Invito alla lettura
Seneca
De tranquillitate animi:
la serenità dell'animo
Estratto da: Seneca. Tutti gli scritti. A cura di Giovanni
Reale, Rusconi Libri, Milano 1994
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L'opera fa parte dei Dialogorum Libri, raccolta di scritti filosofici, ciascuno relativo a singoli aspetti o problemi particolari dell'etica stoica. Il trattato, scritto attorno al 62 d.C. (quando Seneca ha ormai deciso di lasciare la politica), è dedicato all'amico Anneo Sereno, che aveva chiesto al filosofo una risposta a un problema esistenziale già dibattuto dal pensiero platonico e stoico: come risolvere il taedium vitae, ovvero l'inquietudine, il senso di vuoto e di insoddisfazione che affliggono l'esistenza umana. Rispondere all'amico diventa per Seneca il pretesto per esaminare e analizzare le passioni che governano l'uomo. Ogni individuo è alla costante ricerca di felicità, crede di trovarla tuffandosi negli impegni pratici, ma poi si ritrae nauseato e desidera la solitudine e la meditazione. Ma anche qui, dopo poco, sente nostalgia dei suoi simili e delle comuni occupazioni, che prima tanto lo avevano angustiato. Quale può essere il rimedio, dunque? L'unica soluzione sicura, per superare il "male di vivere", sarebbe il raggiungimento dell'imperturbabilità, del totale distacco di fronte alle vicende della vita (la famosa atarassìa degli Epicurei), anche se, nella realtà pratica, non è possibile arrivare a tanto. Perciò, Seneca consiglia non di annullare, ma di controllare le passioni umane ed esorta soprattutto a vivere in serena operosità, impegnando le proprie energie per il bene della comunità, pur senza escludere momenti di meditazione introspettiva, durante i quali "osservare" con distacco e serenità gli eventi. In sintesi, la serenità dell'animo è frutto dell'equilibrio tra la vita attiva e quella meditativa, che devono alternarsi in modo da mantenere vivo il desiderio ora dell'una ora dell'altra. Quarta di copertina I. Esplorando, o Seneca, l'animo mio, vi
ho trovato molti difetti, alcuni talmente evidenti da potersi, per così
dire, toccare con mano, altri invece rintanati come in un nascondiglio,
altri ancora saltuari, riemergenti a tratti, ad intervalli, e che sono
forse i più molesti di tutti, simili a nemici sparpagliati qua
e là che ti assalgono all'improvviso, quando gliene viene l'estro
- come certe tribù nomadi - per cui tu vivi sempre in uno stato
ambiguo, che non è di guerra ma nemmeno di pace, ed io mi sono
scoperto appunto in un'analoga condizione (te lo confesso come un paziente
che si confida al proprio medico), quella, cioè, di non essere
né completamente libero dai miei rancori e dalle mie paure, né
di trovarmi in loro balia, sicché, pur riconoscendo che la mia
situazione non è delle peggiori, avverto un senso di malessere
quanto mai sgradevole, che mi rende lunatico e lagnoso: insomma, non
sono malato, ma non sto neppure bene. Non dirmi che le virtù
sono tutte fragili all'inizio e che acquistano vigore e stabilità
solo col tempo, lo so da me che anche quelle prerogative a cui generalmente
si aspira per fare bella figura, come il potere politico, la fama di
avvocato e il favore popolare, non si conseguono da un giorno all'altro,
che sia le doti autentiche sia quelle che portano a piacere solo perché
si vestono di orpelli devono attendere anni prima che il tempo, a poco
a poco, dia loro smalto e colore, ma io temo che con l'abitudine - la
quale porta le cose a fossilizzarsi in una persistente stabilità
- questo mio difetto possa mettere radici, giacché la continua
dimestichezza con i nostri mali alla lunga ce li fa gustare ed amare
come se fossero dei beni. Io non so di che genere sia questo strano
malessere dell'animo, oscillante fra due estremi, la salvezza e la perdizione,
non sono in grado di spiegartelo nell'insieme, posso dirtene solo i
particolari, per cui io ti esporrò i sintomi e tu poi mi dirai
la malattia. Voglio parlarti a cuore aperto: io amo la vita semplice,
mi accontento di un letto modesto, di un vestito che non debba essere
riposto con cura nell'armadio e pressato e torchiato mille volte perché
faccia bella figura, mi basta un II. È da un pezzo, Sereno, che mi
chiedo, meditando fra me e me, a cosa mai potrei paragonare questo tuo
stato d'animo, e l'esempio più calzante che mi viene in mente
è quello di un convalescente che, uscito da una lunga e grave
malattia, è ancora preso da piccoli accessi di febbre e da leggeri
malesseri e anche quando questi non ci sono più e si è
completamente ristabilito rimane inquieto e pieno di sospetti, consulta
ancora il medico, si fa tastare il polso e accusa come malattia ogni
minimo arrossamento del corpo. Ora, Sereno mio, chi si trova in questa
situazione è già guarito, praticamente, ma deve ancora
riabituarsi alla buona salute, è come il mare, quando, passata
la tempesta, è increspato da lievi fremiti e tremolanti ondeggiamenti.
Basta, dunque, con quelle cure energiche a cui sinora hai fatto ricorso,
non devi più metterti il bastone fra le ruote, accusarti, dandoti
addosso con insistenza e con severità, ormai ti serve solo un
rimedio, l'ultimo, cioè la fiducia in te stesso, la convinzione
di essere sulla strada giusta e la volontà di non lasciarti deviare
dalle orme ingannevoli che vanno di qua e di là disordinatamente
o da quelle smarrite nei pressi della strada. Ciò che tu desideri
conseguire è uno stato meraviglioso e sublime, che ci avvicina
a Dio, l'imperturbabilità, quell'equilibrio costante dell'animo
che i Greci chiamano euthymìa e su cui Democrito ha scritto un
bellissimo libro. Io lo chiamo tranquillità: non occorre, infatti,
usare vocaboli greci o tradurli con altri che ne ricalchino pedissequamente
la forma
Vediamo dunque come l'animo possa procedere costantemente
in questo stato di sereno ed utile equilibrio che lo renda ben disposto
verso se stesso e tutto ciò che lo riguarda, e come possa mantenersi
sempre così, senza abbattersi mai ma anche senza eccitarsi. Sarà
questa la tranquillità. Prima dirò, a grandi linee, come
ci si arrivi e poi tu dal rimedio generale che io proporrò prenderai
quello specifico che ti serve. E bene infatti esaminare il male in tutta
la sua portata sì che ciascuno possa ricavarne l'aspetto particolare
che lo riguarda. Così vedrai anche quanto sia minore la tua sofferenza,
per la nausea che hai dite, rispetto a quella di chi, essendo legato
ad una scuola filosofica di grande rinomanza e gravato dal peso di un
nome illustre, è portato a fingere di non avere alcun male e
ciò più per vergogna che per convinzione. Sia gli animi
annoiati e volubili, che passano continuamente da un proposito all'altro
e rimpiangono sempre ciò che hanno lasciato, sia quelli che poltriscono
e sbadigliano, si trovano nella stessa dolorosa situazione. A questi
aggiungi quelli che a furia di mutare la loro condizione di vita alla
fine, sopraggiunti dalla vecchiaia - ch'è sempre pigra di fronte
alle novità - non hanno più neppure il conforto della
noia, che li portava, appunto, a cambiare continuamente il loro stato,
come fanno coloro che non riuscendo a dormire si girano e si rigirano
passando da una posizione all'altra, fintantoché non crollano,
vinti più che dal sonno dalla stanchezza. Aggiungi ancora quelli
che sono poco volubili non perché in loro ci sia una certa dose
di costanza ma solo per indolenza, per cui, pur volendo vivere diversamente,
continuano a mantenersi in quello stato semplicemente perché
così si sono trovati a vivere all'inizio. Come vedi, le varietà
del male sono innumerevoli, ma tutte portano allo stesso risultato:
l'insoddisfazione. La quale nasce dall'incostanza o instabilità
dell'animo, da desideri imprecisi o che hanno scarsa fortuna, per cui
o non si ha il coraggio di osare o non si riesce a realizzare ciò
che si vuole, col risultato che ci s'immerge tutti nella speranza. Questa
condizione è appunto quella di coloro che stanno sempre in bilico
e sono perciò continuamente instabili e oscillanti, cercano di
realizzare i loro desideri ricorrendo magari a mezzi illeciti e persuadendosi
e costringendosi anche ad azioni disoneste e difficili, poi, quando
vedono che il loro sforzo non viene ricompensato, si vergognano per
lo scorno subito e si dolgono non già per aver voluto cose disoneste
ma per averle volute inutilmente. Li prende allora come un rimorso per
quello che hanno fatto, l'idea di ricominciare li spaventa e li afferra
l'angoscia tipica di chi non trova una via d'uscita, incapaci come sono
sia di comandare che di obbedire alle proprie passioni; non si sentono
più sicuri perché vedono che non riescono a realizzarsi
e in mezzo a tante delusioni restano come paralizzati. La situazione
si fa ancora più drammatica allorché, disgustati dalla
vita pubblica, in quanto priva di soddisfazioni e di risultati positivi,
ci si rifugia nel privato e nella meditazione, giacché uno spirito
nato per l'impegno sociale e portato all'azione, irrequieto per natura
e perciò incapace di trovare conforto nel raccoglimento interiore,
non è in grado di sopportare la solitudine che comporta un tale
genere di vita, chiusa e ristretta negli angusti limiti delle pareti
domestiche, e non avendo più quelle distrazioni che pur ci sono
in ogni attività si sente abbandonato a se stesso contro il proprio
volere. Da qui la noia, lo scontento, quell'irrequieto e ininterrotto
volgersi di qua e di là senza trovare un appiglio a cui aggrapparsi,
la deprimente insofferenza per quello stato d'inattività, tanto
più se il pudore c'impedisce di riconoscerne e confessarne le
cause, col risultato che quel tormento resta chiuso dentro noi stessi
e le passioni, non trovando uno sfogo, una via d'uscita, finiscono col
soffocarsi a vicenda. Da qui, ancora, la malinconia, la depressione
e i mille ondeggiamenti di un animo incerto, ora ansioso ed impaziente
per una speranza intravista, ora abbattuto per una delusione. Si finisce
così col detestare quello stato d'inerzia, ci si lamenta di non
aver nulla da fare e al tempo stesso si prova un'acutissima invidia
per i successi degli altri (perché l'inoperosità priva
di soddisfazioni alimenta il livore e chi non ha saputo farsi strada
desidera la sconfitta di tutti); poi, demoralizzati per i propri insuccessi
ed invidiosi dei successi altrui, si tira in ballo il destino avverso,
ci si lagna dei tempi e ci si ritira in un angolo a covare la propria
angoscia, vergognosi e pieni di rimorsi. Questo perché l'animo
umano è per natura portato all'azione, al movimento, e mal sopporta
l'inattività, va in cerca di stimoli, di distrazioni che possano
gratificarlo, tanto più quando è incline ad una vita convulsa
e si compiace di logorarsi nel lavoro: come, avendo delle piaghe in
qualche parte del corpo, siamo presi dal desiderio di mettervi sopra
le mani e toccandole ne godiamo, pur provandone dolore, o come alla
scabbia schifosa è un sollievo l'essere sfruculiata, così
per quelle indoli in cui le passioni sono scoppiate come delle ulcere
maligne, il tormento e l'angoscia diventano un piacere. Certe cose,
infatti, gratificano il nostro corpo pur se arrecano un certo dolore,
come il girarsi ripetutamente sul letto e mutare il fianco, anche se
questo non s'è ancora stancato di stare in quella posizione:
così fa l'Achille omerico, che ora si mette bocconi, ora si stende Sempre, in questo modo, ciascuno fugge se stesso.
IV. Così, carissimo Sereno, diceva
Atenodoro. Credo però che egli si sia lasciato influenzare troppo
dalle circostanze ed abbia rinunciato alla vita attiva prima del tempo.
Non dico che una buona volta non si debba cedere il campo, ma bisogna
ritirarsi gradatamente, passo dopo passo, salvando le insegne e l'onore:
è più rispettato, infatti, e più sicuro, chi si
arrende al nemico con le armi in pugno. E così deve fare l'uomo
virtuoso, o che aspira a diventare tale: se la malasorte dovesse prevalere
e togliergli ogni possibilità di agire, non volga subito le spalle,
gettando le armi, per correre alla ricerca di un nascondiglio -anche
perché non c'è rifugio, non c'è luogo appartato
in cui la sorte avversa non possa raggiungerci - ma continui a svolgere
il suo lavoro dedicandogli minor tempo e intanto si scelga, con giudizio,
un'altra attività che gli consenta di giovare ugualmente alla
società, anche se in modo diverso. Non può più
continuare a fare il soldato? Si cerchi delle cariche civili. E costretto
a vivere da privato? Si dia all'avvocatura. È stato ridotto al
silenzio? Assista i suoi concittadini con la sua sola presenza, accompagnandoli
come garante ai processi. Se poi trova rischioso anche l'accesso al
foro, si rechi nelle case private, agli spettacoli, ai banchetti, e
faccia da compagno agli altri, mostrandosi piacevole conversatore, amico
fedele e sobrio commensale. Gli sono preclusi i doveri di cittadino?
Eserciti quelli di uomo. È per questa ragione che noi stoici
- tale è la nostra grandezza d'animo - non ci chiudiamo dentro
le mura di una città ma ci sentiamo e siamo in rapporto con l'intera
umanità, eleggiamo a nostra patria il mondo per poter dare un
campo più vasto alla virtù. |