Invito alla lettura

Seneca

De tranquillitate animi: la serenità dell'animo
Estratto da: Seneca. Tutti gli scritti. A cura di Giovanni Reale, Rusconi Libri, Milano 1994

L'opera fa parte dei Dialogorum Libri, raccolta di scritti filosofici, ciascuno relativo a singoli aspetti o problemi particolari dell'etica stoica. Il trattato, scritto attorno al 62 d.C. (quando Seneca ha ormai deciso di lasciare la politica), è dedicato all'amico Anneo Sereno, che aveva chiesto al filosofo una risposta a un problema esistenziale già dibattuto dal pensiero platonico e stoico: come risolvere il taedium vitae, ovvero l'inquietudine, il senso di vuoto e di insoddisfazione che affliggono l'esistenza umana. Rispondere all'amico diventa per Seneca il pretesto per esaminare e analizzare le passioni che governano l'uomo. Ogni individuo è alla costante ricerca di felicità, crede di trovarla tuffandosi negli impegni pratici, ma poi si ritrae nauseato e desidera la solitudine e la meditazione. Ma anche qui, dopo poco, sente nostalgia dei suoi simili e delle comuni occupazioni, che prima tanto lo avevano angustiato. Quale può essere il rimedio, dunque? L'unica soluzione sicura, per superare il "male di vivere", sarebbe il raggiungimento dell'imperturbabilità, del totale distacco di fronte alle vicende della vita (la famosa atarassìa degli Epicurei), anche se, nella realtà pratica, non è possibile arrivare a tanto. Perciò, Seneca consiglia non di annullare, ma di controllare le passioni umane ed esorta soprattutto a vivere in serena operosità, impegnando le proprie energie per il bene della comunità, pur senza escludere momenti di meditazione introspettiva, durante i quali "osservare" con distacco e serenità gli eventi. In sintesi, la serenità dell'animo è frutto dell'equilibrio tra la vita attiva e quella meditativa, che devono alternarsi in modo da mantenere vivo il desiderio ora dell'una ora dell'altra.

Quarta di copertina
I libri di Seneca rimangono un vero e proprio best-seller e, fra tutte le opere degli autori latini pervenuteci, si collocano oggi al primo posto, al pari di quelle di Platone in ambito greco. Quest'opera offre al lettore tutto ciò che Seneca ha scritto in prosa, che è quanto di meglio ci ha lasciato, e ciò che ancora moltissimi uomini di cultura di oggi mostrano di gustare e di amare. […] In questo volume, Giovanni Reale offre una vera e propria monografia in cui spiega tutte le novità del neostoicismo senecano e la struttura concettuale che sorregge i suoi vari messaggi. Il lettore ha a disposizione per la fruizione del pensiero di Seneca uno strumento completo e unico a livello internazionale.

I. Esplorando, o Seneca, l'animo mio, vi ho trovato molti difetti, alcuni talmente evidenti da potersi, per così dire, toccare con mano, altri invece rintanati come in un nascondiglio, altri ancora saltuari, riemergenti a tratti, ad intervalli, e che sono forse i più molesti di tutti, simili a nemici sparpagliati qua e là che ti assalgono all'improvviso, quando gliene viene l'estro - come certe tribù nomadi - per cui tu vivi sempre in uno stato ambiguo, che non è di guerra ma nemmeno di pace, ed io mi sono scoperto appunto in un'analoga condizione (te lo confesso come un paziente che si confida al proprio medico), quella, cioè, di non essere né completamente libero dai miei rancori e dalle mie paure, né di trovarmi in loro balia, sicché, pur riconoscendo che la mia situazione non è delle peggiori, avverto un senso di malessere quanto mai sgradevole, che mi rende lunatico e lagnoso: insomma, non sono malato, ma non sto neppure bene. Non dirmi che le virtù sono tutte fragili all'inizio e che acquistano vigore e stabilità solo col tempo, lo so da me che anche quelle prerogative a cui generalmente si aspira per fare bella figura, come il potere politico, la fama di avvocato e il favore popolare, non si conseguono da un giorno all'altro, che sia le doti autentiche sia quelle che portano a piacere solo perché si vestono di orpelli devono attendere anni prima che il tempo, a poco a poco, dia loro smalto e colore, ma io temo che con l'abitudine - la quale porta le cose a fossilizzarsi in una persistente stabilità - questo mio difetto possa mettere radici, giacché la continua dimestichezza con i nostri mali alla lunga ce li fa gustare ed amare come se fossero dei beni. Io non so di che genere sia questo strano malessere dell'animo, oscillante fra due estremi, la salvezza e la perdizione, non sono in grado di spiegartelo nell'insieme, posso dirtene solo i particolari, per cui io ti esporrò i sintomi e tu poi mi dirai la malattia. Voglio parlarti a cuore aperto: io amo la vita semplice, mi accontento di un letto modesto, di un vestito che non debba essere riposto con cura nell'armadio e pressato e torchiato mille volte perché faccia bella figura, mi basta un
abito modesto, da poco prezzo, da potersi indossare e conservare senza alcuna preoccupazione; mi piace un cibo cucinato alla buona, a cui non metta mano l'intera servitù, che poi magari debba starmi a guardare mentre lo consumo, un cibo che non richieda di essere ordinato molti giorni prima né di essere servito da un esercito di camerieri, ma che sia semplice, di facile preparazione, reperibile dovunque, che non abbia niente di ricercato o di eccezionale, un cibo che non gravi troppo sul bilancio familiare e non mi stia poi sullo stomaco, costringendomi magari a farlo uscire da dove è entrato. Amo essere servito senza tante cerimonie da un domestico semplice e naturale, mi piace l'argenteria non lavorata e anonima di mio padre, ch'era un uomo alla buona, una tavola non impreziosita da mille chiazze multicolori o che sia sulla bocca di tutti per essere passata da un amatore all'altro, che serva insomma solo allo scopo a cui è destinata e non faccia scoppiare gli occhi ai convitati, o per l'invidia o per l'ammirazione. Ebbene, dopo che ho apprezzato tutte queste cose semplici e modeste, ecco che resto affascinato da una sfarzosa schiera di paggetti o di servi ornati d'oro e vestiti con tanta cura più che se dovessero andare ad una sfilata, da un drappello di splendidi valletti, da una casa con pavimenti pregiati, piena di ricche suppellettili disseminate in tutti gli angoli, da soffitti meravigliosi e dalla folla di gente che sempre segue e s'accompagna in mezzo a tutto quel diluviante sperpero di denaro. Che dire poi dei ruscelletti fatti scorrere intorno ai commensali, dalle acque così trasparenti che se ne vede il fondo, e degli stessi banchetti, degni di un simile scenario? Abituato per lungo tempo ad una vita semplice e frugale, resto abbagliato dallo splendore di quel lusso che mi avvolge da tutte le parti sino a stordirmi: la vista quasi mi si offusca di fronte a un tale spettacolo, sicché più che guardarlo -tanto forte è l'impatto - lo rifletto nella mia mente. Quando alla fine me ne vado, se non mi sento svilito nell'animo, certamente sono più triste, e non mi muovo più con quell'antico orgoglio in mezzo ai miei mobili dozzinali e alle mie carabattole senza valore. Il cuore mi si stringe in un tormento segreto e mi s insinua il dubbio se non sia meglio vivere nel lusso che nella sobrietà: non già ch'io mi senta diverso di fronte a tanto sfarzo, resto sempre quello di prima, però ne sono turbato. Ritengo giusto seguire l'autorevole voce dei miei maestri, darmi alla politica per conseguire alte cariche onorifiche, non perché mi attirino i fasci, le verghe o le vesti di porpora, ma per poter essere utile agli amici, ai parenti, alla comunità, anzi agli uomini tutti: anche se sono ancora un novellino, seguo con entusiasmo Zenone, Cleante, Crisippo, i quali, pur non essendosi impegnati in prima persona nella vita politica, vi hanno avviato però gli altri. Quando poi, non abituato a scontrarmi con le cose e con le persone, ricevo qualche spintone, quando - come sovente accade nella vita -mi capita un fatto sconveniente o che contrasta col mio temperamento, che mi va storto o che non scorre liscio come vorrei, o quando impegni di scarsa importanza mi portano via troppo tempo, allora pianto tutto e corro a ritirarmi nella mia quiete privata, affrettando il passo come gli animali che tornano stanchi all'ovile. E nuovamente mi compiaccio, come di cosa migliore, di consumare la vita fra le pareti domestiche, sì che nessuno mi rubi anche una sola giornata, perché nulla potrebbe ripagarmi se mai dovessi perderla per altre occupazioni. La mente, allora, si attacca solo a se stessa, non bada ad altro, niente di estraneo la distrae, sospende ogni giudizio, serena, imperturbabile, lontana sia dalle cure pubbliche che da quelle private. Ma appena una bella lettura mi titilla l'animo e piena com'è di nobilissimi esempi mi sprona ad imitarli, allora ecco, di nuovo, mi vien voglia di lanciarmi nel foro, di giovare agli altri con la parola o con l'azione, e anche se non dovessi riuscirvi già solo l'averlo tentato mi soddisferebbe, mi viene voglia di rintuzzare al cospetto di tutti la tracotanza di coloro che il successo ha reso ancora più insolenti. Quanto allo scrivere sono convinto che in un'opera si debba guardare principalmente al contenuto, ch'è la molla di ogni discorso, subordinando le parole all'argomento, in modo che questo possa svilupparsi senza sforzo e pervenire là dove si vuole arrivare. A che pro preoccuparsi di comporre opere immortali? Darsi tanto da fare perché i posteri parlino dite? Grandi o piccini, siamo tutti destinati a morire: meglio allora andarsene in punta di piedi, silenziosi, inosservati, che con un funerale rumoroso, pieno di tante inutili e fastidiose parole. Scrivere dunque, sì, ma in una forma semplice, per passatempo, senza battere la grancassa ma solo a nostro uso e consumo: ci si affatica di meno lavorando così, alla giornata. Questo mi dico, ma poi, quando la mente torna ad innalzarsi a grandi e nobili concetti, allora ecco che mi riprende il gusto della parola forbita e non mi basta più solo pensare, voglio anche esprimermi in un modo più elevato, adeguato alla dignità del contenuto, sicché, dimentico di quelle norme e di quella semplicità che prima m'ero imposto, mi lascio trascinare dall'enfasi, parlando con un linguaggio che non è più mio. Per farla breve, e per non tediarti con un elenco particolareggiato dei miei mali, in tutte le cose mi accompagna questa debolezza di buoni propositi, si che temo di allontanarmene sempre di più, o, peggio ancora, ho il terrore di non riuscire a decidermi né per un verso né per l'altro, ma di restarmene in bilico, come uno che sia sempre lì lì per cadere e tuttavia non cade, e che il mio male sia ancora più grave di quanto penso. Siamo infatti indulgenti e faziosi con tutto ciò che ci riguarda, il che rende i nostri giudizi poco obbiettivi. Sono convinto che molti potrebbero pervenire davvero alla saggezza se non avessero la presunzione di esservi già arrivati, se non coprissero certi difetti e sorvolassero su altri ad occhi chiusi. L'auto-incensamento ci danneggia assai più dell'adulazione degli altri. Chi, posto in mezzo ad un gregge di belanti adulatori, non è andato anche oltre nelle lodi di se stesso? Perciò ti prego, se conosci qualche rimedio capace di fermare questo mio continuo ondeggiare dell'animo, ti sarò debitore della mia serenità. So bene che questo malessere non è pericoloso e che non può portarmi alcun disastro reale, e affinché tu possa fartene un'idea chiara, con un paragone appropriato ti dirò che non è la tempesta che mi disturba, è il mal di mare: tirami dunque fuori da questa burrasca, perché, seppure in vista della terra, sono sempre in difficoltà.

II. È da un pezzo, Sereno, che mi chiedo, meditando fra me e me, a cosa mai potrei paragonare questo tuo stato d'animo, e l'esempio più calzante che mi viene in mente è quello di un convalescente che, uscito da una lunga e grave malattia, è ancora preso da piccoli accessi di febbre e da leggeri malesseri e anche quando questi non ci sono più e si è completamente ristabilito rimane inquieto e pieno di sospetti, consulta ancora il medico, si fa tastare il polso e accusa come malattia ogni minimo arrossamento del corpo. Ora, Sereno mio, chi si trova in questa situazione è già guarito, praticamente, ma deve ancora riabituarsi alla buona salute, è come il mare, quando, passata la tempesta, è increspato da lievi fremiti e tremolanti ondeggiamenti. Basta, dunque, con quelle cure energiche a cui sinora hai fatto ricorso, non devi più metterti il bastone fra le ruote, accusarti, dandoti addosso con insistenza e con severità, ormai ti serve solo un rimedio, l'ultimo, cioè la fiducia in te stesso, la convinzione di essere sulla strada giusta e la volontà di non lasciarti deviare dalle orme ingannevoli che vanno di qua e di là disordinatamente o da quelle smarrite nei pressi della strada. Ciò che tu desideri conseguire è uno stato meraviglioso e sublime, che ci avvicina a Dio, l'imperturbabilità, quell'equilibrio costante dell'animo che i Greci chiamano euthymìa e su cui Democrito ha scritto un bellissimo libro. Io lo chiamo tranquillità: non occorre, infatti, usare vocaboli greci o tradurli con altri che ne ricalchino pedissequamente la forma…

…Vediamo dunque come l'animo possa procedere costantemente in questo stato di sereno ed utile equilibrio che lo renda ben disposto verso se stesso e tutto ciò che lo riguarda, e come possa mantenersi sempre così, senza abbattersi mai ma anche senza eccitarsi. Sarà questa la tranquillità. Prima dirò, a grandi linee, come ci si arrivi e poi tu dal rimedio generale che io proporrò prenderai quello specifico che ti serve. E bene infatti esaminare il male in tutta la sua portata sì che ciascuno possa ricavarne l'aspetto particolare che lo riguarda. Così vedrai anche quanto sia minore la tua sofferenza, per la nausea che hai dite, rispetto a quella di chi, essendo legato ad una scuola filosofica di grande rinomanza e gravato dal peso di un nome illustre, è portato a fingere di non avere alcun male e ciò più per vergogna che per convinzione. Sia gli animi annoiati e volubili, che passano continuamente da un proposito all'altro e rimpiangono sempre ciò che hanno lasciato, sia quelli che poltriscono e sbadigliano, si trovano nella stessa dolorosa situazione. A questi aggiungi quelli che a furia di mutare la loro condizione di vita alla fine, sopraggiunti dalla vecchiaia - ch'è sempre pigra di fronte alle novità - non hanno più neppure il conforto della noia, che li portava, appunto, a cambiare continuamente il loro stato, come fanno coloro che non riuscendo a dormire si girano e si rigirano passando da una posizione all'altra, fintantoché non crollano, vinti più che dal sonno dalla stanchezza. Aggiungi ancora quelli che sono poco volubili non perché in loro ci sia una certa dose di costanza ma solo per indolenza, per cui, pur volendo vivere diversamente, continuano a mantenersi in quello stato semplicemente perché così si sono trovati a vivere all'inizio. Come vedi, le varietà del male sono innumerevoli, ma tutte portano allo stesso risultato: l'insoddisfazione. La quale nasce dall'incostanza o instabilità dell'animo, da desideri imprecisi o che hanno scarsa fortuna, per cui o non si ha il coraggio di osare o non si riesce a realizzare ciò che si vuole, col risultato che ci s'immerge tutti nella speranza. Questa condizione è appunto quella di coloro che stanno sempre in bilico e sono perciò continuamente instabili e oscillanti, cercano di realizzare i loro desideri ricorrendo magari a mezzi illeciti e persuadendosi e costringendosi anche ad azioni disoneste e difficili, poi, quando vedono che il loro sforzo non viene ricompensato, si vergognano per lo scorno subito e si dolgono non già per aver voluto cose disoneste ma per averle volute inutilmente. Li prende allora come un rimorso per quello che hanno fatto, l'idea di ricominciare li spaventa e li afferra l'angoscia tipica di chi non trova una via d'uscita, incapaci come sono sia di comandare che di obbedire alle proprie passioni; non si sentono più sicuri perché vedono che non riescono a realizzarsi e in mezzo a tante delusioni restano come paralizzati. La situazione si fa ancora più drammatica allorché, disgustati dalla vita pubblica, in quanto priva di soddisfazioni e di risultati positivi, ci si rifugia nel privato e nella meditazione, giacché uno spirito nato per l'impegno sociale e portato all'azione, irrequieto per natura e perciò incapace di trovare conforto nel raccoglimento interiore, non è in grado di sopportare la solitudine che comporta un tale genere di vita, chiusa e ristretta negli angusti limiti delle pareti domestiche, e non avendo più quelle distrazioni che pur ci sono in ogni attività si sente abbandonato a se stesso contro il proprio volere. Da qui la noia, lo scontento, quell'irrequieto e ininterrotto volgersi di qua e di là senza trovare un appiglio a cui aggrapparsi, la deprimente insofferenza per quello stato d'inattività, tanto più se il pudore c'impedisce di riconoscerne e confessarne le cause, col risultato che quel tormento resta chiuso dentro noi stessi e le passioni, non trovando uno sfogo, una via d'uscita, finiscono col soffocarsi a vicenda. Da qui, ancora, la malinconia, la depressione e i mille ondeggiamenti di un animo incerto, ora ansioso ed impaziente per una speranza intravista, ora abbattuto per una delusione. Si finisce così col detestare quello stato d'inerzia, ci si lamenta di non aver nulla da fare e al tempo stesso si prova un'acutissima invidia per i successi degli altri (perché l'inoperosità priva di soddisfazioni alimenta il livore e chi non ha saputo farsi strada desidera la sconfitta di tutti); poi, demoralizzati per i propri insuccessi ed invidiosi dei successi altrui, si tira in ballo il destino avverso, ci si lagna dei tempi e ci si ritira in un angolo a covare la propria angoscia, vergognosi e pieni di rimorsi. Questo perché l'animo umano è per natura portato all'azione, al movimento, e mal sopporta l'inattività, va in cerca di stimoli, di distrazioni che possano gratificarlo, tanto più quando è incline ad una vita convulsa e si compiace di logorarsi nel lavoro: come, avendo delle piaghe in qualche parte del corpo, siamo presi dal desiderio di mettervi sopra le mani e toccandole ne godiamo, pur provandone dolore, o come alla scabbia schifosa è un sollievo l'essere sfruculiata, così per quelle indoli in cui le passioni sono scoppiate come delle ulcere maligne, il tormento e l'angoscia diventano un piacere. Certe cose, infatti, gratificano il nostro corpo pur se arrecano un certo dolore, come il girarsi ripetutamente sul letto e mutare il fianco, anche se questo non s'è ancora stancato di stare in quella posizione: così fa l'Achille omerico, che ora si mette bocconi, ora si stende
supino, e ora assume un'altra posa. È infatti proprio degli ammalati non riuscire a sopportare una cosa più di tanto e prendere come un rimedio il cambiamento. Ed è per questo che alcuni intraprendono lunghi viaggi, senza una meta precisa, girano di costa in costa, sperimentando la loro volubilità ora per terra ora per mare, avversando sempre ciò che gli sta davanti: "Ora", dicono, "vado in Campania", ma subito, annoiati dalla civiltà: "È meglio andare in luoghi disabitati, a vedere i valichi selvaggi della Lucania o del Bruzzio". Senonché, come arrivano lì, in quelle zone brulle e deserte, sono ripresi dalla nostalgia di qualche bel paesaggio che possa risollevare i loro occhi da quell'orrido squallore, e allora: "Si va a Taranto, via, c'è un porto famoso, il clima è mite anche d'inverno, il territorio è così ricco che basterebbe a mantenere tutta la popolazione di una volta". E poi: "Adesso è meglio tornare a Roma, troppo a lungo le mie orecchie sono rimaste lontane dalle grida e dagli applausi del circo, ora ho voglia di veder scorrere sangue umano". Così si fanno viaggi su viaggi, passando da uno spettacolo all'altro. Come dice Lucrezio:

Sempre, in questo modo, ciascuno fugge se stesso.
Ma a che ci serve viaggiare, se non riusciamo ad evitare noi stessi? Compagno inseparabile, il nostro io c'incalza, dovunque andiamo, inesorabilmente. Non ci rendiamo conto che non è una questione geografica, il nostro male non dipende dai luoghi ma da noi stessi, è dentro, nel profondo, è l'incapacità di sopportare qualsiasi cosa, l'insofferenza del lavoro, delle fatiche e persino dei piaceri, di noi stessi: niente, insomma, ci aggrada più di tanto. C'è chi si uccide, per questo, in quanto a furia di cambiare si torna sempre al medesimo punto, non c'è più spazio alle novità, e allora si comincia ad odiare il mondo e la vita stessa, giungendo nella condizione di colui che immerso totalmente nei piaceri finisce con l'esclamare: "Sempre le stesse cose! Sino a quando?".


III. Tu, dunque, mi domandi quale rimedio posso consigliarti contro una simile noia. La cosa migliore, dice Atenodoro, sarebbe l'impegno pubblico e sociale. Come infatti ci sono quelli che, amanti del proprio corpo, passano la giornata tenendosi in esercizio sotto il sole, come ci sono gli atleti, che dedicano la maggior parte del tempo unicamente al rafforzamento dei muscoli - la sola cosa che sappiano fare - così esistono anche quelli che, come noi, preparano lo spirito alle competizioni della vita pubblica e ritengono questo esercizio di gran lunga il più utile e il migliore, perché se si vuole giovare agli altri, siano i propri concittadini o l'intera umanità, bisogna mantenersi in forma per poter sfruttare in questo impegno tutte le proprie energie, sia che ci si volga - secondo le attitudini personali - all'interesse dei singoli o della collettività. "Senonché", aggiunge Atenodoro, "visto che gli uomini sono così follemente ambiziosi, che l'onestà non trova una difesa sufficiente in mezzo a tanti calunniatori che con la loro malevolenza macchiano anche le azioni più pulite, e che gli ostacoli sono sempre più numerosi dei successi, è meglio che tali persone stiano alla larga dalle pubbliche attività. Del resto un animo nobile può realizzarsi benissimo anche nella vita privata, perché gli uomini - a differenza degli animali, come i leoni, per esempio, che messi in gabbia perdono il loro slancio naturale -le imprese migliori le compiono proprio nel chiuso delle pareti domestiche. E però, per quanto appartato, il ritiro non sia tale da impedirci di giovare al prossimo, singolarmente o collettivamente, col pensiero o con la parola, dando consigli e suggerimenti. Concorre infatti al bene dello Stato non solo chi vota i candidati alle pubbliche cariche, cura i processi o discute di guerra e di pace, ma anche chi educa i giovani, istillando nei loro animi - in tanta penuria di buoni maestri - l'amore per la virtù, chi con la sua parola afferra e ritrae dal baratro quanti corrono a precipizio dietro al denaro e al lusso sfrenato, o perlomeno ne ritarda la caduta: anche questi, benché in privato, svolgono un'attività pubblica e sociale. Forse colui che arbitra tra forestieri e cittadini, o il pretore urbano che legge ai convenuti la formula di rito suggerita dall'assistente, è più importante di chi insegna cosa siano la giustizia, la pietà, la sopportazione, la forza d'animo, il disprezzo della morte, la conoscenza di Dio e quanto costi poco un bene così grande come la buona coscienza? Perciò chi dedica allo studio il tempo che gli altri spendono nell'attività pubblica non diserta la società né viene meno al suo compito, come non viene meno al suo dovere di soldato quel militare che invece di combattere, nell'ala destra o nell'ala sinistra, sorveglia le porte dell'accampamento o monta di guardia, un servizio, questo, meno pericoloso ma sempre utile, oppure sta di sentinella o piantona i depositi delle armi: anche se non comportano pericoli mortali, tutte queste mansioni, anch'esse necessarie, rientrano nei doveri della vita militare. Ora, se tu ti dedicherai agli studi eviterai le noie del vivere quotidiano, non attenderai che venga la notte perché il giorno t'infastidisce, non sarai più di peso a te stesso e inutile agli altri, ti farai molti amici e la tua casa diverrà la meta delle più degne persone, perché la virtù, anche se appartata, non resta mai così nascosta che gli uomini non riescano a captarne i segnali, e chi ne sarà degno potrà seguirne le tracce. Ma se tronchiamo ogni contatto con gli altri, se c'isoliamo dal mondo e ci chiudiamo completamente in noi stessi, in una siffatta solitudine non avremo mai nulla da fare: ci metteremo allora a fabbricare di qua e a demolire di là, a costruire ville sugli arenili, costringendo il mare a ritirarsi, devieremo i corsi d'acqua per ovviare alle asperità del terreno, finiremo insomma con l'usare male il tempo che la natura ci ha messo a disposizione e che alcuni adoperano con parsimonia, altri con eccessiva prodigalità, altri ancora come se dovessero renderne conto, altri infine in un modo tale che non ne resta alcuna traccia, e questo è il peggio che si possa fare. Perciò capita spesso che ad un vecchio, a prova della sua lunga esistenza, non resti altro argomento che l'età."

IV. Così, carissimo Sereno, diceva Atenodoro. Credo però che egli si sia lasciato influenzare troppo dalle circostanze ed abbia rinunciato alla vita attiva prima del tempo. Non dico che una buona volta non si debba cedere il campo, ma bisogna ritirarsi gradatamente, passo dopo passo, salvando le insegne e l'onore: è più rispettato, infatti, e più sicuro, chi si arrende al nemico con le armi in pugno. E così deve fare l'uomo virtuoso, o che aspira a diventare tale: se la malasorte dovesse prevalere e togliergli ogni possibilità di agire, non volga subito le spalle, gettando le armi, per correre alla ricerca di un nascondiglio -anche perché non c'è rifugio, non c'è luogo appartato in cui la sorte avversa non possa raggiungerci - ma continui a svolgere il suo lavoro dedicandogli minor tempo e intanto si scelga, con giudizio, un'altra attività che gli consenta di giovare ugualmente alla società, anche se in modo diverso. Non può più continuare a fare il soldato? Si cerchi delle cariche civili. E costretto a vivere da privato? Si dia all'avvocatura. È stato ridotto al silenzio? Assista i suoi concittadini con la sua sola presenza, accompagnandoli come garante ai processi. Se poi trova rischioso anche l'accesso al foro, si rechi nelle case private, agli spettacoli, ai banchetti, e faccia da compagno agli altri, mostrandosi piacevole conversatore, amico fedele e sobrio commensale. Gli sono preclusi i doveri di cittadino? Eserciti quelli di uomo. È per questa ragione che noi stoici - tale è la nostra grandezza d'animo - non ci chiudiamo dentro le mura di una città ma ci sentiamo e siamo in rapporto con l'intera umanità, eleggiamo a nostra patria il mondo per poter dare un campo più vasto alla virtù.
Trad. Mario Scaffidi Abbate

 

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