica dello Stato. Virtù essenziale del principe è la clementia, ovvero quel generale atteggiamento di filantropia e benevolenza che deve regolare il suo rapporto con i sudditi. In sintesi, l'ideale politico di Seneca è la realizzazione di un'equilibrata distribuzione del potere tra un sovrano assoluto, che regni nell'interesse del suo popolo, e un senato che collabori positivamente con il principe, vedendo, in cambio, salvaguardate la propria libertà e dignità. All'interno di questo progetto, al filosofo spetta il compito di promuovere la formazione morale del principe e dell'élite politica, fungendo da mediatore tra le due parti.

Quarta di copertina
I libri di Seneca rimangono un vero e proprio best-seller e, fra tutte le opere degli autori latini pervenuteci, si collocano oggi al primo posto, al pari di quelle di Platone in ambito greco. Quest'opera offre al lettore tutto ciò che Seneca ha scritto in prosa, che è quanto di meglio ci ha lasciato, e ciò che ancora moltissimi uomini di cultura di oggi mostrano di gustare e di amare. […] In questo volume, Giovanni Reale offre una vera e propria monografia in cui spiega tutte le novità del neostoicismo senecano e la struttura concettuale che sorregge i suoi vari messaggi. Il lettore ha a disposizione per la fruizione del pensiero di Seneca uno strumento completo e unico a livello internazionale.


PROEMIO

I. La clemenza di Nerone
[1] Ho deciso di scrivere sulla clemenza, Nerone Cesare, per poter fare in qualche modo la parte dello specchio, e mostrarti l'immagine dite stesso che sei avviato a raggiungere il massimo dei piaceri. Infatti, benché il vero frutto delle azioni rette sia averle compiute e non ci sia alcun premio degno delle virtù al di fuori delle virtù stesse, giova esaminare attentamente e percorrere la propria buona coscienza, e poi posare lo sguardo su questa immensa moltitudine discorde, sediziosa, incapace di dominarsi, pronta a saltar su per la rovina altrui e per la propria, una volta che avrà abbattuto questo giogo; e giova parlare così con se stessi:
[2] "Sono, dunque, io quello che fra tutti i mortali è stato preferito e scelto per fare in terra le veci degli dèi? Sono l'arbitro della vita e della morte delle nazioni: è nelle mie mani la decisione sulla sorte e sulla condizione di ciascuno; quello che la fortuna vuole che sia dato a ciascuno dei mortali, lo fa sapere attraverso la mia bocca; da una nostra risposta popoli e città traggono motivi per rallegrarsi; nessun luogo prospera, se non per la mia volontà e per il mio favore; tutte queste migliaia di spade, che la mia Pace fa rimanete nel fodero, ad un mio cenno verranno sguainate; quali popoli debbano essere distrutti completamente, quali fatti spostare altrove, a quali si debba dare là libertà, a quali strapparla, quali re debbano essere ridotti in schiàùitù e quali teste debbano essere insignite della dignità regale, quali città debbano crollare, quali sorgere, dipende tutto dalla mia autorità.
[3] Nonostante tutto questo potere, l'ira non mi ha mai spinto ad infliggere supplizi iniqui; non mi ci ha mai spinto l'impeto giovanile, né la temerarietà o la tracotanza degli uomini, che spesso toglie la pazienza anche dagli animi più tranquilli; non mi ci ha mal spinto l'orgoglio funesto, ma diffuso in chi è a capo di grandi imperi, di ostentare la propria potenza seminando terrore. La mia spada è riposta nel fodero, anzi è legata, ed io ho cura di risparmiare il più possibile anche il sangue più vile; non c'è nessuno che, pur essendo privo di altri titoli, non trovi grazia presso di me solo per il suo nome di uomo.
[41 Tengo nascosta la severità e sempre pronta, invece, la clemenza; sorveglio me stesso, come se dovessi poi render conto alle Leggi, che ho richiamato dalla dimenticanza e dalle tenebre alla luce. Prima mi sono commosso per la tenera età di uno, poi per l'anzianità dell'altro; ad uno ho perdonato per la sua dignità, ad un altro per la sua umiltà; ogni volta che non ho trovato una ragione di misericordia, ho risparmiato per me stesso. Qggi sono pronto, se gli dèi mi chiedono il conto, ad enumerare tutto il genere umano".
[5] Tu puoi, Cesare, proclamare audacemente che tutto ciò che è stato posto sotto la tua protezione e la tua tutela è pienamente al sicuro e che da parte tua non si stia preparando alcun male, né per via violenta né di nascosto, alla repubblica. Tu hai bramato una lode rarissima e che finora non è stata concessa ad alcun principe: l'innocenza dalle colpe. Questa tua bontà singolare non spreca fatica e non trova uomini ingrati e malignamente avari della propria stima. Ti si è grati: nessun singolo uomo fu mai tanto caro quanto lo sei tu al popolo romano, per il quale sei un bene grande e durevole.
[6] Ma ti sei imposto un peso enorme; nessuno, infatti, parla più del divo Augusto né dei primi tempi di Tiberio Cesare, e nessuno cerca al di fuori di te un modello da presentarti perché tu lo imiti: si pretende che il tuo principato sia conforme a questo assaggio che ne hai dato. Questo sarebbe stato difficile, se questa tua bontà non fosse in te naturale, ma come presa in prestito per un certo tempo: nessuno, infatti, può indossare a lungo una maschera. Le cose simulate ricadono presto nella, loro natura; quelle sotto le quali c'è la verità, e che, per così dire, nascono da qualcosa di sostanzioso, col tempo si accrescono e migliorano.
[7] Il popolo romano correva un gran rischio poiché era incerto in che direzione, si sarebbe orientata la tua nobile indole: ora i voti pubblici sono al sicuro, poiché non c'è pericolo che tu sia colto da un'improvvisa dimenticanza dite stesso. L'eccessiva prosperità rende certuni insaziabili, e le brame non sono mai tanto temperate da cessare una volta raggiunto ciò cui si mirava: gradualmente si passa dal grande all'ancora più grande e una volta ottenute cose insperate, si abbracciano speranze smisurate. Oggi, tuttavia, tutti i tuoi concittadini confessano apertamente che sono felici e che a questi beni non si potrebbe aggiungere nulla, purché siano duraturi.
[8] Molte cose li costringono a questa confessione, la più tardiva che gli uomini di solito fanno: una profonda e piena sicurezza, un diritto posto al di sopra di ogni violazione; l'avere sempre presente una forma di governo graditissima alla quale non manca nulla, tranne la possibilità di essere distrutta, per godere di una libertà assoluta.
[9] Tuttavia, quella che ha destato uguale ammirazione nei più grandi così come nei più umili è la tua clemenza; gli altri beni, infatti, ciascuno li sente o se li aspetta maggiori o minori in proporzione alla sua condizione personale; dalla clemenza, invece, tutti sperano lo stesso; e non c'è nessuno che si compiaccia tanto della sua innocenza da non rallegrarsi poi di stare al cospetto della Clemenza, indulgente di fronte agli errori umani.

I. Partizione della materia
[1] So che c'è chi ritiene che la Clemenza dia soltanto sostegno agli uomini peggiori, datò che essa è inutile tranne che dopo un delitto, ed è l'unica virtù che rimane inattiva in mezzo a uomini privi di colpe. Ma prima di tutto bisogna osservare che, come la medicina, che si usa per i malati, è tenuta in onore anche presso i sani, così la Clemenza, sebbene sia invocata da uomini meritevoli di punizione, è però venerata anche da uomini privi di colpe. Essa ha un posto 'anche in coloro che sono innocenti, perché talvolta la nostra condizione tiene il posto della colpa. E la clemenza non soccorre soltanto l'innocenza, ma spesso anche la virtù, poiché, per le circostanze del momento, accadono fatti che possono essere puniti se lodati. Aggiungi che c'è una gran parte degli uomini che può ritornare all'innocenza, se la perdoni.
[2] Tuttavia, non conviene perdonare indiscriminatamente; infatti, quando è tolta la differenza tra buoni e cattivi, ne segue confusione e il dilagare dei vizi. Perciò, bisogna far uso di moderazione, che sappia distinguere le indoli per le quali c'è possibilità di guarigione da quelle in condizione disperata. E non bisogna avere né una clemenza indifferenziata e volgare, né una clemenza inaccessibile: infatti, è crudeltà sia perdonare a tutti sia non perdonare a nessuno. Dobbiamo tenere la misura: ma, poiché è difficile trovare la giusta proporzione, tutto quello che sarà in eccesso sul giusto inclini alla mitezza.

Parte Prima

I Un generoso detto di Nerone
[1] Mi ha spinto a scrivere sulla clemenza, Nerone Cesare, soprattutto un tuo detto, che ricordo di aver udito con ammirazione quando venne pronunciato e di aver poi riferito con ammirazione ad altri, un detto generoso, che rivelava un animo grande e una grande mitezza, che ti è venuto all'improvviso senza essere stato preparato e senza essere stato destinato alle orecchie altrui, e che ha rivelato la tua bontà in lotta contro i doveri della tua condizione.
[2] Burro, tuo prefetto, uomo eccezionale e nato per avere te come principe, dovendo punire due briganti, ti chiedeva di scrivere i nomi di coloro che volevi fossero puniti e per quale motivo volevi che fossero puniti; e poiché tu rimandavi spesso, insisteva perché la cosa infine si facesse. Suo malgrado, arrivò da te con la carta e, tuo malgrado, te la consegnò, e tu allora esclamasti: "Vorrei non saper leggere e scrivere!".
[3] Oh parole degne di essere udite da tutti i popoli, da quelli che abitano l'impero romano e da quelli che vi si trovano accanto, in una condizione di libertà incerta, e da quelli che si levano contro l'impero con le forze o con gli animi6! Oh parole da portare nell'assemblea di tutti gli uomini, con le quali dovrebbero giurare principi e re! Oh parole degne dell'età dell'innocenza assoluta del genere umano! Parole alle quali restituire il pubblico dell'età antica!
[4] Ora sarebbe certo conveniente che gli uomini si unissero per l'equità e per il bene, rimuovendo la brama delle cose altrui, dalla quale deriva ogni male dell'anima; sarebbe conveniente che risorgessero la pietà e l'integrità insieme con la lealtà e la modestia, e che i vizi, dopo aver abusato del loro lunghissimo dominio, cedessero finalmente il passo ad un'età felice e pura.

II. La bontà di Nerone

[1] Che questo avverrà in gran parte, o Cesare, piace sperare e confidare. Questa mansuetudine del tuo animo si comunicherà e si diffonderà a poco a poco per tutto l'immenso corpo dell'impero, e tutto si conformerà sul tuo modello. La salute si diffonde dalla testa a tutte le parti del corpo; e le membra sono vigorose e salde oppure sono abbattute per la debolezza a seconda che il loro principio animatore sia vivace o languido. I cittadini saranno degni di questa bontà, lo saranno gli alleati e in tutto il mondo ritorneranno i retti costumi; dappertutto ti si risparmierà di usare le mani per punire.

Parte seconda
I. Definizione della clemenza

[1] E perché non ci inganni il magnifico nome di clemenza, e non ci conduca all'estremo opposto, esaminiamo che cosa sia la clemenza, che natura abbia e quali siano i suoi limiti.
La clemenza è la moderazione dell'animo nell'uso del suo potere di punire; oppure è mitezza di un superiore nei confronti di un inferiore nell'assegnargli una pena. E più sicuro proporre più definizioni, perché non succeda che una sola definizione non sia sufficiente a comprendere la cosa e, per così dire, sia condannata per un vizio di forma; perciò, può essere definita anche un'inclinazione dell'animo alla mitezza nell'infliggere una pena.
[2] Incontrerà dei contraddittori quest'altra definizione, benché sia quella che più si avvicina al vero, cioè quella in cui affermiamo che la clemenza è la moderazione che rimette entro una certa misura la pena meritata e dovuta; si obietterà che nessuna virtù fa a qualcuno meno di quanto gli sia dovuto. Eppure, tutti capiscono che questo è la clemenza, che si arresta prima di arrivare a quel grado di punizione che avrebbe potuto a buon diritto essere fissato.

Parte terza
I. La clemenza è la virtù che più si addice all'uomo
[1] In terzo luogo ricerchiamo in che modo l'animo possa essere condotto a questa virtù, in che modo si possa rinforzarla e renderla sua con l'uso.
[2] Che fra tutte le virtù non ce n'è alcuna che convenga di più all'uomo, perché nessuna è più umana, deve essere ammesso come cosa evidente non solo da noi, che vogliamo considera. re l'uomo come un animale sociale e nato per il bene comune, ma anche da coloro che abbandonano l'uomo al piacere e le cui parole e azioni mirano tutte al loro interesse personale. Infatti, se l'uomo tende alla quiete e all'ozio, raggiunge il grado supremo della sua natura con questa virtù che ama la pace e trattiene la mano.
[3] Non c'è nessuno, tuttavia, al quale la clemenza si addica maggiormente che ad un re o ad un principe. Così, infatti, una gran forza è motivo d'onore e di gloria se il suo potere è saluta. re; è, invece, rovinosa quale forza che serve solo per nuocere. Infine, è stabile e ben fondata la grandezza dell'uomo che tutti sanno essere tanto al di sopra di loro quanto agire a loro favore, della cui cura, che veglia per la salute di ciascuno e di tutti, fanno ogni giorno esperienza, al comparire del quale non fuggo. no qua e là, come se un animale cattivo o nocivo fosse balzato fuori dalla sua tana, ma accorrono verso di lui a gara, come se si avvicinassero ad un astro luminoso e benefico. Prontissimi ad esporsi per lui alle spade di aggressori in agguato, e a stendersi a terra sotto i suoi piedi, se egli per salvarsi dovesse aprirsi una via attraverso un cumulo di cadaveri, proteggono il suo sonno con veglie notturne, difendono i suoi fianchi mettendosi davanti ed attorno a lui; e si pongono come ostacolo ai pericoli che sopraggiungono.
[4] Non è senza ragione questo consenso di popoli e città nel proteggere e nell'amare così i loro re e nell'offrire se stessi e le proprie cose dovunque lo richieda la salvezza del capo; e non è disprezzo di se stessi o insensatezza che tante migliaia di uomini si espongano alle spade nemiche per la salvezza di uno solo e riscattino con molte morti una vita sola, che talvolta è quella di un uomo vecchio e invalido.
[5] Tutto il corpo è al servizio dell'anima e, benché quello sia molto più grande e molto più appariscente e questa rimanga nascosta e sia sottile e non si sappia bene dove si celi, tuttavia le mani, i piedi, gli occhi si danno da fare per essa è l'anima che la pelle protegge, è per ordine dell'anima che stiamo sdraiati o corriamo irrequieti di qua e di là; e quando essa ha ordinato, se è una padrona avida, esploriamo il mare a scopo di profitto, se è ambiziosa, già da un pezzo abbiamo messo la mano sul fuoco" o ci siamo lanciati volontariamente sotto terra. Allo stesso modo questa immensa moltitudine che sta attorno ad un solo essere vivente è governata dallo spirito di costui, è diretta dalla sua ragione e si precipiterebbe e si spezzerebbe con le sue forze, se non fosse sostenuta dalla sua saggezza.

II. Il principe è l'anima dello Stato
[1] Gli uomini, pertanto, amano la propria incolumità, quando per proteggere un solo uomo, schierano dieci legioni in ordine di battaglia, quando si lanciano in prima linea ed offrono il petto alle ferite, perché le insegne del loro comandante non siano messe in fuga. Egli è, infatti, il legame grazie al quale le forze pubbliche restano unite, egli è quel soffio vitale che respirano tutte queste migliaia di uomini, che di per sé non sarebbero niente se non un peso e una preda, se venissero privati di quella mente che ha il comando.
Finché il re è incolume, la volontà per tutte è una sola;
perso, si rompe il patto (Virgilio, Georgiche, IV, 212-213; ndr)
[2] Questo evento sarebbe la distruzione della pace romana, esso sarebbe causa di rovina per la prosperità di un popolo così grande; e da tale pericolo il popolo si manterrà lontano fino a quando saprà sopportare i freni; se, invece, li spezzerà oppure, rimossi da qualche accidente, non permetterà che gli vengano rimessi, questa unità e questo legame si disgregherà in molte parti, e per questa città la fine del dominare coinciderà con la fine dell'obbedire.
[3] Perciò, non c'è da meravigliarsi che principi, re e tutti coloro che a qualsiasi titolo hanno la tutela dello Stato siano amati anche al di là dei legami privati: infatti, se per gli uomini assennati le cose pubbliche sono più importanti di quelle private, ne consegue che a loro è più caro colui nel quale lo Stato si identifica. Da tempo, infatti, l'imperatore si è talmente immedesimato nello Stato che non si può separare l'uno dall'altro senza danneggiare entrambi, poiché l'uno ha bisogno di forze, l'altro di un capo.

III. La clemenza è la virtù che più si addice al principe
[1] Sembra che il mio discorso si sia allontanato molto dall'argomento in esame; ma, in realtà, serra da presso il nocciolo della questione. Infatti, se, cosa che finora appare chiara, tu sei l'anima della repubblica ed essa è il tuo corpo, vedi bene, credo, quanto sia necessaria la clemenza: risparmi, infatti, te stesso, quando sembra che risparmi qualcun altro. Pertanto, bisogna risparmiare anche cittadini riprovevoli, così come si risparmiano le membra malate, e, se talvolta è necessario spargere sangue, bisogna però trattenere la spada perché non penetri più del necessario.
[2] Dunque, la clemenza è, come dicevo, secondo natura per tutti gli uomini, ma si addice soprattutto agli imperatori, in quanto in loro ha più da salvare ed ha maggiori occasioni per esplicarsi. Infatti, quanto poco nuoce la crudeltà privata! La crudeltà dei principi, invece, è guerra.
[3] Mentre poi fra le virtù c'è concordia, e nessuna è migliore o più bella di un'altra, tuttavia una certa virtù è più adatta a certe persone. La magnanimità si addice a qualsiasi mortale, anche a quello che non ha nessuno inferiore a sé: che cosa ci può essere, infatti, di più grande o di più forte del respingere gli attacchi dell'avversa fortuna? Questa magnanimità ha, tuttavia, un campo più vasto nella buona fortuna, e si vede meglio quando sta in alto che al livello del suolo.
[4] La clemenza, in qualunque casa sarà entrata, la renderà felice e tranquilla, ma in una reggia, quanto è più rara, tanto più è mirabile. Che cosa c'è, infatti, di più bello di colui alla cui ira non si può opporre alcun ostacolo, alla cui sentenza più severa assentono gli stessi condannati a morte, al quale nessuno può presentare obiezioni, al quale, anzi, se ha dato un po' troppo in escandescenze, nessuno può neppure rivolgere preghiere, e che fa violenza a se stesso e si serve del suo potere in un modo migliore e più pacifico, pensando a questo: "Tutti possono uccidere contro la legge, ma nessuno può salvare tranne me"?
[5] A una grande fortuna si addice un animo grande, poiché, se l'animo non si innalza fino ad essa e non la domina, scende al contrario al di sotto di essa. Ma è proprio di un animo grande essere sereno e tranquillo e guardare dall'alto le ingiurie e le offese. È da donne l'andare fuori di sé quando si è adirati; è proprio delle fiere, e non di quelle più nobili, l'assalire a morsi e l'accanirsi sulle vittime già abbattute. Gli elefanti e i leoni passano oltre, dopo aver atterrato la vittima; l'ostinazione è propria delle bestie ignobili.
[6] Non si addice a un re un'ira crudele e inesorabile, poiché si innalza ben poco al di sopra di colui al quale si è reso uguale adirandosi; se, invece, dà la vita, se lascia la dignità a coloro che sono condotti davanti a lui in giudizio e meriterebbero di perderla, egli fa ciò che non è consentito a nessuno tranne a chi detiene il sommo potere: la vita, infatti, si toglie anche ad un superiore, ma non la si concede mai, se non ad un inferiore.
[7] Il salvare è proprio di una grandissima condizione di fortuna, che non deve mai essere maggiormente ammirata che quando le capita di avere un potere pari a quello degli dèi, per beneficio dei quali veniamo alla luce, buoni e cattivi. Perciò, il principe, assumendo quella disposizione d'animo propria degli dèi, guardi con benevolenza alcuni dei suoi concittadini perché sono utili e buoni, altri invece li lasci a far numero; gioisca dell'esistenza di alcuni, sopporti quella di altri.

X. Differenza tra re e tiranni
[1] "Ma come? Anche i re non sono soliti uccidere?". Sì, me solo quando l'interesse pubblico li convince a farlo: i tiranni, invece, hanno la crudeltà nel cuore. Il tiranno è diverso dal re per le azioni, non per il nome; infatti, anche Dionigi il Vecchio può essere preferito giustamente e a buon diritto a molti re, e che cosa impedisce di chiamare tiranno L. Silla, che cessò di uccidere per la penuria di nemici?
[2] Sarà anche disceso dal rango di dittatore e sarà tornato alla toga civile, ma chi fra i tiranni bevve il sangue umano tanto avidamente quanto lui, che ordinò di trucidare settemila cittadini romani e, avendo sentito, mentre era seduto nelle vicinanze, presso il tempio di Bellona, le grida di tante migliaia di persone che gemevano sotto le spade, disse di fronte al Senato atterrito:
"Proseguiamo la seduta, Padri Coscritti: pochissimi sediziosi vengono uccisi per mio ordine"? In questo non mentì: a Silla sembravano pochi.
[3] Ma tra poco comprenderemo in che modo ci si debba adirare contro i nemici, specialmente se nelle loro schiere sono passati dei cittadini, come membra strappate dal medesimo corpo. Intanto, la clemenza, come dicevo, fa si che ci sia una gran differenza tra un re e un tiranno, benché entrambi siano ugualmente protetti da una barriera di soldati; ma l'uno ha a disposizione forze armate di cui si serve per difendere la pace, l'altro, invece, se ne serve per reprimere grandi odii con grande paura, e non guarda sicuro neppure quelle mani alle quali si è affidato.
[4] È spinto dai contrasti che incontra a nuovi contrasti:
infatti, essendo odiato perché è temuto, vuole essere temuto perché è odiato, e si serve di quell'abominevole verso che ha condotto molti alla rovina: "Mi odino, purché mi temano", ignaro di quanto furore si generi quando gli odii sono cresciuti oltre misura.
Un timore moderato tiene a freno gli animi, ma un timore costante e vivo e che fa presagire mali gravissimi, spinge all'audacia anche quelli che sono abbattuti e li convince a tentare di tutto.

XI. Un principe è protetto dal bene che fa
[1] Ad un re pacifico e tranquillo tutti i suoi sostenitori sono fedeli, perché egli se ne serve per il benessere comune, e il soldato orgoglioso (poiché essi si rendono conto di collaborare per la sicurezza pubblica) sopporta volentieri ogni fatica, considerandosi come custode del padre di tutti; ma il re feroce e sanguinario è inevitabile che sia sopportato di mal animo dalle sue guardie.
[2] Nessuno può avere dei funzionari di buona volontà e fedeli, se se ne serve per infliggere torture, come ci si serve di un cavalletto o di altri strumenti di morte, se getta loro in pasto uomini come si gettano alle bestie. Egli è più travagliato e più ansioso di qualunque colpevole, poiché teme uomini e dèi quali testimoni e vendicatori dei suoi delitti, essendo giunto a un punto tale da non poter più cambiare costumi. La crudeltà, infatti, tra gli altri guai, ha questo: deve perseverare e non le resta aperta una via per tornare indietro, poiché i delitti vanno difesi con delitti. E che cosa c'è di più infelice per colui per il quale l'essere cattivo è ormai una necessità?
[3] Oh come fa compassione, per lo meno a se stesso. Infatti, per gli altri sarebbe cosa empia provar compassione per uno che ha esercitato il suo potere con stragi e rapine, che si è comportato in modo tale da dover sospettare di tutto, sia in casa sia fuori, e temendo le armi, ricorre alle armi, e non crede alla lealtà degli amici né all'affetto dei figli, che, quando si è guardato attorno, per vedere che cosa ha fatto e che cosa farà ed ha messo a nudo la sua coscienza piena di delitti e di tormenti, spesso teme la morte, più spesso se la augura, più odioso a se stesso che a coloro che lo servono.
[4] Al contrario, colui che si prende cura di tutto, che protegge alcune cose di più, altre di meno, che dà sostegno a tutte le parti dello Stato, che è incline a provvedimenti più miti e che dimostra, anche quando è utile punire, quanto malvolentieri muova la mano verso rimedi duri, nel cui animo non c'è alcun sentimento di ostilità, nessuna ferocia, che esercita l suo potere in modo pacifico e salutare, desiderando che il suo governo riscuota l'approvazione dei concittadini, e che si considera felice se è riuscito ad estendere a tutti la sua fortuna, che è affabile nel parlare, disponibile ad essere avvicinato, amabile nel viso, incline ai desideri equi, aspro a malapena perfino coi malvagi, costui è amato, difeso e venerato da tutti i cittadini.

XII. I doveri di un principe sono quelli di un buon padre
[1] Qual è, dunque, il suo dovere? È quello dei buoni genitori, che sono soliti rimproverare i figli a volte blandamente, a volte minacciosamente, e talvolta anche ammonirli picchiandoli. Forse che un uomo assennato disereda il figlio alla prima offesa ricevuta? Se molti e gravi torti non hanno vinto completamente la sua pazienza, se ciò che egli teme non è più di ciò che condanna, non si decide a firmare la sentenza definitiva: prima fa molti tentativi per richiamare al dovere un'indole indecisa, anche se è già andata verso il peggio; solo quando ormai dispera, tenta estremi rimedi. Nessuno giunge ad infliggere supplizi, se non dopo aver esaurito tutti i rimedi.
[2] Ciò che deve fare il padre, deve farlo anche il principe, al quale non per vana adulazione abbiamo attribuito il nome di Padre della Patria. Gli altri soprannomi, infatti, sono stati dati a titolo d'onore: abbiamo chiamato alcuni Grandi, Felici, Augusti, ed abbiamo coperto di tutti i titoli una maestà ambiziosa, per onorarli; ma abbiamo chiamato il principe Padre della Patria, perché sapesse che gli era stata data la patria potestà, che è la più moderata che ci sia, poiché si prende cura dei figli e mette i propri interessi dopo i loro.
[3] Come padre, sia tardo nel decidersi a tagliare una delle proprie membra, e anche dopo averla tagliata, sia desideroso di rimetterla al posto in cui prima si trovava, e gema nel tagliarla, dopo molta e lunga esitazione; infatti, chi condanna in fretta è vicino al condannare volentieri, e chi punisce esageratamente è vicino al punire ingiustamente.

XIII. Il buon padre e il buon principe: Tario e Augusto
[1] Ai nostri tempi Tricone, cavaliere romano, poiché aveva ucciso un suo figlio a frustate, fu trafitto a colpi di stilo dalla gente nel Foro; e a stento l'autorità di Cesare Augusto lo strappò alle mani minacciose di padri e figli.
[2] Tutti ammirino Tario, che, colto il figlio mentre progettava il parricidio, dopo un'inchiesta giuridica, si accontentò di condannano all'esilio, anzi a un esilio piacevole, e tenne confinato a Marsiglia il parricida e gli assegnò una somma annuale pari a quella che gli dava quando non aveva ancora commesso la colpa. Questa generosità fece sì che, in una città in cui non manca mai un difensore agli uomini peggiori, nessuno dubitò che fosse meritata la condanna di un reo che aveva potuto essere condannato da un padre che non sapeva odiare.
[3] Con questo stesso esempio ti presenterò il buon principe, perché tu lo confronti con il buon padre. Prima di processare il figlio, Tario chiamò in consiglio Cesare Augusto; egli venne presso quel focolare domestico, si sedette accanto a lui, fu un membro del consiglio convocato da altri, non disse: "Venga lui piuttosto a casa mia!": se l'avesse fatto, il processo sarebbe stato svolto da Cesare, non dal padre.
[4] Sentita la questione ed esaminato in ogni aspetto sia quello che il giovane aveva detto in sua difesa, sia quello che sosteneva l'accusa, chiese che ciascuno scrivesse il proprio giudizio, per evitare che tutti si conformassero a quello di Cesare; poi, prima che venissero aperte le tavolette, giurò che egli non avrebbe mai accettato l'eredità di Tario, che era molto ricco.
[5] Qualcuno dirà: "Fu segno di animo meschino l'aver paura che la condanna del figlio sembrasse destinata ad apnirgli delle speranze". Io sono di parere contrario; uno qualsiasi di noi di fronte a ipotesi maligne avrebbe dovuto avere abbastanza fiducia nella sua coscienza retta, ma i principi devono tenere conto molto anche dell'opinione pubblica.

XIV. Il modo migliore di comandare
[1] Oh principe degno di essere chiamato in consiglio dai padri! E degno di comparire nei testamenti come coerede con i figli privi di colpe! E questa la clemenza che si addice al principe: ovunque vada, renda ogni cosa più mite. Nessuno sia tanto spregevole per il re che costui non si accorga della sua morte: in qualunque condizione <si trovi">, ognuno è parte dell'impero!
[2] Per i grandi imperi prendiamo esempio dagli imperi più piccoli. Non esiste un solo tipo di governo: il principe governa sui propri concittadini, il padre sui figli, il precettore sui discepoli, il tribuno o il centurione sui soldati.
[3] Non ci sembrerà un pessimo padre quello che terrà a freno i figli ricorrendo spesso alle percosse anche per i motivi più futili? E quale precettore sarà più degno della sua professione, quello che torturerà i suoi discepoli se la loro memoria viene meno o se gli occhi poco agili esitano durante la lettura, o quello che preferisce correggere e insegnare attraverso rimproveri e suscitando vergogna? Presentami un centurione crudele: produrrà dei disertori, ai quali tuttavia noi perdoniamo.
[4] Infatti, è forse giusto che si comandi con più gravosità e durezza a un uomo che ai muti animali? Eppure, un maestro esperto nel domare i cavalli non terrorizza il cavallo frustandolo spesso, perché diventerà pauroso e riottoso, se non lo rabbonisci con carezze affettuose.
[5] La stessa cosa fa quel cacciatore, sia che addestri i cagnolini a seguire le tracce, sia che, dopo averli già addestrati, se ne serva per stanare o per inseguire le fiere; e non li minaccia continuamente (poiché così ne fiaccherebbe l'ardore e rovinerebbe tutte le loro qualità con una trepidazione degenere), e non lascia loro la libertà di vagabondare e di andare in giro dappertutto. A questi esempi aggiungi quello di chi conduce le bestie da soma più lente: esse, benché siano nate per sopportare oltraggi e miserie, con una crudeltà eccessiva verrebbero costrette a sottrarsi al giogo.

XII. I cittadini obbediscono maggiormente se governati con mitezza
[1] Una volta si decretò con un voto del Senato che gli schiavi dovessero distinguersi dai liberi per l'abbigliamento; poi, però, ci si rese conto di quale pericolo ci avrebbe minacciato, se i nostri schiavi avessero cominciato a contarci. Sappi che bisogna temere lo stesso pericolo se non si perdona a nessuno: presto ci si accorgerà di quanto prevalga la parte deteriore dei cittadini. I numerosi supplizi non sono meno disonorevoli per un principe che i numerosi funerali per un medico. A chi governa con più mitezza si obbedisce meglio: [2] l'animo umano è ostinato per natura, e si sforza contro ciò che si pone come ostacolo difficile da superare, e segue più facilmente di quanto non si lasci condurre; e, come i cavalli generosi e nobili si lasciano governare meglio con un freno leggero, così l'innocenza segue spontaneamente per un proprio impulso la Clemenza, e i cittadini credono che essa meriti di essere conservata per il proprio interesse. Perciò, in questo modo, si ottengono risultati migliori.

 

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