|
Le Epistulae sono una raccolta di lettere di estensione
variabile e di argomento prevalentemente filosofico, indirizzate all'amico
Lucilio, personaggio di buona cultura, poeta e scrittore egli stesso.
Non è chiaro se si tratti di un epistolario reale o fittizio:
infatti, se anche alcune lettere fanno preciso riferimento a quelle
di Lucilio, molte altre, specie quelle più ampie e sistematiche
(vere e proprie trattazioni), sembrano essere state inserite nella raccolta
solo al momento della pubblicazione e potrebbero non essere mai state
inviate. Esse furono scritte a partire dal 62 d.C., anno del ritiro
di Seneca dalla vita pubblica, e continuate almeno fino all'inverno
del 65, pochi mesi prima della congiura che costerà la vita al
filosofo. Sono costellate di episodi contemporanei all'autore e, per
questo motivo, sono utilissime a ricostruire i suoi ultimi anni, a capire
come Seneca trascorresse le sue giornate lontano dagli impegni di corte,
immerso nei suoi studi. Lo spunto a comporre lettere di carattere filosofico,
indirizzate ad amici, giunse probabilmente a Seneca dalla tradizione
di Platone e di Epicuro ed egli è consapevole di aver introdotto
un genere nuovo nella letteratura latina. Le sue lettere intendono essere
uno strumento di riflessione e di crescita morale, una sorta di diario
dello spirito nel suo percorso verso la sapientia. Lo scambio epistolare,
secondo Seneca, permette di stabilire un intimo colloquium con l'amico
e ogni lettera, partendo da episodi della realtà quotidiana,
diviene occasione per riflettere e fare considerazioni di carattere
morale. Molte epistulae si concludono con una sententia, un aforisma,
che offre una lezione di saggezza su cui meditare. Il genere dell'epistola
si presta bene ad accogliere un tipo di filosofia come quella senecana,
priva di sistematicità e che nasce dalla riflessione sulla realtà
vissuta di ogni giorno. Con tono pacato e colloquiale, Seneca non vuole
indicare una verità da seguire, quanto, piuttosto, esortare alla
virtù, alla saggezza e al raccoglimento interiore.
Quarta di copertina
I libri di Seneca rimangono un vero e proprio best-seller e, fra tutte
le opere degli autori latini pervenuteci, si collocano oggi al primo
posto, al pari di quelle di Platone in ambito greco. Quest'opera offre
al lettore tutto ciò che Seneca ha scritto in prosa, che è
quanto di meglio ci ha lasciato, e ciò che ancora moltissimi
uomini di cultura di oggi mostrano di gustare e di amare. [
] In
questo volume, Giovanni Reale offre una vera e propria monografia in
cui spiega tutte le novità del neostoicismo senecano e la struttura
concettuale che sorregge i suoi vari messaggi. Il lettore ha a disposizione
per la fruizione del pensiero di Seneca uno strumento completo e unico
a livello internazionale.
Libro secondo
Lettera 19. Elogio della vita ritirata
[1] Ogni volta che ricevo le tue lettere esulto di gioia; mi riempiono,
infatti, di buone speranze e ormai non mi portano più solo promesse,
ma garanzie su dite. Continua così, ti prego e ti scongiuro -
che cosa posso chiedere di meglio a un amico di ciò che sto per
chiedergli per il suo stesso bene? - se puoi, sottraiti a codeste occupazioni;
se no, strappatene a viva forza. Abbiamo già sprecato troppo
tempo: ora che siamo vecchi cominciamo a fare i bagagli.
[2] È disonorevole? Siamo vissuti in alto mare, almeno moriamo
in porto. Non oserei consigliarti di cercare la fama con una vita ritirata,
non devi ostentarla e nemmeno nasconder. la; infatti, pur condannando
la follia degli uomini, non arriverei mai al punto di volere che ti
procurassi un nascondiglio e ti facessi dimenticare: fa' sì che
la tua vita ritirata non si segnali troppo, sia però evidente.
[3] Coloro che sono alle loro prime decisioni e possono prenderle in
modo del tutto libero vedranno se a loro piaccia trascorrere la vita
nell'oscurità: tu non sei libero di scegliere. 11 vigore del
tuo ingegno, l'eleganza degli scritti, le amicizie con uomini no~A1i
e illustri ti hanno messo al centro della società; ormai sei
famoso; anche se ti calerai nei più profondi recessi e ti nasconderai
bene, le tue precedenti opere ti metteranno in mostra.
[4] Non puoi rimanere nell'ombra; dovunque tu fugga, ti seguirà
gran parte dell'antica luce: puoi, però, pretendere la tranquillità
senza suscitare l'antipatia di nessuno, senza rimpianto o amarezza nell'animo.
Infatti, che cosa lascerai che tu
possa pensare a malincuore di aver lasciato? I clienti? Nessuno di loro
cerca te, ma i vantaggi che vengono da te; una volta si aspirava all'amicizia,
adesso al profitto, i vecchi abbandonati cambieranno il testamento,
il visitatore andrà presso altre porte. Una cosa di valore non
può costare poco: valuta se preferisci rinunciare a te stesso
o a qualcuno dei tuoi agi.
[5] Oh se ti fosse toccato di invecchiare nella stessa condizione in
cui sei nato e la sorte non ti avesse condotto così in alto!
Il tuo rapido successo, il governo della provincia, la carica di procuratore
e tutti i vantaggi che tale condizione assicura ti hanno portato lontano
dalla visione di una vita sana; ti toccheranno cariche sempre più
importanti, le une dopo le altre:
quale sarà il risultato?
[6] Perché aspetti di non avere più desideri da appagare?
Quel momento non arriverà mai. Come diciamo che c e una successione
di cause che costituisce la concatenazione del fato, così <c'è
una successione> di desideri: l'uno nasce dalla fine dell'altro.
Ti sei abbassato a un genere di vita che non porrà mai termine
alle tue miserie e alla tua schiavitù: ritrai dal giogo il collo
ormai segnato; è meglio che sia tagliato in una volta sola piuttosto
che continuamente oppresso.
[7] Se ti ritirerai a vita privata, avrai beni minori, ma sarai soddisfatto:
adesso, invece, per quanto abbondanti e provenienti da ogni parte, non
ti saziano. Preferisci la sazietà nell'indigenza o la fame nell'abbondanza?
La prosperità è avida ed è esposta all'avidità
altrui; finché a te non basterà niente, tu stesso non
basterai agli altri.
[8] "E in che modo uscirò da questa situazione?", domandi.
In qualunque modo. Pensa a quanto hai temuto per il denaro, a quanto
ti sei affaticato per ottenere le cariche: devi saper osare qualcosa
anche per conquistarti il riposo, oppure dovrai invecchiare in questo
affanno dell'amministrazione e poi in quello delle cariche della città,
in mezzo all'agitazione e a sempre nuovi flutti, ai quali non si può
sfuggire né con la moderazione né con una vita tranquilla.
Infatti, che cosa importa se tu vuoi vivere tranquillo? La tua fortuna
non te lo consente. E che cosa accadrà se ora le permetterai
di crescere? Quanto aumentano i successi, altrettanto aumentano le preoccupazioni.
[9] A questo punto voglio riferirti una frase di Mecenate89, che ha
detto questa verità mentre si trovava proprio sul cavalletto9o:
"L'altezza di per sé attira i fulmini sulle sue sommità"91.
Se vuoi sapere in quale libro lo ha scritto, si tratta di quello intitolato
Prometeo92. Voleva dire che chi sta in alto è esposto ai colpi
della sorte. Dunque, esiste una potenza così grande che tu debba
servirti di simili espressioni da ubriaco? Egli fu un uomo dotato di
molto ingegno, che avrebbe offerto un grande esempio di eloquenza romana,
se la prosperità non lo avesse infiacchito, anzi evirato. Questa
è la fine che ti attende, se non inizi ad ammainare le vele e
a dirigerti verso la terraferma, cosa che egli decise di fare troppo
tardi.
[10] Con questa massima di Mecenate avrei potuto soddisfare il mio debito
verso dite, ma, se ti conosco bene, protesterai e vorrai ricevere quanto
ti devo in moneta recente e di buona fattura. Stando così le
cose, bisogna che prenda a prestito da Epicuro. Egli afferma: "Devi
guardare con chi mangi e bevi prima di guardare che cosa mangi e bevi;
infatti, pranzare senza un amico è dividere le carni a modo di
leone o di lupo"9'.
[11] Questo non ti succederà, se non ti ritirerai a vita privata:
altrimenti avrai come commensali quelli che lo schiavo nomenclatore94
avrà scelto fra la massa dei clienti; sbaglia chi cerca gli amici
nell'atrio o li giudica a tavola. Non c'è male peggiore per l'uomo
tutto preso dagli affari e ossessionato dai suoi beni che il giudicare
amici persone delle quali egli non è amico, e pensare che i suoi
favori possano accattivargli gli animi, mentre alcuni quanto più
sono debitori tanto più odiano: un piccolo prestito crea un debitore,
uno grande un nemico.
[12] "E allora? I benefici non procurano amicizie?". Le procurano,
se ci è stato possibile scegliere le persone destinate a riceverli,
se sono fatti con avvedutezza, non disseminati a caso. Perciò,
mentre cominci a essere padrone dite stesso, segui questo precetto dei
saggi: giudica più importante la persona alla quale fai il beneficio
che il beneficio. Stammi bene.
Libro terzo
Lettera 22. Bisogna preoccuparsi di vivere bene e sottrarsi alle pubbliche
faccende
[1] Ormai comprendi che devi tirarti fuori da queste occupazioni brillanti
e dannose, mi chiedi, però, in che modo tu possa riuscirvi. Certe
indicazioni non possono essere date se non di persona; il medico non
può prescrivere per lettera l'ora del pranzo o del bagno: deve
tastare il polso. Un vecchio proverbio dice che il gladiatore decide
nell'arena: qualche consiglio gli suggerisce l'espressione del volto
dell'avversario, qualche altro il movimento delle mani o il modo di
piegarsi del corpo, che egli studia attentamente.
[2] Su ciò che di solito si fa o conviene fare in generale si
può mandare a dire e scrivere; simili consigli sono rivolti non
solo agli assenti, ma anche ai posteri; ma su1 tempo e il modo delle
azioni nessuno può dare consigli da lontano, bisogna decidere
trovandosi nella situazione.
[3] Non basta essere presenti, bisogna stare attenti, per cogliere l'occasione
che passa rapidamente; perciò, cercala con lo sguardo e, se la
vedi, coglila al volo e metti tutto il tuo slancio e tutta la tua forza
per liberarti da queste faccende. E ascolta bene la mia opinione: io
ritengo che tu debba uscire o da questo genere di vita o dalla vita
stessa. Ma nello stesso tempo penso che tu debba farlo in modo dolce,
così da sciogliere più che spezzare i legami in cui ti
sei malamente impigliato, purché tu sia disposto a spezzarli,
se non ci sarà altro mezzo per scioglierli. Nessuno è
così pauroso da preferire star sempre sospeso piuttosto che cadere
una buona volta.
[4] Nel frattempo, per prima cosa, non crearti ostacoli; ti bastino
questi affari in cui ti sei cacciato, o, come preferisci far credere,
sei caduto. Non c'è ragione di cercartene degli altri, o perderai
ogni giustificazione e risulterà chiaro che non ci sei capitato
per caso. Le scuse che di solito si accampano, infatti, sono false:
"Non ho potuto fare altrimenti. Che cosa sarebbe successo se non
avessi voluto? Era necessario". Non è necessario per nessuno
inseguire di corsa la fortuna: è già qualcosa, anche se
non ti opponi ad essa, fermarsi e non incalzare la fortuna che ci porta.
[5] Forse te la prenderai se non solo ti do dei suggerimenti, ma ricorro
ad altri, certo più saggi di me, ai quali di solito mi rivolgo
se devo prendere una decisione? Leggi a questo riguardo la lettera che
Epicuro scrisse a Idomeneo: lo prega di fuggire il più in fretta
possibile, prima che sopravvenga una forza maggiore e lo privi della
libertà di ritirarsi. [6] Poi, però, aggiunge che non
si deve tentare nulla, se non quando si potrà tentare in maniera
adeguata e al momento opportuno: ma quando si presenterà l'occasione
a lungo attesa, bisogna balzarle addosso. Egli vieta di sonnecchiare
a chi pensa alla fuga, e crede in un esito favorevole anche nelle più
grandi difficoltà, se non ci si affretta prima del tempo e non
si indugia al momento dell'azione.
[7] Penso che ora chiederai il parere degli Stoici. Nessuno può
accusarli di temerità: sono più prudenti che coraggiosi.
Ti aspetti forse che ti dicano: "E vergognoso sottrarsi a un peso;
lotta con l'impegno che ti sei assunto. Non è uomo forte e valoroso
chi fugge la fatica, colui al quale le difficoltà non accrescono
il coraggio".
[8] Ti diranno così, se varrà la pena di perseverare,
se non si dovrà compiere o tollerare nulla indegno di un uomo
onesto; altrimenti egli non si logorerà in occupazioni vili e
infamanti, né resterà in mezzo agli affari per amore degli
affari stessi. E neppure farà ciò che tu credi, cioè,
avviluppato nei guai legati all'ambizione, sopportare sempre l'inquietudine
che ne deriva; ma quando vedrà che la situazione in cui si dibatte
è grave, incerta e ambigua, ritrarrà il piede, non volterà
le spalle, ma si ritirerà passo passo fino a mettersi al sicuro.
[9] E facile, Lucilio mio, sottrarsi alle pubbliche faccende, se disprezzi
le ricompense che promettono: sono queste che ci fanno indugiare e ci
trattengono. "E allora? Devo abbandonare così grandi speranze?
Andarmene proprio al momento della mietitura? Nessuno più al
mio fianco, la mia lettiga senza accompagnatori, l'atrio della mia casa
vuoto?". Gli uomini, dunque, si allontanano a malincuore da queste
miserie e, mentre le maledicono, amano le gratificazioni che danno.
[l0] Si lamentano dell'ambizione come dell'amante, cioè, se esaminerai
attentamente i loro veri sentimenti, capirai che non si tratta di odio,
ma di bisticci. Esamina a fondo costoro che deplorano quanto hanno desiderato
e parlano di fuggire da quei beni di cui non possono fare a meno: vedrai
che indugiano volontariamente in quella condizione che dicono di sopportare
malvolentieri e con tanta pena.
[11] Le cose stanno così, Lucilio: pochi sono costretti alla
schiavitù, i più si vincolano da sé. Ma, se hai
intenzione di abbandonarla e in coscienza sei attratto dalla libertà,
e chiedi una dilazione solo per poterlo fare senza continuo affanno,
perché non dovrebbe approvarti tutta la schiera degli Stoici?
Tutti gli Zenoni e i Crisippi ti persuaderanno che quanto è moderato
e onesto è tuo. [12] Ma se tergiversi per vedere quanto puoi
portare con te e con quanto denaro puoi disporre il tuo ritiro, non
troverai mai una via d'uscita: nessuno può mettersi in salvo
a nuoto con i suoi bagagli. Elevati a una vita migliore col favore degli
dei, ma non con il favore che essi riservano a quelli ai quali concedono
con volto buono e benevolo magnifiche miserie, scusati solo dal fatto
che concedono questi doni che bruciano e tormentano a chi li chiede.
[13] Già imprimevo il sigillo alla lettera: ma devo riaprirla,
perché ti giunga con il consueto piccolo dono e porti con sé
qualche nobile massima; me ne viene in mente una non so se più
vera o più eloquente. "Di chi è?", domandi.
Di Epicuro. Ancora una volta ammiro gli averi altrui.
[14] "Non c'è uomo che non esca dalla vita come se vi fosse
appena entrato"1 14 Prendi chi vuoi, un giovane, un vecchio, un
uomo di mezza età : li troverai ugualmente paurosi della morte,
ugualmente ignari della vita. Nessuno ha niente di compiuto; siamo,
infatti, abituati a rimandare sempre tutto al futuro. In questa massima
niente mi piace di più del fatto che rimprovera i vecchi di puerilità.
[15] "Nessuno", dice, "esce dalla vita diverso da come
è nato". E' falso: moriamo peggiori di come siamo nati.
Ed è colpa nostra, non della natura. Essa deve lamentarsi con
noi e dire: "E allora? Vi ho generato senza desideri, senza paure,
senza superstizioni, senza perfidie e senza altri mali: uscite dalla
vita quali siete entrati".
[16] Ha conseguito la saggezza chi muore sereno come è nato;
noi trepidiamo quando si avvicina il pericolo, il coraggio ci abbandona,
sbianchiamo in volto, versiamo lacrime inutili. Che cosa c'è
di più vergognoso che essere angosciati proprio alle soglie della
quiete?
[17] Il motivo è che siamo privi di tutti i beni e soffriamo
per aver sprecato la vita - Nessuna parte di essa, infatti, si ferma
presso di noi: è passata oltre ed è svanita. Nessuno si
preoccupa di vivere bene, ma di vivere a lungo, mentre a tutti può
riuscire vivere bene, a nessuno di vivere a lungo. Stammi bene.
Libro VI
Lettera 62. Io sono libero e padrone di me stesso
[1] Non dicono il vero quelli che vogliono apparire come persone
alle quali la quantità di impegni impedisce di dedicarsi agli
studi: fingono le occupazioni, le aumentano e sono i primi responsabili
delle loro preoccupazioni. Io sono libero, Lucilio, sono libero, e,
dovunque mi trovi, sono padrone di me stesso. Infatti, non mi abbandono
del tutto agli affari, ma mi do in prestito ad essi, e non vado in cerca
di pretesti per perdere tempo; e in qualunque luogo mi tocchi fermarmi,
lì mi occupo dei miei pensieri e medito su qualcosa di utile.
[2] Quando mi concedo agli amici, neanche allora mi distolgo da me stesso
e non mi intrattengo con quelli ai quali mi ha
avvicinato momentaneamente una qualche occasione o un qualche motivo
derivato da un obbligo sociale, ma sto con i migliori; ad essi rivolgo
il mio pensiero in qualunque luogo e in qualunque epoca siano vissuti.
[3] Porto con me dappertutto Demetrio (filosofo cinico amico di Seneca;
ndr), il più virtuoso degli uomini e, abbandonati i porporati
(qui Seneca intende i superbi avvolti nei loro manti di porpora; ndr),
parlo con lui mezzo nudo, e lo ammiro. E perché non dovrei? Mi
sono accorto che non gli manca nulla. Uno può disprezzare tutto,
ma nessuno può avere tutto: la via più breve per giungere
alla vera ricchezza passa per il disprezzo delle ricchezze". Il
nostro Demetrio vive così, non come chi ha disprezzato tutto,
ma come chi ne ha lasciato il possesso ad altri. Stammi bene.
Libro III
Lettera 26. La vecchiaia e la meditazione sulla morte
[1] Poco fa ti dicevo che ero in vista della vecchiaia: ora temo di
essermela già lasciata alle spalle. A questi miei anni e certo
a questo mio corpo conviene ormai un altro nome, poiché vecchiaia
è il nome che si addice a un'età stanca, ma non sfinita:
annoverami pure tra gli uomini decrepiti e prossimi alla fine.
[2] Ti dirò, tuttavia, che sono grato a me stesso: nell'animo
non sento i danni dell'età come li avverto nel corpo. Soltanto
i vizi e i loro servitori sono invecchiati: l'animo è forte e
si compiace di non avere molto a che fare col corpo; ha ormai gran parte
del suo peso. Esulta e discute con me sulla ve dice che questa è
il suo fiore. Crediamogli: si goda il suo bene.
[3] Mi invita a riflettere e a distinguere quanto di tranquillità
e moderazione di costumi io debba alla saggezza quanto all'età,
e ad esaminare attentamente ciò che non posso fare e ciò
che non voglio fare, essendo ormai prossimo andarmene, e mi compiaccio
di considerare quello che posso fare come se non lo volessi: quale motivo
di la quale danno se quel che doveva finire è venuto meno?
[4] "Ma è un danno gravissimo", osservi, "consumi
deperire e, per essere più esatti, dissolversi. Non siamo, infatti
colpiti e abbattuti all'improvviso: veniamo consumati a poco a poco,
ogni giorno ci toglie un po' di forze". E quale conclusione potrebbe
essere migliore che scivolare verso la propria, liberati dalla natura?
Non perché <sia> un male un colpo e un'uscita improvvisa
dalla vita, ma perché è una via più essere portati
via a poco a poco. Io certamente, come se si avvicinasse il momento
della prova e fosse giunto il giorno dovrà giudicare di tutti
i miei anni, mi osservo e mi dico: "Non è niente quello
che finora abbiamo mostrato coi fatti colle parole; questi sono pegni
dell'animo di poco conto e fallaci e avviluppati in molti ornamenti
esteriori: mi affiderò morte per sapere quali progressi ho fatto.
Con coraggio, per mi preparo a quel giorno in cui deposta ogni astuzia
e ogni artificio, giudicherò di me stesso, se sono coraggioso
solo a o anche nell'intimo, se sono state finzione e farsa tutte le
arroganti che ho scagliato contro la sorte.
[6] "Metti da parte le opinioni degli uomini: sono incerte e ambigue.
Metti da parte le occupazioni cui hai durante tutta la vita: la morte
ti giudicherà. Voglio dire: le te, le conversazioni dotte, le
frasi raccolte dai precetti dei saggi i discorsi eruditi non mostrano
la vera forza d'animo; anche i paurosi sono capaci di parole coraggiose.
Che cosa tu abbia realmente fatto apparirà chiaro quando esalerai
l'ultimo respiro. Accetto questa condizione, non ho paura del giudizio".
[7] Così dico a me stesso, ma tu pensa che io mi sia rivolto
anche a te. Tu sei più giovane: che importa? Non si contano gli
anni. E' incerto dove la morte ti attende; perciò, tu aspettala
dappertutto.
[8] Volevo già finire e la mano tendeva alla chiusa, ma bisogna
pagare i debiti e dare anche a questa lettera le provviste per mio.
Supponi che non ti dica donde prenderò il prestito: sai di chi
è il forziere di cui mi servo. Aspetta un pochino e il pagamento
sarà fatto con i miei averi; intanto, mi concederà un
prestito Epicuro, che dice: "Medita sulla morte", o se così
il senso può risultarci più chiaro: "E cosa importante
imparare a morire".
[9] Forse ritieni inutile imparare una cosa di cui dobbiamo servirci
una volta sola. Ma proprio questo è il motivo per cui dobbiamo
meditare sulla morte: bisogna sempre imparare ciò che non possiamo
provare se effettivamente sappiamo.
[10] "Medita sulla morte": chi dice questo, ci esorta a meditare
sulla libertà. Chi ha imparato a morire ha disimparato a essere
schiavo; è superiore a ogni potere, o certamente ne è
al di fuori. Che cosa gli importano il carcere, le guardie, le catene?
Ha una porta aperta. Una sola è la catena che ci tiene avvinti,
l'amore per la vita, che non dobbiamo scacciare, ma ridurre, in modo
che, se le circostanze lo richiederanno, niente ci trattenga ci impedisca
di essere pronti a compiere subito ciò che neo poi si deve compiere.
Stammi bene.
|