Invito alla lettura
Seneca
De Otio: la scelta di una vita contemplativa
Estratto da: Seneca. Tutti gli scritti. A cura di Giovanni
Reale, Rusconi Libri, Milano 1994
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Il trattato fa parte dei Dialogorum libri, una raccolta di scritti filosofici relativi a problemi o aspetti particolari dell'etica stoica. Nell'opera, dedicata all'amico Anneo Sereno, Seneca vuole dare una giustificazione alla sua scelta di ritirarsi dagli impegni politici (scelta, peraltro, forzata e resa necessaria da una situazione politica ormai compromessa). Il tema principale è l'otium, termine che, presso i romani, racchiudeva molteplici significati, indicando il riposo dagli affari pubblici e privati, la quiete e la calma, ma anche un genere di attività diversa da quella quotidiana, come lo studio o la riflessione. Anche in Seneca, quindi, il significato della parola è abbastanza elastico, oscillando tra quello di semplice ritiro dagli impegni quotidiani e quello di intensa concentrazione e riflessione su argomenti o verità di carattere filosofico. L'intento specifico di Seneca è quello di dimostrare che l'uomo può rivolgersi indifferentemente ora all'azione ora alla contemplazione, all'otium appunto, realizzandosi in entrambi i casi: naturalmente, questa alternanza azione/contemplazione è determinata dalle circostanze ed è compito del saggio sapersi adattare in modo conveniente. Come si è detto in principio, al di là di queste considerazioni filosofiche, nel trattato c'è anche la volontà dell'autore di giustificare il proprio ritiro dalla politica, soprattutto di fronte agli stoici, che predicavano l'irrinunciabilità dell'impegno attivo nella società. Il De otio, quindi, nasce da una situazione contingente, che, a tratti, sembra condizionare molte delle affermazioni in esso contenute. Quarta di copertina
II. Ora ti dimostrerò che io non mi allontano dagl'insegnamenti della scuola stoica, come non se ne sono allontanati neppure i suoi discepoli; ma anche se seguissi gli esempi di questi, invece che i precetti dei maestri, sarei più che scusato. E te lo proverò dicendoti due sole cose, prima di tutto che ci si può dedicare interamente alla contemplazione del vero fin dalla fanciullezza, cercando una propria norma di vita e praticandola nell'isolamento, in secondo luogo che si può fare altrettanto e a buon diritto anche dopo essersi concretamente impegnati nella sfera sociale e quando ormai la vita volge al suo tramonto, passando ad altri il testimone, cioè la cura delle cose pratiche, come fanno, ad esempio, le Vestali, che si dividono i compiti secondo l'età, per cui prima imparano a compiere i sacri riti e poi, finito il tirocinio, si dedicano all'insegnamento. III. Ciò, del resto, è conforme
alla dottrina stoica, e te lo dimostrerò, non perché qualche
scrupolo mi vieti di andar contro i precetti di Zenone o di Crisippo,
ma perché è proprio l'argomento stesso che mi trova d'accordo
con loro due: IV. Immaginiamoci due tipi di Stato, uno immenso e veramente tale, nel senso che abbracci dèi e popoli diversi, e in cui lo sguardo nostro non si fermi su questo o su quell'angolino, ma ne misuri i confini seguendo il corso del sole; l'altro assai più piccolo e specifico, in cui siamo nati per sorte e (intendo dire Atene, Cartagine, o qualunque altra città), che non sia comune a tutti gli uomini ma sol ad una parte di essi. Ebbene, c'è chi si adopera per entrambi gli Stati, per quello più grande e per quello più piccolo, chi solo per uno dei due. Il più grande possiamo servirlo anche conducendo vita ritirata, dedita alla meditazione, anzi, non so come si potrebbe farlo meglio che in questo caso, a condizione, però, che ci si dedichi allo studio della virtù, indagando se ve ne sia una sola oppure tante, se quel che rende virtuosi sia l'indole naturale o l'educazione, se ciò che abbraccia mari e terre coi loro rispettivi contenuti sia in sostanza un solo elemento o se, invece, Dio abbia disseminato nello spazio tanti elementi di tal fatta, se la materia da cui nascono tute le cose sia una massa ininterrotta e compatta o discontinua, con degli spazi vuoti che si frammettono al pieno; e, ancora, dove risieda Dio, se Egli muova la sua creazione e se ne prenda cura o si limiti a contemplarla, se ne sia fuori o l'abbracci, diffuso intorno ad essa, o la compenetri tutta, se il mondo, infine, sia eterno o si debba piuttosto annoverarlo tra le cose caduche e temporanee. Chi guarda a tutto questo rende un servizio a Dio: testimonia infatti l'opera sua. Noi diciamo che il sommo bene è vivere secondo natura e la nostra natura ha due facce, una rivolta alla contemplazione, l'altra, invece, all'azione. V. Quanto alla prima, la contemplazione,
la prova della sua validità sta già nel fatto stesso che
in ciascuno di noi è insito il desiderio di conoscere l'ignoto
e vivo l'interesse per ciò che di lui si racconta. C'è
chi si mette in mare e sopporta i fastidi di un lunghissimo viaggio
per il solo ed unico premio che può derivargli dallo scoprire
cose sconosciute e lontane: è questo che attira le folle agli
spettacoli, che c'induce a spiare attraverso le fessure ciò ch'è
precluso al nostro sguardo, ad esplorare i più profondi segreti,
a consultare i libri antichi o ad apprendere i costumi di popoli stranieri.
Questa curiosità ce l'ha data la natura, la quale, conscia della
propria arte e del suo fascino, ci ha creati quali testimoni di un così
stupendo spettacolo. Quale scopo, quale utilità avrebbe avuto
la sua opera se cose tanto grandi e meravigliose, così accuratamente
rifinite, così eleganti e splendide di mille e più bellezze
le avesse sciorinate davanti ad un deserto? Ma non ci ha fatti soltanto
testimoni e spettatori passivi delle sue bellezze esteriori, essa vuole
essere anche esaminata, scrutata, e a conferma di ciò basta considerare
il luogo che ci ha assegnato: ci ha posti proprio nel suo centro, dandoci
così la facoltà di vedere tutto ciò che ci circonda;
e non solo ha dato all'uomo una posizione eretta, ma gli ha messo il
capo in alto e sopra un collo snodabile, affinché possa osservarla
più facilmente, seguire il rotante corso degli astri, dal loro
sorgere al loro tramonto, e accompagnare il suo sguardo al movimento
dell'intero universo. Poi, col far procedere le costellazioni, sei di
giorno e sei di notte, gli ha spiegato davanti ogni parte di sé,
in modo che, per mezzo delle cose visibili che cadono sotto i suoi occhi,
nasca in lui il desiderio di conoscere anche il resto. Noi, infatti,
vediamo solo una parte delle cose, e molte, per di più, neppure
nella loro grandezza reale, ma il nostro sguardo, acuto com'è,
si apre la strada alla ricerca, avviandosi verso la verità, per
cui la nostra indagine si sposta dalle cose visibili a quelle invisibili,
sino a tentare la scoperta di una realtà ancora più antica
del mondo stesso
VII. [ ] sono tre i generi di vita fra cui si discute quale sia il migliore: il primo si prefigge il piacere, il secondo la contemplazione, il terzo l'azione. Per prima cosa - messe da parte la polemica e l'implacabile avversione che mostriamo sempre nei confronti di chi segue una dottrina diversa dalla nostra - vediamo se questi tre generi, anche se sotto aspetti diversi, giungano alla stessa conclusione. Tanto per cominciare, il piacere non esclude la contemplazione, come la contemplazione non esclude il piacere, e l'azione, a sua volta, comprende pure la contemplazione. "Però i fini sono diversi", mi obietterai. D'accordo, ed è anche notevole la loro differenza, però il fine e l'elemento accessorio che caratterizza i tre generi di vita sono strettamente legati fra loro: il contemplativo non può contemplare senza essere contemporaneamente attivo, l'attivo, a sua volta, non può agire senza contemplare l'oggetto del suo agire, e il gaudente, che tutti concordemente giudichiamo male, non cerca un piacere inerte, cerca un piacere attivo e duraturo, che solo per via della razionalità può rendere tale, fissandolo dentro di sé in una continua contemplazione. Vista così, anche la scuola del piacere rientra nella vita attiva. E come potrebbe non rientrarvi, quando lo stesso Epicuro sostiene di essere pronto a rinunciare al piacere, e a cercare anzi il dolore, se il piacere fosse soltanto minacciato dal rimorso, o a scegliere il minore fra due mali? Dove voglio arrivare con questo discorso? A dimostrare, chiaramente, che la contemplazione piace a tutti, con la differenza che altri vi aspirano come ad una meta finale senza ritorno, per noi invece è solo uno scalo, non un porto definitivo. VIII. Andando avanti dirò che secondo
i principi di Crisippo la vita contemplativa è più che
legittima, quando però derivi da una nostra libera scelta e non
dall'adesione passiva ad uno stato d'inattività. Gli stoici dicono
che il saggio non parteciperà alla vita dello Stato quale che
esso sia: se questo avvenga perché lo Stato manca al saggio o
perché il saggio manca allo Stato cosa importa, quando lo Stato,
prima o poi, viene a mancare a tutti? E mancherà sempre, a chi
pretende troppo da lui. Ora io mi chiedo a quale tipo di Stato potrebbe
accedere il saggio: a quello ateniese, che mandò a morte Socrate
e costrinse Aristotele a scappare per non fare la stessa fine? Uno Stato
in cui l'invidia strozza ogni virtù? È evidente che il
saggio non darà mai la sua opera ad un regime siffatto. E allora?
Si accosterà a quello cartaginese, dove la guerra civile non
ha un minuto di tregua, dove la libertà è rovinosa ai
migliori ed onestà e giustizia sono tenute a vile, dove contro
i nemici si consuma una crudeltà disumana e i cittadini stessi
sono guardati di traverso, come persone pericolose? Anche da questo
tipo di Stato il saggio si guarderà. E se li passassi in rassegna
uno per uno non ne troverei nessuno capace di sopportare il saggio,
o viceversa. E allora? Se quello Stato ideale, che pur ci raffiguriamo
nella nostra mente. non si trova da nessuna parte, ecco che la vita
contemplativa s'impone a tutti come una necessità, essa è
la nostra ancora di salvezza, dal momento, ripeto, che non esiste al
mondo l'unica cosa che avrebbe potuto esserle anteposta. |